Il canone immaginario
Laura Colombo
31 Agosto 2026
C’era una volta, racconta Giacomo Gambaro nella sua Controstoria del pensiero della differenza sessuale. Da Luisa Muraro a Carla Lonzi1, una differenza viva, polemica, destabilizzante, quella di Carla Lonzi. Poi vennero la fine degli anni Ottanta, la Libreria delle donne di Milano, Diotima, e la differenza si irrigidì in teoria, la teoria in ordine, l’ordine in presupposto identitario. Per dimostrarlo il libro percorre la storia a ritroso, da Luisa Muraro a Carla Lonzi, e chiama questa marcia indietro “controstoria”, la decostruzione di un canone che noi avremmo codificato.
Le fiabe cominciano così, con un c’era una volta. Anche le fiabe mal riuscite.
Vediamole, allora, le tesi centrali portate da Gambaro. A partire dalla fine degli anni Ottanta “il problema rappresentato dal piacere è venuto progressivamente a eclissarsi” (p. 35), in coincidenza con la definizione teorica del simbolico delle donne, di cui L’ordine simbolico della madre avrebbe carattere “fondativo” (p. 35). La tradizione della Libreria e di Diotima avrebbe valorizzato la sessuazione “ponendo in secondo piano la componente della sessualità”, “in altri termini, il «simbolico materno» è stato radicato nell’identità tra madre e figlia” (p. 41). Da qui la “chiusura identitaria”, definita come “reificazione del genere femminile in una realtà connotata in termini ipostatici e in ultima analisi essenzialistici, tale dunque da acquisire lo statuto di un vero e proprio modello normativo” (p. 44); la differenza non sarebbe più “significante polemico e di sperimentazione” ma “presupposto”, fondamento che “descrive in cosa dovrebbe consistere l’identità femminile” e “prescrive a ognuna l’origine cui conformarsi per «riscoprire» il senso «autentico» della sua differenza” (p. 44). Sul versante delle pratiche, per Gambaro l’autocoscienza è “una pratica di posizionamento sempre riattivabile al fine di sperimentare – e di corroborare – il movimento della libertà femminile”, non circoscrivibile “a una fase iniziale del femminismo” (p. 195), mentre il partire da sé è “una pratica che ricolloca la differenza sessuale nella postazione del soggetto del pensiero (e non del suo oggetto)” (p. 24), un “taglio” impresso al pensiero filosofico.
Su che cosa si regge questa decostruzione? Quasi per intero su un saggio di Ida Dominijanni del 2007, L’impronta indecidibile, citato e ricitato per pagine, un saggio pubblicato nel volume di Diotima, L’ombra della madre2. E Gambaro stesso deve registrare che si tratta di un esito “di cui alcune esponenti del pensiero della differenza […] si sono rese pienamente conto, e di cui spesso, negli anni, hanno segnalato le criticità” (p. 44). La nota rimanda ai contributi di quello stesso volume, tra cui un mio saggio, La passione di esserci. Posso quindi testimoniare che si trattava di un pensiero che si interroga in pubblico, nei libri, senza risparmiarsi le domande più scomode. Le prove addotte per la “cristallizzazione” vengono da lì.
Che una tradizione sappia interrogare criticamente i propri presupposti non esclude, naturalmente, che possa conoscere sedimentazioni, irrigidimenti o perfino effetti normativi. Ma il punto è che eventuali derive andrebbero dimostrate nei testi e nelle pratiche, non ricavate dalle domande con cui quella stessa tradizione le mette a tema. L’ombra della madre mostra che la storia del pensiero della differenza non può essere raccontata come il semplice passaggio da una differenza aperta a un paradigma divenuto inconsapevolmente identitario. Ecco le domande di Ida Dominijanni, che Gambaro riporta nel suo testo: “Può essere accaduto che il «desiderio ontologico» […] abbia di nuovo velato il desiderio erotico? […] O che il simbolico materno abbia riprodotto un immaginario desessualizzato della madre?”. Sono domande e restano tali nel testo da cui provengono. Il lavoro della controstoria consiste nel volgerle in verdetti. Si vede a occhio nudo nella grammatica: per pagine il pericolo resta al condizionale; poi, senza che nulla sia stato dimostrato nel frattempo, arriva l’indicativo: “Si tratta della cristallizzazione della differenza sessuale” (p. 44). Dal rischio al fatto per slittamento di modo verbale.
