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In Cisgiordania i coloni israeliani sottopongono donne, uomini e bambini palestinesi a violenze sessuali e ad altre forme di abuso basate sul genere con l’obiettivo di allontanarli dalle loro terre. È quanto emerge da un rapporto del West Bank Protection Consortium guidato dal Norwegian refugee council che denuncia come molestie, aggressioni e umiliazioni sessualizzate siano tollerate dalle forze israeliane presenti sul terreno in un clima di impunità che favorisce ulteriori abusi. Nell’audio che avete ascoltato un giovane palestinese intervistato dalla CNN racconta l’umiliazione subita dai coloni che dopo averlo spogliato gli hanno legato i genitali con delle fascette e lo hanno mostrato ai suoi familiari. Ma ad essere prese di mira come conferma il rapporto sono soprattutto le donne e le ragazze. Ne parliamo con Cecilia Dalla Negra giornalista e autrice di “Questa terra è donna, movimenti femminili e femministi palestinesi” pubblicato da Astarte.

Il Norwegian Refugee Council è un’organizzazione umanitaria internazionale che da oltre 75 anni sostiene le popolazioni costrette alla fuga o forzatamente espulse in contesti di conflitto che ha appena pubblicato questo report in cui attraverso numerosissime interviste e focus group realizzati nella Valle del Giordano nell’area centrale della Cisdordania e nelle colline a sud di Ebron, dunque in area C, l’area interamente sottoposta controllo amministrativo e militare israeliano che rivelano un uso sistematico di violenza di genere, violenza sessuale, abusi e minacce rivolte in particolare contro donne e minori e commesse dai coloni israeliani nella totale impunità.

Il rapporto prende in esame il periodo conseguente di ottobre del 2023 e configura queste violenze come una vera e propria strategia volta a terrorizzare la popolazione palestinese in qualche modo costringerla alla fuga dai propri villaggi. Entriamo un po’ nel dettaglio del rapporto e di cosa racconta, quali violenze documenta e con quali conseguenze per i palestinesi e le palestinesi.

Il rapporto ci dice qualcosa che in realtà la popolazione palestinese denuncia da sempre, in particolare ciò che rileva è che il 70% delle persone intervistate considera queste violenze o minacce di violenze di genere sessuali come un displacement driver, vale a dire la ragione principale per abbandonare case e villaggi.

Ci dice che queste violenze si inseriscono evidentemente in un contesto di sistemica violazione e abuso coloniale esteso che però è enormemente aumentata dopo l’ottobre del 2023, basti pensare che si registrano nella sola Cisgiordania occupata oltre 1800 episodi di violenze e si stima che adesso ci siano oltre 50.000 persone a rischio. E infine ci dice che violenza di genere e violenza sessuale sono pattern, cioè un comportamento ripetuto nel tempo che irrompe anche negli spazi domestici e privati, dunque con irruzioni dentro le case, dentro le camere da letto, negli spazi più intimi in cui le donne abitano con delle conseguenze gravissime sia a livello evidentemente fisico e psicologico immediato ma anche in seguito allo sfollamento forzato, se pensiamo che la maggior parte dei minori e delle minori che poi si ritrovano in uno stato appunto di sfollamento non hanno poi accesso o continuità allo studio e che per le donne c’è una gravissima conseguenza di perdita dell’indipendenza economica e del lavoro. La violenza sessuale non è una novità nei contesti di guerra, in questo caso però non è un effetto collaterale del conflitto ma fa parte di una strategia che punta ad allontanare i palestinesi dalle loro terre.

Possiamo parlare di un trasferimento forzato?

Possiamo decisamente parlare di un trasferimento forzato che, è utile ricordarlo, rappresenta un crimine di guerra secondo la Convenzione di Ginevra e per il diritto internazionale umanitario. Purtroppo l’uso della violenza sessuale di genere in Palestina ad opera della potenza coloniale israeliana che si tratti dell’esercito, dunque delle forze armate regolari, o della popolazione di coloni è tutto fuorché una novità e, come ampiamente dimostrato, è stata utilizzata già nel 1948 durante la Nakba, la catastrofe palestinese, proprio per terrorizzare la popolazione e spingerla a lasciare le proprie terre. All’epoca furono centinaia di migliaia le persone costrette ad abbandonare città e villaggi e sono numerosissimi i casi di violenza sessuale che sono stati testimoniati.

