Il lato oscuro di Anora e la falsa narrazione della libertà nel “sex work”
Antonella Mariani
8 Marzo 2025
da Avvenire
Il tentativo di normalizzare il “lavoro sessuale” cede di fronte alla realtà della prostituzione
Il “lieto fine” è solo sul palco di Los Angeles dove sono stati consegnati gli Oscar: ben cinque. Perché il film più premiato del 2025 non è affatto un Pretty Baby contemporaneo. Di “grazioso” non c’è nulla. C’è una giovanissima dei bassifondi newyorchesi che balla appesa al palo in un locale notturno per poi trasferirsi nei privé per una danza più intima con l’uomo di turno. Anora è stato accolto come una rivincita delle cosiddette “sex workers” perché ne racconta senza moralismi le “normali” ore di lavoro. L’inglese The Guardian ha rincarato, spiegando che il film «è stato proposto come un segnale che la società sta compiendo un altro passo verso la normalizzazione del lavoro sessuale».
Dal canto suo, la protagonista Mikey Madison, premiata come migliore attrice, nel suo discorso di accettazione dell’Oscar ha ringraziato la comunità delle “sex workers”, che tanto supporto le ha dato nella preparazione del personaggio: «Meritate rispetto, sarò sempre un’amica e un’alleata». Che il cosiddetto “lavoro sessuale” sia di fatto normalizzato non c’è dubbio, a partire dalla stessa espressione, di conio relativamente recente, di “sex work”.
L’esplosione dell’offerta e della domanda di sesso online ha edulcorato la percezione della realtà, “sterilizzandola” e rendendola attrattiva per un certo numero di giovanissime. Infine, i contratti collettivi di lavoro entrati in vigore poche settimane fa in Belgio consolidano l’idea che vendere il corpo e l’intimità femminile possa essere considerato un lavoro come un altro. Cosa che invece non è, come dimostrano tutte le ricerche sui rischi insiti e le violenze subite dalle prostitute. Tuttavia il regista Sean Baker ha spiegato che con Anora voleva «rimuovere lo stigma che è stato posto sul lavoro sessuale. È un lavoro, è una carriera, è un modo per sostentarsi, e dovrebbe essere rispettato». Eppure.
Eppure il film premiato a Los Angeles dice tutt’altro. Innanzitutto perché mostra, per ammissione di un collettivo di spogliarelliste inglesi interpellate da The Guardian, solo una piccola parte della realtà, e non quella della maggior parte delle prostitute.
Anora-Ani infatti è libera di scegliere, di trattare sul prezzo delle sue prestazioni, ma sappiamo da decine di ricerche e libri che è il cliente pagante a comandare. Senza molti margini di manovra.
Nel film non c’è lo sfruttamento dei magnaccia, ma alla fine è uguale per lei come per tutte le prostitute: la donna ridotta a puro corpo. Lo sguardo del regista è asettico, apparentemente realistico e non giudicante: libertà d’espressione. Ma gli spettatori vedono bene l’altra gamba della questione, che riguarda la domanda maschile. In una delle scene iniziali, alla provocazione del “cliente”: «Ma i tuoi genitori sanno che sei qui?», Ani risponde: «E tua moglie lo sa?». Uomini, babbei storditi dai balli erotici, infilano bigliettoni nelle micromutande di ragazzine più giovani delle loro figlie. Sono loro ad alimentare l’industria del sesso: su di loro lo sguardo del regista sorvola. Non il nostro.
E resta la devastazione umana della giovanissima Ani-Anora: il film non racconta nulla di quello che è ma tutto di quello che fa: un fulmine a spogliarsi, una contorsionista alla sbarra della lap dance e un’amante più che disponibile. Noi non abbiamo visto in Anora nessuna «rivincita delle sex workers»: anzi, intuiamo con limpida chiarezza tutta la violenza insita nello strapazzo del corpo femminile, pur consenziente.
È violento anche lo pseudo-amore ostentato dal ragazzino russo, obnubilato dal sesso e dai suoi stessi soldi: usa Ani, la fa entrare nel suo mondo ancora più sballato di quello di lei. Ani però ci crede, nel suo sogno da “Pretty Woman” sgangherata: si aggrappa a quell’amore stile Las Vegas, lotta fino all’ultimo per la sua illusione. Non per il patrimonio del ragazzino, pargolo imbelle di una famiglia di oligarchi russi, bensì per quella favola che le aveva sventolato sotto gli occhi, insieme alle banconote, alla droga e all’alcol (spoiler ma non troppo). E la sua umanità è talmente devastata che Ani non è emotivamente in grado, alla fine, di dire un semplice grazie all’unico uomo che non aveva avuto uno sguardo di compravendita su lei, se non offrendo gratis quello che sa fare.
Eccolo, dunque, il mondo delle “sex workers”, per quello che è: la strada per l’uscita non c’è, Ani non diventerà una Pretty Baby redenta, ma resterà un piccolo ingranaggio nell’industria dell’usa e getta dei corpi femminili. Una libera scelta? Davvero non si direbbe. E comunque un destino di degrado della dignità che nessuna innovazione lessicale può imbellettare, nessun “contratto” può riscattare e rendere “umano”.