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Care amiche della Libreria, da Vita mi arriva la segnalazione dell’invito a scrivere che compare nell’ultimo numero di Via Dogana. È la sua voce a sostenere questo tentativo di trovare parole mie dentro l’eccesso di parole e numeri con cui ogni giorno si viene frastornate. Al telefono per qualche minuto il mio cattivo udito percepisce Mita. Un nome che amo da quando ho letto le Lettere a Mita di Cristina Campo. Ci vuole un po’ di tempo per sentire qui, viva e presente nonostante la distanza, Vita, un’amica importante, con la quale tuttavia non c’è una consuetudine di scambi quotidiani. Senza questa percezione della presenza non troverei la forza di scrivere.

Mentre leggo lo scritto di Pasqua Teora in Via Dogana, penso all’importanza dei sogni, a come ci orientano e ci curano, aiutandoci a riconoscere gli impulsi profondi che dobbiamo ascoltare e assecondare per non distrarci, per non dissipare le energie vitali nel tempo in cui la malattia invade i corpi e le menti, costringendoci a non vedere altro. Perché il tempo che stiamo attraversando è un tempo nel quale la malattia invade tutto, così la morte. La morte più crudele che si possa immaginare, quella in cui non c’è il conforto della presenza, del contatto che accompagna la persona cara verso la fine della sua esistenza terrena. La morte che, come sta capitando nella mia città, talvolta avviene lontano, nell’ospedale di una città che non ci possiamo nemmeno rappresentare, di una nazione che parla una lingua che non possiamo nemmeno usare per sapere dove si trova la persona cara e, se muore, dove e come è avvenuta la morte, dove si trova la bara, dove si farà la cremazione…

Mi viene in mente quello che mi raccontava una delle donne partigiane che avevo intervistato negli anni Ottanta del secolo scorso, la voragine di lutto che si era creata in lei nel non sapere dove e come trovare le ceneri del fratello scomparso in un lager in Germania. È troppo vicina al nostro sentire questa storia per non avvertire, nonostante tutto, una somiglianza con quello che la gestione regionale della cura sta provocando, per accettare senza indignarsi la possibilità che un fratello, una sorella, un marito, un padre, una madre… una persona che amiamo, venga  portata in Germania  o in un altro paese perché altre regioni del nostro paese, addirittura province confinanti dove c’è disponibilità di posti di terapia intensiva, hanno deciso di non accoglierla.

Il dopo si crea adesso. Dopo aver cercato di arginare la collera che minaccia di invadere la mente, tenendomi lontana dalle parole, con pratiche silenziose, dipingendo, creando immagini, pulendo e ripulendo la casa anche quando non ce n’è bisogno, esco da questo suo insidioso serpeggiare nel fondo scrivendo una lettera alle amiche di diotima, dichiarando il mio bisogno di parole che creino una vicinanza d’anima. Chiara Zamboni lo chiama un pensare meditato su quello che ci sta capitando. Io stessa mi impegno a trovarle, quelle parole. Così vedo la collera allontanarsi mentre prende forma questo pensiero: il dopo si crea adesso. Non è una speranza, ma una certezza. Adesso che vediamo quello che, prima, era ben nascosto e, salvo rari momenti, una persona poteva vedere solo lasciandosi trasformare nello sguardo, noi tutti e tutte siamo costretti a vederlo. Adesso: in questo tempo che oso chiamare di verità. Perché il tempo che stiamo vivendo è il tempo in cui sono caduti tre tabù: il tabù della morte, il tabù della malattia e il tabù della vecchiaia. Questa epidemia li ha fatti saltare brutalmente tutti in una volta. E in modo così fragoroso che non li si può ignorare.

Adesso: morte, malattia e vecchiaia si mostrano in tutta la loro evidenza come nervature del Reale. È questa evidenza che sta sconvolgendo un ordine in cui dovevano restare nascoste, ben protette per non disturbare i sani, i giovani, i vivi. Per confermarli/confermarci nell’illusione che la vita sia altro dalla morte, dalla malattia e dalla vecchiaia. Ora questi nervi si sono scoperti e provocano dolori lancinanti, paralizzanti, non avendo rimedi per placarli.

Adesso che siamo costrette, costretti a vedere che non possiamo ammalare perché gli ospedali non possono curare, possiamo renderci disponibili ad una metamorfosi dello sguardo tale da riconoscere questa verità? Penso spesso a Zambrano, alla fecondità dell’esilio per lei. Sento una profonda sintonia con questo suo modo di vivere l’esilio, non come separazione dagli altri, ma come possibilità di sfuggire alla “seduzione di una patria qualsiasi essa sia”, di accedere a un sapere, “il sapere più materiale, più concreto, più implicato ed intriso del sensibile ma anche il più esposto all’abissalità della cosa, più di essa partecipe”. Penso al suo scegliere l’esilio cui è costretta, come oggi io scelgo l’eremitaggio cui sono costretta come luogo nel quale mi è possibile sentire, toccare avvertire questi nervi scoperti della vita, senza la tentazione di catalogare questo tempo come un tempo di emergenza.