È stata usata sistematicamente anche come forma di deterrenza alla partecipazione politica delle donne nel corso dei decenni, se pensiamo all’utilizzo che viene fatto dello stupro all’interno delle carceri come ampiamente denunciato dalle prigioniere, dalle detenute politiche palestinesi, purtroppo è utilizzata ancora oggi, quindi sono tutte strategie volte evidentemente a tormentare la popolazione e fare in modo che abbandoni la propria terra.

Anche se non sono le uniche, come ci dice il rapporto, le donne palestinesi sono le principali vittime di violenze e abusi sessuali e tu ti sei occupata in particolare proprio della loro condizione sotto l’occupazione israeliana. Al di là degli abusi sessuali, in quale modo specifico l’occupazione agisce sulle donne palestinesi?

Da un punto di vista materiale, agisce in una fittissima rete di checkpoint che costellano tutto il territorio della Palestina occupata e ai controlli corporali e violenti a cui le donne sono sottoposte nell’attraversamento di queste frontiere di fatto.

Pensiamo alle limitazioni alla libertà di movimento, di studio, all’accesso alle cure, al lavoro, anche alla stessa organizzazione politica a cui vengono sottoposte evidentemente queste frontiere coloniali, hanno sui corpi femminili un peso diverso rispetto a quello che hanno sui corpi maschili sebbene l’intera popolazione palestinese sia sottoposta a un regime di violenza sistemica ed estesa. Le condizioni di militarizzazione e di violenza a cui assistiamo in Cisgiordania, nella striscia di Gaza non ne parliamo, non sono certo favorevoli evidentemente per la libertà e l’autodeterminazione delle donne, ma c’è anche un aspetto simbolico da tenere in considerazione, che riguarda il controllo dei corpi femminili palestinesi necessario alla potenza coloniale per esercitare il suo dominio: è centrale la loro capacità generativa di riproduzione della popolazione della Palestina stessa, della capacità di resistenza, e dunque sono corpi che da sempre rappresentano una minaccia demografica che Israele tende a voler controllare nel suo progetto di colonialismo di insediamento che, quindi, ha come obiettivo la permanenza e lo sterminio della popolazione indigena. Dominio coloniale e patriarcato sono sistemi di oppressione interconnessi come stai dicendo, si intrecciano.

Che ruolo hanno avuto e hanno le donne nella lunga storia di resistenza palestinese?

Hanno avuto un ruolo assolutamente centrale, in primis nel rendere evidente questa interconnessione esistente tra esercizio del potere coloniale e sistema patriarcale perché il primo evidentemente sfrutta, nutre e rinforza le gerarchie di genere esistenti all’interno della società per poterla meglio controllare. Questo è vero storicamente in tutti i contesti coloniali e lo è anche nella storia del colonialismo israeliano. E poi le donne hanno avuto un ruolo assolutamente di primo piano nella resistenza a cui, anche se qui insomma se ne sa molto poco, hanno in realtà preso parte sin dall’inizio del novecento e poi lungo tutto il corso della storia palestinese e hanno avuto un ruolo di primo piano anche nella risignificazione di questa violenza subita. Se pensiamo ad esempio alle denunce che a un certo punto le prigioniere palestinesi, rinchiuse nelle carceri coloniali, iniziano a fare tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, denunciando apertamente gli stupri e le violenze subite nelle carceri e quindi riappropriandosi anche di quell’onore che la potenza coloniale voleva togliere loro e, come direbbe oggi Giselle Pellicot, “la vergogna doveva cambiare lato”, che loro avevano tutto il diritto a far parte della resistenza volta alla liberazione nazionale, nonostante appunto contro di loro siano state utilizzate forme di tortura sessuale.

(Il Mondo, podcast di Internazionale, 22 aprile 2026)