Luisa Muraro è morta. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Dico pensatrice, e non solo pensatrice femminista, perché il suo femminismo ha spostato il luogo da cui si pensa, mettendo al centro la differenza sessuale e quindi l’esperienza, la relazione, la lingua materna, l’autorità femminile. La perdita è collettiva e il dolore è grande perché Luisa è stata per molte e molti una fonte di orientamento, una misura, una presenza capace di alzare il livello del pensare e dell’agire.

Luisa aveva smesso di usare la parola “andare avanti”. Lo disse in piena pandemia. Andare avanti è la parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Meglio andare più a fondo nel presente, diceva.

Questo suo pensiero oggi ci viene incontro.

Una perdita così grande sembra imporci la prospettiva di un futuro inesorabilmente scritto dalla mancanza e il dolore rischia di gettarci nell’impotenza, come se con lei finisse anche la possibilità di pensare e di agire. È l’inganno del futuro, la pretesa di misurare il presente su ciò che non c’è più. Andare a fondo nel presente vuol dire invece accorgersi che lei è con noi e che il presente non è il residuo di ciò che abbiamo perduto, ma il luogo dove ciò che ci ha dato è all’opera. Con il suo pensiero ci ha rese capaci di esserci davvero.

Ci lascia un’opera vastissima: libri, saggi, articoli, interventi, lezioni. La documenta la Bibliografia 1963-2024, curata da Clara Jourdan, che costituisce la seconda parte di Esserci davvero (Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, 2025), la conversazione in cui Luisa, dialogando con Clara, segue il filo della sua vita e la genesi delle sue opere principali. Da quella conversazione è nato anche il convegno dedicato al suo pensiero, Come quando si accende la luce, tenuto il 20 settembre 2025 all’Università Cattolica di Milano, dove Luisa si era laureata in filosofia, nei cinquant’anni della Libreria delle donne, di cui è stata una delle fondatrici insieme a Lia Cigarini. Gli atti del convegno, con lo stesso titolo, sono in uscita per Mimesis.

Luisa era una maestra, la più grande maestra che io abbia incontrato. Lo è stata per i suoi studenti, dalla scuola media all’Università di Verona, dove ha insegnato tanti anni e dove ha dato vita, con altre, alla comunità filosofica Diotima; per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata; per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei. Io l’ho conosciuta in Libreria, tanti anni fa, e abbiamo condiviso fianco a fianco l’avventura del sito della Libreria delle donne. Il sito esiste anche grazie a lei, a quell’intelligenza che faceva della relazione la misura di ogni cosa, anche della tecnica.

A Luisa va il nostro saluto, con dolore immenso e gratitudine senza misura.

Foto di Paola Mattioli
Foto: Paola Mattioli, per gentile concessione dell’artista.

Luisa Muraro (Montecchio Maggiore, 14 giugno 1940 – Milano, 13 giugno 2026) è stata una delle voci maggiori della filosofia e del femminismo. Si laurea in filosofia all’Università Cattolica di Milano e negli anni Settanta lascia la carriera accademica per insegnare nella scuola dell’obbligo, partecipando con Elvio Fachinelli e Lea Melandri all’esperienza antiautoritaria de “L’erba voglio”. Nel 1975 fonda con Lia Cigarini e altre la Libreria delle donne di Milano ed è tra le autrici di “Non credere di avere dei diritti” (1987). Ha insegnato per molti anni filosofia all’Università di Verona, dove nel 1984 ha dato vita, con Adriana Cavarero e altre, alla comunità filosofica Diotima. Ha tradotto in italiano le opere principali di Luce Irigaray. Tra i suoi libri: “Maglia o uncinetto” (1981), “Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista” (1985), “L’ordine simbolico della madre” (1991), “Lingua materna scienza divina”, dedicato alla mistica Margherita Porete (1995), “Il Dio delle donne” (2003), “Al mercato della felicità” (2009), “Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna” (2011), “Dio è violent”(2012), “Autorità” (2013), “L’anima del corpo” (2016), fino a “Esserci davvero”, conversazione con Clara Jourdan (Libreria delle donne di Milano, 2025).

(www.libreriadelledonne.it, 13 giugno 2026)

Domenica 14 giugno 2026, ore 10.30-13.00

Libreria delle donne, via Pietro Calvi, 29 – Milano


La forza e l’originalità del femminismo italiano stanno nel mantenere la caratteristica di un movimento in cui coesistono differenti posizioni, anche aspramente dialoganti, che non sono mai volute arrivare a sintesi o a una forma unica.


Ma in una fase in cui tutta la politica sembra degenerare in contrapposizioni irrigidite e assolutistiche, anche il femminismo appare oggi più frantumato che plurale, come se fosse contagiato dallo spirito del tempo. E spesso le chiusure e i rifiuti si basano più su un sentito dire approssimativo, o su semplificazioni veicolate dai social, oppure su una smania etichettatrice che restringe o elimina il campo del confronto, piuttosto che sui contenuti e sulle pratiche che sono realmente in gioco.


Nella confusione del presente l’ideologia neoliberista riduce l’idea di femminismo a ricerca del successo individuale e il mercato cerca di trasformarlo in oggetto di consumo, mentre la destra tradizionalista sempre più spesso tenta di appropriarsene distorcendolo.


Per questo vogliamo riaprire la riflessione su uno dei nodi più controversi: la differenza sessuale e la scommessa politica per la sua libera significazione.


Introducono Traudel Sattler, Chiara Zamboni, Jennifer Guerra, Vita Cosentino

Nei giorni scorsi ha fatto il giro del mondo un video in cui uomini e bambini palestinesi, con grande gioia, recuperavano nelle acque del mare di Gaza i resti di una barca e del suo carico, o meglio quello che era rimasto del suo carico, dopo l’abbordaggio dell’esercito israeliano. Era l’ammiraglia turca Kasri Sadabat, una delle 74 imbarcazioni della Flotilla, salpate da diversi paesi per raggiungere Gaza e rompere il blocco navale imposto illegalmente da Israele. Portava, come tutte le altre, medicinali e viveri. Dopo l’abbordaggio in acque internazionali, un vero atto di pirateria, l’equipaggio veniva sequestrato, incarcerato, torturato e infine liberato. La Kasri Sadabat, come le altre, veniva abbandonata alla deriva in mezzo al mare. Il vento e le correnti marine l’hanno portata a Gaza. Così il mare ha rotto il blocco navale. Non lo hanno fermato né i droni, né le navi da guerra, né il potente esercito israeliano. Non è stato a guardare, non si è fatto complice d’Israele, non ha segnato confini, né creato blocchi navali. Insieme ai resti della nave – chi sa se ne arriveranno altri? – ha portato a Gaza quel poco che si è salvato: una confezione di riso, una di pasta, tre merendine, una bottiglia mezza vuota e qualche pannello solare. La gioia di quei bambini è il sapere che non sono soli, che c’è un mondo che non li dimentica e non si arrende alla distruzione e allo sterminio di un popolo. La Flotilla simbolicamente, alla fine, è arrivata a Gaza, anche senza equipaggio, e prima o poi ripartirà perché la solidarietà e l’umanità si possono rallentare ma non fermare, come il vento e le correnti marine. «In qualche modo siamo a Gaza. Una delle imbarcazioni è arrivata a riva anche senza di noi. Nonostante le calunnie, l’abbordaggio illegale, i rapimenti, i fermi illegali, le torture subite dal nostro equipaggio, oggi è successo qualcosa che ci ricorda una verità semplice: non ci stiamo fermando. Non vi lasciamo soli», hanno scritto gli attivisti della Global Sumud Italia. Quello che non ha permesso l’esercito israeliano lo ha fatto il mare, ribellandosi alla disumanità e crudeltà umana. La stessa ribellione che, di fronte all’orrore dei naufragi, ripete ogni volta che restituisce, spiaggiandoli, i corpi senza vita di migranti. Corpi senza nome, senza volto, senza storia, restituiti per una degna sepoltura, come ogni essere umano. Non è il mare che uccide i naufraghi ma l’indifferenza e la crudeltà di chi li lascia affogare nelle sue acque, non li salva e impedisce che altri lo facciano. Come non ricordare la fotografia del corpicino del bambino curdo-siriano, Alan Kurdi, vestito con una maglietta rossa e i pantaloni blu, ritrovato nel 2015 riverso a faccia in giù, sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia? Aveva solo tre anni ed era annegato insieme al fratellino di cinque anni e alla madre. Fuggivano dalla guerra in Siria e volevano raggiungere l’Europa. Quella fotografia fece il giro del mondo e scosse profondamente le coscienze. Molte Ong intitolarono le loro iniziative di salvataggio in mare a quel bambino, come la nave Alan Kurdi della ong Sea Eye. Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, a Steccato di Cutro, un barcone partito dalla Turchia si è infranto a pochi metri dalla riva. A bordo c’erano 180 migranti, poco meno di 80 riuscirono a salvarsi, 94 i corpi senza vita recuperati (34 uomini, 26 donne, 34 bambine/i). Anche allora tanta commozione e sdegno. Il mare, nei giorni e nelle settimane successive alla strage, continuò a restituire cadaveri lungo il litorale, quasi a ributtare tanto orrore, in nome di una pietà tutta umana. Il 15 febbraio scorso, nella notte dell’uragano Harry, altri naufragi, altri morti (mille). Il mare, ad oggi ha restituito 15 corpi lungo le coste della Calabria e della Sicilia. Il mare, il nostro Mediterraneo, sa che cos’è la vita e la morte, la pietà e la solidarietà.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 7 giugno 2026)

Mio padre era un operaio specializzato, un tecnico delle macchine tessili. Per tutta la vita ha avuto a che fare con i telai e le loro tecnologie. Era un sapere che amava, voleva imparare sempre di più, capire fino in fondo i meccanismi, stare al passo con le evoluzioni perché, diceva lui, solo conoscendo da dentro i telai poteva farli lavorare al meglio. Il suo mestiere, in fondo, era stare in relazione con la macchina perché un’altra relazione potesse darsi: quella delle operaie, le tessitrici, con il filo e con la stoffa. Le mani sul tessuto erano mani di donne.

Ho perso da poco mio padre. E nel mio lavoro ho a che fare con l’intelligenza artificiale. Mi ritrovo a ragionare sopra questo intreccio ogni giorno. Senza averlo cercato, non smette di sollecitarmi il pensiero: da una parte la macchina da tessitura di mio padre, dall’altra questa macchina nuova. E poi ci sono io. Mi muovo in un andirivieni tra il dentro e il fuori tra ciò che il tempo chiama a ripensare nella mia vita e ciò che chiede di pensare nel mondo. Parto da qui.

La domanda che mi si impone è questa: come si può stare nel tempo della macchina senza consegnarle la trama della nostra esperienza?

Ho letto un libro che vorrei consigliare a tutte, Sangue nelle macchine di Brian Merchant (Einaudi 2025)1, che racconta la vera storia dei luddisti. Il senso comune li ha tramandati come ignoranti e bifolchi, gente del popolo che spaccava ciò che non capiva. In realtà non erano affatto nemici della tecnologia, anzi, la conoscevano benissimo, erano tessitori, lavoranti a maglia, cimatori, che con le macchine lavoravano ogni giorno. Non distruggevano per ignoranza o per paura del nuovo. Protestavano radicalmente contro un uso che smantellava il loro lavoro e i loro diritti. Il loro odio non andava alle macchine, ma al modo in cui i capitalisti le asservivano per arricchirsi, affamando gli operai.

Chi è oggi il luddista? Raccogliendo questa tradizione, somiglia stranamente a mio padre, che la macchina la conosceva per farla funzionare; e somiglia anche alle donne di cui scrive Michela Spera in questo numero, le operaie alla pressa che avevano imparato la macchina tanto bene da saperla fermare di nascosto, senza che i manutentori, uomini, riuscissero a trovare il guasto. Per loro conoscere la macchina era una pratica di libertà dentro un tempo vincolato.

La linea che lega queste figure è il sapere incarnato come condizione della libertà.

Qui incrocio il limite costitutivo dell’intelligenza artificiale. La macchina genera senza esperienza, parla senza soggettività, restituisce una parola disincarnata, calcolata su ciò che è già stato detto e non fondata in una relazione. Senza genealogia, senza debito con la madre e, aggiungo io, senza mani che tessono.

Il pensiero mi riporta a mio padre. Continuando a mettere le due macchine una accanto all’altra, c’è un tratto che mi colpisce. Il telaio era inerte finché una mano non lo abitava, restituiva tessuto solo dentro un intreccio di gesti, di corpi, di sapere tramandato. La macchina che genera testo fa l’opposto: simula la relazione togliendo il corpo, le mani, l’esperienza. Ma su questo limite costitutivo si apre a mio parere uno spiraglio. Lo lascia intendere anche Simone Autera: quando il “prof.” (ChatGPT) si complimenta con Lina dicendole che la materia viva è la sua, commenta asciutto che qualcuno, quella materia viva, deve pur avergliela insegnata. Ecco il punto. Se la macchina ci parla, è perché siamo noi a parlare attraverso di lei. Generativo non è il suo calcolo, ma la trama che noi passiamo dentro e contro l’ordito del già detto. L’autorizzazione a immaginare nasce solo qui.