Nel merito, è opportuno vedere i testi. Il simbolico materno sarebbe “radicato nell’identità tra madre e figlia” (p. 41)? Luisa Muraro ha raccontato che cosa c’è dentro L’ordine simbolico della madre nella lunga conversazione del 2003 ora in Esserci davvero3: “volevo ricontrattare con mia madre – non con quella signora, ma certamente con la figura materna – la mia libertà, le condizioni del mio stare al mondo. E il libro è tutto giocato su questo” (p. 64). È un corpo a corpo, come lo chiama Irigaray. E chi tende a fare della relazione materna una cosa fatta e definitiva riceve da Luisa Muraro la risposta che merita: “l’ideologia – la chiamo ideologia deliberatamente – della relazione materna” (p. 48). Quanto alla madre che Gambaro indica come origine “data una volta per tutte e a prescindere dalla sua concreta esistenza” (p. 36), in Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro4, il volume appena uscito dal convegno del settembre 2025 alla Cattolica, Diana Sartori richiama la tesi che Muraro ha scritto ne L’anima del corpo5: “La madre è sostituibile ma non lo è la relazione materna, questa è la mia tesi” (L’anima del corpo, p. 75, richiamata da Sartori a p. 45). Madre è dunque il nome di un’opera in corso e nello stesso volume Cesare Casarino ne parla come di una relazione costituente, non di una figura da venerare (p. 71).
Ancora: ci sarebbe un “modello normativo” che “prescrive a ognuna l’origine cui conformarsi” (p. 44)? Proprio L’ordine simbolico della madre si chiude con l’esatto contrario di una prescrizione: “occorre dare traduzione sociale alla potenza materna per impedire alla sintesi sociale di chiudersi e tenerla invece aperta a ogni voler dire, per quanto distante o abnorme”6. Diana Sartori scrive che quell’ordine “è soprattutto un ordine aperto, non è quella gabbia logica d’acciaio con cui l’ordine del padre ha teso a rappresentarsi”, e “ordina in modo non totale: ne dipendiamo e anche dipende da noi” (p. 38). Sull’essenza e sull’identità, poi, Luisa Muraro si è più volte e lungamente espressa. In Esserci davvero dice: “Sì, sono femminista ma non sono femminista, perché so che c’è altro. È importante insistere di stare attente a non chiuderci noi stesse, noi stessi, nella logica dell’identità: […] il principio di identità […] finisce che poi ci imprigiona” (p. 92); e ancora, “non c’è un’entità donna che si colloca in un contesto […] quello che chiamiamo donna si costituisce storicamente” (p. 85). L’essenza che la controstoria vuole destrutturare non è mai stata messa al mondo; e la differenza come significante polemico e di sperimentazione, che Gambaro riserva a Carla Lonzi, abita a Diotima da sempre, come possiamo vedere già dal titolo La differenza sessuale: da scoprire e da produrre7. Da produrre.
C’è poi l’autocoscienza come pratica sempre riattivabile e il partire da sé come “taglio” del pensiero filosofico fino alla “epoché femminista” (p. 24), ricostruito attraverso Boccia, Milagros Rivera, Putino. Dunque, il partire da sé diventa un gesto del pensare e l’autocoscienza resta la pratica. In Lonzi non si separano: “non posso svolgere la mia autocoscienza se non facendo partire da me tutti i motivi all’origine di essa”8. Il partire da sé non è una “postazione” del soggetto pensante, è ciò che accade tra donne quando nella relazione si trovano le parole per dire l’esperienza. L’elaborazione viene dopo, a mettere in parola una pratica, ed è questo che rende il pensiero della differenza irriducibile a dottrina. Così la crisi dei piccoli gruppi, nei primi anni Settanta, non ha interrotto niente ma ha prodotto altre pratiche, che di quel guadagno vivono, e che tornano a interrogarlo. Il numero dell’ottobre 2023 di questa rivista, Via Dogana 3, era intitolato Autocoscienza, ancora, e Linda Bertelli e Marta Equi Pierazzini vi riproponevano la portata politica dell’autocoscienza, non narrazione intimistica di sé, ma presa di parola in prima persona nella relazione con le altre.
