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Ci troviamo in un momento storico in cui la politica dei partiti e delle istituzioni appare in forte crisi. Le ultime elezioni hanno mostrato la percentuale di affluenza alle urne più bassa degli ultimi dieci anni rispetto alle elezioni politiche, europee e regionali. Diventa sempre più ampio il distacco tra i partiti e i cittadini, i primi sembrano muoversi secondo programmi politici che non partono da un vero scambio con le elettrici e gli elettori ma appaiono come imposti dall’alto, senza un dialogo, senza un confronto. 

Mi ha fatto piacere sapere della vittoria di Elly Schlein alle primarie del Partito democratico, mi piacerebbe vedere un cambiamento passare attraverso il lavoro di una giovane donna tenace, di sinistra. Eppure in me l’entusiasmo per la segreteria del Partito democratico è già offuscato. Elly Schlein ha una posizione favorevole alla gestazione per altri e al gender fluid: entrambe le cose, per me, sono fortemente problematiche. Questo mi fa sentire in una situazione di forte contraddizione, da un lato mi sento di sinistra in ogni millimetro del mio corpo, dall’altro questa sinistra non riesco più a sostenerla se non in virtù della scelta del male minore.

Mercoledì scorso, 8 marzo, non ho potuto partecipare alla manifestazione perché lavoravo, altrimenti probabilmente ci sarei andata, come vado a manifestare per il 25 aprile o al Pride. Sono occasioni in cui sperimento un momento di condivisione differente: c’è una sorta di eros che circola tra le persone in strada e diventa un’occasione per ritrovarsi e fare festa. Detto questo non vedo nelle manifestazioni un discorso di rappresentanza né sono per la rivendicazione dei diritti che alcune vedono come l’unica strada. Per me, come già detto da altre in questa Libreria, e mi riferisco in primis a Luisa Muraro, la politica dei diritti sta dentro la barca del potere: la politica dei diritti è dentro il sistema dei rapporti di forza, per cui una conquista a livello del diritto si può perdere, se cambia il governo e non c’è maturazione della società.

In questa situazione, in cui da una parte abbiamo la democrazia rappresentativa in forte crisi e dall’altra abbiamo la politica delle manifestazioni e delle rivendicazioni dei diritti, si ha, come dice Vita Cosentino, la forte contraddizione sociale in cui non si sa più dove mettersi avendo perso il senso che fare politica possa risolvere le cose.

Del resto la situazione attuale non ci aiuta ad essere fiduciosi perché da più punti di vista ci troviamo a vivere un’esistenza che sentiamo essere sempre di più a rischio.

Poco più di un anno fa è iniziata la guerra in Ucraina, la guerra c’è sempre in qualche parte del mondo ma in questa ci sentiamo più coinvolti con la paura di essere colpiti in prima persona vista la vicinanza dei territori. La situazione ad oggi resta problematica e pericolosa e il rischio che possa degenerare crea preoccupazione.

Il lavoro è sempre più un luogo dove è difficile trovare gratificazioni. Il messaggio imperante è che se non sei contento puoi andare altrove perché tanto qualcun altro disposto a fare quello che fai tu è già sulla porta d’ingresso. Nel suo libro intitolato La società della stanchezza, edito da Nottetempo, 2012, Byung-chul Han chiama la società attuale una società della prestazione che genera soggetti depressi e frustrati. A causare questo stato di malattia sarebbe la pressione da prestazione che porta i soggetti a lavorare fino all’autosfruttamento in un sistema in cui lo sfruttato pensa di agire liberamente. In realtà si sente in obbligo di realizzare sempre di più e non arriva mai a uno stato di gratificazione, ritrovandosi in un perenne sentimento di mancanza e di colpa.

