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In che tempo siamo quando ci connettiamo ai social e ai software di intelligenza artificiale? In quale dimensione entriamo? E che effetti ha esistere in quella dimensione?

Quando sfioriamo le icone sul nostro telefono – per connetterci a Instagram, Facebook, TikTok e persino Whatsapp o Telegram – ci si apre letteralmente una porta. L’icona si espande in una frazione di secondo, come se, appunto, si aprisse una porta e attraversassimo un tunnel. E con quel tocco accediamo al vuoto. Detta così sembra un’esagerazione; sembra una frase a effetto, anche un poco moralista. Il punto è che non lo è, è un aspetto con cui bisogna fare i conti.

Nel linguaggio comune il vuoto indica uno spazio ed è inteso come privazione, mancanza, assenza. Un bicchiere vuoto, un’aula vuota, un discorso vuoto. Eppure da millenni il vuoto indica un’altra cosa che non ha a che fare con lo spazio ma col tempo. Posto che tempo e spazio siano in qualche modo separabili. Se pensiamo ai miti sull’origine del mondo, ma anche la teoria della relatività è più o meno dello stesso avviso, il vuoto è ciò che esisteva prima che le cose esistessero. È la dimensione senza tempo.

Nelle culture sia antiche sia contemporanee di Abya Yala (che i colonizzatori europei hanno poi chiamato America/Americhe) una delle immagini ricorrenti è il vuoto pensante. Nella cultura dell’antica Grecia il vuoto (chiamato kaos) è ciò da cui emergono Notte e Tempo, cioè le entità che generano l’universo. Le religioni abramitiche chiamano quel vuoto pensante dio. Il vuoto e il divino sono quindi senza tempo, cioè non hanno un inizio e quindi non hanno una fine. Sono eterni. La mente umana non è capace di pensare né il vuoto, né dio, né l’eternità; eppure le persone sono in grado di percepire il vuoto, l’eternità e, chi è teista, dio. Percepiamo queste cose con quel senso che non è uno dei cinque sensi. Cosa ha a che fare tutto questo con internet, i social, e le intelligenze artificiali? Anch’esse sono realtà senza tempo. Infatti esse non sono solamente dematerializzate, cioè non sono uno spazio fatto di materia; sono anche detemporalizzate. Si può affermare che chi ha pensato, costruito e generato (non creato) la realtà odierna di internet, ha di fatto generato un vuoto sintetico, un’eternità sintetica e persino una sorta di divinità sintetica. Oggi è innegabile che buona parte della specie umana trascorra un’enorme porzione della vita, libera dal lavoro e dallo studio, proprio in questa dimensione senza tempo, nel vuoto sintetico. Possiamo raccontarci quanto vogliamo che si tratti in fondo di una realtà simulata (virtuale); possiamo persino chiamarla finzione e far notare che altro non sono che server sotterrati chissà dove. Il punto è che sono realtà umana, che non è fatta solo di materia, perché la condizione umana non è solo materiale. Contrappore reale e virtuale significa fare una distinzione che suona molto come il dualismo mente-corpo. Se non fossimo materia-in-relazione, se non fossimo alla perenne ricerca di senso e di significato – anche in modo inconsapevole – i social e internet non esisterebbero, come non esisterebbero le religioni, gli affetti e persino la parola tempo. Il tempo è un marcatore di senso, cioè la piena avvertenza dell’inizio.

Sui social il tempo non esiste, in nessuna forma (circolare, rettilinea, ciclica). Si passa da fatti appena accaduti, a cose accadute giorni e persino mesi prima. Tempo fa mi sono ritrovata un reel su Instagram che mi mostrava un fatto accaduto in Francia e che mi aveva impressionata, così sono corsa a verificare la veridicità della cosa. La notizia era vera, solo che non era una notizia ma un fatto risalente all’anno precedente. Instagram però me lo stava presentando come attuale. Sui social tutto accade adesso: il passato accade adesso, il presente accade adesso, il futuro accade adesso e accadono cose che non sono accadute. Con quest’ultima cosa mi riferisco ai contenuti generati con l’intelligenza artificiale che letteralmente emergono dal vuoto. In sostanza connetterci riempie le nostre vite di vuoto ed eternità.

