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Risale a Patrizia Cavalli, dopo la morte della scrittrice, l’idea di questo “Album” che ora vede la luce a cura di Emanuele Dattilo (Einaudi): foto, note biografiche, lettere, brani dai romanzi, testi inediti

Sfogliare un album di foto di famiglia significa compiere un rito specifico, assai più codificato di quanto normalmente sospettiamo. «Dov’era qui?», «Chi era questo?», «Cos’era successo quella volta?», chiede il bambino all’adulto di fronte ai volti di quanti, pur essendogli familiari e vicini, gli appaiono d’un tratto lontani, quasi irriconoscibili.

Ma si deluderebbero senza dubbio le sue aspettative se ci si limitasse a rispondere a questi interrogativi, ripetendo magari quanto riportato già dalle didascalie. La vera domanda che infatti il bambino vorrebbe porre, e che pure resta spesso sospesa e non detta, è: «Come eravate/come eravamo allora?».

È la questione che Emanuele Dattilo pone felicemente al centro dell’Album Morante di cui è curatore (Einaudi “Saggi”, pp. IX-263, € 52,00), prendendo sul serio la più vitale delle curiosità infantili (ma qui “bambino” e “adulto” indicano due diverse condizioni epistemiche più che anagrafiche – due ruoli o due finzioni). L’“Album”, che raccoglie fotografie, documenti ed estratti spesso inediti di Elsa Morante, ha una storia travagliata, come si compete a un libro tanto importante. Concepito già all’indomani della morte della scrittrice (1985), è rimasto in fase embrionale per oltre trent’anni. Una gestazione mostruosa che si spiega con il compito altissimo affidatogli originariamente da Patrizia Cavalli: nientemeno che strappare, tramite il ricordo, l’amica Elsa alla morte! Un’impresa forse impossibile, che ora Dattilo ricalibra, piegandola nella direzione dell’arte divinatoria.

Attraverso il montaggio di immagini e testi, al di là di ogni imposizione cronologica, si tratta non tanto di ricostruire la vita di Morante (per quello esistono già le biografie), né tantomeno di restituirgliela, ma di evocare Elsa, lasciando che sia lei stessa a mostrarsi, a rivelarsi al lettore. E con lei il suo mondo, il suo modo di essere, il suo pensiero. Sì, perché una delle premesse fondamentali del libro è che Morante ha un pensiero – un pensiero che, naturalmente, non si è espresso nella forma sistematica del trattato, ma innerva i racconti, i romanzi, le conferenze, le poesie, le lettere, e finanche i paratesti, quegli umili apparati grafici e testuali che accompagnano un libro. 

È infatti proprio in una notarella autobiografica apposta sulla quarta de “Il mondo salvato dai ragazzini” che Morante ci si presenta con ineguagliata lucidità. «E.M. – scrive – è tuttora vivente, e abita a Roma nell’unica compagnia di un gatto. Le sue amicizie (poche) le trova di preferenza tra i ragazzini, perché questi sono i soli che si interessano alle cose serie e importanti. Gli adulti, in massima parte, si occupano di roba trita e senza valore. In politica, E.M. è (fino dalla nascita) anarchica: CIOÈ ritiene che il potere degli uni sugli altri viventi […] sia la cosa più squallida, miserabile e vergognosa della terra».

Vi è molto di Elsa condensato in queste poche righe. La disposizione selvatica e quasi saturnina, ma anche l’amicizia, quale culto assoluto da prestare a un pantheon di divinità comuni (Rimbaud, Simone Weil, Platone, Mozart, Spinoza…). Il rifiuto di ogni forma di sopraffazione e la passione smodata per i gatti – le uniche creature alle quali Elsa accorda una sorta di primazia naturale («Potere ai gatti!», grida, una fredda notte di capodanno, facendo piovere macinato su una colonia felina). E, infine, la contrapposizione netta, insanabile, tra la Storia, il mondo degli adulti, degli Infelici Molti, da una parte, e l’Isola, la patria dei ragazzini, dei Felici Pochi, dall’altra. 

