In un contesto già genocidario

“Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: benvenuti nella nuova Gaza”. Così si intitolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su Avvenire (https://puntodivista.libreriadelledonne.it/cadaveri-e-macerie-in-mare-per-cancellare-lorrore-benvenuti-nella-nuova-gaza/). E bisogna specificare: nella nuova Gaza del “Board of Peace”. Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo: uno scempio ambientale permanente, una scelta devastante per la nostra umanità.

Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura. È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.

Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.

Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso. Come esortano alcuni compagni in lotta per il posto di lavoro, la loro dignità e la salvaguardia dell’ambiente, la nostra parola d’ordine dev’essere INSORGIAMO!

Non dobbiamo permettergli una tale mostruosità.

Durante il convegno del 19 gennaio al teatro dell’Elfo a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele-Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.

Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, Widad Tamimi, scrittrice e attivista

Per aderire: maiindifferenti6@gmail.com

Vorremmo che questo appello per l’umanità non si concludesse con la semplice pubblicazione su [qualche] sito […]. Al contrario, vorremmo che a partire da tale testo si aprisse una riflessione sul senso dell’umano, del sacro, sul senso di pietas che albergano in ogni persona degna, con contributi scritti e momenti di incontro-confronto. E vorremmo che attraverso questa riflessione trovassimo insieme, pur nella propria specificità e grazie alla propria specificità, la strada per opporci all’urto tremendo della violenza scatenata dai poteri contro chi non vuole arrendersi alla logica della prevaricazione e della guerra.

(Pressenza, 10 febbraio 2026)

Segnaliamo in particolare l’analisi del caso da parte di Ida Dominjanni che mette fuori gioco l’illusione di “trasparenza” e fa luce su come conti di più la parola femminile dell’enorme quantità di files per comprendere il caos distruttivo del regime suprematista elitario.

(La redazione del sito)

Continuano a emergere pubblicamente nuovi documenti raccolti durante i procedimenti giudiziari a carico di Jeffrey Epstein, il finanziere newyorkese condannato nel 2008 per sfruttamento sessuale di minorenni. Arrestato nuovamente nel 2019 con accuse analoghe, Epstein è morto suicida in carcere circa un mese dopo il suo arresto.

Sono i cosiddetti “Epstein files”, circa tre milioni di documenti, formati da scambi e-mail, documenti finanziari, informazioni relative al traffico sessuale, messaggi, video e fotografie, che delineano la vasta rete di relazioni formata da un’élite politico-economica internazionale, fatta di maschi bianchi e potenti.

Di questo sistema, basato sull’intreccio tra dominio maschile, potere sessuale e neo-liberismo deregolati e senza limiti, parliamo con la filosofa femminista e giornalista Ida Dominijanni e con il giornalista Salvatore Cannavò, autore di un articolo da poco uscito su Jacobin Italia con il titolo “Epstein, una storia di dominio maschile”.

https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/alphaville/Epstein-e-il-sistema-di-dominio-maschile–3494581.html

https://drive.google.com/file/d/1Wcg0gNdRXecmdXSZHW7EGx_d3JSjuTiP/view

(RSI Radiotelevisione Svizzera – Alphaville, 10 febbraio 2026)

Ancora qualche pensiero sulla manifestazione di Torino convocata per protestare – scrivono nel comunicato ufficiale del centro sociale Askatasuna – “contro lo sgombero”.

Manifestazione grande, perché Askatasuna è da molti anni una realtà radicata nel territorio. Il corteo di cinquantamila persone rifiuta la militarizzazione del quartiere.

Millecinquecento nerovestiti, incappucciati, si staccano dal corteo. Lo scontro diventa tra “loro” e la polizia.

“Loro”: odiatori seriali o bravi figli di mamma? Forse suppongono, in un perverso amore per l’umanità, di riparare ai torti subiti (da loro stessi, da altri, dalla società, dal mondo) con caschi, scudi, bastoni, bombe carta, fumogeni, cartelli stradali divelti, cassonetti rovesciati, lancio di sassi, scoppio di petardi.

A Milano, una settimana dopo, diecimila in corteo. In testa si agitano alberi di legno per ricordare i larici tagliati in nome dei Giochi invernali. Altissima risuona “Tutta mia la città”. Anche qui razzi degli antagonisti contro lacrimogeni della polizia.

Veramente, con tanta violenza in giro, non si sente il bisogno di quella panoplia. Anche perché gli scontri aiutano chi non vuol vedere le buone ragioni dei manifestanti.

Dicono: non bisogna demonizzare gli scontri di piazza. Succede da decenni. Solo che oggi arrivano dalla Francia, dalla Grecia, dalla Germania questi viaggiatori maldisposti che si immaginano dei “combattenti irregolari” (vedi Teoria del partigiano di Carl Schmitt) e compaiono pure (anzi, in numero maggiore) nelle partite di calcio.

MaschilePlurale lavora a far emergere il legame tra violenza bellica e maschilità: la radice sessuata e maschile della guerra, del terrorismo. Una contiguità possibile con gli omicidi di Federica Torzullo, della diciassettenne Zoe Trinchero? Non ritrovi la stessa radice sessuata e maschile?

Certo non c’è paragone ammissibile tra la violenza che uccide in guerra e nei femminicidi, e quella esercitata negli scontri con la polizia.

Ma ha ragione la femminista Lea Melandri: anche nelle manifestazioni di piazza bisogna liberarsi dalle tracce di questa “virilità guerriera”.

E se il testo di Askatasuna chiama “in correità politica” il pacifico corteo dei cinquantamila, le femministe della Casa delle donne di Torino scrivono: «La violenza scatenata, oltre a essere criminale, è una totale mancanza di rispetto nei confronti di persone che hanno manifestato pacificamente. Ci sentiamo offese e strumentalizzate».

Intanto il governo parla di “nuove Br” (il ministro Crosetto), di “terrorismo urbano” (il ministro Piantedosi) mentre il ministro Nordio insiste che «questi scalmanati violenti e le Br hanno una sola cosa in comune: l’odio profondo verso la democrazia e la civiltà occidentale». Oh Signore!

I quindici secondi di video con un poliziotto a terra, circondato da una decina di manifestanti vengono amplificati a dismisura e mostrati in televisione, sui social. La presidente del consiglio Meloni va a trovare in ospedale il poliziotto vittima del pestaggio (dimesso la mattina seguente): «Si chiama tentato omicidio».

Le dichiarazioni esagerate si susseguono.

E tac arrivano leggi speciali, inasprimento delle pene, “pacchetti sicurezza”. Il ddl 1660 comprende fermo preventivo, arresto in flagranza differita per il reato di danneggiamento commesso durante le manifestazioni, possibilità per gli agenti di polizia penitenziaria di operare sotto copertura, sei articoli su trentatré che riguardano l’immigrazione. E molto altro.

Un’immagine livida della società e della politica.

Ma quella che un potere autoritario teme davvero è proprio la protesta aperta, forte e pacifica che le pratiche di solidarietà hanno saputo mettere in campo: la Global Sumud Flottilla per Gaza; gli osservatori di Minneapolis con i fischietti, le videocamere, i cellulari, la partecipazione, l’aiuto, l’altruismo di quanti portano cibo agli immigrati chiusi in casa per paura delle retate dell’Ice.

Pratiche non da copiare ma da cui trarre ispirazione perché nonviolente. Gli spazi di dissenso si difendono in molti modi, purché ci si affranchi dal culto e dai rituali “guerrieri”.

E se il ddl 1660 suggerisce che a manifestare bisognerà pensarci due volte (gli interventi del Colle non sono stati granché rassicuranti), io a un corteo convocato e guidato dalle donne ci andrei comunque.

Ho troppa fiducia nel mio sesso?

(DeA Donne e Altri, 8 febbraio 2026)

La testimonianza di un’operatrice della sanità nella città invasa dagli agenti dell’Ice

Quando l’assedio è cominciato, è stato destabilizzante. In quanto abitante del Minnesota da oltre trent’anni, sono abituata a sentirmi radicata e al sicuro qui: il Minnesota è casa mia. Quando le attività dell’Ice sono aumentate, quel senso di normalità si è trasformato in attenzione e cautela acuite. Anche le attività quotidiane hanno cominciato a sembrare diverse.

Molti di noi provano paura. I latini/ispanici e la comunità somala. Anche se sono una cittadina naturalizzata, a causa dei miei tratti somatici non sono al sicuro dal rischio di essere fermata o arrestata dall’Ice. Preoccuparmi della mia sicurezza e di quella dei miei figli, anche loro latinos, ha avuto un impatto emotivo. Ho detto ai miei figli adulti di portare con sé i loro passaporti e certificati di nascita: sono nati qui. E dopo aver visto le notizie sull’Ice che entra nelle scuole, mio figlio più giovane – che è al liceo – porta con sé il suo certificato di nascita nello zaino. Ciò che fa più male è che molte persone non bianche vengono prese di mira solo sulla base del proprio aspetto.

Ho cominciato a portarmi dietro il passaporto a metà dicembre 2025, dopo essere stata testimone di un’operazione dell’Ice trasmessa in live streaming. In quel momento ho capito che il mio senso di sicurezza era svanito, e che quel piccolo libretto blu (il passaporto) era ciò che auspicabilmente mi avrebbe protetta.

Personalmente non sono mai stata fermata o detenuta. Tuttavia, mio fratello più giovane – che è un cittadino americano – è stato fermato mentre andava al lavoro. Non è stata compiuta nessuna azione pericolosa nei suoi confronti, ma l’incontro con gli agenti dell’Ice è stato intimidatorio ed emotivamente destabilizzante per lui. Dopo è tornato a casa, si è assentato a lavoro: l’esperienza era troppo difficile da elaborare, specialmente perché è successo dopo la morte di Renée Good.

Sono un’operatrice della sanità qui a Minneapolis: ho iniziato a notare un cambiamento dalla seconda settimana di dicembre. Sempre più pazienti cancellavano i loro appuntamenti o non si presentavano. Il motivo, ci dicevano, era la paura: di essere fermati mentre andavano alle visite. Una paura che induce le persone a ritardare o privarsi delle cure mediche di cui hanno bisogno, cosa che ha gravi conseguenze a livello sanitario. Sentire queste storie ha un forte impatto per chi di noi ha a cuore la propria comunità. Nella mia esperienza professionale, è una delle cose più difficili di cui sono stata testimone.

Un mio caro amico mi ha invitata a partecipare a un gruppo social di community watch (dove ci si scambia informazioni su raid in corso, avvistamenti, attività politiche ecc., ndr). Il mio scopo è essere informata, capire le risorse a disposizione e condividerle con le nostre comunità, specialmente se si tratta di questioni relative alla sanità. Garantire informazioni accurate mi sembra importante.

Si è anche trattato di un modo per sentirmi parte della comunità, insieme a altri cittadini del Minnesota che hanno a cuore i nostri vicini. È ciò che siamo – ci sosteniamo a vicenda. Fare parte di un gruppo, condividere le proprie risorse, le allerte e le informazioni sulle veglie o altri eventi ci ha aiutati a restare connessi tra di noi, a elaborare insieme il lutto, a trovare un senso di unione in un momento estremamente difficile.

Ricordo il mercoledìmattina, il 7 gennaio, in cui la notizia della morte di Renée Good ha iniziato a circolare. Alcuni di noi nei gruppi di neighbor alert hanno ricevuto il messaggio: avevano sparato a un’osservatrice. Ricordo la sensazione: ero stupefatta. Si trattava di una madre che aveva appena portato il figlio a scuola. Quella stessa sera ho partecipato a una veglia. C’erano centinaia, forse migliaia di persone che si sono riunite in solidarietà. È stato commovente e surreale. Ero in stato di shock, cercavo di farmi una ragione di quello che era accaduto. Diciassette giorni dopo è stato ucciso Alex Pretti: l’impatto è stato diverso. A quel punto ero già emotivamente esausta. Scoprire che era successo di nuovo, stavolta a un altro professionista della sanità, è stato doloroso. Quando è emerso che Alex era un infermiere, la cosa mi ha colpita su un piano personale. Molti di noi già devono farsi carico del trauma collettivo che deriva da ciò che vediamo ogni giorno: la paura dei nostri pazienti, le cure posticipate, l’insicurezza perenne.

