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Cara Via Dogana 3,

domenica 14 maggio 2017, durante la discussione della redazione allargata di Via Dogana 3, collegandomi alle parole del relatore Massimo Lizzi, sono intervenuta a proposito della civiltà cortese affermando che all’epoca, XII e XIII secolo, in Occitania, gli uomini tenevano in grande considerazione le donne, ritenendole maestre nella relazione, signore dei rapporti amorosi, autorità cui ricorrere come guide al proprio comportamento; ne sono testimonianza molte poesie – canzoni e tenzoni – delle Trovatore. Nel corso della discussione che è seguita, sempre riguardo al porsi degli uomini nei confronti delle donne, è stato riconosciuto che l’estetica espressa dalla civiltà cortese può costituire un principio fondante la genealogia maschile, un momento radiante, come lo definirebbe Chiara Zamboni, di quelli che illuminano e guidano le successive generazioni.

Trovandomi d’accordo, ho pensato di riportare una tenzone molto significativa al riguardo, dibattuta fra Guillelma di Rosers, vissuta nel XIII secolo, e Lanfranco Cigala, un legale genovese, suo innamorato.

La tenzone si trova in Marirì Martinengo, Le Trovatore. Poetesse dell’amor cortese, a cura di Clara Jourdan, traduzione italiana di Pia Silvestri, prefazione di Michela Pereira, Libreria delle donne, Quaderni di Via Dogana, 1996, pp. 92-95.


Donna Guillelma, molti cavalieri girovagando
di notte, persa la strada per il maltempo,
cercavano, lamentandosi nella loro lingua, un rifugio;
li udirono due che, per ragioni d’amore,
se ne andavano in fretta verso le loro dame;
uno tornò indietro per aiutare quella gente,
e l’altro si diresse correndo verso la propria dama;
quale dei due fece meglio ciò che si conveniva?


Amico Lanfranco, meglio compì il suo viaggio,
a mio parere, quello che proseguì verso l’amica;
l’altro fece bene, tuttavia la sua signora
non può conoscere il suo nobile cuore altrettanto bene
come quella che vide presente davanti ai suoi occhi
il suo cavaliere di cui ha atteso l’arrivo;
e vale molto più colui che fa ciò che ha promesso
di colui che muta il suo proposito.


Se permettete, signora, tutto quanto fece di cortese,
il cavaliere che, grazie al suo coraggio
salvò gli altri dalla morte e dalle sofferenze,
gli fu suggerito da amore; ché nessuno possiede
affatto cortesia, se non gli proviene dall’amore:
per la qual cosa deve piacere cento volte alla sua dama
,poiché, per amor suo, liberò dai tormenti
tanti cavalieri, più che se avesse incontrato lei.


Lanfranco, non avete mai trovato ragioni tanto pazze
come a proposito di colui che agì in tal modo,
poiché, sappiatelo bene, egli commise un grave oltraggio:
dal momento che il gentile servizio gli nasceva dal cuore,
perché non servì innanzitutto la sua dama?
Ne avrebbe avuto grazie da lei e da loro stessi;
poi, per amor suo, avrebbe potuto servire
molte degne persone, e non avrebbe errato.


Vi chiedo perdono, signora, se dico una pazzia:
ché ormai vedo ciò che non avrei mai creduto:
non vi piace che gli amanti compiano
altro pellegrinaggio che quello che porta da voi;
però chi vuole che il cavallo marci bene,
deve guidarlo con misura e giudizio,
e poiché avvilite tanto malamente gli amanti,
la forza gli manca, per cui la rabbia vi sommerge.


Ancora vi dico che le cattive abitudini
dovrebbe abbandonare in quel medesimo giorno
il cavaliere, dacché una dama d’alto lignaggio
bella e virtuosa deve averlo in suo potere;
ché nel suo castello avrebbero servito con generosità
anche in sua assenza; ciascuno vuole la sua parte,
poiché egli è tanto debole
che al momento del maggior bisogno, le forze gli mancherebbero.


Donna, io possiedo forza e ardimento,
ma non contro di voi, che vincerei giacendo,
perché fui folle quando mi misi in tenzone con voi,
ma voglio che mi vinciate, come che sia.


Lanfranco, vi giurai e assicurai
che mi sento tanto coraggio e ardimento,
che con la stessa sottigliezza con cui la donna si difende
mi difenderei contro il più ardito che ci sia.