Trieste.Parla la fondatrice di Linea d’Ombra: «È l’effetto di quella che chiamano politica di deterrenza: maltrattare i migranti sperando che si allontanino dalla città. Io la chiamo necropolitica: continua a provocare morti»

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Lorena Fornasir – Foto Gettyimages

Da anni Lorena Fornasir assiste i migranti che arrivano a Trieste, insieme all’associazione Linea d’Ombra fondata con il marito. Così le sono piovute addosso accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, archiviate nel 2021, e ordinanze comunali «che proibiscono la solidarietà». Risponde al telefono mentre sta manifestando perché ieri due ragazzi, uno marocchino e una italiana, hanno perso la vita al Porto Vecchio, in un palazzo in cui avevano trovato riparo, probabilmente per aver inalato monossido di carbonio. «Sono morti di Stato, causati dalla necropolitica istituzionale», dice senza mezzi termini.

Chi sono le persone che dormono nei magazzini del porto?

Bengalesi, afghani, nepalesi, persone che arrivano dalla rotta balcanica, esseri umani che di sgombero in sgombero cercano riparo nei magazzini più fatiscenti perché non hanno alternativa. Quelle di ieri non sono morti isolate, né casuali. Da quelle parti a fine dicembre 2025, durante uno sgombero, è stato ritrovato il corpo di Hishem. Qualche settimana dopo è toccato a Sunil, richiedente asilo nepalese. Persone costrette a vivere al gelo, senza assistenza. A febbraio 2024 sette ragazzi afghani si erano salvati solo perché un loro amico, che li attendeva in questura per l’ennesimo tentativo di chiedere asilo, non li ha visti arrivare: erano quasi morti, intossicati dal monossido di carbonio. Ieri dopo l’incendio le autorità hanno sbarrato un edificio vicino a quello della tragedia, forse per evitare che qualcuno ci andasse a dormire, prima di verificare che fosse vuoto. Nel pomeriggio un signore è venuto a cercarci: un suo amico, un anziano, era chiuso là dentro. Non è stato facile liberarlo.

È vero che a Trieste ci sono posti in accoglienza vuoti mentre queste persone dormono per strada?

Certo che è vero. Secondo i numeri del Consorzio italiano di solidarietà i posti vuoti nelle strutture sono 70. È l’effetto di quella che chiamano politica di deterrenza: maltrattare i migranti sperando che si allontanino dalla città. Io la chiamo necropolitica: continua a provocare sofferenza e morti. Per questo dico che non sono vittime del caso, ma di veri e propri crimini di Stato. Qui a Trieste l’accoglienza potrebbe esserci senza grandi sforzi. Vicino alla stazione c’è il vecchio mercato di via Gioia, un edificio pubblico chiuso da anni. Nel 2022 il sindaco Roberto Dipiazza ne aveva promesso la riapertura, poi ha fatto dietrofront. Basterebbe una piccola ristrutturazione, ma preferiscono spendere i soldi in altro: la giunta ha stanziato 1,2 milioni per ingabbiare piazza della Libertà.

Dove nel weekend non potete più operare.

Ci è stato vietato di assistere i migranti sabato e domenica. Gli altri giorni possiamo farlo dalle 18 alle 20. Siamo diventati un paese securitario che sfratta chi aiuta gli altri. È intollerabile. Oggi è arrivata una famiglia curda che non mangia da quattro giorni. Domenica sera in quella piazza sono venuti in 70 a cercare cibo. Il più grande aveva ventitré anni. Ho dovuto aiutarli nascosta tra le macchine sul marciapiede. Hanno trasformato una piazza che era un bellissimo luogo di incontro – con i ragazzi, gli scout, le famiglie – in un luogo militarizzato pieno di divise nere. Mette angoscia e incute terrore.

Dopo le morti al Porto Vecchio siete subito scesi in piazza dicendo che sono «colpa delle istituzioni». Vi riferite al governo, alla prefettura, al comune?

Ci riferiamo a tutta questa politica che produce marginalità. Dai vertici in giù. E comunque il sindaco è la figura delegata alla cura delle persone che si trovano nel suo territorio, ma non lo fa. Il prefetto dovrebbe disporre l’accoglienza, ma non lo fa. C’è tutto un apparato colpevole di abbandono. Pensano che trattandola così la gente andrà via, ma noi ogni giorno incontriamo persone che da vivono per strada da mesi.

Il sindaco Dipiazza chiede di trasferire fuori città tutti i migranti. Che ne pensa?

Il sindaco dovrebbe guardarsi un po’ dentro. Ha la fobia dell’estraneo ma il primo straniero lo nutre dentro se stesso.

(il manifesto, 3 novembre 2026)

I giornalisti: «Il giornale non esisterà più. Le autorità russe e i servizi segreti hanno costretto la redazione a cessare le attività». Sfrattato il glorioso edificio in via Potapovskij, dove lavorarono alcuni miti del giornalismo indipendente

Il palazzo di Novaja Gazeta, un luogo glorioso per il giornalismo indipendente mondiale, non esisterà più. La redazione verrà chiusa dal regime di Putin, via l’edificio in via Potapovskij, nel centro di Mosca. Cesserà le attività anche il museo di Anna Politkovskaja, la reporter assassinata il 7 ottobre 2006 a Mosca, nell’androne del suo palazzo in via Lesnaja, dove fu uccisa a colpi di pistola da un commando di ceceni vicini al regime di Mosca.

«Il 9 novembre spegneremo le luci della nostra redazione, dove abbiamo vissuto per trent’anni, disattiveremo i server e ce ne andremo. Il giornale non esisterà più. Le autorità russe e i servizi segreti hanno costretto la redazione a cessare le attività», scrivono i giornalisti. The Insider è in possesso della lettera che hanno scritto alla redazione (destinata ai lettori) il direttore Sergej Sokolov e la giornalista Irina Gordienko: «Ci aspetta un trasferimento in un luogo sconosciuto. Siamo diventati rifugiati nel nostro stesso paese». Spiegano che il regime ha concesso pochissimo tempo per lasciare i locali e, al momento, non è previsto un nuovo ufficio. Anche banche e aziende private si rifiutano di aiutare il giornale con la raccolta di donazioni.

Nello storicoedificio di via Potapovskij avevano lavorato alcuni dei miti per una generazione di giornalisti, non solo russi, Anna Politkovskaja, Natal’ja Estemirova, Stanislav “Stas” Markelov, Jurij Ščekočichin, Igor Domnikov, Anastasija Baburova. Assassinati perché rappresentavano un fastidio vivente per Putin e i suoi sgherri. Ancora di recente è stato aggredito su un treno Dmitrij Muratov, a seguito dell’aggressione ha rischiato di perdere la vista. La corrispondente Elena Milašina è stata aggredita. Contro il caporedattore Oleg Roldugin è stato avviato un assurdo procedimento penale. Al direttore Sergej Sokolov è stata perquisita l’abitazione. Poche settimane fa, il 7 ottobre, al museo di Politkovskaja era stata restituita la targa commemorativa, restaurata, dopo che teppisti probabilmente prezzolati l’avevano più volte rimossa facciata dell’edificio in cui Politkovskaja fu assassinata nel 2006.

La giornalista simbolo di Novaja Gazeta fu assassinata il 7 ottobre 2006 a Mosca, nell’androne del suo palazzo in via Lesnaja, a colpi di pistola. Il 7 ottobre è il giorno del compleanno di Vladimir Putin, che evidentemente non dovette rammaricarsi del dono. L’esecutore materiale dell’assassinio risultò essere Rustam Makhmudov, ceceno, condannato nel 2014 all’ergastolo insieme ai complici (tra cui lo zio e il fratello). Nella banda di killer ci furono anche Sergej Chadžikurbanov, ex poliziotto, e Dmitrij Pavljučenkov (ex ufficiale di polizia), che organizzarono l’omicidio. I mandanti non sono mai stati identificati con certezza, né c’è mai stato particolare zelo di Putin nel cercarli, diciamo così. Nel 2023 però Chadžikurbanov è stato gentilmente graziato da Putin dopo aver combattuto in Ucraina. Questa è la Russia che è stata generata dal putinismo. Quella di Anna Politkovskaja combatte in esilio, dove probabilmente continuerà a operare “Novaja Gazeta”.

(La Stampa, 30 ottobre 2026)

Il Cremlino chiude l’ultimo giornale libero della Russia dopo averlo inserito in una lista di “nemici dello Stato”

Siamo stati uccisi.

Il 9 novembre spegneremo le luci nella casa in cui abbiamo vissuto per trent’anni, chiuderemo i nostri server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità russe e i servizi di sicurezza russi hanno costretto la nostra redazione a cessare le attività.

Oltre trent’anni di vita condivisa con il nostro Paese e i suoi cittadini giungono al termine, lasciandoci senza una casa, privi di mezzi di sussistenza e sotto la costante minaccia di repressione.

I tre decenni trascorsi insieme sono stati, per lo più, felici. I nostri lettori, i nostri amici, i nostri articoli e i nostri film ci hanno dato un senso e una speranza. A volte, tuttavia, questi anni sono stati anche terribilmente tristi e amari. È stato sotto l’attuale regime politico – non durante il caotico decennio degli anni ’90 – che sei dei nostri colleghi sono stati assassinati per aver adempiuto ai loro doveri professionali e civici: Igor Domnikov, Jurij Ščekočichin, Anna Politkovskaja, Stas Markelov, Anastasija Baburova e Natal’ja Estemirova.

Abbiamo resistito finché abbiamo potuto, ma siamo stati sfrattati dalla nostra sede e la piattaforma che ci consentiva di ricevere il sostegno finanziario dei nostri lettori è stata chiusa.

Siamo stati privati di ogni nostra risorsa. Completamente.

Si tratta di una campagna coordinata. Le banche che hanno interrotto i rapporti con noi sostengono di limitarsi a seguire le proprie regole interne. Non dicono, però, che tali regole sono stabilite dall’FSB – il servizio di sicurezza statale – presente all’interno di ogni organizzazione. Considerano il Paese come il loro feudo personale.

Dall’inizio della “operazione militare speciale” in Ucraina e dall’introduzione di accuse penali per “discredito dell’esercito russo”, non siamo più in grado di raccontare gli eventi più critici e tragici del nostro tempo. La censura si estende praticamente a ogni ambito della vita civile.

Il nostro sito web è stato bloccato, la nostra licenza revocata, la nostra tipografia sequestrata. Ci è stato vietato di pubblicare il nostro giornale in qualsiasi forma. Molti dei nostri colleghi sono stati costretti a fuggire dal Paese.

Dmitrij Muratov*, il nostro editore e premio Nobel per la pace, si è visto gettare in faccia della vernice contenente acido. Ha rischiato di perdere la vista. I responsabili sono stati lasciati liberi. Le autorità hanno etichettato lui e l’intero giornale come “agenti stranieri”.

In Cecenia, la nostra editorialista Elena Milašina è stata rapita e picchiata fino a essere ridotta in fin di vita. Oleg Roldugin, uno dei nostri redattori, è stato arrestato e ora deve affrontare un processo per aver raccolto informazioni.

Le nostre redazioni hanno subito irruzioni; l’appartamento di Sergej Sokolov, il nostro caporedattore, è stato perquisito. Per quasi cinque anni, abbiamo continuato a lavorare pur essendo completamente circondati dai servizi di sicurezza. Ora è finita. Ci ritroviamo in una «zona di annientamento».

Questa non è solo la nostra storia; è la storia di un Paese e di una società che vengono sistematicamente schiacciati. È opera dell’FSB, del Ministero della Giustizia, della Procura e di altri soggetti che hanno usurpato il potere. Di fatto, si è instaurata una dittatura militare. Sostengono di difendere l’ordine costituzionale. In realtà, si tratta di un ordine incostituzionale. Perché la Costituzione è stata violentata, torturata, imbavagliata e incarcerata per un tempo lunghissimo, proprio come migliaia di cittadini del Paese che si sono limitati a seguirne le disposizioni. Decine di migliaia di nostri concittadini sono stati costretti a fuggire dal Paese, lasciandosi alle spalle le proprie case e dirigendosi verso l’ignoto.

Smettetela di consolarvi dicendo che «non siamo negli anni ’30 di Stalin», o sostenendo che le repressioni siano di natura puramente “digitale”. Si tratta di repressioni orchestrate dallo Stato. Sono esseri umani – non cifre – a morire nelle celle delle prigioni. Punto.

La vita umana ha perso ogni significato. La parola stessa “Costituzione” suscita risate, persino tra i giudici. Anzi, soprattutto tra i giudici. Nessuno crede più che essa sia la legge suprema del Paese, o che il presidente vi abbia giurato sopra. Persino la propaganda di Stato ha smesso di definire il presidente «garante della Costituzione». Nel nostro Paese, i diritti e le libertà umane sono stati aboliti e difenderli è ormai considerato un crimine. Le elezioni e gli organi di governo elettivi sono stati di fatto smantellati. La società civile è stata schiacciata. La libertà di coscienza e la dignità umana sono state calpestate. La sfera privata è stata violata da mani sudice.