Quel pomeriggio sono andata nel posto in cui si era formato un piccolo memoriale. È stato profondamente emotivo. Non potevo crederci: era successo di nuovo. Quella notte ho pianto per qualcuno che non ho mai conosciuto, ma il cui impegno per la comunità ho riconosciuto immediatamente.

Nella sanità, ci viene insegnato a mettere i nostri pazienti al primo posto. A restare con me è questa dedizione a proteggere i nostri vicini e a difenderci gli uni con gli altri.

Dal mio punto di vista, non c’è stato un miglioramento significativo dal cambio di leadership degli agenti federali a Minneapolis. L’Ice è ancora presente, e le tattiche sono sempre le stesse. Anche dopo che Greg Bovino se ne è andato, la visibilità e l’intensità delle azioni non sono cambiate in modo percettibile.

Molti di noi si sono sentiti sollevati quando Bovino è stato rimosso, ma la paura non è scomparsa. La gente ancora parla di avvistamenti di agenti, si sente ancora osservata (i droni di notte sorvolano le città) e si sente insicura nella propria quotidianità. Sotto Bovino ci sono state tre sparatorie, due delle quali letali. Sono trascorsi pesanti, e aleggiano sul presente.

Vorrei che la leadership democratica fosse in grado di fare di più. Ma mi rendo conto anche del fatto che le loro mani sono legate. Ci sono limiti legali e strutturali a ciò che possono fare. A livello locale ho visto Jacob Frey, il sindaco di Minneapolis, parlare consistentemente e con chiarezza di come tutto questo stia avendo un impatto sulle famiglie di immigrati e le piccole attività. Da parte sua vedo un interesse genuino. Ho anche visto un cambiamento positivo sotto il capo della polizia di Minneapolis Brian O’Hara: in tanti ora vedono la polizia locale come un’alleata – una fiducia che ha importanza.

Allo stesso tempo, sembra una situazione alla Davide e Golia. Minneapolis ha risorse limitate: il dipartimento di polizia ha circa 600 agenti mentre le operazioni dell’Ice ne impiegano quasi 3.000. La leadership locale e statale può agire solo fino a un certo punto davanti a questo sbilanciamento di forze.

Eppure ho speranza. Vedere il sindaco di Minneapolis a Washington, e i parlamentari venire in Minnesota per osservare ciò che sta accadendo, mi dà speranza che ci sia una maggiore comprensione degli eventi.

Mi rendo conto che i nostri leader statali stanno cercando delle soluzioni passando per i canali legali, ma per il momento questi sforzi non hanno portato a una soluzione significativa. Ed è frustrante per tutti noi.

Vedere Liam Ramos tornare a casa è stato un raggio di speranza. Quando ho visto il suo volto sui giornali locali qualche settimana fa, mi si è spezzato il cuore. È solo un bambino. Sapere che era tornato in Minnesota, da sua madre, insieme al papà, ha dato sollievo a tanti di noi. La sensazione era che qualcosa stesse finalmente andando per il verso giusto.

Tuttavia l’allarmebomba alla sua scuola mi ha profondamente turbata. È doloroso pensare che chiunque possa voler fare del male a un bimbo di cinque anni solo per il suo status migratorio. Ma mi conforta vedere che le forze dell’ordine locali hanno fatto il loro dovere.

Non mi sorprende che si parli di un appello, da parte del governo, alla decisione del giudice di rilasciare Liam e il padre. A darmi speranza è il lavoro incessante dell’American Civil Liberties Union, degli attivisti dell’immigrazione e per i diritti civili, e il fatto che i funzionari del dipartimento dell’Educazione stiano prendendo posizione per difendere i bambini nelle scuole dall’Ice. Per me, il fatto che Liam sia tornato a casa resta un simbolo di speranza.

(il manifesto, 8 febbraio 2026 – Traduzione di Giovanna Branca)

Nell’ambito della campagna a sostegno delle curde e dei curdi del Rojava lanciata a fronte dell’attacco sferrato contro di loro a inizio gennaio (Women Defend Rojava), un gruppo di femministe e artiste – tra cui Pinar Selek, Ariane Ascaride, Annie Ernaux, Antoinette Fouque, Lio e Sepideh Farsi – ha scritto un appello a loro sostegno pubblicato su Libération il 26 gennaio. Nel loro testo, chiedono alle giornaliste / ai giornalisti di far conoscere la gravità della situazione, le Nazioni Unite, la CEDAW e le organizzazioni che si occupano di diritti umani ad agire immediatamente e il presidente francese Emmanuel Macron (che aveva recentemente preso contatto con rappresentanti delle forze curde) a intensificare gli sforzi per fermare i crimini in corso. “La situazione oggi è in parte migliorata, ci ha segnalato Pinar Selek, attivista turca residente in Francia, da sempre impegnata in questo ambito, dopo l’accordo raggiunto tra le FDS [Forze Democratiche Siriane, l’esercito multietnico a guida curda] e il governo transitorio siriano. Ma come raccontano anche le donne di Kongra Star [l’organizzazione ombrello del movimento delle donne in Rojava] nel “messaggio alle donne del mondo” che Pinar ci ha inoltrato e che pubblichiamo su questo sito (https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/dallarete/messaggio-dalle-donne-del-rojava-alle-donne-del-mondo/), “sappiamo che non esiste una vera pace. Se oggi sono pronti a fare delle concessioni, è solo perché non hanno scelta. E non abbiamo fiducia nel fatto che proteggano i diritti delle donne”. Perciò, sostengono, “non smetteremo di lottare” e invitano a “restare vigili e attive”.
(Silvia Marastoni)

Il testo dell’appello pubblicato su Libération (che non consente l’accesso a non abbonate-i) e l’elenco aggiornato delle firmatarie può essere reperito anche a questo link: https://www.marchemondiale.ch/index.php/fr/actions-campagnes/solidarite-internationale/667-rojava-ne-laissons-pas-massacrer-la-revolution-des-femmes

(Libération, 26 gennaio 2026)

Nella discussione sulla violenza politica e negli interventi di Claudio Vedovati e Stefano Ciccone è stata evocata, direttamente o indirettamente, la questione di un profondo cambiamento della società, dell’economia e delle relazioni sociali, in particolare di quella tra uomini e donne, che trovi nella nonviolenza la propria pratica.

Nel volume La rivoluzione nonviolenta*, Piero P. Giorgi, riflettendo sul significato profondo della parola “rivoluzione”, la rilegge come il passaggio necessario da una società fondata sulla violenza a una società nonviolenta e, proprio per questo, davvero umana. L’autore invita a riconoscere che la violenza non è solo quella evidente delle guerre o delle aggressioni, ma è spesso nascosta nelle strutture sociali, nelle disuguaglianze, nei rapporti di potere, nel linguaggio e nei comportamenti quotidiani. È una violenza che viene accettata come normale e che finisce per plasmare il modo in cui viviamo insieme.

Giorgi parte da una rilettura delle basi biologiche del comportamento umano, opponendosi alla visione tradizionale che considera aggressività e competizione come tratti inevitabili della natura umana. Le neuroscienze contemporanee, e in particolare gli studi sull’empatia, sui neuroni specchio e sulla cooperazione, mostrano che la nostra mente è strutturalmente orientata alla relazione e all’altruismo. La violenza, secondo l’autore, è piuttosto un prodotto culturale e storico, amplificato da modelli sociali gerarchici e patriarcali.

In questo senso, la nonviolenza non è un ideale etico astratto, ma una condizione naturale possibile, che può essere recuperata attraverso l’educazione, la consapevolezza e la riforma delle istituzioni sociali. L’autore propone di fondare su basi neuroscientifiche una nuova etica della responsabilità, capace di integrare le dimensioni emotive, cognitive e sociali dell’essere umano.

La “rivoluzione” evocata dal titolo non implica un capovolgimento violento dell’ordine esistente, ma una conversione etica e antropologica orientata alla cooperazione, alla cura e alla giustizia relazionale. Una società costruita sulla forza, sul dominio e sulla competizione non può essere considerata pienamente umana. La violenza promette ordine e sicurezza, ma in realtà produce paura, esclusione e nuovi conflitti. Per questo la nonviolenza non è una scelta ingenua o moralistica, né una forma di passività: è invece una risposta attiva e radicale, capace di mettere in discussione le basi stesse della convivenza sociale concorrendo ad evitare l’estinzione dell’umanità che l’attuale violento modo di vivere potrebbe comportare.

La rivoluzione nonviolenta non riguarda solo le leggi o le istituzioni, ma anche le persone. Non può esistere un cambiamento collettivo senza un cambiamento individuale. La nonviolenza diventa così uno stile di vita, un modo di pensare e di agire che coinvolge le relazioni, la politica, l’economia e l’educazione. Essa propone una diversa idea di potere, non inteso come imposizione sull’altro, ma come capacità di cooperare, dialogare e costruire insieme soluzioni giuste.

Un aspetto centrale della società nonviolenta è il modo di affrontare i conflitti. Giorgi sottolinea che il conflitto è inevitabile e fa parte della vita sociale, ma non deve necessariamente trasformarsi in violenza. La nonviolenza insegna a gestire i contrasti senza distruggere l’altro, cercando risposte che rispettino la dignità di tutte le persone coinvolte. In questo senso, essa diventa una pratica concreta di giustizia e responsabilità.

La rivoluzione nonviolenta non è un traguardo immediato, ma un processo lungo e fragile. Richiede impegno, partecipazione, educazione e vigilanza continua, perché la tentazione di tornare alla violenza è sempre presente. È però proprio questo cammino a rendere possibile una società più giusta, solidale e umana, fondata non sulla paura, ma sulla cura delle relazioni e sul riconoscimento reciproco.

Ampio spazio è dedicato nel volume al ruolo delle donne nella trasformazione nonviolenta, in cui si attribuisce loro una funzione storica e culturale decisiva, non per ragioni essenzialiste, ma per la continuità di saperi relazionali e pratiche di cura che le donne hanno preservato nel tempo, spesso in opposizione ai modelli dominanti di potere.

La capacità di generare e custodire la vita, di mantenere reti sociali e comunitarie, di valorizzare l’empatia come forma di intelligenza e di gestione dei conflitti rappresenta un punto di partenza per un nuovo paradigma di civiltà. In questa prospettiva, la “rivoluzione nonviolenta” non può prescindere da una rivoluzione femminile, intesa come pieno riconoscimento del contributo storico e contemporaneo delle donne alla costruzione di una cultura della pace. La loro esperienza costituisce una risorsa essenziale per “riumanizzare” la società tecnologica e ricostruire un equilibrio tra mente, corpo e ambiente.

Pur riconoscendo che la rivoluzione nonviolenta è una risposta attiva e radicale, le argomentazioni di Giorgi lasciano in secondo piano una questione cruciale: un cambiamento nonviolento radicale non può limitarsi a un mutamento degli atteggiamenti personali o a un lavoro educativo di lungo periodo come l’autore sembra talvolta individuare come strategie del cambiamento. Come hanno insegnato e praticato pensatori della nonviolenza quali Lidia Menapace, Maria Pastore, Danilo Dolci, Aldo Capitini e altre/i, esso richiede anche azioni di disobbedienza civile, scioperi, sit-in, boicottaggi, ecc., che spesso comportano repressione da parte delle istituzioni statali e costi personali elevati per chi sceglie queste forme di lotta.

