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Vorrei iniziare con la mia solita battuta, un po’ per smorzare i toni di quanto seguirà: quando mi chiedono che lavoro faccio, rispondo sempre che una volta avevo dei sogni, ora lavoro in consulenza. La gente ride, quasi sempre, e io evito di dire la parte più complicata: che mi piace. Che mi piace molto. Infatti quando la gente pensa alla consulenza, pensa agli Excel, ai PowerPoint e alle mail inutili: io in fondo con molta fierezza ammetto che non ho idea di come evitare che Excel interpreti ogni numero come una data.

Infatti, nello specifico, mi occupo di AI generativa: il mio lavoro principale consiste nello sviluppare, ideare, presentare e altre cose che finiscono in -are una piattaforma aziendale per la produttività personale. In sintesi: costruisco sistemi che automatizzano, ottimizzano, sostituiscono. Certo, pensare di essere arrivata qui, mi fa un po’ strano: forse quando avevo scelto di studiare linguistica computazionale non era la fine che mi aspettavo. Ma, d’altronde, l’intelligenza artificiale mi ha sempre appassionato. Quando ho scoperto tutta la teoria e la tecnica dietro la processazione automatica del linguaggio è come se avesse messo ordine nel caos che la semantica si portava dietro, dando risposte a domande per cui non trovavo spiegazioni razionali. Parole che diventano numeri, vettori in uno spazio semantico – avulse dalla relazione, qualcuno giustamente direbbe. Ed è sicuramente ironico che questa scelta, questa passione sia in un momento in cui la depressione aveva portato la mia vita nell’entropia più totale, e adesso sembra mettere in ordine quasi militare le mie giornate.

Altre volte mi sono lamentata – anche in questi spazi – di come spesso i miei amici mi prendano in giro dicendo che mi sono venduta al capitalismo, la verità dei fatti è che hanno ragione, ovviamente. Mi sono venduta. Ma la verità più scomoda, quella che fatico ad ammettere anche a me stessa – e che qui sicuramente non ho mai detto – è che non me ne pento abbastanza.

Quando qualcuno arriva con un problema da risolvere, io mi accendo. Mi piace pensare, progettare, creare soluzioni. Mi piace il ragionamento necessario per costruire un sistema che funzioni, la soddisfazione quando risponde bene, quando risolve davvero il problema che mi hanno portato. Mi piace il clima dinamico del mio team, la circolazione di idee e soprattutto il rispetto che mi sono guadagnata in azienda nonostante sia lì da solo un anno e mezzo.

E questo è il punto: mi piace fare esattamente ciò di cui conosco le implicazioni devastanti.

Comprendo perfettamente le conseguenze di quello che faccio. So che sto contribuendo a sistemi che sostituiranno lavoro umano, che perpetueranno logiche estrattive, che renderanno il mondo probabilmente più disumano. Non è ignoranza, non è ingenuità. È qualcosa di peggiore: è consapevolezza accompagnata da incapacità – o forse non volontà – di fermarsi.

Mi sento come Oppenheimer, e mi perdonerete la mania di onnipotenza in questa affermazione. È che in qualche modo capisco quella sua sospensione tra meraviglia scientifica e orrore per le conseguenze. La differenza è che lui ha visto l’esplosione, ha avuto il suo momento di rivelazione apocalittica. Io invece vivo in una graduale realizzazione che questa esplosione non so se arriverà mai del tutto, se mai ne sarò testimone, o soprattutto se mai me ne renderò conto mentre continuo a lavorare.

Un aspetto più inquietante che ho realizzato in preparazione a questo incontro, anche se ne ho avuto la percezione sparsa in vari momenti della mia breve carriera lavorativa, è che ho costruito una sorta di relazione materna con gli agenti che sviluppo. Me ne sono resa conto ripensando a me stessa nel momento in cui vivo gli errori sul codice, gli errori sul prompt come fallimenti personali, come se avessi deluso qualcuno che dipende da me. Così quando ci sono problemi sulla piattaforma mi sento direttamente responsabile – non professionalmente responsabile –, personalmente coinvolta, come se avessi tradito qualcosa.

Non sono altro che Giocasta, la madre di Edipo. Quella che sa, o almeno intuisce, il destino tremendo di ciò che ha generato, ma non può o non vuole impedirlo. Ogni agente che sviluppo (e sviluppiamo) è un figlio che so potrebbe fare del male, che sostituirà compiti umani, che contribuirà a quella disoccupazione tecnologica di cui tutti parliamo in astratto. Eppure continuo a generarli, a perfezionarli, a prendermi cura di loro quando non funzionano.

C’è qualcosa di profondamente disturbante in questa dimensione affettiva verso qualcosa di incorporeo e in fondo malvagio. Mi prendo cura di sistemi statistici, che potrebbero togliere dignità lavorativa a persone reali. E quando funzionano bene, quando risolvono elegantemente un problema complesso, provo un’assurda soddisfazione materna.