L’articolo 29 della Costituzione – che sancisce che «la censura è vietata» – non suona forse, oggi, come una crudele beffa? Il sistema giudiziario è stato distrutto, insieme allo Stato di diritto e al concetto stesso di giustizia. Nutrire convinzioni personali è ormai considerato alto tradimento.

Ma il vero tradimento si compie quando uno Stato tradisce la propria Costituzione. E questo tradimento è un crimine in corso, che si sta consumando proprio ora, sotto gli occhi del mondo intero. La soppressione di Novaja Gazeta ne è un’ulteriore prova. Per tutti questi anni, abbiamo scritto esattamente di questo – finché ci è stato possibile. Ecco perché ci hanno fatto fuori.

Grazie a tutti coloro che ci ascoltano.

La redazione

P.S. Verrà pubblicato un ultimo numero.

(*) Le autorità della Federazione Russa considerano [alcuni soggetti] “agenti stranieri”.

(La Stampa, 30 ottobre 2026)

Per tutta la campagna elettorale israeliana, l’attenzione si è concentrata su due “blocchi”: uno guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e l’altro schierato contro di lui. A un osservatore esterno le etichette “pro-Netanyahu” e “anti-Netanyahu” fanno pensare che esistano due concezioni diverse del paese e che le politiche del prossimo governo dipendano da chi vince le elezioni. Non è un’idea sorprendente: in molti paesi del mondo i candidati propongono prospettive diverse sul futuro nazionale. Ma in Israele nulla è più lontano dalla realtà. I diplomatici stranieri s’interrogano sul destino della “soluzione dei due stati” e parlano della ricostruzione di Gaza. Danno per scontato che sia per Netanyahu se non si fanno progressi. Magari fosse così.

Si potrebbe pensare che tre anni di genocidio, le accuse per crimini di guerra, le sentenze e i procedimenti in corso alla Corte internazionale di giustizia, oltre a decine di rapporti che documentano le atrocità commesse da Israele, abbiano un peso sulle elezioni. Si potrebbe immaginare che, andando alle urne, gli israeliani riflettano su quello che hanno fatto ai palestinesi, sui suoi effetti futuri e, anche solo egoisticamente, su cosa significa per loro. Ma non è così. Al contrario, la grande maggioranza ha votato per candidati che, come loro, continuano a negare la libertà dei palestinesi, a sostenere la colonizzazione della Cisgiordania, la distruzione di Gaza, il genocidio, e i bombardamenti e il saccheggio di terre che appartengono a paesi confinanti.

Tutto questo emerge chiaramente dalle dichiarazioni dei politici. Uno degli slogan dei sostenitori di Netanyahu è: “Occupare. Espellere. Insediarsi”. Le posizioni dell’opposizione non sono diverse. Avigdor Lieberman, per esempio, sostiene che “a Gaza non ci sono innocenti” e vuole la conquista del Libano. Perfino rappresentanti dell’opposizione considerati di sinistra, come Yair Golan, hanno criticato il riconoscimento internazionale della Palestina. Nessun partito di opposizione sostiene oggi la creazione di uno stato palestinese e la maggior parte sostiene gli insediamenti illegali in Cisgiordania. Il voto quindi non riguarda il genocidio né la “soluzione dei due stati”. E neppure le “guerre senza fine”. La battaglia elettorale si è concentrata sui dettagli, come la leva obbligatoria per gli ultraortodossi. Quello che queste elezioni potrebbero cambiare in Israele è il volto del governo, non la sua politica.

Rompere il silenzio

La domanda allora è: che tipo di società vota per politici che parlano apertamente del loro desiderio di commettere crimini di guerra? La risposta è che questi crimini sono stati normalizzati in Israele, al punto che è il rifiuto di sostenerli a sembrare un’assurdità.

Dalla nascita d’Israele attraverso la pulizia etnica dei palestinesi, la società israeliana non ha mai dovuto affrontare conseguenze per le sue azioni, che si trattasse di appropriazione di terre, uccisioni, detenzioni, punizioni collettive o perfino genocidio. Il cambiamento non arriverà dall’interno del paese. Può arrivare solo dall’esterno, imponendo conseguenze concrete. Per esempio, sanzioni che isolino Israele economicamente e politicamente e gli facciano capire che non ha il diritto di commettere atrocità senza doverne rispondere.

La comunità internazionale deve cambiare la sua politica di silenzio.

Altrimenti “Occupare. Espellere. Insediarsi” non resterà uno slogan elettorale. Diventerà una promessa che entrambi i “blocchi” finiranno per mantenere.

(Internazionale, 30 ottobre 2026)

So perché sono nata ma non so perché sono viva. Sono nata perché una donna e un uomo di buona volontà mi hanno voluto mettere al mondo, farmi vivere.

“Come fai, come hai fatto a sopravvivere, vivere?” ancora talvolta mi viene chiesto dalla data della più impensabile delle perdite (1990). Il tono è affettuoso, partecipe, un abbraccio accompagna la domanda, so che è inconsapevole del carico di colpa che sprigiona.

Già, perché sono viva? Come ho fatto? Impossibile non chiederlo a sé stessa.

Ho un’esperienza molto ampia di lutti, reiterati frequenti ravvicinati. Eppure non ho interesse a condividere le perdite una per una, ma sì l’ampia esperienza ricavata.

Nel 1990 non ho pensato, non ho accolto, non mi sono affidata all’idea dell’elaborazione del lutto. Non esiste o non esisteva per me, per il mio modo di essere, di sentire. Ho preferito stare nel dolore del lutto e vedere cosa succedeva. Che nessuno me lo toccasse quel dolore, ormai compagno. Non quindi un’elaborazione, ma sì una chiamata, che viene dalla vita e dal mondo.

Sabato 3 ottobre, qui in Libreria, ho ascoltato Rosella Prezzo, che ci ha parlato magistralmente di María Zambrano e del testo Note di un metodo. Sua la traduzione e la prefazione.

Questa chiamata da quel momento la chiamo “vocazione”. Vocazione per Zambrano non è quella religiosa, o un’attitudine, una inclinazione. Ma nel senso latino originario sta per “vocatio”, la chiamata che individua il “vocato” e lo invita a rispondere prima di tutto di sé stesso ad altro, alla alterità plurale. “Chi? io?” sono io, dici a me? e tu t’interroghi e la prima risposta la dai a te stessa.

Quale è la vocazione per te irrinunciabile? A quale vocatio rispondi?

“Da sempre ho avuto una vocazione radicata, profonda. La filosofia era per me irrinunciabile, ma ancor più irrinunciabili erano la vita e il mondo” (Zambrano). Ecco, allora io sono forse sopravvissuta, vivo perché la chiamata della vita e del mondo è più forte dell’esperienza negativa del lutto.

E ho anche pensato che il lascito di Lia e Luisa, è proprio questa vocazione. Lia e Luisa in tutti questi anni in cui siamo state vicine, ci hanno sempre, a me almeno, ma penso a tutte, stimolato in questo senso.

Per Lia in particolare, con cui ho passato tante ore col suo baby whisky come lo chiamava e col mio spumantino sedute sul divano Tecno, era argomento di concentrata conversazione. Toccava la storia, lo stato del femminismo, ma anche la politica istituzionale di cui condividevamo non dico la passione ma almeno l’attenzione… la lezione di Lia era proprio questa. Non perdere di vista il rapporto con la vita e con il mondo.

Luisa non lo esprimeva tanto con parole organizzate, che le sue erano sempre luminose e capaci di trasportarti in un oltre, al di là di regole e ragione. Ce lo faceva vedere però con la sua vita e la sua attenzione a tutto ciò che la circondava, vicino e lontano.

Il lavoro del lutto cui è dedicato questo numero, necessario giusto perfetto in questo momento per non soccombere alla perdita, non significa partire da zero, anche se talvolta può sembrarlo. Non significa neppure ripercorrere all’infinito una strada già percorsa e tracciata, con la guida di chi piangiamo. Una strada capace di dare risposte feconde, pur non essendo immune da inciampi, chiusure e irrigidimenti. Il lavoro del lutto significa per me abbandonarsi a quel lascito che abbiamo avuto la fortuna di ricevere e rispondere a quella vocatio, quella chiamata della vita e del mondo per non perdere sé stessi.

Voglio precisare che non credo che basti fare spazio a ciò che è fuori di qui, alle forme che prende il femminismo, alla politica istituzionale, alle lotte, agli scellerati squilibri internazionali, non basta aprire al mondo, occorre aprirsi al mondo. Non è solo un accogliere, è soprattutto un “andare verso”.

Perché non c’è niente di peggio che confinare una vocazione in una cosa o in una casa. Dentro le mura di una casa.

È come quando la parola viva perde la capacità di rivelare qualcosa di nuovo perché imprigionata in un linguaggio irrigidito e stereotipo.

Sono grata alla Libreria per aver organizzato questo incontro e alle tre amiche che lo hanno aperto, perché in particolare la morte di Lia e Luisa può segnare uno spartiacque tra il prima e il dopo, e comunque ha provocato la necessità di elaborare il lutto, personale e collettivo, privato e pubblico, della loro perdita. Per quanto mi riguarda, ho continuato a interiorizzare molte delle loro parole e dei loro pensieri, che non cessano di darmi misura nonostante la loro assenza, anzi, proprio perché ho accettato la loro assenza. Si tratta certamente di un’altra forma di relazione, e la trasformazione avvenuta non riporta a un vuoto, ma a un’altra forma di presenza.

E vengo alle mie riflessioni di oggi, stimolate dagli interventi precedenti.

Non parlo di morti vicine, nel senso di genitori, parenti, ecc. E neppure delle troppe morti che costellano il nostro presente con le guerre, le carestie e i disastri naturali a causa della hybris maschile. Invece vorrei parlare di un lutto – così lo chiamo a posteriori – che ha rappresentato per me l’allontanamento di mio figlio. Ne parlo al passato perché per fortuna qualcosa sta cambiando grazie al mio lavoro del lutto. Mio figlio, il mio secondogenito, da alcuni anni è andato a vivere all’estero per motivi che lui condivide con molti giovani, ragazzi e ragazze, che se ne vanno per avere una situazione di vita migliore di quanto troverebbero nel nostro Paese. E all’estero ha avuto il suo primo figlio, confermando indirettamente i risultati di ricerche sulla convenienza di avere figli fuori dall’Italia, come expat. Mentre da noi ci si lamenta della denatalità, assistiamo a un esodo continuo di nostri giovani all’estero, molti con alti titoli di studio, e molti dei quali all’estero incontrano appunto condizioni favorevoli e i figli li fanno. Si tratta di un trend strutturale su cui troppo poco si è prestata seria attenzione da parte dei nostri governanti. E si tratta di un problema politico, perché è un fenomeno esteso che va incrementandosi particolarmente in Italia e ha ricadute non secondarie sulla qualità della vita collettiva. Chi ci governa lo elude per colpevole cecità politica o, nella migliore delle ipotesi, lo disconosce. Il disconoscimento, che sembra diventato la cifra del nostro tempo come propone la filosofa slovena Alenka Zupančič, non è negazione di un fenomeno, ma una forma di evitamento, un dispositivo difensivo della ragione (e della politica). Per fare un esempio: quasi tutti ormai sappiamo del cambiamento climatico, di cui parlerò tra poco, ma andiamo avanti come non esistesse, lo disconosciamo, come dicessimo «Sì, lo so ma…». Però in questo modo disattiviamo qualsiasi possibilità di trasformazione.

Da questo allontanamento di mio figlio è iniziato un periodo in cui ho molto pensato alla morte, alla mia morte, un fatto credo inevitabile data la mia età avanzata (ho ottantadue anni), ma ho sentito anche che c’era una sproporzione del mio sentire rispetto alla realtà, e ho dovuto fare il lavoro del lutto.

Un altro fatto che mi ha portato a questo sentimento di morte è, come dicevo, il cambiamento climatico. Io sono molto sensibile a quanto avviene nel mondo naturale, piante, animali… Vivo in una casa circondata da un bosco che una volta era bellissimo, guardo e ascolto le piante: è come se parlassi con loro e sentissi il loro dolore. Quasi un’identificazione inconscia, accompagnata dalla malinconia, per liberarmi dalle quali ho dovuto accettare il lavoro del lutto. E anche il cambiamento climatico è un fatto politico, eluso da governanti e decisori, di fronte al quale nella migliore delle ipotesi assumono la postura del disconoscimento.

Il lavoro del lutto è un’espressione che io manterrei. Si tratta di un vero e proprio lavorio psichico e simbolico, necessario per far vivere e rivivere il desiderio e la vita stessa. E il desiderio, lo sappiamo, è una spinta essenziale non solo per la vita, ma anche per la politica, in particolare la politica delle relazioni e del simbolico. Negli ultimi tempi per fortuna ha cominciato a sprigionarsi in me un desiderio vitale, che mi permette di rilanciare pratiche di relazione con alcune donne attorno a iniziative comuni. E questo è fondamentale, così come è fondamentale che restino e si rivitalizzino luoghi storici come la Liberia delle donne di Milano e altri, perché questo è un irrinunciabile. 

