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È un buon intento allargare, se non aprire, uno spazio di confronto tra il femminismo della differenza e quei femminismi che si riferiscono alla gender theory, andando oltre le contrapposizioni, che sono sempre sterili. Può essere l’occasione per approfondire le questioni e sulle divergenze praticare un conflitto costruttivo, un conflitto relazionale intendo.

Giorgia Baschirotto ha introdotto i termini “mutamento” e “ridefinizione” come punto di possibile “convergenza” fra le due teorie, e io sono d’accordo con lei. Per me prendere coscienza della differenza ha rappresentato un’apertura vitale e una nuova prospettiva a 360 gradi e da allora non si è mai fermata la voglia di capire, di sperimentare, di modificarsi e di modificare il mio rapporto con il mondo. 

Per prima cosa c’è da ricordare che la liberazione del desiderio femminile è partita dalla sessualità. Carla Lonzi è la prima pensatrice italiana della differenza ed è anche l’autrice del saggio La donna clitoridea e la donna vaginale, che ai tempi circolava molto nei gruppi di autocoscienza e che nella nostra Libreria non smette di essere richiesto dalle giovani donne. In quegli anni – eravamo giovani – c’è stata una grande sperimentazione nel campo della sessualità. Tanti matrimoni sono andati per aria, tante donne hanno di colpo cambiato orientamento sessuale. Ricordo che quando sono arrivata in Libreria, pur non venendo detto esplicitamente, era considerato un po’ démodé essere “ancora” eterosessuali!

Per tutta questa nostra storia che ha coinvolto profondamente anche la mia vita e quella di tante che conosco, trovo sia una forzatura, per non dire un grossolano errore politico, mettere il femminismo della differenza dalla parte della “normatività binaria eterosessuale”, o affibbiare l’etichetta di TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminist) a questa e a quella senza sapere nulla della vita e della storia politica della malcapitata femminista in questione. 

Non è certo la parola “queer” nel suo significato di eccentrico, di fuori dalla norma patriarcale, che per me fa problema. Il punto serio di contrasto con la politica gender è un altro: è il fatto che l’unico terreno politico è costituito dalle pratiche sessuali. La politica così lascia fuori troppe cose, diventa troppo “egoista”, e autocentrata, per l’esclusivo riconoscimento di sé. 

Nella Libreria delle donne di Milano, ai tempi, abbiamo pensato che l’orientamento sessuale, proprio perché mutevole nel corso del tempo, è un dato aleatorio e attiene a una sfera intima che è bene rimanga tale, in libertà, senza definizioni ed etichette. Il senso libero della differenza sessuale vuol dire anche questo. 

La scelta fatta tanti anni fa è stata quella di esibire sulla scena pubblica non le proprie pratiche sessuali, bensì la preferenza per una donna e non per un uomo, la relazione donna con donna.

È stata chiamata “omosessualità politica” per segnare la centralità del rapporto tra donne nella politica, lasciando poi a ognuna la libertà di seguire e/o sperimentare la propria sessualità, le proprie inclinazioni. Mi è sempre sembrata una buona sistemazione della faccenda. E lo penso tuttora. Devo però dire che a un certo punto è stata troppo trascurata la riflessione attorno alla sessualità. Andrebbe ripresa, anche raccontando di più le nostre storie, per togliere di mezzo tutta una serie di malintesi.

La liberazione del desiderio femminile, partendo dalla sessualità, in questi decenni ha messo in campo molto di più: il mondo, la trasformazione dell’intera civiltà di stampo patriarcale. Per me la differenza è stata generativa di iniziativa politica, di pensiero, di pratiche che hanno trasformato me e i luoghi in cui ero. È riduttivo rimanere solo sul terreno delle pratiche sessuali. Quello che mi piacerebbe scoprire è se c’è spazio per andare oltre. Se con le giovani femministe che si riferiscono al gender è possibile delineare altri terreni politici comuni.

L’altro punto che ci unisce e ci divide è l’enorme importanza politica che assume il linguaggio sia nel pensiero della differenza che nella gender theory.

Nella politica della differenza è stato ed è centrale per la sua capacità di allargare il dicibile, di esprimere l’esperienza femminile che prima era cancellata, di produrre una quantità imponente di risignificazioni in ogni campo del sapere. La politica del simbolico parte dai corpi viventi, dalle pratiche politiche che fanno già esistere altro.

C’è un in più di vita e di parola che va a vantaggio di tutte e di tutti. Anche rimanendo solo sul piano dell’uso grammaticale della lingua, aver introdotto termini come “avvocata” o “sindaca” porta il segno che qualcosa in più della realtà viene significato.

Il linguaggio è politico anche nella gender theory, che molto insiste sul suo potere performativo. Quello che non condivido nella sua attuazione nella politica gender è che invece di allargare le possibilità linguistiche, le toglie oppure va verso l’indifferenziato. Dal desiderio di usare un “linguaggio inclusivo” scaturiscono operazioni di segno opposto. Un esempio macroscopico è la messa al bando della parola “donna”. Così si toglie a metà dell’umanità la possibilità di rappresentarsi nel linguaggio e non mi si dica che “portatrice di utero” ha la stessa valenza simbolica. Così si rischia anche di compiere delle marcate ingiustizie, come ha messo in evidenza un’attivista afgana, Bina Shah, nel suo articolo “Salvateci dai talebani. Ma anche da Judith Butler”. 

Chiara Zamboni mi ha chiarito la materia del contendere in campo linguistico tra la politica del simbolico e la performatività di Butler. Dalle sue parole ho capito che queste astruserie come la “schwa” al posto delle desinenze grammaticali, questi eccessi di revisione linguistica e di etichette in forma di acronimi, messe all’impazzata, scaturiscono dall’applicazione alla lettera dell’affermazione di Butler secondo cui il corpo è totalmente “scritto” dal linguaggio. Questo sposta la lotta politica solo sul linguaggio con l’effetto di produrre una miriade di nominazioni. Assistiamo infatti a una furia classificatoria che agisce in senso contrario a quella fluidità che si vorrebbe e che rischia di stabilire una nuova normatività, tutta compresa all’interno del simbolico dominante. È anche una fatica vana, perché rimarrà sempre fuori qualcuno o qualcosa, oppure perché capita che l’etichetta già non corrisponde più. L’umano vivente non sopporta di essere incasellato. Quello che mi domando è se queste evidenti discrepanze e contraddizioni tra il piano delle intenzioni e quello delle realizzazioni possano produrre un ripensamento. Fermarsi e ritornare a considerare le infinite possibilità della lingua che permettono di giungere a espressione a ciascuna/o nel suo essere una storia a sé, in continuo cambiamento, frutto delle relazioni primarie e di tutti gli incontri della sua vita.