Gli esempi storici (vedi l’esperienza di Gandhi prima in Sudafrica e poi in India) quelli più recenti, come “Extinction Rebellion” in Europa o “Palestine Action” in Gran Bretagna, il movimento iraniano “Donna, vita, libertà” e, ancora, le manifestazioni e le azioni delle cittadine e dei cittadini statunitensi che, nelle città, si oppongono ai soprusi dell’ICE contro i migranti, mostrano che azioni che vanno oltre la semplice testimonianza simbolica vengono frequentemente represse dalle forze dell’ordine, pur mantenendo un carattere nonviolento. E chi si pone in una prospettiva nonviolenta non può esimersi dal discutere come affrontare tale repressione che è anche violenta. Si tratta di questioni che andrebbero discusse più a fondo da chi non intenda ridurre la nonviolenza a una sola testimonianza etica e morale, per quanto importante.

(*) Piero P. Giorgi, La rivoluzione nonviolenta. Lo studio della natura umana può evitare una rapida estinzione, Il Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (Verona), 2019.

(www.libreriadelledonne.it, 6 febbraio 2026)

Non c’è fotografia più nitida per restituire il nesso tra capitalismo e patriarcato, nella sua espressione più abominevole, delle immagini provenienti dai files di Jeffrey Epstein. In pochi hanno messo a fuoco il grado di compiacenza sessuale, di spudorata esibizione del potere maschile, bianco, sul corpo delle donne, proveniente non da maschi qualsiasi, ma da un’élite mondiale super-selezionata. Un consesso di uomini potenti, in grado di governare e condizionare, sul piano politico, economico, culturale, dell’immaginario, le vite di miliardi di persone, che si è ritrovato unito e compatto nell’umiliazione sulle donne e nel sentirsi ancora più coeso e compatto proprio in virtù di questo atto collettivo.

I files Epstein comprendono tutto quello che le procure hanno accumulato sull’indecente magnate dal 2005, quando Epstein è stato indagato per le accuse di abusi su minorenni in Florida. Dallo scorso novembre, poi, sono stati pubblicati circa tre milioni di pagine di documenti. Non si tratta solo di informazioni relative al traffico sessuale, ma ci sono anche documenti finanziari dei suoi clienti, scambi di email e messaggi di testo personali, video e foto. L’intreccio tra il potere e la violenza sessuale non potrebbe essere più esplicito. Elon Musk, che poi cerca di smentire queste affermazioni, nel 2012 chiede a Epstein «in che giorno/notte ci sarà il party più scatenato sulla tua isola?» riferendosi all’isola privata del magnate alle Isole Vergini. In altri appunti di Epstein scritti a Bill Gates, il fondatore di Microsoft, si sostiene che Gates avrebbe avuto relazioni extraconiugali con «ragazze russe» e avrebbe contratto una malattia sessualmente trasmissibile chiedendo aiuto a Epstein per ottenere antibiotici da somministrare di nascosto a Melinda, sua moglie. In un’e-mail del 18 luglio 2013, Epstein scrive: «Per aggiungere la beffa al danno, poi, con le lacrime agli occhi, mi implori di cancellare le email sulla tua malattia sessualmente trasmissibile, sulla tua richiesta che io ti fornisca antibiotici che puoi dare di nascosto a Melinda e sulla descrizione del tuo pene». 

Il nome di Richard Branson, il boss della Virgin, compare centinaia di volte e in uno scambio di battute del 2013, Epstein lo ringrazia per la sua recente ospitalità mentre Branson risponde che è stato «davvero un piacere» vederlo, aggiungendo: «Ogni volta che sei in zona mi farebbe piacere vederti. A patto che tu porti il tuo harem!» (Virgin poi chiarisce che per harem si intendevano tre membri adulti del team di Epstein, precisazione alquanto inverosimile).

Steve Tisch, comproprietario della squadra di football dei New York Giants, chiede se una donna da lui incontrata a casa di Epstein fosse «una professionista o una civile» e Epstein in altri scambi dice di avere per lui «un regalo» e descrive la donna a cui avrebbe presentato Tisch come «una tahitiana che parla soprattutto francese, esotica».

I Files sono stati pubblicati alla rinfusa e in modo confusionario e non sono state risparmiate nemmeno le vittime, molte delle quali finite nel web con tanto di volti, indirizzo mail e addirittura conti correnti bancari. Ma in ogni caso nella maggior parte dei testi si svela il campionario più retrivo e umiliante quando si tratta di donne: harem, esotiche, prostitute, una descrizione che non viene particolarmente a galla nelle cronache di questi giorni, più orientate a dare risalto all’elenco dei vari potenti o personaggi noti invece che evidenziare il trattamento maschile verso le donne. E non a caso è una donna, Melinda Gates, che chiede all’ex marito Bill di «rispondere del suo comportamento» aggiungendo che «nessuna ragazza dovrebbe mai essere messa in quelle situazioni».

L’immagine, tra quelle finora note, che più di tutte descrive la condizione di supremazia maschile e di umiliazione sessista è probabilmente quella del principe inglese Andrew, accovacciato su una donna distesa a terra, quasi come fosse una belva pronta ad avventarsi sulla propria vittima.

Una storia di potere maschile, e di potere sessuale intrecciato a quello economico, finanziario, politico, culturale. Da questo punto di vista, se si guarda ai fatti e ai files attraverso questa lente non stupisce il nutrito elenco di uomini noti o sedicenti progressisti. Il Bill Gates appena citato, Bill Clinton, il blairiano Peter Mandelson – punta di lancia della campagna di delegittimazione contro Jeremy Corbyn accusato di presunto, quanto inesistente, antisemitismo – il mentore della sinistra radicale Noam Chomsky (al momento presente nei files solo con scambi di lettere), Woody Allen, l’ex ministro della Cultura francese Jack Lang. Amici di Epstein alla pari di Donald Trump e Elon Musk, accomunati da un’identità sola: essere uomini. Tutti in fila a omaggiare Epstein, a prescindere dalle convinzioni e dai valori esibiti nel loro discorso pubblico e invece qui asserviti alle violenze sessuali con una foga ben colta dal New York Times: «Dimostra come funziona la società d’élite in tutto il mondo. Rivela come il denaro, indipendentemente da come venga guadagnato, attiri l’attenzione delle persone, che a sua volta porta più denaro e più attenzione, e genera questa vasta rete di connessioni, anche per qualcuno come Epstein. Così la gente ha visto radunate persone potenti attorno a lui e voleva farne parte». People follow the money, si potrebbe dire e non si ferma nemmeno davanti a un abusatore sessuale. Tutto questo, continua il New York Times, «è rivelatore di come alcune persone della società d’élite considerassero le donne. C’era una forte componente di classe in tutto questo. Molte ragazze provenivano da famiglie disgregate e da contesti poveri. Alcune di loro avevano subito abusi in famiglia. Ed erano viste, fondamentalmente, come oggetti, se non da usare sessualmente, almeno da avere intorno, quasi come mobili. Erano viste come persone usa e getta».

Harem, tappezzeria, mobilio, persone da usare e gettare. Sembra un film dell’orrore, una storia di soprusi eccezionali, e ovviamente lo è. Ma per il tipo di persone coinvolte, per il ruolo di cantori del sistema dominante – occidentale in questo caso, che avrà i suoi corrispettivi in ogni regime politico – svolto dai protagonisti, quella storia diventa simbolo di una gerarchia patriarcale ben conosciuta e denunciata attivamente dai movimenti femministi e che il mondo maschile continua invece a ignorare e bypassare. Nell’harem di Epstein andava in scena un immaginario che, non a caso, è stato indirettamente (o forse più consapevolmente di quanto si creda) preso di mira dal MeToo statunitense, indirizzato proprio contro una gestione patriarcale, violenta e proprietaria del corpo delle donne da parte di un’élite di maschi bianchi e di potere. Quel movimento è stato poi banalizzato e dimenticato ma è rimasto nella coscienza di molte e non sarà reversibile. Denunciare le molestie sessuali sul lavoro è un fatto che è cresciuto di intensità dopo il movimento negli Usa, così almeno segnala una nota della Bocconi di Milano, con una crescita delle denunce in alcuni casi del 50%.

I files di Epstein sembrano non turbare più di tanto la generazione maschile che resta aggrappata a un immaginario consolidato e interiorizzato fino a renderlo banale. Certo, in gran parte dei commenti politici e giornalistici fatti da uomini non manca lo sdegno, ma viene spesso sovrastato dall’indignazione per la matrice politica degli uomini abusanti: i progressisti in cerca delle colpe di Trump e le destre pronte a replicare con la presenza dei Clinton. Ma il nodo centrale della vicenda, l’espressione del rapporto tra uomini, potenti, patriarcali, ricchi, e le donne, resta sullo sfondo. E invece si tratta proprio di destrutturare immaginari e forme di dominio, schemi consolidati, relazioni incistate anche con il loro grado di violenza e umiliazione. Che travalicano il jet set allestito da Epstein, popolano il nostro immaginario e il brodo melmoso in cui siamo cresciuti in quanto maschi. E che spesso non respingiamo, soprattutto non smantelliamo.

Oltre a rifiutare in radice ogni forma di violenza, occorre invece smontare stereotipi, ribaltare gerarchie lessicali e forme di dominio, anche impalpabili, anzi soprattutto quelle. Perché sono quelle ad abitarci ancora. La storia di liberazione ed emancipazione delle donne deve essere scritta dalle donne, ma è anche vero che una storia di oppressione e di umiliazione chiama in causa anche il soggetto attivo del dominio. E se non si può chiedere al capitalismo di smettere di sfruttare il lavoro, ché altrimenti finirebbe di esistere, si può invece esigere dagli uomini di dismettere l’intero apparato simbolico collegato al patriarcato e all’oppressione. Perché non si smetterebbe di esistere ma si sarebbe solo migliori e si potrebbero costruire relazioni nuove: solidali, paritarie, fondamentalmente inedite e liberatorie per tutti e tutte. Non c’è niente di più opprimente e costrittivo, in fondo, del pattern virilista che viene inculcato da ragazzi e che rende l’esibizione di sé e la competizione infinita un dovere assoluto. E non c’è nulla di più liberatorio che sbarazzarsene.

(Jacobin Italia, 5 febbraio 2026)

La rete nazionale 10 100 1000 piazze di donne per la pace (facebookinstagram) organizza per sabato 28 marzo una manifestazione da fare in contemporanea in tutte le città e invita le donne a tessere, cucire, ricamare in piazza un arazzo o una rete o un tappeto o una grande bandiera per testimoniare la volontà di pace e l’opposizione ad un sistema di potere, di cui sono artefici anche donne di governo, che vuole convincerci della necessità della guerra. La guerra non è inevitabile, è una scelta politica che riduce la nostra umanità. Alla fine degli anni ’40 le donne dell’UDI (Unione donne in Italia), nelle città e nelle campagne, raccolsero 3 milioni di firme che consegnarono all’ONU e cucirono a mano drappi di arcobaleno, le bandiere della pace, utilizzando il materiale che trovavano, contro la bomba atomica e il riarmo. Vivo era il ricordo delle tragedie provocate dalla seconda guerra mondiale. Oggi siamo sconvolte per quello che non avremmo immaginato potesse nuovamente accadere. Abbiamo paura che la guerra possa estendersi, anche per un errore diventare nucleare e causare la fine della vita sulla terra. Siamo addolorate per la sofferenza delle popolazioni civili, per la strage di bambine e di bambini, di donne e uomini inermi, per i giovani mandati a morire per la sete di dominio dei potenti e per fare arricchire costruttori e trafficanti di armi.

Siamo profondamente preoccupate per il presente che stiamo attraversando e per il futuro che stiamo consegnando o peggio non consegneremo a figli e nipoti.