Ci fa fare un’esperienza sintetizzata di qualcosa che almeno come massa non avevamo sperimentato. L’accesso alla connessione è una forma sintetica di estasi, di meditazione, che viene indotta sfiorando le icone delle app.

Per le cose che ho scritto fin qui, ritengo che le analisi che parlano di horror vacui digitale, di vuoti riempiti dai social, abbiano un limite e che è un limite di prospettiva. L’espressione horror vacui digitale indica il virtuale come pieno e la realtà materiale come vuoto. Secondo questa prospettiva disconnettersi significherebbe sperimentare il vuoto. Dal mio punto di vista, invece, è l’esatto opposto.

Disconnettersi significa reincarnarsi, tornare consapevoli della materia e la materia è inizio, è tempo. Il motivo per cui passiamo tanto tempo connessi è l’horror pleni. La paura dell’essere pienamente umani. Ciò che, disconnettendosi, diventa insostenibile è il tempo, la vita, le relazioni incarnate (cioè fra i corpi). La condizione umana è ciò che ci getta nello sconforto.

Quel pieno che sono i corpi ci fanno chiedere: che senso ha essere questi corpi? Che senso ha questa vita? Un attimo prima eravamo in un mondo in cui tempo e spazio non esistevano, in cui tutto era possibile. Un mondo in cui puoi cambiare arredamento ogni giorno e contemporaneamente combattere contro il patriarcato, il cambiamento climatico, la guerra e le ingiustizie e tutto questo mentre hai dei capelli meravigliosi grazie alla giusta routine (sì, ora sapete cosa appare principalmente nel mio feed). Ma torniamo al vuoto, all’eternità, al divino e alla dimensione immateriale della vita umana (affetti, emozioni ecc. ecc.). Queste cose vengono percepite da quel senso che non è uno dei cinque sensi e che potremmo chiamare il senso della relazione. I social, internet e l’IA hanno successo non perché le persone siano stupide, prive di cultura o istruzione; hanno successo perché si connettono e parlano al senso della relazione. Lo fanno però togliendoci quell’incomodo che sono i corpi, l’inizio e il tempo. Ci facciamo reindirizzare verso la porta e il tunnel che conduce al vuoto sintetico perché prima ancora dei soldi, del successo o della visibilità sfiorare quelle icone ci promette di liberarci da quel garbuglio complicato e faticoso che è essere persone e avere a che fare con altre persone.

È un piano astrale sintetico.

La mia domanda è: quanto tempo ci vorrà prima che l’horror pleni diventi terror pleni? In sostanza, quanto tempo ci vorrà prima che la semplice idea di essere questo corpo, di avere un inizio, di essere consapevoli del tempo, diventerà qualcosa che fa così paura, è così doloroso che accetteremo qualunque cosa ci dia la parvenza di liberarci dei corpi? Magari facendo il “download delle nostre coscienze” da qualche parte.

Finirà la gioia di essere dei corpi? Anzi, il terrore di essere dei corpi sconfiggerà la gioia di essere dei corpi?

Se questo è il rischio del nostro rapporto con il tempo – la tentazione di liberarci dei corpi e della finitezza – allora la domanda diventa un’altra: esiste un modo di abitare il tempo senza fuggirlo?

