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Girare un film biografico (un biopic) sulla vita di una donna non è impresa facile perché si rischia di interpretarla secondo schemi riduttivi, ma ci sono registe e registi che ci provano, come abbiamo visto  negli anni scorsi  con le grandi figure di Ipazia, di Ildegarda di Bingen, di Hannah Arendt. Alcuni esempi meritevoli di citazione sono stati realizzati di recente: segno di  un maggior interesse e di un’accresciuta curiosità per la storia delle donne soprattutto scrittrici e artiste.

Abbiamo recentemente visto A Quiet Passion di Terence Davies (2016) su Emily Dickinson. Un film apprezzabile per la ricostruzione storica puntuale, per l’accuratezza dell’ambientazione, la scelta dei costumi, la direzione delle attrici e degli attori; insufficiente per le gravi ed evidenti omissioni biografiche che oscurano, rendendole trascurabili, le importanti relazioni femminili che furono determinanti nella vita della grande poeta. Errore voluto  o trascuratezza del regista, autore anche della sceneggiatura?

Meno recente, uscito circa un anno fa, e poco visto per la ridotta distribuzione, il film di Natalia Beristain Eterno femminile sulla vita della grande – e da noi quasi sconosciuta – scrittrice e poeta messicana femminista Rosario Castellanos (1927-1974). Il film ha la forza di raccontare il mondo delle passioni che tormentò la vita dell’artista, divisa tra il bisogno di scrivere e di testimoniare anche in forma militante il suo essere donna e il legame controverso e conflittuale che la univa al compagno e filosofo Ricardo Guerra. Se il film ha un difetto è quello di raccontare poco le sue opere (da noi non tradotte); il pregio è quello di riuscire ad entrare nello spirito della scrittrice narrando la sua indomita rivolta al ruolo che la società le assegnava di moglie e di madre.

Ultimo per uscita Mary Shelley. Un amore immortale* della prima regista saudita Haifaa Al Mansour famosa per l’indimenticato La bicicletta verde (2012).

Con quale sguardo lei e la sceneggiatrice Emma Jensen hanno voluto che osservassimo la figura di Mary Wollstonecraft Godwin, una fanciulla vissuta giusto due secoli fa?

Concentrandosi sul periodo 1814 (Mary aveva 17 anni) – 1818, anno della pubblicazione del suo Frankenstein in forma anonima, raccontano un percorso di libertà. Di una giovane dalle idee trasgressive, bramosa di conoscenze nuove e di avventure, straordinariamente curiosa e audace nell’affermazione delle sue scelte, pronta a sfidare la società e il giudizio e i veti  paterni quando decide di fuggire con il poeta Shelley.

Ma il film non la cristallizza in una storia romantica. Racconta altro.

Della sua quasi maniacale determinazione di dare voce al suo mondo interiore, ossessionato dai fantasmi della morte, dal ricordo della madre (Mary Wollstonecraft, grande intellettuale e pioniera femminista) delle  cui opere è avida lettrice, da un senso di perdita e di abbandono che solo nella scrittura riuscirà a trovare sollievo. E’ ancora la scrittura il potente e necessario anestetico per calmare il dolore straziante della perdita della prima figlia.

Racconta della realizzazione del suo primo romanzo, punto di snodo del  processo di formazione di dare voce a se stessa, di ricerca e di ascolto del  proprio io, fuori e al di là da quel mondo di uomini, quei grandi intellettuali liberali di cui si attornia, in parte culturalmente sedotta, ma di cui viene a conoscere bene il potere, l’egoismo e la misoginia in una crescente coscienza e sperimentazione della sua differenza di donna.

Un’unica perplessità: nell’intento di dare maggiore spessore alla modernità del personaggio alcune riflessione della protagonista, ad esempio, sui diritti delle donne mi sono suonate artificiose. Nulla toglie al merito e alle intenzioni del film: dare un’immagine vivida della ricchezza della personalità di Mary Shelley ben interpretata da Elle Fanning vicina per età e sentimenti.

* la seconda parte del titolo è stata aggiunta dai distributori italiani sottintendendo che il film avrebbe trattato solo di questo.