De Beauvoir e le nuove prigioni del secondo sesso
Michela Marzano
14 Aprile 2026
A quarant’anni dalla morte di Simone de Beauvoir, continuiamo a oscillare tra due tentazioni opposte: trasformarla in un monumento, oppure archiviarla come una pensatrice superata. Ma il problema, forse, è proprio questo: Beauvoir non si lascia incasellare. Non è una filosofa rassicurante né, tantomeno, monolitica. Non lo è mai stata. E anche il suo pensiero sulle donne è cambiato, si è trasformato nel corso dei decenni.
Quando nel 1949 pubblica “Il secondo sesso” – che oggi viene ripubblicato nella Pléiade, la celebre collana di Gallimard – compie un gesto di cui, ancora oggi, fatichiamo a cogliere la portata. Dire «non si nasce donna: lo si diventa» in un’epoca in cui il destino delle donne era ancora legato al corpo significava rivendicare un’uguaglianza che, di fatto, non esisteva. Significava dire che nessuna donna è condannata a ciò che è: che si può sottrarsi, costruirsi, inventare la propria vita a partire dai propri desideri.
Grande rivoluzione, dunque. Anche se la possibilità di emancipazione passava, per Beauvoir, principalmente attraverso la ragione. Una ragione che, non avendo sesso, escludeva perdefinizione il corpo in cui si incarnava. È grazie a questa idea, però, che Beauvoir può opporsia una tradizione che ha sempre confinato le donne dalla parte della natura, della passività,della dipendenza. Come se, per essenza, fossero creature fragili e incapaci di autonomiamorale. Basta con l’idea che l’obbedienza, la fedeltà e il silenzio siano virtù femminili. Basta,soprattutto, con un pensiero che assegnava sistematicamente alle donne il ruolo dell’“Altro”: «Egli è il Soggetto, l’Assoluto: lei è l’Altro».
Da questo punto di vista, per Simone de Beauvoir, restituire alle donne la ragione significavarestituire loro la possibilità di esistere come soggetti. Ma è proprio qui che qualcosascricchiola. Perché quella ragione che dovrebbe liberarci – universale, neutra, disincarnata –non è mai davvero neutra. Persino la ragione porta con sé una storia, un punto di vista. Equando non interroga le condizioni della propria universalità, finisce per escludere. Ancheperché, come scrive Beauvoir: «Ogni incarnazione dell’esistente ha un significato sessuale».Con il paradosso che, nel momento in cui cerca di liberarci dalla naturalizzazione del corpo, lalibertà crea una distanza quasi insopportabile da quel «corpo che siamo». Come seemanciparsi significasse sottrarsi a ciò che ci lega alla materia, alla dipendenza, allavulnerabilità. E allora la domanda diventa inevitabile: per essere libere, dobbiamo davvero allontanarci dal nostro corpo?
È qui che il suo pensiero si incrina. Ed è qui che continua a parlarci ancora oggi. Perché nonsiamo più (o non siamo più soltanto) in un mondo che riduce le donne al loro corpo in modoesplicito. O meglio: lo siamo ancora, ma in modo più sottile, più pervasivo. Il caso Epstein ci hamesso di fronte a una verità brutale: il corpo delle donne continua a essere un luogo diaccesso, di scambio, di dominio. Non un’eccezione. Un sistema. E questo sistema non riguardasolo pochi uomini potenti: ci riguarda tutti. Perché dice qualcosa di come funzionano il desiderio, il potere, il silenzio.
Ma, nello stesso tempo, qualcosa è cambiato – o almeno così ci piace credere. Oggi il corpo nonè più soltanto imposto. È esposto. Mostrato. Costruito. Messo in scena. Le immagini scorrono –TikTok, Instagram, Telegram, YouTube – e raccontano una storia di libertà: spesso scegliamo,o crediamo di scegliere, come mostrarci, cosa fare del nostro corpo, come usarlo. Ma qualelibertà è possibile quando il desiderio stesso è già modellato, anticipato, orientato? Non citroviamo piuttosto di fronte a un’altra forma di adattamento? Un modo per interiorizzare ciò che ci viene richiesto, fino a farlo nostro?
Beauvoir diffidava di una libertà che non interrogasse le proprie condizioni. «Voler essereliberi, scriveva, è anche voler liberi gli altri». Ma cosa significa, oggi, voler essere liberi, quandoil corpo è diventato il principale capitale simbolico? Quando l’esposizione è al tempo stessoscelta e vincolo? Quando si finisce per aderire spontaneamente a ciò che ci determina? Forse ilpunto è che non siamo mai usciti davvero dal problema che Beauvoir aveva individuato. Loabbiamo solo spostato. Non è più il corpo a imporci un destino: siamo noi a metterlo in scena,a lavorarlo, a offrirlo. Convinti, spesso, di scegliere. E allora la domanda cambia, ma restaaltrettanto complessa: che cosa significa essere liberi quando il potere passa attraverso ciò che sentiamo più nostro?
Anche le contraddizioni di Beauvoir fanno parte di questa eredità. Le relazioni ambivalenticon alcune delle sue allieve, le asimmetrie e gli abusi di autorità e di potere che oggi leggiamocon occhi diversi, non possono essere semplicemente rimosse. Ci obbligano a riconoscere chela libertà non è mai pura. Che può convivere con il potere. Che può persino non accorgersi diesercitarlo. Come si fa allora a sottrarsi a un destino senza negare ciò che ci costituisce? Comesi può essere liberi senza rimuovere le condizioni che rendono possibile (o impossibile) quella libertà?
È scomodo affrontare questo tipo di problemi. Ma forse è proprio qui che Beauvoir continua aessere necessaria. Non perché avesse già capito tutto, ma perché ci mette di fronte a unaverità complicata che preferiremmo evitare: non basta voler essere liberi per esserlo davvero.Non c’è, nelle sue pagine, nessuna promessa di riconciliazione definitiva tra libertà econdizione, tra desiderio e vincolo, tra corpo e progetto. C’è piuttosto l’invito a restare dentroquesta tensione, a non smettere di interrogarla. Perché è proprio quando crediamo di esserefinalmente liberi che rischiamo di non vedere più ciò che continua a determinarci. E forse è inquesta cecità che si gioca, ancora oggi, la forma più sottile del dominio e dell’abuso.
(la Repubblica, 14 aprile 2026)