Per rispondere a questa domanda parto da una parola che per me ha un ruolo fondamentale culturalmente e affettivamente. Saudade. Questo sostantivo, che appartiene alla cultura brasiliana, ha molte traduzioni in italiano – le più comuni sono mancanza e nostalgia – ma nessuna di queste traduzioni è in grado di restituirne il senso profondo. Forse il concetto occidentale che le è più vicino è l’eros, ma nel tempo e nel linguaggio comune l’aspetto sessuale di questo concetto ha preso il sopravvento. La saudade è ricordo che attraversa il tempo e che vive, tocca i confini del presente spingendoli in avanti. La saudade è una forma di memoria che non cancella la distanza e non elimina l’assenza. Al contrario: le lascia vivere nel presente. È contemporaneamente il senso dolce del perduto, di ciò che non c’è nel mondo materiale ma vive nel “qui e ora”. Essa è anche il senso vivo delle possibilità non vissute (saudades do que não vivemos). Non riguarda semplicemente un voler rivivere qualcosa che non c’è più, non è mera nostalgia, la saudade è un luogo in cui le cose sono vive nonostante lo spazio e il tempo. La saudade è il tempo che, senza travestimenti e misurazioni, si mostra come desiderio e come possibilità. Quando mia sorella mi scrive tô com saudade de você non mi sta semplicemente dicendo che le manco. È un invito. Esattamente con quelle parole mi dice sentiamoci, facciamo una telefonata perché tu sei viva nel mio spazio di ciò che è prezioso e importante per me. Proprio nella costruzione della frase diventa evidente che assenza e presenza coesistono e il tempo non è qualcosa di misurabile o remunerativo, non è frammentato. Il tempo della saudade non è qualcosa che va in una direzione, ma fa accadere le cose. La traduzione letterale della frase è: io sono con la mancanza-desiderante-vivente di te. Cioè “io sono in uno spazio in cui tu sei con me, anche se non ti ho materialmente accanto, anche se apparentemente non siamo connesse”. E infatti sono presenti due pronomi personali: l’io (che è sottinteso in estou) e il tu (você). Mia sorella potrebbe dirmi sinto sua falta – sento la tua mancanza – perché è un’espressione altrettanto comune, ma se lo facesse mi starebbe dicendo un’altra cosa.

Si può essere con saudade di molte cose: luoghi, persone, situazioni o possibilità. Questo sentimento, anche se chiamarlo sentimento è riduttivo, non porta ad accettare le cose così come sono. È una mancanza desiderante e non arresa. Il femminismo altro non è che il nome che abbiamo dato a quella diffusa mancanza desiderante in cui erano le donne e che si è trasformata in azione. Il desiderio di una vita piena, di essere viste come pienamente umane, di poter agire pienamente. Quando penso alla saudade mi vengono in mente due donne. Una è Carolina Maria de Jesus che dalla “stanza dei rifiuti” – ndr la favela – pur essendo povera in un modo che oggi in occidente è difficilmente immaginabile, pur essendo nera, con tre figli e la minaccia per la sopravvivenza che incombe a ogni ora, inizia a scrivere. Scrive il suo diario, scrive racconti. Scrive per rimanere viva e non arrendersi al fatto di dover solamente sopravvivere. Penso alla figlia e alla compagna di Marielle Franco che hanno fatto dell’assenza dolorosa una presenza viva e azione.

Fin qui la connessione fra saudade e il frapporsi al vuoto e all’horror pleni generato da internet può sembrare lontanissima. Ma cosa accade se al vuoto alterniamo la saudade? Se diffondiamo la saudade come quella pratica di assenza viva e desiderante? La saudade porta, se ben diretta, a un’interruzione, una deviazione, un inizio. Anche piccolo. Come il fare una telefonata al posto di scambiarsi reel e messaggi. O prendersi un caffè. In alcuni casi può diventare stimolo per organizzare incontri, fondare collettivi, iniziare progetti. La saudade è la gioia e la paura insieme, ma è prima di tutto fare consapevolmente propria la condizione umana, che è quella condizione che ci porta a fare i conti con l’inizio e la fine, le possibilità e i limiti ma che il desiderio trasforma in senso e azione. E forse potremmo persino dire che saudade e tempo coincidono.