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da il manifesto

Fioccano le nuove edizioni (e traduzioni) della grande Colette, i cui diritti editoriali hanno di recente raggiunto la soglia di libertà: settant’anni dalla morte dell’autrice

Pubblicato nel 1933, quando Colette era ormai nella pienezza dei suoi mezzi espressivi, La Gatta (Adelphi, pp. 134, euro 13,00) oltre a essere uno dei suoi romanzi più ammalianti è un gioiello di concisione e perfezione classica, come scrisse Edmond Jaloux, che lo salutò alla sua uscita come un capolavoro assoluto: è la storia di un ménage à trois minato dalla gelosia di una moglie che lotta per conquistare il pieno possesso di un marito irrimediabilmente fissato su un amore precedente. Sarebbe una storia banale, se non fosse che l’altra, la rivale per la quale la moglie è disposta ad arrivare fino al delitto passionale, è una gatta.

Con straordinaria finezza, Colette scava nella psicologia di questo triangolo insolito: la moglie è una vera garçonne, la ragazza emancipata degli anni Trenta del secolo scorso, e non a caso si chiama Camille, che in francese è un nome applicabile a entrambi i generi.

Lui è Alain, alienus, estraneo al mondo moderno, un giovane che il matrimonio ha scacciato dal giardino della casa natale, dove ha vissuto una magica adolescenza in comunione con Saha, la sua gatta certosina. Enigmatica sovrana di questa natura edenica, Saha è protagonista a pieno titolo del triangolo amoroso, rappresentando uno stato di purezza anteriore ad ogni linguaggio umano, che la penna di Colette sa tradurre attraverso una sapiente, quasi magica, capacità di evocare luci, suoni, colori e forme del giardino dell’infanzia.

I luoghi del racconto ribadiscono l’opposizione tra le due figure femminili: al giardino di Saha, umido rifugio accogliente come il grembo materno, si contrappone la Fetta di Torta, l’edificio triangolare amato da Camille, che esprime una fredda modernità, tutta spigoli e vetri scintillanti. È evidente lo spessore psicoanalitico di un testo che si avvale della gatta per mettere in scena la tensione regressiva verso una figura materna. Colette si compiacque molto della critica, che aveva avvicinato La Gatta ad alcune sue opere precedenti, come La nascita del giorno (1928) in cui evocava direttamente la propria madre, l’amatissima Sido (1929), confermando implicitamente come la simbiosi con il mondo vegetale e animale fosse profondamente radicata nella sua autobiografia.

Tema portante del suo immaginario, la comunione con la natura deve passare attraverso il linguaggio: alla maestria con cui la scrittrice sa ricreare il mondo delle piante, indicate con una precisione terminologica che ne sottolinea le suggestioni, si unisce una riflessione semiotica inclusiva del linguaggio animale. Le parole pronunciate nei dialoghi fra gli umani contano meno della prossemica che esprime la comunione fra Alain e la sua gattina, e i segni della loro intesa profonda provocano la gelosia distruttiva di Camille.

Nel libro l’autrice fornisce tutto un campionario di comportamenti felini, che Alain sa correttamente decifrare; ma Saha è capace di andare oltre: «l’intero volto felino puntava a un linguaggio universale, a una parola dimenticata dagli uomini». Proprio questa corporeità dell’espressione, tipica della scrittura di Colette, porterà a un tacitiano e folgorante finale.

«Comincio a credere che, insieme, un uomo e una donna possano fare impunemente tutto, tranne parlare»: l’affermazione è tanto più paradossale in quanto contenuta in un romanzo breve il cui titolo èDuo(a cura di Paolo Vettore con introduzione di Mariolina Bongiovanni Bertini, Marsilio, pp. 254, euro 16,00). Pubblicato nel 1934, racconta di una coppia in cui la scoperta del tradimento di lei causa una disarmonia irrimediabile, che nessuna parola potrà riaccordare, e che conduce a un finale stridente.

Inizialmente concepito per il teatro, è un testo di raffinata tessitura linguistica, oltre che psicologica, che sperimenta una ricca gamma di registri lessicali, ben restituiti nella traduzione (ristampa dell’edizione del 1994 nella collana I Fiori Blu, che presenta classici francesi con testo a fronte, corredato da una bibliografia aggiornata).

Nella stessa collana, che consente di apprezzare pienamente le ottime scelte traduttive, viene pubblicato, di Colette, Il tutuniè(a cura di Gabriella Bosco, Marsilio, pp. 168, euro 14,00), seguito ideale di Duo, dove al rapporto di coppia si sostituisce la rappresentazione di un’unione sororale fortissima eppure singolare: «quattro sorelle senza madre» (di cui una è la protagonista di Duo).

Ancora una volta basato su un’efficacia dialogica straordinaria, il libro è in questo caso connotato da una serie di neologismi che plasmano la relazione affettiva delle sorelle. Ne è un esempio lo stesso titolo del libro, in originale Le toutounier, inventato da Colette sulla base del termine toutou, che in francese designa puerilmente un cagnolino, e che serve alla scrittrice per nominare il vecchio divano, dove si accomodano le sorelle nella casa dell’infanzia.