Sabato 28 marzo le aderenti alla rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la pace” porteranno in più di 125 comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, i loro lavori per la pace: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale per la pace. Cucire, ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra.

In tutto il paese e nel mondo intero crescono angoscia, ansia e preoccupazione per quanto sta avvenendo sugli scenari mediorientali. La guerra diventa sempre più distruttiva e feroce, si abbatte sugli inermi, rischia di normalizzarsi ed estendersi: una marea che finirà con il travolgere ogni vita e ogni cosa. Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale.

È il momento dell’assunzione di responsabilità e di trasformare paura e rabbia in parola e azione. È il momento di far valere l’etica della cura, della giustizia e dell’amore, centrale nell’esperienza storica delle donne contro la logica patriarcale del più forte. Le donne della rete nazionale non permetteranno che si azzeri il futuro, faranno risuonare in tutte le piazze il loro NO alla guerra fino a che non diventi un boato tale da costringere il governo ad assumere una posizione chiara e netta di stop al riarmo e di rifiuto della guerra.

Vogliamo, pretendiamo, faremo in modo che la vita continui! Per informazioni:

https://www.facebook.com/profile.php?id=61577566614538 https://www.instagram.com/100piazze_pace/
email: donnecontroguerra.pinerolese@gmail.com

10 100 1000 Piazze di donne per la pace

ELENCO DELLE PIAZZE (IN AGGIORNAMENTO)

1.Acireale(CT) 2.Acquedolci(ME) 3.Alba(CN) 4.Alcamo(TP) 5.Alimena(PA) 6.Alpignano(TO) 7.AltoGardaeLedro(TN) 8.Arese(MI) 9.AsceaMarina(SA) 10.Augusta (SR) 11.Bagheria (PA) 12.Belmonte Mezzagno (PA) 13.Bergamo (BG) 14.Bisacquino (PA) 15.Bologna (BO) 16.Bricherasio (TO) 17.Buseto Palizzolo (TP) 18.Caltagirone (CT) 19.Caltanissetta (CL) 20.Capaci (PA) 21.Capo d’Orlando (ME) 22.Carini (PA) 23.Carpi (MO) 24.Casale Monferrato (AL) 25.Castelbuono (PA) 26.Castelfranco Emilia (MO) 27.Castellammare del Golfo (TP) 28.Castelnuovo Cilento (SA) 29.Castelvetrano (TP) 30.Catania (CT) 31.Cecina (LI) 32.Cefalù (PA) 33.Cerda (PA) 34.Cernusco sul Naviglio (MI) e Gessate (MI) 35.Chiavari (GE) 36.Chioggia (VE) 37.Cinisi (PA) 38.Cividate al Piano (BG) 39.Colleferro (RM) 40.Collegno (TO) e Pianezza (TO) 41.Colli a Volturno (IS) 42.Comacchio (FE) 43.Como (CO) 44.Corleone (PA) 45.Cortenuova (BG) 46.Cremona (CR) 47.Cuneo (CN) e Mondovì (CN) 48.Desenzano del Garda (BS) Castiglione delle Stiviere (MN) 49.Enna (EN) 50.Erice (TP) 51.Fenestrelle (TO) 52.Figline Valdarno (FI) 53.Firenze 54.Foggia (FG) 55.Garbagnate Milanese (MI) 56.Genova (GE) 57.Giarre (CT) 58.Gioia Tauro (RC) 59.Ionico Etnea (CT) 60.Isnello (PA) 61.Lercara Friddi (PA) 62.Licata (AG) 63.Livorno (LI) 64.Mantova (MN) 65.Marineo (PA) 66.Marsala (TP) 67.Messina (ME) 68.Mestre-Venezia (VE) 69.Milano (MI) 70.Militello in Val di Catania (CT) 71.Misiliscemi – Locogrande (TP) 72.Modena (MO) 73.Modica (RG) 74.Monopoli (BA) 75.Montedoro (CL) 76.Musile di Piave (VE) 77.Napoli (NA) 78.Narni (TR) 79.Noventa di Piave (VE) 80.Oleggio (NO) 81.Otricoli (TR) (insieme a Calvi dell’Umbria TR) 82.Paderno Dugnano (MI) 83.Padova (PD) 84.Palermo (PA) 85.Palmi (RC) 86.Partinico (PA) 87.Patti (ME) 88.Pavia (PV) 89.Perugia (PG) 90.Pesaro (PU) 91.Petralia Soprana(PA) 92.Petralia Sottana (PA) 93.Pinerolo (TO) 94.Piombino (LI) 95.Piossasco (TO) 96.Polizzi Generosa (PA) 97.Pratrivero in Valdilana (BI) 98.Quattro Castella (RE) 99.Ragusa (RG) 100.Reggio Calabria (RC) 101.Resuttano (CL) 102.Rivoli (TO) 103.Roccafiorita (ME) 104.Roma (RM) 105.Rovereto (TN) 106.San Cataldo (CL) 107.San Donà di Piave (VE) 108.Santo Stefano Quisquina (AG) 109.Santa Caterina di Villarmosa (CL) 110.Sant’Agata di Militello (ME) 111.Saronno (VA) 112.Sarzana (SP) 113.Sesto San Giovanni (MI) 114.Siracusa (SR) 115.Settimo Torinese (TO) 116.Sondrio (SO) 117.Soverato (CZ) 118.Termini Imerese (PA) 119.Tione (TN) 120.Torino (TO) 121.Tortorici (ME) 122.Trapani (TP) 123.Tusa (ME) 124.Uboldo (VA) 125.Valledolmo (PA) 126.Venezia (VE) 127.Vignola (MO) 128.Vittoria (RG)

(Facebook, 18 marzo 2026)

A quasi ottant’anni dalla sua approvazione, la nostra Costituzione resta l’ancoraggio più solido a difesa della democrazia e dello Stato di diritto. Per i valori che esprime e tutela, per la visione lungimirante che continua a offrire e per l’equilibrio istituzionale che la attraversa, la Carta rappresenta ancora oggi il presidio più forte delle libertà di tutte e tutti. Fu scritta quando le macerie della guerra e le ferite dell’autoritarismo erano ancora sotto gli occhi di tutti. Donne e uomini che avevano conosciuto sulla propria pelle la perdita del senso del limite propria di ogni tirannia costruirono allora un ordinamento fondato sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla tutela dei diritti fondamentali. Le donne, entrate nella vita pubblica e politica dopo una lunghissima esclusione, contribuirono in modo decisivo sia alla nascita della Repubblica che alla redazione della nostra Costituzione. La Carta non sarebbe quella che è senza il contributo delle madri costituenti, che portarono la propria esperienza e la propria domanda di libertà. Per le donne la democrazia costituzionale non è stata un dato scontato: è stata una conquista. Ogni avanzamento nei diritti, nella libertà e nell’autodeterminazione è passato attraverso istituzioni capaci di garantire equilibrio tra i poteri e indipendenza della giustizia. Indebolire questo equilibrio significa mettere a rischio anche il percorso di emancipazione costruito dalle donne nel tempo. Difendere la Costituzione significa quindi difendere anche la possibilità concreta per le donne di far valere i propri diritti.

Il senso del limite: un principio femminista e democratico

Viviamo un tempo in cui il senso del limite – così centrale nel pensiero e nella pratica femminista – sembra progressivamente smarrito. Nel pensiero femminista il limite, lontano dall’essere una mancanza, è la condizione che rende possibile la libertà e la relazione. La libertà nasce dal riconoscimento del limite, che impedisce a qualcuno di farsi assoluto, di porsi come misura unica del mondo e di cancellare o assorbire l’altro. Senza limite non c’è relazione, ma dominio. Il limite è ciò che impedisce l’assolutizzazione del potere e mantiene aperto lo spazio della pluralità, della differenza, quindi delle libertà. Questa intuizione attraversa anche la tradizione costituzionale delle democrazie moderne. La separazione dei poteri nasce dalla stessa consapevolezza. Il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario si bilanciano anche per evitare che uno di essi possa ergersi a potere assoluto. La democrazia costituzionale non si fonda sulla concentrazione del potere, ma sul suo limite e sull’equilibrio che garantisce la libertà. Quando uno dei poteri tenta di espandersi senza riconoscere i limiti che gli sono propri, la logica della relazione tra poteri lascia il posto alla logica del dominio. Per questo difendere il limite è un atto profondamente democratico. Ed è proprio questo principio che la riforma della giustizia oggi proposta rischia di incrinare.

