Epstein, una storia di dominio maschile
Salvatore Cannavò
5 Febbraio 2026
Non c’è fotografia più nitida per restituire il nesso tra capitalismo e patriarcato, nella sua espressione più abominevole, delle immagini provenienti dai files di Jeffrey Epstein. In pochi hanno messo a fuoco il grado di compiacenza sessuale, di spudorata esibizione del potere maschile, bianco, sul corpo delle donne, proveniente non da maschi qualsiasi, ma da un’élite mondiale super-selezionata. Un consesso di uomini potenti, in grado di governare e condizionare, sul piano politico, economico, culturale, dell’immaginario, le vite di miliardi di persone, che si è ritrovato unito e compatto nell’umiliazione sulle donne e nel sentirsi ancora più coeso e compatto proprio in virtù di questo atto collettivo.
I files Epstein comprendono tutto quello che le procure hanno accumulato sull’indecente magnate dal 2005, quando Epstein è stato indagato per le accuse di abusi su minorenni in Florida. Dallo scorso novembre, poi, sono stati pubblicati circa tre milioni di pagine di documenti. Non si tratta solo di informazioni relative al traffico sessuale, ma ci sono anche documenti finanziari dei suoi clienti, scambi di email e messaggi di testo personali, video e foto. L’intreccio tra il potere e la violenza sessuale non potrebbe essere più esplicito. Elon Musk, che poi cerca di smentire queste affermazioni, nel 2012 chiede a Epstein «in che giorno/notte ci sarà il party più scatenato sulla tua isola?» riferendosi all’isola privata del magnate alle Isole Vergini. In altri appunti di Epstein scritti a Bill Gates, il fondatore di Microsoft, si sostiene che Gates avrebbe avuto relazioni extraconiugali con «ragazze russe» e avrebbe contratto una malattia sessualmente trasmissibile chiedendo aiuto a Epstein per ottenere antibiotici da somministrare di nascosto a Melinda, sua moglie. In un’e-mail del 18 luglio 2013, Epstein scrive: «Per aggiungere la beffa al danno, poi, con le lacrime agli occhi, mi implori di cancellare le email sulla tua malattia sessualmente trasmissibile, sulla tua richiesta che io ti fornisca antibiotici che puoi dare di nascosto a Melinda e sulla descrizione del tuo pene».
Il nome di Richard Branson, il boss della Virgin, compare centinaia di volte e in uno scambio di battute del 2013, Epstein lo ringrazia per la sua recente ospitalità mentre Branson risponde che è stato «davvero un piacere» vederlo, aggiungendo: «Ogni volta che sei in zona mi farebbe piacere vederti. A patto che tu porti il tuo harem!» (Virgin poi chiarisce che per harem si intendevano tre membri adulti del team di Epstein, precisazione alquanto inverosimile).
Steve Tisch, comproprietario della squadra di football dei New York Giants, chiede se una donna da lui incontrata a casa di Epstein fosse «una professionista o una civile» e Epstein in altri scambi dice di avere per lui «un regalo» e descrive la donna a cui avrebbe presentato Tisch come «una tahitiana che parla soprattutto francese, esotica».
I Files sono stati pubblicati alla rinfusa e in modo confusionario e non sono state risparmiate nemmeno le vittime, molte delle quali finite nel web con tanto di volti, indirizzo mail e addirittura conti correnti bancari. Ma in ogni caso nella maggior parte dei testi si svela il campionario più retrivo e umiliante quando si tratta di donne: harem, esotiche, prostitute, una descrizione che non viene particolarmente a galla nelle cronache di questi giorni, più orientate a dare risalto all’elenco dei vari potenti o personaggi noti invece che evidenziare il trattamento maschile verso le donne. E non a caso è una donna, Melinda Gates, che chiede all’ex marito Bill di «rispondere del suo comportamento» aggiungendo che «nessuna ragazza dovrebbe mai essere messa in quelle situazioni».
L’immagine, tra quelle finora note, che più di tutte descrive la condizione di supremazia maschile e di umiliazione sessista è probabilmente quella del principe inglese Andrew, accovacciato su una donna distesa a terra, quasi come fosse una belva pronta ad avventarsi sulla propria vittima.
