Domenica 14 giugno. Aspetto davanti al computer che venga autorizzato l’accesso allo Zoom per la redazione allargata di Via Dogana. Guardo girare la rotellina e penso alle primissime riunioni, all’entusiasmo e alla passione della differenza. Vedo il sorriso di Rosetta Stella quando aveva sostenuto, anche economicamente, la nascita della rivista di carta nel 1991. Ho l’accesso, compaiono i volti, alcuni a me molto cari; ascolto le voci, le inflessioni di cui so alcune cose… Torno al presente e provo – ancora una volta – gratitudine.

1)

La parola femminismo (anche la parola patriarcato) sono dappertutto. Femminismo di destra, di sinistra, ambientalista, bastardo, terrone, paritario, transfemminismo, e si può andare avanti. Teoria femminista, genealogie impiantate qua e là, perfino il romance con protagonista femminista. Aggettivato e plasmabile per appiccicarlo dove capita. Femminismo plastilina, non fa ingombro, tappa buchi di senso in discorsi già pronti, abusati. Provo una rabbia quasi insopportabile, vedo rosso, eppure mi capita di desiderare solo che si faccia il silenzio. Non mi capisco. Sarà questo un aspetto di quel “negativo della differenza” sul quale si interroga Ida Dominijanni?

2)

Per me – detto molto rozzamente – la differenza è “in” e il pensiero è quello che viene – a volte, senza garanzie – dalle pratiche e non si staticizza in teoria.

Ma adesso – e viene rimosso troppo spesso – c’è la guerra. La guerra ci attraversa in ogni attimo, si impianta e viene impiantata dentro di noi. Così le pratiche visibili sono quelle del tempo di guerra.

Impedire di parlare a chi è percepito come “nemico”. Disporre schieramenti, cioè accettare un minimo comune denominatore che unisce e dovrebbe produrre un campo di azione comune. Questo è il linguaggio della guerra. Non lo voglio usare, è una delle poche cose che posso fare per oppormi alla follia. Ciò non significa che mi manchino opinioni precise. Significa che voglio muovermi solo verso – e con – chi mi suscita desiderio, curiosità, interesse. È quello che ho già fatto, scegliendo tra le mie simili, ai tempi della “seconda ondata”. Mi si dirà: è riduttivo, oggi bisogna unirsi! Ma come? I modi vanno tutti bene? Vorrei, per quanto mi riguarda, rimanere fedele a me stessa e alle donne che ho amato, alle donne che amo. Cerco mediazioni, cerco di usarle bene, non sempre ci riesco. Ma non voglio produrre in me stessa una sorta di riadattamento a forme politiche di cui so che non funzionano.

3)

Ho disagio e diffidenza nei confronti della intersezionalità. Eppure, sono una figlia della classe operaia (si fa per dire, sono figlia materiale e simbolica della donna che mi ha messa al mondo) e non ho mai dimenticato da dove vengo. Non vedo – se è per questo – come avrei potuto farlo, visto che vivere mi ci ha fatto sbattere il naso una quantità di volte. So che ad alcune piacciono molto, in questo periodo, i cerchi di uguali in cui si parte dall’incrocio delle oppressioni per non lasciare indietro nessuno. A me sembra che così si corra però il rischio di fissare gli esseri umani – poverini, già così impauriti, feriti, maltrattati, perché le paure spesso sono male orientate, ma le ferite sono reali – alla loro condizione.

Continuo a pensare che sia più realistico continuare a provare a pensare e a sperimentare la disparità, e continuo a chiedermi perché in un mondo dove l’ingiustizia, la violenza, la legge del più forte sono così spaventosamente evidenti risulti così difficile mettere in tensione tra loro parità, disparità, uguaglianza, libertà. Cosa che forse aiuterebbe a riflettere sulla crisi delle democrazie più di tante altre.

Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Femminista, filosofa, scrittrice, docente, per tante di noi è anche stata una grande maestra, colei che ha messo al centro delle nostre vite il pensiero della differenza sessuale e con essa il partir da sé in relazione con altre donne, con la lingua materna e l’autorità femminile.

La scomparsa di Luisa Muraro è avvenuta a poche settimane da quella di Lia Cigarini, un’altra figura importante del femminismo italiano e sua compagna di vita e di pensiero. Insieme a lei Luisa Muraro è stata una delle protagoniste più lucide e coraggiose del femminismo italiano, un femminismo che rappresenta forse l’unica rivoluzione riuscita e pacifica del secolo scorso.

A lei dobbiamo in gran parte l’elaborazione del pensiero della differenza, un approccio che rifiuta l’idea di una parità basata sull’omologazione al modello maschile assumendo invece la differenza come punto di partenza politico e di pensiero.

Con Luisa Muraro perdiamo una donna speciale che non solo ha scritto cose importanti, ma ha anche sperimentato insieme ad altre donne forme nuove del vivere e del pensare, che non ha mai separato la teoria dall’azione, il pensiero dalla pratica e dalla politica, interrogando costantemente il linguaggio, il potere e lavorando incessantemente per far diventare le relazioni tra donne una pratica politica capace di modificare la realtà.

Per lei la filosofia è una riflessione che sorge dalla concretezza del vissuto, da relazioni e pratiche condivise a partire dal riconoscimento della madre come origine di ogni vita, da una genealogia di donne e da legami concreti. Questo significa radicare la riflessione nella propria esperienza, trovando parole fedeli a ciò che si vive “senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe”. Insieme a Lia Cigarini ed altre è stata la fondatrice della libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica femminile di Diotima, luoghi di vita in cui le donne hanno imparato a pensarsi fuori dai canoni che altri avevano costruito per loro.

Una vera maestra del pensiero e dell’anima. Colei che, tra migliaia di idee, colpi di genialità, svolte epocali, rimproveri epici, ironia pungente, pensieri illuminati, ci ha regalato il Dio delle donne, quel dio che a volte capita quando trova il pertugio nel cuore delle “anime semplici”, quelle che ascoltano e parlano in “lingua materna”, la lingua della libertà femminile che lei ha vissuto, proclamato e onorato fino all’ultimo respiro portando la felicità di essere donna… e una donna femminista!

La morte lascia sempre un sentimento di solitudine e smarrimento.

Luisa Muraro ha lasciato la scena della vita e della politica delle donne, uno spazio che ha abitato e trasformato radicalmente con l’acutezza del suo pensiero e la luce delle sue parole. Tuttavia, le maestre muoiono ma non ci abbandonano davvero: ci consegnano un testimone. La vera maestria, d’altronde, non sta nel possedere in esclusiva la Parola, ma nel farla sgorgare, suscitando nuovi pensieri e nuove menti pensanti.

Cara Luisa, ti salutiamo raccogliendo la tua eredità, pronte a continuare il nostro cammino come donne consapevoli del proprio corpo sessuato che prende parola nel mondo.

(Facebook Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne, 7 luglio 2026)




Sono molto grata a Luisa Muraro, a Lia Cigarini e ad altre donne della Libreria che hanno contribuito alla mia crescita politica. Nell’incontro on line, avvenuto il giorno dopo la morte di Luisa, ho cercato di ricordare il significato che hanno per me il pensiero e la pratica della differenza sessuale incontrati appunto attraverso la relazione con donne che facevano parte o si riferivano alla Libreria. Proverò a tracciare una breve storia che chiarisca il valore di questa pratica nella mia esperienza. 

Ho condiviso con altre donne, amiche e conoscenti, l’insoddisfazione nel tentativo di portare energia e pensiero ad aggregazioni di partiti di sinistra, e/o sindacati perché non si trovavano lì condivisione e ascolto. Abbiamo deciso di separarci e di esplorare il mondo di noi donne. Siamo negli anni ’80. Abbiamo letto insieme varie autrici femministe tra cui Luce Irigaray, Luisa Muraro e molte altre che abbiamo incontrato anche di persona organizzando eventi, corsi di formazione e incontri di studio. Molte di noi erano già in relazione tra loro perché si lavorava nella scuola, come insegnanti, utilizzando una pratica didattica condivisa nel movimento di cooperazione educativa. La pedagogia della differenza sessuale è stata il di più che cercavamo, ci è stata di aiuto e ha corrisposto al desiderio di esplicitare, attraverso il linguaggio, la metodologia e i contenuti della attività scolastica, la nostra appartenenza a quel soggetto imprevisto di cui parla Carla Lonzi. Abbiamo contagiato in quel periodo vari insegnanti, genitori e ragazze/i nell’invitarli all’uso di un linguaggio che rispettasse e nominasse il femminile, dalle bambine a noi adulte. Grande è stata la soddisfazione di trovare anche nelle circolari ministeriali l’uso del doppio plurale e del femminile. 

La realizzazione della Casa delle donne, negli anni 90, è stata la maggior esposizione e la naturale attuazione della pratica della differenza. Il partire da sé, il personale è politico, la relazione sono stati gli elementi fondamentali continuamente usati, studiati e analizzati. Hanno funzionato, mi viene da dire, perché sono trent’anni che stiamo insieme sia come socie fondatrici che con altre donne, più giovani, che via via hanno visto la Casa come loro punto di riferimenti o di lavoro. 

Nel 2001 abbiamo aperto il Centro Antiviolenza L’Una per l’Altra. La violenza maschile sulle donne si è resa evidente e sempre più chiara perché le numerose richieste di separazioni che giungevano alle nostre avvocate erano motivate da maltrattamenti e sopraffazioni. Abbiamo dovuto prendere atto che vi erano donne completamente invisibili come cittadine rispetto a una qualsiasi partecipazione. Nel tempo poi abbiamo dovuto prendere atto che erano veramente tante. Troppe. Le donne che hanno scelto di far parte del Centro come operatici si sono preparate attraverso una formazione specifica. Dopo un avvio non lineare è stato possibile radicarsi nel territorio e accogliere tante donne che subivano violenza. All’oggi abbiamo incontrato ben 4500 donne del territorio versiliese con una media di 200 donne ogni anno destinata a crescere. Facciamo parte, anzi siamo socie fondatrici di D.i.RE. Donne in Rete contro la violenza. Nell’associazione abbiamo conosciuto e apprezzato Marisa Guarneri, allora presidente di CADMI di Milano, con lei abbiamo stretto un’autentica relazione e le abbiamo affidato incarichi di formazione. 

Ma soprattutto vorrei mettere in evidenza le ragioni che mi hanno permesso di vedere, anche in questa nuova attività, l’efficacia del pensiero e della pratica della differenza sessuale. Già nella formazione di nuove operatrici presentiamo tre donne straordinarie: Edith Stein, Carla Lonzi, Virginia Woolf che ci aiutano a capire meglio il concetto di empatia, il partire da sé, il muoversi su un altro piano rispetto al mondo maschile. Mettiamo a confronto vari testi da cui ricaviamo concetti e principi utili per la messa a fuoco del contrasto alla violenza e per la prevenzione. Pratichiamo un ascolto attivo e attento, di genere, attraverso cui mostriamo da subito la bontà della relazione, essendo sempre due le operatrici nell’accoglienza con al centro la donna, protagonista del cammino che faremo insieme. Per capire bene il suo vissuto le restituiamo, di volta in volta, parte del racconto riferito senza alcuna pretesa di interpretare o giudicare. Lasciamo alla sua discrezione e libertà la prosecuzione o l’interruzione dell’incontro, sicure che la fiducia reciproca possa fare il resto. 

Come dice Clarice Lispector non vogliamo che “si tagli gli artigli” ma che al contrario conservi tutta la sua forza e, attraverso la relazione, semmai la moltiplichi. Solo quando si sentirà in grado di riconoscere la violenza e le discriminazioni e sarà consapevole del proprio valore di donna, potrà lasciare o interrompere il percorso se lo vorrà. Talvolta le stesse donne divengono agenti di cambiamento anche per altre. Nel gruppo di auto-aiuto si mette insieme la forza che proviene dal confronto reciproco, la messa a fuoco delle proprie risorse e le possibilità di usarle a fronte di tanto dolore sofferto. La relazione tra donne in realtà è il centro del lavoro contro la violenza ed è sempre più un modo di agire che ci porta a scoprire insieme i limiti e i guadagni che, alla fine, fanno parte della nostra vita. Attraverso l’esperienza viva riusciamo a cogliere l’opportunità di cambiare e trasformare. Il senso di realtà che ci comunicano le donne che subiscono violenza viene trasferito in una qualità diversa del fare politica che fa conto del presente, ma che orienta le azioni necessarie successive. Questa per noi è la politica che corrisponde alla vita e che fa a meno di astruserie ideologiche. La situazione dei centri antiviolenza con i giusti requisiti, quelli femministi associati in DiRe, non è adeguatamente sostenuta né come supporto finanziario né tantomeno come riconoscimento politico per cui tanto lavoro viene svolto in modo volontario. Quando però la motivazione femminista è solida, ci corrispondono completamente le parole di Carla Lonzi: «A me piace essere lo strumento di liberazione di un’altra e mi commuove saperlo mentre ancora lei non lo sa. Sentire questo passaggio che si compie in lei, poterne essere testimone e diligente esecutrice mi rende felice – avverto che si valuta meno, allora voglio essere quell’eccezione che le può permettere di avere un senso di sé più consono di come l’avrebbe avuto se altri non l’avessero avvilita. A me piace questa fase, può essere una gioia stabile della mia vita».

Ersilia Raffaelli è Presidente della Casa delle donne di Viareggio 

Ci si sarebbe potuti aspettare che per Luisa Muraro non ci fossero solo necrologi. Che una conversazione con lei potesse prolungarsi oltre la sua dipartita. Ma non sembra avvenire. Sic transit gloria mundi! E allora volentieri riprendiamo una conversazione interrotta. Una bella conversazione (pubblicata sul sito di Libertà e giustizia), dove la differenza di approcci mette in valore l’opera di Luisa.

Luisa Muraro e il femminismo non sembrano due nozioni dissociabili.

Semmai, del femminismo, si sottolinea a ragione la specifica corrente di cui Luisa è stata inventrice e quasi universalmente riconosciuta capofila – la filosofia della differenza femminile. Ecco perché il ricordo di una conversazione aperta a un’altra possibilità, dove la differenza femminile si rovescia forse in una possibilità universale, indifferente al genere, potrebbe essere un contributo – ancorché minimo – alla riflessione che seguirà la sua improvvisa scomparsa, dolorosa e spiazzante perché interrompe tutte le conversazioni.

La filosofia comincia di domenica. Grosso modo così, nel lontano 1985, cercavo di introdurre l’idea di una sospensione provvisoria di tutti gli impegni presi col mondo, per indagarne l’oscura ovvietà, con cui sempre pare inaugurarsi il pensiero filosofico, a partire dall’uscita dalla caverna di Platone (L’ascesi filosofica, Feltrinelli 1985). Fui perciò profondamente colpita dall’incipit così accattivante de Il Dio delle donne (Mondadori 2003): «Questo libro nasce da un’esperienza di lettura che fu come un invito ad andare in vacanza per sempre». La vacanza in questione è la condizione della mente che si è svuotata di ogni occupazione e preoccupazioneper vacare Deo. Che in questo libro tanto si parlasse del divino non era forse una sorpresa, per le molte lettrici di Muraro che, partite da una qualche esperienza di femminismo tradizionale, si sono viste proiettate fra l’inferno e il cielo del desiderio di Dio dalla ricerca già allora quasi ventennale di Luisa Muraro sulla scrittura mistica femminile – o «teologia in lingua materna», come lei preferiva chiamarla.