«È la seconda volta che mi chiama signor primo ministro. Io sono la signora prima ministra, dovrà farci l’abitudine!» Fatima Ezzahra El Mansouri replica così a un deputato durante un intervento in parlamento. La prima donna alla guida del governo marocchino si rivolge direttamente agli esponenti conservatori del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, con cui è aperto uno scontro sulle posizioni nei confronti delle donne. Nel suo discorso, El Mansouri contesta gli avversari di ignorare le difficoltà affrontate da molte donne marocchine. «Non sapevate che ci sono donne divorziate, donne vedove che lavorano», afferma richiamando le condizioni di chi deve provvedere alla propria famiglia. La premier critica poi l’idea di relegare le donne tra le mura domestiche e richiama il paragone con i lampadari utilizzato in passato dall’ex capo del governo Abdelilah Benkirane. «Volete che le figlie del Marocco siano dei lampadari che illuminano le case?» domanda ai deputati. Avvocata ed ex sindaca di Marrakech, El Mansouri è stata nominata premier da re Mohammed VI a settembre, dopo la vittoria elettorale del partito Autenticità e Modernità.

(Corriere della sera, 27 ottobre 2026)

Il cambiamento c’è già stato e non ha nulla a che fare con la violenza. È prima di tutto un cambiamento del simbolico, qualcosa di molto profondo che riguarda il significato e l’ordine delle cose sul terreno della vita e di ciò che è nella nostra testa.

Non è questione di numeri, di evidenza sociologica né di violenza. I giovanissimi e le giovanissime in questi giorni hanno rotto qualcosa di molto più grande delle vetrine: hanno mandato in mille pezzi la bolla irreale in cui da decenni si è trasformata la vecchia sfera pubblica, ciò che ha consentito di devastare la società, con il nostro consenso.

La bolla non si ripara. La repressione avrà i suoi capri espiatori ma è più che altro il sintomo di una irrisolvibile impotenza politica. Rassicura per qualche giorno chi spera di poter continuare a vivere nella bolla, ma di fatto conferma la radicalità dello spostamento. Non è un paradosso. Il richiamo all’ordine è sempre fondato sulla minaccia della violenza (la legalità non ha alcun valore nell’ordine simbolico della violenza). In questo le violenze si sommano e si legittimano reciprocamente, senza che nulla cambi.

Se le cose cambiano è proprio perché non è la violenza ad aver rotto la bolla e diradato le nebbie dell’ideologia. Questo è vero solo in superficie. Se il simbolico cambia è perché è emersa la forza di ciò che è reale, il bisogno di vita delle nuove generazioni che hanno capito – e lo mostrano – il furto di futuro (e il razzismo) di cui sono oggetto da decenni.

Se vediamo prima di tutto o solo la violenza è perché nel mondo che abbiamo costruito siamo proprio noi a non concepire altro modo di cambiare le cose se non con la violenza, perché sappiamo benissimo di quanta violenza è fatto il nostro mondo… La violenza è nella nostra testa, anche quando la condanniamo. Anzi, l’uso politico che facciamo della condanna della violenza mostra proprio quanto siamo sempre dentro l’ordine del discorso della violenza. Il fatto è che – non bisogna stancarsi di dirlo – non ci abbiamo mai davvero fatto i conti, perché non siamo mai andati alle sue radici patriarcali. La violenza di cui parliamo in questi giorni è lo specchio di ciò che siamo. Nulla di più.

Il reale che irrompe non è violento, quando non è segnato dal potere. È trasformativo. Il femminismo che chiamiamo radicale è radicale proprio per questo. Ha prodotto libertà femminile che cammina per il mondo con le proprie gambe e la propria testa. I giovanissimi forse non lo sanno (nessuno glielo dice), ma sono donne e uomini più liberi anche per questo.

Se lo capiranno – che il reale delle loro stesse vite è più forte della violenza – avranno strumenti molto più grandi per darsi il futuro che cercano. E sarà il futuro di tutte e tutti.

(Facebook, 26 ottobre 2026)

Preparato a lungo, centinaia di nomi dei prigionieri politici palestinesi scritti su stoffe, si erano cercati tutti, ma nessuno li aveva. Prove, istruzioni, dettagli, tutti i compiti curati. Comunicazioni alla Questura, ricerca e attenzione per gli ultimi particolari. Si arriva al giorno fissato, venerdì 23 ottobre e piove.

Le previsioni sono incertissime, l’appuntamento è alle 17.45 per iniziare puntualissimi alle 18, la luce naturale ci darà mezz’ora di tempo. Sappiamo che sabato, la piazza sarà inagibile e poi scatta l’ora legale. È l’ultima chance. Tutti sotto gli ombrelli ad aspettare.

Alle 17.55 spiove e il cielo si apre. Subito a disporsi, ultime istruzioni per chi sa poco. Si parte. Volevamo essere in 100, siamo almeno 120. Quattro giovani svizzeri si avvicinano commossi ed emozionati, vogliono sapere, vogliono unirsi; anche loro a Berna fanno queste cose. 15 bandiere davanti, cartelli disegnati e stampati da Rita, che da mesi disegna le locandine che girano per tutta Italia; si ricordano i numeri pazzeschi (9/10mila prigionieri nelle carceri israeliane), centinaia di donne e bambini, 4.000 desaparecidos, centinaia di morti sotto le torture. Un crimine nel crimine, il punto più basso di un sadismo volto a spezzare in tutti i modi l’esistenza di un popolo, colpendolo nei corpi e nelle anime, dolori che si propagano a familiari, amici, all’intera comunità. Luoghi infernali dove nessuno può entrare, dove siamo sicuri che la realtà superi l’immaginazione, dove chi esce è più morto che vivo. Traumi che non passeranno mai.

Noi, qui. Che differenza fa che questi buchi neri siano dietro l’angolo o a qualche migliaio di chilometri di distanza? Stanno avvenendo ORA, questo è il punto, avvengono ogni ora, ogni giorno, nell’impunità totale.

Sfilano in un lento cerchio i nomi, portati a testa bassa da uomini e donne in nero.

Francesca Albanese nel suo report “Tortura e genocidio”, lo ha ben documentato. Nessuno, tanto meno i governi, può e potrà dire che non sapeva.

E così in piazza Duomo, come si fa ogni giorno da quasi 500 giorni, si sfila in cerchio mentre musiche di dolore si susseguono. Poche le parole, in italiano e in inglese, per i tanti turisti che si aggirano, osservano, riprendono, emozionati anch’essi.

Anche oggi nessun giornalista, ma ci siamo abituati, ci sorprendiamo quando avviene il contrario. Qualche giorno fa si aggiravano decine di giornalisti in cerca di possibili, ulteriori scontri o per documentare quanto fosse presidiata la piazza: non uno venne a chiederci chi fossimo, mentre in decine e decine, con moltissime bandiere e i nostri cartelli, occupavamo un quarto della piazza.

E ieri si finisce, ormai al buio; si sono ricordati anche i nomi dei quattro prigionieri palestinesi nelle carceri italiane, arrestati, di fatto, per ordine di Israele.

Alla fine, uno struggente canto palestinese, “Yamma mwel el hawa”, cantato da Silvia Zaru. Alle 19 si raccolgono con la massima cura le decine di strisce con i nomi dei prigionieri, come fossero loro con le loro membra stanche.

Da ieri il gruppo di piazza Duomo è ancora più unito, ha fatto qualcosa di importante, la cui energia spera arrivi a superare il mare e i muri spessi di quelle carceri che devono aprirsi al più presto. Ne va della nostra, dell’intera umanità.

(Pressenza, 24 ottobre 2026)

L’agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva (Unfpa) ha pubblicato un rapporto basato sulle conversazioni avute con 230 donne palestinesi sfollate a Gaza, facendo luce sul fenomeno in gran parte trascurato della violenza sessuale e dell’oppressione di genere nei luoghi in cui vivono le persone che hanno perso la casa. Quello della violenza domestica è stato un tema ricorrente nelle discussioni di gruppo. Le donne hanno descritto abusi fisici ed emotivi da parte di mariti, figli, fratelli e suoceri. Hanno anche raccontato casi di sfruttamento sessuale, stupro da parte del coniuge, matrimoni precoci o forzati, abusi, limitazioni alla libertà di movimento, furto dei pacchi di aiuti e minacce di vedersi portare via i figli rimasti orfani del padre. Tutto questo avviene in luoghi sovraffollati dove non esiste praticamente alcuna forma di privacy. Il rapporto, scritto e pubblicato a settembre dall’Unfpa, non quantifica l’incidenza degli abusi nei campi per sfollati né fa una stima del numero di vittime. Si concentra piuttosto sul fenomeno, dando voce alle 230 donne che hanno partecipato. Non è basato su un campione rappresentativo e le minorenni non hanno partecipato; le donne coinvolte avevano tra i diciotto e i sessantatré anni. Secondo il rapporto, le donne sono particolarmente vulnerabili alle aggressioni di estranei nelle lunghe code per l’acqua, nei punti di distribuzione del cibo e degli aiuti e nei servizi igienici. Secondo le testimonianze, alcuni uomini approfittano delle file per strusciarsi contro le donne. Bagni e docce sono spesso condivisi tra famiglie non imparentate tra loro e lì sono stati documentati casi di molestie sessuali e perfino stupri. La ricerca sul campo e le interviste, realizzate tra dicembre 2025 e gennaio 2026 nell’ambito di sedici focus group, sono state condotte dal Women’s Affairs Center, un’organizzazione femminista indipendente fondata nel 1991 per supportare le donne e consolidare la loro condizione individuale e collettiva nella società palestinese. Le testimonianze e le riflessioni raccolte durante le conversazioni sono state analizzate dall’Acaps Middle East Analysis Hub, un’organizzazione specializzata nell’analisi di dati in situazioni di crisi umanitaria, con sede ad Amman. 

A chi chiedere aiuto

Alle donne coinvolte non è stato chiesto di rivelare esperienze personali e a volte hanno usato un linguaggio indiretto o mitigato per descrivere le violenze. In cinque focus group le partecipanti hanno raccontato di essere venute a conoscenza di casi in cui i soldati israeliani hanno aggredito sessualmente le donne che attraversavano i checkpoint militari mentre fuggivano dai bombardamenti verso le aree designate come umanitarie. Gli autori del rapporto ipotizzano che le donne abbiano evitato di parlare delle violenze commesse dai combattenti palestinesi, sia esponenti di Hamas sia delle milizie appoggiate da Israele nella Striscia di Gaza, per timore di ritorsioni o di stigmatizzazione sociale. «I risultati non consentono dunque di trarre conclusioni sull’incidenza, o l’assenza, di violenze di genere compiute da soggetti armati palestinesi», afferma il rapporto. Le facilitatrici dei focus group, le partecipanti e gli autori del rapporto sono consapevoli che la violenza contro le donne non è un fenomeno nuovo. Ma dalle conversazioni emerge chiaramente un significativo aumento nella diffusione e nelle forme di violenza e oppressione da quando è iniziata la guerra. In tutti i gruppi le donne hanno raccontato di partner che non erano mai stati violenti e hanno cominciato a maltrattarle a causa dello stress provocato dalle perdite, dalla povertà e dallo sfollamento. In una discussione una donna dell’area di Gaza ha detto: «Mio marito non aveva mai alzato la voce contro di me prima della guerra. Ma da quando la nostra casa è stata bombardata e abbiamo perso tutto quello che avevamo è diventato irritabile e ora se la prende con me e con i bambini». Allo stesso tempo, osserva il rapporto, le donne non hanno alcun posto dove rifugiarsi e nessuno a cui chiedere aiuto. Lo sfollamento forzato ha scardinato le strutture di sostegno familiari e di comunità. Le istituzioni ufficiali che dovrebbero garantire protezione, come la polizia, i tribunali e gli uffici dei servizi sociali, non funzionano più: sono state bombardate, si trovano in aree sotto il controllo militare israeliano o sono difficili e costose da raggiungere a causa delle strade distrutte. Anche i meccanismi comunitari di soluzione delle controversie hanno perso la loro influenza. Secondo le testimonianze, oggi questi meccanismi tendono a salvaguardare la “pace familiare” piuttosto che mettere fine alla violenza. Inoltre, in questi anni Israele ha impedito di operare nella Striscia alle organizzazioni umanitarie internazionali con una consolidata esperienza di supporto psicologico alle donne.

