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Nella sua relazione introduttiva all’incontro di VD3 «La differenza sessuale alla prova del presente», Stefania Ferrando, riferendosi alle riflessioni di Hannah Arendt sui “tesori perduti” delle rivoluzioni moderne, scrive che oggi la prova per la rivoluzione femminista è non perdere i nomi che ci consentono di dire l’esperienza e la libertà, le trasformazioni di sé e del mondo.

Questi nomi, mi è venuto da pensare, non li abbiamo perduti, continuano a circolare tra noi e nel mondo, anche se oscurati e minacciati dall’avanzata del nuovo neutro di cui parlano Zamboni e Sattler. Si tratta semmai di rilanciarli mettendoli così alla prova del presente. Il primo nome che mi viene in mente e che per me è alla radice del pensiero della differenza sessuale è “genealogie femminili”; un nome potente che sta nell’esperienza di tutte, anche delle non femministe. Penso alla mia mamma che quando era incinta di me sognava e desiderava mettere al mondo una bimba perché – diceva – le figlie sono sempre vicine alle madri. Mia mamma era una donna semplice, aveva fatto la terza elementare eppure quella cosa che noi chiamiamo il continuum materno lei la sentiva. Dentro di sé, come figlia di sua madre, mia nonna, e come madre della figlia che ha poi felicemente partorito. In questo momento io e alcune amiche pisane stiamo lavorando sui testi de «La carta coperta» e tra noi c’è una ragazza giovanissima (22 anni), molto intelligente, militante di Potere al popolo e consigliera comunale a Livorno. Una ragazza impegnata nel sociale, nell’oggettivo economico. Un pomeriggio io e lei ci siamo incontrate e abbiamo parlato a lungo di femminismo e di pratica dell’inconscio, del partire da sé, della disparità tra donne e della pratica dell’affidamento, di autorità femminile, in uno scambio che teneva conto delle nostre diverse età ed esperienze. Ed era straordinario come quei nomi della rivoluzione femminista la toccassero profondamente come qualcosa in cui riconosceva se stessa. «Il sentire, la sensibilità, la sessualità, l’esperienza», diceva, «sono fuori dalla politica che io e altre ragazze facciamo, ma dobbiamo riprendercele, farle agire».

Il nostro “tesoro” – mi dico – non andrà perduto fintanto che ci saranno ragazze disposte a riceverlo in nome delle genealogie femminili, ossia di una tradizione che riconosce nella relazione madre-figlia la matrice di un nuovo tessuto sociale e di un nuovo ordine simbolico. Certo, dipende da noi, dal nostro desiderio, dalla nostra pazienza, dalla nostra generosità, dal nostro coraggio. La mia relazione con questa ragazza che ha un nome bellissimo, Aurora, e la relazione con le altre amiche con cui leggiamo «La carta coperta», e le relazioni che a partire da questo primo piccolo gruppo costruiremo è un gesto politico che intende opporsi all’avanzata del nuovo neutro, alle ossessioni identitarie anche femminili (le vere donne, le vere madri, le vere lesbiche, le vere femministe ecc.), e rimettere in gioco nella pratica e nel pensiero il senso libero della differenza sessuale. Ossia un movimento che tenga insieme la trasformazione di sé e del mondo che è l’eredità luminosa e ancora operante seppur tra mille ostacoli, del femminismo degli anni Settanta.