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Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale (da Manifesto di Rivolta femminile, Roma, luglio 1970)


Quindi capita che la lotta di quarant’anni prima … si ripresenti quarant’anni dopo con più forza di allora e (più) autorità femminile … (Lia Cigarini, Lectio Magistralis, Università degli Studi Roma Tre, 8 novembre 2019)

Sono tra quelle che hanno apprezzato e sottoscritto la Declaration on Women’s Sex-Based Rights, la Dichiarazione dei diritti delle donne basati sul sesso. Invito tutte ad andare a leggere il testo, presente anche in italiano.

Vi si denuncia la confusione tra sesso e genere, come cosa che ha contribuito a rendere accettabile l’idea di una identità di genere che si sostituisce sempre più alla categoria delle donne, fondata sul sesso, nei documenti internazionali. In quelli cioè che modellano lo spazio simbolico in cui si iscrivono i provvedimenti dei governi, e che ispirano le azioni promosse con fondi internazionali di aiuto allo sviluppo.

Si tratta di un’idea che in un attimo possiamo ritrovarci fra i piedi, qui, a casa nostra, senza quasi accorgercene, in qualche testo di legge, come è successo con il pareggio di bilancio inscritto in Costituzione, per dire, o con la scoperta dell’orrido pasticcio della legislazione concorrente tra Stato e Regioni, per dirne un’altra. Con l’aggravante che la materia riguarda la violenza sulle donne, l’utero in affitto, la prostituzione.

Non avevo pensato di scriverne fino a che non ho letto un recente intervento di Sara Gandini pubblicato su questo sito per Via Dogana 3, intitolato La passione della differenza. Sara dice che il linguaggio della Dichiarazione condurrebbe verso un femminismo essenzialista e biologista. A me pare esattamente il contrario e cioè che sia la Dichiarazione a combattere una specie di essenzialismo che è fondante per un’idea come quella di “identità di genere”. Se è un’identità a che cosa è identica? Deve essere identica a qualche cosa che è identificabile, che ha una precisa connotazione, un’identità, appunto. Niente a che vedere con la differenza sessuale come fatto da scoprire e da produrre”, secondo le parole della comunità filosofica Diotima, ricordate da Sara nel suo scritto.

Perché la cosa non sembri faccenda da nulla, chiedo: avete idea di che cosa comporta questo stravolgimento del linguaggio, questa confusione tra sesso e genere?

Io, no, non ce l’avevo così chiaro. Non immaginavo che la cosa fosse andata così avanti, che questa identità di genere avesse fatto tanta strada nel mondo, fino a scalare le classifiche degli organismi internazionali. E allora, per chiarire e per dirla con le parole della Dichiarazione, «…il concetto di “identità di genere” ha messo gli uomini che rivendicano un’“identità di genere” femminile in grado di affermare, nella legge, nelle politiche e nella pratica, di essere membri della categoria delle donne, che è basata sul sesso […] li ha messi in grado di essere inclusi nella categoria delle lesbiche, basata sul sesso […] cercano di essere inclusi nella categoria legale di “madri” […] sono messi in grado di accedere alle opportunità e alle misure di protezione riservate alle donne […] sono messi in grado di partecipare alle attività sportive riservate alle donne…»

Mi fermo, andate al testo, sarà una lettura interessante. Se la prima volta non vi ha convinte, rileggetelo.

Dove sarebbe l’essenzialismo, il biologismo, la negazione dell’altra di cui si preoccupa Sara, in tutto questo?

Nel puntualizzare che solo le donne possono portare avanti una gravidanza e partorire e che questo è essere madre? Essere madre è di certo molte altre cose ancora, “da scoprire e da produrre”, ma a partire dall’accettazione di questo dato essenziale di realtà, non a prescinderne.

È essenzialismo, biologismo, ribadire che solo le donne possono, non gli uomini? Neanche quelli con un’identità di genere femminile, posto che qualcuno sappia dov’è il regno delle essenze o delle idee innate, in cui cercare tali identità?

Dall’intervento di Sara ricavo che:

1- non condivide la Dichiarazione dei diritti delle donne basati sul sesso;

2- condivide la battaglia contro la violenza sulle donne, contro l’utero in affitto e la prostituzione;

3- ha avuto un incontro illuminante con alcune trans e trova che «tra le più interessanti soggettività che esprimono profondamente la passione della differenza sessuale ci sono proprio le trans, nate con un corpo maschile ma che si sentono da sempre donne».

Concludo:

– le sue amiche trans le hanno dato qualche buona idea per condurre la battaglia contro la violenza sulle donne, l’utero in affitto e la prostituzione? Se è così, Sara non lo dice.

– le sue amiche non rivendicano di essere lesbiche, di essere madri, di gareggiare negli sport con le donne, né vogliono essere considerate donne maltrattate né vogliono concorrere per ottenere per sé fondi destinati alla maternità o alla lotta alla violenza maschile contro le donne? Bene, allora la Dichiarazione non si riferisce a loro.