Gradita sorpresa invece fu per me che, magari un po’ distratta, ero rimasta anche un po’ fredda nei confronti di ogni sorta di «ismo» subìto negli anni, femminismo compreso: «ismo» essendo – grosso modo – il suffisso dell’ideologia o pensiero tendenzioso, cioè del pensiero di chi vuole andare, e trascinare gli altri, da qualche parte. Voler andare e portare gli altri da qualche parte può essere sacrosanto se la meta è buona, e non c’è dubbio che ci furono e, a livello planetario, ancora ci sono sacrosante mete di giustizia da raggiungere anche per le donne. Ma una cosa è tendere e volere, altra cosa è sentire e pensare: l’una cosa, del resto, base dell’altra – come sentire l’ingiusto e vedere-pensare il giusto è motivo di volerlo e di lottare per averlo. Tanto più gradita fu la sorpresa di ritrovare in questo libro una Muraro che faceva rivivere quelle intelligenze serafiche di cui – come scopersi gettandomi a leggerla – da vent’anni a questa parte ormai si occupava: le sue beghine o religiose laiche che hanno illuminato il XIII e il XIV secolo di viva luce spirituale e purtroppo anche di roghi. Margherita Porete, Hadewijc di Anversa, Guglielma Boema; ma poi anche le figure della mistica propriamente monastica, come Angela da Foligno, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, e folla d’altre figure, fino agli angelici intelletti del XX secolo, Edith Stein, Simone Weil, Etty Hillesum. Una Muraro pensatrice, dunque – di cosa? Attraverso l’esperienza di tutte queste donne, proprio del divino, ma nella “persona” o nel senso per cui la nostra tradizione usa la parola Spirito. Quello «spirito» di cui si dice nel Nuovo Testamento che soffia dove vuole,che ricrea o fa rinascere, e non alla fine dei tempi ma ora, che dona la vita (dove la lettera invece uccide) e che, dove si trova, ivi è libertà.

Ecco: il regime dello spirito non è quello della motivazione e della ragione, della volontà e dell’intenzione, dello sforzo e della costruzione, ma appunto il regime ulteriore della gratuità o della grazia, della rosa di Silesio che «è senza perché, fiorisce per fiorire», e anche dello iam non ego, del «non sono più io a fare o volere, ma Altro in me», e anche della «morte dell’anima», nel senso della perfetta rinuncia ad ogni desiderio e volere e amore propri, compreso il desiderio di Dio. Facta sum non
amor, dice l’anima al colmo dell’amorosa via. Erano e restano pagine molto belle quelle in cui l’autrice coglie gli elementi fini di questa fenomenologia della vita interiore aperta sull’Altro in assoluto, il cui posto deve restare vuoto piuttosto che essere riempito di immagini, poteri, saperi: idoli. Quando parla ad esempio della rinuncia al possesso intellettuale, riassumendo la nozione di teologia simbolica (che per il Petrarca è «la poesia di Dio») nel grazioso gesto di «non dare una spiegazione alla fiaba, ma, viceversa, di dare una fiaba alla spiegazione»; quando parla del fragile inizio del Dio delle beghine, che è «il principio stesso di un vivere e di un dire…. Ma anche il loro frutto e la loro creatura». Quando parla del nostro tempo scadente, che «scade» appunto, o decade dall’attualità di questo vivere in presenza di Altro. («Noi decadiamo costantemente dall’attualità del vivere», avevo scritto anche io all’inizio di quel vecchio libro che ho citato sopra. Del resto, la stessa Muraro aveva dedicato una pagina molto bella de Il Dio delle donne alla mia raccoltina poetico-meditativa garzantiana, Le preghiere di Ariele, 1989). Quando legge l’iconografia dell’Annunciazione come il simbolo stesso della Lettura (quante Annunziate sono intente a leggere quando l’Angelo arriva!) – cioè del modo più quotidiano e segreto di essere in presenza d’Altro – come già notava Margherita Harwell, maestra di letture. Quando infine sembra riassumere tutti questi tratti in uno, per fare della gratuità di questo tipo di esperienza – con tratto teologicamente audace ma non illogico qui – una proprietà inaudita del divino – la sua «contingenza». Il suo accendersi, o accadere in noi.

Luisa era sinceramente stupefatta dalla neutralità di genere del termine che usavo per riferirmi a tutti noi umani, “persona”. Una parola veramente troppo asessuata, diceva… Ma appunto. Lei non vedeva in tutto questo il regime della gratuità e della grazia, cioè di quel livello della vita personale di ciascuno/a che può svolgersi al di sopra della motivazione e della ragione; il regime del «vivo volentieri», che si oppone a quello del «voglio vivere», come lo “spirito” alla “mente”, il soffio all’intelletto, le tante cose fra la terra e il cielo alle poche che si lasciano illuminare dalla filosofia. Lei vi vedeva non l’opposizione di due possibili e complementari regimi della vita di ciascuno, ma l’opposizione modale dei generi nel loro rapporto all’essere. La differenza femminile, insomma.

Ma cosa ne avrebbe detto Guglielma, la protagonista del libro forse più bello di Luisa: Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (La Tartaruga, 1985)? Correva voce infatti, nella Milano del 1300, che fosse un’incarnazione dello Spirito Santo: e probabilmente era una voce fondata. E cosa c’è di più “universalistico” dello Spirito Santo? Nulla. Con le parole stesse di Luisa Muraro: «Guglielma aveva infatti la capacità di essere per ciascuno una strada verso il vero nella fedeltà a sé… In lei trovò conforto chi non sapeva portare il peso della vita, slancio chi voleva di più. Essa infiammò gli entusiasti e lasciò in pace i tranquilli, non scandalizzò i semplici e sostenne gli audaci»

(Comune.info, 4 luglio 2026 https://comune-info.net/luisa-muraro-e-la-rosa-di-silesio/)

Un omaggio a Luisa Muraro, filosofa, femminista e cofondatrice della prima libreria femminista in Italia, la Libreria delle donne di Milano. Alternando il profilo intellettuale alla memoria personale, il testo ripercorre la sua attenzione, profusa nel corso di tutta la vita, al linguaggio come possibile spazio di libertà. La sua eredità viene presentata non come un programma per il futuro, ma come un invito ad approfondire il presente

“L’enigma è del nostro essere corpo e essere parola, insieme”

(Luisa Muraro 1998 [1991] p. 189)

La mattina di sabato 13 giugno è morta a Milano Luisa Muraro, filosofa e femminista. Perdiamo una delle voci più autorevoli del femminismo e della filosofia contemporanea e una testimone del momento dirompente e generativo che è stato il movimento delle donne degli anni Settanta. Già impegnata nel movimento per la pace in Vietnam, nel segno della contestazione studentesca lascia, da assistente e allieva di Bontadini alla Cattolica di Milano, la carriera accademica. Si dedica all’insegnamento nella scuola dell’obbligo, è ingaggiata con la pedagogia antiautoritaria e partecipa insieme a Elvio Fachinelli e Lea Melandri all’avventura editoriale de L’erba voglio. Muraro è tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano, la prima libreria femminista d’Italia, aperta nel 1975 negli storici locali di Via Dogana, in Piazza Duomo, sul modello di quella parigina del Mouvement de libération des femmes. La Libreria delle donne è senz’altro la forma più riconoscibile della fecondità della relazione con Lia Cigarini (1939-2026), avvocata, giurista e figura di spicco del femminismo italiano delle origini, anch’essa mancata poco tempo fa, a fine aprile [1]. Luisa Muraro è inoltre stata, insieme ad Adriana Cavarero e Chiara Zamboni e altre, iniziatrice, nel 1984, della comunità filosofica femminile Diotima all’Università di Verona, ateneo dove ha insegnato per molti anni. Il pensiero della differenza sessuale (edito dalla casa editrice La Tartaruga, allora diretta da Laura Lepetit) è il primo volume con cui si esprime Diotima (1987; 1996), che parla non solo attraverso i testi ma anche nella rivista online Per Amore del Mondo e in momenti di scambio in presenza pubblici quali il Grande Seminario annuale.

Muraro è forse conosciuta maggiormente per L’ordine simbolico della madre (Muraro, 1991), testo seminale dove mostra, intrecciando filosofia, psicoanalisi e racconto, l’originaria alleanza tra essere e logos disponibile alla specie umana in relazione alla madre, figura cardine nel suo pensiero. Figura, non metafora né del femminile né del materno, per dire che il pensiero di Muraro non conteneva alcuna idealizzazione della relazione materna, né normatività rispetto a essa. La pensatrice ha pubblicato moltissimi contributi, nei quali la sua penna non ha sostato solo su questioni di matrice filosofica e politica ma anche di storia (con particolare amore e attenzione alla storia delle mistiche medievali). Menziono La signora del gioco (Muraro, 1976), Maglia o uncinetto (Muraro, 1981), Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (Muraro, 1985), Lingua materna scienza divina. La filosofia mistica di Margherita Porete (Muraro, 1995), Il Dio delle donne (Muraro, 2003), Al mercato della felicità (Muraro, 2009), Dio è violent (Muraro, 2012), Autorità (Muraro, 2013), L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (Muraro, 2016), fino al prezioso Esserci davvero (Muraro e Jourdan, 2025), conversazione con Clara Jourdan dove la sua bibliografia vastissima è ragionata e presentata. Il suo pensiero è stato tradotto in diverse lingue; a lei sono stati dedicati volumi di studio e analisi sul suo pensiero e, a sua volta, è stata traduttrice italiana delle opere di Luce Irigaray.

Il mio ricordo viene dal privilegio immenso, che condivido con molte altre e altri, di averla avuta come maestra. Muraro aveva a cuore la costruzione di un buon ragionamento, rigoroso, meglio se pungente e nuovo, meglio se espresso in una forma interessante e mossa, insieme all’essenziale: che chi parlava si facesse sentire e facesse sentire da dove parlava, ma in una tensione che da quel punto potesse spostarla. Il femminismo italiano della differenza lo ha chiamato partire da sé: con alcune differenze questa formula è parente di quella che forse si conosce di più, in quanto estera, delle standpoint epistemologies. Una maestra che voleva insegnare a tutte e tutti, con l’idea di accogliere ciò che c’era da pensare fuori dai templi del sapere costituito, fuori dalle soggettività costituite tradizionalmente come pensanti.

Capitava di incontrarci sul tram nove, che facendo la circonvallazione interna milanese porta a Piazza Cinque Giornate, dove è situata la sua Libreria delle donne, lei con un carrellino di quelli della spesa, colmo di libri e giornali. Se ti guardava con quegli occhi azzurri chiarissimi, sciacquati, ti sentivi vista fin dentro all’anima. Tante lo sanno: ti inchiodava a te stessa, anche con veemenza, e voleva per te che tu fossi più precisa, più vera, più ambiziosa, con le parole e con la tua pratica di vita. Anche insostenibile, quello sguardo e quella richiesta, alle volte.

Rigorosissima ma creativa, con un sapere intuitivo e ispirato che l’apparentava alle mistiche che amava e all’arte, lavorava sul crinale del dicibile, creando corridoi tra parole e l’immensità del silenzio. Insegnava a trovare uno spartito per muoversi con rigore, libertà e felicità nel dicibilmente vero della propria esperienza e così nel mondo. Come, c’è un modo per includere nel parlato anche tutto ciò che da esso sono stata istruita a tener fuori? Questo movimento la spinse più in là, fino alla pratica politica: cambiare il mondo. Così, è stata fautrice, come altre pensatrici, della rivoluzione simbolica e politica che ha contribuito a creare il soggetto femminile.

Oltre alla Scuola di scrittura pensante, per anni ha tenuto a Milano un’Accademia di filosofia per bambine e bambini, gratuita. Quella dell’insegnamento era per lei una vocazione, in obbedienza alla quale ha saputo praticare un modo di trasmettere ciò che non può essere insegnato. La convinceva questa formula, che nell’insegnare come si scrive, o come si può scrivere o come si può migliorare il proprio scrivere, si insegna altro: “perché la scrittura, la parola, attingono a un qualcosa di inesauribile, e quindi nell’insegnarle, nell’impararle, si va verso questo oltre…” [2].

Muraro ha sempre desiderato per il suo corpo studente, a partire dalle periferie desolate in cui ha insegnato decenni fa, che si liberasse anche grazie alla liberazione delle proprie parole. Detestava il conformismo. Il già pensato e il già detto ci assoggettano, ma la lingua che ci dice dove siamo ci fa schivare la cattura del potere. Sarebbe infatti un errore credere che lo spostamento interiore che le pratiche femministe possono provocare stia in una dimensione intimista e individualista; si tratta piuttosto di ristabilire in noi la piena facoltà di un’azione politica, chiarendone la sua radicale vicinanza a quella simbolica, tema che Muraro attraversa per esempio nel pamphlet Dio è violent (Muraro, 2012).

Non si può negare che la mancanza di Luisa generi un senso di perdita, ma la strada, una strada stretta ma dall’orizzonte ampio, è segnata. Non si tratta, potrebbe sorprendere, di un cammino di futuro, non, senz’altro, un futuro inteso come l’indefesso andare avanti, migliorativo, produttivo, orientato al risultato. Laura Colombo, nel commiato a lei dedicato, scrive: Luisa aveva smesso di usare la parola “andare avanti”. Lo disse in piena pandemia. Andare avanti è la parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Meglio andare più a fondo nel presente, diceva [3].

Andare a fondo nel presente significa farsene carico, con lucidità, ripudio per l’ingenuità e un poco di visionarietà. D’altra parte siamo dentro alla politica femminista, che si tramanda un’idea di politica prima (l’espressione è di Cigarini), cioè politica dell’impegno personale per cambiare qualcosa, a partire dalle proprie pratiche, radicate dove si è, non importa quanto circoscritte, mai astratte. Questa politica è giocata nel presente, il che non significa stare nell’economia del ritorno immediato ma piuttosto prendere sul serio la scommessa di cambiamento futuro tanto da renderla già all’opera nell’ora. Così il futuro sarà credibile solo se è all’altezza di un desiderio presente, anche di felicità. Felicità nel discorso politico, che fa corpo con la felicità soggettiva e collettiva: sembra incredibile oggi.

Il femminismo italiano della differenza accorda un primato alle pratiche, questo significa tante cose, tra queste c’è il tener presente il contesto oltre al testo [4]. Esso è un antidoto all’ideologia e alla polarizzazione volgare delle posizioni. Confliggere, è stato detto, significa andare a fondo nel dibattito anche con radicalità senza, però, voler distruggere l’altra, ma c’è anche altro, io credo. Anche amare.

Amare le altre (e gli altri) nei loro difetti e nei loro limiti: anche i limiti delle teorie. Questa è una parte della sua eredità, per me, un’eredità senza testamento (Arendt, 1961; Padoan et al, 2002; Rossi-Doria, 2007), s’intende, e praticabile ancora solo se proteggiamo i luoghi che fanno comunità e ci contengono nel nostro farci e disfarci in relazione. Solo se ci pensiamo parte – protagoniste ma anche responsabili di un mondo comune che pur potendo procedere anche senza di noi, è fatto di noi: noi che non possiamo essere senza gli altri.

NOTE

[1] Di Lia Cigarini si veda, per esempio Cigarini, L. (2022). La politica del desiderio e altri scritti. Orthotes. [Prima edizione 1995 Pratiche editrice].