Quale delle due è reale e quale irreale? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, per Morante, la realtà è tutta dalla parte dell’Isola; è la Storia, per usare le parole di un altro grande scrittore del Novecento, “l’incubo” dal quale dobbiamo cercare di risvegliarci. 

Si tocca qui, come suggerisce persuasivamente Dattilo, uno dei nodi che insieme stringono e separano Morante dall’amato Pasolini. Anche per Elsa, ai margini della società, il Paradiso esiste; ma esso non è di per sé votato all’estinzione, per via di un’inesorabile dialettica storica. Sempre vi sono e vi saranno Poeti, capaci di cogliere la vita come una rosa da un prato. Lo dimostrano gli esempi speculari di Sandro Penna, «il più grande poeta del mondo», e di Leonor Fini, pittrice, che vivono senza conservarsi, in maniera tenera e feroce – il che vuol dire, in una parola, innocente, come il fuoco, che brucerebbe il mondo, ma non brucia in primis che sé stesso. Appartiene anche Elsa a questa felice, eletta schiera?

Lo ricordava già uno dei più grandi critici letterari del secolo scorso, Cesare Garboli: Morante, che per tutta la vita non ha fatto che adorare indefessamente la grazia, la leggerezza, l’ala di rondine che passa senza lasciare traccia, si è sempre imputata la qualità che più le era odiosa – la pesanteur. «Io futile minotauro negato al volo», dice di sé nella poesia conclusiva di “Alibi”. È questa la tragedia di Elsa: scorgere l’Isola, persino frequentarla, senza però essere in grado di restarvi davvero; vedere una donna in spiaggia con in braccio un bambino ed essere solamente colei che la osserva a distanza. «Mi pare ormai di aver capito il segreto della felicità… – scrive in una lettera a Rodolfo Wilcock – L’ho capito, MA non sono capace di trasformarmi in quello!». Ed è probabilmente proprio questo capire il grande ostacolo. Per quale ragione? Perché bello, per Elsa, è solamente chi non sa di esserlo; felice è solamente chi non sa cosa sia la felicità. Come scrive a proposito dei Felici Pochi: «la vostra grazia, ultima, è che la vostra bellezza NON VI RIGUARDA».

Ma forse, come suggerito da Giorgio Agamben – un altro degli amici le cui testimonianze sono raccolte nell’“Album” – proprio l’adesione tenace al proprio destino, alla propria finzione tragica, consente a Elsa di aprire «un varco» oltre ad essa, «verso qualcosa che non è più tragico». Una commedia o anche solo uno scherzo (“Tutto uno scherzo” è il titolo originario de “La Storia”). Sembrano confermarlo al lettore alcuni ritratti, in cui la consueta, intransigente serietà di Elsa si scioglie finalmente in un sorriso sottile e pieno di mistero. È il «sorriso degli etruschi», come ebbe a scrivere Raffaele La Capria, di chi «ha stabilito che la Felicità deve essere in qualche parte, in un’Itaca remota e vicina, e bisogna soltanto essere abbastanza intrepidi per andare a scovarla». Infatti, solamente «chi questa idea ha in fondo alla testa, e niente elude, conosce il Naufragio».

C’è un momento, un solo momento, in cui questo spiraglio oltre la propria sorte, altrimenti votato a rimanere invisibile a Elsa, sembra divenire anche per lei trasparente, facendo filtrare un po’ di luce. È un testo inedito, in cui Morante immagina un dolce scambio con Stendhal: «Lo sai benissimo che non sono il tuo Angelo Custode. Il tuo Angelo Custode è Arthur Rimbaud. Costui ti porterà alla morte; ma al momento di morire, ti ricorderai di quest’altro vecchietto, che t’ha indotto a vivere, e che sono io. Io sono il tuo Santo Protettore. Sono un sorrisetto».

(il manifesto – Alias, 1° febbraio 2026)