Una riforma sbagliata nel metodo e nel merito che non giova alle donne

La riforma della giustizia sulla quale siamo chiamate e chiamati a esprimerci il 22 e 23 marzo mette in discussione proprio l’equilibrio tra i poteri. Presentata come riforma della “separazione delle carriere”, interviene in realtà sull’architettura complessiva dell’ordinamento giudiziario, alterando il sistema di pesi e contrappesi tra i poteri disegnati dalla Costituzione. Anche il metodo seguito per la sua approvazione è significativo: il percorso previsto dall’articolo 138 della Costituzione nasce per favorire il dialogo tra maggioranza e opposizione su modifiche che riguardano l’intero ordinamento democratico. In questo caso, invece, ogni proposta di modifica è stata respinta e il testo approvato coincide integralmente con quello presentato dal governo. Questa chiusura al confronto segnala una concezione del potere che nega il riconoscimento dei limiti e dei contrappesi istituzionali.

La riforma stravolge il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) quale organo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Il CSM è il luogo in cui si difende l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri, si valutano le professionalità, si nominano i dirigenti degli Uffici e si esercita la funzione disciplinare. Dividerlo in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – significa frammentarne la forza e ridurre la capacità di difesa dell’autonomia della magistratura. A questo si aggiunge la sottrazione del potere disciplinare al controllo del Capo dello Stato, che viene attribuito a un nuovo organo: l’Alta Corte di Giustizia. Il risultato complessivo è una magistratura più fragile e più esposta alle pressioni della politica. Ma l’indipendenza della magistratura non è una questione astratta o corporativa: è una garanzia per i diritti di tutti e di tutte e, in particolare, per chi si trova in condizioni di maggiore vulnerabilità. Quando l’autonomia della giustizia si indebolisce, si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e tutelare violenze, discriminazioni e disuguaglianze. Ed è proprio per questo che la difesa dell’indipendenza della magistratura riguarda direttamente e nel concreto la libertà e i diritti delle donne.

Più a rischio i diritti delle donne nelle aule di giustizia, più difficile contrastare la violenza maschile

L’assetto della giustizia determina una scelta fondamentale: chi viene protetto dallo Stato e chi no; cosa è rilevante per lo Stato e cosa non lo è. Dentro questa scelta ci siamo anche noi donne, perché la tutela non è astratta: è protezione concreta. La riforma rischia di modificare profondamente il ruolo del pubblico ministero e di produrre due effetti che possono sommarsi: da un lato un pubblico ministero più esposto all’indirizzo politico nella definizione delle priorità investigative, dall’altro un suo progressivo allontanamento dalla cultura della giurisdizione a favore di una cultura dell’investigazione pura. Le donne rischiano di diventare l’ultimo dei problemi nell’agenda delle procure. Violazione dei diritti umani, violenza maschile contro le donne e discriminazioni potrebbero non rientrare più tra le priorità effettive dell’azione penale. La separazione netta delle carriere e dei percorsi formativi tra magistrati giudicanti e requirenti può produrre un ulteriore effetto pericoloso: pubblici ministeri sempre più distanti dalla cultura della giurisdizione e sempre più assimilabili ad “avvocati dell’accusa” o “della polizia”. Questo è un punto decisivo. L’ostacolo maggiore all’accesso delle donne alla giustizia non è infatti soltanto legislativo: è soprattutto culturale e formativo. Oggi questa formazione avviene all’interno di una magistratura unitaria, nella quale pubblici ministeri e giudici si formano insieme, condividono percorsi e confronti professionali. Separare le carriere significa spezzare questo circuito. Il pubblico ministero è un organo pubblico, è custode della legalità e ha un ruolo di garanzia pubblica, per questo deve condividere con i giudici la cultura della giurisdizione.

Un pubblico ministero che condivide la cultura del giudicante sa leggere il ciclo della violenza maschile, sa che le ritrattazioni spesso sono il segno di una condizione di assoggettamento prodotta dalla sperequazione di potere tra uomo e donna che caratterizza le relazioni violente, come pure sa che il ritardo nelle denunce non delegittima la persona offesa. Questa è la cultura della giurisdizione: cercare la verità dei fatti nel rispetto delle norme, non condizionati da stereotipi e pregiudizi e senza rivittimizzare chi denuncia. Le conseguenze non riguardano solo i processi penali, ma anche i processi civili e minorili. La magistratura inquirente si occupa anche di violenza assistita, di tutela dei minori, di molestie nei luoghi di lavoro, di discriminazioni e diritti delle persone più vulnerabili. Quando la giustizia si indebolisce non sono i più forti a pagare il prezzo della riduzione delle garanzie, ma chi è già più esposto. Le donne che denunciano violenza lo sanno bene. In questo contesto l’indipendenza costituzionale del pubblico ministero rappresenta una garanzia fondamentale: significa che la tutela dei diritti non dipende dall’orientamento politico del governo di turno. Se questa indipendenza venisse indebolita – attraverso gerarchizzazione delle procure, priorità investigative o nuovi strumenti di controllo – il rischio sarebbe una tutela più incerta e disomogenea dei diritti. E nei reati di violenza maschile contro le donne ogni arretramento interpretativo o ogni disomogeneità può trasformarsi in un rischio concreto per tutte le donne.

Votiamo NO a tutela delle donne

I problemi della giustizia italiana sono reali: lentezza dei processi, carenze organizzative, insufficienza di personale, di risorse e mancanza di formazione continua. Modificare sette articoli della Costituzione non accelera di un solo giorno i processi. Servono invece investimenti in magistrati e personale amministrativo, risorse per l’edilizia giudiziaria e formazione.

Occorre che il ministro della Giustizia, in attuazione dell’articolo 110 della Costituzione garantisca l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

Per questo il nostro NO è una scelta femminista e democratica.

Votiamo NO per difendere:

– la Costituzione nata dal lavoro delle nostre madri e dei nostri padri costituenti

– l’equilibrio tra i poteri dello Stato, contro la volontà di potere assoluto di questa destra che

ostacola i diritti e la libertà di autodeterminazione delle donne.

Carla BASSU, costituzionalista // Concetta GENTILE, avvocata civilista // Fabrizia GIULIANI, filosofa // Teresa MANENTE, avvocata penalista // Maria MONTELEONE, magistrata // Elvira REALE, psicologa hanno lanciato questo appello, che in pochi giorni è stato sottoscritto da migliaia di giuriste, scrittrici, giornaliste, filosofe, attrici, registe, sindacaliste, cantanti, professioniste della sanità e tutte le professioniste delle reti antiviolenza, parlamentari e attiviste femministe.

(NoiDonne, 17 marzo 2026)

La rete 10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace invita tutte le donne a organizzare una manifestazione per la pace nelle loro città per sabato 28 marzo ’26 sul tema “Tessere la pace”. In preparazione, richiamiamo la Carta dell’impegno per un mondo disarmato già pubblicata sul nostro sito dal 10 settembre 2025.

La redazione del sito

Qui il link alla notizia pubblicata. Sito vecchio: Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Tessere la pace, costruire il futuro | Libreria delle donne di Milano

Sito nuovo: Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Tessere la pace, costruire il futuro – Punto di vista

Adista News, 10 settembre 2025

Nel passato ci hanno insegnato che alle origini del linguaggio c’erano gruppi di uomini che si scambiavano informazioni tattiche nella savana per la caccia. E se, al contrario, le vere protagoniste di questa rivoluzione fossero state le madri? E se le prime parole, le prime melodie della voce umana, non fossero nate sul campo di caccia, ma nello spazio intimo e vulnerabile tra una madre e il suo piccolo (cucciolo nella terminologia evoluzionista contemporanea)? È una storia che la scienza sta ricostruendo pezzo dopo pezzo, e che ci racconta di un’evoluzione che ha radici molto più femminili di quanto avevamo pensato sino a pochi decenni fa.

Circa 60.000 anni fa, in Sudafrica, accadde qualcosa di inaspettato. Non fu un cambiamento improvviso, ma il culmine di un lungo processo di sperimentazione culturale. Piccole popolazioni di cacciatori-raccoglitori avevano tentato più volte di espandersi, fallendo: una era partita 71.000 anni fa e si era estinta quasi subito; un’altra 65.000 anni fa era durata appena tremila anni. Ma poi ne nacque una terza, diversa, capace di innovazioni culturali senza precedenti; questi “Homo sapiens 2.0”, come li ha definiti Ian Tattersall (antropologo britannico naturalizzato statunitense), portavano con sé qualcosa di speciale.