[2] Luisa Muraro in un dialogo con l’autrice, 2017.
[3] Laura Colombo, Per Luisa Muraro, Libreria delle donne di Milano.

[4] In questo ricordo vorrei sgombrare il campo anche dall’ingombrante malinteso che il femminismo della differenza sessuale sia un pensiero essenzialista. Radicato nel movimento delle donne degli anni Settanta – della seconda ondata, si direbbe secondo una formula storiografica comune ma non priva di problemi – e sviluppatosi poi nel corso degli anni Ottanta, il femminismo della differenza sessuale pone una questione insieme filosofica e politica: la rottura della dominazione del maschile come valore universale. Aprendo un piano alternativo, non complementare, nel discorso, attraversato dalla presa di parola del soggetto femminile, incarnato e in relazione, il femminismo della differenza prefigura anche la presa di parola di altre soggettività. Esso, inoltre, opera sia come lente per rileggere e recuperare vicende e voci minori della storia, sia come taglio per agire nel presente. Storicamente, questa tradizione prende avvio anche da un sentire l’orizzonte dell’emancipazione raggiunta o da raggiungere come insufficiente, e da una lettura dell’uguaglianza come terreno che disegna come desiderabile ciò che è già dato e già pensato, in una costruzione simbolica e politica il cui architetto è il soggetto maschile, assunto come misura unica dell’umano. Infine, ma dovrei dire innanzitutto, il femminismo della differenza si caratterizza per il suo radicamento nelle pratiche politiche, che costituiscono il primo referente e la prima misura del pensiero. Si configura così come una filosofia relazionale della pratica, nella quale l’atto del teorizzare e l’agire politico rimangono costantemente in dialogo e in reciproca trasformazione. La lettura essenzialista della differenza – purtroppo presente e talvolta appropriata da agende reazionarie – tradisce l’originaria natura critica di un’impresa che prende avvio da un corpo sessuato e sempre in relazione. Tale lettura non appartiene alle intenzioni di Muraro, che non è stata l’unica pensatrice della differenza sessuale, né a quelle di molte pensatrici radicali contemporanee che continuano a richiamarsi a questa tradizione come a una fonte di sapienza, anche in virtù del primato accordato alle pratiche politiche che l’ha mantenuta legata al movimento.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Arendt, H. (2006). Between Past and Future. Eight Exercises in Political Thought. Penguin Books [Prima edizione 1961 Viking Press].

Diotima, (1987). Il pensiero della differenza sessuale. La Tartaruga Edizioni.
Diotima, (1996). La sapienza di partire da sé. Liguori.
Muraro, L. (1976). La signora del gioco. Episodi della caccia alle streghe. Feltrinelli.
Muraro, L. (1985). Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista. La Tartaruga Edizioni. Muraro, L. (1998). Maglia o uncinetto. Manifesto Libri [Prima edizione 1981 Feltrinelli]. Muraro, L. (1991). L’ordine simbolico della madre. Editori Riuniti.

Muraro, L. (1995). Lingua materna scienza divina. La filosofia mistica di Margherita Porete. D’Auria. Muraro, L. (2003). Il Dio delle donne. Mondadori.
Muraro, L. (2009). Al mercato della felicità. Mondadori.

Muraro, L. (2012). Dio è violent. Nottetempo.

Muraro, L. (2013). Autorità. Rosenberg & Sellier.

Muraro, L. (2016). L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto. La Scuola.

Muraro, L. & Jourdan, C. (2025). Esserci davvero. Libreria delle donne di Milano.

Rossi-Doria, A. (2007). Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle donne. Viella.

Padoan, D. et al. (2002) Un’eredità senza testamento. Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano.

(AgenziaCult, 4 luglio 2026, https://www.agenziacult.it/letture-lente/equita-di-genere/in-ricordo-di-luisa-muraro-montecchio-maggiore-1940-milano-2026/)

Ho incontrato in un luogo rinomato di femministe di Catania, allora chiamato Se-No e poi Centro Agave, e successivamente Associazione Città Felice, la rivista Via Dogana alla sua prima uscita nel giugno 1991, e da allora non l’ho più lasciata, attraversando tutte le avventurose imprese della politica delle donne del Pensiero della Differenza Sessuale che ci hanno contraddistinte. In quel contesto e negli incontri di redazione della rivista ho conosciuto Luisa Muraro, Lia Cigarini e il mondo della Libreria delle donne di Milano. 

A quel tempo, come studente del Dipartimento di Matematica dell’Università di Catania, ero particolarmente sensibile alla critica femminista della scienza e perciò mi interessavo di epistemologia della scienza che, come sa chi ha pratica scientifica, è una parte molto insidiosa della filosofia, poiché è risaputo che la scienza è strettamente correlata all’andamento delle imprese militari e all’andamento dei profitti delle imprese di mercato. 

A partire da quel desiderio, la mia pratica del Pensiero della Differenza Sessuale resta sempre una pratica politica tuttora valida in quella capacità di interrogarsi, ovvero di interrogare il piacere, la felicità, il comportamento inconscio e tutto ciò che resta coscientemente realizzato, come soggetto agente al presente, laddove mi trovo, con chi mi trovo, in contesto, nelle condizioni e nelle possibilità di restare viva, a dispetto di chi ama invece tramutare in oggetto inerte, tutte le cose del mondo, sia animate che non animate. 

Il patriarcato trova fertile terreno sia nelle imprese militari che in quelle di mercato, e si ripropone con forme diverse ma sempre con la stessa sostanza, costituita prevalentemente da dimostrazioni di forza: le donne come gli uomini possono decidere di esercitarla o no. Niente altro che questo rappresenta per me semplicemente il fare la differenza, per restare umane e non cedere alle insidie dell’incoscienza. 

Qualsiasi tipo di lavoro è un servizio alla comunità, e chiunque lo espleti è in gioco e sa distinguere bene la differenza tra dare un servizio (nel pubblico o nel privato che sia) e l’esercizio di un seppur minimo dominio da infliggere, anche attraverso le più aggiornate sevizie informatiche, alla comunità intera. 

Così la guerra è la più diffusa e capillare modalità in cui emerge esplicitamente un ordine delle cose esploso oramai stretto nella morsa delle ripetitività senza senso. La guerra mostra non solo il punto di rottura di un ordine della ripetizione insensata delle cose, ma è l’esplosione delle strutture istituzionali irrigidite da abitudini ossessive e norme senza più contatto con la realtà delle cose umane. 

In questo dis-ordine esploso, il mio compito quotidiano è, dove occorre, rimettere a posto le priorità, e fare in modo che riemerga l’umanità affinché non resti inerme, muta e sommersa, ma che resti viva, rigogliosa e prodigiosa.
Sto sempre all’erta su questo baratro, sul quale si apre un vorticoso abisso fatto di abitudini e comportamenti di donne e uomini che sembrano non potere cambiare mai. 

Esercito tuttora la mia differenza in ascolto e con-tatto, i due sensi più trascurati nell’andamento del dominio delle immagini, dove anche il sapore e l’odore scompaiono, e lasciano spazio solo alla visione e all’immaginazione fuorvianti del tipico stile di vita pornografico. 

Cosa differente è lo sguardo attento e di cura rispetto alla visione per evasione e alla fantasia, quello sguardo che fa uscire dall’ombra e dall’oblio delle misconoscenze, che fa uscire dall’attribuzione di valore misogino e competitivo neoliberista che viviamo attualmente in società senza limiti nel raggiungimento di obiettivi a tutti costi umani e delle cose, come ci si spinge attraverso la modalità e l’uso del drone. 

Nella pratica artistica di pittrice ho sempre modo di esercitare e tenere vivo questo sguardo verso la realtà che mi circonda, restando sensibile alle criticità alle quali ci espone ciò che succede nell’economia e nell’organizzazione sociale della massima performatività. 

Lia e Luisa a un certo punto annunciarono esplicitamente a tutte che da tempo immemorabile il momento della differenza sessuale è già arrivato, molte e molti vivono tuttora sotto le macerie del patriarcato perciò occorre molta pazienza a non scoraggiarsi, a fare ordine simbolico dell’amore femminile della madre e dare un taglio netto con il passato delle maldicenze sulle donne. 

Studiando le innumerevoli scrittrici che sono emerse e che emergono ancora in tutti campi del sapere, ho intrapreso questo percorso ritrovandomi tuttora in libere conversazioni con donne e uomini, luoghi di imprescindibile esistenza simbolica lontani da quelli previsti come accademici, istituzionali e associativi. 

Il mondo con le sue tecnologie e istituzioni del controllo, perde colpi e mostra le sue crepe proprio lì, nel luogo delle libere conversazioni: spegniamo cellulari, usiamo carta e penna, libri stampati e cibo locale a km zero. Le dicerie dell’untore ai quale il cosiddetto mainstreming, ovvero l’orientamento dominante, ci vuole abituare, non le ascoltiamo affatto, ma sviluppiamo insieme il proprio sentire, il comune senso della vita. 

Questa irrinunciabile eredità ci hanno lasciato Lia e Luisa e tocca a ciascuna di noi custodirla nella propria originalità e autenticità, proprio come facciamo già con Virginia Woolf, Carla Lonzi e le altre, senza essere passive ripetitrici, ma abili, vivaci e ingegnose cultrici dell’essere donne sapienti del e nel proprio tempo. 

La libertà è tutta nelle nostre mani. Coraggio e pazienza: fili sapienziali che si intrecciano e prendono forme spesso impreviste ma adeguate e risolutive nel contesto. Spunteremo la lancia che ci si presenterà, anche questa volta, come sempre, con giochi di composizioni di parole, immagini e musica, e tutti gli strumenti a disposizione che troveremo laddove abitiamo, come succede da quando esiste il mondo che si fa e si disfa, restando vive e felici. 

Ho partecipato alla redazione aperta del 14 giugno e mi va di condividere un pensiero. Mi ha colpito nel testo l’osservazione di Jennifer Guerra [in “Fare il femminismo in una maniera nuova”, Ndr] per cui «il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione [quella delle trentenni o giù di lì] è una generazione di orfane». Il passaggio mi chiama in causa perché la generazione delle “madri assenti” dovrebbe essere quella delle cinquantenni, cioè la mia. Però anch’io scopro il femminismo nel pensiero della differenza adesso, dopo un vuoto, e mi domando dove siamo state fin qui.

Il ricordo va a un dettaglio della giornata del seminario sul pensiero di Luisa Muraro del settembre scorso: avevo approfittato della presenza a Milano per salutare un’amica che abita poco distante. Tra gli incastri delle faccende affaccendate, siamo riuscite a prendere un caffè giusto all’inizio del pomeriggio, così ho invitato la mia amica a fermarsi con me. E lei mi ha detto: «Ma perché? Io non ho bisogno del femminismo, per me, in casa con mio fratello, con mio marito, con mio figlio e mia figlia, con i miei amici, con i colleghi e i miei alunni non ho mai avuto problemi: maschi e femmine fanno le stesse cose, non c’è differenza» (poi è rimasta per farmi compagnia e ci siamo divertite tantissimo).

Lì per lì non ho fatto caso alla risposta, però adesso mi viene in mente che questo è il punto: all’inizio la disparità era tanto sul piano del fare, quanto sul piano dell’essere, con delle connotazioni molto concrete e visibili. Negli anni ’80/’90 alle giovani donne sembrava aperta ogni possibilità, ed effettivamente è stato (quasi) così: noi donne abbiamo iniziato a fare le stesse cose degli uomini, sul piano del fare si è conquistato un buon grado di parità, ma questo ha mascherato la disparità che continuava a esistere sul piano dell’essere. Il “vuoto” storico che si è creato nella genealogia femminile è della stessa natura del mio sentire di cinquantenne, che qualcosa non torna nel “fare lo stesso lavoro” che fanno gli uomini ed essere donna.

Ci siamo incontrate, tre generazioni di donne, intorno a questo vuoto. Un vuoto che forse è stato necessario per fare emergere con più chiarezza il punto da mettere a fuoco adesso, che l’essere donne è libero, indipendente, altro dal fare le stesse cose degli uomini.

Da qui si parte.

Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno 2026 e con lei scompare una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Se ne va una maestra, un punto di riferimento per molte e molti. Ci lascia un pensiero vivo, che continuerà a orientare la ricerca di chi lo incontra, e un’eredità fatta di luoghi, pratiche, relazioni.

Con Lia Cigarini e altre aveva fondato, nel 1975, la Libreria delle donne di Milano, dove ha preso forma una politica inaudita: partire da sé, facendo dell’esperienza materia di pensiero e di politica; stare in relazione tra donne; praticare l’affidamento, fidandosi del sapere di un’altra.

Luisa Muraro ha visto il limite di un’emancipazione intesa come inclusione delle donne in un mondo già pensato dagli uomini. Per questo ha nominato la libertà femminile che non prende il maschile come misura e non attende dalla legge il permesso di esistere. Questa apertura di orizzonte ha permesso a molte – femministe, sindacaliste, scrittrici, insegnanti – di fare di quella libertà una pratica condivisa.

Ci lascia un’opera vastissima: libri, saggi, articoli, interventi, lezioni. La documenta la Bibliografia 1963-2024 curata da Clara Jourdan, seconda parte di Esserci davvero (Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, 2025), la conversazione in cui Luisa ripercorre la sua vita e la genesi delle sue opere.

Qui vorrei fermarmi su Dio è violent (Nottetempo), un testo breve e spiazzante, prezioso per una rivista che pensa la pace come conflitto aperto contro l’ingiustizia. Luisa Muraro interroga una nonviolenza pacificatrice, quella che si fa predica e invito a non usare la forza che pure abbiamo. La violenza va rifiutata, ma non al prezzo di rinunciare a quella forza. Il pericolo politico è disimpararla: consegnare al potere, allo Stato, agli apparati militari ed economici la prerogativa di agire e decidere, lasciando a chi subisce solo il compito di sopportare o testimoniare la propria innocenza.

Il suo pensiero tocca un nervo scoperto del presente. Oggi la violenza dei poteri si presenta come ordine necessario e sicurezza. A chi si oppone viene chiesto di non rompere la scena. Al contrario, Luisa Muraro invita a guardare quella collera, a non demonizzarla né lasciarla agire alla cieca. La rabbia non è buona in sé, diventa politicamente feconda quando trova misura e mediazioni.

È qui che entra in gioco la competenza simbolica femminile. Le donne sono state incluse nel patto sociale moderno in modo asimmetrico: incluse nella sfera pubblica, ma ancora esposte, nel privato, alla violenza maschile. Una posizione obliqua che ha prodotto un sapere: riconoscere i travestimenti della violenza anche quando si presenta come amore e protezione, e sapere quanto facilmente il giusto rifiuto della violenza scivoli nella rinuncia alla propria forza.

Luisa Muraro parla di una volontà non suicida né omicida: non andare a farsi massacrare, non assumere i mezzi del potere che si vuole disfare. Non per spegnere i conflitti in nome della moderazione, ma in un lavoro di mediazione più esigente: trasformare la rabbia in forza simbolica, trovare il “quanto basta” per combattere senza odiare, per disfare senza distruggere.

