Francesca Arnaboldi, donna, socialista e sindaca che combatteva contro le mafie
Nando Dalla Chiesa
12 Gennaio 2026

Questo è l’elogio incondizionato di una sindaca socialista. Una razza politica scomparsa, di cui lei è stata rappresentazione esemplare. Si chiamava Francesca Arnaboldi [deceduta il 3 gennaio 2026, Ndr]. Insegnante, originaria della civiltà delle cascine lombarde, giunse a Buccinasco quando ancora era un paese di poche migliaia di abitanti alle porte di Milano. Fece politica da giovane con il Partito Socialista con cui venne eletta sindaca nel 1983. Allora i sindaci donne erano quasi anomalie. In quel ruolo fece molte cose buone, perché infine il riformismo non è sempre stata una parola vuota. I famosi orti di Buccinasco, l’integrazione dei nomadi, una biblioteca d’avanguardia, l’attenzione agli anziani, uno sviluppo armonico del territorio in un comune che cresceva vorticosamente. Villette, case popolari, servizi sociali, verde. E tuttavia io non la conobbi in quegli anni per le cose buone che stava facendo. Ma perché un giorno – era la seconda metà degli anni ’80 – mi chiamò lei, chiedendomi di andare a Buccinasco. Parlammo a tu per tu in piedi, se ricordo bene. Ricordo con certezza una signora di cui mi colpirono l’eleganza dei modi e la cultura politica. Venne quasi subito al dunque. A Buccinasco succedono cose strane, che non mi piacciono, disse. In paese c’è la mafia ed è anche influente. Qui hanno paura. Devo essere sincero: restai un po’ perplesso. Ero stato da poco travolto dai delitti eccellenti palermitani, dalla mafia che da Palermo andava all’assalto dello Stato. E ora questa donna mi parlava di mafia accanto a Milano, città che giudicavo il mio rifugio, ancora abissalmente lontano da certi scenari. Anzi, proprio a Buccinasco ero stato invitato per cerimonie o dibattiti pubblicamente promossi per ricordare mio padre. Certo, anche io denunciavo allora una presenza dei clan nella vita milanese. Ma erano quelli siciliani. Lei parlava dei calabresi, e non come degli infiltrati, ma proprio come se le contendessero la guida del paese. Me ne andai temendo di non avere capito bene, e anche il sospetto che la sindaca avesse esagerato per poca conoscenza delle cose. Invece le cose le conosceva benissimo. E me le insegnò. A Buccinasco dagli anni ’70 si erano insediati i clan di Platì, tanto da fare ribattezzare in pochi anni il comune “la Platì del Nord”. Papalia, Barbaro, Sergi, ecc: tutti cognomi che si sarebbero sposati a un’epoca in cui quei comuni dell’hinterland sud milanese sarebbero stati teatro di sequestri di persona e di narcotraffico galoppante, e anche di un po’ di omicidi. I clan di Platì volevano prendere le redini dell’economia locale partendo dall’edilizia. Lei si opponeva, senza proclami e senza scorte. Finché un giorno uno dei Papalia (sic!) le annunciò in pubblico che non aveva più la maggioranza in consiglio comunale. Fu così. Poche sere dopo il consiglio votò contro di lei e per il piano regolatore di Papalia. Dovette dare le dimissioni. Continuò a partecipare alla vita di Buccinasco dando una mano dall’esterno a chi – di volta in volta – volesse portare un po’ d’aria nuova contro l’egemonia dei “calabresi” che subirono i primi colpi giudiziari agli inizi del decennio successivo. Insomma, Francesca Arnaboldi non fece finta di non vedere, non chiese «Ma che cosa posso fare, mica sono un poliziotto», non cercò un punto di compromesso, non andò a pranzo né incontrò per interposta persona. Cercò anzi di far sapere agli increduli. E mi domando che cosa sarebbe mai oggi la Lombardia se tutti i sindaci susseguitisi nei decenni avessero fatto come lei. Purtroppo così non è stato. Peccato, davvero peccato che il saluto che il Comune le ha tributato non faccia cenno di tutto questo, di ciò che l’ha resa fulgidamente diversa nella storia del Nord così bisognoso di difensori e così facilmente colonizzato. Sia reso onore invece – proprio per questo – a Francesca Arnaboldi, la sindaca socialista del tempo che fu.
(Il Fatto Quotidiano, 12 gennaio 2026)