Oggi possiamo riconoscerli grazie a una traccia genetica precisa: l’aplogruppo L3 del DNA mitocondriale, quella variante che si trasmette esclusivamente per via materna e che tutti noi non più africani portiamo ancora nel sangue. Ogni persona oggi vivente discende da quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica e questa popolazione aveva qualcosa che le altre non possedevano. Lasciarono dietro di sé pitture rupestri, strumenti musicali, gioielli, ornamenti ed erano culturalmente dirompenti, capaci di un’organizzazione sociale raffinata. Uscirono dall’Africa in piccoli gruppi, si espansero rapidamente prima in Medio Oriente e in Europa e, nel giro di alcune migliaia di anni, colonizzarono l’intero pianeta, portando all’estinzione tutte le altre forme umane: Neanderthal, Denisova, Floresiensis, Luzonensis.

Ma cosa avevano di così speciale questi sapiens? La risposta più accreditata è il linguaggio articolato completo, ma c’è un dettaglio affascinante che emerge dalla paleoantropologia: i sapiens sono la specie umana che ha rallentato più di tutte il processo di sviluppo giovanile. Rispetto ai Neanderthal, che maturavano prima, noi abbiamo dilatato enormemente il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza e quindi nasciamo fortemente immaturi, dipendenti per anni dalle cure parentali. In termini pratici significa portarsi dietro cuccioli fragili, che richiedono attenzioni costanti, e proprio questa fragilità è stata la nostra forza. Perché è in quel lungo periodo di dipendenza che si sperimenta creativamente l’invenzione di codici. Il linguaggio è un codice arbitrario, e molti evoluzionisti pensano che sia nato proprio nel contesto del gioco libero e convenzionale tra cuccioli e madri.

Dean Falk, paleoantropologa statunitense, già qualche anno fa ha proposto una teoria originale (Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio, Bollati Borighieri 2011, ed. originale 2009); quando i nostri antenati conquistarono la postura eretta, accadde qualcosa di non facile soluzione per le madri: i piccoli non potevano più aggrapparsi al corpo materno come facevano le scimmie antropomorfe. Le madri dovevano appoggiarli a terra per poter raccogliere bacche, radici ed erbe necessarie al sostentamento. In quel momento critico, l’unico contatto possibile con la prole rimaneva quello vocale; ed è così, secondo Falk, che nacque il linguaggio, cercando di quietare i piccoli a distanza con vocalizzi e proto-ninnenanne. Quella “musica parlata”, lontana parente di quello che oggi chiamiamo “maternese” o “motherese”, fu fondamentale per lo sviluppo delle abilità linguistiche e per la maturazione emotiva dell’essere umano. Quasi ogni madre conosce questa “musica”, anche se nessuna scuola la insegna: è quel modo di parlare ai neonati con voce acuta e cantilenante, frasi brevi ripetute, onomatopee e melodie che variano continuamente. È un vero e proprio linguaggio che non si serve solo della voce ma anche di espressioni facciali, sguardi e gesti. La scienza ha dimostrato che questo linguaggio non è un orpello, ma è cruciale per lo sviluppo del bambino. Studi giapponesi hanno mostrato che il cervello dei neonati si attiva in modo significativo quando ascoltano il motherese, anche durante il sonno, stimolando zone connesse allo sviluppo emotivo. I bambini di 3-4 mesi crescono più rapidamente se chi li accudisce usa un motherese di alta qualità e questo linguaggio insegna al bambino a riconoscere i confini delle parole, a rispettare i turni comunicativi (parlo io, poi ascolto te), a dare un nome alle emozioni. Quella netta demarcazione degli enunciati materni, le pause e le ripetizioni servono al bambino per capire dove inizia e finisce un concetto, preparandolo al linguaggio articolato vero e proprio.

C’è un dibattito molto interessante tra gli studiosi: il linguaggio è nato dal ritmo e dalla musica, o è vero il contrario? Darwin propendeva per la prima opzione, e le evidenze sembrano dargli ragione. Il fatto che il ritmo sia assente dai richiami delle grandi scimmie suggerisce che la musica sia emersa quando gli ominidi si differenziarono da esse. Le ninnenanne e i giochi infantili, universali in tutte le culture, sono composti da frasi brevi ripetute, proprio come i generi musicali più semplici e quelle melodie modulate in senso ascendente (per attirare l’attenzione) o discendente (per calmare) costituiscono la sostanza del maternese e sembrano essere state il ponte tra il suono e la parola, tra l’emozione e il significato.

La rivoluzione che ci ha resi umani, dunque, è quindi molto più femminile di quanto pensassimo: non cacciatori che coordinano strategie, ma il linguaggio sembra essere nato nello spazio intimo tra madre e cucciolo, in quello scambio di suoni, sguardi ed emozioni che ancora oggi ogni madre reinventa. Quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica portavano nel loro DNA mitocondriale non solo un marcatore genetico, ma anche il seme di una rivoluzione culturale: la capacità di trasmettere ai propri figli, attraverso la voce e il canto, i codici complessi del linguaggio articolato. Erano “scimmie bambine” che rimanevano tali più a lungo, e proprio in questa apparente debolezza trovarono la loro forza. Ogni volta che una madre parla al suo bambino con quella voce speciale, ripete un gesto antico quanto la nostra specie. Un gesto che ci ha resi umani, che ha acceso la scintilla del pensiero simbolico, dell’arte (come dimostrano per esempio i dipinti ritrovati nelle grotte di Chauvet), della cultura. Le madri della parola e dell’evoluzione sono quelle donne che, tra le rocce del Sudafrica, trovarono nella voce il modo per mantenere vivo il legame con i loro piccoli; e in quel legame inventarono il linguaggio.

(www.libreriadelledonne.it, 12 marzo 2026)

Nei giorni in cui ho ricevuto l’invito a intervenire a questa redazione aperta, mi trovavo dall’altra parte dell’Atlantico. E in quei giorni, per me, il tempo era una ferita aperta. Mi ritrovavo accanto al mio compagno di anni, che da mesi non vedevo, per accompagnarlo nell’ultimo saluto a sua madre, malata di cancro. In quei giorni mi sono trovato davanti ad alcune righe che lei ha scritto in risposta a un invito di suo figlio: mi hanno lasciato un solco interiore.

Me has pedido que escriba sobre de mi, para conocerme. Yo misma no me conozco: solo me he limitado a cumplir roles, rol de hija, de mamá, rol de esposa.”

“Mi hai chiesto di scrivere su di me, così che tu possa conoscermi. Io stessa non mi conosco: mi sono limitata a svolgere dei ruoli, ruolo di figlia, di madre e ruolo di moglie.”

Le parole di questa donna sono il punto di partenza di questo mio intervento, in virtù dello smottamento che hanno portato in me. “Parlare di sé, [e] riconoscersi reciprocamente come soggetti”, Bertelli e Equi (2024, p. 49) indicano come guadagno della pratica di autocoscienza tra le donne. Credo che quel solco in me sia nato da questo riconoscimento, attraverso le sue parole, con questa donna – con cui in modo discontinuo nel tempo sono entrato in relazione.

Il ‘Tempo è vita’, il titolo di questa redazione aperta: il mio intervento di questa mattina è l’esito di un lavoro di mediazione tra ciò che soggettivamente, nella mia vita, il tema del tempo chiama con urgenza a ri-pensare e le istanze politiche di questo invito, di cui vi sono davvero riconoscente, a rinnovare la riflessione sul tempo mettendo in luce il ruolo delle nuove tecnologie – tema al quale mi dedico lavorativamente – e quali pratiche di negoziazione possiamo escogitare per sottrarci a dinamiche di tempo accelerato, imposto e funzionale.

Il mio intervento seguirà quindi un movimento tra il dentro e il fuori, che procede secondo un “ordine di stimolo” – come suggerisce Lonzi in Autoritratto (1969) – un andirivieni tra un tempo soggettivo e un tempo del “fuori”, che contempla le altre e gli altri e anche la macchina, in particolare l’intelligenza artificiale generativa. Rispetto alle pratiche, proverò a suggerire in che modo delle alternative possono fondarsi sulla riflessione del tempo costruito dall’intelligenza artificiale e del tempo rimesso in gioco proprio nella nostra relazione con la macchina.