Da qui si può guardare anche alle pratiche disarmate del nostro tempo. Le donne e gli uomini della Global Sumud Flotilla che mettono in gioco i loro corpi per rompere un assedio sono disarmati e pieni di potenza. Le forme di disobbedienza civile che attraversano i movimenti per la pace mostrano lo stesso: l’azione disarmata non è passività, obbliga il potere a rivelare la propria violenza davanti al mondo. È la forza simbolica di chi disobbedisce, quella che disfa il potere meglio delle armi di chi comanda.

La pace è il lavoro difficile che impedisce alla forza di diventare dominio e alla nonviolenza di diventare rassegnazione. In questo crinale, scomodo e necessario, il pensiero di Luisa Muraro ci ha insegnato a stare.

(Mosaico di pace, rivista mensile di Pax Christi, luglio 2026)

Le straordinarie in mostra 4 - Straordinarie
Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Luisa Muraro è morta la mattina di sabato 13 giugno. Ho avuto la notizia mentre ero in viaggio da Ravenna verso Milano, per partecipare alla redazione aperta di Via Dogana alla Libreria delle donne, luogo che Luisa co-fondò nel 1975 insieme ad alcune socie e che ha segnato la storia del femminismo italiano. Il tema dell’incontro sarebbe stato la differenza sessuale, cioè la questione su cui Muraro ha lavorato per tutta la vita, dando a questa parola un significato molto più aperto e diverso di quanto, da fuori, possa sembrare.

Ho conosciuto il pensiero di Muraro mentre scrivevo il mio podcast Nemiche Geniali, in cui ragionavo del bello e del brutto dell’amicizia femminile. La differenza tematizzata da Muraro è infatti il riconoscimento di un’asimmetria non solo nella relazione maschile-femminile, ma anche e soprattutto nelle relazioni fra donne. Muraro ha tenuto insieme, non senza difficoltà, l’idea che c’è qualcosa che le unisce, il riconoscersi in un continuum, in uno spazio differente dall’ordine patriarcale, e qualcosa che le separa. Questa continuità fra donne non deve mai tradursi dal punto di vista politico in universalismo, nell’idea che le donne sono tutte uguali, che vogliono tutte le stesse cose, che aspirano agli stessi obiettivi. È una posizione difficile da difendere, che ha reso Muraro antipatica a molte, e che a volte si è tradotta anche in pratiche faticose e respingenti. Ma io la trovo anche una posizione incredibilmente liberatoria, immaginifica e produttiva. Mi piace perché resta aperta all’ignoto. 

Durante la redazione aperta di Via Dogana è stata detta una cosa che mi ha colpita molto. Per essere in disaccordo col pensiero di qualcuna, bisogna avere il desiderio di conoscerla. Questo desiderio si può chiamare amore. Simone Weil lo chiamava attenzione. Per Muraro è la differenza: sapere che siamo diverse, che pensiamo cose diverse, che abbiamo due vite diverse, è ciò che mi spinge verso di te. Se fossimo identiche, che bisogno avrei di fare un passo verso di te?

Io tre anni fa ho fatto un passo verso la Libreria delle donne di Milano, con grande pregiudizio e scetticismo. Mi si è aperto un mondo. Questo non vuol dire che io ora sia assimilata a questo luogo, o sia d’accordo con le posizioni che esprime, ma dopotutto l’identità, il coincidere, non è mai stato il suo obiettivo politico. Molte persone pensano che il femminismo serva a trovarsi, secondo me serve soprattutto a perdersi. Come diceva Luisa, partire senza farsi trovare.

(Sibilla. Newsletter di Jennifer Guerra, 1° luglio 2026)

Lectio di Luisa Muraro nell’ambito di Book Pride 2015, tenuta il 29 marzo 2015 ai Frigoriferi Milanesi a cura dell’Osservatorio degli Editori Indipendenti

Nel Manifesto di Rivolta femminile (1970) c’è scritto «Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale».

Metto queste parole sullo stendardo con cui scendo in campo per affermare che la differenza sessuale c’è. Ma attenzione a non intendere pan per polenta, come dicevano in veneto. Non ho detto che c’è differenza tra uomini e donne. Quel “tra” è un abbaglio. Tra i sessi c’è di tutto, usanze, mode, pregiudizi, leggi, c’è il diritto, il galateo, la scienza, ci sono anche muri, guardie, passaggi… Pensate a una linea di confine tracciata e vigilata da imperativi storici di diversa natura e forza. Questi imperativi hanno un certo potere d’imposizione, che varia da cultura a cultura, unito a un più insidioso potere di mediazione, che è di farci pensare e giudicare così o colà, interpretando anche la nostra personale esperienza. Ma non hanno il potere di arrivare al fondo dell’esperienza, al quale si arriva soltanto con qualcosa di vero. Quest’ultima affermazione prendetela per ora come un punto di resistenza che metto avanti, un avamposto.

La differenza sessuale non è tra, è in. Mi è interna, inerisce alla mia esistenza e io così la concepisco, così la vivo, come qualcosa da cui non posso prescindere, anche volendo. Io non voglio perché si dà il caso che sia femminista. Ma si dà anche il caso che vi siano innumerevoli donne che non sono femministe e non vogliono, neanche loro, prescindere da quello che sono, donne. La differenza, puoi mascherarla, nel senso di enfatizzarla, occultarla, adattarla, per sfida o in conformità, libera o forzata, consapevole o inconsapevole, a quegli imperativi del tra che dicevo. A volte bisogna farlo. A volte invece piace farlo e allora diventa recitazione.

La differenza che c’è, sono io e non sono io. Detto in breve, si tratta di una mancata coincidenza, di un differire di me da me, qualcosa che si vive come un eccesso e una carenza che non si compensano fra loro, uno stato somigliante al trovarsi nel bisogno dell’essenziale disponendo intanto di ricchezze superflue. Sento l’obiezione: ma questo è il proprio della condizione umana pari pari… Appunto! Secondo la veduta che sto esponendo, non si dà in primis l’essere umano, il famoso Uomo con la u maiuscola e poi la donna/l’uomo; l’umanità sono donne, l’umanità sono uomini. L’umanità sono altri e altre che vivono ciascuna/o a suo modo quella mancata coincidenza che ho detto, e non c’è teoria che possa sanarla.

Si fanno molte teorie della differenza sessuale. Le meno sbagliate sono quelle infantili, giustamente valorizzate da Freud. Freud ne ha ricavato la teoria della castrazione. Lacan ha precisato: castrazione simbolica, che riguarda anche gli uomini di sesso maschile.

Duemila e trecento anni fa Aristotele ha fatto una teoria che noi consideriamo sbagliata ma molto ben trovata, tant’è che è durata quasi fino ai nostri giorni.

Aristotele era un grande osservatore e grandissimo ragionatore, filosofo e scienziato (ma senza laboratorio). Nel trattato Sulla generazione degli animali scrive: «Il primo inizio è nascere femmina e non maschio», dice proprio così e aggiunge subito: «ma questo è necessario alla natura». Perché “ma”? è necessario, spiega, che nascano femmine, ma queste non nascono per necessità, nascono per un anomalo indebolimento del principio generativo (lo sperma, che in greco antico è letteralmente il seme). Che cosa vuol dire? l’anomalia che fa nascere le femmine non ha la necessità delle cose necessarie a raggiungere un fine, si tratta, parole sue, di una “necessità accidentale” (La donna e i filosofi: archeologia di un’immagine culturale, a cura di Silvia Campese e Silvia Gastaldi, Zanichelli, Bologna 1981, 79). In questa strana nozione traspare una lontana anticipazione della tesi darwiniana che soppianterà il lamarckismo.

Va detto che i traduttori di questo difficile passo non si sono ancora messi d’accordo.

Un’idea però mi pare chiara: le femmine sono necessarie, ma il sesso femminile non è normale. Detto in parole nostre: le donne sono diversamente umane.

Secondo me, come ho detto, le teorie della differenza sessuale sono tutte più o meno sbagliate. Tutte dicono qualcosa di vero, ma le teorie sono totalità coerenti, trasparenti a sé stesse, la differenza invece è un tema inesauribile, nella nostra stessa esperienza, e questo per un motivo preciso. La sessuazione, come noto, è un fatto primordiale, è un’invenzione della vita tesa di suo a durare. L’incontro del patrimonio genetico di due, uguali e differenti, pare che sia la mossa vincente. Ma c’è un imprevisto, che è l’umano. O, più precisamente, c’è che il fatto primordiale della sessuazione irrompe nella sfera della parola, cioè del vero/falso, del giusto/ingiusto, del bene/male. Irrompe e fa un disordine che, secondo certi testi sacri, sarebbe effetto del peccato originale e si estende anche alla natura. La questione diventa allora: è possibile rifare un ordine? E come?

Ecco svelato il significato del discorso di Aristotele, in quel punto del suo discorso in cui dice “ma”. La riflessione sulla riproduzione degli animali lo spinge a elaborare la nozione di una necessità che non è necessaria ma accidentale, in quanto non è finalizzata a…, come invece le nostre azioni consapevoli. Ma perché dice “ma”? Lo dice per separare l’ordine di cui le femmine sono il principio, cioè l’ordine naturale, dall’ordine giusto e vero delle cose, dove il primato è umano maschile. Ai nostri occhi Aristotele sbaglia in quanto considera l’ordine patriarcale come l’unico degno di essere chiamato ordine. Ma non sbaglia a considerare che la differenza dei sessi sia una questione tutt’altro che semplice. Aristotele infatti se la pone non soltanto come studioso del mondo animale ma anche e soprattutto come filosofo politico.

Tutte le civiltà, che io sappia, si sono misurate con la questione della differenza e le hanno cercato una qualche risposta, anzi una grande varietà di risposte, con la lingua, le arti, la moda, gli usi della buona creanza, i codici, i tabù, l’onomastica, i privilegi, le gerarchie, le esclusioni… Ricordo i miei soggiorni di fanciulla sull’altipiano d’Asiago con la vista delle bestie al pascolo che ci guardavano con grandi occhi e mi pareva di capire che fossero stupite di vederci come siamo, noi che saremmo loro parenti. Mi pareva che notassero soprattutto i nostri vestiti: braghette e gonne, capelli lunghi con il nastro, capelli corti quasi rasati, e mutande per nascondere l’innominabile intimità. Loro invece erano perfettamente nude, ma non si notava affatto tanto erano a loro agio nei loro corpi. Non si stupiscono solo le bestie, anche noi ci stupiamo di noi. Una mia studentessa adolescente ci raccontò che un giorno, tornata a casa prima del solito e salita in camera sua, vi trovò il fratello minore vestito con i suoi vestiti e truccato con i suoi trucchi, che si ammirava allo specchio: la sorpresa la paralizzò al punto che non gli saltò addosso, come avrebbe fatto con una sorella, e lui ebbe il tempo di mettersi in salvo.

La differenza sessuale è un imprevisto che falsifica le teorie, ultima la gender theory dei cinque generi. Due è per via della sessuazione, la vita che si biforca, ma se lasciamo la natura per la cultura, perché solo cinque? Potrebbero essere tanti e tante, quanti e quante siamo su questa terra. Che cosa cercava quel ragazzino in camera della sorella? Era un viaggiatore, anzi un esploratore, in cerca di altro per trovare se stesso.

Finalmente, nel suo Undoing gender (2004), recentemente riproposto in italiano con un titolo più vicino all’originale, Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014), Judith Butler, nota proprio come teorica della gender theory, intitola così un capitolo: Fine della differenza sessuale? E così lo conclude: questa rimarrà una questione persistente e aperta. Con ciò, aggiunge, «intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente». Parole oneste e intelligenti, tanto più che ci arrivano per un passaggio molto significativo, che non è né teorico né ideologico, è “il fatto” (la parola è sua, io sottolineo) della sfida del soggetto femminile per la sua libertà sessuale (p. 284). Quanto alla ragione che porta la filosofa statunitense a considerare promettente il problema della differenza sessuale, concordo pienamente con lei: si tratta della «inestinguibile impossibilità di stabilire confini certi tra il “biologico” e lo “psichico”, il “discorsivo” e il “sociale”» (pp. 275-276). La civiltà moderna ha edificato e continua a coltivare un sistema di conoscenze scientifiche ordinandolo secondo precisi confini che separano il biologico e lo psichico, il discorsivo e il sociale. Vale a dire, facendo a pezzi ogni segreta o meno segreta ricerca soggettiva di un senso libero della differenza sessuale.

“Finalmente”, ho detto sopra, per una ragione precisa. Solo gli Usa possono correggere gli errori degli Usa: la disparità di potere e di prestigio rispetto a paesi come l’Italia è tale che essi, gli States, capiscono le nostre ragioni solo se diamo loro ragione. Sotto le apparenze di uno scambio culturale, c’è un piano inclinato a senso unico, anche tra femministe, come abbiamo potuto costatare con la sistematica opera di sostituzione del linguaggio sessuato da parte del linguaggio gender. Pensato per gli scopi della ricerca storica, il cosiddetto “genere” è dilagato come uno pseudonimo di “sesso” e come un eufemismo: il “genere” non fa pensare al femminismo e non suscita imbarazzanti associazioni sessuali. In breve, la differenza sessuale si avviava ad essere esclusa dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato, provvisto di diritti, senza ricerca soggettiva di sé, disegnato dalle mode e funzionale ai rapporti di potere. Insomma: l’insignificanza della differenza e l’indifferenza verso i soggetti in carne e ossa.

Ma a questo esito, piuttosto congeniale alla cultura neoliberale, non si arriva senza sfidare il movimento delle donne cominciato con il femminismo degli anni Sessanta-Settanta. Lo sostiene giustamente Ida Dominijanni nel suo recente Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi (ediesse 2014). E la sfida è ancora aperta.

In quegli anni si alzò, senza gradualismi, con la forza dell’imprevisto, un’ondata di rivolta femminile che ha rotto il corso otto-novecentesco dell’emancipazione. Riporterò qui un racconto che ne riassume molti, non ne esaurisce nessuno.

Stati Uniti, anno 1966: è cominciata la grande ribellione generazionale che si chiamerà Sessantotto. Nel corso di questa, in quello stesso anno, accadde qualcosa che annuncia la frattura femminista, quella che io chiamo la rivolta nella rivolta. Nel corso di un convegno di studenti di sinistra, avvenne il primo atto separatista: un gruppo di studentesse decise di abbandonare, seduta stante, il workshop misto dedicato alla Woman Question, per riunirsi tra sole donne (Elda Guerra, in Il femminismo degli anni Settanta, Viella, Roma 2005, pp. 31-32). Il loro gesto, poi ripetuto da innumerevoli altre, fino ai nostri giorni, ha un significato che apprezza solo chi sa vedere la grandezza che si presenta in modeste apparenze… Per esempio? I pastori di Betlemme nel Vangelo di Luca o il camionista siciliano in Cristina Campo, Les sources de la Vivonne (Gli imperdonabili). Il femminismo di Stato, quello della parità tra donne e uomini, sostenuto dall’Europa e da altre agenzie di potere, vuole farci dimenticare l’evento del 1966 con la sua radicalità. Cercano di farci passare dal vecchio femminismo ottocentesco al post-femminismo neo-liberale, senza soluzione di continuità. E si capisce perché: le iniziatrici della “rivolta nella rivolta” non erano in cerca di emancipazione, erano giovani donne emancipate, tendenzialmente promesse all’integrazione paritaria. Esse hanno interrotto questo processo di promozione per aprirsi un’altra strada. La loro esemplare presa di coscienza e di parola ha le caratteristiche di una ripresa, nella sfera dell’umano, del fatto primordiale della sessuazione. Accade così che il primato della vita si trapianti, ad opera di donne, nella polis, diventando politica, e nella soggettività umana.

