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Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana 3 Il senso della politica e l’efficacia delle pratiche, 12 marzo 2023


Annaspare, risalire, respirare: cronache dagli anni in cui ho imparato davvero a nuotare


Sono da più giorni seduta davanti a questo schermo, con la difficoltà di trovare le parole giuste, che un periodo convulso come questo – tra novità lavorative e relazionali – porta con sé, cercando di ritagliarmi un po’ di tempo per sedermi in silenzio e riflettere. Penso spesso all’ultima redazione aperta di Via Dogana del 4 dicembre, sono passati più di tre mesi. Penso come questo tavolo, questo spazio, questi incontri siano in sé l’essenza del piacere femminile. Un piacere che mai nella mia vita avevo incontrato prima di questo fecondo ciclo di incontri del 2022, in questa sorprendente collaborazione tra noi Compromesse e la Redazione di via Dogana. Ogni incontro è stato per me un tassello nella scalata verso la riscoperta dell’esperienza dell’essere donna, sorretta – in questo spigoloso cammino – dalle parole di tutte le donne che mi hanno circondato in questo anno. Annie Marino, proprio il 4 dicembre, parlò del piacere come «toccarsi con la parola» e questo sintagma mi frulla nella testa da giorni, in un momento in cui parole ne trovo molto poche.

Un avviso: quanto state per ascoltare sarà un piccolo momento di auto-analisi pubblica, forse un po’ autoreferenziale e me ne scuso, ma penso che il modo migliore per epigrafare i miei pensieri sia partire tirando le somme dell’anno passato, il 2022. Anzi, inizierei da qualche attimo prima (non vogliatemene): il 2017, più precisamente settembre 2017.

A diciotto anni lascio il nido materno, fuggo, scappo lontana da sicurezze e insicurezze, abbandono l’aria salmastra di una cittadina sull’orlo del declino affacciata sul Mar Ionio. Sulle mie spalle un peso più grande di quanto mai sia riuscita a sopportare; ciononostante si tira avanti, si cercano nuove amicizie, nuove compagnie, è difficile reinventarsi all’improvviso, soprattutto per me: ho sempre fatto fatica a vivere le persone. Passano i mesi, in qualche modo riesco a ritagliarmi i miei spazi tra casa nuova, aule nuove, vita nuova. Spesso sono sola, mi va bene così: accetto e accolgo il silenzio. Gli esami vanno bene, tutti tranne uno. Non ho mai accettato di sbagliare, eppure succede. Capisco di essere umana per la prima volta nella mia vita, annaspo tra la delusione e la tristezza, a testa bassa tiro avanti, in silenzio.

Sto male, sempre peggio, all’università non ci vado manco più. Rispolvero qualche arma del passato da adolescente turbolenta, poi decido di andare in terapia. In terapia però parlo di altro, come ho già detto faccio fatica con le persone: non importa che questa sia pagata per ascoltarmi o meno. Passano gli anni, piano piano le cose migliorano, riprendo in mano gli esami, studio tanto, tantissimo, trovo degli amici sinceri: siamo sempre insieme – lezioni, studio, balotte – compiamo atti di sano vandalismo, Bologna finalmente mi fa sentire a casa. Sono passati quasi tre anni, è gennaio del 2020.

Quello che non ho detto è che accanto a me si muove una figura circospetta e silenziosa, l’onnipresente del terzo millennio: la depressione.

Improvvisamente compio ventun anni. È il 21 febbraio 2020, sono a Sofia, sull’autobus verso la galleria nazionale leggo un messaggio: è arrivato coluichenondeveesserenominato. Al rientro dalla mini-vacanza, il 24 febbraio, do una piccola festa con quegli amici sinceri di cui sopra: sarà l’ultima volta in cui saremo tutti insieme.

La città si svuota, resto sola, di nuovo. Sopporto, con difficoltà, e provo ad andare avanti. Mi vesto delle migliori intenzioni, ma c’è chi ha piani diversi per me. Ritornano i vecchi vizi e le vecchie abitudini, va sempre peggio. Bologna la mal sopporto, i suoi colori caldi e l’umidità del Reno che la attraversa mi raffreddano le ossa, raffreddano ogni cosa intorno a me. Fronteggio nuovamente la mia essenza di essere umano, lo specchio mi urta, non mi ci rifletto più, mi taglio i capelli da sola, formatto il computer. Non esisto più, va bene così. Un’ombra si aggira per casa mia e mette in disordine ogni cosa, svuota le dispense, svuota le bottiglie, imbratta il bagno, taglia il mondo fuori: scoprirò con il senno di poi quell’ombra essere me. Quando l’ombra non c’è, riesco a dare qualche esame: me ne restano due. Chiudo baracca e burattini, è aprile 2021: mi trasferisco a Milano. Resta l’umidità, via le case dai colori caldi: piano piano qualcosa si riaccende, nella metropoli accetto la mia umanità. Ricordo me stessa bambina con mia sorella che mi tiene la mano in piazza Duomo, quanto mi piaceva venirla a trovare. Adesso ci sono io accanto a quella bambina e le stringo forte la mano, mentre un sorriso spezzato mi si dipinge in volto: scusami. Mi rendo conto che in fondo le devo finalmente un po’ di serenità.