Una storia di potere maschile, e di potere sessuale intrecciato a quello economico, finanziario, politico, culturale. Da questo punto di vista, se si guarda ai fatti e ai files attraverso questa lente non stupisce il nutrito elenco di uomini noti o sedicenti progressisti. Il Bill Gates appena citato, Bill Clinton, il blairiano Peter Mandelson – punta di lancia della campagna di delegittimazione contro Jeremy Corbyn accusato di presunto, quanto inesistente, antisemitismo – il mentore della sinistra radicale Noam Chomsky (al momento presente nei files solo con scambi di lettere), Woody Allen, l’ex ministro della Cultura francese Jack Lang. Amici di Epstein alla pari di Donald Trump e Elon Musk, accomunati da un’identità sola: essere uomini. Tutti in fila a omaggiare Epstein, a prescindere dalle convinzioni e dai valori esibiti nel loro discorso pubblico e invece qui asserviti alle violenze sessuali con una foga ben colta dal New York Times: «Dimostra come funziona la società d’élite in tutto il mondo. Rivela come il denaro, indipendentemente da come venga guadagnato, attiri l’attenzione delle persone, che a sua volta porta più denaro e più attenzione, e genera questa vasta rete di connessioni, anche per qualcuno come Epstein. Così la gente ha visto radunate persone potenti attorno a lui e voleva farne parte». People follow the money, si potrebbe dire e non si ferma nemmeno davanti a un abusatore sessuale. Tutto questo, continua il New York Times, «è rivelatore di come alcune persone della società d’élite considerassero le donne. C’era una forte componente di classe in tutto questo. Molte ragazze provenivano da famiglie disgregate e da contesti poveri. Alcune di loro avevano subito abusi in famiglia. Ed erano viste, fondamentalmente, come oggetti, se non da usare sessualmente, almeno da avere intorno, quasi come mobili. Erano viste come persone usa e getta».
Harem, tappezzeria, mobilio, persone da usare e gettare. Sembra un film dell’orrore, una storia di soprusi eccezionali, e ovviamente lo è. Ma per il tipo di persone coinvolte, per il ruolo di cantori del sistema dominante – occidentale in questo caso, che avrà i suoi corrispettivi in ogni regime politico – svolto dai protagonisti, quella storia diventa simbolo di una gerarchia patriarcale ben conosciuta e denunciata attivamente dai movimenti femministi e che il mondo maschile continua invece a ignorare e bypassare. Nell’harem di Epstein andava in scena un immaginario che, non a caso, è stato indirettamente (o forse più consapevolmente di quanto si creda) preso di mira dal MeToo statunitense, indirizzato proprio contro una gestione patriarcale, violenta e proprietaria del corpo delle donne da parte di un’élite di maschi bianchi e di potere. Quel movimento è stato poi banalizzato e dimenticato ma è rimasto nella coscienza di molte e non sarà reversibile. Denunciare le molestie sessuali sul lavoro è un fatto che è cresciuto di intensità dopo il movimento negli Usa, così almeno segnala una nota della Bocconi di Milano, con una crescita delle denunce in alcuni casi del 50%.
I files di Epstein sembrano non turbare più di tanto la generazione maschile che resta aggrappata a un immaginario consolidato e interiorizzato fino a renderlo banale. Certo, in gran parte dei commenti politici e giornalistici fatti da uomini non manca lo sdegno, ma viene spesso sovrastato dall’indignazione per la matrice politica degli uomini abusanti: i progressisti in cerca delle colpe di Trump e le destre pronte a replicare con la presenza dei Clinton. Ma il nodo centrale della vicenda, l’espressione del rapporto tra uomini, potenti, patriarcali, ricchi, e le donne, resta sullo sfondo. E invece si tratta proprio di destrutturare immaginari e forme di dominio, schemi consolidati, relazioni incistate anche con il loro grado di violenza e umiliazione. Che travalicano il jet set allestito da Epstein, popolano il nostro immaginario e il brodo melmoso in cui siamo cresciuti in quanto maschi. E che spesso non respingiamo, soprattutto non smantelliamo.
Oltre a rifiutare in radice ogni forma di violenza, occorre invece smontare stereotipi, ribaltare gerarchie lessicali e forme di dominio, anche impalpabili, anzi soprattutto quelle. Perché sono quelle ad abitarci ancora. La storia di liberazione ed emancipazione delle donne deve essere scritta dalle donne, ma è anche vero che una storia di oppressione e di umiliazione chiama in causa anche il soggetto attivo del dominio. E se non si può chiedere al capitalismo di smettere di sfruttare il lavoro, ché altrimenti finirebbe di esistere, si può invece esigere dagli uomini di dismettere l’intero apparato simbolico collegato al patriarcato e all’oppressione. Perché non si smetterebbe di esistere ma si sarebbe solo migliori e si potrebbero costruire relazioni nuove: solidali, paritarie, fondamentalmente inedite e liberatorie per tutti e tutte. Non c’è niente di più opprimente e costrittivo, in fondo, del pattern virilista che viene inculcato da ragazzi e che rende l’esibizione di sé e la competizione infinita un dovere assoluto. E non c’è nulla di più liberatorio che sbarazzarsene.
(Jacobin Italia, 5 febbraio 2026)