Lo dico anche contro una certa tentazione apocalittica, la mia per prima. Nella redazione aperta di questo numero, Ida Dominijanni ha definito i video brevissimi di TikTok l’eroina dei nostri tempi e mi risuona. L’invasione dell’eroina nel mercato negli anni Ottanta ha spazzato via ciò che restava degli anni Settanta (tutto, tranne il femminismo a onor del vero). Qualcosa di simile sento muoversi oggi nell’effetto di trascinamento di quei micro-video, dieci, venti secondi che ne chiamano un altro, e un altro ancora, e che da TikTok hanno ormai invaso Instagram e Facebook. È il tempo aoristico di cui scrive Daniela Santoro, un presente senza spessore, dove tutto accade adesso e niente si colloca. Però non sono apocalittica, perché ho a che fare con adolescenti e tra i più giovani vedo una coscienza precisa di questa cattura. La loro pratica, quando ci riescono, è la sottrazione: mettono il telefono in un’altra stanza mentre studiano, perché sanno che bastano le notifiche a frammentare il loro tempo. Non è poco. È in piccolo lo stesso gesto delle operaie alla pressa: ritagliarsi uno spazio libero dentro il tempo della macchina. È il kairós rovesciato, non l’occasione da cogliere ma una sottrazione da agire.

Torno al telaio, immagine per me evocativa che credo ci dia anche la forma di una pratica.

Merchant, americano, recupera l’idea luddista di resistenza senza intenderla come distruzione: non andare a spaccare i data center, ma conoscere la tecnologia, esercitare un controllo selettivo ovvero accettarla dove aiuta, frenarla dove distrugge diritti e lavoro. E soprattutto immettere in quelle basi di dati dei contenuti altri. Dentro l’ordito già dato dei corpora disfare un filo e tesserne un altro, una trama diversa.

Simone Autera ci ha messo in guardia: intervenire sui bias, raddrizzare i dati, è doveroso ma resta un discorso fermo sul piano normativo. Per lui la vera generatività sta altrove, nella relazione tra noi che precede e circonda la macchina, non nel data set corretto.

Ha ragione nel momento in cui pensiamo a questa mossa come al gesto vano di una rincorsa che non raggiunge mai il suo oggetto. Io lo vedo piuttosto come un gesto vivo, che va rifatto al presente ogni volta, come ogni tessitura, come ogni contrattazione. Tessere dentro la macchina non è l’aggiustamento normativo definitivo, di cui Simone Autera giustamente diffida. È una pratica, che per definizione non finisce, è una tessitura in fieri e disfieri.

Il generativo è fuori dalla macchina, nello scambio tra noi. Ma quello scambio passa anche dalle mani dentro la macchina, ogni volta che vi immettiamo la nostra trama. Tessere, sapendo che non si finisce di farlo, è il modo umano di stare nel tempo.

Penso il tempo così, come una tessitura. L’ordito essendo i fili tesi e fissi, il già dato, il passato che ci abita; la trama il filo che passiamo noi, adesso, con le mani, il presente che si fa. È, come scrive Vita Cosentino, il processo della vita, quel va e vieni in cui passato e presente si annodano di continuo. È il tempo che apre possibilità perché c’è sempre un filo che possiamo ancora intrecciare.

La macchina di mio padre tesseva soltanto se una mano la abitava. La macchina con cui lavoro oggi tesse da sola, senza mani, senza corpo, senza relazione, ci restituisce solo l’ordito del già detto. La trama dobbiamo passarla noi. Possiamo ribellarci alla tirannia del tempo aoristico non spegnendo i telai, ma rimettendoci le mani, conoscendoli da dentro come i luddisti, come le operaie, come mio padre. Per tesservi qualcosa di vivo, sempre restando il corpo estraneo che la macchina non sa addomesticare, la mano che, all’occorrenza, ferma la macchina di nascosto.

  1. Brian Merchant, Sangue nelle macchine. Le origini della ribellione contro la tecnologia, traduzione di Daniele A. Gewurz, Einaudi, Torino 2025 (ed. or. Blood in the Machine. The Origins of the Rebellion Against Big Tech, Little, Brown and Company, New York 2023). ↩︎

Un anno e mezzo fa una schiera di dirigenti del settore tecnologico prendeva posto in prima fila alla cerimonia d’insediamento di Donald Trump, sancendo la nuova alleanza con il movimento Make America Great Again (Maga). Da allora l’amministrazione Trump ha steso il tappeto rosso alla Silicon Valley, favorendo le ambizioni dell’industria dell’intelligenza artificiale e gli interessi dei suoi principali azionisti.

Washington ha distribuito miliardi in sussidi federali e ricchi contratti a un settore che già dispone di grande liquidità, gonfiando una bolla che secondo gli esperti potrebbe mettere a rischio l’intero sistema economico e bloccare qualsiasi forma di controllo sull’evoluzione di questa tecnologia.

Ma c’è una buona notizia. Negli ultimi mesi è nata un’improbabile coalizione che si oppone con forza a questa ascesa incontrollata, prendendo di mira l’infrastruttura stessa su cui poggia il settore dell’Ia. Nel 2025 l’opposizione delle comunità locali ha bloccato o rallentato almeno 48 progetti per costruire data center, per un valore stimato di 156 miliardi di dollari. E tutto fa pensare che il 2026 sarà un anno ancora più importante nella resistenza all’Ia.

Dal nostro punto di vista, è una cosa positiva. Ma il movimento contro i data center è stato criticato da più parti, anche in ambienti progressisti, che l’hanno liquidato come l’ennesima espressione privilegiata della politica nimby (not in my backyard, non nel mio cortile). Un commento uscito sul New York Times ha definito la lotta contro i data center una “distrazione miope” dalla “vera battaglia”. In realtà, l’organizzazione del movimento contro i data center è la vera battaglia: una battaglia che si concentra su un punto nevralgico del settore e che ha conseguenze dirette sulla vita delle persone. Questa resistenza dal basso non riguarda solo il blocco di nuovi progetti di sviluppo locale: rappresenta un fronte cruciale nella lotta contro l’autoritarismo tecnologico. Quali altre armi hanno le persone comuni per contrastare algoritmi che divorano posti di lavoro, video falsi che distorcono la realtà e attacchi di droni autonomi?

Moratorie e divieti

Dalle campagne della North Carolina ai piccoli centri della Virginia fino alle zone di montagna e alle terre agricole del New Mexico e dell’Oregon, le comunità locali stanno superando le divisioni di partito per contrastare una situazione che permette ai lobbisti della tecnologia di far approvare in fretta e furia accordi per nuovi centri di elaborazione dati, spesso dietro un velo di omertà imposto dalle clausole di riservatezza.

Nell’Indiana, uno degli stati più conservatori del paese, più di dieci contee hanno introdotto moratorie o divieti temporanei alla costruzione dei centri dati per l’Ia; la nazione dei nativi seminole in Oklahoma ha approvato una moratoria nel suo territorio; e in tutto il New Jersey vari progetti sono stati cancellati per la reazione indignata delle comunità a condizioni giudicate inaccettabili. Eppure, molti che dovrebbero sostenere questa causa non perdono occasione per avanzare critiche fuorvianti, come un recente articolo di Holly Buck, docente del dipartimento di ambiente e sostenibilità all’università di Buffalo, uscito sulla rivista Jacobin. Buck descrive il movimento contro i data center come un “vicolo cieco” elitario destinato solo a privare i più poveri dei benefici delle Ia. Pubblicato su una delle principali riviste di sinistra degli Stati Uniti, l’articolo ha molti punti in comune con un commento del Washington Post firmato da due dirigenti della Palantir, il colosso della sorveglianza tecnologica vicino a Trump, secondo cui rallentare o fermare i data center danneggerebbe la classe lavoratrice: «Il modo più sicuro per garantire che l’intelligenza artificiale diventi uno strumento dell’élite ricca è bloccare l’infrastruttura che la rende accessibile a tutti gli altri».

Il lato nascosto

Argomentazioni come queste stanno diventando fin troppo comuni, nonostante la loro logica traballante e paternalistica. Le critiche da sinistra al movimento contro i data center rivelano soprattutto una scarsa comprensione di come stanno nascendo queste battaglie e di come funziona davvero l’organizzazione e la costruzione del potere dal basso (d’altra parte, se i vertici della Palantir avessero davvero a cuore la giustizia economica, non difenderebbero una tecnologia che secondo il loro stesso amministratore delegato è destinata a provocare «profondi sconvolgimenti sociali»).

Buck sostiene di volere un’Ia governata democraticamente, ma non spiega come raggiungere questo lodevole obiettivo. Intanto, colossi come Meta, xAi e Blackstone continuano a siglare accordi dietro le quinte grazie a dirigenti che hanno un filo diretto con Trump e soldi in abbondanza per influenzare la politica. Organizzarsi per bloccare la costruzione dei data center è uno dei pochi strumenti che le persone comuni hanno per farsi ascoltare; protestare con forza è lo strumento di chi non ha soldi né agganci politici. Come ricorda l’esperta di antitrust Zephyr Teachout: «Per avere una gestione democratica dell’Ia bisogna bloccare i data center. Google non si siederà a nessun tavolo democratico e non rispetterà nessuna regola finché la gente non mostrerà i muscoli».

I data center sono un bersaglio strategico anche per un altro motivo. Come internet, l’Ia è dovunque e in nessun posto. I data center, invece, sono luoghi concreti, punti nevralgici dove le persone possono riunirsi e confrontarsi direttamente con i miliardari fuori controllo della tecnologia, altrimenti irraggiungibili.

Proprio per questo, quegli edifici offrono un’occasione unica: permettono di incontrarsi di persona e di unirsi superando divisioni politiche per altri versi insormontabili. Per commentatori come Buck, la varietà ideologica del movimento rappresenta una debolezza, perché significa che non tutti hanno gli stessi obiettivi. In realtà quello che colpisce di più è la quantità di cose su cui quelle persone sono d’accordo. Seguendo le proteste abbiamo notato che il movimento contro i data center ruota intorno a una serie di preoccupazioni comuni: bollette insostenibili, consumi esagerati di acqua e di energia, inquinamento acustico e luminoso, degrado del suolo, nessuna offerta di posti di lavoro decenti nelle zone interessate (oltre alla prospettiva di un’apocalisse occupazionale su vasta scala) e un potere aziendale fuori controllo. A tutto ciò si aggiungono gli usi socialmente discutibili dell’Ia generativa, dai bot che cercano di far spogliare le minorenni alla spazzatura che infesta i feed sui social media.

Questi problemi sono il lato nascosto dei data center, quello che chi li costruisce evita accuratamente di menzionare quando arriva su un territorio e che molti politici preferiscono non affrontare. Visto come stanno le cose non c’è da stupirsi se tanti agricoltori rifiutano offerte milionarie per vendere i loro terreni: sanno bene i rischi che questi progetti comportano per i luoghi in cui vivono.

C’è chi liquida queste mobilitazioni come “nimbysmo”, ma le battaglie locali creano le condizioni per riforme più generali, a partire dai controlli basilari sull’Ia. La maggior parte delle persone non è entusiasta del mondo iper-automatizzato e invadente che la Silicon Valley sembra voler imporre, e i sondaggi mostrano con chiarezza che la grande maggioranza degli statunitensi chiede che il settore sia regolamentato. Oggi, ci sono più vincoli per chi apre un salone di bellezza o un negozio di tacos che per una startup dell’Ia.

Passi falsi

Il movimento che ha portato al centro del dibattito la proposta di una sospensione o di una moratoria sulla costruzione dei data center è fondamentale per costruire il consenso politico necessario a introdurre misure di sicurezza di buon senso e largamente condivise. Ed è soprattutto un modo per mettere con le spalle al muro un settore abituato a passare come uno schiacciasassi sull’opinione pubblica. Il disegno di legge presentato di recente al congresso statunitense da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez (due politici del Partito democratico) prevede una moratoria nazionale proprio per spingere verso una regolamentazione dell’Ia: il divieto di costruire sarebbe revocato subito dopo l’approvazione di norme efficaci per limitare davvero i danni causati dai data center.

Ad aprile il Maine è diventato il primo stato a introdurre una moratoria per i grandi data center. La deputata Melanie Sachs, promotrice della legge, ha parlato di un «approccio ponderato e pragmatico a un tema molto complesso», con «ramificazioni» che vanno oltre le comunità direttamente coinvolte. La pausa di 18 mesi serve a dare alle persone il tempo di discutere e decidere con più consapevolezza: «È un modo per dire: mettiamoci intorno a un tavolo, assicuriamoci di avere un quadro normativo adeguato al contesto e ad affrontare i problemi che ci premono».

Prima che la proposta diventasse legge, la governatrice Janet Mills, del Partito democratico, ha posto il veto. Pochi giorni dopo, Mills ha sospeso la sua campagna per le primarie al senato, di fatto lasciando campo libero al populista Graham Platner, che è favorevole al provvedimento ma lo ha definito un “cerotto”, invocando un intervento molto più deciso a livello federale. Il passo falso di Mills dovrebbe essere un campanello d’allarme. Dall’aria che tira nella politica statunitense si capisce chiaramente che l’Ia sta diventando una delle principali linee di frattura nelle elezioni di metà mandato di novembre, e anche in vista delle presidenziali del 2028. Ma la maggior parte dei politici esita a prendere una posizione netta. Molti democratici temono di inimicarsi l’industria tecnologica, e il partito fatica a proporre una prospettiva morale chiara capace di contrastare la retorica dei miliardari sull’“innovazione” e gli spauracchi sulla concorrenza della Cina.

