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Il grande cinema americano sa raccontare storie che coinvolgono e colpiscono per la loro bellezza, anche quando sono zeppe di politically correct e costellate di luoghi comuni. Tuttavia, quando un film è grande, dice molto di più della sceneggiatura presa alla lettera. Quando un film è grande, il regista ci racconta qualcosa di sé che nemmeno lui sa, facendo emergere elementi in cui tutti si possono riconoscere.

È il caso di Tre manifesti a Ebbing Missouri, di Martin McDonagh che, detto in estrema sintesi, è un film che racconta il fantasma femminile ancora profondamente radicato negli uomini, che si manifesta chiaramente quando devono fare i conti con la violenza sessista. È questo fantasma il vero protagonista del film.

La prima donna che incontriamo è Mildred, risoluta e spigolosa, lotta perché sia fatta giustizia della morte di sua figlia, stuprata e uccisa ormai da mesi nell’indifferenza della polizia. È la madre terribile, minacciosa, vendicativa, implacabile, temuta dagli uomini perché li può abbattere con la stessa violenza da loro ben conosciuta. Fa il paio con “mammina”, la madre divorante, castrante, simbiotica del poliziotto Dixon, costretto da lei a vivere represso e insicuro, pieno di rabbia e paura.  

L’altra faccia della medaglia rispetto alla donna strega, mostro, arpia, è la donna oggetto del desiderio maschile: giovane, sensuale, desiderabile e inesorabilmente stupida, senza personalità, afona, sottomessa e corrispondente ai bisogni e ai desideri di lui. Il personaggio maschile più complesso, il capo della polizia locale William Willoughby, non si sottrae completamente a questo schema: malato, decide un’uscita di scena spettacolare, non prima di aver assicurato alla moglie l’immagine della sua potenza sessuale.

È sorprendente vedere come nell’immaginario collettivo maschile la donna non appaia come un soggetto desiderante, ma sempre come qualcosa di più o qualcosa di meno rispetto al desiderio maschile. Non c’è ancora una donna reale, ma uno schermo su cui vengono proiettati alternativamente il desiderio o la paura del maschio. Per questo non basta, come sembra suggerire Stefano Sarfati su #VD3 in Darcy lotta insieme a noi, uno sguardo femminile che va oltre, per far essere un uomo che ancora non c’è. Insieme a donne ancora disponibili alla relazione con gli uomini e ancora disposte a regalare uno sguardo creativo ai loro compagni, ci vogliono uomini disponibili a fare la loro parte e disposti a non voltare lo sguardo di fronte a un piano della rappresentazione che influenza così nel profondo il rapporto tra i sessi.