Il “ma” di Aristotele inciampa così nell’imprevisto di un nuovo “ma” che mette in evidenza la storicità del regime patriarcale e ne decreta la fine. E più ancora. Il nuovo “ma” ha sostituito con la relazione di differenza quella che era la dualità gerarchica di natura/cultura, con le sue tante versioni, corpo/anima, cielo/terra, personale/politico, privato/pubblico, fino a quella tra madre che dà la vita e padre da cui vengono la parola e la legge.

La rivolta cominciata quarant’anni fa ha rivoltato la civiltà, l’ha rovesciata come un calzino facendo vedere il suo rovescio, che era la subordinazione femminile all’Uomo, e portando alla luce un sostrato di civiltà più elementare. Che vale per donne e uomini e come tale lo propongo qui. Quello che ho detto finora attingendo all’esperienza politica delle donne, arriva così al suo dunque nel presente, che lo mette alla prova dei difficili cambiamenti in corso. A suo tempo io e altre abbiamo parlato, per quel sostrato, di un ordine simbolico della madre (di cui bisognerebbe dire che, a un certo punto, fu intuito da Freud). Abbiamo sostenuto, in pratica e in teoria, che dalla donna che ci è madre riceviamo la vita e impariamo a parlare, una cosa non va senza l’altra. Dalla relazione fiduciosa con la madre o chi per lei dipende che impariamo a parlare, che possiamo dire io e metterci in relazione personale con gli altri e il mondo. Oggi devo aggiungere che questo fondo di una più elementare civiltà, non è roccia. È fatto di materia viva, sensibile e più fragile di quello che non pensassi: è fatto di relazioni e fiducia.

Proprio su questo terreno ci sono mutamenti temibili, a causa principalmente dell’attuale economia neo-liberista che di relazioni e di fiducia ha una fame estrema, pari al consumo devastante che ne fa a causa delle sue crisi ricorrenti. E che alla lingua materna sovrappone la circolazione della moneta, con effetti di perdita della competenza simbolica da parte nostra, comuni cittadini, e di autorità da parte della lingua materna. Si dice che perdiamo il controllo sulle nostre vite. Sì, ma la perdita di competenza simbolica esprime di più, perché riguarda la capacità di sottrarsi alla collocazione nel discorso dominante: capacità di essere altrove e altrimenti, come hanno detto quarant’anni fa quelle che erano parlate e sono diventate parlanti. Si tende a descrivere l’attuale regime in modo sbagliato, facendo un errore fatale secondo me. Gli si attribuisce come deteriori anche caratteristiche che, per se stesse, sono guadagni della politica delle donne. Mi riferisco all’intreccio tra vita e lavoro, alla caduta dei paraventi tra pubblico e privato, alla valorizzazione delle qualità relazionali, all’idea di un’autorità che non si confonde con il potere. Erano guadagni politici, ora sono parte della posta in gioco. Perciò, è il mio invito, non restate in quella postura sommaria dell’essere contro, il NO ripetitivo e sterile giustamente messo sotto accusa da Naomi Klein, e non fermatevi indefinitamente sulle vostre analisi critiche. Andiamo a combattere insieme a quelle donne e quegli uomini che già si trovano sul posto e che resistono alla perdita di competenza sulle loro condizioni di vita. Per parare alla crisi, non ci sono solo tagli, tasse e licenziamenti. Si stampa anche moneta da mettere in circolazione, per rafforzare la traballante fiducia che tiene in piedi il sistema economico. Se quelli stampano soldi, creiamo, noi, le condizioni che generano fiducia e presa di parola nel vivo dell’esperienza. È politica; se le cercate un nome, si chiama politica prima.

Il 26 febbraio 2023 un barcone stracolmo di uomini, donne e bambini è stato lasciato affondare a 80 metri dalla spiaggia di Cutro. Il grido dei familiari e dei superstiti della strage di stato è arrivato anche nella sede più alta della pseudo-democrazia europea, il Parlamento di Bruxelles. Grazie all’eurodeputato Mimmo Lucano, che ha risposto alle loro richieste, nelle aule del Parlamento con la partecipazione del gruppo The Left e Carovana Migranti il 24 giugno attivisti calabresi, giornalisti, registi e testimoni oculari della strage si sono incontrati per parlare delle politiche europee responsabili del migranticidio che da anni va avanti nel Mar Mediterraneo e nelle frontiere europee sigillate nei confronti di coloro che fuggono da guerre, povertà e dittature.

Come hanno scritto Fatima Farzaneh e Laila Maleki, che nella strage hanno perso metà della propria famiglia, “È difficile sopravvivere con il pensiero dei nostri cari, morti al largo delle vostre coste, vivere nella speranza di coloro che non ce l’hanno fatta, vivere tra l’angoscia delle famiglie, padri, madri e figli, che attraversano il mare nella speranza di una possibilità di una salvezza, di una vita migliore. Eppure per tutti coloro che hanno perso la vita e per tutti coloro che lottano per la giustizia, questa speranza non deve essere dimenticata e offesa.”

Come ha detto Mimmo Lucano aprendo i lavori dell’incontro a Bruxelles, “È necessario riconoscere questa tragedia come una strage di stato ed è fondamentale chiedere scusa ai familiari in nome delle istituzioni che rappresentiamo. In quel periodo ero sindaco di Riace e avevo chiesto scusa come sindaco. In Calabria è consuetudine che quando muore qualcuno nei giorni successivi si fa silenzio. Per questo vi chiedo di fare un minuto di silenzio, perché quelle di Cutro sono state immagini insopportabili e per qualsiasi cuore umano sono state uno scandalo. E le vedremo anche stasera nel documentario di Bruno Palermo su Cutro. Dopo poche ore dalla strage, mentre il mare ancora restituiva i corpi gonfi dei bambini annegati, abbiamo visto le immagini della Presidente del Consiglio e del ministro Salvini che facevano il karaoke. Loro non hanno avuto alcun rispetto per la vita. Ecco perché vi chiedo un minuto di silenzio”.

“Questo incontro – ha continuato l’eurodeputato – è avvenuto a pochi giorni dal nuovo patto europeo su migrazioni e asilo, che di fatto smantella il diritto di asilo, accanendosi in particolare con speciale crudeltà sui migranti, aprendo alle deportazioni di massa, nei centri di detenzione di Paesi terzi. Siamo quindi davanti a una verità scomoda. Quella di Cutro non è stata una tragedia del mare, è stata una strage politica, il risultato diretto di decisioni precise, di ritardi, di omissioni, di un sistema che ha scelto di non mettere la vita umana al primo posto. Questo sistema ha un nome e una struttura ed è il risultato di anni di politiche europee che hanno trasformato il Mediterraneo in una frontiera armata e omicida. Non è come dice la destra di governo e a volte anche la sinistra di governo, un sistema per gestire i flussi. No, è selezione della vita e della morte. È un sistema europeo e degli Stati membri che antepone logiche di controllo al soccorso, in cui la morte diventa un effetto collaterale e con cui gli Stati rinunciano alla propria umanità politica.

Oggi siamo qui per raccontare la disumanità e il cinismo di una politica che ha trasformato il soccorso in un’eccezione e il controllo nella regola. Non esistono civiltà e democrazia dove la difesa dei confini vale più di una vita. Cutro è il momento più infimo, il vero fallimento morale del cinismo della destra rappresentata dal governo italiano. Se ha qualche valore il mio impegno politico e umano è che i morti di Cutro siano ricordati come eroi, come combattenti della libertà”.

Dopo queste parole ai parlamentari europei, la 25enne afghana Fatima Farzaneh si è rivolta ai parlamentari e ai presenti dicendo che i familiari delle vittime sono andati al Parlamento Europeo per chiedere verità e giustizia: “Chiediamo oramai da 3 anni che le richieste dei familiari vengano ascoltate. Che le responsabilità della strage vengano accertate in modo serio e imparziale. Ogni minuto perduto è costato vite umane: è necessario chiarire perché i soccorsi non sono partiti in tempo, nonostante i pericoli che incombevano sui migranti fossero stati segnalati da Frontex molte ore prima. Chiediamo che i familiari delle vittime che non hanno neanche potuto visitare le tombe dei propri cari possano ricevere un visto dal governo italiano per potersi recare in Italia. Non si tratta di una richiesta straordinaria: salutare un’ultima volta le persone che si amano è un diritto umano fondamentale. Chiediamo inoltre un risarcimento perché abbiamo il diritto che la nostra sofferenza venga riconosciuta. Il denaro non vale la vita di nessuno dei nostri familiari, ma dal 2023 continuiamo a mantenere viva la memoria dei nostri cari e a chiedere giustizia. Abbiamo scritto, parlato e sperato… ma fino a oggi dal governo Meloni è giunta solo una risposta: il silenzio.”

La giovane afghana Zahra Barati ha spiegato che suo fratello era salito sulla Summer Love per sfuggire ai talebani e che la sua famiglia vive costantemente il trauma della sua morte; perderlo è stato un duro colpo per la sua famiglia, in cui sono rimaste vive solo le donne, ora rimaste sole.

Un sopravvissuto alla strage, Almoki Assad ha raccontato che ogni notte si addormenta con le urla delle donne e dei bambini inghiottiti dalle onde e ha esclamato: “Considerate le vittime come parte dell’umanità, non solo come statistiche!”

Particolarmente emozionante l’intervento di Orlando Omodeo, medico della polizia scientifica in pensione. Quella maledetta mattina era lì, sulla spiaggia di Cutro, dove ha soccorso una ventina di naufraghi, ma per la prima volta nella sua vita senza riuscire a salvarne nessuno: “Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Ai nostri politici di destra che parlano di dio, patria e famiglia chiedo: ‘In quale dio, patria e famiglia credete? A chi fate la guerra? Con che coscienza costruite le vostre carriere politiche sull’odio e infierendo sugli ultimi, sui più deboli e sugli inermi?’ Quel giorno in cui 35 bambini sono morti annegati il mare non era, come dicono i politici bugiardi, mosso a forza 7: il mare era a forza 4. I governanti italiani hanno anche detto di non sapere che sulla Summer Love c’erano delle persone: falso! falso!! falso!!!”

“Io c’ero – ha concluso il dottor Omodeo piangendo. – A Crotone ci sono due rimorchiatori oceanici che avrebbero potuto trainare il barcone nel porto. Perché non sono stati usati?”

Un giornalista che ha seguito fin da subito le vicende la strage di Cutro, Giuseppe Pipita, ha invitato tutti ad andare a Crotone a seguire il processo ‘silenziato’: “Il giudice ha deciso di celebrarlo a porte chiuse, negando che alle udienze assistano anche radio e televisioni. Perché? Perché colpevole della strage non è il mare, sono le persone che hanno scelto e deciso di non intervenire”.

Mimmo Lucano ha poi concluso annunciando di aver presentato un’interrogazione parlamentare al governo italiano per chiedere verità e giustizia e una piena ricostruzione delle responsabilità istituzionali e, citando la famosa poesia di Pier Paolo Pasolini, dichiarando: “Io so, ma non ho le prove. Io so che 94 persone tra cui 34 bambini sono morte a pochi metri dalla spiaggia, io so che il Mare Ionio ha restituito i corpi gonfi di neonati e bambini che potevano essere salvati. Quelle persone avevano attraversato il mondo per mettersi in salvo. Per questo, per quelle vite spezzate e per le loro famiglie continuerò a chiedere verità e giustizia e responsabilità”.

(Pressenza.com, 30 Giugno 2026, https://www.pressenza.com/it/2026/06/verita-e-giustizia-per-la-strage-di-stato-a-cutro/)

Ho trasportato sul tavolo tutti i libri di Luisa Muraro; si è creato un lungo vuoto sullo scaffale, ma vederli insieme, un po’ alla rinfusa, rigenera una lunga storia di pensieri, discussioni, incontri. Non ci sono solo i libri, ma cassette registrate, appunti, quaderni pieni di note, articoli di giornale: il percorso della riflessione sul pensiero della differenza che ha attraversato la vita.

Prima vivevo in città e seguivo il movimento femminista paradossalmente da sola, un po’ isolata per la recente maternità e il lavoro alla scuola serale. Non distinguevo l’emancipazionismo, che mi sembrava una necessità primaria, dalla rivendicazione dei diritti e mettevo insieme le diverse anime del femminismo che si mostravano in quel periodo di fine anni Settanta. Tutto mi sembrava nuovo e giusto.

Poi mi sono trasferita a vivere in campagna e ho cominciato a frequentare amiche già abituate a incontri in cui lo scambio delle opinioni era ricchezza e alimento. Ci si incontrava il martedì sera, nelle nostre case, parlavamo e ascoltavamo quanto scaturiva dalle meditazioni su temi offerti da quelle di noi più abituate a sostare nella riflessione; cercavamo argomenti che riguardassero le donne e spesso erano di natura religiosa e fornissero occasione di interpretazioni approfondite, versanti inattesi, indicazioni di vita. Insieme conquistavamo sicurezza e forza nella volontà di affermare un modo diverso di pensare e agire come donne. Elisabeth Schüssler Fiorenza pubblicava in quegli anni In memoria di lei e avviava all’elaborazione della teologia femminista.

Da lì approdammo all’Ordine simbolico della madre, un libro che, prima ancora di conoscerne il contenuto, ci conduceva su un preciso versante del femminismo, quello della differenza sessuale. Uscito nel 1991, entra in profonda analisi della relazione primaria madre-figlia e considera la lingua materna il fondamento culturale dell’umanità. Riconoscere questa autorità femminile originaria sposta l’asse della sottomissione al modello patriarcale che ha estromesso la figura materna da ogni ruolo e ha impedito che il continuum materno, il legame che si perpetra tra figlia e madre, rimandi ai primordi della vita, in un circolo di corpo e parola, di ri-creazione della vita. Si tratta certo di un libro complesso, a volte frainteso che a volte è stato letto come fosse una insistenza sul modello materno e sulle sue qualità. Ma, come scrive su “Doppiozero” del 23 giugno Laura Colombo, “è il contrario: non un ordine parallelo a quello del padre, verticale come quello, ma la contiguità tra corpo e linguaggio, già pensata in Maglia o uncinetto, portata dentro la relazione con la madre, dove taglia l’astrazione della legge del padre invece di imitarla”.

L’ultimo decennio dello scorso secolo vedeva, proprio qui nel nostro territorio, esperienze politiche, come quella di Graziella Borsatti, sindaca di Ostiglia che, per prima, grazie anche all’incontro con la comunità filosofica Diotima, affermò la volontà di una gestione ‘femminile’ delle scelte del consiglio comunale (“Sono qui per amore e per passione”). Muraro stessa venne a incontrare sindaca e vicesindaca proprio qui nella nostra campagna per parlare di pratica politica femminile.

La comunità filosofica Diotima, nata nell’università di Verona nel 1984 su proposta di Luisa Muraro, con Chiara Zamboni e altre, raccoglieva donne dell’università, ma anche docenti di scuola superiore o altre interessate ad approfondimenti di tipo filosofico. La scelta di essere comunità si ispirava ai modelli medievali di comunità femminili, come quelle delle Beghine, e il dibattito tra le donne che la costituivano, portava annualmente al Grande Seminario, aperto a tutte e partecipato da un gran numero di persone.

