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Come possiamo sperare di abitare ecologicamente il mondo se non prevalgono altri modi di considerare il nostro esserci di umani sulla Terra? Altri – intendo – rispetto a una concezione del mondo in cui l’uomo si è autoproclamato il centro e la natura è stata vista come materia da dominare e da sfruttare fin nelle sue viscere. Per di più, in concomitanza, nella cultura moderna, si è affermata la teoria dell’homo œconomicus, che si è pensato autosufficiente e libero di perseguire esclusivamente il suo interesse. E sappiamo bene quanti danni sta facendo uno sviluppo fine a se stesso, che risponde solo alle leggi del mercato.

Come ci ricorda Greta Thunberg, siamo sull’orlo di un precipizio e questa situazione chiede che si affermi un cambiamento che arrivi fin nell’interiorità di ogni essere umano.

Quella posizione arrogante e dominatrice è stata criticata da tempo nella ricerca femminista. Ma non c’è stata solo la critica. E qui riprendo una questione già introdotta da Valeria Spirolazzi: altri modi di intendere l’essere umano sono già venuti al mondo con le pensatrici della differenza. Luisa Muraro, nei lontani anni ’90 del secolo scorso, con l’ordine simbolico della madre, ha mostrato che all’origine non c’è un identico a sé, bensì una relazione. Siamo al mondo perché qualcuna ci ha messo al mondo. Non siamo autosufficienti ma presi fin dall’inizio in una trama di relazioni e bisognosi di aria per respirare. Siamo parte della natura e non un soggetto esterno ad essa, come ha preteso di essere il soggetto universale maschile. Io ricordo bene quanto è stato fondamentale per me leggere quel libro di Luisa Muraro e prendere coscienza di questa verità sempre occultata. Sono cambiata interiormente, e di conseguenza è cambiato il mio modo di pensare e di agire. È una presa di coscienza che orienta tutto il resto.

Proprio a partire da quest’altra idea dello stare al mondo, Ina Praetorius ha sviluppato un pensiero originale, che oggi è tutto da riprendere e da rilanciare per la sua grande attualità. Voglio citare per intero il passo che ci ha ispirate per l’invito a questo incontro: «In effetti sviluppi come il cambiamento globale del clima dimostrano una cosa: tutti e tutte dipendono da ciò che non possono produrre di propria iniziativa: dall’aria, dall’acqua, dalla terra, dal fuoco, da animali e piante, da tradizioni e dal tessuto relazionale umano. I cambiamenti ecologici ci fanno presente che le idee che riguardano l’uomo libero sono un fantasma che alla fine si rivolge contro tutti quanti, anche a dispetto del progresso.» (La vita alla radice dell’economia)

Altra questione: una scelta radicale. Ci ha posto di recente davanti a questa opzione Vandana Shiva, la grande ecologa indiana, punto di riferimento di tutti i movimenti. Invitata in Italia e venuta a conoscenza dello sfratto per la Casa internazionale delle donne di Roma, ha scritto una lettera aperta a Virginia Raggi. La cosa è notevole perché è una lettera indirizzata alla politica. È rivolta alla sindaca di Roma ma in realtà pone a donne e uomini la questione di fare una scelta radicale di fronte ai cambiamenti climatici. Prospetta la scelta possibile chiedendo alla Raggi di non chiudere la Casa internazionale delle donne, anzi di ampliare il suo ruolo perché – dice – dovrebbe diventare l’università del futuro.

Il suo ragionamento parte dalla critica al dominio del capitalismo patriarcale e al paradigma agricolo e industriale di tipo estrattivo che ha portato il nostro pianeta sull’orlo del collasso. Siamo al culmine dell’ascesa e dell’avidità sfrenata dell’1% e, secondo lei, per il cambiamento oggi torna prezioso ciò che nella storia è stato considerato “irrilevante”: il lavoro quotidiano delle donne legato alla vita e il sapere che ne deriva. Sono il sapere dell’esperienza e le capacità delle donne ciò di cui avremo sempre più bisogno in futuro. Su questo è categorica. Infatti dice: «O sarà permesso alle donne di mostrare la via o non avremo nessun futuro».