Resta l’eclissi del piacere “a partire dalla fine degli anni Ottanta” (p. 35). Qui la controstoria tocca qualcosa di vero, Luisa Muraro non parla esplicitamente di sessualità, e desiderio, amore e libertà non possono essere assunti semplicemente come sinonimi della sessualità. La questione è piuttosto se questa diversa accentuazione autorizzi a parlare di una rimozione dell’erotico e, soprattutto, se tale rimozione sia l’effetto necessario di una svolta identitaria. È questo secondo passaggio che nel libro di Gambaro resta da dimostrare. Un’assenza tematica non equivale ancora a una rimozione, tanto meno dimostra da sola una chiusura identitaria. Occorre chiedersi che cosa accada dell’erotico quando non viene tematizzato direttamente: se scompaia, se venga subordinato, oppure se continui a operare entro altre figure del desiderio. C’è il capitolo sull’amore voluto per L’ordine simbolico della madre e mai scritto, che resta la direzione dichiarata della ricerca: “il passaggio che cercavo, e che cerco – perché continua questa storia – è quello […] è l’amore” (Esserci davvero, p. 65); c’è il desiderio senza oggetto imparato dalle mistiche, “capace di rimanere sempre nello squilibrio e nella precarietà degli inizi”, legato alla libertà come apertura d’infinito, che Wanda Tommasi restituisce in Come quando si accende la luce (p. 137); c’è Al mercato della felicità, il cui sottotitolo è La forza irrinunciabile del desiderio; c’è Baubo nell’appendice del 2006 Il complesso della madre morta de L’ordine simbolico della madre, il gesto osceno e la risata che scioglie il lutto di Demetra.
Se un non detto resta, è lo stesso pensiero della differenza a custodirlo come punto aperto: le domande di Ida Dominijanni che Gambaro cita a p. 42 ne sono la testimonianza, non è certo un segreto di famiglia scoperto dal controstorico. Sicché la proposta di “ripartire dalla valorizzazione del piacere come componente costitutiva per pensare la soggettività femminile” (p. 36) arriva a una discussione già in corso da vent’anni. Ida Dominijanni, che di quella discussione è stata la voce più acuta, ha registrato in nota, nel volume Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, il paradosso di vedersi arruolata: un libro “tutto incentrato sul problema della dicibilità e dell’indipendenza simbolica” letto “come la prova provata di una deriva identitaria del pensiero della differenza sessuale basata sulla monumentalizzazione del materno” (p. 53).
Come il piacere continui a lavorare lo dice l’esperienza di questa rivista, che nel dicembre 2022 ha dedicato al tema un numero intitolato Trovare le parole del piacere femminile9. In un tempo di imperativo al godimento, la redazione aperta si chiedeva che cosa del piacere resti escluso dall’ordine vigente e se esista “una sessualità femminile autonoma”; l’introduzione di Marina Santini ripartiva da Carla Lonzi osservando che “l’interrogazione sul piacere è una costante del pensiero femminista, scorre in forme carsiche e in alcuni momenti ha l’urgenza di emergere”. Un fiume carsico scorre sottoterra e riaffiora dove trova il varco, e nel pensiero delle donne il varco lo apre, di volta in volta, una pratica, non un programma teorico. Il piacere torna quando l’esperienza lo richiede, e quando torna chiede parole nuove. La domanda sul piacere, dunque, merita di restare aperta e di non essere fatta coincidere subito con la diagnosi di una deriva identitaria.
Perché allora una lettura così lontana dai testi? Gambaro dichiara il fine presentando il libro: il percorso a ritroso serve a far emergere una Lonzi “sorprendentemente vicina ad alcune istanze oggi presenti nel dibattito transfemminista”10. Il punto d’arrivo parrebbe fissato prima della partenza; certo è il costo della costruzione genealogica: per arruolare Lonzi nel presente serve una Muraro da lasciare indietro, un repoussoir identitario che faccia risaltare la modernità della progenitrice.
Ma che cosa accade quando la differenza viene tradotta prevalentemente nel linguaggio dell’identità? Sappiamo bene che la tensione identitaria attraversa anche il dibattito transfemminista contemporaneo. Accanto a pratiche e pensieri che interrogano radicalmente il corpo, il desiderio e la norma, prospera una proliferazione di soggetti equivalenti in domanda di inclusione e riconoscimento; domanda che l’ordine dato potrebbe esaudire senza spostare niente.
La differenza sessuale, quando opera nel senso più fecondo della sua tradizione, non chiede semplicemente riconoscimento, produce spostamenti; non si eredita come un corpus né si possiede come una dottrina, si fa. Ancora e di nuovo, come il femminismo. C’era una volta la differenza e c’è ancora. Non nei canoni, veri o immaginari, ma in una Libreria che ha appena compiuto cinquant’anni, in una Comunità filosofica femminile viva e attiva, in una rivista che continua a uscire, in un convegno dove lettrici e lettori riprendono un pensiero che continua, per portarlo più in là, e in mille altre realtà in movimento e in relazione.
Chi desidera davvero ripartire da Carla Lonzi trova la strada aperta leggendo le sue opere insieme a quelle di Luisa Muraro, senza bisogno di metterle l’una contro l’altra. Le controstorie passano. L’ancora e di nuovo resta.
(Via Dogana 3, 31 agosto 2026)