Condividi

di Sandra Divina Laupper


Una sfida con la quale, in realtà originariamente nostro malgrado, noi del gruppo Baubó di Bressanone ci siamo ritrovate a dover fare i conti, è stata quella con il passato nazista della provincia dove abitiamo: la provincia di Bolzano, abitata per ben tre quarti da una popolazione di madrelingua tedesca, popolazione che durante la seconda guerra mondiale ha ampiamente aderito al nazismo. Soprattutto dopo l’8 settembre 1943, l’adesione al nazismo non era più solo di tipo ideale, ma anche fattuale, con conseguente organizzazione della popolazione sudtirolese nelle varie strutture naziste, sia militari che civili. Quindi, la responsabilità storica dei sudtirolesi, cioè degli abitanti della provincia di Bolzano di lingua tedesca, è paragonabile a quella dei tedeschi della Germania e dell’Austria. Anche Elisabeth Hofer, Monika Brigo e io, che insieme componiamo il gruppo Baubó, facciamo parte del gruppo etnico tedesco e siamo particolarmente sensibili a questo tipo di responsabilità storica.

Si tratta di una sensibilità che ci rende consapevoli che l’eredità lasciata ai propri discendenti dai tedeschi che hanno aderito al nazismo non è tanto quella di una colpa per i crimini compiuti dalla Germania nazista, giacché la colpa di un crimine ricade inevitabilmente su chi questo crimine lo ha effettivamente compiuto, ma piuttosto quella dell’infamia, giacché chiunque che in un modo o nell’altro ha aderito al nazismo, ha raccolto l’infamia di questi crimini sul proprio capo. E dove non c’è una chiara presa di posizione rispetto a questi crimini, l’infamia ricade anche sulle generazioni seguenti.

Siccome io sono sensibile a questo tipo di infamia, ci tengo, dovunque se ne presenti l’occasione, a esprimere una chiara posizione di condanna nei confronti del nazismo e di tutto ciò che ha comportato per la nostra terra, ma soprattutto una chiara posizione di condanna nei confronti di tutto ciò che il nazismo ha comportato per ognuna delle innumerevoli vittime dei crimini contro l’umanità, come per ognuna delle innumerevoli vittime dei crimini di guerra oppure della repressione politica violenta. Ma nella primavera del 2014 ho cominciato a rendermi conto che riguardo ai crimini nazisti, nei discorsi comunemente accettati dalla gente, circolavano delle relativizzazioni che non potevo non considerare inaccettabili. E soprattutto mi sono resa conto di quanto sia comunque impotente qualsiasi tipo di argomentazione razionale, anche se basata su fatti storici ampiamente documentati, quando si tratta di confutare queste relativizzazioni. Infatti si tratta di relativizzazioni basate su dei discorsi già preconfezionati e ben muniti di difese, che forse proprio perché non sempre sono molto razionali – anzi! – sono impenetrabili a qualsiasi tipo di argomentazione storica, anche se ben spiegata e dimostrata, che non risulti in linea con il discorso dato per scontato.

Quindi ciclicamente, alle riunioni di Baubó, io tornavo a lamentarmi delle esperienze frustranti che facevo a riguardo. Ma discutendo con Monika ed Elisabeth di questi miei insuccessi, delle liti e degli scontri più o meno inutili avuti a riguardo, mi resi conto che non solo anche noi stesse, a Baubó, avevamo bisogno di un confronto più differenziato con tutto ciò che riguardava la storia del fascismo e del nazismo nella nostra terra, ma soprattutto che si trattava di affrontare la questione del passato nazista dei sudtirolesi sotto il punto di vista del simbolico, cioè sotto il punto di vista dei gesti da fare, delle posizioni da prendere, degli atteggiamenti da assumere per dare senso alle nostre parole. Quindi, c’era bisogno di una precisa pratica politica per riuscire a creare un contesto in cui la verità fosse non solo dicibile, ma soprattutto anche riconoscibile come tale per chi vi partecipava. La pratica che abbiamo inventato e affinato con gli anni è quella delle gite della memoria che, dal 2017, compiamo tutti gli anni in primavera (eccetto, per ovvi motivi, nel 2020), alternando, di anno in anno, una visita a Bolzano con una visita a Merano. A Bolzano visitiamo il passaggio della memoria presso l’ex campo di concentramento di Bolzano, facendoci accompagnare dall’ANPI di Bolzano, che su questo argomento è più che preparato e documentato. A Merano invece visitiamo la sinagoga della comunità ebraica di Merano con annesso un piccolo museo sulla shoah. Anche qui, si tratta di una visita guidata che prenotiamo con ampio anticipo. Per organizzare queste gite, mettiamo insieme un gruppetto di 10-15 persone e passiamo insieme tutta la giornata, incluso il pranzo. Di anno in anno, se possibile, torniamo a invitare le stesse persone, perché ci interessa che questa pratica aiuti a instaurare dei rapporti di fiducia e di stima tra chi partecipa alle gite, ma anche tra i partecipanti e noi di Baubó. Infatti, la nostra gita della memoria non è semplicemente un’offerta culturale che può essere accettata oppure no, a seconda dei gusti o degli interessi personali, ma è un invito a prendere chiaramente posizione in favore di chi ha subìto la violenza mortifera dei crimini nazisti. Per questo noi ci spostiamo nei luoghi in cui queste violenze sono accadute e sono state documentate. Si tratta di mettersi in cammino. E si tratta di farlo insieme ad altre e altri, in modo da creare un contesto in cui sia possibile discutere apertamente anche gli aspetti controversi e conflittuali della questione. Siccome un contesto costruito attraverso rapporti vincolanti permette anche di confliggere, le nostre annuali gite della memoria, che noi concepiamo espressamente come una pratica politica, rappresentano anche un’occasione privilegiata per assumersi l’autorità di esprimere dei giudizi e delle chiare prese di posizione. Chi partecipa a queste gite, questi giudizi li potrà condividere o contestare, ma non potrà sottrarsi all’autorità di un luogo e di una pratica votati alla memoria delle vittime.