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Nell’incontro della redazione allargata di VD3 la scorsa domenica 13 novembre 2016, Lia Cigarini ricordava come oggi la soggettività femminile sia in gioco in tutti i campi. Nell’elaborazione del suo intervento, che si può leggere sul sito, fa molti esempi per chiarire questo punto e dice che “si tratta in fondo di essere riuscite in parte a realizzare i nostri desideri non senza sofferenza e contraddizione”.

Molte delle presenti hanno ripreso il suo entusiasmo che a me invece appariva trionfalismo, percependo in quelle parole distanza dalla mia esperienza e un senso di straniamento.

Dopo aver lavorato per anni in una multinazionale dell’informatica e nei reparti Information Technology di diverse aziende, sono arrivata alla Divisione informatica di una grande Università milanese. Molte cose possono succedere se stai dove stai senza cedere alle logiche di competizione per il primato, spesso fatte di strenuo impegno per dimostrare l’errore altrui. Molto può cambiare se credi che il senso di ciò che fai determina il (tuo) modo di lavorare, e se credi che il tuo modo di lavorare, che si basa sulla priorità di relazioni femminili e sull’allargamento della responsabilità, restituisce al lavoro un senso più ampio rispetto a carriera e profitto. Le femministe, e io con loro, vedrebbero qui all’opera le pratiche politiche della differenza, la relazione, il partire da sé, l’impegno nel “dare un senso libero alla differenza sessuale” (Luisa Muraro). C’è tuttavia uno scoglio che non si riesce a superare. Non si tratta del famoso tetto di cristallo, della soglia invalicabile di un potere cui le donne non avrebbero accesso. Non più, per quello che posso vedere io. Al tavolo dei dirigenti (il maschile non è un caso) sono molte le donne sedute e nel CDA non manca la componente femminile. Che ci siano donne ai livelli più alti dell’amministrazione e nelle stanze decisionali non è garanzia di un radicale cambiamento. Quello che si perde lì dove si decide è proprio “il senso libero della differenza”, essendo apparentemente inscalfibili le logiche di potere che governano quei luoghi. Per esempio: nel luogo in cui si decide chi paga l’Università – oggi che lo Stato c’è sempre meno – si decide il destino della ricerca pura e delle facoltà meno legate al mercato. Quali sono i criteri che guidano, se non il profitto? Ancora: dopo anni di stipendi bloccati, nell’Università dove lavoro le poche risorse disponibili sono state distribuite applicando una meritocrazia bislacca, che ha scontentato tutti. Mia nonna, col suo spiccato senso della giustizia (e il suo buon senso), avrebbe fatto meglio del lungo tavolo dei dirigenti. Tornando al femminismo mi domando: è un difetto di pratiche, una lacuna di pensiero là dove è in gioco il potere? Di certo c’è da parlarne e lo stiamo già facendo. Coglie bene il nocciolo della questione Giordana Masotto quando, pur condividendo i dati della presenza attiva delle donne nel mondo sottolinea che “molto meno diffusa è la consapevolezza che tutto il mondo si debba trasformare perché le donne ci siano”. In altri termini, non si tratta di garantire delle quote ma di mettere in discussione alla radice l’assetto politico e sociale del nostro presente. La mossa di vedere un femminismo diffuso è buona e può dare fiducia, può farci immaginare una politica delle donne praticabile ovunque. Non può tuttavia mettere ombra sugli scacchi e le contraddizioni vive, sul senso di impotenza e sulla rabbia che a volte sentiamo, sulla percezione che l’analisi politica sia frutto più della capitalizzazione dei risultati di una vita che di uno stretto corpo a corpo con la realtà. Come trovare il modo di rendere politica rabbia e impotenza senza finire in puro antagonismo o depressione è l’ardua prova del nostro femminismo.