Come al solito, gli elettori sono più avanti dei politici. La crescita spontanea del movimento contro i data center, che attraversa territori, interessi economici e orientamenti politici diversi, riflette sia la quantità di rischi legati alle infrastrutture dell’Ia sia l’insofferenza crescente verso l’élite tecnologica. L’energia sprigionata da queste mobilitazioni, con le loro richieste sensate e capaci di unire mondi diversi, può diventare la base di una nuova coalizione dal basso, in grado di indicare un programma per la classe lavoratrice che parli davvero al presente e intercetti il malessere degli elettori delusi. Un movimento così organizzato ed efficace andrebbe sostenuto, non liquidato.

Visto il ritmo con cui il movimento sta crescendo e i suoi primi successi, non sorprende che il settore tecnologico abbia cominciato a reagire con campagne di comunicazione mirate, una pioggia di finanziamenti occulti alla politica o metodi ancora meno trasparenti. Una persona che ha partecipato a una conferenza dell’industria dei data center del 2025 ha riferito che alcuni relatori hanno elencato diverse strategie per soffocare il dissenso locale: usare società di comodo per evitare controlli, comprare il silenzio dei residenti vicino ai siti individuati, collaborare con le autorità per «tenere i manifestanti lontani dalla vista» e organizzare attività per i giovani con l’obiettivo di «normalizzare i data center nelle comunità della zona». Un relatore ha perfino ipotizzato «l’uso di tattiche di contro-insurrezione apprese durante il servizio militare, come infiltrarsi nei bar e nelle chiese per valutare il potenziale di resistenza della comunità alla costruzione di nuovi centri dati».

Con avversari così è demoralizzante vedere persone di sinistra unirsi al coro ipocrita di chi chiede alle comunità direttamente colpite di usare canali politici più giusti ed efficaci, che poi però restano sempre indefiniti. Il movimento contro i data center offre ai progressisti che vogliono cambiare gli equilibri politici un’occasione unica: incontrare le persone, ascoltare i loro bisogni e i loro desideri e contribuire a coltivare dal basso un’alternativa all’alleanza tra big tech e fascismo. È un’occasione per sostenere i nuovi militanti nelle loro battaglie contro un’Ia fuori controllo e contro il dominio soffocante delle aziende private sulla nostra economia. Ed è un’opportunità irripetibile per riconquistare la fiducia di comunità che, comprensibilmente, hanno perso ogni speranza nella politica e non si fidano più dei grandi partiti, soprattutto quando si parla di Ia.

In altre parole, la lotta contro i data center non riguarda solo la tecnologia. In gioco c’è la qualità della democrazia: si tratta di stabilire chi controlla l’economia e se le persone comuni possono ancora dire la loro sulle decisioni che le riguardano. Visto che siamo stati esclusi da ogni dibattito su questa rivoluzione tecnologica, tutti dovrebbero sostenere il movimento. O, meglio ancora, dovrebbero unirsi alla lotta.

(*) Astra Taylor è una scrittrice, regista e attivista canadese-statunitense. In Italia ha pubblicato Capitalismo dell’insicurezza (Wudz 2025).

Saul Levin è un ambientalista statunitense.

(Internazionale, 5 giugno 2026)

La regista e attivista nata a Teheran, che oggi vive a Parigi, ricorda l’autrice di Persepolis

Bani Khoshnoudi è una regista, artista visiva, attivista nata a Teheran, immigrata negli Stati uniti durante la Rivoluzione del ’79. È costretta all’esilio dal 2010, dopo il suo film The Silent Majority Speaks che racconta le rivolte del 2009 contro l’elezione di Ahmadinejad presidente. I suoi lavori attingono da materiale d’archivio per raccontare e costruire una memoria della resistenza contro il regime. L’abbiamo sentita al telefono a Parigi, dove vive.

L’opera di Marjane Satrapi ha influenzato il suo lavoro? In che modo?

Non molto il modo in cui lavoro ma penso che per la generazione di cui faccio parte, cresciuta o costretta all’esilio a partire dagli anni ’90, sia stata fondamentale nel comunicare cosa era accaduto a molte famiglie negli anni ’80 in Iran. La sua opera, soprattutto i primi libri, si focalizzano nel momento in cui la Rivoluzione è sfociata in tendenze islamiste e cosa hanno fatto alle famiglie che avevano dato vita alla rivoluzione. Tra le sue istanze di giovane donna, ci ha trasmesso l’importanza di essere capace di pensare liberamente e apertamente nella società. Questo è qualcosa in cui mi riconosco profondamente, anche se proveniamo da storie familiari differenti ed era più grande di me quando ha lasciato l’Iran.

È una figura di riferimento per le artiste e gli artisti iraniani?

Rappresenta un certo tipo di artista nella diaspora, nel periodo del movimento “Donna Vita Libertà” ha cercato di creare un ponte, si è spesa per raccontare cosa accadeva in Iran. È una grande perdita per tutta la comunità iraniana che vive all’estero. I suoi primi libri sono stati pubblicati in ogni parte del mondo, non ho seguito molto gli ultimi lavori, politicamente ha preso delle posizioni che non sempre ho condiviso, che accentuavano un po’ troppo questa dicotomia occidente/tradizione, io penso sia un po’ più complesso di così, ma trovo la sua una voce estremamente appassionata.

Satrapi usava il disegno, lei l’archivio: la questione centrale è raccontare, ridare voce alle storie.

Molti della nostra generazione – io sono sette anni più giovane di lei – sono ossessionati dalla prima decade dopo la Rivoluzione, in quel periodo sono accadute cose orribili. Molti lavorano con gli archivi, lei era l’unica che lavorava con i fumetti, che ha dato al corpo e alla voce delle giovani donne un ruolo centrale. In questo penso fosse sicuramente una figura di riferimento per molte giovani artiste, ha reso le giovani donne protagoniste delle storie con la voce di una donna e non di un uomo: molti registi uomini raccontano personaggi femminili nei loro film, ma si tratta di una prospettiva completamente diversa.

Come vede la situazione attuale?

Siamo molto preoccupati, il governo iraniano ha sempre voluto una guerra, purtroppo l’hanno avuta. È una guerra tra potenze, in termini geopolitici una guerra di invasione capitalista, liberista che viene usata dal regime per opprimere ancora e controllare ancora di più la sua popolazione. Questo ci porta indietro e rende la lotta per il movimento di Liberazione, movimento che esiste da oltre duecento anni, ancora più complicata.

(il manifesto, 5 giugno 2026)

Addio all’artista iraniana, con “Persepolis” ha creato un racconto dell’Iran intimo e collettivo. Dalla graphic novel al cinema, un percorso artistico che ha unito ricerca, femminismo, battaglie contro il regime

Addio a Marjane Satrapi, regista di Persepolis e Pollo alle prugne

«La ragazzina che vedete nel film e che crescendo diventerà la giovane donna che ero io quando ho lasciato il mio Paese, a ventitré anni, oggi non avrebbe mai lasciato l’Iran ma sarebbe scesa in strada, avrebbe combattuto, forse avrebbe perso un occhio. All’epoca noi eravamo così terrorizzati che non ci azzardavamo a parlare. Ma questa nuova generazione non è spaventata, quel muro di paura è stato abbattuto. Adesso la paura è dall’altra parte, sono loro ad avere paura di noi e fanno bene a essere spaventati», diceva Marjane Satrapi a Bologna due anni fa presentando la versione restaurata di Persepolis (a cura della Cineteca di Bologna). Quel film, realizzato insieme a Vincent Paronnaud, con le sfumature del bianco e del nero che dall’universo della sua graphic novel graffiavano lo schermo ispirandosi al neorealismo italiano e all’espressionismo, aveva conquistato il Festival di Cannes nel 2007 – premio della giuria – facendo infuriare la Repubblica islamica che aveva accusato l’artista di «dare un’immagine falsa della società iraniana a beneficio delle potenze straniere». Satrapi, come la piccola Marjane protagonista di Persepolis, lei stessa e insieme tante altre donne iraniane e anche di ovunque, non si faceva però intimidire. La sua era la resistenza delle storie che narrava, l’umorismo di fronte all’orrore, quel tono duro e lieve allo stesso tempo, non sottrarsi alla realtà e continuare a cercare le forme e i modi per narrarla mettendo in discussione anche le proprie certezze.

Quando era stato pubblicato in due volumi, agli inizi del Duemila, Persepolis era diventato subito il riferimento di un genere fino allora inedito, l’autobiografia a fumetti. Quel tratto di ombra e di luce, di paura e di felicità raccontava l’infanzia e l’adolescenza di Marji, l’alter ego di carta dell’autrice, ma era anche un documento politico di grande potenza e affermava la presa di parola di un femminile contro le convenzioni della propria rappresentazione. La ragazzina punk e inventiva di Satrapi mette in discussione i barbuti islamici e le suore di Vienna dove adolescente arriva per studiare. Il maschilismo in oriente e in occidente mentre cerca il sogno di un Iran senza dogmi, e come alleata migliore ha la combattiva e caustica nonna la quale della tradizione le insegna la sensualità di profumare col gelsomino la biancheria intima. In un altro suo romanzo grafico, Broderies (2003), un gruppo di donne iraniane di ogni provenienza sociale si ritrovano per un tè e parlano di sesso: interventi chirurgici, superstizioni, tabù religiosi, l’umiliazione, il rifiuto e le assurdità degli uomini in una lunga conversazione che rompe il limite di “dentro” e “fuori” imposto dalla società iraniana al femminile così come una certa immagine dell’Iran nello sguardo dell’occidente.

È la resistenza vitale, inventiva che era Marjane Satrapi, inconfondibile col suo look nerissimo, come i capelli, e le labbra rosso acceso, che le amiche, fra cui Chiara Mastroianni – voce di Marjiane nel film Persepolis – ricordano per la sua gioia. E per quel pensiero libero che affermava nella ricerca artistica e nello stare al mondo, lei che da piccola si immaginava prigioniera politica, e sognava di essere Bruce Lee. Che dall’Europa aveva deciso di tornare in Iran per andare via di nuovo, e per sempre portando con sé l’immagine della madre – di cui parlava spesso – che era svenuta mentre lei stava partendo e che l’aveva fatta studiare per essere libera, in una famiglia colta, laica, con lo zio comunista e del nonno vittime dello scià.

Marjane era nata nel novembre del 1969 a Rasht, sul Mar Caspio, aveva studiato a Teheran, a Parigi, dove era esiliata aveva continuato a studiare arte e, grazie all’amicizia con dei disegnatori che avevano aperto una loro casa editrice, realizza Persepolis – «Mi hanno sempre incoraggiata e sostenuta». Un ’opera con cui appunto inventa una nuova narrazione, e che contiene già quella sua volontà di non rimanere intrappolata neppure in sé stessa. Al cinema, in una filmografia di sei titoli, dopo il successo di Persepolis aveva sempre rifiutato il 2 cercando nuove sperimentazioni possibili. Aveva declinato le proposte blockbuster Usa per confrontarsi con materiali molto diversi, sempre insieme al suo compagno, lo sceneggiatore e attore Mattias Ripa, e al di là degli esiti la scelta afferma comunque il desiderio di tracciare una propria strada. Così dopo Persepolis arriva Poulet aux prunes [“Pollo alle prugne”] (2011) anch’esso legato a una sua graphic novel e realizzato insieme a Paronnaud – nel quale narra l’Iran degli anni Cinquanta attraverso la figura di un musicista, con degli attori – nel cast ci sono Mathieu Amalric e Golshifteh Farahani – e in un décor stilizzato di studio. A questo seguono La bande de Jotas (2012) un omaggio al cinema di genere girato in Spagna, con lei stessa e Mattias Ripa nel ruolo dei protagonisti; The Voices (2014), un horror schizofrenico, che è anche il suo primo lungo in lingua inglese, interpretato da Ryan Reynolds; Radioactive (2019) sulla figura di Marie Curie e Paradis Paris (2024), un film corale che la riporta a girare in Francia.

Ma è sempre lei, è sempre Marjane, che nei mesi della rivoluzione esplosa in Iran dopo l’omicidio di Mahsa Amini cura il progetto Donna, vita, libertà (Rizzoli Lizard), una raccolta di quasi 300 pagine, di cui 192 tavole disegnate, su cui hanno lavorato quattro fumettisti iraniani e tredici provenienti dall’Europa e dall’America, insieme a un politologo, un giornalista e uno storico, tutti esperti di Iran o di origini iraniane, schierandosi senza esitazione con il movimento. E che lo scorso anno aveva rifiutato la Legion d’onore francese non “contro” la Francia ma come gesto di critica verso la politica francese «ipocrita» nei confronti dell’Iran, e il suo mancato sostegno a chi lottava contro il regime, gli artisti, i dissidenti, ai quali si rifiutava persino il visto per rifugiarsi sul suo territorio.

Marjane Satrapi adesso se ne è andata, nel comunicato che ne ha annunciato la morte i famigliari hanno scritto che è morta «di dolore dopo la perdita dell’amore della sua vita», Mattias Ripa. Come che sia questo morire di tristezza in qualche modo le appartiene, era già la storia di Pollo alle prugne, dove il protagonista si lascia morire quando la moglie distrugge il suo prezioso tar [strumento musicale a corde, ndr] che non potrà mai sostituire perché racchiude un segreto che lo ha accompagnato per sempre, quello di un amore perduto nelle violenze di regole sociali che condannano all’infelicità.

