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Mi sono sentita molto passivizzare dalla lunga prigionia imposta dal Governo e dalla mia paura di prendere il Covid in questo anno e mezzo. La prigionia fisica mi ha portata ad ascoltare con più concentrazione e interesse le donne che tramite zoom partecipano agli incontri politici e anche a usare le parole con più selezione e brevità per dare efficacia a quei contatti preziosi e brevi. Esserci con la parola e non con la persona, ascoltare le voci in un contesto che appare duale e provvisorio, mi ha fatto attivare al massimo la mente e disattivare il corpo e la visione di insieme come condizione che tende a permanere nella giornata.

Si perde il territorio nella propria percezione: mancano i contesti degli spostamenti per raggiungere le riunioni, la molteplicità degli incontri imprevisti; la visione di altri luoghi da quello di residenza e le sensazioni differenti del muoversi in questi. La percezione del mondo, enormemente impoverita, la cerco avidamente nei telegiornali e nei documentari, mentre si è acutizzato il lavoro del pensare.

Manca la ricreazione in sostanza, e il facile abbraccio delle persone a cui ero legata. Ho l’impressione d’essermi avvicinata alla vecchiaia che conosco come abitudinaria, isolante e vuota. Sensorialmente vivo nel passato per ricordare gli spazi e l’aria in cui ti avvolgono, i diversi profumi e chiamo “cervellotico” il presente; mi sento mezza morta. Ho paura che l’imprevisto sia morire prima, presto, essere arrivata a concludere già ora. Non ne posso più di vivere di computer! Dovrò trovare l’energia di muovermi e sperare di ricevere soccorso se mi ammalo, di non essere lasciata a casa sola come è successo a molti.

Le epidemie scoppiano per mancanza di igiene, per precarie difese naturali nelle persone costrette a vivere accalcate in territori che mancano di vivibilità, così come negli animali allevati senza alcuna cura delle loro necessità; si diffondono con l’aumentare degli spostamenti e delle tecnologie.

La trasmissione Sapiens un solo pianeta (Rai 3, 12 giugno 2021) ripercorre lo sviluppo tecnologico lungo l’intera storia umana, spero vogliate visionarla. Mario Tozzi con cristallina ironia documenta, invenzione tecnica dopo invenzione tecnica, quanto sono state redditizie a livello economico per chi le gestiva e quali perdite abbiano comportato per l’umanità in intelligenza e saper fare, in vivibilità per tutto il pianeta. Le ricadute negative di ogni invenzione impongono in seguito che sulla stessa si intervenga con una nuova invenzione tecnica che a sua volta amplia la negatività dei risultati e così via in un continuo peggioramento. Alain Gras, direttore del Dottorato di Antropologia a Parigi, ne ha scritto molto negli stessi termini diversi anni fa e anche Laura Conti ne avvertiva. I piccolissimi guadagni dei lavoratori e quelli dei consumatori non erano ciò che loro stessi avevano richiesto o ideato ma il risultato di coercizioni del sistema di lavoro e del sistema di vita imposto per accrescere il guadagno della classe dirigente, spiega ancora il conduttore della trasmissione. Le persone dovevano solo riuscire a sopravvivere, sospinte dalle necessità di alimentarsi e da un flusso procreativo inarrestabile. Conclude che lo sviluppo tecnologico è produzione di sistemi inutili per la vita delle popolazioni, rinnova sistemi già in uso obbligando tutti ad abbandonare ciò che sanno fare ed è ormai gratuito usare, per adeguarsi in continuazione ad acquistare e imparare nuovi strumenti. Nel consumo delle novità c’è anche un po’ di comodità, e anche di divertimento, ma nulla di paragonabile alla devastazione ambientale che continui utilizzi di materie naturali e produzioni di energia necessarie per acquisirle, e lavorarle, e utilizzarle, comportano.

Stiamo condividendo in questo tempo l’estrema necessità di incontrare le persone con il corpo, di comunicare in presenza, di ritrovare il contesto fisico dell’ambiente. Il valore di queste azioni ci è più chiaro, non è sostituito dagli espedienti tecnici: non vogliamo perderle. Invece la traiettoria dello sfruttamento tramite la tecnologia e quella delle istituzioni, tesa a risparmiare lavoro e acquisire con facilità il controllo della organizzazione sociale, ci porta in un mondo digitale che distanzia le persone, rende le relazioni monovalenti, ci separa dalle azioni complesse della realizzazione dei nostri desideri per darci risposte standardizzate.