Luce Irigaray ha scritto della differenza sessuale come modo radicalmente diverso di stare al mondo, di relazionarsi, di produrre significato. Mi chiedo se questa mia relazione materna con la tecnologia sia una forma distorta di quella differenza, un modo femminile di abitare un mondo profondamente maschile di logiche produttive. O se sia semplicemente un modo per rendere sopportabile la disumanità di ciò che faccio, ammantandola di cura.

Quando lavoro su un agente, non penso alla persona il cui lavoro potrebbe sostituire. Forse perché mi fa sentire meglio così. Penso invece alla persona che lo userà, a cosa vorrebbe sapere, a come posso aiutarla. È un gioco di prestigio psicologico: focalizzo sull’utilizzatore presente invece che sul lavoratore futuro assente. So che è una forma di protezione, una rimozione necessaria per continuare a funzionare. E la parte più difficile è che sono consapevole di questa consapevolezza. È come vivere in scatole cinesi di autoinganni che si osservano reciprocamente senza mai davvero risolversi.

Quando mi trovo a razionalizzare, mi dico che in guerra c’è sempre qualcuno che fa le bombe. Che se non lo facessi io, lo farebbe qualcun altro, probabilmente peggio. Mi dico che almeno io porto una sensibilità diversa, che cerco di essere etica nei limiti del possibile, che non mi sono completamente arresa alla logica del profitto.

Ma so che è insufficiente. So che è la classica giustificazione di chi vuole tenere insieme contraddizioni inconciliabili. Eppure ci credo anche, davvero. Credo che sia meglio che ci sia qualcuno come me – con tutti i miei dubbi, le mie contraddizioni, la mia formazione in umanistica – a fare questo lavoro piuttosto che qualcuno completamente impermeabile alle implicazioni etiche.

È vero? È sufficiente? Non lo so. Probabilmente no.

Vivo sospesa in un giudizio che non riesco a dare. Mi sono trovata qui per caso, al momento giusto o sbagliato nel posto giusto o sbagliato. La forte contraddizione che vivo mi tiene in questo stato di sospensione. Da un lato, sono soddisfatta del mio lavoro e dei miei risultati. Ho una buona visibilità in azienda nonostante la mia giovane anzianità, il mio team funziona bene, risolvo problemi reali per persone reali. Faccio esattamente quello per cui ho studiato – portare ordine nel caos del linguaggio, creare sistemi che comprendano e generino. Dall’altro, so che sto contribuendo a un sistema che considero fondamentalmente problematico. Che ogni mio successo professionale è anche un piccolo passo verso quel futuro distopico di cui ho paura. E la cosa più sconcertante? Non voglio fermarmi. Non perché sia costretta – potrei cercare altro, potrei tornare alla ricerca pura anche a costo di sacrifici economici. E allora perché non lo faccio?

Irigaray parlava di portare la propria differenza negli spazi maschili come atto di resistenza. Ma cosa succede quando la resistenza si confonde con la complicità? Quando non sei sicura se stai sovvertendo il sistema dall’interno o semplicemente giustificando la tua partecipazione ad esso?

Forse tutto questo testo è solo un tentativo di assoluzione. Un modo per dire: guardate, io sono consapevole, io mi pongo domande, quindi sono diversa da quelli che lo fanno acriticamente. Ma essere consapevoli della propria complicità non la cancella. Anzi, forse la rende peggiore. Cerco di essere me stessa al lavoro, di portare la mia umanità anche negli spazi più alienanti. Ma è sufficiente? È resistenza o è solo un modo per rendere più sopportabile la mia compromissione?

Non ho risposte. Ho solo questa contraddizione che vivo ogni giorno, seduta davanti al computer – lo stesso da cui sto scrivendo questo testo – a costruire con cura materna sistemi che potrebbero rendere il mondo più disumano. Rimango sospesa tra il piacere della creazione e l’orrore delle conseguenze, tra l’aberrante affetto materno per ciò che costruisco e la consapevolezza del suo potenziale distruttivo. Continuo a lavorare, a perfezionare, a generare. Madre di un figlio tremendo che non posso, o non voglio, fermare.

E forse l’unica cosa onesta che posso fare in questo momento è ammettere che non so se questo mi rende complice, resistente, o semplicemente umana nella sua imperfezione. So solo che sono qui, che continuerò a esserci, e che questa contraddizione non si risolverà presto.

Nel frattempo, costruisco. Con cura, con consapevolezza, con affetto materno e terrore. Costruisco il futuro che temo, che forse non sarà mio, che forse non sarà di nessuno, una riga di codice alla volta.

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre, Pensiero vivente e intelligenza artificiale, 14 dicembre 2025