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Fare impresa è un bel modo di dire l’azzardo che c’è nelle nostre vite: per me, il passaggio dai collettivi, al Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti (CIDI), alla Merlettaia, e, insieme, il mio impegno nelle Città vicine, ma anche in Libera, nel Coordinamento per la pace a Foggia. Sempre mi ha accompagnato e mi accompagna l’idea che ciò che cerco appare solo se sto nelle cose, lì, sottraendomi ai lacciuoli che mi imprigionano e ascoltando l’enormità di ciò che desidero. Spesso questa enormità appare nelle parole di chi mi circonda: è una cosa dell’altro mondo; eppure, è lì nel mondo. Recentemente lavorando con alcune scuole sulla pace, e in particolare su come la pace si agganci al quotidiano e al conflitto nell’esperienza relazionale femminile, mi è successo di scoprire che quello che io credevo di dover portare c’era già, parlava nel modo di insegnare attento e profondo di alcuni e alcune docenti. E poco conta che loro non lo chiamino autoriforma, come lo abbiamo chiamato noi, l’autoriforma è lì. È lì quell’altro modo di fare scuola che tiene insieme autorità e libertà, ricerca appassionata di un modo di sentire le cose e traduzione nell’azione, attenzione alle dinamiche relazionali in classe e apertura al territorio. È una gioia enorme riconoscerlo e lì mi sento anche subito riconosciuta. Quel riconoscimento è la linfa che fa vivere le relazioni come ricerca di senso, non come una somma, né come un modo per essere più forti. O meglio, se di forza si può parlare è perché appare un altro tipo di forza.

Ricordo la prima volta in cui questo fu evidente ai miei occhi. Fu nel più vecchio dei modi attraverso un tradimento amoroso. Ora quella parola – tradimento – mi sembra così consumata, mentre sono grata a quella esperienza. Lì scoprii che i modi tradizionali che avevo a disposizione per reagire non potevo adottarli. Non mi sarei lasciata intrappolare nel rancore o nel desiderio di rivalsa. Non sarei rimasta dove mi volevano mettere. Per un momento pensai che, se amare voleva dire soffrire tanto, non avrei più amato. Poi mi vidi. Vidi che l’amore era la forma della mia sessualità e dava una forma al mondo. A quella grandezza non potevo rinunciare, pur avendo attenzione alle mie forze reali. Questa mia consapevolezza, che in seguito diventò consapevolezza della differenza femminile, apriva ad altro. Questo fece ordine nei percorsi spesso non lineari che seguirono. Ma, devo ammetterlo, questa consapevolezza era tanto forte quanto misteriosa. Era la fine degli anni ’70 del ’900.

La penetrazione di quel mistero divenne la passione della mia vita. Questo rese interessante interrogare le mie azioni. Non si trattava solo di me. La sessualità era qualcosa che io agivo, ma per coglierne il senso io dovevo guardarmi dentro ma anche guardare fuori, guardare alle altre donne. Quello che era in gioco mi trascendeva. È una percezione questa che non ho più perso e mi ha protetta dall’eccessiva concentrazione su di me, mi ha ricordato costantemente che tutto quello che facciamo è mediazione.

Un’altra prova importante sono stati i conflitti nella Merlettaia, circolo culturale e politico di donne e uomini: lettere aperte, riunioni, risposte sgarbate quando mi sembrava che vincesse il formalismo; e anche lì mi hanno guidato le parole di qualcuna che mi tiravano fuori dall’oscurità in cui sprofondavo e mi indicavano dove indirizzare le energie: «dove c’è vita». Era un modo per portare lì, nel nostro contesto, le parole di Luisa Muraro: «fare un’altra danza». O meglio, ricordare per quale danza avevamo messo in piedi l’impresa della Merlettaia e quali erano i passi che mi riconducevano a quella danza. È così che ho capito che l’ordine che cercavo in quei modi non lineari aveva a che fare con la ricerca di uno stato di grazia non con regole e principi, doveri e finzioni. E però una volta capito questo dovevo fare i conti con le nostre forze, non più solo con le mie, con i meccanismi introiettati, con le contraddizioni che nascono dal fatto che qualche volta capiamo prima con la mente, altre col cuore, altre con i sensi e occorre tempo per ritrovare l’equilibrio. 

Ma la scoperta della ricerca di grazia come elemento di ordine ha cambiato radicalmente il senso di tutte e due quelle parole e mi ha dato un indizio importante per capire la differenza della sessualità femminile. 

Ricordo che in quegli anni ci dicemmo che dovevamo portare la nostra sessualità dappertutto. Io, nel frattempo, avevo fondato con altre e altri il CIDI a Foggia e avevamo cominciato a lavorare perché il CIDI fosse una struttura in cui la differenza femminile avesse ascolto. Sulla base di quel proposito fu facile non banalizzare, anzi restituire senso alla gioia con cui andavo a scuola e che esprimevo con colleghe e studenti. Per mantenere quella gioia valeva la pena aprire tutti i conflitti necessari, perché la scena che si apriva era un’altra scuola per tutti: una scuola in cui fosse possibile stare con gioia.

La pensavamo così in tante se da quella tensione nacque la pedagogia della differenza e il movimento di autoriforma della scuola con la sua inedita alleanza fra uomini e donne che, per almeno dieci anni, dal 1992 al 2002 ci ha visto confrontarci, discutere e appassionarci alla lettura dell’esperienza che facevamo come insegnanti, aprendo per la prima volta l’orizzonte simbolico di classi composte da studenti e studentesse, da insegnanti donne e uomini, e dando a questa differenza carattere politico.

Ciò di cui ancora oggi spesso mi stupisco è come il senso e l’importanza di alcune cose apparissero a tante e tanti quasi contemporaneamente con la forza del passaparola, la stessa modalità con cui passa l’informazione sulle buone letture. Infatti i libri ebbero un gran peso: i libri, i campi donne, ma soprattutto la comune fame di senso che faceva apparire ciò che di altro cercavamo come un angelo luminoso sull’orizzonte della storia.

Come dicevo all’inizio quel riconoscimento reciproco in relazioni illuminate dalla ricerca di altro fa, ancora oggi, da linfa e permette di interrogare la nostra storia, chiedendoci cosa lascia, iscritto come memoria nel nostro corpo, non solo a ciascuna di noi singolarmente, ma a tutti. È questa l’impresa a cui mi sono appassionata negli ultimi anni.