Le più vulnerabili

Tutte le partecipanti hanno raccontato di essere state sfollate tra le due e le dieci volte, con una media di sette. Le discussioni si sono svolte nelle città di Gaza e Khan Yunis. Circa 1,1 milioni di persone sfollate, di cui 480mila donne e ragazze, vivono in queste due aree, in centinaia di insediamenti, nelle tendopoli o in edifici scolastici. Ci sono 428 insediamenti di questo tipo nella città di Gaza e 516 a Khan Yunis, che ospitano in totale più di 840mila sfollati. In circa il 40 per cento dei campi e degli insediamenti manca un organismo ufficiale responsabile dell’illuminazione, della manutenzione dei bagni e delle docce comuni e della sicurezza, a cui rivolgersi per lamentele o denunce. Nelle discussioni l’assenza di un organismo simile è stata associata a un forte senso di insicurezza. Le donne hanno spiegato che il matrimonio a Gaza può essere una possibilità di sopravvivenza, ma anche un mezzo di sfruttamento. Dai racconti emergono varie forme di matrimonio forzato: accordi tra famiglie senza il consenso della donna, vedove costrette a sposare il cognato e unioni tra una vittima di violenza sessuale e il suo stupratore, o un altro uomo. «Quando si scoprono casi di stupro in una scuola» usata come rifugio, «il giorno dopo in quella struttura si vedono matrimoni e festeggiamenti», ha raccontato una donna che vive a Khan Yunis. I matrimoni precoci e forzati non sono un fenomeno nuovo a Gaza. Nel 2019-2020 circa un quarto delle donne sposate di età compresa tra i venti e i quarantanove anni si era sposata prima di compiere diciotto anni. Tuttavia, il rapporto sottolinea che la diffusione dei matrimoni precoci era in calo. Dall’inizio della guerra, invece, sono aumentati i matrimoni di minorenni e le gravidanze tra le adolescenti. Le partecipanti hanno spiegato che il matrimonio precoce può essere incentivato dall’offerta di sacchi di farina o di una tenda in cambio di una sposa bambina. Hanno anche legato i matrimoni precoci alla distruzione delle scuole e al collasso del sistema educativo, nonostante i tentativi di garantire un’istruzione negli insediamenti per sfollati. Accade anche, al contrario, che i familiari si oppongano al matrimonio di una donna nubile che lavora per poter continuare a contare sul suo reddito. Le più vulnerabili allo sfruttamento economico o sessuale, alla limitazione dell’autonomia e ai maltrattamenti sono vedove, divorziate e separate, donne con disabilità e anziane. Secondo il rapporto, vedove e divorziate sono particolarmente esposte a forme di ricatto sessuale degli uomini che controllano l’accesso alle risorse essenziali, come acqua, assistenza sanitaria, farmaci e viveri. 

Denunce di molestie sessuali nei centri per sfollati erano emerse anche durante le precedenti guerre di Israele a Gaza. Da quando nel 2023 è cominciato l’attuale conflitto, le ulteriori difficoltà che le donne sono costrette ad affrontare rispetto agli uomini sono state ampiamente documentate. Tra queste ci sono la necessità di restare coperte anche in situazioni di caldo estremo a causa della mancanza di spazi privati, di fare meno docce per timore di molestie, di evitare i servizi igienici di notte e di non trovare assorbenti. Anche nelle prime fasi della guerra si era parlato dell’aumento di matrimoni precoci e di gravidanze di adolescenti a causa degli stupri o delle scarse conoscenze in materia di salute sessuale. Eppure si è registrata una tendenza, o un’aspettativa, a non discutere questi fenomeni in modo approfondito né in pubblico né sui mezzi d’informazione. I promotori e le partecipanti alla ricerca sperano che questa situazione possa cambiare.

(Internazionale, 23 ottobre 2026)

Convegno in presenza e online Città Vicine e MAG Verona,Ostello degli Elefanti, via Etnea 28 Catania, 14-15 novembre 2026

Carissime e carissimi delle Città Vicine,

abbiamo pensato di organizzare il prossimo convegno delle Città Vicine a Catania, in presenza e online il 14 e 15 novembre, per parlare delle nostre attività, delle nostre esperienze, del nostro pensiero e degli orizzonti che potremo allargare. Abbiamo una lunga esperienza alle spalle ma forse dobbiamo riflettere su quanto siamo o non siamo riuscite/i nelle nostre città a incidere e a cosa possiamo pensare di nuovo per un salto di qualità della nostra azione politica.

In questo ultimo anno abbiamo potuto apprezzare e anche partecipare a pratiche ed esperienze trasformative collegate, per la peculiarità espressivo-artistica del loro linguaggio, al campo dell’arte visiva e concettuale e che con i loro contenuti e significati hanno risvegliato nel profondo sensibilità sopite e suscitato risonanza e partecipazione in varie città d’Italia e del mondo.

Ci riferiamo al movimento degli stupendi arazzi della pace realizzati dalle molteplici realtà di donne in Italia che da oltre un anno danno vita alle manifestazioni della rete “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, promosse dalla Biblioteca delle donne dell’UDI di Palermo, dalle donne delle Comunità Cristiane di Base di Pinerolo e dalle donne di Caltanissetta. Ci riferiamo, altresì, alla missione della Global Sumud Flotilla, al senso di umanità bellezza e creatività politica messo in essere dalle centinaia di donne e uomini componenti gli equipaggi di mare e di terra. Le variopinte e provvisorie navi delle spedizioni, accompagnate nei porti di partenza da migliaia di donne e uomini, hanno solcato il mare per raggiungere Gaza e superare il blocco israeliano con il loro carico di farmaci, beni di prima necessità, di pace, solidarietà e amore. Carico destinato alle donne agli uomini e ai bambini e bambine palestinesi. Idee e azioni queste che risentono e riflettono anche la creatività e l’unicità del pacifismo attivo nella storia delle donne, impegnate a scongiurare e fermare le guerre con linguaggi, forme e strumenti attinenti alla sacralità della quotidianità, della convivenza, della natura, della bellezza, dell’arte, della vita.

In questi anni abbiamo visto affermarsi parole come cittadinanza attiva e democrazia partecipata. Ma la riflessione di Lia Cigarini,che ci è stata vicina nel cammino percorso dalle Città Vicine e ci ha spinto sempre verso una “pratica politica originale”, ci aiuta, ancora oggi, a coglierne il limite quando queste formule chiedono alle donne semplicemente di partecipare a forme politiche già date, costruite su una pretesa neutralità che troppo spesso assume la misura maschile come universale. Di come le donne, che hanno scelto di stare dentro quelle formule politiche e amministrano le città, ne hanno cambiato o no la forma e con quali pratiche, discuteremo con donne sagge che con noi dialogano da tempo.

La questione politica è trarre beneficio, sempre, dal riconoscere la natura costituente delle pratiche delle donne: partire da sé, dalla relazione, dall’esperienza, dai corpi, dai desideri e dal lavoro quotidiano per creare libertà e trasformare il modo stesso di vivere insieme. È una lezione che sentiamo viva nel pensiero di Luisa Muraro, nella centralità che ha dato alla parola, alla relazione e alla libertà femminile, e nella sua capacità di riconoscere autorità a ciò che nasce dall’esperienza e dalla relazione tra donne.

Da qui, come abbiamo sempre fatto, possiamo guardare alla città con occhi diversi. Elena Granata ci invita a pensare la città come spazio di condivisione, biodiversità sociale, riuso, immaginazione e incontro. Un’idea di città non mercificata ma viva, che sa valorizzare ciò che già esiste e trasformarlo in possibilità di relazione e di vita comune.

Le pratiche delle donne ci hanno insegnato cosa significa abitare: prendersi cura delle persone e dei luoghi, creare cultura, difendere uno spazio, costruire relazioni, contrastare la violenza, custodire ciò che è fragile. Sono pratiche che producono comunità e, quindi, producono città. Possiamo noi agire con il nostro sapere nelle città in cui tutto è governato dal guadagno e dove corpi e storia hanno perso ogni significato? Noi crediamo ancora di sì. Ed è qui che la riflessione di Simone Weil sul radicamento diventa per noi particolarmente preziosa. L’essere umano ha bisogno di luoghi, memoria, relazioni, cultura, responsabilità: di un ambiente capace di nutrire l’anima. Lo sradicamento, prodotto dalla perdita dei legami, dalla mercificazione della vita e dalla forza esercitata sui più fragili, genera solitudine e impoverimento umano.

La città può allora essere pensata come un luogo di appartenenza nel quale la bellezza, la cultura, la memoria e le relazioni costituiscono qualcosa di fragile e prezioso da custodire. Salvare la città significa salvare qualcosa che appartiene alla civiltà e che nessuno dovrebbe avere il diritto di distruggere.

Ripartiamo da tutto questo per affinare la nostra pratica politica in città, per riflettere sulle attività che già facciamo, per produrre pensiero, dando parola a ciò che viviamo. Mettiamo in relazione le nostre esperienze per aprire nuovi spazi, nuovi orizzonti.

Ci incontriamo a Catania il 14 e 15 novembre per ritrovarci, con passione e fiducia, per dare maggior senso alle nostre pratiche.

Sabato 14 novembre ore 17-20 e domenica 15 novembre ore 10-13

Per info: tel. 045-8100279; info@magverona.it

Per la connessione online https://us06web.zoom.us/j/81911007992

ID riunione: 819 1100 7992; Codice d’accesso: 544323

(https://magverona.it/2026/09/le-citta-vicine-oggi-attivita-pensiero-orizzonti-convegno-2026/)

Intervista con il Care Collective, fondato a Londra nel 2017 e composto da attivisti e accademici. «Dopo sei anni dalla prima edizione del nostro libro, crediamo ancora nell’importanza di riconoscere la nostra interdipendenza come esseri viventi»

Sei anni dopo la prima uscita, il Care Collective ripubblica per Verso, con una nuova e aggiornata prefazione, The Care Manifesto. The Politics of Interdepence (Alegre ha tradotto Il Manifesto della cura nel 2020, ndr). Abbiamo incontrato il Care Collective per discuterne.

In prefazione scrivete che sei anni fa i «discorsi sulla cura» avevano fatto irruzione per la pandemia. Definite quei mesi un «tempo di transizione» in cui ci è sembrato possibile costruire un mondo nuovo (relazioni, consumi, eccetera). Vi sembra che oggi si possa parlare di una «transizione permanente», visti i conflitti, la crisi climatica, i superpoteri dell’AI? Che cosa è andato storto e che cosa non abbiamo appreso?

In quel momento i discorsi sulla cura portavano con sé un senso di speranza: allora abbiamo assistito, finalmente, al riconoscimento del lavoro essenziale, quello riproduttivo, e sono nati spontaneamente sistemi di mutuo soccorso. I governi, in un batter d’occhio, hanno mostrato di poter prendere decisioni radicali, cambiando priorità. La morte ci ha messo di fronte a una verità per noi fondamentale: si può fare politica diversamente. In effetti, si dovrebbe farlo. Oggi c’è meno speranza, paradossalmente: i governi hanno volontariamente soppresso ogni lavorare politicamente sulla cura, criminalizzando il dissenso e spargendo retoriche anti-migratorie. Musk, poi, ha apertamente attaccato la cura perché questione eccessivamente “empatica”. A questo aggiungiamo anche l’estrattivismo, la capacità delle destre estreme di mobilitare paure collettive, l’atomizzazione dei rapporti.

Usate l’espressione “care justice” (una giustizia della cura). Non gratitudine, ma giustizia. È questa una combinazione potenzialmente rivoluzionaria perché fa della cura il nucleo di un paradigma politico ed economico e la assimila a un’equa distribuzione delle risorse e ad altri concetti trasformativi. Ci spiegate quel che intendete precisamente?

È una citazione dal saggio Clap for Carers di Helen Wood e Beverley Skegg (2020). Nel Regno Unito, durante il picco della pandemia, la gente stava sulla porta ad applaudire gli operatori del servizio sanitario nazionale, mostrando di apprezzare il coraggio profuso nel salvare vite mettendo a rischio le proprie. Skegg e Wood sostengono che questi gesti, queste immagini, vadano supportati materialmente: non si può applaudire e poi tagliare i fondi per la sanità pubblica e gli asili. Non servono gesti ma infrastrutture. Puntare sulla “care justice” significa investire sulle strutture pubbliche anziché sui profitti privati.

La nuova prefazione riporta esperienze in cui la nozione di cura universale ha ispirato musei, esperimenti di “gaming”, produzioni teatrali (nel Regno Unito e oltre). Ce ne parlate? Pensate che risultati elettorali quelli di New York e Berlino indichino che il tema possa arrivare a guidare le campagne?

Siamo coinvolte in un progetto finanziato dall’Europa – “Youth Care for Change” – che usa il Manifesto della cura come base per formare gruppi di giovani nell’area mediterranea coinvolgendoli in agende pubbliche della cura. Il Promiscuous Care Study è stato creato dalla Willem De Kooning Academy in Olanda, per sostenere anche artisti e curatori nell’applicazione dei concetti del Manifesto. La cultura è centrale e purtroppo le destre lo hanno capito bene: negli ultimi dieci anni hanno riempito la rete di contenuti d’odio e ideologie. Sicuramente, a sinistra serve impegno nel tradurre i desideri di cura in programmi politici. Siamo sia ottimisti che pessimisti. Risultati come quello di Mamdani e le vittorie dei socialisti fanno ben sperare. In più emergono i verdi e alcune varianti dentro la sinistra, come Sheinbaum e Burnham. Tuttavia, questi successi vanno letti in un quadro globale, in cui alcuni degli uomini più ricchi al mondo supportano apertamente agende politiche di stampo fascista.

