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All’incontro di Via Dogana 3 “Manifestare: che cosa, perché, come?” (12 marzo 2017) si è parlato molto delle modalità e dei linguaggi con cui lo sciopero di Nonunadimeno è stato costruito. Molte hanno trovato il linguaggio, soprattutto il documento degli 8 punti, rigido ed esclusivamente rivendicativo, e hanno lamentato una cancellazione del femminismo della differenza da parte delle organizzatrici.

Ma se vogliamo essere conosciute, riconosciute e nominate, siamo noi che dobbiamo esserci e portare il nostro senso, come hanno fatto alcune leggendo Carla Lonzi in piazza.

È quello che ho provato a fare anch’io partecipando all’assemblea sindacale sul mio posto di lavoro, dove ho parlato, ma non per criticare le organizzatrici, giovani e piene d’un entusiasmo che non meritava di essere affossato. Ho detto che non potevamo aspettarci da quella giornata di ottenere di punto in bianco i cambiamenti richiesti nel documento degli 8 punti. Ho detto che il vero cambiamento, la vera trasformazione consisteva nel far accadere quell’iniziativa grande, in relazione con donne di tutto il mondo.

Insomma, ho cercato di trasferire il discorso sul piano del simbolico, cogliendo e dando valore a quel che c’era di positivo nello sciopero.

Inoltre non penso che i linguaggi fossero così esclusivi, sono d’accordo con Sara Gandini nel trovare aspetti ambivalenti. Per esempio, lo striscione sul camion che apriva il corteo a Milano portava scritto «Le strade libere le fanno le donne che le attraversano», un’idea che richiama molto più la nostra pratica che non quella rivendicativa.

Anche la scelta del mezzo dello sciopero, per quanto azzardata, non credo sia stata un errore, e ha prodotto effetti interessanti: chiedendo ai sindacati «mettetevi al nostro servizio e proclamate lo sciopero», Nonunadimeno ha creato non poco imbarazzo. L’abbiamo visto sulla stampa nazionale, con i bollettini quotidiani delle “adesioni” e delle “non adesioni” dei sindacati e delle loro strutture di categoria.

Dal mio posto di lavoro ho avuto modo di osservare l’agitazione che si è prodotta. I sindacati di base si sono precipitati a proclamare lo sciopero generale, tutti contenti di poter dimostrare la loro maggior radicalità e solidarietà alle donne di tutto il mondo. Va bene, ma è stato così buffo vederli improvvisamente riconvertiti tutti in femministi…

I confederali dal canto loro non hanno voluto “mettersi al servizio” e proclamare lo sciopero. Alcuni con delle contraddizioni: una categoria sì e altre no, fra quelle “no” qualcuna l’ha proclamato lo stesso in qualche posto di lavoro e così via.

Quelli che non l’hanno proclamato hanno avuto il problema di spiegare perché no. Ho sentito un delegato rispondere alle domande incalzanti di una lavoratrice che il suo sindacato non proclamava lo sciopero perché “non è uno strumento tradizionale del movimento delle donne”. Ah, e tocca al sindacato dirlo? L’altra tattica è stata “Se non hai argomenti, distraile”. Di norma l’8 marzo ci arriva da ogni sindacato una e-mail di auguri illustrata con mimose, e morta lì. Quest’anno, invece, giù con le assemblee, con le rappresentazioni teatrali sulle donne morte ammazzate (che ricordano tanto il “Premio Livido” di cui parla Pat Carra su Aspirina), con le e-mail sindacali piene di disquisizioni sulla storia dell’8 marzo, se è nato dopo l’incendio alla Cotton o se è nato in Russia durante la rivoluzione del 1905, di storia della mimosa scelta da Rita Montagnana per festeggiare la giornata, tutte cose mai viste prima.

La menzione d’onore va a quel sindacato che ha scritto, tra l’altro, «Questa giornata dell’8 marzo deve accentuare ancora di più i tanti problemi a cui moltissime donne devono fronte […]» (sic!), quasi quasi per premio lo nomino, così si assume la brutta figura: è stata la UIL.

Insomma, da quando Nonunadimeno li ha interpellati fino a sciopero avvenuto, tutti i sindacati non hanno fatto che ballare intorno alla questione, costretti a confrontarsi con la nostra differenza. Visto il loro abituale immobilismo, averli fatti ballare è già un bel risultato.