Tessere, cucire, rammendare, ricamare sono attività che richiedono pazienza e competenza, utili per la bellezza e per la vita, il contrario di demolire, strappare, distruggere. Fanno parte dell’esperienza storica femminile di attenzione e cura delle relazioni umane, esperienza di cui siamo orgogliose e che dobbiamo far valere contro la logica della forza e del dominio che rischia di annientarci. Conosciamo meglio degli uomini il valore della vita perché noi donne possiamo darla non senza difficoltà, rinunce e, a volte, sofferenze e la curiamo giorno dopo giorno. Dobbiamo far valere la nostra differenza! È arrivato il momento di dire con fermezza Basta! Basta al delirio distruttivo del sistema di potere maschile che fa della menzogna e dell’uso della violenza una pratica quotidiana e che si manifesta con sempre maggiore arroganza e ferocia. Sentiamo la responsabilità, il dovere di agire, qui e ora, prima che sia troppo tardi in tutti i modi possibili, inventandone anche dei nuovi. Siamo convinte che se saremo tante saranno costretti ad ascoltarci. Per questo vi chiediamo di unirvi a noi sabato 28 marzo. È l’inizio di un percorso che continuerà con altre iniziative fino ad arrivare ad una manifestazione nazionale.

Insieme ce la faremo!

(facebook, 3 febbraio 2026)

Da Pinar Selek, sociologa, femminista e attivista turca, da molti anni impegnata anche nella difesa dell’esperienza del Rojava e, in particolare, in stretta relazione con le donne che ne sono protagoniste, riceviamo questo testo, che pubblichiamo (Silvia Marastoni).

Care amiche, compagne e sorelle,

vi salutiamo con un nuovo aggiornamento dal Rojava. Oggi è sabato 31 gennaio. È la giornata di mobilitazione nell’ambito della campagna “Women Defend Rojava” (le donne difendono il Rojava). La maggior parte di voi avrà sicuramente partecipato a manifestazioni e azioni. Anche noi eravamo in strada con le donne, qui, in Rojava. In tempo di guerra, la situazione cambia da un giorno all’altro. È impossibile pianificare o preparare qualsiasi cosa. Ma a volte, le cose si incastrano a meraviglia. Come oggi. Cosa sarebbe potuto accadere di meglio che scendere in strada come donne proprio nel giorno dell’annuncio di un accordo tra le FDS [Forze Democratiche Siriane, l’esercito multietnico a guida curda che ha sconfitto l’ISIS, ndr] e il governo transitorio siriano! In questa giornata riaffermiamo la nostra certezza: noi donne difenderemo la nostra Rivoluzione.

Dall’accordo di cessate il fuoco, possiamo dire che la situazione al fronte sembra più o meno calma. Ma sappiamo che non esiste una vera pace con il governo di transizione. Quando volgiamo lo sguardo verso le altre regioni della Siria, vediamo attacchi e assassinii incessanti.

Questo accordo non significa un cambiamento del Governo Transitorio Siriano (GTS) o delle forze imperialiste che lo sostengono. Il loro obiettivo rimane l’annientamento della Rivoluzione. Se oggi sono pronti a fare delle concessioni, è solo perché non hanno scelta. Non abbiamo fiducia nel fatto che proteggano i diritti delle donne. Crediamo piuttosto nella capacità della società di difendersi.

Il futuro dipende dalla resistenza continua delle donne in tutto il mondo. Donne che si mobilitano affinché possiamo continuare a difendere e mettere in sicurezza le conquiste di questa Rivoluzione, affinché questo accordo porti a un’integrazione democratica e non a un’assimilazione all’interno delle strutture statali. I diritti delle donne non vengono menzionati nei negoziati, così come la liberazione delle nostre combattenti dell’YPJ [le Unità di Difesa delle Donne, ovvero le brigate femminili, ndr]. Una solidarietà e una resistenza incrollabili sono indispensabili, la lotta continua!

La sicurezza non può essere garantita da alcun cessate il fuoco con l’HTS [Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo militante islamista che controlla parti della Siria nord-occidentale], ma solo dalla nostra stessa forza. L’autodifesa ha molteplici sfaccettature. È quanto abbiamo potuto constatare in modo impressionante nelle ultime settimane. Le forze armate, le FDS, sono importanti. Ma la forte pressione esercitata dai milioni di curde/i e dalle persone solidali che sono scese nelle strade del Kurdistan e del mondo intero in queste settimane è altrettanto importante. Le istanze politiche si sforzano di aprire una via diplomatica, ma traggono la loro forza dal sostegno della popolazione. Ancora una volta, la società in Rojava dimostra che la migliore autodifesa è l’organizzazione. Una società organizzata, che ha coscienza di sé, che ha valori democratici e li difende con fiducia e determinazione, non si lascia reprimere. Ed è con questa chiarezza che guarda al futuro.

La guerra non è finita. Forse la guerra militare perderà intensità, ma abbiamo visto in queste settimane che questa guerra è condotta con altrettanto accanimento nei media e con tutti i mezzi della guerra psicologica speciale. È una guerra per l’informazione, per la diffusione dei punti di vista, per le nostre menti, i nostri cuori, la nostra morale. Anche quando i nostri corpi non sono colpiti dai proiettili, sentiamo l’impatto della disinformazione che mira a farci arrendere ancora prima di aver iniziato a lottare. In questo senso è fondamentale restare vigili. L’amministrazione autonoma del Rojava continua a esistere, la Rivoluzione delle donne è viva e non si lascerà smantellare da alcuna integrazione. Dobbiamo essere consapevoli che viviamo nella terza guerra mondiale e nel suo caos. Il capitalismo, il sistema degli Stati-nazione e la mentalità patriarcale hanno condotto il mondo in una crisi profonda alla quale le potenze dominanti reagiscono con sempre più violenza, più repressione, più guerra. Possiamo constatarlo in Medio Oriente, in Europa, in Abya Yala[il nome usato dai popoli indigeni per riferirsi al continente americano, ndr], in Asia, negli Stati Uniti. Per proteggere le nostre società, la vita su questa terra, da questa forza distruttrice, abbiamo bisogno di numerosi metodi di lotta. Abbiamo bisogno di autodifesa in tutte le sue forme.

Quasi due settimane fa Mazloum Abdi, in qualità di comandante in capo delle FDS, ha fermamente rifiutato il piano d’integrazione proposto dal governo transitorio siriano. Quell’accordo avrebbe portato a una morte lenta della Rivoluzione. Invece, la società ha deciso di resistere ancora una volta. Questa resistenza ha esercitato la pressione necessaria per dar luogo a un nuovo accordo, conforme ai valori dell’amministrazione autonoma. Le FDS rimarranno unite e saranno ufficialmente integrate nell’esercito siriano come divisioni e non come singoli individui. Nessuna forza armata dell’HTS entrerà nei villaggi e nelle città curde. Unità delle forze di sicurezza del ministero dell’Interno siriano saranno stazionate temporaneamente in basi a Hasaka e Qamishlo, per proseguire il processo di integrazione, e poi lasceranno nuovamente le città. L’accordo copre molti punti e altri dovranno ancora essere negoziati prossimamente. Inoltre non sappiamo per quanto tempo il governo rispetterà le decisioni prese. Ufficialmente la Francia e gli Stati Uniti sono i garanti di questo accordo e supervisionano il processo. Ma noi non ci fidiamo delle forze imperialiste. Abbiamo fiducia nella forza della società e nella solidarietà internazionale.

Una cosa è chiara: dall’inizio del movimento di liberazione curdo e dallo scoppio della Rivoluzione in Rojava, le potenze egemoniche, siano esse regionali o internazionali, hanno sempre avuto interesse a impedire ogni rivolta del popolo curdo, ogni alleanza tra i popoli democratici e ogni auto-organizzazione. Eppure, oggi, siamo qui. E siamo riusciti a sventare un nuovo tentativo di annientamento della nostra resistenza.

Il governo di transizione siriano, che beneficia di un sostegno militare e finanziario e gode di una legittimazione politica da parte di Turchia, Stati Uniti, UE, Israele e Gran Bretagna, non è riuscito a entrare nelle città curde. L’HTS e l’alleanza delle forze governative pensavano di poter distruggere la Rivoluzione delle donne con un unico attacco massiccio. È stato un errore. Sono stati costretti a tornare al tavolo dei negoziati e la pace è stata rimessa all’ordine del giorno.

Solo una lotta comune, una resistenza comune, garantisce la sopravvivenza della Rivoluzione delle donne – e questo, ogni volta.

La lotta continua. Dobbiamo restare particolarmente vigili e continuare a esercitare pressione nei prossimi giorni e settimane. Sappiamo di trovarci di fronte a un governo islamista e ai suoi alleati imperialisti che sono privi di valori e di umanità. Allo stesso tempo, sappiamo che qui in Rojava vivono migliaia di donne che non accetteranno mai più di essere ridotte in schiavitù. La resistenza delle donne è, soprattutto in questo momento, la linea rossa centrale che garantisce i principi della Rivoluzione. Sappiamo che non c’è nulla di più antinomico alla Rivoluzione democratica delle donne delle idee islamiste e fasciste. È per questo che la giornata di oggi era perfetta affinché noi donne scendessimo in strada insieme.

Come oggi ha chiaramente sottolineato Rihan Loqo, del comitato diplomatico di Kongra Star[l’organizzazione-ombrello del movimento delle donne in Rojava, ndr] a Qamishlo [città nel nord-est della Siria, al confine turco, considerata la capitale de facto dell’amministrazione autonoma curda del Rojava, ndr]: «Questo sistema che rivendicano e nel quale l’esistenza stessa delle donne è messa a repentaglio, non potranno imporcelo. […] Finché i diritti, l’esistenza, la Storia, la volontà delle donne non saranno garantiti, non smetteremo di lottare, non aspetteremo che il tempo passi e non accetteremo questo sistema. Scenderemo in strada Ogni giorno per le nostre conquiste, la nostra esistenza, la nostra Storia, la nostra Rivoluzione».

In questo senso, restate vigili, restate attive, la guerra non è finita e una lunga battaglia ci attende. La nostra lotta come donne ha una storia millenaria e un futuro altrettanto lungo. Saremo testimoni di molti cambiamenti, avremo bisogno di molte metodologie,ma ciò che è certo è che la nostra libertà, la nostra autodeterminazione, la nostra organizzazione comune non sono negoziabili.

Jin, Jîyan, Azadî (Donna, Vita, Libertà)

(email, 31 gennaio 2026)

Care sorelle nella lotta per i diritti delle donne!

desideriamo informarvi che il canale televisivo italiano RAI ha recentemente pubblicato un film dedicato a Olga Karach: un documentario di circa 20 minuti sulla sua storia e sulla sua attività civile e politica. Vorremmo molto poterlo condividere con voi e organizzare la sua più ampia diffusione possibile. Il film è disponibile a questo link: https://owdwezb.clicks.mlsend.com

Nella rubrica “Faccia a faccia”, questa settimana la giornalista Veronica Fernandes ha intervistato l’attivista bielorussa Olga Karach. Karach è stata una figura chiave della rivoluzione del 2020 in Bielorussia, repressa dal regime di Aleksandr Lukašenko, stretto alleato di Vladimir Putin e spesso definito l’ultimo dittatore d’Europa.

Nominata per il Premio Nobel per la Pace, Karach oggi vive in esilio in Lituania, da dove coordina una rete di attivisti dell’opposizione e di obiettori di coscienza al servizio militare. A causa della sua attività, il regime bielorusso l’ha condannata per terrorismo e ha tentato di sottrarle il figlio.

Vi saremmo profondamente grati se poteste diffondere questo film il più possibile, attraverso tutti i canali e le reti a vostra disposizione.

Cogliamo inoltre l’occasione per ringraziare in modo speciale la giornalista Veronica Fernandes per il suo lavoro straordinario, per la sua pazienza e per l’impegno di tutta la sua troupe. Un ringraziamento sentito va anche ad Agostino Zanetti e agli attivisti del movimento per la pace della città di Brescia, grazie ai quali questo incontro e questo film sono stati resi possibili.

