Il canto delle sirene. Intervista a Adriana Cavarero
Benedetta Caldarulo
7 Marzo 2026
Adriana Cavarero è una delle più autorevoli filosofe italiane contemporanee, è stata docente di filosofia politica presso l’Università degli Studi di Verona e attualmente è presidente del centro di studi Hannah Arendt presso sempre l’Università di Verona. Il suo lavoro si è sempre concentrato sui temi della differenza sessuale, della narrazione, dell’identità, della vulnerabilità e della critica alla tradizione metafisica occidentale. Tra le sue opere più note ricordiamo Nonostante Platone, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Recentemente in libreria Il canto delle sirene, edito da Castelvecchi, in cui Cavarero propone una rilettura originale della figura mitologica delle sirene mettendo in discussione le interpretazioni consolidate e offrendo una prospettiva filosofica che intreccia mito, voce e politica.
Allora, professoressa Cavarero, qual è il punto di partenza della sua riflessione?
Il punto di partenza è in questo meraviglioso racconto omerico e poi in molte delle interpretazioni: io mi sono occupata soprattutto delle interpretazioni moderne di Kafka, di Theodor Adorno, di Blanchot, di Bertolt Brecht e pur se il mito viene riscritto, ristrutturato con anche molti spunti originali, il protagonista del mito è Odisseo, Ulisse, ossia il protagonista del mito è il piacere dell’ascolto, tutto è focalizzato sull’ascolto, un piacere tale che porta alla morte. Siamo come di fronte a Eros e Tanathos anche se nel caso di questo Eros non è un Eros di tipo sessuale perché le sirene omeriche, ricordiamolo, sono metà donne, metà uccelli, sono più simili alle arpie che non alle sirene, le sirenette alla Disney che hanno la coda di pesce. C’è questa centralità dell’ascolto, del piacere dell’ascolto che è un piacere tale, un godimento tale che porta allo sfinimento e alla morte.
Allora io approfittando dei due versi di una bellissima poesia di Thomas Elliot che si chiama Canto d’amore di Alfred Prufrock… in questa bellissima poesia a un certo punto leggiamo: «ho sentito cantare le sirene l’una all’altra, non credo canteranno per me» e il verso inglese è «I heard the mermaids singing each to each» e c’è in questo “each to each” che mi ha molto colpita perché in questo, diciamo, suggerimento eliottiano le sirene non cantano per Odisseo, non cantano per attirare i marinai, non sono delle seduttrici maligne ma cantano l’una all’altra, cantano per sé, per il loro proprio piacere. Allora ho tentato, sullo sfondo delle interpretazioni tradizionali e moderne, di dare questa versione dove chi sta al centro non è più l’ascoltatore ma sono queste donne, queste donne mezze-animali che cantano e godono del piacere del canto.
In questo senso possiamo rileggere il canto delle sirene come una metafora di una parola femminile rimossa o temuta?
Anche, perché non è certamente un caso che già in Omero e poi in tutta la tradizione la fonte canora sia femminile: ricordiamo la Musa, una famosa “cantami o Musa”, la Musa è una narratrice e ha una voce sublime che solo il poeta può udire e, attraverso la sua voce trasformare in un racconto. Che ci sia questa radice iconica femminile della voce non può essere un caso perché la voce, intendo dire l’elemento fonico rispetto alla parola, rispetto al significato di quello che si dice, è ancorata nel corpo, la voce è polmoni, ugola, respirazione.
E noi sappiamo che tradizionalmente c’è questa dicotomia: l’uomo inteso come maschio che ha la sua realizzazione nel logos, nella parola, nel significato e la donna invece sta dalla parte del corpo della materia. Quindi non è un caso che ci sia questa, diciamo, divisione che possiamo chiamare stereotipica, io però non ho mai cercato di saltare fuori dagli stereotipi ma di pensarli diversamente, diciamo di ricodificarli e penso che intendere la donna come voce, come materia, come corpo sia molto utile anche per ripensare le radici della filosofia stessa. Intendo dire, la filosofia tradizionalmente si è occupata degli universali, delle idee, dei concetti e ha posto poca attenzione (sto citando Hannah Arendt in questo momento) e ha posto poca attenzione alla pluralità degli esseri umani e del loro essere unici ed essere costituiti dalle relazioni.
Adriana Cavarero, nel suo percorso filosofico la relazione è una categoria centrale, ecco, il canto delle sirene può essere interpretato come una scena paradigmatica di relazione tra chi chiama, chi parla e chi ascolta. Che tipo di legame si instaura in questa scena?
