Condividi

Piazza d’Armi sono 42 ettari di terreno, pari a una sessantina di campi da calcio, nel Municipio 7 della città, lungo via Forze Armate, verso la periferia ovest. Per decenni questo è stato un luogo militare: prima, all’inizio del Novecento, ha ospitato il primo aerodromo di Milano e le attività legate ai dirigibili di Enrico Forlanini; poi è diventato parte della cittadella militare con la caserma Santa Barbara, i magazzini dell’Esercito e la vasta piazza destinata alle esercitazioni dei mezzi corazzati. Quando l’attività militare è cessata, negli anni Ottanta, uomini e soldati se ne sono andati e la natura si è ripresa lentamente lo spazio. Col passare degli anni quell’abbandono è diventato un ecosistema.

Pioppi, salici, robinie, biancospini, sambuchi, prati umidi e piccoli specchi d’acqua hanno creato un ambiente dove trovano rifugio decine di specie animali. Il simbolo di questo spazio riconquistato dalla natura è l’averla piccola, un passeriforme migratore protetto a livello europeo, tanto da dare il nome al Bosco dell’Averla (così ribattezzato dal comitato Associazione Parco Piazza d’Armi – Le Giardiniere nato ufficialmente nel 2015 per difendere l’area dalle speculazioni, ma già attivo da anni sul territorio), circa 1,7 ettari di vegetazione spontanea nel settore nord-occidentale dell’area. Accanto agli uccelli vivono insetti, pipistrelli, anfibi e numerose specie botaniche censite negli ultimi anni.

È attorno alla riqualificazione – o rigenerazione, come si usa dire ora – di quest’area naturale che si è acceso uno dei numerosi conflitti cittadini tra gli abitanti che chiedono una riapertura dall’area al pubblico rispettosa della natura e l’amministrazione comunale che ha dato il via libera al progetto di Invimit che, dopo una serie di modifiche, prevede sì aree verdi sull’80% della superficie, ma anche nuovi palazzi, spazi commerciali e sportivi. 

La vicenda politica e il conflitto con gli abitanti iniziano oltre dieci anni fa. Nel 2014 Comune, Demanio e Ministero della Difesa avviano il percorso per “valorizzare” l’ex area militare. Nel 2016 la proprietà passa a Invimit, la società del Ministero dell’Economia incaricata di valorizzare e monetizzare il patrimonio immobiliare pubblico. Arrivano i primi masterplan, ma il progetto si arena. Nel frattempo cresce la mobilitazione dei residenti e il nuovo Pgt, il Piano di Governo del Territorio, cambia l’impostazione, imponendo una revisione complessiva dell’intervento.

Ci sono due vincoli messi dal Ministero della Cultura, tramite la Soprintendenza, che pendono sull’intera area: il primo è un vincolo diretto che interessa il grande spazio verde aperto, considerato un raro esempio di paesaggio storico. Qualsiasi trasformazione deve quindi essere autorizzata e rispettare il carattere autentico dell’area. La seconda è un vincolo indiretto che riguarda gli ex Magazzini di Baggio, l’area destinata a ospitare le nuove costruzioni nei progetti di Invimit. In origine prevedeva limiti molto severi alle altezze degli edifici e alla loro disposizione, per non alterare il rapporto con il complesso storico.

Nel 2025, però, il Ministero rivede proprio quest’ultimo vincolo, rendendolo più flessibile e consentendo edifici più alti nella parte più distante dai fabbricati storici. È una modifica ritenuta necessaria per rendere realizzabile il nuovo masterplan di Comune e Invimit, ma che per il comitato Le Giardiniere rappresenta un arretramento delle tutele, «è la prova che gli intenti sono speculativi» ci dice Maria Castiglioni, infaticabile attivista del comitato.

Per questi motivi Le Giardiniere hanno presentato un ricorso al TAR della Lombardia, col quale chiedono di annullare la revisione del vincolo e ripristinare le prescrizioni originarie. È anche su questo terreno, oltre che su quello politico e ambientale, che oggi si gioca il futuro dell’ex Piazza d’Armi. Il ricorso è ancora in attesa di giudizio del TAR, «ci auguriamo non intendano fare altre manovre sull’area, bisogna attendere la valutazione del ricorso».

A dicembre 2025 Comune e Invimit hanno firmato l’ultimo protocollo d’intesa e si arriva così al progetto che prevede l’80% della superficie a verde – un grande parco urbano nelle intenzioni della giunta Sala – con dentro però 1.700 nuovi alloggi (di cui 700 in affitto a canone calmierato, secondo quanto dichiarato dall’amministrazione). Le volumetrie sono state ridotte rispetto alle ipotesi precedenti e il Comune promette la tutela del Bosco dell’Averla e della biodiversità esistente. Per l’amministrazione comunale e Invimit il progetto rappresenta un compromesso tra diritto alla casa e tutela ambientale. L’idea è costruire un nuovo quartiere limitando il consumo di suolo e trasformando la maggior parte dell’area in un parco pubblico. Per Le Giardiniere, invece, quel compromesso non esiste e hanno presentato un progetto alternativo di parco elaborato insieme a università, associazioni ambientaliste e tecnici.

La loro richiesta è tanto semplice quanto radicale, in una città come Milano, di questi tempi: nessuna nuova edificazione. Tutta l’area dovrebbe diventare un’infrastruttura ecologica, collegata al Parco delle Cave, al Bosco in Città e ai grandi sistemi verdi dell’ovest milanese, «sottratta a ogni logica di profitto e speculativa» dice Maria Castiglioni. Secondo il comitato, il rischio è che il futuro parco pensato da Invimit e dal Comune sia un «parco addomesticato»: prati rasati, vialetti, attrezzature e una biodiversità molto più povera dell’attuale bosco spontaneo.

Per Le Giardiniere l’area dell’ex Piazza d’Armi è «un’infrastruttura ecologica» e non una semplice area da sistemare a verde, e chiedono che venga preservata nella sua evoluzione naturale. Comune e Invimit replicano che il progetto sarà sviluppato nel rispetto dei vincoli della Soprintendenza, con un concorso pubblico per il disegno del futuro parco e che il parco che nascerà sarà il secondo più grande parco della città.

L’iter, però, non è ancora concluso, «quanto abbiamo visto a maggio 2026 con il disboscamento del frutteto storico erede degli orti di guerra non ci rassicura, anzi», ricorda Castiglioni. Dopo il protocollo d’intesa, devono essere definite la convenzione urbanistica, gli strumenti attuativi e il progetto definitivo. Solo allora potranno partire i cantieri. Nel frattempo, questa Piazza d’Armi che non sembra Milano, continua a vivere in un equilibrio naturale e sospeso.

(il manifesto, 23 luglio 2026)