Con sentimenti sinceri e riconoscenti,

il team di La Nostra Casa

(RaiNews.it, 30 gennaio 2026)

Leila, docente universitaria nell’Afghanistan occidentale, ha impiegato due anni a scrivere il suo manuale: verteva sul “project management”, cioè su come utilizzare in modo efficiente risorse come il tempo, il capitale e la manodopera. Il suo libro, così come quelli firmati da altre decine di donne, sono stati vietati sotto il regime talebano. «Avevo tradotto diverse fonti in inglese per completare il mio libro, che riguarda l’applicazione di standard di qualità grazie a strumenti e tecniche scientifiche finalizzati al successo di progetti nazionali e commerciali». Il libro era utilizzato come testo per gli studenti universitari. Ma dopo che i talebani hanno preso il potere, è arrivato l’ordine di ritirarlo. «Quando ho chiesto il motivo, mi hanno risposto che, poiché l’autore era una donna, doveva essere ritirato», racconta Leila. Da quando, nel dicembre 2022, è stata privata della sua cattedra all’università, dopo che i talebani hanno vietato la formazione alle ragazze, Leila è riuscita a pubblicare solo un articolo accademico su una rivista internazionale. Oggi confessa di non avere più la forza di scrivere: «Avrei uno studio da completare, ma non ho più motivazioni. Immaginate di trovarvi a un bivio buio, senza informazioni su quale strada prendere; in qualsiasi direzione guardiate, c’è solo oscurità».

Nella lista nera dei taleban ricercatrici e accademiche

Nell’agosto 2025 il Ministero dell’Istruzione Superiore dei talebani ha emanato due diverse direttive per le università di tutto il Paese, ordinando loro di interrompere l’insegnamento di 18 materie accademiche e di non utilizzare più 640 libri di testo e altri materiali didattici. Più di 140 titoli sono stati vietati solo perché le loro autrici erano donne. Una delle ordinanze afferma che le materie vietate «sono state ritenute contrarie alla sharia e alle politiche del governo e sono state quindi rimosse dal programma di studi». Tra le autrici inserite nella lista nera figurano accademiche con oltre trent’anni di esperienza nell’insegnamento e una lunga carriera nella ricerca. Molti attivisti sostengono che si tratti di un altro tentativo sistematico da parte dei talebani di cancellare la voce delle donne dalla vita pubblica. I libri di testo scritti da donne sfidano l’ideologia dei talebani, osserva un professore, a causa della loro stessa esistenza: «Come si può proibire a una donna di insegnare o di studiare, e nello stesso tempo consentire agli allievi di studiare su un suo libro?».

Zohra (nome di fantasia, come tutti gli altri in questo articolo) ha trentasette anni e scrive libri per bambini dal 2017. «Il mio obiettivo è aiutare i bambini afghani a prepararsi mentalmente ed emotivamente all’apprendimento di diverse materie prima di andare a scuola», racconta. I suoi libri utilizzano immagini di bambini e cartoni animati per rendere più facile l’approccio a materie come la matematica. Ma quando nel novembre dello scorso anno si è rivolta al ministero dell’Informazione e della Cultura, gestito dai taleban, per ottenere una licenza di stampa, le è stata negata. «Mi hanno detto che non potevo usare immagini di esseri viventi, in particolare di ragazze – ricorda. Mi hanno detto che se avessi inserito l’immagine di una ragazza, questa avrebbe dovuto indossare l’hijab islamico. Altrimenti, i miei libri non sarebbero stati stampati in Afghanistan». Nonostante i divieti e le limitazioni, Zohra continua a lavorare a nuove pubblicazioni. «Credo che questi libri rimarranno come eredità della resistenza delle donne nella storia dell’Afghanistan», conclude.

Nell’ottobre 2024 i taleban hanno distribuito ai librai un altro elenco di 433 libri vietati. Tra questi, 18 titoli sono stati scritti da donne, di cui nove da autrici afghane. Tra le scrittrici afghane vietate figurano Saeqa Hadiya Yazdanwali, Atifa Tayeb, Fatema Jafari, Marzia Mohammadzada, Shakiba Hashemi, Sohaila Aman, Sediqa Hosseini, Nawida Khushbo e Aqila Nargis Rahmani. Indipendentemente dall’argomento trattato, per ora i talebani hanno ritenuto le loro opere «contrarie agli interessi nazionali e alla sharia». Il divieto include anche libri di autrici internazionali come Rachel Hollis, Reshma Saujani e la biografia di Malala Yousafzai, “I am Malala”. In Afghanistan alcune donne continuano a scrivere, spesso correndo grandi rischi. Nazanin, venticinque anni, vive in una provincia vicino a Kabul e scrive racconti brevi e saggi. «A volte mi sembra che la canna del fucile dei taleban sia puntata direttamente alla mia gola», dice. «La città è così militarizzata che incontriamo uomini armati ad ogni passo. Per me, scrivere è resistenza, è rimanere salda. La mia situazione è molto difficile, ma voglio usare la scrittura per documentare per il futuro ciò che sta accadendo». Nel novembre 2024, il giornale online indipendente “Hasht e Subh Daily” (8 am Daily) ha riportato che i funzionari talebani della provincia di Kapisa avevano raccolto i libri scritti da donne dalle biblioteche delle scuole femminili.

Mana, trentaquattro anni: il mio romanzo prende forma nel silenzio

Suraya, un’insegnante di trentaquattro anni, conferma ciò che è accaduto un anno e mezzo fa: «Sì, i taleban hanno dato l’ordine di far sparire tutti i libri scritti da donne». In città come Kandahar (il cuore religioso integralista del Paese, da dove origina il potere dei taleban), le librerie raramente hanno in magazzino opere di scrittrici. «Nella nostra libreria, i libri scritti da donne sono quasi zero», dice un libraio che rimane anonimo per ragioni di sicurezza. «Anche la foto di una donna sulla copertina di una rivista può causare problemi». Mana, trentaquattro anni, poetessa e scrittrice che vive nell’Afghanistan occidentale, non ha smesso di lavorare nonostante i rischi. «Quando ho deciso di pubblicare il mio primo libro, non ho mai preso in considerazione gli editori afghani», dice. «Sotto il regime taleban, per un’autrice stampare un libro è pericoloso». Ora sta scrivendo il suo secondo romanzo, ma afferma che anche se il suo libro non è politico, «il solo fatto di essere una donna che scrive può costare caro». Per ora preferisce «continuare a scrivere in un angolo silenzioso». Le donne cancellate dalla storia.

(Avvenire, 29 gennaio 2026)

Dopo il 7 ottobre 2023, la fumettista di Gaza Safaa Odah è stata sfollata più volte, ma dal campo profughi di Al-Mawasi continua a disegnare, usando le pareti della tenda quando la carta finisce. Safaa racconta due anni di genocidio attraverso immagini straordinarie dal tratto essenziale, cogliendo il dolore e la resistenza del popolo palestinese nei dettagli della vita quotidiana, e intrecciando emozioni diverse, sguardo femminista, senso dell’umorismo, forza della contro-informazione. Il libroSafaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza, pubblicato da Fandango a cura di Pat Carra, è disponibile in Libreria. Qui una presentazione in video.

(Erbacce, 28 gennaio 2026)

L’associazione Mai Indifferenti – Voci Ebraiche per la Pace, e i giovani del gruppo LəA – Laboratorio Ebraico Antirazzista,alla fine dell’incontro pubblico promosso a Milano il 19 gennaio scorso, dal titolo “Israele Palestina – a che punto è la notte”, hanno proiettato il video di un coro femminile che cantava una canzone sulle note di Bella ciao.

Sullo schermo si poteva leggere quanto segue: «Questa canzone nasce dal coro Rana in solidarietà con la coraggiosa lotta delle donne iraniane per la libertà. Ora è dedicata a tutte le donne che vivono in zone di guerra. Rana è un coro arabo-israeliano di donne cristiane, musulmane ed ebree, nato nel 2008, ha sede a Jaffa»

Sono seguite immagini molto belle delle donne del coro che hanno cantato, sul motivo di Bella Ciao, in farsi, arabo ed ebraico. Il video è sottotitolato in italiano a cura delle due associazioni promotrici dell’incontro e visibile al seguente link.

(www.libreriadelledonne.it, 27 gennaio 2026)

Di seguito la trascrizione del testo.

(Farsi)

Dal nostro profondo

sgorga dalle nostre voci

O Bella ciao, bella ciao, ciao, ciao

Ci siamo svegliate

in una notte di luna piena

E qualcuno gridava: oh umanità

O siamo tutte insieme o siamo tutte sole

resteremo sveglie finché

non arriverà il domani.

(Ebraico)

Puoi ridere

dei miei sogni

ma noi non resteremo in silenzio

e non ci arrenderemo

insieme, mano nella mano

la libertà nei nostri cuori

non sarà mai vinta.

Magari riderai

perché io credo nel genere umano

perché credo ancora in te.

(Arabo)

Resisterò, non mi arrendo

il mio corpo e la mia anima sono il mio dono

I miei pensieri sono liberi

li levo in alto come mia bandiera

senza paura della sofferenza e dell’orrore.

(Farsi)

La terra del grano

(Ebraico)

mano nella mano

(Farsi)

è nelle strade

(Arabo)

Non ho paura

(Farsi)

La nostra rabbia ha sete di pioggia

I nostri diritti non hanno prezzo

non ci metteremo in ginocchio

i nostri cuori non sono lontani

un nuovo mondo

questo è l’inizio

la finestra sui nostri sogni si è aperta.

(www.libreriadelledonne.it, 27 gennaio 2026)

Anche quest’anno l’associazione Mai Indifferenti – Voci Ebraiche per la Pace, e i giovani del gruppo LəA – Laboratorio Ebraico Antirazzista,hanno promosso a Milano un incontro pubblico dal bel titolo “Israele Palestina – A che punto è la notte”. Gli interventi sono stati ricchi di analisi sullo stato attuale della politica di aggressione di Israele nei riguardi dei palestinesi e sulle profonde differenze di giudizio che attraversano e lacerano le comunità ebraiche. La serata, lo scorso lunedì 19 gennaio al teatro Elfo-Puccini, è stata arricchita dalla lettura di opere di scrittori e poeti, dalle canzoni di giovani musicisti israeliani, da lettere e testimonianze di protagonisti, a vario titolo, della storia di Israele e dell’ebraismo. Il link riportato in fondo permette di riascoltare l’incontro nella sua interezza.

Quanto a me, sono stata particolarmente colpita dall’espressione “crollo di civiltà” utilizzata da Stefano Levi Della Torre per nominare l’esito dell’attuale politica dello stato di Israele e dei crimini commessi a Gaza. In altri interventi sono state utilizzate espressioni simili e tutta la serata è stata ricca di testimonianze che hanno ricordato che la violenza e la brutalità da cui è stato colpito indicibilmente il popolo ebraico risultano orrendamente simili a quelle di cui si sono macchiati i governi e l’esercito israeliano nei riguardi dei popoli arabi. Molti gli interrogativi. Quando si è persa l’ispirazione socialista che animava la vita politica e sociale di Israele? A partire dalla guerra dei sei giorni? Per alcuni già dalla fine della Seconda guerra mondiale si registrano segni inequivocabili di antiarabismo nella società israeliana. Levi Della Torre indica negli anni ’30 del secolo scorso il più chiaro esempio di crollo della civiltà, verso il quale rischiamo di essere nuovamente avviati. Qualcun altro trova decisi segni di barbarie già a partire dai gas asfissianti utilizzati nella Prima guerra mondiale e prodotti da uno scienziato di origini ebraiche che arriverà a sintetizzare il gas Zyklon A e poi B, di tristissima memoria. Le date si sono rincorse in un andirivieni senza sosta. Insomma, il crollo sta per arrivare o c’è già stato e quando? Di certo molti di noi sono stati al riparo, mentre altri sperimentavano l’orrore dell’energia atomica e del napalm, o venivano gettati dagli aerei in volo nel profondo degli oceani. Dall’Angola alla Palestina, recitava una canzone di lotta degli anni ’60. Dal Giappone alla Corea, all’Algeria, al Vietnam, alla Grecia, al Cile, ai Balcani, all’Ucraina, una sequela infinita di morte e violenza, per non guardare ai millenni addietro. Ma dunque la civiltà non è già, da sempre, crollata?