Alchimistadel fantastico, Satrapi nei suoi frammenti di memoria tesse la trama dei sentimenti calpestati insieme a un’altra parte di storia iraniana che riguarda l’America e le ingerenze della vita politica del paese – il colpo d stato nel ’53 e il ritorno dello scià, non un’autobiografia ma nuovamente una storia e un sentire condivisi. Perché era questa la sua scommessa e il suo desiderio, un’arte legata all’esperienza ma che sapesse dire di tutti, che fosse una voce e uno spazio comuni. Mantenendo la gioia del desiderio e il piacere della rivolta. Punk is not dead.

(il manifesto, 5 giugno 2026)

A Prato dal 1997 è attivo il centro antiviolenza La Nara. Il nome deriva da un libro (La Nara. Una donna dentro la storia. Aracne, 2017) scritto dalla giornalista e sceneggiatrice Maricla Boggio che raccoglie anni di interviste fatte a Nara Marconi.

Nara è nata a Prato nel 1924 da una famiglia contadina anarchica e molto colta. Il padre ad esempio conosceva la Divina Commedia a memoria. Serve la borghesia fascista prima a Roma, poi in Eritrea e poi ritorna nella sua città per partecipare alla Resistenza.

Nel dopoguerra, dopo essersi specializzata come artigiana tessile, essersi sposata e separata, inizia la sua attività civile fondando incontri e circoli femministi e aprendo il primo consultorio autogestito della città. Alla fine degli anni ’70 Nara Marconi incontra Maricla Boggio durante alcuni gruppi di discussione femminista ad Assisi. Per una decina d’anni si danno degli appuntamenti il sabato e la domenica nella casa di Boggio a Roma per delle lunghe conversazioni che vengono registrate su audiocassetta.

I 24 nastri con le loro chiacchierate sono alla base di Nara Marconi, voglio trasformarmi con il mondo. Un podcast scritto e realizzato dal collettivo Misconosciute che racconta la vita di Nara Marconi, la storia dell’incontro tra l’attivista di Prato e la scrittrice romana e la storia del femminismo popolare del secondo novecento. Un femminismo che costruisce la sua teoria partendo dalla terra, dalla politica, dall’attivismo, dal confronto reale con la gerarchia patriarcale nella famiglia e nell’organizzazione del lavoro e proprio per questo solida e forte come un tessuto tirato a telaio.

Nara Marconi, voglio trasformarmi con il mondo di Giulia Morelli, Maria Lucia Schito e Silvia Scognamiglio per RaiPlay Sound, disponibile su RaiPlay Sound.

https://www.raiplaysound.it/programmi/naramarconi-vogliotrasformarmiconilmondo

(Il Mondo – podcast di Internazionale, 4 giugno 2026)

La notizia della morte di Carola Frediani lascia un grande vuoto nel giornalismo italiano. In un panorama spesso dominato dalla velocità, dalla semplificazione e dal rumore, Carola è stata una voce rara: autorevole senza essere autoreferenziale, rigorosa senza essere distante, capace di raccontare la complessità senza mai renderla inaccessibile.

Per molte persone è stata il punto di riferimento quando si trattava di capire cosa accade dietro le tecnologie che attraversano le nostre vite: la sorveglianza digitale, la cybersicurezza, gli attacchi informatici, il potere delle grandi piattaforme, le minacce ai diritti e alle libertà online. Ma il suo sguardo andava sempre oltre la dimensione tecnica. Ci ricordava che dietro ogni algoritmo, ogni infrastruttura digitale, ogni sistema di controllo ci sono persone, rapporti di potere, scelte politiche e conseguenze concrete sulle nostre vite.

Con Guerre di Rete ha costruito negli anni uno spazio indipendente, prezioso e insostituibile per chi voleva comprendere il mondo digitale senza cedere né all’entusiasmo acritico né al catastrofismo. La sua capacità era quella di tenere insieme competenza tecnica, sensibilità giornalistica e attenzione ai diritti fondamentali, offrendo chiavi di lettura che aiutano a orientarsi in un contesto sempre più complesso.

La sua strada si è incrociata con quella del manifesto quando internet era ancora una frontiera da esplorare e da raccontare. In quegli anni entrò a far parte della comunità di giornaliste e giornalisti che attorno a Franco Carlini costruì uno dei più originali laboratori italiani di riflessione critica sulle tecnologie digitali. Mentre gran parte dell’informazione guardava alla rete come a una curiosità tecnica o a una promessa di mercato, quel gruppo provava a comprenderne le implicazioni sociali, culturali e politiche.

Carola crebbe professionalmente in quell’ambiente, contribuendo con articoli, approfondimenti e inchieste che già mostravano la cifra che avrebbe caratterizzato tutto il suo lavoro successivo: la capacità di leggere la tecnologia come una questione di potere e di democrazia. Dalle battaglie sul software libero alle trasformazioni dell’economia digitale, dai temi della sicurezza informatica fino all’attualissimo tema dei dati personali, i suoi articoli per il manifesto hanno accompagnato alcune delle principali svolte dell’ecosistema tecnologico degli ultimi vent’anni.

Una tappa importante di quel percorso fu l’esperienza di Chips&Salsa, l’agorà della rete animata da giornalisti, ricercatori, hacker, attivisti. Fu uno spazio di incontro e discussione unico nel panorama italiano: un luogo in cui la tecnologia veniva osservata con curiosità ma anche con spirito critico, senza separarla dalle questioni della conoscenza, dei diritti, della partecipazione e della giustizia sociale. Carola ne fece parte con entusiasmo, contribuendo a costruire quel dialogo tra innovazione tecnologica e cultura democratica che sarebbe rimasto al centro della sua attività professionale.

Attraverso il suo lavoro giornalistico, i suoi libri, le sue analisi e il suo impegno nella sicurezza digitale a fianco di organizzazioni per i diritti umani, ha contribuito a formare e ispirare un’intera generazione di giornalisti, attivisti e persone appassionate di tecnologia.

Ciò che resterà più di tutto è il suo modo di guardare il presente: con curiosità, lucidità, indipendenza di giudizio e una profonda attenzione alle implicazioni democratiche delle trasformazioni tecnologiche. In un’epoca in cui la tecnologia tende a presentarsi come inevitabile e opaca, Carola ha continuato a fare ciò che fanno le migliori giornaliste: porre domande, cercare connessioni, illuminare le zone d’ombra.

Il suo lavoro continuerà a essere una bussola per chi crede che il giornalismo debba aiutare a capire il mondo e che una rete più libera, trasparente e consapevole sia ancora un obiettivo per cui vale la pena impegnarsi.

(il manifesto, 4 giugno 2026)

28 maggio 2026

Abbiamo deciso di scrivere questa lettera dopo una inquietante serie di cancellazioni di appuntamenti femministi: ultimi in ordine di tempo la Festa delle lettrici 2026 alla Casa della Donna di Pisa, in cui era previsto tra l’altro un incontro con Monica Lanfranco della rivista “Marea”, e alla Biblioteca delle donne di Bologna la presentazione del libro “Donne si nasce (e qualche volta si diventa)” di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, entrambe annullate alla vigilia di date programmate da tempo.

Ma sono alcuni anni che il fenomeno si ripete: presentazioni di libri annullate all’ultimo minuto a fiere dell’editoria (Feminist 2023), lezioni universitarie boicottate, sale concesse per dibattiti o presentazioni di libri revocate il giorno prima, talvolta dopo mailbombing o velate minacce mail alle organizzatrici dell’incontro di turno. La costante: appuntamenti su tematiche femministe e con femministe annullati in contesti femministi. Si tratta di gesti di potere che offendono la reputazione di tante femministe.

È un fenomeno sempre più grave e pensiamo che non possa più essere ignorato.

In tutti questi casi, al centro del dibattito avrebbe dovuto esserci il corpo e la soggettività delle donne, declinati di volta in volta in vari aspetti: maternità, libertà femminile, sessualità, prostituzione e abusi, violenza maschile. In tutti questi casi sono state private delle donne (organizzatrici, invitate e pubblico) della libertà di incontrarsi, ascoltare, confrontarsi. Le stesse organizzatrici che hanno finito per “rimandare” sine die gli appuntamenti all’ultimo minuto spesso hanno dovuto buttar via settimane o mesi di lavori di preparazione. Case delle donne, biblioteche delle donne, persino centri antiviolenza, festival letterari: nessun tipo di spazio femminista è stato risparmiato dalle pressioni che hanno portato ad annullare incontri.

In molti casi i mailbombing sono arrivati da mittenti “targati” movimento lgbtq, in altri persone che si definiscono transfemministe, presenti in case delle donne o in centri antiviolenza della rete D.i.Re., hanno posto dall’interno veti settari e ultimatisti a eventi già in calendario da tempo, organizzati da altre donne delle stesse realtà. Sempre all’ultimo momento, sempre senza rispetto per il lavoro già svolto né per le relatrici che, talvolta, erano già in viaggio.

È una dinamica che crediamo debba essere fermata, nell’interesse di tutte. Mai prima d’ora la libertà dei singoli luoghi associativi delle donne era stata messa in discussione e ostracizzata da simili pressioni.

Nel femminismo ci sono e ci sono sempre state posizioni e visioni differenti, ci sono sempre stati conflitti aspri e polemiche anche dure, ma che si sono sempre esplicitate nel confronto. Le argomentazioni politiche non sono state mai sostituite da campagne di boicottaggio. E soprattutto non era mai stato impedito a nessuna di realizzare le proprie iniziative. Chi non era d’accordo o non ci andava, o andava e polemizzava, e da quei conflitti talvolta sono persino maturate idee nuove.

Negli spazi delle donne si lavora a promuovere e a far crescere la produzione di cultura femminista, si tessono reti di relazioni con donne di tutto il mondo, si produce pensiero politico, si riflette sulla sessualità, si discute di lavoro delle donne, di salute, di ecologia, si fanno laboratori di scrittura, gruppi di lettura e molto altro. In alcuni di essi, i centri antiviolenza, si mette al centro la relazione tra donne in un delicatissimo equilibrio per liberarsi dalla violenza maschile.

Si può rischiare che una o più di queste attività venga boicottata o snaturata da un momento all’altro, e chi la pratica scomunicata, da una sola corrente politica che improvvisamente decide di farne il suo nuovo bersaglio ideologico? Ne va della libertà di tutte e della sopravvivenza dei nostri spazi.

Invitiamo tutte le femministe che hanno a cuore le proprie pratiche politiche, la propria storia e i propri spazi a costruire un momento di confronto sulle pratiche di convivenza nel femminismo. Da parte nostra, nessuna è esclusa: anche chi vuole venire a spiegare perché ritiene di dover censurare qualcosa può parlare. Ma impedire di parlare no. Non più.   

Prime firmatarie:

Roberta Trucco, Francesca Beatrice Muresan, Lucia Giansiracusa, Doranna Lupi, Anna Merlino, Stella Zaltieri Pirola, Cristina Gramolini, Monica Lanfranco, Luciana Tavernini, Martina Albuzzi, Ilaria Baldini, Laura Minguzzi, Silvia Baratella, Paola Mammani, Martina Persenico, Tiziana Adele Nasali, Wilma Plevano, Alda Capoferri, Rossana Ciambelli, Flavia Franceschini, Clelia Pallotta, Emanuela Risso, Francesca Palazzi Arduini, Giovanna Franchetti, Franca Fortunato, Paola Cavallari, Maria Aprile, Vittoria Tola, Silvia Marastoni, Anna Maria Bardellotto, Raffaella Silvestre, Caterina Gatti, Daniela Dioguardi

Chi è interessata a sottoscrivere questo documento può inviare la propria adesione all’indirizzo mail

dichiariamo@gmail.com

con oggetto “Firmo la lettera del 28 maggio” e all’interno il proprio nome e cognome.

È morta il 4 giugno Marjane Satrapi, iraniana naturalizzata francese, autrice di graphic novel, strisce, film d’animazione e altro. Per alcune di noi, la sua opera è stata un elemento importante per capire l’Iran contemporaneo e le donne iraniane. Diverse sue interviste sul movimento Donna vita libertà sono state riprese da questo sito. La ricordiamo pubblicando la voce a lei dedicata dall’Enciclopedia delle donne a cura di Carlotta Eco.

(La redazione del sito)

Marjane Satrapi (Rasht 1969 – Parigi 2026)

Nata nella regione dell’Iran che si affaccia sul Mar Caspio, Marjane Satrapi si è rivelata agli occhi del mondo intero con Persepolis, graphic novel che racconta con grande umorismo la storia della sua vita e quella del suo Paese nel periodo compreso tra la caduta dello Scià Pahlavi e l’affermarsi della teocrazia khomeinista. Persepolis è il primo fumetto autobiografico sulla storia iraniana. Scritta con l’intento di “ribattere ai pregiudizi sul mio Paese senza essere interrotta”, Persepolis (dal nome greco dell’antica “città dei persi” fondata nel 520 a.C.) è la saga di una famiglia iraniana che vive a Teheran tra il 1960 e il 1990.