Il sistema sanitario deve essere investito di molte più risorse che assicurino il contatto fisico tra malati e operatori sanitari, questo è indispensabile per agire la rassicurazione spirituale. Sentir imporre le cure a distanza mi fa pensare: chi le implementa dentro casa? Chi le manutiene? Chi conduce le operazioni necessarie: il malato, i vecchi soli? Le persone che stanno male non possono avere barriere tecnologiche da amministrare per raggiungere il medico e tutti gli altri servizi, devono potersi interrelate a voce, in presenza, avere supporti fisici.

Dovremmo stare attente a che le leggi non chiudano i circuiti delle azioni nell’obbligo del digitale e persistano l’autonomia e la libertà di agire personalmente e scegliere quando farlo. Non si può imporre a chi non sa farlo di rispondere ai sistemi computerizzati né imporre di impararli a chi li rifiuta, non puoi decretare il suo isolamento.

Dopo aver sentito dire alla riunione di Via Dogana che l’esercizio di adeguarsi alle comunicazioni a distanza è obbligatorio e continuo, che si devono acquisire le competenze necessarie, comprendo le esigenze di una organizzazione politica ed è vero che si possono fare molte cose efficaci con zoom, dipende da quanto si prepara il lavoro di conduzione. Ma voglio sottolineare che è indispensabile continuare a privilegiare e divulgare le forme relazionali che sappiamo utili come le capacità di autonomia di azione su motivazione propria e la relazione delle persone in presenza. Non credo inoltre sia facile introdurre la critica e la problematicità nel sistema della comunicazione digitalizzata perché l’automazione dei dati funziona sul peso delle preferenze che favoriscono la superficialità e sono anche sponsorizzate. Questa cultura abitua a evitare il pensiero soggettivo, la ricerca di testi scientifici adeguati, la memoria, la restituzione in sintesi personali di ciò che si è imparato.

L’aumento della pratica comunicativa digitalizzata ci fa essere parte attiva nella pretesa dei gestori delle comunicazioni a onde radio di continuare ad alzare le soglie permesse per legge per permettere il traffico in crescita, ma c’è chi si oppone politicamente. Una lettera è stata inviata nel mese di aprile via PEC alle più alte cariche dello Stato al fine di tutelare la salute pubblica da ventinove associazioni, tra cui: l’Associazione Per la Prevenzione e la Lotta all’Elettrosmog (A.P.P.L.E.); l’Associazione Medici per l’Ambiente (I.S.D.E. Italia); l’Associazione Italiana Elettrosensibili (A.I.E.); l’Associazione Malattie da Intossicazione Cronica e Ambientale (A.M.I.C.A.). (http://www.applelettrosmog.it/file/news/Lettera_aperta_sui%20limiti_di_esposizione_ai_CEM.pdf). Dichiarano la loro preoccupazione per la decisione della IX commissione della Camera di aumentare i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici a radiofrequenza (CEM-RF) come domandano i gestori. Chiedono al contrario di non alzarli, come già presente nel parere del Ministero della salute e di tornare al precedente vincolo: già quello era nocivo per la salute, come documentato dalla letteratura medica internazionale allegata (6 pp.). Chiedono a breve di abbassarlo ulteriormente e riportare la misurazione su una media di 6 minuti, fondata sul dato biologico del tempo necessario a dissipare l’effetto termico, anziché sulla media del tutto arbitraria effettuata nelle 24 ore. Questo poiché la popolazione è oggi esposta a valori che determinano effetti biologici non termici. Chiedono anche di sospendere, in base al Principio di Precauzione, l’implementazione del 5G o almeno l’impiego del beam forming beamformed (il segnale “cerca” la posizione del dispositivo da connettere e si concentra su di esso per ottenere maggior velocità e minori interferenze), i cui effetti biologici sono sconosciuti, seguendo l’esempio della Svizzera. I CEM possono anche indurre elettrosensibilità (Electrohypersensitivity, EHS), patologia ambientale che può diventare gravemente invalidante poiché tende a cronicizzarsi implicando un degrado della qualità della vita e a volte perdita della capacità lavorativa. Si stima che dal 3 al 5% della popolazione mondiale soffra di EHS, ed è prevedibile un aumento dell’incidenza della patologia legato alla massiccia e crescente esposizione alle radiazioni wireless.

La tecnologia digitale consuma inoltre il 3% dell’energia mondiale, viene usata per la produzione e l’utilizzo di attrezzature infrastrutturali (reti, device e centri dati). Questo consumo di energia ha il tasso di crescita più alto di tutti i settori industriali. Il consumo energetico del digitale porta ovviamente all’emissione di gas serra, che nel 2025 potrebbe ammontare al 7,5% delle emissioni globali, tanto quanto il parco auto mondiale.