Proverò a fare questo andirivieni tenendo sempre saldo il ‘partire da me’.

Iniziamo, quindi.

Il mio rapporto intimo col tempo ha a che fare con una cesura. Una cesura tra il prima e il dopo l’ingresso nell’età adulta. Nel mio calendario interiore questo passaggio di tempo, tra tempi – questo valicare la linea d’ombra, ha coinciso con l’assunzione della mia omosessualità. Scelgo questa parola – assunzione – appositamente.

Poco più che ventenne – vado per le vie brevi in questo passaggio, me lo consentirete – ho deciso che ‘era ok’ che io fossi omosessuale. Prima di quel momento, la mia esistenza era mutila, in una sua parte essenziale, in ombra. Dopo quel momento, avevo fatto chiarezza: messo in luce a me stesso e agli altri che ero omosessuale.

Dicevo poco fa: ho assunto la mia omosessualità.

Non è che ne ho preso coscienza: l’ho sempre saputo.

L’ho assunta. Assunta come un dato. Come un tratto, nel caleidoscopio intersezionale di una identità – la mia. Ero uomo, ero moro, ero alto, ero omosessuale. Che male fa?

E l’ho consegnata ai miei amici esattamente così, come un dato che male non faceva.

Ciò che non ho visto al tempo, e per lungo tempo, è che assumere la mia omosessualità, letteralmente “prenderla su di me”, ha voluto dire levarla agli altri.

La mia omosessualità assunta come dato è stato negare l’omosessualità come costrutto sociale, e prodotto nel tempo.

La mia omosessualità assunta come tratto è stato obliterare il portato sociale di immenso dolore che era ‘essere omosessuale’ e archiviare quel mio dolore come risolto.

Ero moro ed ero omosessuale. Che male può fare? Tanto, se lo ricordi. Ma io – azzardo a dire, avevo, inconsciamente, deciso di dimenticarlo.

Ho fatto l’opposto del percorso indicato da Lonzi e dal femminismo della differenza: “approfittare dell’assenza” dalla storia (Diotima, 2002) per costruire uno spazio di autonomia radicalmente nuovo. Ho fatto l’opposto: mi sono levato di mezzo io. Ho smesso di farmene un problema, non facendone problema per nessuno.

Torno alla questione del tempo: il tempo prima e dopo l’ingresso in questa età adulta – mi viene di chiamarla così perché coincide con una assunzione, anche, di responsabilità, in fin dei conti: archiviare il sogno dell’infanzia, di un tempo in cui ancora tutto è possibile, e accettare ciò che resta, facendosene qualcosa.

Ricordo come prima di quel momento, spesso, in risposta alla domanda “cosa desideri?” mi venisse da dire “ho voglia di futuro”. In epoca adolescenziale deve essermi sembrata una ‘cosa figa’ da dire; ora però quella stessa espressione mi pare svelare un intimo arcano: l’esito di quella assunzione di responsabilità – l’ingresso nell’età adulta – ha lavorato in me come un processo di archiviazione di quella voglia di futuro, di sua liquidazione.

Tutto ciò che siamo autorizzati a immaginare è appena sopravvivere nel presente” scrive Muñoz parlando delle singolarità queer. Lo stesso autore allude al ‘queer’ come a “una futurità là-per-sorgere”, un “non-essere presente che incombe, una cosa presente ma che non esiste effettivamente nel tempo presente” (2022, p. 11).

Assumere la mia omosessualità come un dato tra dati, anagrafici e descrittivi e comportamentale, ha dissolto nel tempo presente ogni futurità là-per-sorgere, e lì l’ha condannata.

Voglio fare un passo fuori, ora.

Citavo Muñoz: “tutto ciò che siamo autorizzate a immaginare” … bene – la questione dell’autorizzazione a immaginare mi aiuta a spostarmi fuori, nel discorso.

Recentemente, in una lezione all’università, presentavo alle studenti la questione dei bias algoritmici, ossia deviazioni sistematiche da un principio di equità che emergono nell’output di un algoritmo. In un passaggio della lezione ci siamo trovati a riflettere su alcune ricerche che evidenziano come soluzioni di intelligenza artificiale generativa – in particolare generazione di immagini da input di testo – non solo riproducono i bias sociali (come la stereotipizzazione) riflessi all’interno del set di dati utilizzato per istruire la macchina, ma li amplificano. Nel caso specifico (Bianchi et al., 2023), il data set è quello dell’ufficio del censimento degli Stati Uniti, e il rapporto problematizzato nella generazione di immagini è quello tra le occupazioni, il sesso e l’identità etnico-razziale (bianco, afro-americano, asiatico, nativo, ecc.) delle e dei cittadini. La ricerca evidenzia come, a titolo d’esempio, nonostante il 25% dei censiti che si dichiara housekeeper (governante) a sua volta si dichiara non-bianco, circa il 90% delle immagini generate dal modello riproducono governanti non-bianchi; nonostante il 60% dei censiti che si dichiara flight-attendant (assistente di volo) a sua volta si dichiara donna, il 100% delle immagini generate riproducono assistenti di volo donna. Uno studente interviene dicendo che coglie il tema dell’amplificazione, ma resta che è ciò che vediamo tutti i giorni: lui non conosce governanti bianchi. Al di là di non aver colto evidentemente la questione tecnica, ciò che mi ha colpito del suo intervento è quanto cela: lo scarto che separa la nostra “percezione incorporata” del mondo (Bourdieu, 1980) e la possibilità che il mondo sia altro da questa.

Il punto non è cosa conosciamo fino a qui, ma cosa è possibile là-per-sorgere. In altre parole, cosa siamo autorizzate a immaginare.

La questione posta all’interno della lezione allora, e adesso qui attraverso questo esempio, è il rapporto generativo tra passato, presente e futuro, al tempo dell’intelligenza artificiale.

Tento un passaggio tecnico in questo momento del discorso.

Nei modelli di LLM (modelli linguistici di grandi dimensioni), semplificando, la generazione del risultato è tenuta insieme in tre momenti:

– Passato: l’insieme di dati (i c.d. corpora) utilizzati per addestrare il modello e che costituisce la base della sua conoscenza;

– Presente: la conversazione che noi attiviamo con il modello, e il suo contesto (la nostra domanda, il nostro tono ed eventuali elementi che abbiamo chiesto al sistema di memorizzare);

– Futuro: l’output che il modello genera, secondo un calcolo delle probabilità che configura quel risultato come la continuazione più plausibile della conversazione.

In altre parole, possiamo dire che il passato costituisce quanto può essere appreso dal modello, il presente guida quale parte del “passato appreso” viene attivata e il futuro è una previsione linguistica modellata sul passato e guidata dal contesto presente.

Tenere insieme questi tre momenti ai fini della generazione del risultato implica aggirare dei limiti – e avvistare i rischi che questi limiti comportano.

Ci sono limiti tecnici e limiti costitutivi. Indico brevemente alcuni di quelli tecnici e mi soffermo su quelli costitutivi.

Un primo esempio di limite tecnico è la scelta del cut-off, ossia la data più recente dei corpora usati per l’addestramento. La necessità tecnica di scegliere fino a dove arriva il passato conosciuto dal modello richiama il rischio che il presente della conversazione non poggi su tutto il suo passato e che il futuro che viene generato sia già vecchio.

Un altro limite tecnico è rappresentato da come il tempo è stratificato nei corpora. Se un data set ricopre ampi periodi storici ma i dati non sono integrati con scrupolose annotazioni temporali che contestualizzano quei dati nel tempo, il rischio è quello di un “passato compresso”: ossia di un modello che perde in analisi diacronica e non è in grado di distinguere con precisione come il significato di parole cambia nel tempo. Per esempio, la parola “germe”, da ciò che porta vita a qualcosa che porta malattia o la parola “febbrile”, da aggettivo medico associato a uno stato del corpo a un aggettivo che connota un atteggiamento impaziente, attivo, appassionato (Hedge et al, 2025).

Questi limiti tecnici rivelano la natura tecnica del processo generativo della macchina, ma anche la sua natura politica: sono il nostro passato e le nostre scelte a istruire la macchina. Tecnicamente, la socializzano (Airoldi, 2022), ossia le insegnano a diventare un agente sociale competente.