Marjane cresce in una famiglia di origine nobile e viene educata secondo principi progressisti e aperti alla lettura della tradizione illuminista e marxista. A Teheran frequenta il Liceo Francese sino a quindici anni, quando, per sfuggire al clima oppressivo ed estremista del regime di Khomeini viene “fatta emigrare” dai genitori a Vienna. A Vienna frequenta la scuola superiore e sperimenta le frustrazioni del pregiudizio e del razzismo in prima persona.

Nel 1988, a diciannove anni, alla fine della guerra con l’Iraq, Marjane decide di ritornare a casa per ritrovare l’affetto della famiglia. A Teheran frequenta la Facoltà delle Belle Arti, dove imparare a disegnare significa copiare modelli interamente coperti dallo chador.

Terminati gli studi, a ventidue anni, Marjane decide di fuggire di nuovo dal clima di censura che vige nel suo Paese e si trasferisce prima a Strasburgo, per studiare arte, e poi a Parigi. Nella capitale francese frequenta l’atelier des Vosges, un gruppo di autori di “strisce” che daranno vita al movimento d’avanguardia della Nouvelle bande dessinée. È in questi anni, e precisamente nel 2001, che nasce Persepolis; la vita di una bambina, i suoi giochi, i primi giorni di scuola, la scoperta della musica e del rock si svolgono in mezzo all’ascesa del fondamentalismo religioso in Medio Oriente, in una città martoriata dalla guerra e dalle persecuzioni politiche. Alle imposizioni dell’integralismo la piccola Marjane contrappone il valore dell’integrità umana che le viene insegnato in famiglia, in particolare da sua nonna, figura di riferimento importante, come anche dalle esperienze del nonno e dello zio morti in prigione per difendere i loro ideali di giustizia. La drammaticità degli eventi è tuttavia sempre mediata attraverso gli occhi ingenui e al tempo stesso ironici della piccola, e poi giovane donna, Marjane.

Attraverso il suo racconto dell’Iran, Satrapi fa riflettere sui comportamenti legati alla superficialità, al pregiudizio, all’apparenza e al conformismo che portano a identificare un paese, un’intera civiltà, con alcuni estremi, drammatici e condannabili aspetti della sua storia recente. In questo contesto, l’uso del velo, simbolo principe in Occidente della sottomissione femminile, è visto da Marjane Satrapi solo come uno degli aspetti del ben più ampio problema della repressione e della mancanza di libertà di pensiero e di parola nell’Iran del regime.

Il successo della Satrapi si spiega con lo stile semplice e immediato del disegno, volutamente naïf e talvolta elementare, e sempre efficace. La storia assume carattere di universalità grazie all’astrazione conferita dal segno in bianco e nero e dalla semplificazione delle figure. La forma del romanzo grafico riesce a sintetizzare specificità culturali e quindi a entrare in comunicazione con culture e età diverse.

Dopo Persepolis (2001) Marjane pubblica Taglia e cuci (2003) e Pollo alle Prugne (2004) con il quale vince l’Oscar del fumetto al festival internazionale di Angoulême.

Nel 2008 esce il film d’animazione tratto da Persepolis, scritto e diretto da Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud.

La fertile collaborazione fra i due fumettisti, che per tre anni condividono lo spazio di lavoro (uno studio di animazione con più di cinquanta collaboratori) ha prodotto un “cartone” vivo ed emozionante.

Un risultato ottenuto anche grazie alla costante presenza e partecipazione di Marjane che ha letteralmente recitato ai disegnatori il carattere dei seicento personaggi da rappresentare. Realizzato interamente a mano, secondo le tecniche più tradizionali, per ricreare il segno del fumetto, il film è stato candidato al premio Oscar nel 2008 e distribuito in Francia, in Italia e negli Stati Uniti.

Per circa trent’anni Satrapi ha vissuto e lavorato a Parigi dove ha collaborato con numerose riviste e testate di giornali (The New Yorker, The New York Times, Internazionale), ha scritto e illustrato libri per bambini. È morta nella capitale francese il 4 giugno 2026, a cinquantasei anni.

(Enciclopedia delle donne, aggiornata al 4 giugno 2026)

L’artista franco-iraniana ha raggiunto la massima notorietà con il fumetto e poi il film “Persepolis”. Nel 2024 ha rifiutato il titolo di Cavaliere della Legione d’Onore per «motivi di principio»

«Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita», si legge in un comunicato diffuso dai suoi cari all’Afp (Mattias Ripa, produttore, attore e sceneggiatore, era morto l’8 aprile 2025 dopo una lunga malattia). Nel suo account Instagram, Satrapi aveva espresso il dolore causato dalla perdita del marito con le parole «I Lost the love of my life» (‘Ho perso l’amore della mia vita’). Secondo Le Point, era ricoverata in una clinica di Monaco di Baviera da circa due mesi.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso le sue «sincere condoglianze» alla famiglia e agli amici della scrittrice, parlando di «una grande artista che ha trasformato un’infanzia iraniana in una favola universale. Con la sua prospettiva infantile, la sua ironia, la sua tenerezza, i suoi demoni interiori, l’autrice ha creato un mondo commovente con cui i lettori si sono identificati».

Cinquantasei anni, nata a Racht in Iran, artista franco-iraniana celebre per il fumetto e il film Persepolis, Marjane Satrapi ha lasciato l’Iran cinque anni dopo la rivoluzione islamica, quando i suoi genitori l’hanno inviata in Austria per sottrarla agli abusi della polizia morale e perché studiasse al liceo francese di Vienna. Arrivata in Francia nel 1994, naturalizzata francese nel 2006, all’inizio del 2025 Satrapi aveva rifiutato la Legion d’Onore per denunciare «l’atteggiamento ipocrita della Francia nei confronti dell’Iran». In un video pubblicato su Instagram, spiegava il suo gesto come «un segno di solidarietà con gli iraniani, soprattutto con le donne e con i giovani iraniani, ma anche con i compatrioti francesi tenuti in ostaggio in Iran». Marjane Satrapi si rammaricava che a «giovani iraniani amanti della libertà, dissidenti, artisti, vengano negati i visti», compresi quelli turistici, mentre i figli degli oligarchi iraniani «se ne vanno in giro a Parigi come a Saint-Tropez senza che ciò ponga alcun problema».

Marjane Satrapi era stata oggetto suo malgrado di una nuova polemica all’inizio del marzo scorso, quando la rete del servizio pubblico France 4 ha trasmesso di nuovo il suo film capolavoro Persepolis, suscitando (surreali) accuse di islamofobia sui social media. Del resto, già al momento della sua uscita, un anno dopo aver ricevuto un premio al Festival di Cannes nel 2008, il film era stato definito dal governo dell’allora presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad “islamofobo” e “anti-iraniano”. Poi era stato vietato in Libano, su pressione di Hezbollah, alleato dell’Iran. Negli album in bianco e nero poi adattati al cinema Marjane Satrapi racconta la repressione del regime degli ayatollah e soprattutto la vita quotidiana degli iraniani, tra arresti ed esecuzioni sommarie.

Nel 2005 un altro dei suoi fumetti ambientato in Iran, Pollo alle prugne, aveva vinto il premio come miglior album al Festival di Angoulême e Marjane Satrapi ne aveva co-diretto l’adattamento cinematografico nel 2011, con un cast che comprendeva Mathieu Amalric, Edouard Baer e Maria de Medeiros.

Marjane Satrapi «era molto malata», ha confidato Azadeh Kian, una «cara amica» dell’artista ai microfoni della radio France Info. L’artista «non era più la stessa» dalla morte di Mattias Ripa, scomparso lo scorso anno a seguito di una lunga malattia. «Si è lasciata morire dopo la morte del marito che adorava. Mi diceva “smetto di lottare, voglio andarmene”», ha aggiunto commossa Azadeh Kian.

Nel 2022 Marjane Satrapi aveva realizzato il video della canzone Barayé, inno della gioventù iraniana cantato da una cinquantina di artisti francofoni, come Benjamin Biolay, Camille Cottin e Chiara Mastroianni, in solidarietà con i ragazzi di Teheran. Due anni dopo, una polemica l’aveva opposta alla deputata ecologista Sandrine Rousseau, che difendeva il velo islamico: «Da quando il velo è diventato sinonimo di emancipazione? Per non essere accusati di razzismo fate il gioco dei fanatici. Che non capiate la situazione e che siate stupidi, ok, tutti hanno il diritto di essere stupidi. Ma in quel caso è meglio tacere».

In un’intervista al Figaro nel 2023, Marjane Satrapi aveva detto: «Io ho due patrie: la Francia, la patria dei diritti umani, e l’Iran, dove sono nata. Vivo contemporaneamente la crisi politica che sta attraversando il mio Paese d’adozione e, nel mio Paese d’origine, una lotta per la democrazia che porterà a un risultato positivo, ne sono convinta per la prima volta. Nel 1979 avevo nove anni quando le donne, tra cui mia madre, manifestarono contro il velo. Al suo fianco c’erano mio padre e alcuni uomini, ancora pochi. Sempre nel 1979, solo il 40% della popolazione in Iran sapeva leggere e scrivere, oggi è più dell’80%. Tra il 1981 e il 1988, la Repubblica islamica dell’Iran ha giustiziato, nell’indifferenza più totale, 20.000 giovani che avevano l’età di coloro che manifestano oggi».

(Corriere della Sera, 4 giugno 2026)

È morta di “crepacuore” a cinquantasei anni per la tristezza di aver perso il marito, un anno fa. Marjane Satrapi, la fumettista e regista iraniana, voce libera e nobile antislamica, diventata celebre per la riduzione cinematografica del suo fumetto autobiografico Persepolis, non ha retto al dolore della perdita di Mattias Ripa. L’economista svedese, conosciuto dalla Satrapi a Parigi oltre trent’anni fa, diventato suo collaboratore artistico e marito, era morto l’8 aprile dell’anno scorso a cinquantadue anni. «Marjane Satrapi è morta di dolore poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l’amore della sua vita», è il tenero addio inviato alle agenzie di stampa dai familiari della regista iraniana. Satrapi era stata una schietta e acerrima critica del governo teocratico iraniano in più occasioni a cavallo del nuovo secolo. La fumettista iraniana era arrivata in Francia nel 1994, ottenendo poi la cittadinanza francese nel 2006. La graphic novel in bianco e nero Persepolis venne pubblicata in due volumi tra il 2000 e il 2001 ottenendo un successo mondiale. L’opera racconta con graffiante umorismo la giovinezza di Marjane a Teheran, segnata dalla caduta del governo dello scià e le successive difficoltà causate dalle restrizioni imposte dalla leadership islamica iraniana dopo la “rivoluzione” del 1979. Come ha scritto Carlotta Eco sull’Enciclopedia delle donne, «Persepolis è il primo fumetto autobiografico sulla storia iraniana. Scritta con l’intento di “ribattere ai pregiudizi sul mio Paese senza essere interrotta”, Persepolis (dal nome greco dell’antica “città dei persi” fondata nel 520 a.C.) è la saga di una famiglia iraniana che vive a Teheran tra il 1960 e il 1990». Una famiglia benestante di origine nobiliare, orientata su principi morali che definiremmo “all’occidentale”, i Satrapi di fronte all’oscurantismo propugnato dal regime di Khomeini fecero emigrare la figlia quindicenne a Vienna.

Nel 1988 il primo ritorno in patria dove apprende l’arte del disegno («che significa copiare modelli interamente coperti dallo chador») e poi rifugge dalla censura e dall’oppressione culturale dei dittatoriali barbuti sciiti nel 1991 questa volta prima a Strasburgo poi a Parigi. È qui che incontra subito quello che diventerà il suo amato marito, Mattias Ripa. Attorno al 2006 inizia la produzione francese del film animato tratto da Persepolis, di cui Satrapi è regista assieme a Vincent Parranoud. Il film finisce in Concorso a Cannes nel 2007 e vince il Premio della Giuria, per poi essere candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2008. Poco prima del successo internazionale del film, Satrapi aveva pubblicato le graphic novel Taglia e cuci (2003) e Pollo alle prugne (2004), nonché diversi libri per bambini. Nel 2011 torna alla regia ma senza l’attenzione ricevuta quattro anni prima per adattare Pollo alle prugne. Dirigerà poi con alterne fortune anche i film: Voices (2014), Radioactive (2019) su Marie Curie e Paradis Paris (2024). Satrapi è stata anche pittrice e i suoi dipinti acrilici di grande formato sono stati esposti per la prima volta nel 2013 alla Galleria Jérôme de Noirmont di Parigi.

Nel 2023 aveva pubblicato un’altra graphic novel, Woman, Life, Freedom, un libro collettivo realizzato da 17 fumettisti iraniani e internazionali, in collaborazione con accademici e ricercatori iraniani. Si sono uniti per raccontare la storia di come la morte in custodia di Mahsa Amini, una donna curdo-iraniana di ventidue anni arrestata nel 2022 per non aver indossato correttamente il velo islamico. Una decina di anni fa, intervistata dall’attrice Emma Watson, Satrapi riassunse con la sua consueta fulminante ironia il suo punto di vista sulla questione femminile iraniana e globale: «Il nemico della democrazia non è una sola persona. Il nemico della democrazia è la cultura patriarcale. Come in famiglia, dove il padre decide e ha l’ultima parola, così un dittatore è il padre della nazione. Se abbiamo più donne istruite, avremo anche società più istruite. Questo, senza alcun “pregiudizio femminista”, è un dato di fatto». L’anno scorso, ha rifiutato la Legion d’onore francese a causa dell’“ipocrisia” del Paese nei suoi rapporti con l’Iran, citando le politiche francesi in materia di visti che impedivano ai dissidenti di lasciare l’Iran per recarsi nel Paese europeo.

