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Affermare che è il momento, per le donne, di farsi avanti, di entrare ‘di peso’ in tutte le questioni che riguardano il vivere e la società può sembrare un azzardo, specie nei tempi difficili che ci impone la pandemia. Eppure ogni giorno noto avvenimenti dove mi sembra che questa direzione sia già tracciata e in parte operante. Sempre più donne, spesso giovani donne, occupano posizioni di grande rilievo e di potere nelle istituzioni pubbliche e private, nella produzione di beni e servizi, nella ricerca medica, quella tecnologica e nei media. Possono davvero influire su come orientare il futuro.

Questa avanzata delle donne così significativa non dovrebbe sorprendere più di tanto. È il risultato di ciò che il movimento femminista ha avviato a partire dagli anni ’70: una presa di coscienza femminile che ha portato sia a nuovi comportamenti nel rapporto uomo-donna, sia a importanti leggi volte non tanto a dare diritti, ma a togliere pesanti divieti patriarcali (il divieto di controllare le gravidanze con gli anticoncezionali o di rifiutare una maternità indesiderata, il potere indiscusso del pater familias, l’impossibilità di sciogliere il legame matrimoniale, l’adulterio considerato reato solo per le donne, l’omicidio e la violenza verso donne legalizzati… e altro ancora).

Questo ha portato le giovani di allora a volere l’autonomia economica – da qui l’entrata massiccia nel mondo del lavoro – e a desiderare di dire la propria sui destini della società.

Un fatto così eclatante poteva forse non riverberarsi sulle figlie che, oltre alla grande relativizzazione dell’autoritarismo paterno, hanno trovato davanti a sé esempi di madri che hanno affermato l’indipendenza e si sono poste verso il femminile in maniera valorizzante (a fronte di una lunga storia dove il più delle volte tra madre e figlia c’era svalorizzazione e conflitto)?

Ecco, io penso che oggi siamo a questo punto, con una presenza femminile – di giovani e meno giovani – fortemente determinate a non accettare più di essere invisibili o assenti nella dimensione sociale/extra familiare. In tutto ciò favorite, le più giovani, anche dall’alta scolarizzazione e dai risultati brillanti, più brillanti di quelli dei maschi. Perché le donne sanno – consapevolmente o meno – che lo studio/la conoscenza è una potente arma di riscatto. Non a caso tanto è stato fatto e ancora si fa nel mondo per vietare alle donne di andare a scuola!

Si pone però una questione: cosa portiamo nella società? Emerge un punto di vista femminile di fronte ai drammatici problemi che il presente ci consegna (disuguaglianze mondiali, guerre, crisi climatica, ecc.)?

Qui il mio ottimismo rischia di farsi più incerto, forse perché la cronaca, specie quella che ci mostra il modo di procedere delle donne impegnate nella politica istituzionale, ci offre uno spettacolo desolante di battaglie per essere ‘in quota’, di incapacità a mettersi insieme per contare, di scarso o nullo riferimento ai contenuti che il movimento femminista ha finora elaborato.

Tuttavia, nonostante questo sentimento un po’ debilitante, come dicevo ritengo che oggi sia proprio il momento di farsi avanti e far valere quel patrimonio di conoscenze che abbiamo accumulato e che ogni giorno arricchiamo attraverso la nostra esperienza e il confronto tra donne.

Ci sono due questioni – tra le tante sulle quali abbiamo cose molto importanti da dire e da realizzare – che desidero qui sottolineare. Una riguarda il lavoro, l’altra il concetto/l’idea di parità.

Per quanto riguarda il lavoro, se per qualche aspetto la pandemia fa temere trappole e pericolosi arretramenti per le donne, per altri si sta rivelando come un momento politico molto interessante. Mai come ora si è parlato di lavori indispensabili che le donne svolgono: nella sanità, nell’istruzione, nei servizi alla persona, nella distribuzione. Nello stesso tempo, il lavoro trasferito nelle case con lo smart working ha svelare l’intreccio che c’è tra lavoro per il mercato-retribuito, e lavoro domestico-familiare. E, cosa ancora più importante, ha mostrato l’imprescindibile funzione di ‘perno’ che le donne svolgono nel tenere insieme questi due mondi.

Proprio perché le due facce del lavoro – quello per il mercato e quello domestico-familiare, genericamente definito ‘di cura’ – e l’iniqua ripartizione tra uomini e donne sono diventati così evidenti, oggi si presenta l’occasione di mettere in discussione la storica divisione del lavoro su base sessuale.