I limiti di cui sopra e le scelte circa i corpora di riferimento, gli intervalli temporali considerati e le tecniche di allineamento dei dati evidenziano che il futuro generato dalla macchina non è un tempo neutrale. Ma frutto della parzialità del suo passato e del contesto del suo interlocutore presente. Le gerarchie di potere sociali che sono riflesse nella conoscenza (corpora e istruzioni del modello) sono riprodotte e “naturalizzate tecnologicamente” (Paola Rudan, 2024).

Citavo: limiti tecnici e limiti costitutivi. Vorrei provare a dire qualcosa circa questi secondi, provando a metterne a fuoco uno.

Nel 2017, la mia amica Marta Equi mi ha proposto di partecipare alla ‘scuola di scrittura pensante’ di Luisa Muraro e Clara Jourdan. Un insegnamento cardine che mi porto dietro da allora è chiedermi sempre “chi parla” in un testo.

Provo a mettere sul nostro tavolo questa domanda: nell’ambito di una nostra conversazione con la macchina, chi parla?

Muraro, ne L’ordine simbolico della madre (1981), ci ha fatto vedere come la parola nasce da una relazione originaria di affidamento. E che questa parola acquisisce autorità in forza di quella relazione e perché c’è un soggetto che la sostiene con la propria esperienza.

Nel caso dell’intelligenza artificiale, come ha scritto Laura Colombo nell’ultimo numero di Via Dogana, la macchina genera “senza esperienza”. La macchina parla, ma non ha soggettività. La parola della macchina è costitutivamente disincarnata. Le sue relazioni sono tra token (pezzi di parole) e la sua memoria, tecnicamente, inesistente. Il presente interroga il passato per restituire un futuro che non ha genealogia in una relazione originaria che lo fonda, ma si basa sul calcolo di probabilità che un certo passato ha di ritornare plausibile.

L’assenza di origine relazionale della parola della macchina è per me il suo limite costitutivo.

Abbracciando l’invito della redazione a guardare a delle pratiche possibili, vorrei portarvi quattro esempi che per me rappresentano possibili azioni riparative verso entrambi i limiti che presentavo pocanzi, tecnici e costitutivo – e che rappresentano dei modi di sottrarre tempo alla macchina. Gli esempi sono: due da progetti accademici e due personali.

Il primo esempio è Feminist Data Set, un progetto artistico e di ricerca avviato nel 2017 da Caroline Sinders, artista e ricercatrice sul machine-learning. L’obiettivo principale è ripensare l’intero processo di costruzione dei sistemi di intelligenza artificiale attraverso una prospettiva femminista, intervenendo innanzitutto sulla costruzione del data set. Il progetto prevede (tuttora) dei workshop pubblici in cui tutte le partecipanti contribuiscono collettivamente alla definizione dei parametri del dataset (il suo perimetro epistemologico), portano materiali per loro rilevanti (testi letterari, manifesti politici, documenti personali) e discutono del labeling dei materiali (quali categorie ed etichette utilizzare). Il progetto è pluriennale e la raccolta è intenzionalmente lenta.

Il secondo esempio è Un-Straightening Generative AI (Taylor et al., 2025), uno studio condotto da ricercatrici e ricercatori di Pittsburgh sul rapporto tra artisti queer e sistemi di intelligenza artificiale generativa. Lo studio ha coinvolto 13 artiste per 5 settimane e ha registrato da un lato i limiti riscontrati dalle artiste nell’uso di questi modelli (censura su sessualità, orientamento verso norme conservative rispetto a immagini di intimità o critica politica, e stereotipizzazione nella rappresentazione del corpo) e dall’altro le strategie pratiche messe in atto dagli artisti per lavorare nelle settimane a “de-eteronormativizzare” i modelli. Ad esempio, i partecipanti reiterano ed estendono le conversazioni con la macchina – in un caso fino a 24 tentativi per generare immagini di intimità ritenute rappresentative dall’artista – usando il proprio tempo come risorsa per forzare il modello a produrre ciò che il data set tende a rifiutare. Centrale nel processo dello studio è stato la continua condivisione tra i partecipanti delle proprie sensazioni, frustrazioni e pratiche escogitate.

Il terzo esempio è una iniziativa che porto avanti da due anni con i miei studenti all’università. Cercando di immaginare un approccio critico e costruttivo all’uso dell’intelligenza artificiale ho proposto loro di svolgere con cadenza settimanale un compito, suddivisi in coppie: chiedere a ChatGPT di comportarsi come loro studente e a loro di relazionarsi come due docenti, affrontando dei temi trattati in aula la settimana precedente. Il prompt iniziale che ho preparato disegna con precisione il perimetro di questa inversione di ruolo – e impone al modello il suo. Sono soddisfatto dei risultati: l’obiettivo principale era creare una situazione in cui la tecnologia aiuta gli studenti nella preparazione e non si sostituisce a loro. I feedback sono stati finora molto positivi in tal senso. Ci sono due aspetti che meritano una riflessione nell’ambito del nostro incontro, secondo me. Il primo riguarda il senso di frustrazione avvertito da molte coppie di studenti nel riscontrare un ChatGPT titubante e rallentato. Una studentessa mi ha detto quest’anno che il modello ci ha messo 27 secondi a darle la risposta, indicando a lei e al suo compagno “sto pensando”. Le è sembrata una eternità. Allo stesso tempo altri studenti che hanno avvertito lo stesso disagio hanno però ritrovato in quella lentezza un senso di parità con la macchina. Un’altra ragazza mi ha detto: “aspettava di capire se fossimo d’accordo”. Mi viene da dire: l’ipertrofia dell’immediatezza fa male in tanti ambiti della vita, ma nella formazione forse fa tra i suoi danni più grandi. Il secondo aspetto, quello che mi ha colpito più di tutti, è emerso quando ho revisionato i documenti delle conversazioni – ogni coppia era infatti invitata ogni settimana a scaricarli su un word e inviarmeli. Di default ChatGPT articolava la chat indicando gli interlocutori con l’etichetta “ChatGPT” (se stesso) e “you” (tu). Alcuni studenti hanno sostituito a “you” i loro nomi (ad esempio, Martina e Jabob) e altri il pronome “us” (noi). Tornerò dopo su questo secondo aspetto.

Da ultimo, vorrei portare l’esempio di un prezioso scambio di cene, vino e parole tra me e la mia amica Lina – la mia vicina di casa del secondo piano. Lina è una donna intelligente, divertente, con tanta vita alle spalle e che ama scrivere. Da due anni almeno scrive con l’ausilio costante del suo “prof.” – così lei chiama ChatGPT. Insieme a tanto altro, le nostre cene sono sempre stata l’occasione di uno scambio sulle bellissime cose che lei scrive e sui suggerimenti – va detto alle volte altrettanto belli – che il prof le propone. Per Lina la scrittura è un riparo al dolore che ha vissuto e una fuga dall’angoscia di un presente non sempre di facile gestione. Dopo molte cene, a me è venuto di leggere a Lina alcune cose che ho scritto anni fa, tra i sedici e i vent’anni, in un tempo prima dell’assunzione della mia omosessualità.

Tra noi due c’è stato, evidentemente, un riconoscimento. E io ho avvistato come effettivamente per me al tempo di quei miei scritti, la scrittura fosse un modo di entrare in relazione con altre e altri – leggevo tutto ad alta voce ai miei amici.

La porta della scrittura per me era il dolore che avvertivo dentro. La scrittura era il mio modo di sottrarre tempo a un tempo imposto, quello eteronormato dei primi amori, dei primi rapporti, ad esempio. Non credo sia un caso infatti che, dopo, quando ho archiviato il dolore come dato, ho smesso di scrivere. E senza più scrivere, non ho più letto ad alta voce a nessuno.

Dopo questi quattro esempi provo a tirare le fila e quindi ad avviarmi a conclusione.

Innanzitutto, in ciascuno di questi esempi, ciascuno per sé, ho ritrovato in atto dei tentativi di negoziare il proprio tempo, sottraendolo da uno schema di imposizione e accelerazione proprio della logica della macchina.

Poi, ritorno a questo doppio livello dei limiti del modello: tecnici e costitutivo.

Sul piano tecnico, intervenire sulla mitigazione e rimozione dei bias (unbiasing) del processo algoritmico e dei dati che lo sottendono è doveroso. I primi due esempi, Feminist Data Set e lo studio sugli artisti queer e l’IA ci restituiscono anche questo. Ma qualsiasi discorso circa l’opportunità, anche politica, di queste operazioni di raddrizzamento del modello, non può che restare un discorso sul piano normativo. Se passato e presente sono il portato delle nostre scelte, sociologicamente parlando non ci potrà mai essere un futuro che non sia il portato di quelle scelte. Ci sarà sempre un nuovo bias.