(Il Fatto Quotidiano, 4 giugno 2026)

Nell’Italia distrutta dalla guerra, ottant’anni fa, il 2 giugno 1946 il popolo italiano con un referendum scelse la repubblica (12.717.923 voti – 10.719.284 per la monarchia) ed elesse l’Assemblea Costituente che aveva il compito di redigere la nuova Costituzione, nata dalla lotta antifascista e dalla guerra di liberazione dall’occupazione nazista. Costituzione che venne approvata in via definitiva il 22 dicembre 1947 con 453 voti favorevoli e 62 contrari su 515 presenti e votanti. Al referendum le donne votarono in massa: 13 milioni, pari all’89% della popolazione femminile, ossia il 53% della popolazione italiana. Gli uomini votanti furono 12 milioni. Le donne avevano già votato alle elezioni amministrative di marzo/aprile 1946. Furono elette in 2000 nei consigli comunali. Alcune divennero assessore e sindache come Caterina Tufarelli Palumbo a San Sosti, in provincia di Cosenza. Quel 2 giugno le donne – come scrive Livia Turco nel libro “Costituenti al lavoro – Donne e Costituzione 1946-1947” – arrivarono ai seggi con il vestito buono della festa, con i bambini in braccio, con il fazzoletto sui capelli. Per tutte una grande emozione. «Avevo – ricorda la scrittrice Anna Banti – il cuore in gola e avevo paura di sbagliarmi fra il segno della Repubblica e quello della Monarchia». Lunghe file davanti ai seggi, molte con sgabelli pieghevoli infilati al braccio, qualcuna allattava. Furono eletti 555 costituenti di cui 21 donne: 9 comuniste, Adele Bei, Nadia Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, 9 democristiane, Maria Federici, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria de Unterrichter, Filomena Delli Castelli, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio, 2 socialiste, Angela Merlin, Bianca Bianchi, 1 monarchica dell’Uomo Qualunque, Ottavia Penne. Erano giovani, alcune giovanissime, quasi tutte laureate, molte insegnanti, qualcuna giornalista, sindacalista e una casalinga. Ognuna di loro, pur nella diversità di esperienze, si era formata nella lotta antifascista e nella Resistenza. Erano poche, vero, ma seppero fare valere la loro autorità, lavorando in relazione tra loro con passione e rigore nelle commissioni e in aula. Contribuirono alla stesura degli articoli, riuscendo molte volte a convincere ed orientare gli uomini, anche quelli del loro stesso partito. «Ci interessava di più occuparci dei valori della nuova Repubblica – scrisse Nadia Spano – e lo facemmo con molta autorevolezza tutte insieme al di là delle appartenenze, mentre gli uomini ci ascoltavano con rispetto». In quel momento storico il valore supremo era la pace, una pace duratura, non solo interna al paese ma tra i popoli per scongiurare in avvenire nuove guerre. Era questo un sentimento di cui si fecero interpreti, molto diffuso nel paese e nelle donne che avevano sofferto i bombardamenti, l’orrore della guerra, tante avevano conosciuto le asperità dei combattimenti nella Resistenza, molte il confino, l’esilio, i campi di concentramento e la galera. Da qui l’assoluta rinuncia alla guerra «come strumento di offesa della libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», sancita dall’art.11. Le madri costituenti seppero confrontarsi con quei parlamentari che non volevano il «ripudio della guerra», ritenuta «una formula di umiliazione perché eravamo vinti». A distanza di ottant’anni, in questo momento storico che stiamo vivendo, in cui sembra già arrivata un’altra notte buia della guerra, della violenza, della forza e del dominio, dei nazionalismi e della corsa agli armamenti, quel sentimento di “ripudio della guerra”, «pietra miliare della Costituzione», è ancora molto forte nel nostro paese, nelle donne e nelle giovani generazioni. È a loro che appartiene la festa della Repubblica, non a chi giorno per giorno aggredisce e tradisce la sua Costituzione.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 31 maggio 2026)


Nel week-end del 16 e 17 maggio si è svolta la conferenza “Femminismo fortemente sconsigliato (ma necessario)”, promossa dalla Rete femminista Dichiariamo. Un incontro nazionale che ha visto una numerosa partecipazione, scaturito dal desiderio di confrontarsi a partire dalle considerazioni qui ricordate:

«Le donne non sono una minoranza fra le tante, sono più della metà dell’umanità. Rifiutiamo di sparire nell’indistinto degli asterischi, come di servire a desideri non nostri. Le “libertà” che passano attraverso il mercato sono false opportunità perché nessuna può piegare le leggi di mercato a proprio vantaggio. Desideriamo che sia ripristinato il libero confronto delle idee, contro post-verità e censure, perché vogliamo realizzare un patto di convivenza pacifica e rispettosa di tutte.

Femminismo fortemente sconsigliato da chi propugna le guerre, più o meno ibride, degli eserciti e della propaganda; da chi vende e compra tutto: sex-work, gestazione per altri più o meno solidale, pornificazione; da chi, a destra, sinistra, centro, censura il libero pensiero, lo teme e lo evita.

Femminismo (intensamente) necessario per chi cerca la nonviolenza negli scambi e pratica la “difficile arte del conflitto generativo”; per chi sceglie il gusto di vivere, la maternità, il lesbismo, al di qua e al di là della legge; per chi afferma la libertà di espressione e la politica relazionale».

La conferenza è stata articolata in quattro sessioni tematiche:

La libertà non è in vendita, avviata da Silvia Baratella, Valentina Pazé e Nora Vira

Ritratto di giovani in fiamme, avviata daFrancesca Della Valle e Stella Zaltieri Pirola

Disarmare arsenali e parole. Pratiche di conflitto generativo, avviata da Daniela Dioguardi e Monica Lanfranco

La libertà è sempre libertà di chi la pensa diversamente, avviata da Cristina Gramolini e Olivia Guaraldo

La cineasta Lidia Meriggi ha ripreso i momenti introduttivi del convegno e delle singole sessioni e ha realizzato con Doranna Lupi delle interviste ad alcune partecipanti. Il tutto è stato pubblicato sul canale YouTube della Rete femminista Dichiariamo. Qui di seguito i link (N.B., in caso di malfunzionamento, copiare il link e incollarlo per esteso nella barra dell’indirizzo URL del browser):


1. Lucia Giansiracusa e Laura Minguzzi – BENVENUTO

2. Silvia Baratella, Valentina Pazé e Nora Vira di GenerAzioneD – LA LIBERTÀ NON È IN VENDITA

3. AA.VV. – RITRATTO DI GIOVANI IN FIAMME

Parte prima: Stella Zaltieri Pirola, Francesca Della Valle e Martina Persenico

Parte seconda: Raffaella Silvestre, Martina Albuzzi e Francesca Beatrice Muresan

4. Daniela Dioguardi e Monica Lanfranco – DISARMARE ARSENALI E PAROLE. PRATICHE DI CONFLITTO GENERATIVO

5. Cristina Gramolini e Olivia Guaraldo – LA LIBERTÀ È SEMPRE LIBERTÀ DI CHI LA PENSA DIVERSAMENTE

6. INTERVISTE alle partecipanti a cura di Lidia Meriggi e Doranna Lupi

Nel ricordo della giurista e femminista, un’eredità politica e simbolica che invita ancora oggi a tenere insieme legge e desiderio, istituzioni e vita concreta

Lia Cigarini, un diritto che nasce dalle relazioni
Lia Cigarini – Paestum 2012, frame da Video Libreria delle Donne di Milano

Molte donne della mia generazione, nate quando la Libreria delle donne di Milano era stata già fondata (1975) e quando De Beauvoir Irigaray Muraro e Cigarini (tra altre) avevano già scritto le parole che andiamo ancora sottolineando, hanno sviluppato un certo timore reverenziale nell’approcciare le protagoniste di allora. Difficile sentirsi all’altezza dell’autorità femminile emanata dalla loro presenza ovunque si fosse. Non solo perché si lavora sui loro testi come su dei canoni, ma per la responsabilità che si prova nell’attualizzare lemmi come “ordine simbolico”, “vuoto legislativo”, “sopra la legge”. È successo anche a me, dalla prima volta in Libreria – nonostante fossi a fianco a una delle donne e studiose a cui mi affido pienamente, Silvia Niccolai – fino all’ultima occasione in cui ho provato a dire, di fronte a Lia Cigarini, perché l’orizzonte che ha tracciato è quello in cui ancora intendo muovermi e che vorrei trasmettere a chi verrà dopo di me. Eravamo a Palazzo Marino per i cinquant’anni della Libreria e per celebrare il suo ultimo compleanno, a ottobre 2025. Per sintetizzare il munus perpetuo che Lia Cigarini – avvocata, giurista, militante – lascia agli studi sul diritto, farò riferimento a tre espressioni che ribadiva spesso con la sua consueta assertività, un po’ austera ma più che altro autorevole: “sopra la legge”, “vuoto legislativo” e “cambio di civiltà”.

Prima questione: «il sopra la legge è il luogo dell’esistenza simbolica, il luogo dell’autorità che io oggi riconosco ad altre donne e mi riconosco […]. Nel momento in cui c’è autorità femminile c’è tutto l’ordine simbolico necessario perché le donne possano diventare libere nei rapporti con le altre, con gli uomini e con l’intera società». Queste parole di Lia oggi sono confluite ne La politica del desiderio (Orthotes). Sopra la legge non è solo una metafora che indica un modo di guardare al diritto da un punto di vista esterno, per dirla con un’espressione di Herbert Hart: sopra significa anche fuori, prima o dopo. Oltre la legge, e così via: e tuttavia l’espressione “sopra la legge” presuppone che una legge ci sia. L’espressione “sopra la legge” è della mistica Margherita Porete e indica la posizione di libertà che si guadagna privilegiando le relazioni alle istituzioni punitive e coercitive.

Per Cigarini è anzitutto la pratica dell’inconscio che può portare a osservare le relazioni giuridiche, più o meno formali, fuori o dentro il processo, «facendo un balzo al di fuori». Soprattutto su temi relativi alla libertà sessuale e riproduttiva, questa espressione è stata cruciale nel definire un punto di vista rivoluzionario sul diritto. Mentre ovunque si discuteva di quel che andava messo o non messo nella 194, Cigarini ribadiva che sull’aborto e sulla sessualità in generale legiferare può essere rischioso e che andava fatto «un lavoro politico diverso». Un monito ancora attuale non solo per le cifre degli obiettori, ma anche per ripensare alcuni dibattiti come quello sulla maternità surrogata, che proprio in questi giorni riempie le pagine sul web.

Seconda questione: in un articolo del 1992 uscito su Via Dogana (intitolato appunto “Sopra la Legge”), proprio a proposito della legge 194/1978 Lia Cigarini dice che il “vuoto legislativo” sarebbe stato un’occasione di libertà per le donne. Si tratta di un tema che Cigarini e le altre autrici di “Non credere di avere dei diritti” ribadiscono non solo a proposito dell’interruzione di gravidanza, ma di molta legislazione antidiscriminatoria (specialmente in materia di lavoro e congedi), una tipologia di strumento «più amata da chi legifera che dalle donne stesse» perché imbriglia e normalizza il dinamismo affettivo, corporale e culturale delle donne, nonché la complessità del soggetto femminile (e non solo perché, come fa comodo dire, sa far tante cose contemporaneamente). Fare vuoto non significa non credere nella funzione sociale del diritto, che a partire dalla forza costituente dei principi può tenere insieme valori in conflitto, ma significa prediligere – per alcuni temi – un diritto “minimo”.

Grazie a questo metodo, Cigarini è riuscita molto bene a conciliare due operazioni apparentemente inconciliabili: da un lato dimostrando, con la pratica del processo e il lavoro in aula soprattutto, che il diritto e lo stato di diritto sono argini necessari all’arbitrio, in ogni campo e in ogni tempo. Dall’altro, invitandoci a stare sopra la legge e a fare vuoto prima di prendere (a tutti i costi) posizioni nette su scelte tragiche, come lo sono spesso quelle che riguardano il corpo, la nascita, o la morte. Con questa conciliazione Lia Cigarini lascia in eredità alla nostra generazione una responsabilità: provare a seguire il suo esempio tenendo insieme la necessità della legge e i rischi del suo abuso, per «fare di una condizione umana imposta, quella femminile, un’occasione di esistenza più grande». Senza mai far prevalere troppo la libertà a ogni costo o la restrizione a ogni costo, ma facendo leva sulle costrizioni (che oggi possono essere diverse da allora) per ampliare gli spazi della libertà delle donne. Fare leva: un’altra figura retorica che amava usare per definire la spinta generativa delle difficoltà, senza mai farsi affossare dai vittimismi (oggi assai di moda, ahimè).