Molte donne sono state capaci di porsi questa domanda radicale. Per ricordarlo mi è parso utile fare un breve intervento che trascrivo di seguito e che si può trovare verso la fine della registrazione dell’incontro.

«Sono una socia della Libreria delle donne di Milano e sono qui invitata da Renata Sarfati, che mi risulta sia all’origine del primo gruppo che ha dato vita a Mai Indifferenti. Ho seguito quindi le vostre attività sin dall’inizio e vi ringrazio di questa opportunità che offrite a tutti di discussione. […] sono stata in particolare colpita dall’espressione che usa Levi Della Torre parlando di crollo di civiltà. […] a me pare che per uscire da questa ruota infinita di violenza, qui purtroppo tanto bene e tante volte evocata, bisognerebbe riflettere sul fatto che dire che c’è un crollo della civiltà vuol dire avallare che ci sia stata una civiltà degna fino in fondo di essere difesa. E questo non è. […] È la civiltà che poi ha portato alla Shoah, la civiltà che prima e dopo ha portato ad estrema violenza. Allora in maniera molto semplice – non potrei argomentare più che tanto alla fine di questa serata – voglio solo dire che alcune delle donne che hanno più riflettuto sullo stato delle cose, mi riferisco in particolare alle pensatrici che in Italia hanno alimentato quello che viene chiamato il pensiero della differenza sessuale oppure quella che viene auspicata come politica delle donne […] usano l’espressione “cambio di civiltà”. Certo si è minoranza, però se pensiamo che le donne sono la maggioranza dell’umanità e che questa idea che sorge dal pensiero delle donne, rivolta alle donne e agli uomini, è forse un’idea più luminosa, più capace di darci una speranza, potremmo secondo me lavorare un po’ più in profondità».

L’incontro si è chiuso con la proiezione del video di un coro arabo-israeliano, di donne cristiane, musulmane ed ebree, il coro Rana, impegnato nelle note di Bella ciao.

È un motivo che ci ricorda subito quanto gli uomini abbiano lottato per raggiungere una società di liberi ed uguali e quale contributo di sangue abbiano dato nelle lotte per il socialismo, nelle lotte di resistenza e di liberazione. Ma la storia ci mostra che l’orrore si ripresenta puntuale nei rapporti tra uomini. E le donne, che non hanno mancato di dare il loro contributo a quelle stesse lotte, sono state poi mantenute in soggezione fino a che non si sono sottratte al dominio.

Occorre ricominciare dalle donne, dunque. Nel mondo sembra stia accadendo.

Le donne del coro Rana, “in solidarietà con la coraggiosa lotta delle donne iraniane per la libertà”, con il loro testo in farsi, arabo ed ebraico, sul motivo di Bella ciao cantano una canzone nuova, sembra già quasi un cambio di civiltà.  

Link alla registrazione dell’incontro “Israele Palestina – A che punto è la notte?”, Teatro Elfo-Puccini, 19 gennaio 2026

(www.libreriadelledonne.it, 27 gennaio 2026)

Quando si avvicina il 27 gennaio, Giornata della Memoria, il pensiero corre subito alle vite spezzate e a un frangente della storia umana che non possiamo permetterci di dimenticare. In questo spazio tra ricordo e responsabilità si muove Anna Foa, storica di grande rilievo, figlia di Vittorio Foa, uno dei padri fondatori della Repubblica, già docente di Storia moderna all’Università “La Sapienza” di Roma.

Si è specializzata in storia della cultura, storia della mentalità e storia degli ebrei europei, con particolare attenzione alla condizione femminile nella Shoah. Tra le sue pubblicazioni principali: Ebrei in Europa (2004), Diaspora (2009), Portico d’Ottavia (2015) e La famiglia F. (2018). Il suo ultimo libro, Il suicidio di Israele (Laterza), ha vinto il Premio Strega per la saggistica 2025, mentre il nuovo volume di prossima pubblicazione, Mai più, sempre per Laterza, sarà dedicato all’antisemitismo.

Nel 2026 il Giorno della Memoria compie venticinque anni dalla sua istituzione in Italia e cade a oltre ottant’anni dalla liberazione di Auschwitz. Che significato assume oggi questa ricorrenza, così distante dagli eventi eppure immersa in un presente attraversato da nuove violenze di massa?

Il Giorno della Memoria continua ad avere un significato forte. Lo ha avuto fin dalla sua istituzione e non a caso è stata una delle poche ricorrenze civili condivise da tutti i Paesi dell’Unione europea. Naturalmente, come ogni ricorrenza, va riesaminata. Il tempo che passa e ciò che accade nel mondo ci obbligano a indagarne il senso alla luce dei mutamenti storici e sociali intervenuti nel frattempo. Le violenze del presente, compreso il conflitto tra Israele e Palestina, non possono restare fuori da questa riflessione. Il significato della memoria non va negato, ma messo in relazione con ciò che viviamo oggi.

Lei ha più volte sottolineato la necessità di distinguere tra memoria e storia. Qual è il rischio che il Giorno della Memoria si riduca a una ritualità svuotata di senso?

Il rischio è che la memoria diventi una pratica rituale, centrata sulla ripetizione del dolore e su immagini che finiscono per non interrogare più chi le ascolta. In questo modo si scivola facilmente nella retorica o in una rappresentazione puramente emotiva della violenza. Io credo invece che questa giornata vada riempita di storia, perché solo il lavoro storico può restituire profondità alla memoria. Esiste anche una storia della memoria, di come il ricordo della Shoah si è costruito nel tempo, di ciò che ha funzionato e di ciò che ha mostrato i suoi limiti. Riconoscere questo percorso, compresi gli errori, è essenziale per evitare che il “mai più” diventi una formula astratta. La memoria ha senso solo se resta aperta, capace di confrontarsi con il presente e di interrogare anche le nuove forme di violenza, senza trasformarsi in uno strumento automatico di lettura o di giustificazione del mondo di oggi.

Il peso del trauma della Shoah

A oltre ottant’anni dalla Shoah, quanto pesa ancora questo trauma sul mondo ebraico e sulle generazioni successive?

Pesa moltissimo. La Shoah è stata un pilastro della concezione del mondo ebraico dopo il 1945 e ha inciso profondamente anche nella costruzione dello Stato di Israele, nel modo in cui si è pensato e raccontato, ma anche nei suoi limiti e nei suoi errori. Il trauma si trasmette alle generazioni successive. Esistono studi importanti su questo passaggio della memoria, su come il ricordo funzioni all’interno delle famiglie. Anche chi non ha avuto parenti deportati è cresciuto in un ambiente segnato da quella esperienza. È qualcosa che continua a lavorare nel profondo.

La guerra a Gaza, a partire dal 7 ottobre 2023, ha riacceso un confronto durissimo. Come si può evitare che questa memoria venga usata come chiave interpretativa immediata del presente o come strumento di legittimazione politica?

È una strada molto stretta, perché la memoria può avere due funzioni opposte. Può aiutare a comprendere il peso del passato nel modo in cui il presente viene vissuto e interpretato, e questo è legittimo. Ma può anche essere usata in modo deformato, quando ogni evento che riguarda oggi gli ebrei viene letto come una ripetizione della Shoah. Dopo il 7 ottobre questo richiamo è stato spesso utilizzato per respingere qualunque critica alla condizione della guerra o alle scelte del governo israeliano, presentando tali critiche come antisemitismo. In questo caso la memoria smette di essere uno strumento di comprensione e diventa un argomento che chiude il discorso. È proprio qui che il lavoro storico diventa essenziale, perché solo distinguendo tra passato e presente si può evitare che la memoria venga ridotta a un uso automatico e strumentale.

Lei è fiduciosa rispetto a una prospettiva di pace stabile in Medio Oriente?

È difficile esserlo, ma non possiamo permetterci di rinunciare alla speranza. I tempi sono stretti, le sofferenze enormi, la distruzione devastante. Occorre mantenere acceso almeno un piccolo lume, anche se la strada è strettissima. Parlare oggi di pace sarebbe falso. Al massimo si può parlare di tregua, mentre la violenza continua a manifestarsi in forme diverse.

Negli ultimi anni si parla molto di un ritorno dell’antisemitismo. Lei come interpreta questo fenomeno nel contesto attuale?

Esistono certamente forme di antisemitismo che si inseriscono in un clima di forte indignazione per ciò che accade in Medio Oriente. Un’indignazione spesso legittima, che però può essere intercettata e deformata da linguaggi e stereotipi antisemiti, soprattutto nei contesti più estremi o meno informati. Detto questo, non credo che siamo di fronte a un’ondata senza precedenti, come spesso viene sostenuto. Colpisce piuttosto il modo in cui l’allarme sull’antisemitismo venga talvolta usato per spostare il fuoco del discorso. In questo momento storico, ciò che pesa maggiormente sul piano politico e morale è ciò che sta accadendo a Gaza. Una forma più insidiosa di antisemitismo è quella che si manifesta nel boicottaggio culturale e accademico, perché tende a colpire indistintamente e finisce per silenziare anche voci israeliane fortemente critiche nei confronti del proprio governo.

In questo scenario, che ruolo avrebbe potuto giocare l’Europa e perché oggi appare così marginale?

Mi sarei augurata un ruolo molto più incisivo. Per un breve momento è sembrato che l’Europa potesse assumere una posizione autonoma, capace di tenere insieme la difesa dei diritti e una pressione politica reale. Ma quella spinta si è rapidamente esaurita. Oggi l’Europa apparemarginale, schiacciata tra posizioni esterne e incapace di tradurre in scelte politiche la propria tradizione di mediazione e di diritto internazionale. Questa assenza pesa, perché lascia campo libero a una polarizzazione estrema del dibattito, in cui la memoria, l’antisemitismo e il conflitto rischiano di essere ridotti a strumenti di contrapposizione, invece che a problemi da affrontare con responsabilità storica e politica.

C’è un problema di definizione del termine antisemitismo nel dibattito pubblico?

La legislazione esistente è sufficiente. Tentare di introdurre nuove definizioni giuridiche rischia di comprimere la libertà di espressione e di rendere Israele l’unico Paese non criticabile politicamente. Questo produrrebbe l’effetto opposto a quello desiderato, alimentando nuove tensioni e nuove forme di antisemitismo.

Cosa si augura oggi per il futuro del Medio Oriente?

Se guardo all’utopia, spero nella fine del regime iraniano e nell’avvio di un processo democratico che cambierebbe profondamente l’intera regione. Per Israele e Palestina, nel breve periodo l’unica strada praticabile resta quella dei due Stati. Ma mi auguro che possa essere un passaggio verso qualcosa di diverso, una convivenza fondata su pari diritti per due popoli che vivono nella stessa terra. È un orizzonte lontano, forse utopico, ma necessario.

(Agenzia Italia – agi.it, 26 gennaio 2026)

Voglio parlare della mia esperienza in un ambito in cui l’intelligenza artificiale ha avuto un forte impatto: la traduzione. Ho insegnato questa materia per anni e ho tradotto in tedesco molti testi della Libreria delle donne e di Luisa Muraro. Da qualche tempo la mia attività didattica è terminata, e lo dico con un certo sollievo perché vedo come le professioni nel settore della mediazione linguistica cambiano con ritmi vorticosi e richiedono sempre più competenze tecnologiche: infatti, oggi non si formano più semplicemente traduttrici e traduttori, per essere competitivi ci vuole il Master per AI-Empowered Linguists (linguistipotenziati dall’IA).