Per molti anni, tra ottobre e novembre ogni venerdì, ci recammo a Verona per far tesoro di quello straordinario deposito di idee che veniva aperto di volta in volta e di cui Luisa Muraro era custode. Con il suo pensiero, come dice Ida Dominijanni nel suo articolo sul “Manifesto” del 14 giugno, siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.

I tentativi di vivere davvero (“esserci davvero”, dice Luisa Muraro nella conversazione con Clara Jourdan del 2003 e raccolta nel quaderno di Via Dogana) nella esperienza quotidiana, le sollecitazioni che questi incontri producevano in noi e nel nostro ripensare e dibattere, ci portarono a scoprire anche i libri precedenti. Dopo l’esperienza nella scuola dell’obbligo come “pratica antiautoritaria”, nel gruppo coordinato da Elvio Fachinelli, Luisa Muraro aveva scritto La Signora del gioco nel 1976, Maglia o uncinetto nel 1981 e Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista nel 1985. La ricerca sulla caccia alle streghe e sulle due culture, quella delle streghe e quella degli uomini delle classi letterate, che entrano in collisione, intende mostrare la forza delle donne che in ogni modo tentano di uscire dalla condizione di persecuzione.

Maglia o uncinetto è una sorta di anticipazione, in forma di “racconto linguistico-politico”, della riflessione sul linguaggio e sulla lingua materna che troverà più articolata espressione in Lingua materna scienza divina, protagonista Margherita Porete, un libro fondante che raccoglie conferenze tenute in varie città alcuni inediti e articoli per “Bailamme”, la rivista voluta da Romana Guarnieri che divenne occasione di incontro e amicizia tra la studiosa dei movimenti beghinali del Medioevo e molte femministe.

In Lingua materna scienza divina è pubblicato anche il contributo di Luisa al corso di lezioni tenute da Ivana Ceresa per la Scuola di Cultura contemporanea, voluta a Mantova da Annarosa Buttarelli (della Comunità filosofica Diotima) e attiva per anni come straordinario apporto culturale alla città. La serie di incontri, raccolta nel volume Donne e divino, prevedeva una sezione, “Donne e trascendenza”, in cui si inserì La trascendenza nel pensiero classico e della differenza di Muraro.

A quegli incontri vidi Luisa Muraro per la prima volta e per la prima volta compresi, dalle sue parole e dalla forza del suo linguaggio, ruvido e immediato, che era possibile avviare quelle ‘pratiche’ che consentono di adattare al presente della nostra vita le esperienze delle donne del passato, di farne un tesoro eversivo. Contemporaneamente, in modo apparentemente paradossale, proprio questa forma di adattamento consente il ‘partire da sé’, l’indipendenza dal modello maschile e la consapevolezza della novità portata dalle donne, i ‘salti’ che si impongono nella costituzione del pensiero e dell’essere, le ‘acrobazie’ della verità. Lì si trova la ragione che porta Luisa Muraro ad affidarsi alle scrittrici mistiche; la loro parola non è conformata all’ordine delle mediazioni costituite, accoglie diversità e contraddizioni. Nell’Introduzione a Lingua materna scienza divina,Muraro dice: La mia scoperta di Margherita Porete è avvenuta sì in un contesto: l’interesse per la storia e il pensiero delle donne, interesse collegato al femminismo. Ma non fu preparata da una tradizione – la tradizione anzi ci separava – e, lungi dal situarsi entro un orizzonte, mi ha tolto il bisogno e la voglia di avere un orizzonte, gettandomi, tanto per parlar chiaro, nella possibilità dell’assoluto. Il capire, questo intendo dire, può costituire un avvenimento assoluto che ci strappa dal dicibile di una tradizione per renderci capaci dell’indicibile. Con ciò non intendo respingere la tradizione né il metodo scientifico; vorrei solo liberare l’una e l’altro dal postulato di un confinamento assoluto dell’essere umano nella finitezza, postulato che vediamo storicamente affermarsi ai tempi di Margherita, contro lei e contro il movimento religioso di cui è espressione, e contro i teologi che lo difendono, Teodorico di Vriberg e Maestro Eckhart.

Si tratta di muoversi su un altro piano e di assumere come pratica politica il dar vita a nuove combinazioni che possono rendere significativo ciò che non lo era, nella consapevolezza che si tratta di un momento strategico della libertà.

Muraro lo chiama il “buco nella siepe”, perché “la storia umana e la trascendenza divina sono separate da una siepe nella quale la libertà femminile fa un buco; la scrittura ne disegna il bordo”.

Imparavamo, le mie amiche e io, a fare i conti con un modo di pensare che sentivamo più vero, soprattutto capace di dare materia a quell’universo di eventi che ogni giorno attraversava le nostre vite. Partivamo per Orvieto per partecipare ai seminari di Terradilei, a luglio organizzati intorno a Mistica e Politica, a partire dal 1991, da Laura Guadagnin. Oltre a Luisa Muraro, incontrammo Erminia Macola, Monica Farnetti, Grazia Sterlocchi, Sandra De Perini, Antonietta Potente e molte altre. Anche quelle riflessioni sono raccolte in Le amiche di Dio, uscito nel 2001, insieme ad altri saggi, nati in contesti diversi, ma tutti afferenti alla mistica femminile.

Erano gli anni in cui cominciava nel nostro gruppo a delinearsi una linea di pensiero che avrebbe portato alla costituzione della Sororità. Da Ivana Ceresa, amica di Muraro dai tempi dell’università, per entrambe la Cattolica di Milano, partiva la proposta di fondare un Ordine femminile che fosse “un viaggio di esodo dall’omologazione al maschile”. Molte tra noi amiche vi aderirono e la Regola dell’Ordine della Sororità apparve sul numero di marzo del 2000 su “Via Dogana” la rivista della Libreria delle donne di Milano fondata da Luisa Muraro, Lia Cigarini e altre.

Nella nota introduttiva di Muraro per Mie carissime sorelle, il libro che raccoglie gli scritti della fondatrice sulla Sororità, si legge: “La Sororità è l’invenzione di qualcosa che non esisteva e come tale mette alla prova della realtà un’ispirazione… Ivana Ceresa invita a mettersi in viaggio verso un senso libero e personale della differenza di essere donna, lasciandosi alle spalle la subordinazione e l’imitazione degli uomini. E insegna, passaggio decisivo, a far corrispondere a questo guadagno di libertà femminile, una ricreazione di mondo e chiesa”. Qui chiama la Sororità “macchina volante” e riconosce a Ivana Ceresa l’audacia di dare alla luce un’impresa che carica di senso la libertà femminile, trasgressiva, strappata al rivendicazionismo e all’emancipazionismo, disposta ad aprire il suo orizzonte all’impossibile. La teologia in lingua materna, espressione che Muraro preferisce a ‘mistica’, si avvale di amore, di morte e vittoria sulla morte, di felicità; disfa le maglie di questo mondo per far posto ad altro.

Si tratta di porsi fuori dalle mediazioni, fuori da ogni subordinazione tra esseri umani, da ogni dipendenza, come le beghine del Medioevo e come le scrittrici ‘mistiche’ di oggi, da Clarice Lispector a Simone Weil, Cristina Campo e Etty Hillesum. Può capitare di non sapere in quale direzione si stia andando, capita spesso, ma occorre prestare attenzione a quei “chiari del bosco” che ogni tanto si aprono, come insegna Zambrano, e che, quasi esperienza iniziatica, non bisogna cercare ma lasciare che si offrano come nulla e come vuoto.

Al mercato della felicità è un libro del 2009 in cui Muraro riflette sulla forza irrinunciabile del desiderio e che si apre con il racconto, rivisitato dalla tradizione islamica, di Giuseppe ebreo che i fratelli consegnano al mercato degli schiavi. Tra i possibili compratori si fa avanti una vecchia che vorrebbe comprarlo, ma ha solo pochi gomitoli di lana da dare in cambio. È chiaro che non c’è per lei speranza, ma il suo desiderio è tuttavia un formidabile indizio, perché indica la volontà di stare nel mondo eludendo le sue leggi, provando a proporsi nonostante la distanza che la separa dal pensiero comune. Questa “mossa” (un termine che Luisa Muraro amava usare) è presente anche nell’analisi della scrittura narrativa e filosofica di Iris Murdoch che compie una “schivata”, sottraendosi alla costruzione chiusa e definita del pensiero, per oltrepassare la linea della comune approvazione e aprire a un possibile altro.

È, questo elemento, continuamente approfondito; in Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, pubblicato da Carocci nel 2011, ricorda lo sconcerto che si generò, a casa di Romana Guarnieri, quando le “venne un’idea ancora senza parole che però pretendeva di essere esposta subito perché in quel posto e in quel momento non mancava niente per riuscire a formularla compiutamente”. Gli uomini presenti si irritarono, non capivano, il diverbio si fece acceso e Luisa se ne andò. Eppure non era stato un errore voler intervenire in quel modo.

Volevo che lasciassero da parte un modo di pensare e di parlare che rifà il mondo a parole. In positivo, volevo renderli partecipi di un modo di pensare insieme, da me conosciuto grazie al femminismo, che non procede con la sequenza ordinata di discorsi che prendono tutto il posto del reale, ma si aiuta apertamente con elementi estranei al pensiero discorsivo, come le circostanze, la presenza dei corpi, la pressione dei desideri: soltanto con questo scambio misto di parole, silenzi, gesti, sensazioni, avremmo potuto far venire alla luce l’idea che avevo intuita (p. 29).

“L’essenziale di Luisa sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti” (Dominijanni), la mossa della ‘schivata’ appunto, quella posizione asimmetrica propria del femminile che consente anche di leggere la realtà in modo netto e di vederne lucidamente le crepe.

Alla base, o intrecciata a questa postura, c’è l’espressione dell’autorità femminile che Muraro mutua da Hannah Arendt quando avverte che non va confusa col potere, che anzi, come forza generativa, aiuta a fare di una disparità un rapporto di scambio e di trasformazione che apre alla pratica delle relazioni e del reciproco riconoscimento.

Quasi tutti i temi offerti da Luisa Muraro alla nostra riflessione tornano più volte nei suoi libri, negli articoli e nelle conferenze. Della enorme quantità dei suoi contributi alla storia della cultura e al femminismo dà conto il preziosissimo lavoro di Clara Jourdan nel quaderno di via Dogana, Esserci davvero, pubblicato un anno fa.

L’ultimo libro, scritto come scambio/intervista con Lucia Vantini, filosofa e teologa, torna su Il Dio delle donneper rimarcare l’eredità della tradizione mistica.

Inevitabilmente su quella siamo tornate insieme, noi amiche, ancora una volta ieri, mentre facevamo memoria della beata Osanna Andreasi nella piccola chiesa di Carbonarola; ci siamo ricordate di quello che ne aveva scritto Muraro, in riferimento a Ivana Ceresa: “Mantova è una città che ha una tradizione di autorità femminile di origine religiosa: la beata Osanna degli Andreasi è una figura di santa viva – ‘sante vive’ chiamavano le sante riconosciute come tali anche in vita – ed era consigliera dei principi di Mantova. Ivana Ceresa ha fondato un ordine di donne che chiama Sororità e tra le loro sante protettrici ha indicato anche la beata Osanna, insieme a una monaca reclusa amica (Paola Montaldi) con la quale Osanna aveva uno scambio intenso. E qui veniamo a queste amicizie femminili: le amiche di Dio sono amiche tra loro naturalmente, va da sé. E stringono amicizie”. Ci siamo ricordate che Muraro sosteneva di credere nello Spirito santo e abbiamo concluso l’incontro ascoltando il Veni Creator Spiritus intonato alla celebrazione per lei nella Libreria delle donne di Milano che aveva contribuito a fondare.

(Cartavetro, 30 giugno 2026 https://www.cartavetro.com/filosofia/luisa-muraro-nella-nostra-vita/)

Non so cosa mi abbia sospinto di nuovo quassù, dopo tantissimi anni, a Milano, alla Libreria, all’incontro aperto con la redazione di Via Dogana. Non so cosa di profondo mi abbia indotto a partire da Viterbo, mentre Luisa ci stava lasciando.

Devo a Luisa Muraro e al suo pensiero, conosciuti per il tramite di un’altra donna fondamentale per la mia vita, Eloisa Manciati, l’approdo al femminismo che coniuga pratiche politiche, esperienza della relazione e pensiero, episteme.

L’incontro con il pensiero della differenza ha voluto dire per me andare oltre la rivendicazione delle ingiustizie e delle asimmetrie e incontrare, nella relazione con le altre, la possibilità di attraversare il mondo e la realtà con un altro sguardo, la cui misura non era più quella maschile. Passavamo dalla necessità di difendersi al desiderio di rifare daccapo il racconto del mondo: la storia, la letteratura, la politica. La realtà si spalancava inedita a partire dalla parzialità dei nostri corpi situati, oltre il velo del neutro astratto universale e nel rapporto tra corpo e linguaggio che articolava sapere e piacere.

Parzialità, contingenza, relazione, pensiero dell’esperienza. Non un’ontologia ma un significante. Non riesco ancora a capire l’attribuzione di essenzialismo a questo pensiero anche se il fastidio verso un’ipostatizzazione del femminile e del materno da parte di alcune, molte, donne che vi fanno riferimento, lo conosco.

Negli anni poi, e nei contesti dell’agire politico, ho incontrato non solo le “mie” simili, con le quali disfacevamo pazientemente la trama culturale e simbolica del patriarcato, ho incontrato le giovani precarie, le persone non binarie, soggettività che avevo bisogno di ascoltare nella presa di parola; se la differenza non è una cosa ma una relazione, là voglio stare. Se altri corpi, altre soggettività sono affiorati alla visibilità e alla parola, a mio parere è a questa idea processuale, aperta, non aprioristica ma relazionale e contingente, asimmetrica e interdipendente di differenza che ne dobbiamo la possibilità.

Non mi preoccupano i conflitti dentro il femminismo, mi paiono la conferma di qualcosa che è vivo, si muove e non colonizza, tuttavia le forme di intolleranza al confronto che si sono presentate non solo mi preoccupano ma spengono il mio desiderio di femminismo. Non si può poi non notare come il pensiero si impoverisca quando si incardina in queste opposizioni “di principio” – penso con tristezza all’ultimo confronto Cavarero-Butler.

E invece – per questo oggi sono qui, arrivando da lontano – del respiro del pensiero abbiamo bisogno. Di stare nella realtà fino in fondo, muovendoci su un altro piano della realtà.

Nella realtà reclamano la parola a buon diritto le giovani femministe che fanno riferimento all’intersezionalità, considerano l’essere donna uno dei tanti fili che si intrecciano andando a costituire la gabbia dell’esclusione, della soggezione, dell’irrilevanza sociale e culturale.

Non sono del tutto convinta che il concetto di intersezionalità sia euristicamente significativo, perché, appunto, al massimo può dar conto di un intreccio di esclusioni, diversamente dosate su un piano sociologico ma da cui non si può nominare né vedere la libertà femminile, al contrario dell’idea di differenza come luogo in cui si fa e si disfa la relazione tra biologico e culturale, luogo di interrogazione, di mediazione e di conflitto; esito della relazione, che istituisce le pratiche e precede  i significati.