Un ragionamento sui soli limiti tecnici e sulle soluzioni per mitigarli può farci da guida operativa, ma non può essere un orizzonte utile a capire la nostra relazione con la macchina e, quindi, anche qualcosa di noi.

È qui che la riflessione sul limite costitutivo ci viene in aiuto.

Come può un modello – la cui parola è disincarnata – parlarci?

Significa tornare alla domanda “chi parla?”.

In tutti e quattro gli esempi, la relazione con la macchina parlante è mediata da, riletta alla luce di, riportata dentro una cornice di, la relazione di noi umane con noi umani.

Quando i miei studenti sostituiscono “you” con “us”, fanno una doppia operazione: rivendicano d’essere in due, insieme, dietro allo schermo a parlare con ChatGPT e contemporaneamente passano dalla seconda persona alla prima persona: soggettivizzano la loro posizione. Si rimettono al centro del dialogo.

Riguardo al rapporto generativo tra passato, presente e futuro al tempo dell’intelligenza artificiale, accanto all’intervento mirato a raddrizzare i limiti tecnici, non dobbiamo perdere di vista che se c’è davvero qualcosa di generativo è la nostra relazione che pre-esiste e co-esiste alla macchina e la costituisce. È la nostra relazione che ci è restituita dalla macchina. La macchina ci parla nel senso che noi siamo parlati attraverso la macchina.

Il tempo del futuro si sdogana nel presente e il presente può essere generativo solo se vissuto in relazione. La relazione, anche e soprattutto nella sua dimensione dialettica, della negoziazione, è ciò che fa sì che il presente non sia congelato (un tempo in cui sopravvivere), ma un tempo in cui poter avvistare il là-per-sorgere, un futuro-nel-presente, che è sempre già lì, ma può essere taciuto o silenziato.

Noi attribuiamo alla macchina una autorità smisurata: in ogni chat o immagine che genera, lei genera il là-per-sorgere. Ma è un futuro-nel-passato probabilistico. Possiamo anche chiamarla intelligenza artificiale generativa, ma solo tra noi può nascere quell’autorizzazione a immaginare.

Di recente, Lina, la mia amica, si è complimentata ironicamente con il suo “prof.” perché quanto le aveva proposto sembrava scritto da un umano. ChatGPT le risponde: “il complimento lo accolgo, ma lo rimetto nella giusta luce: se il dialogo sembrava umano è perché la materia viva era tua”.

Qualcuno deve averglielo insegnato, dico io.

Torno all’origine di questo mio intervento e chiudo.

Quando poco più di un mese fa mi trovavo dall’altra parte dell’Atlantico e il mio compagno ha chiesto a sua madre di scrivere su di sé perché potesse conoscerla, in quella loro relazione c’era tutta una inedita magia generativa: il figlio che dice alla madre, un uomo che chiede a una donna “scrivi, io ti leggo – sei, io ti vedo”.

Testi e lavori citati:

– Airoldi Massimo, 2022. Machine Habitus. Toward a Sociology of Algorithms. Polity Press, Cambridge.

– Bertelli Linda e Equi Pierazzini Marta,2024. Il corpo delle pagine. Scrittura e vita in Carla Lonzi. Moretti & Vitali, Bergamo.

– Bianchi Federico et al, 2023. Easily Accessible Text-to-Image Generation Amplifies Demographic Stereotypes at Large Scale. FAccT ‘23: Proceedings of the 2023 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency Pages 1493-1504.

– Bourdieu Pierre, 1980. Le Sens Pratique. Les Editions de Minuit, Parigi.

– Diotima, 2002. Approfittare dell’assenza. Liguori, Napoli.

– Feminist Data Set. Sito web: https://carolinesinders.com/feminist-data-set/

– Hegde Niharika et al., 2025. CHRONOBERG: Capturing Language Evolution and Temporal Awareness in Foundation Models. 10.48550/arXiv.2509.22360.

– Lonzi Carla, 1969. Autoritratto. De Donato, Bari.

– Muñoz José Esteban, 2009. Cruising Utopia. L’orizzonte della futurità queer. Nero, Roma.

– Muraro Luisa. 1991. L’ordine simbolico della madre. Roma, Editori Riuniti.

– Rudan Paola, 2024. Il problema del codice: differenza, identità e riproduzione nell’età degli algoritmi. Scienza & Politica. Per Una Storia Delle Dottrine, 36(70), 65-81.

– Taylor Jordan et al., 2025. Un-Straightening Generative AI: How Queer Artists Surface and Challenge Model Normativity. FAccT ‘25: Proceedings of the 2025 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency, 951-963.

Qualche anno fa, in un mio libro sulla vita quotidiana1, denunciavo la frammentazione che caratterizza la nostra quotidianità, fatta di tempi veloci – quando scriviamo una email al computer, ad esempio – e di tempi esasperatamente lenti, come quando dobbiamo spostarci in auto e siamo imbottigliate nel traffico. Oggi, soprattutto per le giovani donne, mi sembra che il problema non sia tanto quello della frammentazione, quanto piuttosto dell’accelerazione: c’è la coazione a sfornare sempre nuovi progetti, se si vuole che siano accettati dall’università o da altre istituzioni.

Ma soprattutto, e questo è ancora più grave, la governance neoliberale chiede di essere sempre attive, efficienti, propositive, in un’ingiunzione di efficienza costante e crescente che è assolutamente insostenibile2: infatti, molte e molti, come reazione a questo imperativo, non si sentono all’altezza, avvertono un senso di deficit, vivono una sensazione d’inadeguatezza, che si traduce spesso in un disagio depressivo3.

Criticando l’accelerazione coatta che il neoliberismo promuove, in realtà parlo contro me stessa: io sono sempre stata veloce, con una risposta immediata agli stimoli, e neppure l’età, ormai anziana, che dovrebbe indurre a un ritmo più lento, mi ha cambiato in questo. Continuo a essere veloce, a sbrigare subito le incombenze, soprattutto le più antipatiche, in attesa di un tempo finalmente libero e rilassato, che però in realtà non arriva mai. Più ancora dell’accelerazione, trovo insostenibile l’ingiunzione all’efficienza e alla propositività costanti e crescenti: efficienti e propositive possiamo esserlo talvolta, in certi periodi più che in altri, ma sicuramente non sempre.

Nel mio libro a cui accennavo prima, come strategie per mantenere viva la propria soggettività io indicavo il filo del racconto e la capacità di cogliere l’occasione opportuna, il kairòs, il tempo propizio se e quando questo si presenta. Vorrei soffermarmi brevemente su questi due aspetti, aiutandomi con il pensiero di Simone Weil, un’autrice che insegna a sottostare alla dimensione del tempo e a non sottrarvisi con l’immaginazione, la cui fuga dalla catena temporale è secondo lei assolutamente illusoria e deleteria. Alludendo alla catena del tempo, Weil fa riferimento al tempo cronologico, lineare, benché nel suo pensiero sia contemplato anche un tempo ciclico, ritmico, sperimentato a partire dall’esperienza di essere corpo, con i suoi ritmi in sintonia con il succedersi delle stagioni e con il cosmo intero4.

L’esperienza più drammatica del tempo Simone Weil la visse nel periodo del lavoro in fabbrica, come operaia, dal 1934 al ’35. Negli anni Trenta il lavoro di fabbrica era a cottimo o alla catena di montaggio; dominavano il taylorismo e il fordismo. Fu un’esperienza tragica per lei, quella di un tempo-cadenza privo di qualsiasi vuoto o intervallo, un tempo incalzante che toglieva il respiro e che costringeva il corpo e la mente a una cadenza insostenibile. A questo tempo disumano, Weil contrappose il tempo-ritmo, in cui avrebbero dovuto esserci delle pause, degli intervalli, dei vuoti, nei quali poter inserire l’iniziativa umana, l’inventiva, il pensiero5.

