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da il manifesto

Un altro decreto spot approvato con il giubilo della destra e, per una volta, anche dal centrosinistra, seppure con toni diversi. Il Senato ieri ha votato all’unanimità il dl Femminicidio (che prevede l’ergastolo per chi uccide una donna), adesso il testo dovrà passare all’altro ramo del parlamento per l’approvazione definitiva.

Ma tanto basta alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per dichiarare «particolare soddisfazione» per il via libera: «L’Italia è tra le prime nazioni a percorrere questa strada, siamo convinti possa contribuire a combattere una piaga intollerabile». Anche se a ben guardare non si tratta di un vero primato: diversi paesi del Sudamerica hanno una legislazione simile da tempo ma non ci sono stati effetti sulla deterrenza. Segue a ruota nell’esultanza Ignazio La Russa che parla di «risultato di grande valore che dimostra come su temi fondamentali le istituzioni sappiano andare oltre l’appartenenza politica».

Il testo approvato ieri è effettivamente il prodotto di una mediazione tra i gruppi in commissione. La bozza circolata a marzo, sulla scorta di presunte emergenze introdotte dalla cronaca, era stata ritenuta da diversi giuristi molto fumosa e problematica ed è stata quindi modificata nella parte iniziale, resa più stringente nell’indicare la fattispecie di reato. È stato quindi introdotto un passaggio sul rifiuto da parte della donna (o chi si sente tale) a «stabilire o mantenere una relazione affettiva» o a voler «subire una condizione di soggezione o comunque una limitazione delle sue libertà individuali». L’articolo 577 bis da introdurre nel Codice penale, così come da formulazione, punisce con la massima pena chiunque provochi la morte di una donna, attraverso «atti di discriminazione o di odio verso la vittima in quanto donna, ovvero qualora il fatto di reato sia volto a reprimere l’esercizio dei diritti, delle libertà ovvero della personalità della donna».

Previste anche aggravanti per i maltrattamenti in famiglia, le lesioni e lo stalking e uno stanziamento di 10 milioni di euro per gli orfani di femminicidio. «Auspico che ci sia una corretta e rigorosa applicazione delle nuove misure», ha commentato la leghista Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia, probabilmente per mestiere (è avvocata anche in casi di stupro) più consapevole dei colleghi del reale portato della legge, al di là dei proclami del governo.

A maggio scorso ben ottanta giuriste italiane avevano consegnato un appello al governo che smontava l’impostazione del dl, anche perché il codice penale in uso prevede già aggravanti per i delitti di genere, come dimostrano anche i casi di Filippo Turetta e Alessandro Impagniatiello, entrambi condannati all’ergastolo per l’assassinio di Giulia Cecchettin e Giulia Tramontano. «È un femminismo punitivo – aveva spiegato allora al manifesto Valeria Torre, docente di diritto penale all’Università di Foggia – non si può pensare che il diritto penale contrasti una cultura che è legittimata in quasi tutte le relazioni uomo-donna in una società basata sulla disuguaglianza di genere».

Anche l’Associazione nazionale magistrati aveva sottolineato le difficoltà insite nell’ «indeterminatezza del reato», mentre i centri antiviolenza manifestano preoccupazione sulle possibili conseguenze, per le vittime, di una cattiva interpretazione della legge da parte di operatori della giustizia non adeguatamente formati. «Non ci aspettiamo un calo dei femminicidi, perché – avevano dichiarato dalla rete Dire – non è con pene più severe che si afferma il diritto delle donne di vivere libera dalla violenza, cambiare rotta significa riconoscere investimenti economici adeguati a cambiare la cultura di un paese».

Il voto favorevole dell’opposizione non è esente da critiche: Pd, Avs e M5s hanno denunciato l’assenza di investimenti sulla prevenzione e la diffidenza del governo verso forme di educazione affettiva e sessuale. «Il confronto vero ha dato dei risultati – ha commentato la segretaria del Pd Elly Schlein, che qualche mese fa aveva lanciato un appello a Meloni per collaborare su questo aspetto – ora però bisogna rilanciare, perché l’introduzione del reato non sarà sufficiente ad affrontare il fenomeno, la repressione non basta, serve la prevenzione»