Questa esperienza femminile del lavoro (esperienza del ‘dentro’ e del ‘fuori’ per usare un’espressione antica) non va vista come uno svantaggio, ma come la fonte di un punto di vista potente che rimette in ordine le cose. Per dirla con Ina Praetorius:“Ci consente di pensare all’economia in una prospettiva post-patriarcale, annullando la bipartizione tra sfere alte e basse, primarie e secondarie” (Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale, Quaderni di Via Dogana, Milano 2011).

Come sostenevamo già 10 anni fa nel Manifesto “Immagina che il lavoro” della Libreria delle donne, vogliamo/possiamo cambiare la definizione stessa di lavoro: lavoro non è solo quello per il mercato. Il lavoro è molto di più. È tutto il lavoro necessario per vivere.

Portare avanti questo concetto vuol dire sottolineare come il nesso vita-lavoro riguardi tutti, uomini e donne. Non si tratta di ‘conciliazione’, dove il soggetto implicito è sempre lei, la donna e il quadro di riferimento economico e organizzativo rimane immutato. La prospettiva è quella di un ’change’ profondo, è la chiamata in causa precisa e circostanziata degli uomini e del costrutto socio-economico pensato esclusivamente in chiave maschile.

Se il lavoro è una specie di cartina di tornasole dove il punto di vista femminile può emergere con grande nettezza e portare cambiamenti di grandi dimensioni, c’è una questione ancora in parte dominante oggi che invece porta confusione e rischia adi annullare proprio il punto di vista delle donne. È la questione della “parità di genere”. È Il mantra della parità, il linguaggio della parità.

Perché le donne, soprattutto quelle impegnate nella politica e nei media, ma anche in gran parte le giovani, inquadrano desideri, richieste, conquiste di libertà femminile come conquiste di parità? Perché resta fisso nella mente il punto di riferimento maschile come obiettivo da raggiungere? Dove va a finire l’irriducibile differenza di essere di sesso femminile e l’esperienza storica che non è solo di sottomissione, ma è anche sapere, conoscenza, appunto quel punto di vista che per secoli è stato assente o silenziato?

Mi sono data due spiegazioni che spesso interagiscono tra loro.

La prima è che si tratti di una povertà di linguaggio. A questo riguardo ho in mente soprattutto le giovani, la maggior parte ignare di ciò che il femminismo ha elaborato finora e sensibili al linguaggio sintetico-semplificato-sloganistico dei mass media. Il che non vuol dire, necessariamente, che aspirino ad essere come gli uomini/fare come gli uomini. In realtà il più delle volte vogliono realizzarsi, fare un lavoro che piace, costruire una vita armoniosa e non subire discriminazioni perché donne. In un certo senso, e lo dico con tenerezza, non hanno le parole per dirlo visto che nella pratica non sono affatto mimetiche e raramente hanno come ideale i coetanei maschi.

La seconda spiegazione, che attribuisco maggiormente alle donne impegnate nella politica e nei media, è che l’arroccamento intorno alla “parità di genere” in realtà vuol dire tacitare il conflitto tra i sessi, che invece c’è, e delegare alle leggi il compito del cambiamento. L’azione in questo caso si focalizza infatti prevalentemente su interventi normativi parificatori, cioè sul produrre leggi che eliminerebbero la distanza tra uomini e donne in termini di diritti. Rimuovendo nel medesimo tempo la differenza sessuale come se fosse un elemento ininfluente, marginale, privo di conseguenze.

Ci sarebbe piuttosto da chiedersi perché le norme a tutela delle donne, che in Italia non mancano  (dalla Costituzione, ai diritti civili, alle leggi di parità e pari opportunità) abbiano così poca efficacia, non vengono applicate e sono poco utilizzate dalle donne stesse.

Il fatto è, ed è noto, che le leggi non bastano e arrivano quasi sempre dopo, cioè ratificano qualcosa che già si sta installando nella società. In più, nel caso di noi donne, la legge fa i conti con un sedimentato materiale e culturale millenario rispetto al quale solo la presa di coscienza di che cosa significa e quali sono le conseguenze della gerarchia sessuale che si è imposta nel mondo  potrà davvero imprimere quel  cambiamento di libertà a cui le donne aspirano.

Resta aperta dunque la questione del “come” farsi avanti – in termini di pratica politica e di contenuti – rispetto alla quale penso che (anche) il femminismo storico abbia molto da dire a da far sapere.