Oggi non ci sono più il taylorismo e il fordismo, e non sono nemmeno più così centrali le grandi fabbriche, che negli anni Trenta e Quaranta erano al centro della produzione. Oggi c’è piuttosto, come ho già accennato, un’organizzazione del lavoro neoliberale, la quale però a sua volta produce molti danni. Le costrizioni nel lavoro non sono venute meno, ma hanno cambiato forma: c’è un lavoro che tende a fagocitare tutto il tempo di vita e che è caratterizzato da un’accelerazione inquietante e dall’imperativo dell’efficenza a tutti i costi. La richiesta di velocità e lo scarso rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro contribuiscono infatti all’altissimo numero di “morti bianche”, agli incidenti mortali quasi quotidiani nei luoghi di lavoro.

Contro la velocità, da lei vissuta in fabbrica come cadenza insostenibile, Simone Weil prende posizione non solo direttamente, ma anche indirettamente, elogiando nei Quaderni ciò che è l’opposto della cadenza incalzante: lei valorizza l’attesa vigilante e l’attenzione come disposizioni che richiedono tempo, un tempo lento e molta pazienza.

Un modo di tenere viva la propria soggettività è quello di affidarsi al filo del racconto: è importante raccontare ad altre degli spezzoni della propria storia; penso anche al racconto intermittente di noi stesse che possiamo fare in un diario, una pratica che per me è quotidiana. Il racconto di un pezzo della propria esperienza è prezioso anche per il lavoro teorico, per la discussione comune, ad esempio in Diotima: è prezioso perché da un racconto emergono molti più elementi, molti più vissuti, di quelli che scaturirebbero da un’affermazione puramente teorica. Un racconto, qualsiasi esso sia, ha in ogni caso a che fare con il passato, sia esso più o meno recente.

Il femminismo, a partire da Carla Lonzi, ha puntato soprattutto sul presente, sul qui e ora della presa di coscienza delle donne: “Noi viviamo questo momento e questo momento è eccezionale. Il futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale”6. Benché il passato delle donne, nel patriarcato, sia stato soprattutto la storia di una lunga oppressione, tuttavia rivisitare con la memoria un passato più recente, quello della propria vicenda personale, ormai libera dalle costrizioni patriarcali, può essere utile e fecondo.

Weil viene in aiuto in questa valorizzazione del passato, perché lei ritiene che il passato sia la dimensione del tempo che maggiormente si avvicina all’eternità. Scrive infatti: “Il passato – quando l’immaginazione non vi si compiace – è il tempo che ha il colore dell’eternità. Il sentimento della realtà è allora puro; ed è questa la gioia pura. È questo il bello. Proust. Il presente, vi siamo attaccati. Il futuro, lo fabbrichiamo nella nostra immaginazione. Solo il passato, quando non lo rifabbrichiamo, è realtà pura.”7

Dunque, rivivere con il filo del racconto un avvenimento passato, una sensazione, un vissuto, a patto di non deformarli né abbellirli – Weil anzi raccomanda di soffermarsi soprattutto sui propri errori passati, sulle umiliazioni, sulle manchevolezze – è ciò che più ci avvicina all’eterno. E al bello. Il riferimento alla madeleine di Proust, al sapore d’infanzia ritrovato, è eloquente in questo senso.

Il secondo spunto riguardo al tempo che vorrei riprendere concerne il kairòs, il tempo propizio, opportuno: può essere l’occasione di un incontro importante, che dà senso a una giornata e talvolta all’intera vita. Anche in questo caso, Weil può essere di aiuto, in quanto l’attesa che lei raccomanda è un’attesa vigilante, desta, attenta: per esercitarla, dobbiamo mettere fra parentesi il nostro io e prestare attenzione agli altri, alla realtà, all’occasione propizia che si presenta e che occorre cogliere al volo. Solo se siamo capaci di un’attenzione vigile, non orientata verso qualcosa che ci aspettiamo, un’attenzione recettiva e aperta, disponibile a tutto, simile a quella dei bambini, possiamo afferrare l’occasione che capita, essere capaci di accoglierla.

Infine, vorrei chiudere con un breve riferimento al romanzo di Virginia Woolf, Mrs Dalloway. Qui, ci sono tre tempi diversi: al centro c’è il flusso di coscienza della protagonista, il suo sentire, la sua soggettività, dal mattino, quando esce per comprare dei fiori, fino alla sera, quando dà una festa. Sullo sfondo, c’è il tempo cronologico, scandito nel romanzo dai rintocchi del Big Ben. C’è infine il tempo storico, che nel romanzo irrompe con la figura di Septimus Warren Smith, reduce della prima guerra mondiale e traumatizzato da quest’ultima fino al punto da impazzire e da togliersi la vita8.

Richiamo questi tre tempi perché anche oggi noi li viviamo. Parto dall’ultimo, dal tempo storico: il rumore di guerre più o meno lontane ci raggiunge quotidianamente e ci getta per lo più in una sensazione di paralizzante impotenza. Ricordo che non ci sono solo le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, e ora, dopo il dissennato attacco degli Stati Uniti e d’Israele, anche in Iran, ma che oggi sono attivi 56 conflitti armati nel mondo, il numero più alto dal secondo dopoguerra, con una quantità enorme di vittime, di feriti, di sfollati e di rifugiati.

Il tempo degli orologi, il tempo cronologico ovviamente fa sempre il suo corso, scandisce con oggettività tempi che per noi, nel vissuto, possono apparire veloci o lenti.

Infine, c’è il tempo dell’elaborazione interiore, che Woolf affidava al flusso di coscienza di Mrs Dalloway. A questo proposito mi chiedo: ci concediamo ancora il tempo per elaborare i nostri vissuti, magari anche per condividere con altre/i questa traccia interiore? L’accelerazione neoliberista non sembra favorire questo. Eppure soprattutto per le donne, che hanno un’interiorità più larga e più accogliente, l’elaborazione dei loro vissuti mi sembra una necessità esistenziale. Coltivarla con il ricordo, in un diario e nello scambio con altre è qualcosa di vitale e, a mio avviso, di imprescindibile. Nonostante l’accelerazione a cui siamo indotte, dobbiamo concederci il tempo per questo, per non perdere il filo di noi stesse.

    

  1. Cfr. il mio Oggi è un altro giorno. Filosofia della vita quotidiana, Liguori, Napoli 2011, pp. 95-101. ↩︎
  2. Contro il neoliberalismo, a partire dal femminismo della differenza sessuale, cfr. Tristana Dini, Stefania Tarantino (a cura di), Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, Natan Edizioni, Roma 2014. ↩︎
  3. Cfr. Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, tr. it. di Sergio Arecco, prefazione di Eugenio Borgna, Einaudi, Torino 1999. ↩︎
  4. Cfr. il mio Simone Weil, Esperienza religiosa, esperienza femminile, Liguori, Napoli 1997, pp. 43-57: “Cosmo: l’esperienza di essere-corpo”. ↩︎
  5. Cfr. Simone Weil, La condizione operaia, tr. it. di Franco Fortini, introduzione di Roberto Morpurgo, Mondadori, Milano 1990, Ead., Diario di fabbrica, tr. it. a cura di Maria Concetta Sala, introduzione di Giancarlo Gaeta, Marietti, Genova 2015. ↩︎
  6. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, in Ead., Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1974, p. 46. Cfr. anche ivi, p. 61: “Non esiste la meta, esiste il presente. Noi siamo il passato oscuro del mondo. Noi realizziamo il presente”. ↩︎
  7. Simone Weil, Quaderni, vol. III, tr. it. a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1988, p. 98. ↩︎
  8. Cfr. Virginia Woolf, La signora Dalloway, tr. it. di Alessandra Scalero, Mondadori, Milano 1989. ↩︎

“Il tempo è vita” è il titolo dell’incontro di oggi e il tempo è una parola che ha molte accezioni.

C’è la percezione culturale del tempo come tempo lineare o come tempo ciclico.

C’è la tensione tra passato presente e futuro.

C’è il tempo necessario e il momento opportuno per fare le cose, il concetto del kairós.

E c’è il fenomeno della scansione, della frammentazione e dell’accelerazione del tempo nella società sempre più automatizzata.

Il tempo lineare e il tempo ciclico naturalmente sono due percezioni culturali. Il tempo ciclico mette l’accento sulle fasi ricorrenti, cioè sulla scansione dei giorni, delle notti, delle stagioni che ritornano. Questa visione è stata importante nell’elaborazione delle donne perché riguarda anche la quotidianità, i gesti che si ripetono, cosa su cui le donne hanno avuto molte competenze. Il tempo lineare è la visione di una progressione astratta e irreversibile verso la fine, influenzata dalla volontà maschile di guardare in avanti lasciandosi dietro la nascita e il debito con la madre. Penso che la visione ciclica, con l’idea del continuo ritorno, predisponga meglio alla cura dell’ambiente e delle risorse, di cui si avrà bisogno anche il giorno e l’anno dopo, mentre la visione lineare può facilitare un atteggiamento distruttivo stile “dopo di me il diluvio”, un consumare tutto a man bassa “come se non ci fosse un domani”.