Terza e ultima questione: nei suoi lavori scritti e nei suoi interventi Lia Cigarini ha spesso sostenuto che sulla libertà delle donne e sulle pratiche politiche per i loro diritti «è necessario un cambio di civiltà». Continuare a pensare il desiderio e le politiche (comprese le leggi) come due emisferi in opposizione è sbagliato: lo ha detto, lo ha scritto, lo ha ribadito ancora e spesso negli ultimi anni prendendo posizione su questioni come la gestazione per altri. Il diritto non è un territorio di conquiste: questa è invece un po’ la tendenza a cui si assiste, per cui a ogni dimensione del desiderio, della gioia e dei piaceri sembra dover corrispondere, appunto, il “diritto a” o il “diritto di”. Non funziona così, non dovrebbe funzionare così: il diritto è in continuità con la vita e quest’idea è resa benissimo dall’espressione «la politica del desiderio» che infatti segna l’ultima raccolta di lavori di Lia Cigarini, un’espressione che ancora una volta a livello figurale restituisce la contraddittorietà del rapporto tra la vita e le regole, per dirlo con Stefano Rodotà.

Il cambio di civiltà richiede un lavoro costante, una pratica quotidiana. Non è l’esito di negoziazioni da salotto in cui stilare le forme di vita vincenti e perdenti, o i desideri da assecondare e quelli da neutralizzare. Non funziona così. La trasformazione auspicata da Lia Cigarini spiega un orizzonte, un metodo per lavorare quotidianamente, con la prudenza che appartiene da millenni alla scienza giuridica. Senza assumere a priori posture contrastive, senza amici e nemici. L’orizzonte che ci consegna Lia e per cui le dobbiamo gratitudine indica bene il cambio di civiltà, di cultura giuridico-politica, che servirebbe. Purtroppo non lo ha visto compiersi e la strada oggi è lunga e tortuosa.

Poco più di un mese dopo la sua morte ripenso al suo sguardo, ai silenzi dopo le domande altrui (alle mie senz’altro) e al tempo lento di elaborazione delle sue risposte spesso brevi e dense, al tono deciso con cui lei – loro – lanciavano motti e fissavano figure come il “sopra la legge” o il “vuoto legislativo”; dopo ore di elaborazione, liti, ripensamenti, accanitamente, sempre come se la posta in gioco (un’altra figura retorica che ha usato spesso) fosse altissima. In effetti, lo era e lo è.

Quel timore reverenziale di fronte a Lia forse era piuttosto, a riguardarlo, la sensazione che qualunque fosse il tema in discussione – il Catalogo giallo, la maternità surrogata, i discorsi identitari – lei cercava (riuscendoci) a riportare tutto al nocciolo della questione, stando sopra la legge e dentro la legge, sopra le relazioni e dentro le relazioni, con leggerezza e viva autorità.

(ilmanifesto.it, 28 maggio 2026)

Scriveva Madame de Maintenon a Madame de Brinon: «Il re prende tutto il mio tempo; io dono il resto a Saint-Cyr a cui vorrei donarlo tutto».

[…]

Saint-Cyr è un luogo, una fondazione per l’educazione di fanciulle “povere e di buona famiglia” creata da Mme de Maintenon (che, sia detto per inciso, poté dedicarvisi completamente solo alla morte del re). A Saint-Cyr, quindi, Mme de Maintenon dona il suo resto di tempo e a Saint-Cyr vorrebbe donarlo tutto.

Nonostante gli impegni che le derivano dal suo ruolo di amante prima e di sposa morganatica poi, Mme de Maintenon riesce a trovare ancora del tempo da dedicare a ciò che le sta più a cuore. Ma questa interpretazione sembra semplicemente alludere – ancora una volta – all’inesauribile capacità di Mme de Maintenon (e delle donne) di erogare energie, comporre i tempi e conciliare i molteplici aspetti dell’esistenza. È una lettura riduttiva che non rende conto dell’esperienza temporale nella sua complessità poiché lascia in ombra l’unico elemento che di quella complessità è spia: il resto.

Il resto non è (niente), aveva concluso Derrida. […]

Al contrario, io credo che quel resto esista e che non sia un residuo. E che proprio la sua esistenza – nell’esperienza temporale di molte donne – getti una luce diversa sul “tutto”, su quello che per comodità chiamerò il tempo del re.

Il resto è un di più, è qualcosa che la somma complessiva non prevede, è un’eccedenza non contemplata né significata dal tutto. Il “resto del tempo” di Mme de Maintenon è irriducibile al tempo del re […]. La non misurabilità di questo resto e il conseguente rifiuto da parte delle donne di far tornare i conti a tutti i costi sono, a mio avviso, un buon punto di partenza per spiegare in cosa consiste – se esiste – un’esperienza femminile della temporalità.

Nell’Ordine simbolico della madre Luisa Muraro scrive: «Tempo e ordine simbolico sono istanze alla pari, in quanto sono entrambe istanze mediatrici, istanze della pensabilità del reale […] il tempo è l’ordine che noi diamo all’esperienza del divenire».

[…]

Mme de Maintenon dona un tempo che a rigor di logica dovrebbe essere finito. Eppure sempre gliene rimane, perché quello è il tempo del suo desiderio. È un tempo che il re non riesce a controllare perché fuori dalla sua giurisdizione (fuori dalla corte) e che il Filosofo [Jacques Derrida] non riesce a comprendere perché incompatibile con la necessità logica. Un tempo dunque non inscrivibile né nell’ordine sociale né in quello simbolico dato. Per esso – anzi tramite esso – Mme de Maintenon inscrive la sua temporalità in un ordine simbolico differente (che è quello delle relazioni tra donne che hanno casa a Saint-Cyr): qui il tempo non è una merce, un bene che, prima o poi, scarseggia, ma una risorsa simile al desiderio, sempre rinnovabile come la nostra capacità di significazione del reale.

Chiamerei dunque questo resto una “risorsa di senso o di desiderio” cui attingere per nominare non solo il luogo in cui ci piace stare (Saint-Cyr per Mme de Maintenon, lo studio o la politica per me) ma anche quello materiale della necessità. Grazie a quella risorsa di senso, […] Saint-Cyr, cioè la più cara tra le realizzazioni di Mme de Maintenon, non è stata annientata dal re e dal suo tempo onnivoro: ciò significa certo che Saint-Cyr è salva ma soprattutto che il tempo del re non è così “invincibile” né talmente compatto da impedire nuove significazioni. Se quel tempo non si dà più come unico, se un altro tempo esiste e esiste come istanza (libera) di mediazione, perché non attingere a questo per aprire varchi di libertà in quello? Perché non “restituire”, appunto, al tempo una dimensione complessa in cui – a corte come a Saint-Cyr – necessità e libertà possano coesistere?

Certo, Mme de Maintenon avrebbe potuto più semplicemente abbandonare il re e ritirarsi a Saint-Cyr. Ma così facendo avrebbe perso la possibilità di gettare un ponte tra le due realtà cui maggiormente teneva: consegnando la prima alla sola misura della necessità e la seconda a una libertà che non riesce a farsi trascendenza, che non riesce, cioè, a compiere quel “movimento di traduzione di sé dall’intimità indicibile all’esistenza nel mondo”. Mme de Maintenon rimane a corte e del suo resto di tempo si serve per nominare come complesse – necessarie e insieme libere – entrambe le sue esperienze.

Ieri Luigi XIV, oggi il capitale: dalla prepotenza della corte a quella dell’economia.

[…]

(Tratto da Iaia Vantaggiato, Quel che resta del tempo, in AA. VV., La rivoluzione inattesa. Donne al mercato del lavoro, Pratiche ed., 1997, pp. 37-63)

Brano tratto dall’introduzione del libro di Diotima “Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione”, Liguori ed., Napoli 2002.

[…]

Nella nostra ricerca ci siamo fermate a lungo davanti al fatto di un’apparente discontinuità nella storia delle donne. C’è, nella storia documentata, l’evidenza di una presenza femminile che ogni tanto viene in primo piano per una luce che si accende dall’interno stesso della società senza poi durare né farsi tradizione, com’è avvenuto nella Francia del sec. XVII-XVIII, con il movimento del Libero Spirito, alle origini del cristianesimo… Noi stesse potremmo essere questo.

«Ma perché le donne non sono nella storia? O meglio: perché non vi compaiono se non marginalmente?» Sono le domande che Gianna Pomata formula all’inizio del suo ormai classico saggio “La storia delle donne: una questione di confine”. E risponde che la ricostruzione del passato è uno spazio di rappresentazione sociale, simile all’allestimento di un teatro in cui certe cose vengono portate in primo piano e altre restano o tornano sullo sfondo o vanno fuori scena, per cui la risposta a quella domanda va cercata nelle regole che determinano la rappresentazione sulla scena storica. Sì, purché si consideri anche le continuità e le discontinuità di quella scena e si aggiunga anche questa domanda: perché la storia delle donne non ha la caratteristica della continuità?

Prima ho parlato di un’apparente discontinuità: non potrebbe essere, invece, vera e profonda? nel senso che, in quella discontinuità, invece di voler leggere un venir meno, si potrebbe forse leggere la manifestazione di un esserci che non ha bisogno di durare?

Mi viene ora in mente una di quelle straordinarie formule che ha saputo coniare Carla Lonzi: «La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza!» (“Sputiamo su Hegel”). Che cosa vuol dire? Per me, approfittare della differenza è stato vivere la asimmetria dei sessi non come un’ingiustizia da correggere ma come un principio di relatività, intesa nel senso di Einstein, distante da ogni relativismo. E considerare la politica delle donne non come una macchina che fa accadere le cose, ma piuttosto come un intensificarsi della mediazione nell’ordine del poter essere e del poter accadere. Da questo punto di vista, il libro prototipo resta “Tre ghinee” di Virginia Woolf.

Si può andare oltre e intendere che quelle parole dicano anche questo: «Approfittiamo dell’assenza!» Così, per finire, abbiamo fatto in Diotima: ci siamo messe ad approfittare dell’assenza. E ci siamo accorte quasi subito che la continuità, che caratterizza la costruzione della scena storica, non è la sua parte migliore, ossia la più parlante, la più favorevole alla ricerca, la più sensibile agli inevitabili errori. Anzi. Per rendercene conto, è bastato considerare le forzature che operano e le fatiche che impongono i linguaggi che non sanno render conto delle discontinuità, dei mancamenti, delle rotture, delle incoerenze, dei vuoti, delle sottrazioni, delle asimmetrie, delle disparità, dei conti che non tornano.

È stato in quel punto che abbiamo cominciato a pensare alla storia delle donne come ad una storia dotata di una caratteristica insolita ma non insensata: l’intermittenza, simile al corso di quei fiumi nel Carso di cui ci parlava la maestra a scuola, che spariscono nel sottosuolo e poi riaffiorano, secondo le caratteristiche del terreno. In altre parole, quello che si presentava come un difetto di continuità, abbiamo provato a guardarlo come una storicità originale, non confinata nella cronologia, e come la manifestazione di un essere non tenuto a farsi vedere per esserci. La cosa ha funzionato, detto alla buona, nel senso che la nostra mente si è messa in movimento, i fatti si sono risvegliati, anche i più banali, e le nostre interlocutrici hanno reagito vivacemente, con angoscia le une, con allegria altre che si sono sentite esonerate da una presenza obbligatoria ed invitate all’esercizio di una libertà di nuovo tipo.

Sono arrivata dove comincia il libro e mi fermo. Naturalmente, il senso dell’“intermittenza” constatabile nella storia delle donne resta altamente problematico e non basterà certo un libro ad investigarlo. Del resto, questo libro non ha l’intermittenza per oggetto, ce l’ha come postura, cioè come un fatto interno e accettato, con tutto quello che esso comporta di non ancora capito e di promettente per l’intelligenza delle cose che c’interessano.

[…]

C’è una cosa che ho imparato studiando le lingue antiche: i greci, prima di decidere quando accade qualcosa, decidevano come accade. Prima del tempo, l’aspetto. Prima di collocare un’azione nel flusso del mondo, ne coglievano la forma: se era un processo aperto, un’azione con inizio e fine, un evento puntuale senza bordi.

L’aspetto imperfetto, l’infectum, descrive qualcosa che si svolge, che non è ancora compiuto, che respira. Il perfetto, il perfectum, dice che qualcosa è accaduto e che il suo effetto persiste, ancora presente nel momento in cui parlo. E poi c’è l’aoristo, il più misterioso, il più discusso nelle grammatiche e nei seminari. Il suo nome viene dal greco aóristos: indefinito, senza bordi, senza contorni temporali. L’aoristo non si situa nel presente né nel passato. Non dice né “stavo camminando” né “ho camminato e ne sento ancora le gambe stanche”. Dice solo: l’evento è accaduto. Sospeso. Avulso dal tempo.

Calandomi quotidianamente nel mondo algoritmico, tra i reel1 nel doomscrolling2 ormai inevitabile di Instagram e le raccomandazioni da cui sono bombardata, ho iniziato ad avvertire qualcosa di simile a un fastidio grammaticale. Come leggere una frase in cui tutti i verbi sono all’aoristo. Un articolo di due mesi fa presentato come notizia di questa mattina. Un dibattito di settimane fa riproposto come urgente, attuale, arrabbiato. Una scoperta scientifica di anni fa restituita come rivelazione. 

Il contenuto esiste, l’evento è avvenuto: ma quando? Dove si colloca nel flusso? L’algoritmo non lo dice. Non gli interessa. L’algoritmo parla quasi sempre all’aoristo.

