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Da tempo lavoro in un’associazione fondata da due donne, diverse da me, che stimo e sulle quali ho una scommessa ancora molto aperta. È un’associazione che lavora con ragazzi e ragazze (più ragazze che ragazzi) che manifestano bisogno sia di scolarizzazione sia di socializzazione. Le due cose vanno insieme, intricate in modi complicati, non essendo separate nella testa e nella vita di bambini e adolescenti, come si tende a dimenticare in un certo modello di scuola d’oggi, meritocratico e asservito all’economico. Si parte dunque dal “fare i compiti” e, curando un rapporto che metta in primo piano la relazione con loro e tra di loro, si arriva oltre, offrendo al desiderio dei giovani modalità non codificate di fare e stare insieme: questo grazie all’indubbia autorità positiva esercitata sui ragazzi dalle due fondatrici, e alla creatività degli operatori, soprattutto giovani che spesso danno respiro e freschezza alla serietà di noi, donne e uomini di una certa età, che siamo lo zoccolo talvolta veramente un po’ duro dell’attività di doposcuola.
Mi convince l’impostazione data nell’associazione al rapporto educativo come relazione di cura e di rispetto dell’altro, seppur piccolo, impostazione che talvolta riesce sorprendentemente a smuovere incrostazioni personali, e che nella piccola realtà di provincia rappresenta un esperimento guardato con interesse da una parte dei cittadini e delle istituzioni: una pratica fuori dagli schemi che, qua e là, riesce ad assumere, secondo me, valore politico di trasformazione, aprendo la benestante e conservatrice cittadina alle problematicità di poveri e immigrati. E quando vorrei gettare la spugna, per le mille difficoltà interne ed esterne, mi ri-convince il beneficio che ricevo nella relazione con scolari, studenti, giovani operatori.
Come si può ben capire, questa attività coinvolge in gran parte figli e figlie di immigrati, in piccola parte figli e figlie di famiglie italiane problematiche e/o sfasciate. Inutile dire che la relazione instaurata con l’associazione è mantenuta più salda nel tempo dalle ragazze, mentre i maschi in genere dopo la prima adolescenza se ne vanno per i fatti loro: in nome di una presunta libertà indiscussa, forti, parrebbe, di fratrie in parte ereditate e in parte confermate da certi aspetti perduranti nella mascolinità nostrana. Quando li vedo circolare spavaldi penso che, nei lenti cambiamenti in atto nel mondo degli immigrati maghrebini, quella che cambia meno non è la vita delle ragazze, ma piuttosto la radice storica dell’esclusione femminile, cioè l’educazione patriarcale dei giovani maschi, che perdura nei suoi effetti anche perché di grande vantaggio per la loro baldanzosità giovanile. Eppure quando si gratta sotto quella loro spavalderia….
Le giovani e giovanissime restano legate all’associazione anche dopo la scuola, e vi partecipano in posizione attiva, io credo perché alla fin fine la riconoscono come il luogo della loro cosiddetta integrazione. Non tanto la scuola, dove spesso si creano gruppetti separati dalla nazionalità pur nell’apparente rispetto reciproco, ma l’associazione, dove quel fare insieme, ad esempio teatro, aiuta a mediare rapporti diretti, spesso troppo difficili, mischiando le provenienze, grazie anche a persone adulte che danno fiducia a tutti.
Con queste ragazze emerge naturalmente la questione dell’essere donne, e qualcuna di noi cura di metterla a tema in alcune occasioni che l’adolescenza crea naturalmente, badando a non sovrapporsi ai loro ritmi. La femminilità si presenta loro non senza contraddizioni e in varie forme: come è vissuta dentro l’associazione da donne di tutte le età, come si manifesta nelle loro coetanee italiane, come è normata in famiglia, nel complicato rapporto con i coetanei maschi.
Le ragazze nate nel Maghreb, legate alla loro cultura d’origine, vivono a contatto con modelli di femminilità occidentali, che le attirano, e che spesso sono in contrasto con la loro formazione culturale e religiosa, ma non mi pare che facciano passi indietro, anzi. Se c’è un rischio è quello che indulgano nel volersi sentire pari alle ragazze italiane: e allora ecco trovati i modi, persino teatrali, per essere come tutte le altre, moderne, curate, telefonino sempre acceso, etc.
Questa posizione dentro/fuori il modo di vivere occidentale permette loro di sperimentare: essere bacchettate dai padri, essere difese e sotto sotto anche autorizzate dalle madri, prendersi anche delle belle scottature, tutte strade che le portano alla ricerca di un’idea di femminilità non poi così corrente. Per tanti versi mi ricordano noi, ragazze della fine degli anni cinquanta, strette tra legami familiari, sociali, simbolici (penso all’educazione cattolica) forti fino a strangolare, e il nostro pressante desiderio del nuovo, di cui si fiutava il profumo tra le pieghe di piccole e grandi ribellioni.