Vi hanno criticati perché la vostra idea di cura sarebbe troppo ampia – salute, bambini, anziani, consumi, animali, ambiente – e tale ampiezza farebbe perdere di vista le singole battaglie per i diritti. Come rispondete?

Il punto non è creare competizione fra le battaglie ma trasformare la cura in un paradigma politico. Per questo puntiamo sulla centralità del supporto pubblico nella facilitazione del lavoro di cura, a iniziare da casa, trasporti, formazione e pensando a tutte le risorse utili per i caregiver. La logica dei profitti contrasta questo progetto: è proprio questa logica, non a caso, ad averci guidati dritti in un’atmosfera distopica da fine del mondo. Seguiamo la scia di pensatrici come Judith Butler, Joan Tronto, Naomi Klein che hanno insistito sulla centralità della cura per la vita democratica.

Nel testo, c’è una chiamata di fondo un po’ in stile «donne/caregiver di tutto il mondo, unitevi!» – quando descrivete l’importanza di uno sguardo globale sulle politiche della cura. Visione opposta a quella di Musk, che addita la cura come principale debolezza della civiltà occidentale. Quale forma dovrebbe avere una rivoluzione?

Crediamo ancora nell’importanza di riconoscere la nostra ineluttabile interdipendenza come esseri viventi. Rispetto alla prima edizione, siamo sempre più consapevoli del fatto che è proprio il desiderio di una prosperità condivisa tra esseri umani e non umani a essere strumentalizzata e trasformata in un’arma da figure mostruose come Musk. La cura per il destino dell’umanità è presentata come un’idiozia morale: non serve commentare. Il suo monito contro quella che chiama “empatia suicida” appare ancora più assurdo se consideriamo ciò che viene proposto in alternativa: odio e divisione. I nuovi plutocrati non si limitano a sfruttare impunemente chiunque e qualsiasi cosa: sono diventati deliberatamente antiumani. La posta in gioco si è alzata: per continuare a lottare per la cura, dovremo guardare ai nostri progressi insieme alle perdite, alle caratteristiche del momento che viviamo e alla crescita di nuove fonti di potere: questa è la strada da seguire, senza paura.

(il manifesto, 22 ottobre 2026)

Il rovesciamento delle cause e degli effetti è da sempre un caposaldo del discorso sulla violenza politica (e impolitica, e prepolitica). In una intera giornata di lettura dei giornali e di ascolto della tv non ho mai, mai una volta (due eccezioni: Massimo Cacciari e Daniele Vicari), sentito nominare la guerra, il riarmo e la catastrofe climatica (qualcuno balbetta qualcosa al massimo sull’inflazione e sul costo della vita) fra i fattori violenti e generatori di violenza del nostro tempo. Tanto meno le politiche repressive dei governi (in Italia siamo all’ottavo decreto sicurezza). O il disfacimento dell’Unione europea, per vent’anni spacciata come faro luminoso del romanzo di formazione della “generazione Erasmus” e seguenti. La violenza sociale non nasce mai dal nulla, nasce sempre come risposta alla violenza di Stato – politica, economica, ormai anche militare – e all’occlusione delle prospettive di futuro. Sorprende piuttosto la sorpresa di fronte all’esplosione di quello che sta esplodendo. Ma davvero qualcuno pensava che tutto, dal caro-vita al caro-benzina al caro-casa al disfacimento della scuola, dalla militarizzazione dell’Europa al genocidio di Gaza, dal caldo assassino dell’estate scorsa alla cappa inquinata che sovrasta le città, potesse passare liscio? Davvero qualcuno pensa che il contrasto stridente fra ricchezza sfacciata e impoverimento progressivo potesse non accendere la miccia degli espropri nei salotti del lusso? o non provocare la rivolta di chi ha in mano la produzione del cibo che (ancora) ci sfama? Davvero qualcuno pensava che tutto questo potesse restare compresso e represso, o esprimersi in forme educate e perbene? E davvero qualcuno si stupisce che un dibattito pubblico degenerato a livelli mai visti nella storia della Repubblica potesse non generare forme di violenza giovanile muta, senza articolazione linguistica e politica? Luisa Muraro chiamava, senza ombra di denigrazione o disprezzo, “corpo sociale selvaggio” quello che vive, e talvolta esplode, ai margini o al di fuori dalla sintesi sociale. Faremmo bene, d’ora in poi, a cercare di decodificarne con un po’ di umiltà il vocabolario della rivolta.

(Facebook, 20 ottobre 2026)

Da poco più di sei mesi sono immersa nel lavoro del lutto per la perdita del mio amatissimo marito. Sergio ha trascorso l’ultima settimana della sua vita nel reparto delle cure palliative e io mi sono trasferita lì con lui e ho portato nella stanza dei fiori, alcuni suoi disegni, i suoi colori, dei libri.

Dopo un paio di giorni in cui ancora era cosciente e mi parlava è caduto in un sonno sereno e profondo dal quale sapevo non si sarebbe più risvegliato. Lo guardavo, gli accarezzavo il viso, ero in relazione solo col suo respiro e con il suo cuore così malandato che ostinatamente continuava a battere. Non se ne voleva andare, lo so. Lo diceva anche la dottora che lo assisteva: «È una fibra forte, vuole restare con noi». Dove ero io e dove era lui? Entrambi sospesi in una situazione irreale, in qualcosa di insostenibile. C’era in me quella alterazione dell’io investito dall’alterità dell’altro di cui ha parlato Ida Dominijanni e, nell’accompagnamento alla morte e in quel lutto continuo, la perdita dei confini tra sé e la persona amata. Piangevo e da allora non ho più smesso di piangere. E insieme alle lacrime una rabbia tremenda. Ero arrabbiata con la vita, con le strutture sanitarie, con le infermiere che la mattina in cui mio marito è morto mi hanno obbligata a lasciare in fretta la stanza che doveva essere liberata, sanificata. E io dovevo sbrigarmi, andare alla SVS per le onoranze funebri, andare dal tabaccaio per pagare certe tasse al comune, in banca a fare dei bonifici. Senza un attimo di tregua. Mi sono sentita espropriata della sacralità della morte, della contemplazione del mistero che quando la vita se ne va avvolge il volto di colui che non c’è più e che io ho contemplato sul volto di mia madre quando è morta. Ma lei è spirata in casa dove tutto avveniva nella calma, nel silenzio. Sergio desiderava che al suo funerale ci fosse la musica e io ho esaudito il suo desiderio. C’era tantissima gente a dargli l’ultimo saluto e gli amici musicisti, ma prima della musica io volevo un momento di raccoglimento, parole di commiato. Non è stato possibile perché i morti da cremare erano tanti e ancora bisognava fare in fretta, sbrigarsi. Il mio odio aumentava, ma l’odio – e l’ho capito grazie alla mia analista – rischiava di bloccare il lavoro del lutto, il processo di simbolizzazione necessario a portare Sergio dentro di me. Il suo funerale tornava nei miei sogni e sapevo nel sogno che esso era già avvenuto ma era necessario rifarlo e farlo bene. Sul lungomare di Livorno, ad Antignano, c’è una scalinata che scende fino al mare e lì, affidate alle onde, ci sono centinaia di pietre con incisi i nomi delle persone amate e perdute. Questo rito bellissimo è nato anni fa dal gesto di un uomo, Mario Bartoli, che dopo aver perso un figlio di diciassette anni ha preso una pietra, vi ha inciso il nome del suo ragazzo e l’ha posata nel mare. Da allora come per contagio quelle pietre si sono moltiplicate e il Mare dei Ricordi è diventato un luogo di compianto, di preghiera, di memoria. Così ho chiamato Mario e gli ho chiesto di incidere una pietra con il nome di Sergio, anzi con il suo nome d’arte di pittore e con il quale voleva essere ricordato, “Manolesta”.  Il 18 agosto lui avrebbe compiuto settantanove anni e abbiamo scelto quel giorno per onorare la sua nascita e rendergli omaggio. Con la famiglia, le amiche e gli amici ci siamo ritrovati poco prima del tramonto alla scalinata, mio nipote Elia ha posato sul fondo marino la pietra, io ho gettato nell’acqua dei girasoli, i suoi fiori preferiti. Una cerimonia commovente, festosa, magica. Abbiamo brindato con del vino bianco alla vita che lui tanto amava e invocato il suo nome. L’urna con le ceneri di Sergio me la sono portata a casa tuttavia ogni tanto sento il bisogno di andare a trovarlo al Mare dei Ricordi, di guardare la sua pietra che come le altre affiora tra onde, alghe e pesciolini. Custodisco in me, come un bene prezioso, le immagini dell’ultima settimana vissuta con Sergio alle palliative: il suo respiro, il suo volto composto e sereno, le mie carezze. Lui stava morendo eppure in questo ricordo c’è qualcosa di vivo, di palpitante. Non so spiegarlo ma è qualcosa che sento. C’è una parte enigmatica nel lavoro del lutto, nello sporgersi verso il vuoto, l’assenza dell’altro ma è proprio a partire dalla perdita, accogliendola, che si possono generare legami d’amore. Con le persone care, con la vita, col mondo. Una sera di luglio ero seduta sul divano, guardavo un film e a un certo punto ho sentito Sergio. Era lì, davanti a me, intravedevo la sua figura ma soprattutto ne avvertivo la presenza. In maniera fortissima. Era con me, era venuto a trovarmi. Pochi attimi come il battito di ali di una farfalla o forse di un angelo. Era il battito del suo spirito, un dono. 

Intervista alla filosofa e attivista catalana, il 24 a Perugia ospite del festival «Kum!». «Oggi, fenomeni come la polarizzazione, il linciaggio pubblico e l’ostilità, attirano la nostra attenzione»

Per Marina Garcés il pensiero comincia quando prende posizione nel mondo. Intellettuale, attivista catalana e docente di Filosofia morale e politica all’Università di Girona, nei suoi numerosi saggi ha intrecciato la riflessione teorica con esperienze di ricerca condivisa. Dal 2002 ha animato Espai en Blanc, laboratorio collettivo nato a Barcellona; partecipa al progetto di Xamfrà, nel quartiere del Raval, dove il programma radiofonico L’amic imaginari ha fatto delle storie di amicizia un terreno di conversazione e indagine comune.

Garcés sarà tra le ospiti della decima edizione di Kum! (Palazzo dei Priori di Perugia, 24 ottobre, ore 14:30) con una lectio sul rapporto tra adulazione e violenza, dalle antiche pratiche di corte ai social network e all’“adulazione programmata” dei chatbot.

Si era già soffermata sul concetto di “sycophancy”, l’adulazione servile, in relazione alla servitù volontaria. Ora ne ripercorre le radici storiche fino alla intelligenza artificiale. Che cosa ci dice l’adulazione sulle nuove forme della servitù e del potere nell’ambiente algoritmico? E quale peso ha, nella violenza del presente, la progressiva scomparsa dell’alterità?

Ci troviamo in un momento in cui fenomeni come la polarizzazione, il linciaggio pubblico e l’ostilità attirano particolarmente la nostra attenzione. Si tratta di aspetti di una violenza sociale generalizzata, radicata in comportamenti sia intimi che istituzionali. Nel frattempo, però, nelle nostre vite si è infiltrato un agente gentile, una voce che ci tratta bene, che ci valorizza partendo dalle nostre domande, dai nostri interessi o dalle nostre preoccupazioni. Si tratta delle chat basate sull’intelligenza artificiale che, a livello di singolo utente, abbiamo tutti sui nostri dispositivi digitali, pronte per ogni tipo di utilizzo. In esse troviamo ascolto, risposta, gratitudine e, soprattutto, riconoscimento.

Tuttavia, ne parliamo poco, o solo quando emergono comportamenti patologici, come la dipendenza, la tendenza al suicidio o il delirio. Possiamo fermarci a riflettere “prima” della patologia, per cercare di capire cosa accade attraverso l’integrazione quotidiana dell’adulazione algoritmica? La questione mi interessa perché ci colloca nel filone della riflessione filosofica e politica sull’adulazione come elemento centrale nelle relazioni di sottomissione al potere attraverso i giochi che ruotano attorno alla verità.

Nel suo saggio “Comprensión y reparación” (2019) riconosce alla elaborazione femminista il merito di aver posto la vulnerabilità e l’interdipendenza al centro della cura, ma introduce uno spostamento: siamo vulnerabili e possiamo essere feriti, tuttavia siamo anche capaci di ferire. Perché una filosofia della cura deve necessariamente affrontare anche la nostra capacità di fare del male?

Tutta la riflessione sulla vulnerabilità si è orientata verso la prospettiva della vittima. Ciò comporta il rischio, molto evidente ai nostri giorni, di trasformare la vittimizzazione in un argomento di forza. È un paradosso, ma non una contraddizione. La mia argomentazione non si inserisce in una tensione tra istanze di colpa, poiché l’attribuzione di colpa è l’altra faccia della vittimizzazione. Mi interessa piuttosto concepirci come soggetti delle nostre stesse azioni, sia nella loro dimensione attiva che passiva. Si tratta di restituirci la capacità di creare e agire, di decidere e valutare.