Inizio a guardarmi intorno e mi accorgo di tutte le porte che ho chiuso in faccia a chi cercava di tendermi la mano: sono ancora lì ad aspettarmi, decido di farmi tirare fuori dal baratro una volta per tutte.

Vorrei dire che la serenità che adesso mi pervade è solo in qualche modo dipesa da me, ma sarebbe disonesto. Il punto è che ho passato una gran parte della mia vita a isolarmi, nella convinzione di essere circondata da persone. La mia esistenza reale cozzava con l’esistenza virtuale, dove i miei problemi, i miei pensieri non esistevano. Anche per questo forse ho iniziato a sentirmi parte di qualcosa solo quando sono arrivata qui a Milano e mi sono ricongiunta con pezzi di me, con le briciole che Pollicino aveva sparso per ritrovare la strada. Così io ho ritrovato la mia famiglia, le amiche di sempre e le sorelle che in quei mesi precedenti mi avevano aperto il loro cuore virtuale: Le Compromesse, da ennesima mia identità virtuale, erano qualcosa di realmente esistente, in carne e ossa, erano corporee e umane tanto quanto me. Quanto mi ha sollevata questo pensiero. Non solo, quanto mi ha stimolata questo pensiero. Sentire il loro calore accanto al mio, sedute a Parco Sempione, mi ha fatto capire che avevamo in mano qualcosa di speciale, che io ero parte di quella cosa speciale e soprattutto che niente e nessuno – nemmeno le mie tendenze autosabotatrici – avrebbe mai potuto ostacolare i nostri progetti. Finalmente ero parte di qualcosa di importante, ma soprattutto avevo preso coscienza di quanto quella “cosa importante” fosse reale: loro erano lì con me, non solo dietro una webcam come nei mesi precedenti in cui la nebbia perenne obnubilava la mia ragione.

Quello che era nato per gioco, in cui io mi ero trovata un po’ per caso in un momento in cui passavo più tempo ad annullarmi in un sorriso dietro uno schermo colorato che a fronteggiare la grigia realtà che mi rendeva vuota, era reale. Niente più scherzi, niente più silenzi. Come una sferzata di aria compressa, la corporeità del nostro progetto mi ha violentemente colpito in faccia. È stata una doccia fredda realizzare che oltre lo schermo vi erano delle persone, delle donne, con le loro sofferenze tanto quanto me. Tutto ha cambiato colore, l’arcobaleno si è aperto davanti ai miei occhi fino a quel momento daltonici. Ed è subito estate.

E poi, tra le luci fioche dell’inverno, si apre uno sprazzo di primavera. Finiscono gli esami, sparisce quel senso di incompiuto. Entrano nella mia vita altre donne. Alcune sono sedute accanto a me a questo tavolo, altre qui davanti ai miei occhi, altre accanto a me con il pensiero. Quel progetto che era nato per gioco diventa ancora più importante, altre porte si sono aperte, altre mani tese e per la prima volta non ho avuto paura di stringerle. La prima volta che mi sono seduta a questo tavolo era il 6 marzo dello scorso anno: una nuova speranza.

Tra le redazioni ristrette e aperte ho imparato altre donne, reali, corporee come me: la solitudine è una zavorra del passato che ha soppresso la mia voce e i miei pensieri a lungo. E ora sono felice, felice delle mie tristezze e di quei mali che a volte ancora mi stringono lo stomaco, perché mi rendono reale, felice di aver imparato a dare luce alle persone, alle cose che contano, perché se non l’avessi fatto non sarei qui, non sarei ora.

Oggi sono io, e lo sono anche per loro e per tutte voi.Sono io grazie a quelle voci di donne, quegli abbracci di donne, quei respiri di donne e soprattutto parole di donne che si sono avvicendati intorno a me nell’ultimo anno. Voci, abbracci, respiri, parole che mi hanno insegnato la comunione, che mi hanno strappata dalla solitudine, che mi hanno insegnato a essere viva tanto quanto loro erano vive.