Non è che la ricerca e la pratica di integrare lingue e tecnologia sia una cosa recente; da decenni sono stati sviluppati strumenti di traduzione assistita come glossari elettronici, risorse terminologiche per la comunicazione internazionale, soprattutto a livello UE. Le traduzioni prodotte per la comunicazione in tutte le 24 lingue ufficiali mi sembravano sempre piuttosto “brutte”, standardizzate e semplificate, tutte ricalcate sull’inglese. In un certo senso chi traduceva per l’UE aveva già anticipato ciò che l’intelligenza artificiale fa oggi: per togliere ambiguità dai testi e per garantire la coerenza tra migliaia di documenti, si usa un linguaggio del tutto asettico, il “translationese”.

Dalla traduzione assistita si è poi passato alla traduzione automatica che consente di tradurre istantaneamente grandi volumi di contenuti in modo rapido, all’insegna della velocizzazione e dell’aumento della produttività in quella che ormai è una vera e propria industria linguistica. 

Ancora qualche anno fa io mi tranquillizzavo dicendo: non saranno mai in grado di tradurre testi complessi, testi letterari, allusioni, polisemie… Ho dovuto ricredermi e riconoscere la mia ingenuità di allora. «Tradurre tutto? Davvero?» «Sì. Tutto». Questo è quello che promette una grande piattaforma di traduzione, ammettendo però che si tratta di un obiettivo non del tutto raggiunto ma abbastanza vicino grazie alle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale generativa. 

Ed effettivamente si ottengono risultati notevoli, in pochissimi minuti si traduce un libro intero, e chi prima traduceva in ore e ore di lavoro ora si ritrova ridotto a fare il post-editing, la revisione dei testi già tradotti. Comunque, almeno per adesso, l’intervento umano continua a essere indispensabile.

A questo punto ho fatto un auto-esperimento per vedere che effetto fa su di me questa modalità di traduzione: ho preso il libro che sto traducendo (Luisa Muraro, Esserci davvero). Normalmente procedo in questo modo: dopo una lettura dell’insieme (preferibilmente in forma cartacea) procedo con il testo in formato digitale e ci scrivo “sopra” la mia traduzione, mettendo le due lingue in stretto contatto; passo dopo passo faccio risuonare le parole italiane in me e comincio a esplorare le risorse infinite della mia lingua materna per trovare le parole giuste. Lo sento come un atto creativo, che mi coinvolge emotivamente. Mi piace la mediazione tra un contesto e l’altro, ho presente chi ha scritto il testo, ho presente più o meno chi andrà a leggere la mia traduzione. Insomma, è un grande piacere, in un processo lento – magari solo cinque cartelle al giorno.

Adesso invece – zacchete! – basta inserire il testo originale nella piattaforma dedicata e mi trovo davanti più di cento pagine che pretendono di esserne la traduzione. La mia prima reazione è stato un senso di grande frustrazione, di espropriazione. Poi ho cominciato a spulciare il testo: molte parti non presentavano errori, ma sembravano come piatti, senza vita… In altri punti, interpretazioni insensate. E qui comincia un lavoro faticoso: invece di lavorare su un testo per produrne un altro nell’orizzonte aperto della mia lingua materna mi sento cacciata nell’orizzonte stretto di parole prodotte sulla base di calcoli di probabilità e devo lavorare su due testi, confrontando in continuazione l’originale e la traduzione automatica per produrne una terza versione. Altro che risparmio e di tempo e aumento della produttività! È stata una perdita di tempo, ma soprattutto una perdita di piacere. Quindi non ci sto più e torno al mio metodo precedente, almeno per i libri e documenti di questo tipo. 

Anche altre traduttrici hanno descritto i testi prodotti automaticamente come “corsetto”, come gabbia dalla quale non è facile liberarsi, anzi può influire negativamente il nostro uso della lingua perché non stimola la nostra capacità di esprimerci. La ricerca parla di priming, un apprendimento implicito, non consapevole, che favorisce la produzione di un linguaggio standardizzato anche da parte di chi avrebbe un repertorio molto più ricco. 

Certo, ora trovo nella mia posta elettronica le pubblicità di piattaforme che promettono traduzioni sempre più “umane”, grazie all’IA, basta pagare la versione “pro”, “business”… a prezzo crescente a seconda la qualità garantita, ma la mia preoccupazione rimane la stessa: è come se consegnassimo la nostra competenza di parlanti alla macchina. 

Io mi accorgo di questo rischio quando devo scrivere in lingue che non sono la mia lingua materna come l’inglese o il francese: talvolta ricorro alla traduzione automatica per comodità e per evitare eventuali errori di grammatica. Mi rendo conto che in questo modo riconosco autorità all’algoritmo e la tolgo a me – almeno fino ad un certo punto, mi resta comunque il controllo sul senso del testo. 

Oggi Google Translate, Deepl e ChatGPT sono a disposizione di tutte e tutti, ed è anche positivo che permettano la comunicazione diretta (ma comunque mediata) tra persone che altrimenti non potrebbero parlarsi. Tuttavia, ho osservato che spesso vengono usati come se fossero calcolatrici, non c’è la consapevolezza che una traduzione non è un’equazione, ma per ogni frase in una lingua ci sono varie passibilità di resa, la macchina te ne offre una. Chi traduce in carne e ossa valuta contesti culturali, destinatari/e, connotazioni… So per esperienza che ogni lingua ti apre un mondo, ed è la radice relazionale stessa della lingua e il rapporto vivo con essa che mi dà misura. 

Arrivano in Italia sole, spesso dopo aver studiato ma con diplomi e lauree che qui non possono usare. Lavorano nelle case dei milanesi senza contratto come colf, baby-sitter, badanti. Ma quando si ammalano, non hanno alcun medico di base a cui rivolgersi perché sono quasi tutte tagliate fuori dal servizio sanitario pubblico, «vivendo così in un limbo di precarietà legale, lavorativa e sanitaria» che le mette a rischio.

Racconta la salute invisibile delle donne migranti lo studio condotto dalla Bocconi e dal Naga, che mette per la prima volta sotto la lente 7.463 visite mediche di tremila donne senza documenti che fra il 2022 e il 2025 si sono rivolte al poliambulatorio dell’associazione di volontariato che fornisce assistenza sanitaria, sociale e legale agli stranieri. Si tratta della più ampia indagine mai realizzata in Italia su questo tipo di popolazione.

Una ricerca che mostra l’altra faccia della Milano del lavoro. «Donne che rappresentano un laboratorio estremo di disuguaglianza», spiega Carlo Devillanova, professore di Economia dell’università milanese che firma lo studio insieme ad Anna Spada, del Naga. «Sono istruite, spesso madri, ma intrappolate in lavori invisibili e in una rete di barriere che peggiorano la loro salute».

Più della metà delle donne del campione è disoccupata, il 55 per cento non ha una casa propria e vive ospite di amici o parenti. E la quasi totalità, il 92 per cento, non ha un permesso di soggiorno valido. Arrivano soprattutto dal Sud America e il 60 per cento ha almeno un diploma. «Donne che lavorano in case private o nell’economia informale senza alcuna tutela, spesso con orari massacranti e la paura di farsi vedere – spiega Devillanova – madri che si ammalano mentre tengono in piedi la vita quotidiana di altri».

Si presentano al poliambulatorio del Naga in buona misura per visite ginecologiche, seguite da richieste per disturbi alla schiena, ai muscoli o ai legamenti e in generale per problemi muscoloscheletrici. «Ma la cosa più preoccupante emerge nel tempo», sottolineano gli autori del lavoro. Perché a una donna su sette, tra quelle che alla prima visita non presentavano alcuna patologia cronica, ne viene diagnosticata una in quelle successive. Tra le più frequenti diabete, ipertensione oltre a patologie respiratorie. «La mancanza di un medico di base fa sì che i problemi spesso si scoprano tardi e si curino peggio». Tra le pazienti più anziane, si legge, il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari è trenta volte più alto rispetto alle più giovani, quello di patologie endocrine sei volte maggiore. «Eppure proprio le donne oltre i quarantacinque anni sono quelle che accedono meno alle visite preventive».

Da qui, la conclusione: «Escludere le migranti senza documenti dalla medicina di base è un errore di salute pubblica», sostiene il docente della Bocconi. Garantire a tutte il medico di famiglia ridurrebbe ricoveri evitabili e costi per il sistema. «Non una misura di carità – sottolinea Devillanova – ma di efficienza sanitaria».

(Repubblica Milano, 26 gennaio 2026)

L’associazione D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza) è stata tra le prime ad alzare la voce [qui il comunicato della rete D.i.Re., che raccoglie la maggior parte dei centri antiviolenza italiani] contro la proposta di riformulazione del ddl Violenza sessuale avanzata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento, che aggiunge una nuova fattispecie di reato nell’articolo 609-bis c.p.. Oltre all’attuale formulazione dello stupro, quella commessa mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, e punita con il carcere dai 6 ai 12 anni – che rimane – la proposta prevede un nuovo reato, considerato meno grave, che si configura sulla volontà contraria all’atto sessuale. In sostanza, che guarda al «dissenso» anziché al «consenso», contemplato invece nel testo approvato all’unanimità alla Camera, in prima lettura. Ne parliamo con l’avvocata della Rete D.i.Re.

Avvocata Elena Biaggioni, cosa pensa della proposta della senatrice Bongiorno?

Tutto il male possibile, perché è un arretramento rispetto all’attuale orientamento giurisprudenziale. Attualmente infatti tutta la giurisprudenza della Cassazione – senza alcun contrasto interpretativo – è già perfettamente allineata con le disposizioni della Convenzione di Istanbul sul modello del «consenso libero e attuale». Lo stesso rapporto del Grevio (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence, organo del Consiglio d’Europa, ndr) pubblicato a dicembre, lo dice chiaramente quando parla dell’Italia. Ora, nei processi, questo orientamento è legge, di fatto. Cambiando invece il 609-bis del Codice penale, necessariamente si dovrà creare una nuova interpretazione giurisprudenziale. Che sarà per forza diversa, in quanto la Cassazione dovrà sostituire al “consenso” il concetto del “dissenso”.

Secondo Bongiorno, nella sua proposta conta la volontà della donna. Tanto è vero, dice l’avvocata leghista, che è stato introdotto anche il reato di “freezing” che si compie quando la vittima non manifesta la propria volontà in quanto bloccata dalla paura. Assicura la senatrice che in questo caso si presume automaticamente il dissenso. Come a dire: consenso o dissenso, sempre di volontà della donna, si parla. Non è così?

No. Se si parla di “volontà” e non di “consenso”, significa che per provare il reato devo provare la volontà contraria. Faccio un esempio: casa nostra. Affinché si configuri il reato di una persona che si introduce in casa – sia con la violenza, con l’effrazione, con l’inganno o solo perché la porta è aperta – non si cerca di capire se io, padrone di casa, ho detto esplicitamente «no». Di base, a casa mia non può entrare nessuno a meno che non abbia suonato il campanello, chiesto permesso e io lo abbia invitato ad entrare espressamente. È tutta un’altra cosa, soprattutto nella fase delle indagini e del processo. C’è un’enorme differenza tra raccogliere le prove sull’intrusione o raccogliere le prove del mio «no».

Per questo qualcuno temeva, nel primo testo del ddl, l’inversione dell’onere della prova. È sbagliato?

È una mistificazione bella e buona: la parola della donna o della vittima, in questo tipo di reati, ha valore ma non è l’unica prova. Si valutano tutta una serie di circostanze di contorno. Non è l’imputato che deve provare di aver chiesto permesso, è il Pubblico ministero che deve raccogliere le prove.

Mentre così c’è il rischio di una vittimizzazione secondaria?