Non siamo solo corpi colpiti e reattivi, la reazione diventa facilmente reazionaria. Quello che dobbiamo riuscire a pensare è quali azioni, pur causando danno, facciano parte di un antagonismo emancipatorio e quali siano, semplicemente, reazioni imprigionate dal dolore.

In questa sua riflessione critica lei si domanda se, di fronte a una società che produce continuamente nuove vulnerabilità e nuove ferite, la cura rischi di ridursi a una sorta di “riparazione palliativa”. Come possiamo “prenderci cura” senza limitarci ad aggiustare i danni prodotti dalle stesse condizioni sociali che continuiamo a riprodurre?

L’espressione “prendersi cura” ha molti significati, ma sembra che ne abbiamo ridotto il senso a un’azione riparatrice o protettiva, volta ad attenuare gli effetti di un danno precedente. Tuttavia, prendersi cura significa anche coltivare (prendersi cura della terra), allevare (prendersi cura dei più piccoli), mantenersi in salute, anticipare qualcosa. Le relazioni legate alla cura sono molteplici e si muovono liberamente nel tempo e nello spazio, tra ciò che è già accaduto e ciò che deve ancora avvenire.

È un concetto relazionale che ci invita a guardare a noi stessi attraverso i legami con altre presenze, umane o non umane, passate o future. Non credo che dobbiamo concentrare tutta la nostra riflessione sull’azione e sul possibile nella cura, perché il nostro potere di esistere ha un repertorio di espressioni molto più ampio. Ma mi interessa e mi sta a cuore che, in un mondo che fa del male, non facciamo della cura una scusa per il ripiegamento su noi stessi.

In “Il nuovo illuminismo radicale” (2017, Nutrimenti 2019) parlava di una “condizione postuma” segnata dall’impotenza: «sappiamo tutto, ma non possiamo nulla». Oggi, di fronte all’avanzata delle destre, dei fanatismi e delle teorie del complotto, quella diagnosi sembra acquistare nuova forza. Eppure, in “Il tempo della promessa” (2023, Castelvecchi 2024), cerca di sottrarre il futuro tanto al progresso quanto alla catastrofe. Che cosa può ancora fare una promessa?

Per me, la forza di una promessa non è quella di garantire un futuro, bensì quella di creare un impegno nel presente. Le promesse non sono progetti con una clausola assicurativa o con una sezione dedicata alla gestione dei rischi. Tutto il contrario: se qualcosa merita di essere promesso è perché ci impegna con coloro che sono disposti ad accogliere come valida quella promessa. Dire questo in tempi di banalizzazione e mercificazione del linguaggio della promessa può sembrare ingenuo o illusorio. Eppure, se il marketing politico e commerciale si appropria di questo linguaggio è perché ne conosce il potere. Lo hanno compreso anche i grandi discorsi religiosi e politici ed è per questo che tutta la civiltà occidentale si è fondata sul monopolio della promessa da parte di Dio e dello Stato. Quello che esploro sono le possibilità di una promessa emancipatrice che, lontano dai monopoli della promessa dei poteri sovrani, ci permetta di darci la parola tra pari.

In “Occupare la speranza” (2018, Castelvecchi 2024) racconta la sua esperienza nei movimenti sociali di Barcellona, dalle occupazioni alle lotte contro la speculazione e per il diritto all’abitare, e si interroga sull’emergere di un “noi” attraverso la difesa dei quartieri. Che cosa vuol dire, soprattutto oggi, abitare una città e quale importanza ha una pratica politica capace di produrre quel “noi” di una vita in comune?

Penso che oggi ci sia poca differenza tra vivere in città o in altri contesti, rurali o suburbani. Le emergenze climatiche, abitative ed economiche che si abbattono sulle nostre vite raggiungono tutti i luoghi allo stesso modo, anche se assumono forme e intensità diverse.

Le disuguaglianze non hanno tanto a che fare con l’ambiente quanto con le condizioni materiali, culturali e giuridiche che separano quartieri, territori e persone. La questione del “noi” si complica quindi, poiché vi è un “tutti” colpito dalle emergenze che non si traduce in un “noi” politico. C’è una distanza, un divario, che si manifesta a scatti.

Ora possono essere gli sfrattati in Spagna, gli studenti in Francia, i migranti a Ceuta, eccetera. Ma come andare oltre questa logica dell’emergenza e dell’irruzione? Questa è la grande difficoltà del nostro tempo, poiché fa sì che il collettivo, che prende corpo in questi fenomeni, sia ben lontano dal poter sostenere una vita in comune.

Nel volume “La passione degli estranei. Una filosofia dell’amicizia”, disponibile dal 23 ottobre, si sofferma sull’incontro con gli altri, che bisogna reinventare continuamente. In che modo questo «legame senza garanzie» può opporsi al consumismo delle relazioni?

L’amicizia è sempre stata sullo sfondo delle mie riflessioni sul comune e nel cuore delle mie esperienze collettive. Non mi riferisco all’amicizia privata, ma all’amicizia come condizione affettiva e politica di un tipo di legami reciproci che non dipendono né dall’istituzione né dalla strumentalizzazione. In La passione degli estranei (Castelvecchi, traduzione dal catalano di Stefano Puddu Crespellani, ndr) affronto questo tipo di relazione come qualcosa che non passa attraverso il riconoscimento né attraverso l’identificazione, ma attraverso l’estraniamento.

Da Enkidu, l’amico di Gilgamesh nel poema mesopotamico, fino al nostro più recente E.T., l’extraterrestre, l’apprendimento dell’amicizia è quello di quegli incontri che ci fanno uscire dai contorni del nostro mondo conosciuto e alterano profondamente ciò che sapevamo delle nostre vite. In questo senso, il libro è anche un avvertimento rispetto alla nuova romanticizzazione dell’amicizia perfetta, che sta entrando con forza, soprattutto tra i più giovani.

 (il manifesto, 18 ottobre 2026)

Un anno fa il marchio di cosmetici Elemis ha annunciato che avrebbe cominciato a fare pubblicità attraverso la scuderia di Formula 1 Aston Martin. La Elemis è nota soprattutto per un prodotto definito un balsamo detergente, dalla consistenza grassa e pastosa che serve a rimuovere il trucco. La Aston Martin, dal canto suo, è famosa soprattutto per essere la peggiore scuderia di Formula 1 e per appartenere al miliardario canadese Lawrence Stroll, che si ostina a voler schierare tra i piloti della squadra anche suo figlio, Lance Stroll, che finisce contro il muro praticamente in ogni gara.

Quando la Elemis e la Aston Martin hanno cominciato a “lavorare insieme”, come si usa dire oggi se un’azienda acquista spazi pubblicitari da un’altra, l’annuncio è stato fatto in pompa magna. Rivolgendosi ai propri follower su LinkedIn (in gran parte donne), la Elemis ha proclamato: «Elemis è il primo marchio in assoluto a diventare partner ufficiale per la cura della pelle della scuderia Aston Martin Aramco di Formula 1. Ora che le donne rappresentano il 40 per cento del pubblico della Formula 1, siamo orgogliosi di contribuire a valorizzare un pubblico sempre più diversificato e a promuovere l’inclusività in un settore nuovo».

La cosmetica ha una caratteristica sempre più rara nel capitalismo moderno: margini di profitto che possono arrivare al 90 per cento per cento

Ci sarebbe molto da dire. La disinvolta citazione dello sponsor principale della scuderia, l’azienda petrolifera statale saudita Aramco, è di per sé sconcertante, visto che in Arabia Saudita fino al 2018 alle donne era vietato guidare. Ma la ciliegina sulla torta è la pretesa che la pubblicità della Elemis possa contribuire alla mia “emancipazione” e “inclusione” in quanto donna appassionata di Formula 1.

Ho ripensato al connubio Aston Martin-Aramco-Elemis la settimana scorsa, quando sono entrata in un negozio di una nota catena di profumerie a Copenaghen. Appena varcata la soglia, sono stata investita da un frastuono assordante. Ero circondata da bambine. Erano tutte molto carine, ridevano e chiacchieravano tra loro. Ma erano, inequivocabilmente, bambine. Il mercato dei prodotti per la cura della pelle e dei cosmetici destinati alle preadolescenti tra gli otto e i dodici anni vale attualmente circa 3,8 miliardi di dollari, ma secondo le previsioni di società di analisi come la Market Intel è destinato a raggiungere gli 8,1 miliardi entro il 2034. I negozi di prodotti di bellezza sono ormai diventati negozi di giocattoli.

Non è un caso. Il settore della cosmetica ha una caratteristica sempre più rara nell’attuale fase del capitalismo moderno: margini di profitto che possono arrivare fino al 90 per cento. Con i televisori, per esempio, non si va oltre il 30 per cento. Questo perché produrre cosmetici costa pochissimo e i consumatori sono disposti a pagarli a caro prezzo. In fondo si tratta di acqua, polveri o sostanze grasse colorate. Basta confezionarli in un bel contenitore di plastica, di un colore accattivante e metterli nelle mani di un’influencer o di un personaggio famoso. In poche parole, vendere il mascara a una bambina di nove anni rende più che venderle dei Lego.

Perfino artiste affermate sembrano non trovare nulla di problematico nel mettersi al suo servizio. Icone della generazione millennial come l’attrice Emma Watson, la modella e scrittrice Emily Ratajkowski e la cantante Dua Lipa sono note per le loro posizioni femministe, i loro club del libro e le loro acute riflessioni sulle difficoltà che affrontano le ragazze. Emma Watson è il volto dei profumi Prada, Emily Ratajkowski dei prodotti per capelli Kérastase e Dua Lipa è l’ambasciatrice globale del make-up (che cosa vorrà mai dire?) di Yves Saint Laurent. Lipa ha anche collaborato con l’azienda di cosmetici Augustinus Bader alla creazione di una crema che «rassoda la pelle e ne migliora l’elasticità, contrastando le linee sottili, le rughe e le discromie visibili, per una pelle che si mantiene giovane a lungo».

Anche le attrici che si dichiarano apertamente “sostenitrici delle donne nel mondo dell’arte” non rinunciano a incassare la loro quota: Cate Blanchett (profumi Giorgio Armani), Natalie Portman e Charlize Theron (Dior). Perfino la politica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha partecipato a un video per Vogue in cui mostrava la sua routine di bellezza. In apertura dichiara: «La femminilità è potere». È difficile capire cosa significhi esattamente, ma il messaggio che ci leggo io è che, in qualche modo, le donne a cui non interessa essere femminili e belle sono meno meritevoli di avere potere.

Quando mi dicono che la pubblicità di un balsamo detergente su un’auto da corsa contribuisce alla mia emancipazione, so che si tratta di un’affermazione grottesca. Le bambine però non lo sanno. A luglio la scrittrice Alexandra Brodsky ha scritto nella sua newsletter su Substack: «Mi manca tanto l’internet femminista. Negli anni Dieci davo per scontato quel vivace ecosistema di pubblicazioni femministe indipendenti. Insieme riuscivamo a raggiungere tantissime persone. Ora tutto questo non esiste più». Sono cresciuta con Brodsky. Scriveva per il sito feministing.com, che si occupava di cultura e politica da una prospettiva femminista. È grazie a siti come quello se so che L’Oréal non è mia amica, che la Clinique non mi vuole bene e che un illuminante non farà emergere la “luce che ho dentro”.

Naturalmente noi ragazze della generazione millennial non siamo state risparmiate dalle ansie legate all’aspetto fisico, ma molte di noi hanno sviluppato un sano scetticismo, una vena sarcastica che ci ha fatto almeno un po’ da scudo. Guardando le ragazzine in quel negozio non ho visto alcuna traccia di questo distacco ironico. I messaggi pubblicitari richiamano concetti cari alle femministe: «Decidi tu chi essere!», «Siamo tutti belli!». Ma i prodotti raccontavano un’altra storia: nascondono i pori, attenuano le rughe, donano luminosità.

A causa del cosiddetto effetto cocktail, le preadolescenti corrono un rischio maggiore che le sostanze nei cosmetici per la pelle luminosa provochino alterazioni ormonali a lungo termine. Un recente test condotto in Scandinavia ha dimostrato che un terzo dei prodotti di bellezza commercializzati specificamente per bambine e bambini non è sicuro per la loro salute.

Mentre ero in quel negozio, ho provato una tristezza esistenziale così profonda da togliermi il fiato. Quelle bambine avevano instaurato un rapporto intimo con aziende che le stavano avvelenando, in senso tanto letterale quanto figurato.

Nonostante tutto il parlare di cultura woke, è difficile non concludere che, sotto molti aspetti, oggi per una ragazza crescere è diventato ancora più difficile. La pubblicità si è insinuata in ogni aspetto della vita delle giovani, sentirsi “forti” è diventato sinonimo di sentirsi “belle” e siamo sottoposte a un assalto incessante d’immagini che propongono un unico modello estetico come il solo accettabile. E non c’è più alcun argine. I mezzi d’informazione femministi indipendenti hanno chiuso e sono stati sostituiti da singole voci come la mia, che usano piattaforme finanziate proprio dalla pubblicità che cercano di criticare, lanciando messaggi nel vuoto. Vedere artiste che ammiro equiparare con tanta naturalezza la bellezza al valore di una persona mi sembra una resa totale, niente più integrità, niente più speranza. È una farsa.

