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di Letizia Paolozzi


Esistono pratiche politiche che hanno contiguità, corrispondenze, assonanze con quelle femministe. Eppure, l’occhio impigrito dei media, per abitudine o per opportunismo, non le guarda, anzi, le esclude dal proprio campo visivo comportandosi come i “retroscenisti” che puntano a scoprire magagne, a prevedere ribaltoni nel modesto perimetro dei partiti in crisi e in questo modo dimenticano tutto ciò che significa politica legata alla vita.

Prendiamo quanto accaduto dopo il naufragio nella notte del 26 febbraio a venti chilometri da Crotone. Il 9 marzo il Consiglio dei ministri va in trasferta e si riunisce nel municipio di Cutro. Strade blindate, schieramento di polizia, qualche orsetto di peluche scagliato contro le auto blu. Intanto i corpi – sono 71, diventeranno 90 dopo un mese – degli afghani, siriani, iraniani, iracheni giacciono in fila nelle bare al Palamilone di Crotone. Il governo riparte senza fermarsi al Palamilone.  

L’11 marzo migliaia in corteo camminano silenziosamente verso il mare di Steccato di Cutro sollevando croci fatte con le assi consumate del caicco Summer Love che si è inabissato a pochi metri dalla riva. Ascoltano il racconto di un superstite afghano; piantano fiori sulla spiaggia.

Il sesso femminile conosce la spinta a partecipare al lutto con un gesto di condivisione, la pietas che diventa ricchezza umana e politica.

Nel bel film “Gli spiriti dell’isola” di Martin Mc Donagh che gira intorno alla nascita dei conflitti, viene portata ad esempio l’amicizia tra due uomini – Colm e Padraic – troncata brutalmente. È Colm a dire a Padraic, sodale di bevute al pub e di chiacchiere sulla cacca del pony: «Non voglio più parlare con te, mi annoio. Devo comporre una musica; voglio essere ricordato quando scomparirò».  L’altro non si dà pace, insiste, tampina. La cosa scivola nell’horror mostrando il mistero terribile della brutalità delle azioni umane; l’impulso vendicativo impossibile da contenere e la spirale della lotta fratricida dalla quale si salva solo la sorella di Padraic. La quale, per difendere il proprio desiderio – leggere libri – sceglie di esiliarsi. «Me ne vado. Siete tutti pazzi». Combatte così la violenza e la guerra, sottraendosi alla sua logica. Stesso gesto di sottrazione degli obiettori di coscienza, di quanti dalla Russia sono emigrati pur di non andare a combattere, delle iraniane che si ribellano a mani nude.

Ha osservato Svetlana Aleksievič: «Vorrei scrivere di chi non spara, di chi non riesce a sparare a un altro essere umano, di qualcuno a cui l’idea stessa della guerra provoca dolore» e noi siamo chiamate a dare voce a chi compie queste scelte.

D’altronde, il coraggio non è solo fisico e non si trova in un solo sesso.

Le ucraine fuggite in Europa, in Italia con bambini, nonne e maschi troppo vecchi per essere obbligati a combattere, in Italia possono essere accostate alle migranti nel tentativo di riconfigurare altrove i propri rapporti sociali.

Però l’Italia accoglie i perseguitati dall’invasione russa e non gli afghani, iracheni o siriani bombardati dai russi e dagli americani. “Aiutiamoli a casa loro” siriani, afghani, iracheni. 

Quanto all’esodo, alla diserzione rimanda a una pratica di resistenza in relazione con il primum vivere della politica femminista: immaginiamo altre pratiche, impariamo a riconoscerle dove già esistono. Di qui l’esigenza di immaginare altre pratiche, di saperle riconoscere giacché la contaminazione dell’ordine simbolico e del reale è un lavoro di cui ci siamo fatte carico noi donne.