Anche Jennifer Guerra nel suo libro intitolato Il capitale amoroso. Manifesto per un eros politico e rivoluzionario, edito da Bompiani, 2021, parlando della società di oggi scrive: «Nonostante il carattere profondamente individualista della nostra società sappiamo che amare sé stessi è più difficile di quanto si pensi. Il disagio che molti di noi provano nei confronti di una società ultraperformativa e ultracompetitiva si trasforma in una forma di impotenza, di disillusione continua, di rassegnazione a non poter combinare nulla di davvero valido».

Questa situazione di disagio ha portato le persone a cercare altri luoghi, virtuali, dove pensano possa essere più facile ritrovare la gratificazione che gli manca, come ad esempio facebook o Instagram. I social permettono una narrazione fatta di apparenza che si sostituisce alla realtà, si creano relazioni illusorie dove un like a un post ci fa credere di avere l’apprezzamento e il sostegno delle altre.

Un’amica più giovane di me mi ha raccontato che all’inizio queste relazioni virtuali la attiravano perché le sembravano più facili. Mi ha raccontato la difficoltà di alcune sue relazioni reali, fatte di giochi alle spalle. Le relazioni in presenza, del resto, richiedono un impegno maggiore, di mettersi in ascolto del sentire e del desiderio altrui e se necessario avere la forza di sostenere scambi che possono essere anche duri quando il pensiero non è coincidente. In una società in cui non si sta bene con sé stessi si è meno disponibili nei confronti degli altri e non si ha voglia di impegnare quello che resta delle proprie energie in faticosi scontri. Ha poi aggiunto che dopo un po’ anche le relazioni virtuali le davano problema, e nel disagio che provava e che l’ha portata a chiudere i suoi profili digitali mi ci sono ritrovata anche io. I social hanno la capacità di assorbire il tempo, magari ci si collega cosi, per dare un’occhiata, e poi si finisce per passarci anche ore intere per accorgersi a un certo punto di non combinare nulla. Spesso si finisce a curiosare nei profili degli altri, si rimane ingannati dai loro racconti che ci fanno cascare nella bugia che le loro vite sono migliori delle nostre, più ricche, più piene, e questo crea tristezza. 

A queste difficoltà, dopo tre anni da quando è iniziata, si aggiungono i segni lasciati dalla pandemia, che con intensità diverse riguardano ancora molte di noi. La pandemia ha lasciato delle ferite che tuttora non si sono completamente rimarginate nel nostro corpo e hanno modificato le nostre abitudini. A volte mi capita di ripensare a quanto successo in quel periodo e faccio fatica, magari mi chiedo: ma fino a quando c’è stato il coprifuoco? Poi dopo qualche momento, decido che non ho voglia di ricordarmi. È stato un periodo molto faticoso per me ma per fortuna, già prima che iniziasse, la mia vita era arricchita da due passioni, la Libreria e lo yoga. Ed è qui che ho trovato il punto di partenza per ricominciare e allontanarmi da alcune abitudini, cattive, prese durante quei mesi. Mi sono affidata a relazioni per me importarti che mi hanno aiutato a stare meglio. Non tutti hanno avuto la fortuna di avere questi spazi da cui ripartire.

Per quanto mi riguarda però, sento ancora una profonda stanchezza legata a quel periodo, un senso di apatia con cui a volte mi ritrovo a dover fare i conti anche oggi. Questo mio sentire so essere condiviso anche da altre amiche e amici, ne parliamo e ci ritroviamo in quella che potremmo definire come una leggera depressione che non vuole passare e che ci toglie energia.

Davanti a tutto questo sentire che ci porta disorientamento, la domanda che possiamo farci potrebbe essere cosi formulata: dove troviamo la forza per continuare a credere nel potere trasformativo della politica? Come rimettere al centro una politica che parta dall’agire dei singoli, che attraverso lo scambio con altre e altri, possono avere un ruolo attivo nella trasformazione del mondo? Quali sono le pratiche su cui puntare per ritornare ad avere fiducia nella politica, vista come uno strumento a cui affidarsi per percorrere una strada che ci possa guidare verso un orizzonte di felicità?

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 Il senso della politica e l’efficacia delle pratiche, 12 marzo 2023