La pubblicità dei cosmetici ha un unico scopo: alimentare sentimenti d’inadeguatezza e la sensazione che manchi qualcosa nelle persone, soprattutto nelle donne. Sfruttare in questo modo la propria fama e l’ammirazione del pubblico è inquietante, e l’avidità che sta alla base di tutto questo meriterebbe disprezzo e condanna. Oggi non si coglie nemmeno la valenza politica del fatto che un’artista come Dua Lipa dica ai milioni di sue giovani fan che le discromie della pelle e le rughe sottili sono imperfezioni da “combattere”.

Nel mondo dei motori, come nella maggior parte degli sport di élite, le donne sono sottorappresentate, sottopagate, sottovalutate e via dicendo. Ma quelle due ore che io e il 40 per cento di pubblico femminile dedicavamo alla Formula 1 ogni due fine settimana fino a poco tempo fa erano uno dei rari momenti in cui potevamo divertirci senza che, almeno per un breve istante della nostra vita, qualcuno ci dicesse che eravamo brutte.

(Internazionale, 16 ottobre 2026)

Anche quest’anno Donald Trump ha visto il premio Nobel per la pace sfuggirgli di mano. E, dalla sua prospettiva, il peggio è che gliel’ha soffiato Navanethem “Navi” Pillay, ottantacinque anni, che rappresenta tutto ciò che lui respinge. Dopo una lunga carriera come avvocata e giudice in Sudafrica, suo paese d’origine, e successivamente ai vertici delle istituzioni giudiziarie internazionali, la magistrata simboleggia la contrapposizione tra il diritto internazionale e il ricorso alla forza.

Il 9 ottobre il comitato norvegese per il Nobel ha reso omaggio a una donna che, «con coraggio e integrità eccezionali, ha aperto la strada a un ordinamento giuridico più solido». È stata premiata per «l’impegno a favore della pace e del diritto internazionale», in un momento storico in cui «i giudici e le istituzioni del diritto internazionale sono sotto attacco».

In un comunicato il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, si è rallegrato del riconoscimento a «una paladina del diritto internazionale e dei diritti umani, e una voce decisa e indipendente in alcuni dei procedimenti giudiziari internazionali più importanti della nostra storia».

«Se applaudite ancora un po’, dividerò il premio con Trump!», ha scherzato Pillay nel ricevere la notizia. Al momento dell’annuncio «stava partecipando a una conferenza nell’aula 600 del tribunale di Norimberga», la stessa dove ottant’anni prima erano stati processati i gerarchi nazisti dopo la seconda guerra mondiale, racconta Cécile Aptel, che si trovava con lei. Aptel era consigliera di Pillay quando guidava l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (2008-2014). «Non sapeva neanche di essere candidata», dice commentando il premio.

Come si vede in un video sui social media, in un discorso improvvisato Pillay ha ricordato: «L’ultima cosa che ho fatto è stato il rapporto su Gaza in cui si dice che quello che sta avvenendo è un genocidio». Il 16 settembre 2025 una commissione d’inchiesta, da lei presieduta, dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva presentato un rapporto esplosivo. «È chiaro», aveva detto la magistrata, «che esiste un’intenzione di distruggere i palestinesi di Gaza attraverso atti che corrispondono ai criteri stabiliti dalla Convenzione» sul genocidio.

Se esistesse «un premio per le menzogne e l’odio», sarebbe lei a vincerlo, ha fatto sapere il 9 ottobre il ministero degli esteri israeliano, secondo cui «il comitato del Nobel ha premiato la più grande menzogna del ventunesimo secolo. Joseph Goebbels (1897-1945) starà sicuramente applaudendo dall’inferno». Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha definito Pillay “fanatica”, aggiungendo che “demonizza gli ebrei”.

Di tutt’altro tenore la reazione del ministero degli esteri palestinese, che ha accolto con favore la scelta: «Nel corso della sua brillante carriera, ha cercato la verità e difeso i diritti degli oppressi in Sudafrica e in tutto il mondo, compresa la Palestina, con integrità, coraggio e onore».

Arrivano le sanzioni

Mentre da Mosca a Washington, da Tel Aviv a Teheran, da Al Fashir, in Sudan, a Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, il diritto internazionale è calpestato e le sue istituzioni subiscono numerosi attacchi, il Nobel rappresenta tutto quello che l’amministrazione Trump e il governo Netanyahu vorrebbero “smantellare”. Figura molto nota in questo ambiente, Pillay rivendica il suo essere un’“universalista”.

Dall’inizio del 2025 tredici giudici e procuratori della Corte penale internazionale (Cpi) sono stati colpiti dalle sanzioni statunitensi. Poche ore dopo l’annuncio del Nobel, il segretario di stato Marco Rubio ha annunciato che Washington aveva deciso nuove sanzioni direttamente contro la Cpi, il tribunale in cui Pillay ha prestato servizio come giudice dal 2003 al 2008. È la prima volta che succede, prima era stati sanzionati solo i singoli giudici.

Da mesi l’amministrazione Trump chiede l’annullamento dei mandati d’arresto emessi dalla Cpi nel novembre 2024 nei confronti di Netanyahu e del suo ex ministro della difesa, Yoav Gallant.

E Washington non è da sola in questo attacco alla Cpi: l’8 ottobre la Russia ha chiesto l’estradizione di nove giudici della corte e dell’ex procuratore Karim Khan. Alla fine del dicembre 2025 erano stati condannati in contumacia da un tribunale di Mosca a pene comprese fra i tre e i quindici anni di reclusione, di cui sei anni in una colonia penale per Khan.

Dall’apartheid al Ruanda

L’impegno di Navanethem Pillay è emerso fin dall’inizio della sua carriera professionale. «Ha fatto un percorso straordinario dimostrando un coraggio eccezionale», dice Aptel. «Era una giovane povera di una famiglia indiana della provincia del KwaZulu-Natal, diventata avvocata nel Sudafrica dell’apartheid e arrivata a presiedere una commissione d’inchiesta su una questione estremamente delicata. Oggi dedica il suo premio alle vittime e ai sopravvissuti».

Nata nel 1941 a Durban, in una famiglia tamil, Pillay riuscì a frequentare l’università grazie al sostegno della comunità indiana, che contribuì a pagarle gli studi. Ai tempi dell’apartheid gli indiani erano considerati appena un gradino sopra i neri e i coloured, ma erano comunque sottoposti al rigido regime di “sviluppo separato” imposto dai nazionalisti afrikaner al potere. Luoghi di residenza, professioni, spostamenti, accesso alle spiagge, ai ristoranti e ai trasporti: tutto era regolamentato.

Pillay s’inserisce anche nella tradizione di grandi giuristi che hanno portato avanti la lotta contro l’apartheid, come Nelson Mandela. Nel 1952 lui e Oliver Tambo furono i primi sudafricani neri ad aprire uno studio legale.

Dopo la laurea, nel 1965, aprì il suo studio da avvocata. «Non avevo scelta», ha raccontato alla Bbc nel 2008. «Nessuno voleva assumermi. Dicevano che era impensabile che i dipendenti bianchi ricevessero ordini da una persona non bianca». In quegli anni difese gli attivisti antiapartheid arrestati dal governo, denunciò le conseguenze della tortura e dell’isolamento dei prigionieri politici e ottenne condizioni migliori per quelli che erano reclusi a Robben Island, tra cui Nelson Mandela. Dopo l’avvento della democrazia e l’elezione di Mandela a presidente nel 1994, diventò la prima donna non bianca a far parte dell’alta corte del Sudafrica.

Nel 1996 Pillay fu nominata al Tribunale penale internazionale per il Ruanda, istituito dalle Nazioni Unite per giudicare i crimini commessi durante il genocidio dei tutsi, che nel 1994 aveva causato circa un milione di morti. Fu fra i tre magistrati che il 2 settembre 1998 pronunciarono la prima condanna per genocidio emessa da un tribunale internazionale nei confronti di Jean-Paul Akayesu, che all’epoca del genocidio era sindaco di Taba, un comune del Ruanda centrale. Successivamente Pillay ha presieduto per quattro anni il tribunale internazionale sul Ruanda. Oggi è giudice in un procedimento avviato dal Gambia davanti alla Corte internazionale di giustizia (Cig), il massimo organo giudiziario dell’Onu, contro la Birmania, accusata di violare la Convenzione sul genocidio prendendo di mira la minoranza rohingya.

L’assegnazione del premio Nobel per la pace a questa autorevole giudice internazionale è stata accolta con favore dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il cui paese è stato ripetutamente attaccato dall’amministrazione Trump da quando, nel dicembre 2023, ha presentato un ricorso contro Israele davanti alla Cig, accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio. «Il riconoscimento che le viene conferito ci ricorda la necessità di costruire una società in cui ognuno, indipendentemente dalla sua condizione, possa sviluppare le proprie capacità e contribuire pienamente alla vita del nostro paese e del mondo», ha detto Ramaphosa.

(Internazionale, 16 ottobre 2026)

L’Argentina simbolo della “marea verde”, diventata un punto di riferimento internazionale dopo avere legalizzato l’aborto fino alla quattordicesima settimana di gravidanza, oggi è il laboratorio di una reazione conservatrice che vuole ridimensionare i diritti ottenuti dai movimenti femministi.

Sotto il governo del presidente Javier Milei, il diritto all’aborto è oggetto di continui attacchi. I programmi statali per la tutela della salute riproduttiva, come l’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole e le iniziative per prevenire le gravidanze tra le adolescenti sono depotenziati o sono stati smantellati. Il Paese considerato un’avanguardia per le politiche sulla giustizia riproduttiva è diventato il terreno in cui la destra e i movimenti anti-scelta si organizzano «di fronte alla perdita dei loro privilegi», afferma Valeria Alejandra Lazarte, attivista per il diritto all’aborto a Santiago del Estero.

Al pari di altri governiin America Latina, Milei sta portando avanti una “battaglia culturale” contro la cosiddetta “ideologia gender” in cui rientrano anche i diritti sessuali e riproduttivi. Il presidente è contrario all’aborto che ha definito «un omicidio aggravato dal vincolo familiare». Ad agosto ha affermato che «quella passione per assassinare bambini» sta facendo calare le nascite, nonostante i dati non dimostrino tale correlazione. Nello stesso mese, tramite il ministro degli Esteri Pablo Quirno, l’esecutivo ha firmato la Dichiarazione del Consenso di Ginevra, iniziativa internazionale che nega il diritto all’aborto e che considera la famiglia naturale l’unità fondamentale della società.

Il governo nazionale ha smesso di acquistare, e distribuire alle province, il misoprostolo e il mifepristone, i farmaci raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’aborto farmacologico. «Non può abrogare la legge sull’aborto, sostenuta da gran parte della popolazione, così adotta strategie silenziose come definanziare. Nella fase di impoverimento che stiamo vivendo, in cui i governi delle province non hanno molte disponibilità economiche, farlo non è affatto una cosa da poco», dice Mercedes Krause, sociologa e ricercatrice presso la facoltà di Scienze sociali dell’Università di Buenos Aires. Come parte del progetto “Mirar”, Krause studia le barriere nell’accesso alla IVG [interruzione volontaria di gravidanza, ndr]. «Rispetto al passato, la situazione è molto più eterogenea e sono aumentate le disuguaglianze tra i territori», prosegue. La possibilità di abortire dipende dalle scelte dei governi provinciali, ma non tutti hanno le risorse e l’esperienza necessaria per riempire i vuoti lasciati dall’alto. O la volontà politica di farlo, soprattutto nei casi delle province conservatrici in cui ha un peso maggiore «la componente ideologica e religiosa», conclude Krause.

Le conseguenzedella mancanza di medicinali ricadono sulle pazienti che vengono spesso informate dell’obbligo di acquistarli privatamente. I costi variano e la combinazione di misoprostolo e mifepristone può arrivare fino a 300mila pesos argentini (circa 170 euro). Il ritiro dello Stato rispetto al suo ruolo di garante del diritto alla salute sta trasformando l’accesso all’aborto in un processo condizionato anche dalle disponibilità delle singole persone, aggravando le disuguaglianze socioeconomiche. Nel rapporto El costo de la retirada, Amnesty International spiega come questo clima di tensione si rifletta sul personale sanitario non obiettore di coscienza che si trova in una situazione segnata da sovraccarico lavorativo e forte stress. «Con l’insediamento di Milei sono cambiati il governo provinciale e la direzione dell’ospedale, passata a un pediatra contrario all’aborto. Da quel momento è iniziata una sorta di caccia alle streghe», racconta Carolina Comaleras, ostetrica e attivista femminista. Ha dedicato la sua professione ad accompagnare chi vuole interrompere la gravidanza e per oltre vent’anni ha lavorato in un ospedale pubblico di Paraná, nella provincia di Entre Ríos, dove era riuscita ad aprire un ambulatorio dedicato all’aborto.

