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Un tempo mi divertivo a dichiarare il mio orientamento sessuale così: sono bisessuale, non mi piacciono né gli uomini, né le donne. La mia visione dell’umanità, in effetti, è negativa e tiene conto dei due sessi: gli uomini sono cattivi, le donne sono deboli. Gli uni impongono rapporti di dominio, le altre li subiscono o li tollerano, pur di preservare il legame.

Un mio amico di gioventù, per correggermi, sostenne che la grande forza della sua fidanzata consisteva proprio nella capacità di sopportarlo. Aveva qualche ragione, ma la condizione di debolezza consisteva, per me, appunto nel dover impiegare la propria forza, per riuscire a sottostare ad un prepotente.

Questo è quello che ho visto, in sostanza e in vario grado, nella storia millenaria studiata sui libri o narrata nei film, e prima ancora, nella storia più breve e recente delle mie famiglie, dei miei circoli di amicizia, nei rapporti politici e di lavoro. Se ho visto sempre questo, ciò deve avere un fondamento ed essere diffuso. Oppure sono proprio io a guardare da una finestra che mi fa vedere le cose in modo poco o tanto deformato. Con questa visione primordiale, parlar bene delle donne (e di chiunque) è complicato e, al tempo stesso, una opportunità terapeutica. Riuscire a vedere cosa c’è di buono nella propria madre, nella propria nonna, nelle donne della propria vita, può forse salvaguardare qualcosa anche di me stesso. Una donna mi ha generato, lei e altre donne mi hanno nutrito, allevato, istruito.

Non saprei da dove cominciare, ma credo di essermi già avviato, per sentieri che ancora conosco poco. Da quando frequento la Libreria delle donne, parlo molto meno male delle donne (e anche degli uomini): un po’ per emulazione nell’ascoltare interventi, discussioni, nel leggere testi, più orientati a valorizzare che a svalutare e, persino a cercare il buono nel negativo; un po’ per l’adattamento ad un ambiente che cerca di aprire conflitti senza fare guerre, con il senso della misura e dell’equilibrio, anche a rischio di rinunciare a scegliere (cosa che talvolta un po’ mi irrita).

Il lato meno buono di questo mio adattamento, è che esito di più a dire quello che penso. Per esempio, penso, ma di solito non dico, che il concetto di vittima ha più accezioni e negare la donna vittima trova il suo significato più immediato nella negazione dell’oppressione. Nel rappresentare la donna debole (o vittima), c’è una (non l’unica) aderenza alla realtà, che non va rimossa e che trova una conferma nello stesso bisogno di ribadire che le donne vittime non sono. C’è, inoltre, il principio di rimontare una visione peggiore: quella della donna complice o profittatrice, che è stato poi il modo più violento di parlare delle donne da parte degli opinionisti ostili al #metoo. In questo senso, chiarire che le donne che hanno subito abusi, sono state vittime, è un parlarne bene.

Tra le cose che penso, ma esito a dire, c’è che non vedo in alternativa la politica nell’associazionismo, nel volontariato, nella cultura e la politica nei partiti e nelle istituzioni, né reputo una, per definizione, migliore dell’altra. Vedo pratiche politiche differenti, che possono convivere, pure nelle stesse persone, e aiutarsi a vicenda. Rispetto al tempo in cui esistevano grandi integratori sociali e grandi alternative di società, la politica è diventata meno interessante e più autoreferenziale. I limiti e i difetti imputabili alle donne politiche, anche nel confronto con il passato, non sono però diversi e più gravi di quelli imputabili ai loro colleghi maschi, anzi credo in media siano migliori, più competenti ed affidabili, e questo credo vada riconosciuto. Il parlar male della politica, dunque potrebbe non sfociare nel parlare molto male delle donne in politica.

L’omologazione penso dipenda, non da una natura irrimediabilmente maschile dei luoghi della politica istituzionale, rispetto alla quale le donne soccombono, ma dal fatto che le donne sono state finora troppo poche, per formare una sufficiente massa critica, per riuscire a stabilire relazioni tra loro più significative o paragonabili a quelle stabilite con i loro leader e colleghi maschi. Quando tra le poche, emerge una donna forte, autonoma, come nel caso di Laura Boldrini, arrivata ad assumere la terza carica dello stato, finisce poi per apparire isolata ed esposta ad un incivile bullismo sessista. Nonostante, si sia dichiarata subito femminista ed abbia intrapreso iniziative simboliche a favore delle donne, il femminismo, forse per disinteresse verso la sua pratica politica o per timore di essere strumentalizzato, non ha mostrato di sostenerla – e questo mi ha colpito – neppure nella forma minima della solidarietà.