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Dalle Stanze alla città è il titolo dell’incontro tra Mili Romano e Donatella Franchi alla Libreria delle donne di Milano il 25 ottobre del 2025. L’occasione è stata la presentazione del libro di fotografia di Mili Romano Crossing… Attraversamenti Tracce Indizi

Ho incontrato Mili Romano attraverso i suoi progetti di arte pubblica a Bologna, città in cui viviamo. In queste azioni erano coinvolti studenti dell’Accademia, artisti/e, abitanti*.

Lo scopo era quello di creare un dialogo con gli/le abitanti, invitandoli a un rapporto attivo e creativo con gli spazi cittadini, ad amarli e a prendersene cura.

Io ho sempre sentito la necessità di un rapporto vivo e creativo con la città, e questi progetti mi hanno riportata a quella cartografia dei sentimenti che per me era la Bologna degli anni Settanta, dove i percorsi erano tracciati dalle relazioni. Chi viveva a Bologna in quegli anni ne porta le tracce.

Nei progetti di arte pubblica di Mili ho ritrovato quel desiderio di vivere gli spazi della città attivando l’energia e la creatività delle relazioni, l’affettività. In quegli anni ad alta temperatura creativa, si metteva in circolo un modo diverso di vivere l’arte e la figura dell’artista, si pensava che ogni individuo avesse diritto alla creazione, questa convinzione era condivisa, naturalmente con delle differenze, dal movimento femminista a cui appartenevo e dall’ala creativa del movimento del ’77. Ci si sperimentava con la propria vita. Si aveva fiducia nel mondo.

Nei progetti di arte pubblica relazionale e partecipativa di Mili ho incontrato un modo di fare arte che sento profondamente affine e che avevo trovato in tante artiste, a partire dagli anni Settanta: una pratica artistica dove erano indispensabili le relazioni, fatta di ascolto e di cura, che diventava un modo di agire nel mondo, una pratica di trasformazione di sé e degli altri che innescava dei processi vitali e degli spostamenti.

Milidice che «la public art delle nostre pratiche altro non è che un tentativo di mappatura emotiva e affettiva degli spazi pubblici e di un territorio che, proprio in virtù dell’emersione di questa affettività riesce a trasformarsi in “paesaggio” caldo e umano».

Penso che queste parole siano le più adatte a farci entrare nelle stanze, nella dimensione intima del paesaggio interiore che incontriamo nel suo libro Crossing… Attraversamenti Tracce Indizi. È una vera e propria mappatura emotiva e affettiva, un attraversamento di paesaggi sentimentali. Immagino Mili come una nuova Madeleine de Scudéry che qui traccia la sua cartografia dei sentimenti.

Parlando della genesi del libro Mili dice che «nel costruire questo libro, ogni immagine, fonte di luce, è stata per me un’apparizione e dell’apparizione vuole rendere l’unicità…». Ogni immagine diventa una centralina di emozioni. Ci comunica la vitalità della memoria. È lo spazio intimo di una casa dell’infanzia, siamo guidati dallo sguardo affettuoso e commosso dell’autrice sugli oggetti e gli spazi di una quotidianità trascorsa che li fa rivivere e ridà loro voce, li fa diventare racconto. Oggetti e spazi che riemergono come in una rêverie di un dormiveglia e diventano presenze: immagini sgranate avvolte in un pulviscolo dai colori caldi.

È come se ogni fotografia fosse una tappa nel percorso nella memoria, una scansione, che inizia e finisce con due orologi a pendolo (veramente voltando l’ultima pagina si incontra una finestra le cui tende lasciano intravedere un po’ di azzurro.) Queste fotografie sono generatrici di ricordi e di emozioni. Non rappresentano emozioni, ma le fanno emergere in chi sfoglia il libro. La parola emozione contiene l’idea del movimento.

Mili non dice niente riguardo a questa casa, tranne che è un paesaggio della sua infanzia, non aggiunge niente di autobiografico, lascia che parlino queste immagini perché muovano i nostri affetti, perché ci commuovano. Il testo agisce come luogo di incontro, dove le immagini accendono il nostro sentire. Le immagini agiscono come esche emozionali per fare affiorare dentro di noi i nostri paesaggi interiori. Creano risonanze e rispecchiamenti. Diventano tramite di esperienze.

Parte integrante del libro è il coro di voci degli amici e amiche che parlano del loro incontro con le fotografie, e che lo rendono un lavoro di arte relazionale, testimonianza di una memoria personale che nello stesso tempo è collettiva.

Mi aggiungo alle voci di amiche e amici che Mili ha invitato a una sorta di conversazione attorno al libro. Anche in me c’è un affioramento di immagini dell’infanzia, di particolari di oggetti carichi di affetti e di sensazioni: una grande poltrona dal cui schienale mi tuffavo, le gambe del tavolo a forma di zampa della sala da pranzo in stile Chippendale, il grande cassettone nella stanza di mia madre che io guardavo dal basso e mi sembrava altissimo, la toilette con i tre specchi, su cui sono appoggiati la spazzola e lo specchio dal dorso d’argento, le vecchie pentole e i coperchi della cucina. Oggi la casa della mia infanzia e adolescenza è abitata da parenti che l’hanno completamente ristrutturata, ma sono sempre quelle antiche immagini che riaffiorano nei miei sogni. L’infanzia come riserva creativa che ci accompagna per tutta la vita.

Questo libro fa riflettere anche su come un lavoro artistico agisce come luogo di incontro, come spazio relazionale, dove l’attenzione viene spostata dall’oggetto a chi percepisce. Le opere diventano tramiti di esperienze in cui ci si può riconoscere. Le opere non rappresentano dolore, paura angoscia, i sentimenti che possiamo provare, ma li fanno emergere (co-emergere), suscitano risonanze, «immagini gonfie di sentimento» (Gino Giannuizzi), diventano una co-creazione.

Oggi le pratiche artistiche diventano sempre di più pratiche sociali relazionali, capaci di modificare il quotidiano, di stare dentro la vita con intensità. Proprio in un incontro all’Accademia di Belle Arti di Bologna organizzata da Mili ho avuto un esempio di questa modalità nel fare arte, assistendo all’intervento dell’artista olandese Jeanne Van Heeswijk, che chiamava “civic action” la sua pratica artistica, una modalità espressiva che agisce come catalizzatore per suscitare la creatività degli altri.

Milinel suo testoCon la città che cambia. 2014 parla dell’intenso lavoro di cura, di costante tessitura di relazioni (p. 46 e p.43) nei suoi progetti di arte pubblica. «L’arte nella sua declinazione più attenta al sociale può essere un argine e una risposta ai fenomeni metropolitani sempre più diffusi, come l’individualismo, il degrado e il vandalismo.»

L’arte diventa così una pratica di resistenza.

(*) Un intervento di Mili Romano sul work in progress di arte partecipativa durato dal 2005 al 2020, “Cuore di Pietra”, si trova nel libro Architetture del desiderio, che contiene le riflessioni scaturite da un incontro organizzato, alla Libreria delle donne di Milano nel 2008, dal Politecnico di Milano e dalla rete delle Città vicine che si chiamava “Microarchitetture del quotidiano, sapere femminile e cura della città”. Il testo è stato pubblicato nel 2011 a cura di Bianca Bottero, Anna di Salvo e Ida Farè.

(www.libreriadelledonne.it, 30 gennaio 2026)