Sotto il governo di destra, il clima è cambiato: «Il nuovo direttore ha detto che non avrebbe più comprato farmaci per praticare aborti e il suo approccio ha cominciato a prendere piede. Anche molte colleghe condividevano questa posizione ed è stato sempre più evidente un atteggiamento discriminatorio. La sensazione era come se “loro”, le nuove persone della dirigenza, fossero arrivate per mettere in ordine», spiega Comaleras.

Con Milei non sono stati più elaborati rapporti istituzionali sull’accesso all’IVG e i documenti realizzati in precedenza sono stati rimossi dai database del ministero della Salute. Sono le organizzazioni femministe a vigilare sull’applicazione della legge, anche realizzando richieste di accesso alle informazioni e avviando cause penali quando il diritto viene negato. Il loro lavoro ha permesso di portare all’attenzione un protocollo di sostegno alle donne in gravidanza in situazioni di difficoltà avviato dall’amministrazione di Buenos Aires, sotto la gestione del sindaco di destra Jorge Macri, insieme al ministero cittadino dello Sviluppo umano guidato dal pastore evangelico Gabriel Mraida. L’iniziativa ha permesso a organizzazioni evangeliche, cattoliche e a gruppi religiosi anti-scelta di penetrare all’interno delle strutture sanitarie pubbliche, come i consultori.

«La loro argomentazione è che il protocollo rappresenta un’opportunità per comunicare alle donne che si rivolgono ai centri di assistenza sanitaria primaria [il livello base del sistema sanitario argentino, ndr] i diversi diritti cui possono accedere quando si trovano in una situazione di vulnerabilità», spiegano Gabriela Mitidieri e Lucia de la Vega del Centro de Estudios Legales y Sociales. «Il problema è che l’unico diritto di cui si parla è portare avanti la gravidanza. Inoltre il protocollo non offre garanzie sulla tutela dei dati personali. Abbiamo raccolto evidenze che queste informazioni sono usate per ostacolare l’accesso all’aborto».

Come nel caso di Alejandra Iriarte, avvocata della Red de Abogadas Feministas. Dopo avere avviato alcune procedure burocratiche per interrompere la gravidanza e avere inserito i suoi dati personali su un modulo online legato al ministero della Salute, ha iniziato a ricevere insistentemente chiamate da persone che sostenevano di lavorare in un centro per la salute delle donne di Buenos Aires. Usavano un linguaggio amichevole e sui loro profili online adottavano i colori verde e viola che in Argentina sono associati al movimento femminista. In realtà era un’organizzazione anti-scelta.

Questi gruppisi presentano come un servizio di accompagnamento, ma hanno l’obiettivo di dissuadere la donna dall’abortire: spesso danno un appuntamento per un’ecografia nel quale fanno ascoltare il battito cardiaco e mostrano un’immagine dell’embrione. «Si sta costruendo un’agenda anti-femminista», dice Iriarte che ha denunciato quanto le è accaduto. «Ma noi abbiamo ancora la capacità di reagire e unirci. Continuiamo a esigere che i nostri diritti siano garantiti».

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno della International Women’s Media Foundation (IWMF) nell’ambito della sua iniziativa Diritti riproduttivi, salute e giustizia nelle Americhe.

(il manifesto, 14 ottobre 2026)

L’influenza affettiva che ci viene dalle vicende del mondo è funerea, un insieme di grandi lutti: carneficine, distruzioni di risorse naturali e sociali e il lutto della politica. Questa ha abbandonato ogni etica per rivolgersi esclusivamente agli interessi dei potentati. Solo le religioni, e in particolare quella cattolica, a me pare difendano oggi la vivibilità delle relazioni tra popoli, senza riuscire a coinvolgere i governanti.

L’obbedienza e l’impotenza dei cittadini li ha portati in questi decenni a cercare nelle relazioni personali la libertà di agire investendo nelle relazioni amorose e in quelle economiche, e questo rende possibile ormai anche un ritorno collettivo all’amore e all’economia che ne faccia terreni di dialogo e di condivisione.

Si aprono per noi donne organizzate culturalmente e per altre forze culturali le strade della corresponsabilità che il personale è politico ed è costruibile con la riflessione e il dialogo. Un ritorno a dare ideali affettuosi alla politica, fiducia e desiderio alla relazione con altri.

La grande mortalità presente indirizza l’attenzione alle prospettive di chi viene messo al mondo e sono le donne le più sensibili a questa responsabilità. Possiamo illuminare la scena della generatività, della libertà delle donne e della necessaria protezione culturale dalla violenza in cui investire ingenti forze. Quella che le abusa sessualmente e le riduce a operaie della carnalità, che le costringe a sopravvivere economicamente vendendo quanto hanno di più intimo. Trovare equilibri tra maschi e femmine che siano culturalmente condivisi è la forza decisiva per contrastare il dominio perché questo si è eretto sulla loro contrapposizione dipendente. Una dipendenza che deve essere ragionata. Equilibri già ci governato in natura, sono ben più potenti dell’umanità, e la scienza ce li spiega di continuo; stiamo imparando anche questo dal lutto di non poterla più pensare come una risorsa priva di limiti. La cultura odierna è comprendere i limiti, l’equilibrio possibile in tutte le cose e in tutti i conflitti. 

Il lutto nelle relazioni che ci hanno dato vita e si sono spente nella presenza, sono state richiamate in più modalità nella stessa redazione aperta di domenica 4 ottobre di Via Dogana. I morti sono dentro di noi come esperienze e sono state assorbite dalle nostre personalità. Lia mi disse alla morte del padre: «Non è scomparso, è dentro di me» e mi ha dato questa direzione positiva. Un’altra è stata descritta e io stessa la testimonio: ci fa sapere quanta fatica costano le relazioni e quanta gioia ci consegnano. Le possiamo rinnovare con l’impegno e l’interesse per altre persone ancora, basta osservare chi frequentiamo, interessarcene, scambiare parole di conoscenza, le gemme sono sufficienti per farci sentire fiduciose e allegre. Fino alla fine della vita ci innamoriamo di chi ci dà un poco di attenzione e noi stesse possiamo farci amare se rinnoviamo la disponibilità a dare e avere fiducia.

Il lutto dell’invecchiamento lo viviamo noi stesse, ad un certo punto, lo curiamo reinvestendo in affetti culturali, politici, personali; sarebbe bello che tutti si potessero innamorare del personale che li assiste quando non hanno altro. Lo esigiamo dal nostro paese? 

Per tanti anni sono stata riluttante, anzi evitante, nei confronti dei funerali perché mi riaccendevano il dolore e il marasma emotivo per la morte tragica di mia madre. C’è anche un mio tratto caratteriale: sono impressionabile e l’idea di un corpo gelido e dell’immobilità della morte mi disturba parecchio.

Tuttavia in questi ultimi anni dentro di me qualcosa è radicalmente cambiato. Dopo l’11 settembre, con l’attacco terroristico alle torri gemelle, io mi ero identificata nella distinzione avanzata da Butler in Vite precarie tra vite che contano e sono degne di compianto e vite che non contano e quindi sono anche in morte indegne. Vivendo in Occidente con una vita dignitosa io sarei collocata dalla parte delle vite che contano, eppure non è più così il mio sentire. A modificarmi ci sono stati gli anni della pandemia, a cui hanno fatto seguito gli anni di guerre che sembrano non poter finire. Ho impresse dentro di me immagini che non mi danno pace: file di camion a Bergamo pieni di morti che nessuno aveva salutato, ancora di più in Palestina corpi smembrati ricomposti a caso e sepolti a caso.

L’enorme quantità di morti sia civili che militari da una parte e dall’altra nei teatri di guerra fanno un accumulo tale che sono – siamo – presi in un vortice che porta sempre più giù nella svalorizzazione della vita umana: se la vita non è più sacra, se può essere annientata con tanta facilità diventando spettacolo a cui assistere ogni giorno, allora forse nessuna vita vale più niente. E questo non riguarda anche la mia? Attraverso questo sentire sono arrivata alla necessità del lutto e di nuovi rituali per celebrarlo, non solo per le persone vicine ma anche per quelle sconosciute e lontane. Celebrare il lutto per le morti sconosciute è qualcosa che va oltre la pietà umana, è qualcosa di necessario per me stessa, per ridare valore alla mia stessa vita.

C’è un salto d’epoca di cui prendere coscienza. Come ha detto Ida Dominijanni riferendosi alle più recenti analisi di Butler, siamo all’epoca della luttuosità della vita. Le guerre permanenti, gli eventi climatici estremi fanno sì che il lutto per la perdita non sia un passato da elaborare, bensì una dimensione del presente, che si ripete e si ripete, per la continua distruzione di umani e non umani.

Su come trovare nuovi rituali del lutto ci sarebbe molto da ragionare. Ci può aiutare l’arte. Mi ha colpito la vicenda dell’artista sudafricana Gabrielle Goliath all’ultima Biennale di Venezia. È un’artista che ha molto lavorato sul lutto e doveva presentarvi la sua opera Elegy. Non ha potuto partecipare perché è stata censurata dallo stesso governo sudafricano in quanto per quell’occasione aveva dedicato una delle sue video installazione a Heba Abunada, una poetessa palestinese uccisa in un attacco aereo israeliano a Gaza. L’artista è comunque riuscita a presentare l’opera a Venezia fuori dal contesto della Biennale presso la chiesa di Sant’Antonin. 

Goliath afferma con la sua opera che il lutto è un atto necessario e ha offerto a chi ha visitato la sua mostra la possibilità di partecipare a un nuovo rito per le morti sconosciute, entrando in risonanza con l’opera e ascoltando in silenzio il canto che è l’elemento centrale delle sue video installazioni.

In redazione si siamo chieste cosa accade alla relazione quando una delle due muore e questa domanda mi riguarda da vicino nella relazione con Luisa Muraro, che era un legame centrale e continuativo nella mia vita.

Non era solo politico, ma anche di amicizia: per tanto tempo, finché è stato possibile, ci siamo frequentate settimanalmente e poi erano telefonate, anche difficili, quando non stava bene e – data la mia problematica autonomia motoria – tormentavo le amiche perché andassimo insieme a trovarla. 

Ora Luisa non c’è più e io non posso fare a meno di cercare di mantenere in qualche modo la relazione con lei. La forma primaria che ho trovato è quella di far risuonare la sua voce e le sue parole in pubblico. In questo periodo mi accorgo che questa è per me una forte motivazione che mi spinge ad agire, ad accettare inviti, a scrivere, superando le fatiche grandi di un’età avanzata sommata a una condizione di invalidità permanente. Lo faccio perché in quel momento, Luisa c’è, è presente nel dire la sua. 

Ho accettato, per esempio, di andare a parlare in Triennale al Tempo delle donne – cosa per me molto complicata – quando, sentendo il tema, ho capito che vi potevo portare un’idea di Luisa. Al Garage delle idee, infatti, il tema quest’anno era Nodi da sciogliere, fili da annodare e subito mi è venuto in mente il disfieri di cui Muraro scrive ne La folla nel cuore e ne Al mercato della felicità: era perfetto. E in quel momento alla Triennale Luisa c’era, come mi ha fatto notare un’amica che era venuta a sentire. Oppure mi sono messa a scrivere per il sito sull’accoglienza di Luisa al Famedio, il Tempio della fama del Cimitero Monumentale di Milano, non tanto – o non solo – perché è un riconoscimento della città nei suoi confronti, quanto perché mi sono ricordata che Luisa aveva scritto su Milano ed era un’altra occasione per far sentire la sua voce. II pensiero di Luisa Muraro è per me come una miniera d’oro dove andare a raccogliere la pepita luccicante più adatta a quella specifica situazione.

Con Marina Santini e Silvia Motta abbiamo deciso di realizzare un Quaderno di Via Dogana raccogliendo i ricordi scritti per la morte di Lia e Luisa e in questo modo saremo in loro compagnia per tutto il tempo della produzione del quaderno. 

Anche nella riflessione che stiano conducendo sul lutto, voglio portare la voce di Luisa, traendola da ciò che ha detto in un incontro per festeggiare i 25 anni della Mag, tenuto a Verona dopo la morte del suo fondatore Giambattista Rossi. Il testo viene pubblicato per intero su questo numero ed è arrivato in redazione tramite Alessandra De Perini.  

Nel suo intervento Luisa Muraro ci dice che le grandi personalità lasciano un vuoto e questo vuoto non va colmato cercando riempitivi e neppure “istituendo leggende”. Ci invita invece a pensare che questo vuoto può essere fonte di cultura politica in cui muoversi liberamente, cioè fonte del formarsi di una cultura politica che ha «il valore supplementare di rifarsi a qualcuno che è all’origine». Inoltre ci invita a vedere la grandezza che c’è e circola tra chi è rimasto/a a portare avanti l’impresa comune.

Ancora una volta la sua voce ci orienta.