L’intersezionalità, che nasce nel preciso contesto statunitense e dai conti mai fatti con lo schiavismo fondativo di quella comunità, finisce per ipostatizzare e inchiodare a identità vittimarie plurime quando non sono quelle soggettività a prendere la parola, rischiando di diventare uno strumento sociologico di classificazione che disarticola i soggetti nelle loro “caratteristiche”.

Infine, il corpo, tema ineludibile perché ancoraggio dell’esperienza da cui si fa il pensiero. Forse colgo il rischio, in una certa lettura – così la considero – della differenza: il rischio di pensare al corpo come dato, una volta per tutte. Come un dato.

Ma di quale corpo stiamo parlando? La stessa evoluzione ci racconta il metamorfismo del vivente; e quanto alla storia: diremmo che i nostri corpi biologici sono gli stessi – anche sul piano dei significati – nelle migliaia di anni che abbiamo attraversato come specie? Cosa sono oggi, i nostri corpi: possiamo escludere le nostre infinite protesizzazioni con cui pure siamo qui, parliamo, entriamo in relazione, raccontiamo storie, amiamo? Possiamo astenerci, nel pensare la differenza, da contributi – ormai antichi ma attualissimi – come quelli di Donna Haraway e dei suoi corpi cyborg, che ci immettono nel continuum relazionale con la Terra, le altre specie, le macchine?

Ecco: ascoltare, con studio, quello che accade – anche quello che non ci piace di quello che accade – ricordando che la differenza è una relazione, un significante, un dispositivo epistemico per dare un senso libero a ciò che ci accade di essere.

Alcuni anni fa, una sera di quasi estate, bella come queste sere in cui la luce diventa dolce prima di andarsene, mi trovavo alla Libreria delle donne di Milano insieme a un’amica scrittrice, Gaia Manzini: parlavamo in pubblico di un’antologia, un libro che ho curato, ma in particolare parlavamo di invidia. Che cos’è e quanto è feroce l’invidia di una donna verso un uomo, verso il suo talento, a partire da un formidabile racconto di Kathryn Chetckovich, che si intitola appunto “Invidia”. Lei è la compagna di un implacabile Jonathan Franzen, incontrato a un ritiro per scrittori, dove ognuno scrive le proprie paginette con grande fatica, compresa lei, ma dopo qualche mese d’amore lui le chiede la gentilezza, la condivisione, la pietà di leggere un po’ di pagine in cui proprio non sa come districarsi. O forse, infido, sta preparando il suo trionfo. Quelle pagine sono bellissime, sono Le correzioni, e Chetckovich sente una fitta d’invidia e di frustrazione, uno sconvolgimento che non farà che crescere mano a mano che Franzen chiuderà le bozze e la porterà a festeggiare a cena con l’agente entusiasta che rivolgerà la parola soltanto a lui, trattandolo come un genio. Lei è la fidanzata del genio.

L’invidia la porterà a dirsi segretamente, l’11 settembre 2001 a New York,mentre guarda i notiziari e piange il disastro: forse adesso non gliene fotteràpiù a nessuno di quel cazzo di libro. In realtà passa una settimana e di nuovotutti parlano di quel cazzo di libro appena uscito. A questo punto di solito ilpubblico ride, anche imbarazzato pensando alle proprie inconfessabiliinvidie, e alla Libreria delle donne ridevamo, parlando anche dell’invidiadelle donne verso le donne, divertente sì, ma quanta fatica e quante piccolepugnalate alle spalle, quanto è difficile ammettere che non ne siamo immuni,e che coraggio Chetckovich a raccontarla così precisamente, cosìdisperatamente. In quel momento è entrata nella stanza Luisa Muraro, chenon avevo mai incontrato di persona e che non avrei incontrato di personamai più. Tra noi solo qualche breve telefonata, una delle quali per dirmi chein un articolo le avevo dato dieci anni in più e insomma era ancora presto,no? Entrò e disse, a noi che ridevamo: ma ricordatevi che l’invidia è unsentimento sacro.

Perché prevede il riconoscimento dell’altro e della sua forza, che è ilcontrario della negazione, è il contrario della svalutazione. E porta con séuno slancio verso l’alto, verso quel libro così bello, verso quella poesia chenoi non siamo riuscite a scrivere, verso quella mente così creativa, versoquell’amicizia così fruttuosa. In un minuto, con un bicchiere in mano, LuisaMuraro ha sconfessato Aristotele e parecchi altri, e ha mostrato che cosasignifica: pensare veramente. Pensare da capo, pensare di nuovo. Tra l’altrosi dovrebbe riuscire a tenere distinte l’invidia e la gelosia, due condizionimolto diverse ma usate spesso nella stessa accezione. Luisa Muraro entrò,disse quella cosa sull’invidia e uscì. Uno spostamento d’aria, niente di più.Una cosa preziosa totalmente regalata. Da allora faccio molta attenzione aglispostamenti d’aria, a questa capacità di illuminare una stanza con pocheparole nuove. Lei, femminista, madre e maestra del pensiero sulla differenzasessuale, da qualche tempo non parlava più, non spostava più l’aria intorno.Ma ho letto in un bellissimo articolo di Ida Dominijanni sul manifesto,qualche giorno fa, che questa mossa era tipica di Luisa Muraro. Lei stessa lachiamava: la mossa della schivata. “Cambiare improvvisamente traiettoria,non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine deldiscorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire unaprospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio”.

Quando ho letto nel 2011 il suo libro Non è da tutti, L’indicibile fortuna dinascere donna (compratelo, in libreria si trova, edizioni Carocci), ho avutoquella precisa sensazione: qualcuno che bruscamente, ma senza agitazionealcuna, accende una luce in una stanza buia, o apre la finestra e fuori c’è ilsole. Quell’idea di femminismo che va molto oltre la parità, che se ne fregadella parità, perché guarda alla generazione di un senso libero di quello cheuna donna è e può diventare per se stessa, in relazione con altre e altri,indipendentemente dalle costruzioni sociali della sua identità.L’unico modo di essere davvero libere, del resto, è proprio questo dicambiare piano, spostarci di lato, non farci trovare dove si credeva chefossimo, non arroccarsi da nessuna parte, né su una montagna né su unsassolino. Né su una parola vecchia né su un pensiero che sembra nuovo.Accendere la luce, e poi uscire a fumare.

E così adesso, grazie a Luisa Muraro, posso dire liberamente con quantagioia invidio chi come lei ha saputo trovare le parole, le metafore e anche laposizione giusta per stare al mondo senza averne paura. Senza temere dinon trovarmi mai nel posto in cui gli altri si aspettano di trovarmi, ma anzicon il piacere della sorpresa, dello scarto di lato, dell’uncinetto come dicevalei: qualcosa che eccede il confronto con gli uomini, qualcosa diincomparabile. Con la consapevolezza dei conti che non tornano e chel’amore con l’amore si paga, come canta Ivano Fossati, come dicevano milleanni fa le modernissime mistiche ammirate da Luisa Muraro, perchéchiacchieravano con Dio, dandogli del tu, e perché non la facevano poi tantolunga nel promettersi la vita: loro passavano direttamente a vivere.Luisa Muraro ha acceso la luce, e poi è uscita a fumare.

(Il Foglio Review n. 52, 27 giugno 2026)

Catania. Nella Sala Paradiso del Museo del cinema, alle Ciminiere, è stato presentato il videopodcast “Maria in Sicilia. La storia ritrovata” che la giornalista Nella Condorelli ha dedicato a Maria Giudice, grande figura del Novecento eppure dimenticata tanto che Catania, dove lei visse per quasi venti anni, fino al 1941, non le ha intitolato né una strada né una stanza nella sede della Camera del Lavoro dove pure fu dirigente di spicco. Maria Giudice è stata una grande giornalista, sindacalista, intellettuale, attivista pacifista, antifascista. È la madre della scrittrice Goliarda Sapienza e fa parte della genealogia femminista.

Il videopodcast è parte di un lavoro di ricerca e comunicazione che si è sviluppato attraverso un convegno universitario, la pubblicazione di un libro e ora attraverso You Toube con una trasmissione – fatta con filmati d’epoca, letture e interventi di femministe, sindacalisti e studiosi – che ricostruisce il contesto storico, sociale e culturale in cui opera Maria Giudice. Una storia collettiva centrata sulle lotte che Giudice porta avanti per i diritti sociali e per l’indipendenza delle donne. Il videopodcast si articola in tre parti*: la vita torinese con l’impegno nel Partito socialista italiano, nel sindacato con le lotte con le lavoratrici tessili e con la direzione della Camera del Lavoro di Torino, e nel giornalismo. Fu direttrice del giornale “Il grido del Popolo” prima di Gramsci che la sostituisce durante uno dei suoi numerosi arresti. La seconda parte parla del periodo siciliano e catanese, a partire dal 1920, della lotta contadina per le terre, dell’impegno antifascista insieme al compagno avv. Peppino Sapienza da cui avrà la figlia Goliarda. Poi nel 1941 il ritorno a Roma, la Resistenza e l’Alzheimer. Infine la terza parte è dedicata ai commenti e alle riflessioni, fra cui quelle di Giusi Milazzo (Sunia), Gabriella Messina, Valentina Di Magro e Rosaria Leonardi (Cgil), Anna Di Salvo (La Ragna-Tela). A dare il proprio volto a Maria Giudice l’attrice Manuela Ventura.

*I links di “Maria in Sicilia. La storia ritrovata” di Nella Condorelli:

prima parte
https://www.youtube.com/watch?v=YZNreYU1xY4

seconda parte
https://www.youtube.com/watch?v=lr02zMfSDz0

terza parte
https://www.youtube.com/watch?v=oqxQL2vKm0g

(La Sicilia, 27 giugno 2026)

Rita Calabrese (2 aprile 1950 – 8 maggio 2026), già professoressa ordinaria di Letteratura tedesca all’Università di Palermo, è tra le fondatrici della Società Italiana delle Letterate, di cui è stata presidente. È stata una pioniera degli studi femministi e in particolare della Frauenliteratur tedesca. In quest’ambito spiccano alcuni suoi studi come Dissonanze. Aspetti di cultura delle donne (1990), Felicità del dialogo. Relazioni tra donne (1991), Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di genii (1996), Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (2003) e Oltrecanone. Generi, genealogie, tradizioni (2015).

Altrettanto importante è stato il suo contributo sul fronte della letteratura ebraico-tedesca e sulla Shoah, culminato nella monografia Acher l’altro: figure ebraiche nella letteratura tedesca dal Settecento al Novecento (1996) e la cura del volume Dopo la Shoah. Nuove identità ebraiche (2005).

Anche le sue traduzioni parlano del suo desiderio instancabile di comunicare e trasmettere: La gita delle ragazze morte di Anna Seghers (2010), Piccoli amori di Franziska zu Reventlow (2014), Album italiano di Fanny Lewald, (2015), Il cielo sopra Palermo di Constanze Neumann (2021).

La sua presenza alla Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO ha rappresentato negli anni un riferimento importante, umano e politico insieme.

(Luciana Tavernini)

Ricordo di Rita Calabrese da parte di Rita Svandrlik, professoressa ordinaria onoraria di Letteratura tedesca presso l’Università di Firenze

Rita Calabrese era una grande viaggiatrice; diceva con il suo sorriso coinvolgente che si trattava di una scelta obbligata essendo siciliana. Non credo si riferisse al patrimonio genetico dei siciliani, risultato di tanti molteplici spostamenti di gruppi più o meno consistenti, variamente agguerriti; le piaceva tra l’altro sottolineare che la sua Sicilia occidentale non era quella greca bensì la Sicilia fenicia, concentrata sugli scambi commerciali e marittimi. 

Rita sentiva lo spostarsi al di fuori dell’Isola come ineludibile parte della sua ricerca professionale e umana; voleva incontrare persone, era mossa dal desiderio di scambi intellettuali, di partecipazione in particolare alle correnti culturali progressiste; Rita non aveva dubbi che quelle più innovative si trovassero nel pensiero delle donne. 

Da esperta di letteratura di viaggio è stata per me una cara compagna di viaggio, in senso letterale e metaforico, con maggiore intensità dalla fine degli anni Ottanta fino agli anni Duemila.

Il fatto che le modalità del prenotare e viaggiare fossero allora diverse da oggi è per me legato a ricordi che ci vedono insieme, per esempio nella memoria ho un fermo immagine non meglio datato: noi due sedute su una valigia e su uno strapuntino nel corridoio affollato di un vagone, forse sulla tratta Bologna-Firenze, con Rita che dava informazioni in inglese a turisti malcapitati. I nostri viaggi insieme avvenivano in occasione di partecipazione a convegni di studi delle donne, non solo in Germania, come a Paderborn nel 1989, poche settimane prima della caduta del muro: il tema del convegno, ricordando il secondo centenario della Rivoluzione francese, era la rivoluzione delle donne, ma nessuno allora prevedeva che il mondo sarebbe mutato in modo abbastanza pacifico di lì a poco; il caso volle che ci ritrovassimo con Rita ad agosto del 1990 proprio a Berlino, a constatare tutto ciò che era già cambiato nell’arco di pochi mesi. I viaggi insieme ci portarono anche in altri paesi europei: eravamo noi due le rappresentanti italiane al convegno di fondazione di W.I.S.E. (Women’s International Studies Europe) a Utrecht nel 1990. Ricordo che l’ultima sera ci chiesero una breve performance in qualche modo “italiana”: io ero assolutamente imbarazzata, ma trascinata da Rita cercai di cavarmela in qualche modo. Una volta successiva, dopo una riunione di W.I.S.E. ci concedemmo qualche giorno ad Amsterdam, insieme. Per lei viaggiare con le amiche diventò in seguito sempre più importante; lo capii da come me ne parlò in occasione del nostro ultimo incontro a Palermo, nel luglio del 2021, rammaricata per l’interruzione imposta dalla pandemia nel periodo precedente; negli ultimi anni erano stati invece i guai di salute, che dalle sue parole non sembravano tanto preoccupanti, a impedirle comunque di “muoversi” al di fuori della sua città, ma era intenzionata a riprendere i suoi viaggi, come mi disse anche l’ultima volta che ci sentimmo, due mesi fa; per lei i contatti non potevano essere in alcun modo “a distanza”, dovevano essere interrelazioni nel senso pieno della parola. 

Ci siamo conosciute credo a metà degli anni Ottanta, grazie alla comune amica e collega Uta Treder, socia fondatrice della SIL pure lei; Uta e Rita si interessavano allora alla scrittura delle donne concentrandosi sull’epoca d’oro della letteratura tedesca, tra fine Settecento e la prima metà dell’Ottocento, alla scoperta delle autrici poco studiate o proprio dimenticate, spesso menzionate solo come sorelle, figlie, mogli. Ricordo bene il convegno su “Viaggio e scrittura” a Firenze, nel dicembre 1986, organizzato insieme alla Libreria delle Donne; nel volume che pubblicò i risultati del convegno Rita è presente appunto con un contributo su una famosa sorella, Fanny Mendelssohn; il suo Diario italiano viene analizzato non tanto per enucleare vicinanze e differenze con altri diari famosi (ovviamente con quello di Goethe), quanto piuttosto per cercare di far emergere la voce più intima, personale, la quale non riesce ad esprimersi compiutamente in un «linguaggio sentito come strumento altrui, estraneo, inadatto ad esprimere propri stati d’animo e sensazioni»; nella musica Fanny Mendelssohn trova invece uno strumento che sente proprio. Rita Calabrese scopre già in questo saggio quello che sarà un filo conduttore delle sue ricerche: l’indagine sulle implicazioni a livello creativo della doppia differenza, quella di donna e di ebrea. Trent’anni dopo questo saggio, nella sua introduzione all’edizione italiana di un altro resoconto di viaggio in Italia, l’Album italiano della romanziera Fanny Lewald, ricorda l’altra Fanny e introduce la specificità della situazione degli ebrei tedeschi assimilati, che in Italia si confrontavano con il Cattolicesimo e con «la disinvolta presenza di sacro e profano»; la loro doppia appartenenza, al mondo ebraico e a quello tedesco, provocava «punte di dolorosa lacerazione», che spingeva gli ebrei tedeschi a «dare senso alle discriminazioni subite con la lotta per una più generale emancipazione, delle donne, della borghesia, degli ebrei».

