E poi all’improvviso era tardi. Pensieri e bilanci in divenire
Giordana Masotto
13 Marzo 2026
Ho capito che non c’è un altro tempo. Inutile e ingannevole pensare che verrà il tempo magico in cui la libertà danzerà da sola e il desiderio finalmente prenderà corpo. Ho capito che il tempo è sempre adesso. Il tempo è un paso doble sovversivo in cui libertà e desiderio osano danzare con il bisogno e la necessità. Non si lasciano rimandare e mettere in pausa, in attesa di tempi migliori. Non si illudono che verrà il loro tempo. Il bisogno e la necessità non saranno di per sé erotici (benché a volte ci offrano il piacere del fare le cose per bene…) ma sono indispensabili per rigenerare il desiderio. Il gioco della vita, quello a cui sono arrivata io, è proprio di continuare ad accettare il contatto con il limite per scoprire e rimettere in gioco il desiderio. E quindi autorizzarsi a cercare il piacere.
Ho capito che più ci sentiamo in lutto per tutto quello che stiamo perdendo, più dobbiamo ripartire dal desiderio. Perché il desiderio contempla il rischio e ama l’imprevedibilità e proprio per questo può far inceppare la civiltà della sorveglianza: nella grande rete in cui siamo immersi quello che conta non è la qualità di un comportamento, ma il calcolo che lo rende prevedibile (e quindi fonte di guadagno). Possiamo ricominciare – subito, adesso – a immaginare: già questo può far inceppare il dominio del predittivo in cui tutto sembra confluire spontaneamente, ma che in realtà è il dominio della frammentazione del nostro tempo. Immaginare: facciamoci questo regalo quotidiano luminoso e conturbante, rischioso e imprevedibile. Possiamo ribellarci alla tirannia del tempo per radicarci in tutto il nostro tempo.
Ho capito che pace non vuol dire evitare confronti e conflitti. Al contrario. La “spontanea” pacifica confluenza è la negazione delle differenze e dei conflitti: «la macchina alveare […] quando ogni organismo canticchierà in armonia con ogni altro organismo e non saremo più una società, ma una popolazione che fila liscia in una confluenza senza ostacoli, determinata da mezzi di modifica del comportamento che aggirano la nostra consapevolezza e che pertanto non possono essere patiti o combattuti» (Soshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza). Il conflitto è un bene necessario, una competenza che dobbiamo riscoprire, per non annegare nella logica annichilente di like e dislike, rinchiusa nel ripiegamento identitario, l’idem, il medesimo. Quello scafandro che ti porti in giro illudendoti di stare nel mondo. Il conflitto al contrario è generativo, può esserlo.
Ho capito che non si finisce mai di imparare a contrattare. Nel Sottosopra Immagina che il lavoro dicevamo: «Dire ascoltare contrattare. Contrattare: tra sé e sé, tra i desideri e le stanchezze, il pensare in piccolo e il pensare in grande, per dare valore a tutto il nostro tempo. Contrattare con chi ci vive accanto, in casa, in città, al lavoro, per fare in modo che i confini tra sé e l’altra/o rimangano mobili e non diventino barriere. Contrattare con chi si para davanti al nostro cammino con l’intenzione di bloccarlo o dirigerlo.» La contrattazione inaugurata dalle donne nel loro percorso di libertà ha questo di peculiare: che attraversa la vita intera, casa e lavoro, relazioni e politica, tempi e desideri, corpi e parole, perché le donne vogliono stare intere. E proprio per questo spesso deviano dai percorsi già dati, fanno saltare gli argini, rompono gli schemi.
Ho capito che non c’è contrattazione se non ci si riconosce reciprocamente come soggetti. La contrattazione mette insieme due soggetti che hanno bisogno l’uno dell’altro, ma irriducibili l’uno all’altro. Se tu parti da te, dal tuo desiderio, dalla tua capacità di immaginare, di proiettarti avanti stando radicata in te stessa, allora esperimenti che l’altro/a, in realtà, anche se sei mossa dal desiderio, tu non li puoi mai possedere. Sono fuori dal tuo controllo. È questo il passare dall’Uno al Due. Ed è proprio il non possesso e non controllo che consente al desiderio di vivere. Per contrattare devi prendere parola e dare ascolto, dare ascolto e prendere parola. C’è contrattazione (ci dovrebbe essere) nei luoghi di lavoro, in amore e in amicizia, nelle relazioni personali, politiche. La contrattazione invera la libertà. E a volte anche il piacere! Contrattazione e libertà sono processi. Non sono mai conclusi ed è bene non darli mai per scontati. Tu chiamala se vuoi… libertà in relazione.
Ho capito che è solo con questa consapevolezza che a volte decidi di alzarti dal tavolo e te ne vai: scegli di non farti trovare. Ho capito che puoi essere stanca, annoiata e delusa da te stessa (e dagli altri) perché il passaggio del costituirsi come soggetto, dell’imparare a stare nella fecondità degli incontri e delle relazioni, non avviene magicamente e una volta per tutte. Non è mai finito. È adesso, ancora. E ancora. È questo che dà senso a tutto il nostro tempo.
Ho capito che se il tempo è ora, allora non è tardi. È sempre tempo di rimettersi in cammino.