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Sono molto grata a Luisa Muraro, a Lia Cigarini e ad altre donne della Libreria che hanno contribuito alla mia crescita politica. Nell’incontro on line, avvenuto il giorno dopo la morte di Luisa, ho cercato di ricordare il significato che hanno per me il pensiero e la pratica della differenza sessuale incontrati appunto attraverso la relazione con donne che facevano parte o si riferivano alla Libreria. Proverò a tracciare una breve storia che chiarisca il valore di questa pratica nella mia esperienza. 

Ho condiviso con altre donne, amiche e conoscenti, l’insoddisfazione nel tentativo di portare energia e pensiero ad aggregazioni di partiti di sinistra, e/o sindacati perché non si trovavano lì condivisione e ascolto. Abbiamo deciso di separarci e di esplorare il mondo di noi donne. Siamo negli anni ’80. Abbiamo letto insieme varie autrici femministe tra cui Luce Irigaray, Luisa Muraro e molte altre che abbiamo incontrato anche di persona organizzando eventi, corsi di formazione e incontri di studio. Molte di noi erano già in relazione tra loro perché si lavorava nella scuola, come insegnanti, utilizzando una pratica didattica condivisa nel movimento di cooperazione educativa. La pedagogia della differenza sessuale è stata il di più che cercavamo, ci è stata di aiuto e ha corrisposto al desiderio di esplicitare, attraverso il linguaggio, la metodologia e i contenuti della attività scolastica, la nostra appartenenza a quel soggetto imprevisto di cui parla Carla Lonzi. Abbiamo contagiato in quel periodo vari insegnanti, genitori e ragazze/i nell’invitarli all’uso di un linguaggio che rispettasse e nominasse il femminile, dalle bambine a noi adulte. Grande è stata la soddisfazione di trovare anche nelle circolari ministeriali l’uso del doppio plurale e del femminile. 

La realizzazione della Casa delle donne, negli anni 90, è stata la maggior esposizione e la naturale attuazione della pratica della differenza. Il partire da sé, il personale è politico, la relazione sono stati gli elementi fondamentali continuamente usati, studiati e analizzati. Hanno funzionato, mi viene da dire, perché sono trent’anni che stiamo insieme sia come socie fondatrici che con altre donne, più giovani, che via via hanno visto la Casa come loro punto di riferimenti o di lavoro. 

Nel 2001 abbiamo aperto il Centro Antiviolenza L’Una per l’Altra. La violenza maschile sulle donne si è resa evidente e sempre più chiara perché le numerose richieste di separazioni che giungevano alle nostre avvocate erano motivate da maltrattamenti e sopraffazioni. Abbiamo dovuto prendere atto che vi erano donne completamente invisibili come cittadine rispetto a una qualsiasi partecipazione. Nel tempo poi abbiamo dovuto prendere atto che erano veramente tante. Troppe. Le donne che hanno scelto di far parte del Centro come operatici si sono preparate attraverso una formazione specifica. Dopo un avvio non lineare è stato possibile radicarsi nel territorio e accogliere tante donne che subivano violenza. All’oggi abbiamo incontrato ben 4500 donne del territorio versiliese con una media di 200 donne ogni anno destinata a crescere. Facciamo parte, anzi siamo socie fondatrici di D.i.RE. Donne in Rete contro la violenza. Nell’associazione abbiamo conosciuto e apprezzato Marisa Guarneri, allora presidente di CADMI di Milano, con lei abbiamo stretto un’autentica relazione e le abbiamo affidato incarichi di formazione. 

Ma soprattutto vorrei mettere in evidenza le ragioni che mi hanno permesso di vedere, anche in questa nuova attività, l’efficacia del pensiero e della pratica della differenza sessuale. Già nella formazione di nuove operatrici presentiamo tre donne straordinarie: Edith Stein, Carla Lonzi, Virginia Woolf che ci aiutano a capire meglio il concetto di empatia, il partire da sé, il muoversi su un altro piano rispetto al mondo maschile. Mettiamo a confronto vari testi da cui ricaviamo concetti e principi utili per la messa a fuoco del contrasto alla violenza e per la prevenzione. Pratichiamo un ascolto attivo e attento, di genere, attraverso cui mostriamo da subito la bontà della relazione, essendo sempre due le operatrici nell’accoglienza con al centro la donna, protagonista del cammino che faremo insieme. Per capire bene il suo vissuto le restituiamo, di volta in volta, parte del racconto riferito senza alcuna pretesa di interpretare o giudicare. Lasciamo alla sua discrezione e libertà la prosecuzione o l’interruzione dell’incontro, sicure che la fiducia reciproca possa fare il resto. 

Come dice Clarice Lispector non vogliamo che “si tagli gli artigli” ma che al contrario conservi tutta la sua forza e, attraverso la relazione, semmai la moltiplichi. Solo quando si sentirà in grado di riconoscere la violenza e le discriminazioni e sarà consapevole del proprio valore di donna, potrà lasciare o interrompere il percorso se lo vorrà. Talvolta le stesse donne divengono agenti di cambiamento anche per altre. Nel gruppo di auto-aiuto si mette insieme la forza che proviene dal confronto reciproco, la messa a fuoco delle proprie risorse e le possibilità di usarle a fronte di tanto dolore sofferto. La relazione tra donne in realtà è il centro del lavoro contro la violenza ed è sempre più un modo di agire che ci porta a scoprire insieme i limiti e i guadagni che, alla fine, fanno parte della nostra vita. Attraverso l’esperienza viva riusciamo a cogliere l’opportunità di cambiare e trasformare. Il senso di realtà che ci comunicano le donne che subiscono violenza viene trasferito in una qualità diversa del fare politica che fa conto del presente, ma che orienta le azioni necessarie successive. Questa per noi è la politica che corrisponde alla vita e che fa a meno di astruserie ideologiche. La situazione dei centri antiviolenza con i giusti requisiti, quelli femministi associati in DiRe, non è adeguatamente sostenuta né come supporto finanziario né tantomeno come riconoscimento politico per cui tanto lavoro viene svolto in modo volontario. Quando però la motivazione femminista è solida, ci corrispondono completamente le parole di Carla Lonzi: «A me piace essere lo strumento di liberazione di un’altra e mi commuove saperlo mentre ancora lei non lo sa. Sentire questo passaggio che si compie in lei, poterne essere testimone e diligente esecutrice mi rende felice – avverto che si valuta meno, allora voglio essere quell’eccezione che le può permettere di avere un senso di sé più consono di come l’avrebbe avuto se altri non l’avessero avvilita. A me piace questa fase, può essere una gioia stabile della mia vita».

Ersilia Raffaelli è Presidente della Casa delle donne di Viareggio