Lo studio delle autrici del Romanticismo, per esempio Gisela von Arnim, conduce la studiosa ad approfondire le costruzioni mitiche del femminile, come sirene e ondine, e a incontrare l’opera di Christa Wolf, una “scopritrice” e divulgatrice delle autrici romantiche tedesche. 

Abbastanza coerente con i suoi ambiti di ricerca pare dunque che a un certo punto l’interesse si focalizzi sulla scrittrice tanto ammirata da Christa Wolf, vale a dire su Anna Seghers; alle opere di Seghers Rita Calabrese dedica numerosi saggi; voglio qui menzionare solo la traduzione e cura del racconto forse più famoso di Seghers, La gita delle ragazze morte. Grazie a Rita ho maturato e poi condiviso il giudizio sulla grandezza della scrittura di Seghers. 

Vedo come consequenziali pure i suoi studi su Elfriede Jelinek, per esempio nel contributo “Dai margini dell’ebraismo. La scrittura ‘patrilineare’ di Elfriede Jelinek”. Devo al nostro comune interesse per Jelinek il mio primo viaggio a Palermo, perché Rita mi invitò a tenere una lezione, e poi, naturalmente, mi fece conoscere le sue amiche e alcune realtà della Palermo impegnata e femminista.

Non voglio con queste poche annotazioni dare un quadro della studiosa, traduttrice e critica letteraria, ho ricordato solo gli snodi di una rete che legava noi, e altre amiche. Delle autrici e dei testi menzionati abbiamo discusso davvero tante volte insieme, nella “felicità del dialogo” come suona anche il titolo di un suo libro; quando poi leggevo nei suoi articoli i risultati maturati anche grazie ai dialoghi rimanevo ammirata dall’eleganza della sua scrittura, dalla capacità di sintesi e di far emergere con levità la drammaticità delle situazioni in cui le opere delle ‘sue’ autrici erano maturate.

Trasformandoli in impegno culturale e civile lei stessa ha affrontato le crisi e i dolori della vita con forza, levità ed eleganza.

(Newsletter della S.I.L. – Società Italiana delle letterate, giugno 2026)

Molti anni fa sono andata in Turchia con delle amiche. Un giorno abbiamo scoperto che la guida locale ci aveva valutate in cammelli, sulla base delle nostre caratteristiche fisiche. Ognuna di noi valeva un certo numero di cammelli, io pochi cammelli. L’episodio mi torna per associazione, leggendo la nostra attualità. Alcuni – troppi – proprio non ce la fanno. Non ci riescono a stare lontani dal corpo delle donne. Si astengono dal metterci le mani sopra, sono a un livello di elaborazione superiore, hanno accesso a immagini e simboli. Eppure la testa è sempre lì, in modi diversi. La fissazione si sfoga in una chat tra colleghi, o scappa una frase rivelatrice in contesti privati o pubblici. Possono essere autisti, pensionati, manager, chiunque.

La loro visione del mondo non può prescindere dal giudizio di valore sul corpo delle donne. Così diversi, questo li accomuna. Lo sanno che non si fa, che le cose sono cambiate, che a essere scoperti si rischia non solo un danno reputazionale. Ma nessun deterrente funziona davvero: non resistono, perché ci credono. A volte sembrano lapsus, ma sono gravi errori di pensiero. Forse sperano di farla franca – non pensano che qualcuna gli fotografi il telefono, e poi non è legittimo, dirà l’ineffabile garante della privacy – oppure si sentono ancora onnipotenti. Fanno quello che sono. Ma la devono smettere, sono fuori dalla storia.

(Internazionale, 26 giugno 2026)

Quando una persona muore la mia reazione istintiva è il silenzio. La morte mi appare tragica e irrimediabile e non c’è parola che possa consolare o restituire il senso della vita di chi non c’è più. Le parole sono inadeguate. Ma se alla morte di lei tutti rimanessero in silenzio, l’effetto sarebbe terribile. Anche il silenzio è inadeguato. Sarebbe come rinunciare a dare segni di vita, perché lei non è più viva.

Dagli anni ’80 Luisa Muraro è stata, per me, tra le firme più importanti. Leggevo sempre i suoi articoli, anche senza capirne molto. Era già tra le personalità più autorevoli del femminismo italiano. La mia inclinazione a individuare in un gruppo il leader mi portava a considerarla così. La sua influenza andava oltre il femminismo. Il Partito Comunista Italiano, dove io militavo, scriveva la Carta delle donne (1986) ispirandosi al pensiero della differenza sessuale. Era uno sforzo di adattamento, perché la cultura comunista proveniva da una tradizione molto diversa. Noi, certo, non sputavamo su Hegel.

Negli anni successivi, quando l’attivismo iniziava a usare Internet, il conflitto tra i sessi occupava uno spazio sempre più grande, anche per impulso del “backlash” che prendeva a bersaglio il femminismo egualitario e rivendicativo. Citare Luisa Muraro aveva un effetto spiazzante. Con gli scandali berlusconiani e l’introduzione della parola femminicidio, quello spazio è cresciuto ancora. 

Attraverso la rete, nel clima di lotta alla violenza sulle donne, con una mia amica, entrai in contatto con la Libreria delle donne e conobbi Luisa Muraro. Luisa sapeva dire parole molto chiare, senza il linguaggio della condanna. Per esempio, citò il principio di una conferenza di Capi di Stato a Londra (2014): «Non si dica mai più che la pace è più importante della giustizia», per dire che gli uomini, per fare la pace tra di loro, avevano sempre rifiutato di ascoltare la domanda di giustizia che veniva dalle donne vittime della violenza sessista.

In treno da Torino a Milano, ho preso a frequentare la Libreria delle donne, partecipando alla scuola di scrittura, alla redazione del sito della Libreria, alla redazione allargata di Via Dogana 3. Tutte attività condotte da Luisa Muraro. Ero interessato al pensiero della differenza, alle pratiche femministe e alla storia del femminismo, ma soprattutto ero interessato alla personalità di Luisa. Tanto che ricevevo il rimprovero: «Vieni qui solo per lei».

Il mio interesse coesisteva con un’adesione incerta. Luisa mi diceva: «Sei reticente». Per me, la ragione vien prima dell’esperienza e i principi prima del desiderio. Sono più metaforico che metonimico. Quel linguaggio, quelle pratiche, il partire da sé, il desiderio, la verità soggettiva mi sembravano norme innaturali. Tuttavia, non ero refrattario, il mio mondo era bloccato e forse qui c’era una leva per ripartire. Soprattutto, nella relazione con Luisa mi sentivo allievo. Non dipendeva da ciò che Luisa pensava, ma dal suo magnetismo. Per cui la volevo leggere, ascoltare, emulare, conversarci insieme, ottenerne l’autorizzazione, considerarla e tenerne conto anche quando non mi convinceva. Se lo dice lei qualcosa di vero ci sarà. 

Una persona molto di sinistra scrisse: «Quando leggo Luisa Muraro ho un senso di soffocamento, mi sembra di leggere Platone». Forse sì, c’è qualcosa di platonico nella scrittura di Luisa. A me, però, fa respirare. Poco importa quel che pensa, insegna a pensare. Leggerla, come ascoltarla, aveva un effetto terapeutico. Nell’incontro con lei, mi è successo qualcosa di paradossale: mi sono riconciliato con il mio essere maschio. Ho preso coscienza della mia differenza maschile, ho riconosciuto la maschera della neutralità e ho potuto scegliere cosa scartare e cosa tenermi. Ho sfumato la contrapposizione tra natura e cultura. Di questo le sono molto grato. Mi dispiace non averglielo detto in vita. 

Una volta le chiesi di “ammaestrarmi” a non avere un “tono ammaestrante” verso gli altri. Ricevo questa critica e quando capita con le donne è imbarazzante. Mi rispose che c’era del vero in questa critica, ma lei non era la persona giusta per “ammaestrare”, «io cerco di far inferocire, che è quello che mi capita, se vuoi cambiare il tuo tono comune, arrabbiati, funziona». Lei sì, ogni tanto si arrabbiava, anche con me, ed era spettacolare. Non ho mai percepito intolleranza o insofferenza. Era come se reagisse a un difetto sintattico nel linguaggio o nel pensiero. 

Quando sono arrivato alla Libreria ho conosciuto anche Lia Cigarini. Insieme a Luisa, Lia Cigarini era stata una delle fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Tra le due donne esisteva una relazione politica-intellettuale-affettiva-umana molto forte. Il pensiero di Luisa era anche il frutto della relazione con Lia, come il pensiero di Lia, della relazione con Luisa. Solo che Lia era molto più riservata, schiva, introversa. Luisa il contrario. Così l’esposizione pubblica di Lia era minore. Per Luisa, il pensiero politico di Lia Cigarini aveva «una compiutezza e una profondità che i suoi scritti, troppo rari e frammentari, fanno solo intravvedere». Lia è morta il 20 aprile, Luisa il 13 giugno. Una ha introdotto l’altra. Si sono separate dalla vita, ma non tra loro due.

(www.libreriadelledonne.it, 24 giugno 2026)

L’ultimo giorno dell’anno scolastico in Israele, il 19 giugno, una lettera dal titolo “Ci rifiutiamo!” redatta da alcuni adolescenti in cui annunciavano la decisione di non arruolarsi nell’esercito israeliano è stata distribuita in migliaia di copie in diverse scuole di tutto il Paese. La lettera, intitolata “Ci rifiutiamo!”, conta ormai più di 120 firme di studenti delle scuole superiori che dovrebbero prestare servizio militare.

Testo completo della lettera “Ci rifiutiamo!”

Noi, adolescenti destinati alla coscrizione nell’esercito israeliano, con la presente ci rifiutiamo di prendere parte ai suoi crimini e di servire gli interessi del governo dittatoriale.

Siamo stati tutti cresciuti nel mito secondo cui Israele agisce solo per legittima difesa. Il sistema educativo ci terrorizza fin da piccoli, facendoci credere che «non ci sia scelta» e che dobbiamo vivere per sempre con la spada in mano. Le nostre scuole ci preparano all’esercito instillandoci una visione del mondo militarista. Al liceo la preparazione ai test militari e i colloqui con i soldati sono parte integrante della nostra quotidianità, ma la verità è che arruolarsi nell’esercito non è inevitabile. Nessuno nasce soldato. E come ogni altra scelta, arruolarsi nell’esercito ha le sue ripercussioni.

Negli ultimi due anni e mezzo, attraverso i social media e i notiziari, siamo stati esposti a contenuti difficili e violenti relativi al 7 ottobre. Ma ciò che era iniziato come una risposta a quel terribile massacro si è trasformato in una crudele campagna di sterminio della popolazione di Gaza, di proporzioni incomprensibili. E quali sono i risultati delle azioni dell’esercito? Secondo i dati ammessi dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), dall’inizio della guerra a Gaza sono state uccise più di 72.000 persone, molte delle quali donne, bambini e persino neonati. E nonostante il cosiddetto «cessate il fuoco», il genocidio, la pulizia etnica e i crimini di guerra continuano.

Recentemente, abbiamo assistito a un forte aumento della violenza sia da parte dei coloni che dell’esercito in tutta la Cisgiordania. Non si tratta di un fenomeno nuovo. Da decenni Israele utilizza l’esercito per opprimere il popolo palestinese, annettere territori e perpetrare violenze contro i palestinesi che vivono in Cisgiordania – il tutto nell’ambito del progetto di pulizia etnica del Paese. L’esercito attacca, uccide e arresta persone senza processo, compresi ragazzi della nostra età. L’unica cosa che ci differenzia è che loro sono nati dalla parte sbagliata della linea di confine.

Riflettete: sono queste le azioni di una “forza di difesa”?

Le guerre infinite hanno un pesante impatto su tutti noi: infliggono ferite fisiche e mentali che dureranno per il resto delle nostre vite. Viviamo tra una corsa ai rifugi antiaerei e l’altra e gli annunci dei soldati caduti.

Siete disposti a diventare parte delle statistiche?

Siete pronti a compiere un simile sacrificio in nome di un governo cinico e dittatoriale che baratta vite umane per rafforzare il proprio dominio?

E voi cosa farete?

(Pressenza.com, 24 Giugno 2026, www.pressenza.com/it/2026/06/oltre-120-adolescenti-israeliani-annunciano-il-loro-rifiuto-di-arruolarsi-nellesercito/)

Prima di affrontare la questione del rapporto tra libertà femminile e norma, credo sia necessario spiegare che cosa io intendo per libertà femminile. Insieme ad altre ho pensato che la questione prioritaria da porsi fosse quella di trovare un senso al mio essere donna, cioè di chiedersi chi siamo e che cosa vogliamo. Questa è stata la rottura con la precedente politica dell’assimilazione al mondo maschile.

Ponendo dall’inizio la questione dell’essere donna, abbiamo cominciato a lottare sul terreno della libertà femminile, perché la libertà a una donna spetta a causa del suo essere una donna e non a prescindere dal suo sesso come recita invece la Costituzione e tutte le leggi di parità che ne sono seguite.

Se io dico: sono una donna e, a partire da questa materialità, affermo la mia libertà, è cosa diversa che dire: i principi di uguaglianza e di libertà elaborati dal mondo maschile devono valere per uomini e donne.

Da quello che ho detto fino ad ora appare chiaro che per me praticare la differenza e non occultarla, significa affermare la libertà femminile. Tuttavia, a questo punto, bisogna fare un ulteriore chiarimento su che cosa s’intende per pratica della differenza. Per alcune (e alcuni) la differenza significa sottolineare che le donne sono una cosa diversa dagli uomini (più etiche, meno violente, ecc.), che si differenziano, cioè, per contenuti dagli uomini, i quali rimangono per forza di cose il punto di riferimento. Assimilarsi con l’emancipazione o differenziarsi dagli uomini sono la medesima operazione, non c’è libera interpretazione di sé. Definisco questa concezione della differenza dell’ordine delle cose. Altre (e altri) ancora, ritengono che la differenza consista nell’inventarsi il femminile attraverso ricerche e pensamenti. Definisco questa idea della differenza dell’ordine del pensiero.

Io penso, invece, che la differenza non sia né dell’ordine delle cose né dell’ordine del pensiero. La differenza non è altro che questo: il senso, il significato che si dà al proprio essere donna. Ed è, quindi, dell’ordine simbolico.

Nota:

È l’inizio dell’articolo Libertà femminile e norma,«Democrazia e diritto» n. 2, aprile-giugno 1993; ripubblicato nel libro di Lia Cigarini La politica del desiderio, Nuova Pratiche Editrice 1995 e Orthotes 2022.