Ciao Lia
Michela Spera
22 Aprile 2026
«[…] per me materialista e atea libertà è l’unico nome che mi dà l’emozione dell’infinito come il mare e il deserto. […] La libertà resta affidata, nella prospettiva che qui io avanzo, alla forza delle pratiche politiche. E, prima ancora, alle coincidenze e all’infinità del desiderio di libertà delle singole e dei singoli» (Lia Cigarini, “Sopra la legge”).
Ho conosciuto Lia Cigarini molti anni fa, nel 1987 in Camera del Lavoro a Brescia dove, con Luisa Muraro e Clara Jourdan, era venuta, invitata dal Gruppo del Martedì della Camera del Lavoro e dall’Università delle donne di Brescia Simone de Beauvoir, a presentare il “Sottosopra blu”.
In quell’incontro è nato un rapporto politico e di amicizia con Lia e la mia relazione con la Libreria delle donne e, nel corso degli anni, con un pensiero politico e una pratica da cui ho ricavato – in un movimento continuo tutt’ora in corso – una forza generativa che prima non avevo mai sperimentato e che ha cambiato la mia militanza politica e sindacale.
I ricordi si affollano numerosi e disordinati e ricordo Lia nei convegni del Gruppo B del Virginia Wolf alla Casa internazionale delle donne a Roma; quando, con altre, richiama il femminismo a discutere dopo 36 anni a Paestum; partecipa, in Camera del Lavoro a Lecco, al convegno sulla rappresentanza del lavoro con un intervento dal titolo “Rappresentare e contrattare a misura dei soggetti in carne e ossa”; in Cgil nazionale, a cinquant’anni dall’autunno caldo e dal contratto nazionale dei metalmeccanici del 1969, cambia il paradigma e ricostruisce per il gruppo dirigente della Fiom nazionale le lotte del decennio che precedono quella stagione sindacale raccontando lo sciopero del 1960 degli elettromeccanici a Milano (per Lia l’autunno caldo operaio nasce a Milano con la lotta degli elettromeccanici e non, come tutti spiegano, a Torino in Fiat), spiegando che in quella lotta «sono venute fuori allora tre figure che domineranno l’intero decennio e oltre: i giovani operai più scolarizzati dei precedenti, le operaie e gli studenti, ragazze comprese. Questa lotta io ho avuto la fortuna di viverla dall’interno. Ero infatti a Milano segretaria del Circolo A. Banfi, composto per lo più da studenti comunisti. Abbiamo iniziato da subito a unirci ai picchetti operai davanti alle fabbriche […] e volantinato all’università per dare notizie sullo sciopero […]». All’assemblea nazionale delle metalmeccaniche, parlando della Libreria e del Gruppo Lavoro, dice: «Abbiamo cominciato a pensare che la narrazione sia qualcosa di prioritario, non solo quella delle donne che già la facevano ma anche quella del lavoro operaio e subordinato in genere»; segue la discussione e dice «Si sente la forza della vostra pratica e delle vostre relazioni, brave». Questa era Lia quando veniva in Fiom.
Negli anni gli scritti, gli articoli, gli interventi di Lia – sul lavoro, sul diritto, sulle pratiche politiche delle donne – attraversano la mia storia; scopro che è quella che firma il primo scritto femminista sulla rivista “Il manifesto” nel 1969; è lei che mi racconta lo sciopero, nel 1902 a Milano, delle bambine sfruttate e sottopagate e la storia delle “piscinine”.
Penso a Lia e si affollano, numerosi e disordinati, i tratti distintivi del suo modo di stare al mondo. L’empatia che stabiliva istintivamente con le persone, la semplicità con cui discuteva di temi e concetti complessi, la capacità di stare senza strappi nelle discussioni animate e conflittuali, la ricerca continua di un’interlocuzione in particolare con le giovani donne, l’umanità che non perdeva mai di vista il merito, la curiosità e l’apertura nei confronti del mondo e delle esperienze, la ricchezza delle sue analisi, della sua esperienza, del suo pensiero che mi aprivano spiragli e mondi sempre nuovi.
Nel gennaio del 1983 Lia, insieme alle donne della Libreria, scriveva sul Sottosopra verde: «C’è dentro di noi una voglia di stare al mondo da signore, in grande, di avere con le cose sicura familiarità, di trovare di volta in volta i gesti, le parole, i comportamenti conformi al nostro sentimento interno e rispondenti alla situazione, di andare fino in fondo nei pensieri, nei desideri, nei progetti. La chiameremo voglia di vincere».
Questo desiderio di stare al mondo da signore mi ha poi accompagnato, è stata per me una misura preziosa.
Il rapporto politico e di amicizia con Lia negli ultimi anni ha preso più spazio e più tempo; in questi incontri ogni tanto ritornava agli anni della guerra e della resistenza, al confino e alla scelta della clandestinità di suo padre e della sua famiglia a Torino, alla sua formazione giovanile, alla scelta radicale di uscire dal PCI e di dar vita al primo gruppo femminista in Italia, il Demau; e raccontava anche di Milano e dei cambiamenti della città che amava. Ne conservo un bel ricordo, ho guadagnato uno sguardo – il suo – sulle vicende politiche che hanno attraversato l’Italia, e sulle cause e ragioni in campo, di cui le sono grata.
Ma soprattutto Lia tornava – sempre e da sempre – sull’importanza di garantire continuità all’esperienza della Libreria, di un luogo aperto sulla strada, come tratto distintivo della pratica politica del femminismo della differenza. Voleva assicurarsi che ne avessimo compreso fino in fondo il valore per la politica delle donne.
Lia oggi non è più fisicamente in Libreria ma il suo pensiero non è mai andato via, è il precedente di forza di cui la Libreria ha bisogno per ricercare l’agio che serve per stare al mondo da signore.
(http://www.libreriadelledonne.it/, 22 aprile 2026)