A differenza delle ragazze degli anni sessanta, loro un presunto nuovo lo hanno davanti agli occhi, nell’emancipazione da cui sono indubbiamente attirate nella loro ricerca di libertà. Ma vedo che le più accorte, dopo una prima fase di adesione agli stereotipi correnti, restano perplesse.
Non è la libertà in sé che fa loro paura, visto che ne fanno un buon esercizio nei conflitti con il padre.
C’è qualcosa che non le convince in certa femminilità pubblica, e non è facile per noi spiegare loro che non tutta la scena pubblica delle donne è libertà femminile, senza mettere in crisi il loro desiderio di libertà; che la libertà femminile è qualcosa di più profondo che l’acquisizione di diritti, cui sono molto protese, innanzitutto quello di cittadinanza italiana; che la parità con i maschi è un concetto insidioso, senza ferire le loro forti pulsioni dell’età, che alimentano il desiderio di cimentarsi con l’altro sesso.
Nella loro voglia di protagonismo, capita che scoprano, non so dire se più facilmente di quanto capitasse a noi, quella che noi chiamiamo autorità femminile dentro l’associazione. Bisogna solo cogliere l’occasione giusta per aiutarle a riconoscerla come relazione vantaggiosa per loro. Ecco perché sostengo che non è la scuola, non sono le istituzioni della cittadinanza che fanno di per sé la loro “integrazione”. Con loro si gioca una vicinanza non fatta di semplice adesione ai nostri modelli (assimilazione che chiede di rinunciare a qualcosa di sé), ma qualcosa che scatta tra “lei” e “lei”, una relazione che fa autorità, una fiducia che le fa sentire “dentro” .
Non è l’essere straniere, per certi versi escluse, che fa la differenza nel loro presente, neanche l’essere musulmane.
È piuttosto vero che noi con loro siamo impegnate a districare pubblicamente e non senza difficoltà i fili del garbuglio creato dall’emancipazionismo e dai suoi equivoci simbolici, in primis l’uniformità e la neutralità dei modelli con cui la globalizzazione investe ogni parte del mondo in nome di una libertà senza differenze. È quell’emancipazionismo che molte ragazze immigrate non accettano, rischiando di ritrovare rifugio nella conferma di un destino femminile dettato, secondo la discutibile vulgata corrente, dal Corano, storicamente sostenuto da istituzioni che vanno dalla famiglia patriarcale allo stato islamico.
Ma qual è il giudizio che di primo acchito verrebbe da dare su queste loro incertezze? Non sono ancora libere, non si sono liberate dal fardello dei precetti religiosi. Fermarsi a questo giudizio – ed è il primo pensiero che può venire, viene a tutte di primo acchito – è non essere disposte o preparate ad ascoltare la differenza dell’altra. È misconoscere l’altra, non darle fiducia, rischiando di perdere la relazione, facendo di culture e religioni diverse una barriera tra donna e donna.
Come sull’esplosione del fenomeno ISIS: le ragazze erano quasi offese che si chiedesse conto proprio a loro di un problema col quale c’entra non poco anche l’Occidente. Non è questione di religione, sostengono, e riguarda noi quanto voi.
O sulla questione della cura. Presentata in una iniziativa pubblica come esperienza femminile buona per tutti, uomini e donne, piegata però dal neoliberismo a “supplemento d’anima” che mette le pezze al disordine, all’insensatezza, alle falle dell’organizzazione economica, ha suscitato in una giovane maghrebina il seguente contributo: anche qui sento che la donna diventa uno strumento; in altri mondi viene sfruttata. E non è libera. Le difficoltà sono sempre le stesse: non esiste primo, terzo mondo. Oltretutto il modello occidentale rischia di essere assunto anche in altri mondi, distruggendo aspetti positivi della cura, propri di alcune società non occidentali.
Nel percorso di questa giovane perplessa, tocco con mano il lavoro che c’è da fare, nelle singole situazioni e a livello simbolico, per dare concretezza alle parole di quelle che da anni dicono: il mondo cambia se cambia il destino delle donne.
Allora, quando si fa fatica a confrontarsi con le ragazze velate, penso sempre a come già dalla prima guerra del Golfo, venticinque anni fa, l’operazione di polizia internazionale presentava l’Occidente come il salvatore delle donne musulmane oppresse, e quelle che da noi e soprattutto nel femminismo anglosassone ci sono state, ci sono state in nome dei diritti universali e dell’emancipazione femminile. Certo dimenticavano che militarismo, imperialismo, oggi aggiungerei globalizzazione e risorgenti nazionalismi, trafficano tutti con il corpo delle donne. Ma più che di ingenuità nel giudizio politico, mi pare che il problema stia più a fondo, nel voler riportare le differenze delle altre sempre alla tua indiscussa identità. Sono anche convinta che, se è urgente che si apra veramente il dialogo tra civiltà e culture diverse, il femminismo ha gli strumenti per farlo: la differenza che ci portiamo dentro, l’essere vicine alla vita, lo stare legate all’esperienza.