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Vorrei ringraziare Giordana Masotto per il suo bellissimo testo, “Il lavoro ha bisogno di femminismo”, pubblicato nel Sottosopra Un cambio di civiltà. Punti di vista e di domanda, di cui si è discusso all’incontro di Via Dogana alla Libreria delle donne di Milano. Arrivare in Libreria e sentire l’effervescenza del pensiero vivo, riconoscere quelle corde prima della presentazione al mondo di parole e idee nuove, respirare l’aria di festa e di celebrazione, mi ha dato subito una carica di vivacità, di allegria e di felicità. La felicità che da stare con donne appassionate dall’essere donne.

La prima cosa che ho sentito leggendo il testo di Giordana è stata sollievo. Le sue parole sul “non identificarsi né nelle discriminazioni né nella minaccia delle violenze” mi hanno alleggerito del peso che portavo ogni volta che come studiosa di diritto del lavoro sentivo quell’obbligo di dovermi soffermare su di esse e se non lo facevo, se non osservavo quel doveroso passaggio, mi sentivo a volte un po’ persa, altre bloccata e sempre in colpa. Giordana ci autorizza a non farlo ma allo stesso tempo ci libera dei pesi superflui e dannosi del farlo. Come? Ripetendo, come sentiamo e ci diciamo nella politica delle donne, che le donne al lavoro ci vanno intere. Ora (da tempo) ho capito che andare intere al lavoro vuol dire avere a che fare anche con la violenza, le molestie, le paure, le strategie di difesa e tra queste tanto tanto di prudenza. Infatti mi chiedo spesso perché non lo siamo di più, perché facciamo il capodanno di Colonia, perché andiamo ai San Fermines. Mi sento addosso il peso di queste donne, amiche, sorelle – forse anche le mie figlie lo faranno come l’ho fatto io –, che sono così imprudenti; e lo siamo quando non ci confrontiamo con il mondo, con i rischi e pericoli che ci circondano, con il nostro essere corpo (corpo desiderato da un sistema caotico e malato). Ieri mattina ho sentito paura quando ho attraversato Firenze alle sette del mattino per prendere il treno per arrivare qui, era ancora era buio. Ho incrociato uomini ubriachi, con lo sguardo perso e cattivo dopo una notte sfrenata di sabato. C’erano anche delle donne. Una volta c’ero anch’io. Mi chiedo, perché ci stiamo? Io non ci sto più ma sentivo lo stesso il peso di chi ancora preferisce vivere imprudentemente.

Quando al lavoro ci affermiamo, facciamo delle scelte con sicurezza e convinzione, ma soprattutto quando lo facciamo insieme ad altre, in relazione, lasciando sentire il profumo della libertà femminile in tutta la sua grandezza, gli uomini si inquietano e fanno ricorso a una vecchia e vincente strategia del patriarcato: dividere le donne. Non so nemmeno io, come dice Giordana, se il patriarcato è morto del tutto o è morente ma pericoloso, so di certo che questa vecchia strategia, a volte rude altre sofisticata e subliminale, di dividere le donne è ancora in piedi. Funziona così. Appena hanno occasione ti parlano male delle donne di potere o di quelle che lo ambiscono, di destra, delle belline che fanno carriera grazie al loro corpo, di quelle che della parità ne fanno un mestiere, di quelle ricche, di quelle imprudenti… di tutte quelle che intuiscono che tu non sei, che sei stata ma non più o non sempre, che avresti voluto essere, che hai smesso di essere dopo un processo di presa di coscienza e tanta sofferenza. E tu ci caschi ancora.

Facile cascarci quando sei cresciuta in un patriarcato che non risparmiava nemmeno le madri di alimentare la rivalità fra sorelle e amiche. Oppure in alternativa, se la consapevolezza ti ha fatto capire la trappola, accumuli i pesi che non ti fanno andare avanti lo stesso. Perché di questo si tratta qui e ora. Di andare avanti e di lasciar perdere, di parlare bene delle donne dicono alcune, di almeno non parlarne male, di stare attente alle circostanze di ognuna, di mettere da parte il nostro ego e costruire rete e comunità femminili, di interpretare la parola imperfetta dell’altra nel modo migliore, di non farci distrarre della nostra strada che è quella, come dice il testo, “di governare il lavoro con nuovi paradigmi”. Ho chiesto alle presenti alla discussione se si trattasse di costruire un universale da opporre/proporre all’universale maschile. Forse sì forse no. Dipende anche da loro, dagli uomini, se vogliono smettere di fuggire alle nostre richieste di dialogo, di interlocuzione, di negoziazione della differenza sessuale. Nel frattempo mentre si decidono noi ci faremmo un grosso piacere se smettessimo di sentire pesi patriarcali che ci impediscono di rimanere unite da quello che ci accomuna a tutte, pur avendo esperienze di vita molto diverse, cercando i punti di desiderio comune con le altre colleghe, come sentii dire a Stefania Giannotti a Barcellona, e facendo forza sulla nostra millenaria capacità di saper vivere le relazioni ricavandone il meglio di ognuna.

Ho apprezzato molto e colto come un segnale in questo senso la collocazione delle tre protagoniste di ieri mattina in Libreria: Giordana Masotto al centro della manager, Luisa Pogliana, e della sindacalista, Michela Spera. Un tentativo coraggioso di costruire parole insieme nel lavoro. Parole e prassi per farla finita con le violenze, con i riscatti sessuali, con le molestie e con il gap salariale; che tengano presente il nostro essere corpo al lavoro; che diano una misura e valore diversi del tempo di lavoro; che pensino a un lavoro ecosostenibile e che possano contrastare la conversione per alcune del doppio si in un doppio no.

Togliamoci pesi, sgombriamone la strada che ci porta a poter fare questo lavoro necessario per l’intera umanità. Che ci porta a essere unite! Metterei questo come sedicesimo consiglio da dare a una figlia femminista tra quelli che Chiamamanda Ngozi Adichie dà alla sua amica per la sua bambina. Ci provo anch’io con le mie due belle Matilda e Lia.