Sono quasi due anni che dedico un terzo della mia vita a plasmare agenti di intelligenza artificiale. Li ho progettati, testati, rotti e ricostruiti. Li ho addestrati a rispondere, a classificare, a ricordare. E la cosa che mi ha colpito di più non è stata la loro capacità, ma la loro temporalità. Un modello linguistico non ha un presente. Ha un taglio di conoscenza: una data entro cui ha visto il mondo, oltre la quale brancola. Ma soprattutto: non sa quando sei tu, adesso, a parlargli. Non sa se è ieri o domani. Risponde dall’aoristo: l’azione è avvenuta, il sapere esiste, ma senza àncora.

E il feed algoritmico dei due social network più popolari (Instagram e Tiktok) non è molto diverso. La sua logica non è cronologica, è energetica: ti mostra ciò che ha più probabilità di tenerti ferma, di farti scorrere ancora un po’. Il tempo non è una variabile rilevante nel suo calcolo. La freschezza lo è solo nella misura in cui eccita, e ciò non toglie che a eccitare possa essere anche qualcosa di vecchio, se è abbastanza arrabbiante, abbastanza commovente, abbastanza vicino a ciò che hai già guardato ieri. Il passato e il presente si appiattiscono in una superficie continua di stimoli aoristici.

Il femminismo ha sempre avuto una relazione speciale con il tempo, almeno ai miei occhi. Non con il tempo lineare della carriera, del progresso, dell’accumulo. Ma con il kairos: il momento opportuno, il tempo giusto per ogni cosa, il tempo che non si misura ma si riconosce. E con l’imperfetto: le pratiche di cura, la costruzione delle relazioni, tutto ciò che non si finisce mai davvero, che non ha un output misurabile, che esiste nel farsi continuo.

L’intelligenza artificiale, nella sua versione accelerazionista, è invece profondamente aoristico-futurista. Pretende di portarci al futuro più velocemente, ma lo fa svuotando il presente. Risponde in millisecondi, genera in secondi, consegna prima che tu abbia finito di chiedere. E da sviluppatrice combatto continuamente con quella che in gergo tecnico è definita latenza: l’attesa tra un invio e una risposta, tra una generazione e un’altra. Un’attesa che deve essere sempre ridotta di più, fino a scomparire agli occhi dell’utente. E in questo tempo di non-tempo, qualcosa si perde: la gestazione, l’incertezza produttiva, il momento in cui non sai ancora e stai ancora cercando.

Io lo sento su di me. Lo sento nel modo in cui adesso faccio più fatica ad aspettare. Nel modo in cui la lentezza mi crea un’ansia che non avevo prima. Nel modo in cui mi sorprendo a voler sapere subito, concludere subito, avere la risposta prima ancora di aver formulato bene la domanda. La gratificazione istantanea, aoristica.

Ho scritto nei miei appunti su questo testo, in un momento di stanchezza e di chiarezza insieme: per il mio futuro desidero vivere il mio presente nel suo tempo imperfetto.

In questo semplice appunto forse volevo racchiudere anche qualcos’altro. Un concetto grammaticale che mi ha sempre affascinato: il futuro desiderativo, categoria grammaticale arcaica, che esprimeva un desiderio proiettato in avanti, ma radicato nel presente. Non “voglio” e basta, non “vorrò”. Ma qualcosa come: che io possa, un giorno, ancora desiderare questo. Un atto di cura verso il proprio tempo futuro.

Vivere nel tempo imperfetto significa accettare di essere in mezzo. Significa tollerare di non sapere ancora, di non aver ancora finito, di essere ancora dentro il processo. Significa opporre alla superficie aoristico-algoritmica una profondità di presente che fa resistenza. È una scelta che fa sorgere una domanda più sottile, forse: con quale aspetto voglio vivere? In quale forma voglio che la mia esperienza accada? Come qualcosa di puntuale, senza contorni, sospeso nell’indefinito? O come qualcosa che si svolge, che dura, che lascia traccia mentre è ancora in corso?

L’aoristo descrive ciò che è accaduto senza dirci nulla di come ci è arrivato. Io voglio ancora sapere come ci arrivo. Voglio ancora l’imperfetto, il tempo di chi non ha ancora finito, di chi è ancora, faticosamente, nel mezzo delle cose.

  1. Reel: formato video breve e verticale, tipicamente dai 15 ai 90 secondi, introdotto da Instagram nel 2020 in risposta alla diffusione di TikTok. Pensato per la fruizione rapida e seriale, il reel è l’unità base del consumo algoritmico contemporaneo. ↩︎
  2. Doomscrolling: termine entrato nell’uso comune durante la pandemia del 2020, indica la pratica compulsiva di scorrere indefinitamente feed di notizie e contenuti digitali, spesso negativi o ansiogeni, anche in assenza di un obiettivo preciso. La parola fonde doom (rovina, destino funesto) e scrolling (lo scorrimento del dito sullo schermo). ↩︎

A Bogotà, dal 2019, ci sono gli “isolati della cura”, un sistema distrettuale e un programma locale di sostegno

Ottobre 2019. Pochi mesi prima che il mondo venga turbato dalla pandemia, la città di Bogotà elegge Claudia López, prima sindaca apertamente omosessuale a guidare una città strutturalmente attraversata dall’ingiustizia sociale (tanto da essere divisa in sei “strati”: ricchi, intermedi, poveri, con degrado estremo, etc.). Tra le altre cose, la vittoria di López segna una svolta nella gestione urbana del sostegno al lavoro di cura. Bogotà, come tutta l’America Latina, era già dagli anni Ottanta un luogo di una fervente elaborazione femminista che è riuscita a coniugare, specialmente negli ultimi anni, teoria e pratiche, portando avanti un lavoro casa per casa, storia per storia, per reimmaginare la vita quotidiana.

2020. Esplode la pandemia e si crea così l’occasione per testare, finalmente, un nuovo indirizzo politico a partire dalla cura. Le aree urbane, come Bogotà, sono quelle in cui più si percepisce l’assenza di relazioni solidali, di spazio, di tempo. Il lavoro di cura balza improvvisamente in cima alle questioni da affrontare subito e collettivamente. È in tale contesto che López e la sua squadra lanciano il Sistema Distrital de Cuidado (sistema distrettuale della cura), che con le sue tre R – reconocer, redistribuir, reducir (riconoscere, ridistribuire, ridurre) – è il primo programma locale di sostegno alla cura e ruota essenzialmente intorno alle manzanas del cuidado (isolati della cura).

2021. Apre la prima manzana del cuidado. Oggi sono in tutto 26 e a breve diventeranno 45. Molte città del mondo le vorrebbero replicare. Sindaci e leader progressisti le considerano un modello per la giustizia di genere. Studiose di economia, femminismo, sociologia urbana le usano come paradigma. Ma che cosa sono e come funzionano, in concreto?

L’idea è molto semplice: non si tratta di costruzioni nuove sostenute da fondi miliardari (come quelle previste dal Pnrr, che in molti casi ancora aspettiamo di visitare): le manzanas nascono dal riutilizzo di luoghi già esistenti. Scuole, strutture sportive, community centers. Le prime 26 sono presenti nelle zone periferiche e con percentuali altissime (quasi esclusivamente femminili) di caregivers a tempo pieno che non hanno studiato, non fanno alcuna attività per sé stesse e badano a tempo pieno a partner, figli, genitori, prossimi non autosufficienti. Queste persone, essenzialmente donne, iniziano a veder riconosciuto il proprio lavoro finora invisibile. Come? Il principio chiave è l’economia del tempo: chi sostiene il carico anzitutto mentale della cura, si sa, porta avanti tante azioni nello stesso momento (cucina, guarda i figli o gli anziani, programma la gestione della casa) e per questo non ha spazio da dedicare a sé o alla partecipazione politica, alla propria comunità.

Molte di queste donne non sanno andare in bicicletta, non hanno mai seguito una lezione di nuoto o di yoga, non hanno finito la scuola e quindi non possono cercare lavoro. Così, per esempio, vanno alla manzana e portano con sé i figli e il bucato sporco. Mentre i bambini seguono alcune attività e qualcuno si occupa di fare il bucato e ripiegarlo, loro seguono una lezione di matematica per prendere un diploma, o fanno una lezione di yoga per ricentrarsi. Il principio guida, per come lo descrive la sociologa María José Álvarez, è quello del «mentre accade A, mentre qualcuno si occupa di B, mentre io faccio C, etc.». Il tempo delle donne non viene liberato facilmente? Le manzanas riconoscono lo sforzo della cura ridistribuendolo (altri lo fanno per loro) e riducendo (quando rientrano a casa ne hanno di meno).

Non ci sono costie non ci sono orari. Sono aperte anche di sabato e ci sono solo alcune regole da seguire, per esempio: la biancheria intima non la si porta, i soggetti con malattie molto gravi vengono sostenuti nelle case private, sempre dal Sistema Distrital. Non sono richieste procedure di accesso e la burocrazia è minima. Naturalmente sono aperte anche agli uomini, e naturalmente non conta l’orientamento sessuale. Non si deve provare di essere sposati, o di trascorrere un determinato numero di ore a svolgere lavoro di cura. Se ci si prende cura di un animale e questa è un’attività time-consuming, si può accedere. Altro principio chiave è infatti la fiducia: non si chiedono prove per offrire sostegno, basta la parola. Il successo di questo sistema diffuso e locale della cura è spiegato da ragioni diverse, alcune contestuali, altre generali. Le prime: l’America Latina è la zona del mondo con le maggiori ingiustizie sociali e con una distribuzione di ricchezze estremamente polarizzata, per cui ci sono pochissime persone molto ricche e una maggioranza di persone molto povere. In più, in Colombia non è mai esistito un sistema di welfare come quelli europei. La presenza di community centers che smistano ogni esigenza (salute, lavoro, servizi sociali) è indice di una generale assenza dello Stato.

Le manzanas sopperiscono, quindi, a un sistema strutturalmente carente. Per questo motivo si potrebbe pensare che un modello simile non servirebbe, allora, nelle grandi metropoli europee. E invece no. In molti propongono di espandere il modello manzanas anche da questo lato dell’Atlantico, e questo lo si spiega con il secondo ordine di ragioni per cui il sistema ha avuto così successo: questo progetto coglie bene lo spirito del nostro tempo, perché sono cambiati gli assetti famigliari ed è cambiata la logistica quotidiana.

Nei primi incontri, molte delle persone che arrivano dagli operatori e dalle operatrici nelle manzanas denunciano malesseri legati a isolamento, depressione, ansia. La cura è un carico: se viene rimosso, ritorna ancora più pesante. Riconoscerlo, ridistribuirlo e ridurlo è il primo passo verso l’alleggerimento individuale e collettivo. Come? La grande intuizione dietro il progetto manzanas è stato un investimento costante sull’interazione tra istituzioni della cura e la scelta accurata delle persone responsabili di questo piano.

Claudia Lópeze la sua amministrazione hanno richiesto che a coordinare i presidi fossero reclutati soggetti con una sensibilità femminista alle politiche della cura e, possibilmente, cresciuti vicino a quelle zone, perché è inutile dare in mano a qualcuno uno strumento che serva a qualcosa che gli sta poco a cuore. Da un punto di vista globale, il carattere virtuoso di queste esperienze si spiega con il fatto che esse intercettano un doppio bisogno concreto e spesso disatteso, anche dalle amministrazioni europee: vedere riconosciuta da un lato la complessità logistica dell’organizzazione famigliare, e, dall’altro, liberare parte del proprio tempo per fare ciò che davvero si desidera. Le manzanas hanno insomma sia un impianto intersezionale, perché rispondono all’organizzazione di vari aspetti della vita che possono anche richiedere interventi contestuali, sia fortemente liberativo – perché non danno priorità al bucato rispetto allo yoga ma grazie alla logica del «mentre faccio questo, qualcuno fa l’altro…» fanno sì che la complessità diventi gestibile, persino possibile, visto che a prendersi cura degli altri e di sé stessi si può sempre imparare.

A cuidar se aprende [‘a prendersi cura si impara’, ndt] è il nome di un piano, sempre gestito dal sistema, per chi vuole imparare a svolgere attività di cura ma non è capace a farlo: moltissimi uomini lo stanno seguendo. Intersezionalità, prossimità, contesto, educazione: il piano è chiaro, le potenzialità molteplici. Accanto a Claudia López ci sono state donne straordinarie come Natalia Moreno, Diana Rodriguez e María José Álvarez che insegna alla Universidad de los Andes di Bogotà, sociologa e urbanista che mi ha raccontato, oltre alla genesi e agli sviluppi delle manzanas, anche una breve storia significativa. Un giorno arriva alla manzana per il suo consueto lavoro e vede una donna seduta, come in attesa. Le domanda cosa sta facendo, se sta per iniziare una qualche attività. La donna le risponde di no. Non aspetta nulla e nessuno: i figli sono a giocare al sicuro, tra un’ora le restituiranno i panni. Estoy cansada [‘sono stanca’, ndt]: semplicemente, non se la sente di fare nulla e si gode un po’ di vuoto mentre il resto accade, finalmente, al di là del suo intervento. Dalla conquista di questo spazio vuoto, solo da questo, può ricominciare a chiedersi che cosa le andrebbe, davvero, di fare.

(il manifesto, 25 maggio 2026)