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Ringrazio Marina Santini per la ricostruzione dei forti cambiamenti nel panorama internazionale dovuti al credito dato alla parola delle donne e Lia Cigarini per lo sforzo fatto nel cercare di individuare dove e come è necessario spostare in avanti il pensiero per aprirsi alla realtà che cambia e per l’invito a mettere in gioco certezze e interpretazioni che ci hanno accompagnato finora. Personalmente penso che là dove si tratta di sessualità e corpo delle donne (violenza, maternità, prostituzione…) il mutamento sia avvenuto davvero, su questo terreno elidere o eludere la parola femminile è nei fatti impossibile, perché su queste questioni l’esperienza femminile è comune indipendentemente da storie e geografie, posizioni politiche o culturali: ci possono essere differenze tra le donne, ma la parola autorevole esiste e ha finalmente incrociato anche il pensiero dominante.

Diversa a me sembra la situazione quando si tratta di parlare di come è cambiata la realtà e la realtà politica: qui il confronto anche tra noi è tutto da fare o quantomeno da fare meglio e più analiticamente; qui la parola pubblica femminile è molto esitante e anche quando autorevole manca di un forte sostegno collettivo, che potremmo intanto imparare ad offrire con maggiore attenzione e continuità (a proposito di quell’esporsi di cui ha parlato Lia). Ad esempio come far circolare con maggiore forza le parole della Colau o della Merkel, o di molte altre che ragionano dall’interno di situazioni politiche, istituzionali, nazionali e internazionali, alle quali una rete simbolica di approvazione femminile potrebbe fare da moltiplicatore di efficacia.

Nella realtà cambiata è affiorato qualcosa che non credo faciliti la proposta politica di donne, se non pensiamo di più e meglio, per due ragioni che propongo alla discussione. La prima è che il fallimento o crisi della forma partito e dei corpi intermedi (che sono stati sponda di interlocuzione del femminismo, nel bene e nel male) non ha semplicemente prodotto una società liquida, o l’immiserimento della politica mangiata dall’economia (cose entrambe vere), ma la messa in crisi radicale dell’idea di democrazia in Occidente. Su questo quale pensiero abbiamo? Non parlo dello Stato, delle sue leggi, in quanto tale e tali, che ritengo essenziali, ma parlo di qualcosa di ancora più radicale, parlo di quella comunità democratica che si regge su una convivenza civile e non feroce, di cui vedo ogni giorno impallidire il sembiante, e che è a rischio se non ha riflessi anche istituzionali. Qui un confronto vero tra noi non è ancora avvenuto, a partire dalla differenza nel credere o meno che non esista sinistra e destra, faccenda che andrebbe aggiornata e declinata in modo più appropriato, meno sloganistico (io ad esempio credo eccome che esistano politiche di destra e politiche di sinistra, e valori di sinistra – non vedo valori a destra, mio limite) soprattutto ora che la destra, e non solo in Italia, c’è e comanda (il patriarca quando ha questa faccia è revanscista, anche nel rapporto tra i sessi, meglio non dimenticarlo).

La seconda ragione per cui abbiamo bisogno di un pensiero sempre più fine è che quanto ha sostituito una realtà politica a noi nota non è un’altra realtà politica, ma una potente costruzione retorica, di straordinaria efficacia (e questo vale per entrambi i governanti di oggi): come si combatte sul piano del linguaggio (machista, viriloide, virulento, arcaico e patriarcale) e su quello del discorso (la quotidiana costruzione retorica di realtà inesistenti o manipolate per politiche che non si fanno ma si enunciano)? Qui la debolezza della parola femminile è a mio avviso concreta e bisogna pensare e studiare, perché abbiamo molto alle spalle da spendere ma qualcosa di nuovo e di ben diverso da capire.

Che questa riunione non sia un unicum, ma un inizio, questo può essere già l’avvio di un’iniziativa concreta e necessaria, per scomporre il problema avviato (come aprirsi a una realtà che cambia) e tentare una risposta che ci esponga autorevolmente ovunque possiamo e vogliamo.