Ancora prima che il legame fra chi parla, chi chiama e chi ascolta, che sarebbe l’interpretazione tradizionale del mito, abbiamo nel canto delle sirene il fatto che cantano in coro. Ora noi sappiamo che per cantare in coro occorre una relazione con la voce dell’altro, con la voce dell’altra, c’è un coordinamento. Nel cantare in coro abbiamo insieme l’ascolto perché devi ascoltare gli altri, le altre e l’emissione vocale; voglio usare qui una formula molto sbrigativa, se noi ricostruiamo la storia delle donne, soprattutto la storia del femminismo moderno, la prima relazione, il primo ascolto reciproco è fra donne. Dopo viene anche la preoccupazione, che è giusta, di interloquire anche con gli uomini, con l’altro sesso, ma nella storia del femminismo moderno ciò che fonda non è la relazione uomo-donna, in questo caso donna-uomo, ma è la relazione fra donne come ambito di espressione di una soggettività che cerca di sfuggire agli stereotipi tradizionali.
In questo senso quello di cui ci parlava prima, cioè cantano l’una all’altra, cantano insieme, nel mito Ulisse, Odisseo, sopravvive al canto solo legandosi all’albero della nave, mentre agli altri marinai lui mette della cera morbida nelle orecchie per impedirgli di ascoltarlo. Come interpreta questa scena?
Io la interpreto volentieri con le parole di Teodoro Adorno, che in un libro celeberrimo che si chiama la Dialettica dell’illuminismo, scrive un capitolo su Odisseo e dice che Odisseo rappresenta già il formarsi del soggetto razionale. Ossia secondo Adorno la specie umana stessa si è, come dire, formata distinguendosi dagli altri animali: su questo sarebbe d’accordo anche Aristotele col famoso zon logon echon, il vivente che ha il linguaggio. Odisseo sarebbe una figura arcaica, fondativa di questo processo e come sappiamo ha una razionalità che è l’astuzia, quindi una razionalità calcolante, strumentale.
Egli, contrariamente ai marinai che vengono ad uscire assordati con la cera, deve dialetticamente passare attraverso l’esperienza del distacco, ossia deve sentire il canto di immane potenza delle sirene ma non soccombervi. Ossia in Odisseo c’è questo grande desiderio di tornare a uno stato, per così dire, naturale come gli altri animali, essere acquietati, appaesati nel tempo eternamente presente del vivere nella natura, in conformità con la natura, c’è questo desiderio di tornare indietro. Questo desiderio di tornare indietro viene messo alla prova attraverso la ragione calcolante, attraverso l’astuzia che vince il desiderio stesso e quindi dialetticamente prosegue per la costruzione del soggetto perfettamente razionale. Deve essere Ulisse che fa questo, cioè deve essere un soggetto ben definito, non per così dire la “folla dei marinai”.
Quindi non è preda del desiderio ma con l’astuzia, con l’ingegno, diventa un essere capace di dialogo in qualche modo?
Diventerà un essere forse capace di dialogo, ma nell’interpretazione di Adorno è un essere capace di dominio su di sé, razionale, e il dominio su di sé, secondo Adorno, è il fondamento della capacità del dominio sugli altri e del dominio sulla natura. Adorno ha naturalmente una versione pessimista di questo formarsi del soggetto razionale che lui chiama soggetto illuminista.
Dunque le sirene che tradizionalmente nella cultura occidentale sono state associate al pericolo, alla seduzione ingannevole, qui le vediamo più come creature misteriose che cantano l’una all’altra o l’una con l’altra. In che misura questa sua rilettura si pone in dialogo con il pensiero della differenza sessuale?
Si pone in dialogo con la differenza sessuale nel senso che è un ennesimo tentativo di estendere un immaginario dove abbiamo delle figure femminili che sono icone di libertà e soprattutto icone di grande piacere e di grande godimento. Lei pensi per esempio alla musica: la musica è qualcosa di cui noi godiamo quando ascoltiamo, ma se qualcuno di noi è cantante o è esecutore musicale c’è anche il grande godimento di eseguire, di produrre la musica. Tutto questo ci porta di nuovo verso la materialità del suono, verso la magia delle composizioni musicali e canore e tutto questo che è tradizionalmente legato alle figure femminili, perché staccarlo dalle figure femminili? Le figure femminili sono, per così dire, nell’immaginario ovviamente, portatrici di tanti simboli che si materializzano radicandosi nel corpo, nella reciprocità, nella relazione come dicevamo prima. Si tratta semplicemente di costruire immaginari oppure di rubare immaginari antichi, perché forse nulla è più antico del mito delle sirene: ripensarli, ribaltarli e farli significare diversamente.
(Uomini e Profeti, Rai Radio3, 7 marzo 2026)