Sì, il focus è su quel dire «no» invece che sull’azione di chi ha commesso il fatto. E questo rischia tra l’altro di aprire tutta una serie di alibi, tipo «non ho capito», «il no non era abbastanza forte» o «abbastanza chiaro», ecc.

Lei dunque non aveva alcun dubbio sulla formulazione del reato basata sul «consenso libero e attuale»?

Non ne sentivo una grande esigenza ma se si fosse riusciti a scrivere la fattispecie secondo la Convenzione di Istanbul ne sarei stata contenta. D’altronde in molti Paesi europei è così: Spagna, Francia, Svezia, Belgio, Finlandia, Grecia, Croazia, Irlanda, Lussemburgo e molti altri. Non capisco tutto l’allarme suscitato dal testo licenziato alla Camera: se quella formulazione avesse intasato i tribunali dalle denunce delle donne, avrei anche capito. Ma sappiamo che lo stupro è tra i reati meno denunciati e che il tasso di condanna è particolarmente basso. Secondo l’Istat la metà dei casi di denuncia per violenza sessuale viene archiviato subito. E solo un quarto delle denunce arriva a condanna. Non c’è alcun allarme di processi ingiusti, di incarcerazioni o di denunce di massa.

Quindi meglio a questo punto lasciare la legge così com’è?

Molto meglio. Sarà piuttosto il caso di cominciare a fare un po’ di cultura.

Il ministro Salvini chiede di aumentare le pene.

Le nostre sono tra le pene più alte a livello europeo. A noi non interessa assolutamente la pena. Sicuramente non è la legge penale a far diminuire la violenza sessuale.

Idem per quella sul femminicidio?

Anche quella non era una mia priorità ma in quel caso il tema è ancora più ampio. La legge sul femminicidio, al di là di ogni demagogia da un lato e dall’altro, credo che abbia il pregio di guidare lo sguardo e di contribuire a considerare un disvalore il possesso e il controllo sulla donna. Anche così si fa cultura.

(il manifesto, 24 gennaio 2026)

Non solo serrande abbassate. La “Giornata della verità e della libertà”, convocata in Minnesota per dire “basta” ai raid dell’Ice contro gli immigrati, ha portato i cittadini di Minneapolis a sfidare, in strada, il freddo artico con temperature fino a meno 24 gradi. Si è tenuta all’aperto anche la manifestazione organizzata al Terminal 1 dell’aeroporto internazionale della capitale Saint Paul per dare voce all’indignazione contro i voli carichi di irregolari deportati.

L’appello a boicottare lavoro, scuola e acquisti è arrivato dopo le tese dimostrazioni sollevate dalla morte di Renée Good, l’americana uccisa il 7 gennaio da un agente dell’Ice durante un raid anti-migranti. La donna, lo ricordiamo, è stata raggiunta da tre colpi di pistola esplosi da una guardia che l’accusava di bloccare il passaggio. Il caso ha indignato l’opinione pubblica statale ed è diventato nazionale. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata dalla parte dell’agente che, questa è stato il ragionamento del vicepresidente J.D. Vance, avrebbe aperto il fuoco perché in pericolo. A gettare benzina sul fuoco delle proteste sono stati tanti altri episodi di “abuso” della forza e del potere che ha visto protagonisti gli uomini arruolati per eseguire i blitz contro gli indocumentados. L’ultimo, solo in ordine temporale, riguarda il piccolo Liam, cinque anni, usato dagli agenti dell’Ice come esca per far uscire la madre di casa. Caso su cui l’Ecuador, il Paese di origine della famiglia, ha chiesto spiegazioni a Washington tramite il ministero degli Esteri.

L’idea dello sciopero come strumento di protesta è legata al fatto che le tante attività commerciali gestite dagli immigrati sono state duramente colpite dall’attività dell’Ice: per mettersi al sicuro dai raid, molti gestori sono stati costretti a chiudere le proprie attività o a ridurre l’orario di lavoro al minimo indispensabile. All’iniziativa hanno aderito per solidarietà anche esercenti americani, e senza personale di origine immigrata. Adesioni sono arrivate pure da leader religiosi, sindacati e dirigenti d’azienda.

Chiusi, in tutto lo Stato, bar, ristoranti e negozi. Aperte le attività di chi ha invece deciso di mettersi al servizio dei manifestanti offrendo loro caffè gratuito e materiali per preparare i cartelli “Ice out” (Ice fuori). Decine le anche veglie di preghiera.

All’aeroporto internazionale di Saint Paul circa cento esponenti di varie denominazioni cristiane si sono inginocchiati in strada cantando inni e pregando per attirare l’attenzione anche sulla detenzione di lavoratori aeroportuali da parte dell’Ice e chiedere che le compagnie aeree smettano di collaborare con l’agenzia. Nonostante gli ordini di sgomberare la carreggiata, i manifestanti hanno continuato la loro protesta e le forze dell’ordine li hanno arrestati, e caricati su bus senza che opponessero resistenza.

Fa discutere il caso di una foto ritoccata dalla Casa Bianca per rendere più drammatico il fermo di un’attivista per i diritti civili. L’immagine originale era stata pubblicata dalla segretaria agli Interni Kristi Noem su X e ritraeva l’attivista Nekima Levy Armstrong mentre guardava serenamente davanti a sé, al momento del suo arresto. La donna è una delle tre persone fermate per l’irruzione in una chiesa a St. Paul domenica scorsa. Ma la foto modificata e pubblicata dalla Casa Bianca mostra l’attivista disperata, in lacrime. Uno dei portavoce ha provato a sminuire l’episodio parlando di un “meme”.

L’Ice sembra intanto acquisire ancora più potere. Una circolare interna autorizza gli agenti a entrare nelle case senza un mandato giudiziario. Una mossa che secondo gli esperti legali viola le garanzie sancite dal quarto emendamento della Costituzione. Anche in un’amministrazione che ha sempre promosso una visione espansiva della propria autorità in materia di applicazione della legge, la direttiva – secondo gli studiosi – si distingue per il modo in cui ignora i divieti di lunga data contro le perquisizioni senza mandato in proprietà private, un concetto giuridico che precede la creazione degli Stati Uniti e che è tra i principi fondamentali del Paese.

(Avvenire, 24 gennaio 2026, apparso con il titolo “Nelle proteste contro l’Ice arrestati anche 100 leader cristiani a Minneapolis”)

Incontro Noga Kadman, una donna israeliana che da circa un anno si è stabilita in Italia con i due figli, un ragazzo di quattordici anni e una bambina di sette, per lasciarsi alle spalle la guerra. Mi dice che è abbastanza alto il numero di israeliani che si trasferisce in un altro paese a causa del conflitto in corso, tanto che il Canada ha deciso di concedere un visto di tre anni a chi lascia Israele, così come ai palestinesi che riescono a espatriare.

Molti ebrei israeliani hanno anche la cittadinanza della propria famiglia d’origine e ne approfittano per andarsene. Sono numerose le organizzazioni di volontariato e gli studi legali che aiutano a procurarsi il passaporto del paese di provenienza.

Lei ci ha provato senza riuscirci, perché sua nonna ha rinunciato alla cittadinanza lituana quando si è trasferita in Palestina negli anni ’30 del secolo scorso. Quindi ha approfittato del passaporto del giovane figlio di padre italiano.

Sono le donne, le madri in particolare, a spingere per fare questa scelta? «Gli uomini non sono esclusi» tiene a precisare.

È vero che nelle scuole è forte findalla prima infanzia la spinta a immaginarsi combattenti in armi a difesa del proprio paese? «È sempre stato così, ma ora la pressione è più forte che mai. Nelle scuole, le maestre contrarie alla guerra, soprattutto quelle di origine araba, sono costrette a tacere».

Mi spiega che i militari sono una casta che ha potere e prestigio, e i giovani e le giovani pensano al servizio militare come a una grande occasione di impegno, di socialità, di successo. Per questo, aggiunge Noga, oltre a quella delle donne è molto importante la presa di posizione dei militari che si schierano contro l’attuale stato di cose.

«Di recente ha avuto molta rilevanza la lettera di dissenso di un gruppo di aviatori. Proprio alcuni di quelli che bombardano, che lasciano dietro di sé una scia di morti e macerie, vogliono che si smetta. Resta importante e insostituibile, però, il lavoro continuo delle organizzazioni di donne e di madri che chiedono il ritiro dei soldati e delle soldate dai territori palestinesi. Assieme a molte altre organizzazioni, aiutano e sostengono obiettori e obiettrici di coscienza politici e i giovani e le giovani che decidono di lasciare il servizio militare».

Noga mi racconta che in Israele c’è un grande precedente di forza nell’azione delle donne contro la guerra. Proprio le madri dei soldati infatti furono la componente più importante del forte movimento politico che nel 2000 costrinse il primo ministro laburista, Ehud Barak, a ritirare l’esercito che occupava il sud del Libano da diciotto anni.

Le chiedo se le pare che le donne, le madri in particolare, possano avere la stessa influenza oggi. «Le associazioni, le attiviste si fanno sentire e le manifestazioni contro il regime di Netanyahu sono forti, ma riguardano pur sempre una minoranza della popolazione. La maggioranza, anche se critica nei confronti dell’attuale governo, rimane indifferente, continua la propria vita che poco risente della situazione di guerra, e i principali mezzi di informazione in Israele non mostrano la distruzione di Gaza e la sofferenza dei palestinesi».

«Ho lasciato Israele perché non voglio far parte di un paese che commette crimini di guerra gravi a Gaza e in Cisgiordania, causando molto dolore a tanta gente. Non voglio far parte di una società in cui la maggioranza dei cittadini è indifferente a questa sofferenza, anche se non la giustifica e non vi partecipa. Non voglio che i miei figli si arruolino nell’esercito e partecipino a questi crimini. Non sono disposta a farli crescere in un ambiente in cui il razzismo è considerato normale. Ci sono poi molte altre buone ragioni per lasciare Israele. Molti, indifferenti alle motivazioni che hanno spinto me, se ne vanno perché vogliono vivere in un paese liberale, non in una dittatura religiosa come comincia a diventare Israele».

Ma, anche se ha lasciato Israele, Noga non si è certo disconnessa da ciò che accade lì. «La sofferenza a Gaza e il deterioramento della situazione in Israele sono sempre con me. Mi sento ancora parte e responsabile, e vorrei continuare anche da qui a protestare contro i crimini. Da tempo non credo più che il cambiamento possa arrivare dalla società israeliana, che ha interiorizzato una crescente disumanizzazione dei palestinesi. Con l’attuale amministrazione statunitense e la generale passività in Europa, sembra che nemmeno una pressione esterna possa portare a un cambiamento. L’unica speranza è un risveglio tra i soldati, che capiscano che si tratta di una “guerra” politica, che colpisce innocenti (inclusi gli ostaggi israeliani) e non porta né sicurezza né un futuro normale a nessuno. Un inizio di questo risveglio c’è già: migliaia di soldati hanno firmato lettere di protesta e una percentuale significativa non si presenta al servizio. Tuttavia, le forze contrarie sono ancora molto forti, e il servizio militare è considerato “sacro” dalla maggior parte degli israeliani».

Questa non è una “guerra”, di Noga Kadman

Credo che l’uso della parola “guerra” sia scorretto. Non si tratta di una guerra tra due eserciti armati, ma di una potenza militare che attacca principalmente una popolazione civile. Invece, il governo continua a presentarla – e molti israeliani la vedono così – come una guerra di difesa imposta su di noi. A un anno e mezzo dal 7 ottobre, questa narrazione è molto lontana dalla realtà. Il governo sfrutta la buona fede di molti soldati – credono davvero di proteggere i propri figli e di aiutare gli ostaggi – per conquistare, espellere, uccidere e insediarsi nella Striscia di Gaza.

(VDS – Via Dogana Speciale n. 2, giugno 2025)