Guerra e servizi digitali: un’alleanza maschile pericolosa
Umberto Varischio
26 Marzo 2026
Le conseguenze negative del ricorso massiccio a servizi digitali non sono solo le difficoltà, talvolta insormontabili per alcune categorie di persone, nell’utilizzo di questi servizi ma sono molto più profonde e pericolose.
All’inizio di marzo 2026 tre data center di Amazon Web Services (AWS), situati tra gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, sono stati colpiti durante gli attacchi iraniani in risposta alle operazioni militari statunitensi e israeliane. Problemi di alimentazione, interruzioni di connettività, infrastrutture danneggiate: per la prima volta nella storia, un’azione di guerra ha preso di mira fisicamente i server di una grande azienda tecnologica. Non è un episodio marginale ma un evento che svela il ruolo di quell’area anche nella rete digitale mondiale.
Il Medio Oriente ospita circa 350 data center, una concentrazione cresciuta enormemente negli ultimi anni. Amazon, Google, Microsoft hanno investito massicciamente in quell’area, attratte dalle economie del Golfo, dalle rotte commerciali strategiche e dall’ambizione di fare di quella regione uno dei fulcri mondiali per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Grandi quantità di energia disponibile, costi contenuti, manodopera migrante da impiegare nei microtask: tutto questo offre condizioni ideali per i giganteschi algoritmi che alimentano l’IA generativa.
Ma quella stessa area è anche un centro militare cruciale per gli Stati Uniti. Ed è qui che sta il nodo del problema: le infrastrutture che reggono la nostra economia digitale e quelle che permettono di condurre operazioni militari coincidono sempre più. I data center che ospitano WhatsApp o Google Maps sono gli stessi che supportano droni, sistemi d’arma autonomi e sorveglianza di massa.
Non è una novità assoluta: AWS, Microsoft e Starlink hanno già giocato un ruolo determinante nel conflitto in Ucraina, e molte delle operazioni militari israeliane in Palestina si fondano su algoritmi sviluppati con infrastrutture Big Tech (le grandi aziende tecnologiche). La novità è che ora queste aziende private sono diventate esplicitamente obiettivi di guerra. Il complesso militare digitale è allo scoperto.
C’è un paradosso che questa vicenda mette in chiaro: noi tendiamo a immaginare internet come qualcosa di immateriale, diffuso, decentralizzato per natura. Ma la realtà è diversa: la rete è fisicamente vulnerabile, perché si concentra nelle mani di pochissimi attori privati, i quali localizzano le infrastrutture seguendo logiche geopolitiche e militari. L’intelligenza artificiale che usiamo ogni giorno poggia su un sottostante fisico enorme: edifici, cavi, server, energia, acqua. E questi edifici si trovano in luoghi scelti anche per ragioni strategiche.
L’“imperialismo digitale”1 è un fenomeno in cui le multinazionali del digitale (di USA e Cina) dominano mercati e dati globali, creando squilibri economici, sociali e geopolitici. Questo modello, basato sul controllo delle piattaforme e dell’IA, integra le piattaforme digitali con il potere militare (complesso militare-digitale), trasformando la tecnologia in uno strumento di egemonia e guerra. Poche piattaforme multinazionali controllano le infrastrutture, i dati e le informazioni, influenzando lo spazio economico.
Il caso Anthropic ha aggiunto un ulteriore livello di complessità al quadro. L’azienda guidata da Dario Amodei ha dichiarato di aver resistito alle pressioni del Pentagono, che voleva accesso illimitato ai suoi sistemi di IA per usi militari. Il risultato? L’emarginazione da parte del Dipartimento della Difesa USA e la sostituzione immediata con OpenAI, pronta a raccogliere gli appalti lasciati liberi. La vicenda insegna tre cose: primo, in tempo di guerra, il Pentagono ha il coltello dalla parte del manico. Secondo, la competizione tra grandi colossi tecnologici non lascia spazio a posizioni di principio: chi pone problemi etici, anche solo formali per ragioni di immagine esterna, viene rimpiazzato in poche ore. Terzo, le politiche etiche delle aziende tecnologiche sono spesso molto meno solide di quanto dichiarato: infatti, un’analisi delle policy reali di Anthropic mostra che molti dei vincoli più significativi all’utilizzo dell’IA per scopi militari e di controllo sociale erano già stati rimossi prima dello scontro con il Pentagono.
Quello che emerge, in definitiva, è il ritratto di un’alleanza pericolosa: da un lato gli Stati, soprattutto USA e Cina (con Tencent e Huawei), sempre più dipendenti dalle infrastrutture e dalle competenze di un pugno di aziende private; dall’altro le Big Tech, che trovano negli appalti militari una fonte di profitto stabile e una protezione politica contro tasse più alte o regolamentazioni avverse. Una simbiosi che orienta la traiettoria dell’innovazione verso la morte, la distruzione e la sorveglianza e che crea forti incentivi affinché i conflitti si moltiplichino.
Ma, come ci ricorda Laura Colombo2, l’IA e le tecnologie digitali non sono meri strumenti e soprattutto non sono neutri.
Bisogna, infatti, porre particolare attenzione all’evidenza che i proprietari delle grandi piattaforme digitali che permettono ai servizi digitali di essere erogati sono tutti maschi, di età varia ma legati, oltre che dalla smania di profitto, da atteggiamenti maschilisti e misogini. Oltre che da una solidarietà intrinseca che Ida Dominijanni3 ha nominato “fratriarcato”, una “broligarchia” (brothers + oligarchia) dove i “maschi bianchi arrabbiati” descritti da Michael Kimmel4 trovano rifugio e che si può individuare soprattutto nel settore tecnologico, nelle figure come Elon Musk e Mark Zuckerberg che stanno costruendo nuovi modelli basati su una “mascolinità nostalgica” che cerca di riaffermare il controllo sulle donne.
Un caso emblematico di questa mentalità è Peter Thiel, fondatore di Palantir Technologies, un’azienda statunitense specializzata nell’analisi dei big data e quindi della sorveglianza sociale, presente nei giorni scorsi in Italia per delle conferenze riservate su invito e ossessionato tanto dal femminismo quanto dalla venuta dell’Anticristo, inteso come chiunque si opponga allo “sviluppo” (o meglio agli affari e ai profitti di Thiel stesso), per lui personificato, guarda caso, da una giovane donna: Greta Thunberg.
1 Dario Guarascio, Imperialismo Digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026
2 https://puntodivista.libreriadelledonne.it/non-e-uno-strumento/
4Michael Kimmel, Angry White Men: American Masculinity at the End of an Era, Nation Books, 2013.
(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)