A proposito del kairós, proprio alla vigilia di questo incontro abbiamo presentato il libro Deficit. Perché l’economia femminista salverà il mondo di Emma Holten, che tratta diffusamente del lavoro di cura, che lei chiama “manutenzione”, il cui valore non può essere misurato in prezzi. Si potrebbe però iniziare a misurarlo in tempo, in parte per il tempo necessario per la parte di cura che si mette nel mercato, per fare un lavoro di qualità o per relazionarsi con chi si interfaccia con il nostro lavoro, in parte chiedendosi quanto tempo occorre liberare dal mercato per poter fare il resto di «tutto il lavoro necessario per vivere».

Veniamo poi alla scansione e frammentazione del tempo che nella società attuale seguono l’accelerazione delle tecnologie: la richiesta di una produttività sempre maggiore in sempre meno tempo subisce oggi un ulteriore incremento con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, e gli strumenti che avrebbero dovuto farci risparmiare tempo invece lo occupano tutto corrodendo gli spazi di vita. Anni fa, quando sono stati estesi gli orari di apertura dei supermercati, alcune di noi si sono proposte di evitare di fare la spesa la domenica o la sera tardi, per solidarietà con le cassiere. Prima o poi però abbiamo ceduto e ci siamo rese conto che non era “comodo”, che non guadagnavamo tempo ma lo perdevamo, perché potendo fare la spesa fino alle nove si finisce per lavorare fino alle sette, erodendo il proprio tempo libero. E questa “comodità” è pagata dal sacrificio del tempo di vita delle cassiere.

Adesso è il turno dei lavori che richiedono riflessione, che l’intelligenza artificiale sostituisce con riassuntini prodotti in pochi secondi di quel che trova in rete, imponendoti una competizione che non ti si lascia più il tempo di pensare, di scrivere cercando le parole giuste, opportune: se non lo fai in cinque minuti, lo fa lei, l’IA. Però l’intelligenza artificiale non inventa, rimastica quello che è già dato e per di più con grande dispendio di energia, come abbiamo detto nell’ultimo incontro di VD3, sbarrando la strada alla creatività e alle invenzioni.

Il kairós, il tempo necessario e opportuno, è quello necessario per i processi con cui maturano i risultati, indispensabile in professioni che hanno a che fare con le relazioni umane. L’insegnamento, per esempio: il tempo necessario recuperare una/uno studente in difficoltà, il momento opportuno per riagganciarla/o, non può essere sostituito applicando una procedura standard velocizzata, macchinale.

La tensione tra passato, presente e futuro mi sta particolarmente a cuore. Per un quarto di secolo, prima di incontrare la Libreria, ho fatto politica in movimenti, partiti, sindacati tradizionali, dominati dalla cultura del sol dell’avvenire: sacrifici e privazioni in vista del giorno in cui sarebbe apparsa la società perfetta. Uno dei miei grandi debiti con la Libreria delle donne e il femminismo della differenza è che mi ha insegnato il valore politico del presente.

Quello che facciamo dev’essere trasformativo ora, avere un senso profondo mentre lo si fa. Se non ce l’ha, se è la rincorsa di un’emergenza da risolvere “prima”, non trasformerà niente. L’aveva già capito anche Carla Lonzi, quando nel Manifesto di Rivolta femminile ha scritto «il marxismo ci ha vendute alla rivoluzione ipotetica», affermando nei fatti che il momento opportuno è subito, e che per viverlo ci si prende il tempo necessario: quello che il femminismo ha fatto con la separazione, le riunioni nelle case, l’autocoscienza, sottraendosi ai tempi forzati di assemblee, all’incalzare continuo di manifestazioni e scioperi, per elaborare il proprio sguardo soggettivo e il proprio senso di sé. Se il presente è la realtà preziosa da contrapporre all’astrazione di un futuro tutto da dimostrare, però, noi non rifiutiamo di voltarci indietro e di guardare alla nascita e al debito con la madre, di inscriverci in una genealogia, e abbiamo delle radici e una memoria.

Ecco, noi vogliamo rilanciare tutti questi tempi, con una particolare attenzione al fatto che oggi si gioca molto nella pressione sempre più forte del mercato, della produttività, del tempo-tutto-pieno, della successione di eventi senza processi visibili a produrli. Negoziare il tempo per vivere, per creare, per inventare, per costruire il cambio di civiltà necessario a che il mondo non perisca sotto le bombe e tra le catastrofi ecologiche, a partire da dove siamo e dai problemi della nostra realtà quotidiana.

Roma. Nella sua casa di via San Valentino, la parlamentare più antica d’Italia attraversa con passo leggero ottant’anni di storia. «Ho quasi un secolo, ma solo qualche giorno fa ho scoperto di essere vecchia. Ora mi tocca farmene una ragione», sbuffa sprofondata nel divano, con quel suo modo ironico e assertivo. I suoi nuovi compagni di viaggio sono ragazzi e ragazze curiosi del mondo. «Gli amici coetanei se ne sono andati. E con i loro piagnistei i sessantottini mi annoiano terribilmente. Non mi resta che frequentare gli under 25, gli unici in grado di dare un senso alla vita che mi resta».

Nelle stanze piene di luce e di memoria, Luciana Castellina torna indietro al 1946, all’anno della svolta, quando lei era una diciassettenne in cerca di futuro e per la prima volta le donne andarono a votare (e furono votate). Il debutto avvenne il 10 marzo, in occasione delle elezioni amministrative; il 2 giugno, la scelta tra monarchia e Repubblica, e l’elezione dell’Assemblea costituente.

Qual è il ricordo associato a quelle giornate storiche?

«Mia nonna Maria seduta per ore nell’ingresso, davanti alla porta di casa: temeva che i miei la dimenticassero. Già vegliarda viveva con noi, ma conservando il suo spirito intraprendente. Giovanissima era scappata da Tarquinia per raggiungere a Buenos Aires il suo grande amore, mio nonno Alfredo Liebman, patriota triestino e compagno d’armi di Oberdan. Una vita molto avventurosa, per una ragazza dell’Ottocento. La mattina del voto si è buttata giù dal letto all’alba, si è preparata con cura, ed è rimasta scalpitante in attesa di mia madre diretta al seggio elettorale. Non poteva perdere quell’appuntamento con la storia».

Come scrisse la giornalista Anna Garofano, le donne stringevano nelle mani le tessere elettorali come biglietti d’amore.

«Sì, amore per la loro dignità».

Quasi tutte indossarono il vestito della festa, un accenno di rossetto sulle labbra.

«Si preparavano a ricevere la loro prima carica ufficiale. Per la prima volta la loro esistenza si intrecciava in modo indissolubile con quella dello Stato».

Molti temevano che non votassero. Invece la partecipazione fu altissima.

«Votarono quanto gli uomini, soprattutto nelle elezioni politiche. E dimostrarono di saper votare bene».

Le cronache dell’epoca mostrano un malcelato sbigottimento per la quantità delle donne in fila.

«Era la scoperta della donna come soggetto politico. Anche noi eravamo in grado di compiere quell’atto ufficiale, pensa che stravaganza! E non mi sorprende la meraviglia».

Anna Banti diede voce alle tante che avevano paura di sbagliare nel mettere la croce.

«Beh, eravamo considerate come un maschio un po’ fallato: meno intelligenti, meno capaci, meno forti. Un segno meno. Inevitabile che questo sguardo ci condizionasse nel profondo. Io a lungo mi sono vergognata di essere una donna».

Perché?

«Perché nel partito comunista aspiravo a incarichi che erano maschili. E temevo che l’esser donna mi penalizzasse. Era una rottura di scatole perché comunque avevi grane che i maschi non avevano: quando ero segretaria della sezione comunista all’università, dovevo patire l’insofferenza dei ragazzi sotto di me. E questa cosa mi dava fastidio».

Nel Pci c’era anche chi era contrario al voto femminile.

«Soprattutto i più vecchi temevano che le elettrici si sarebbero fatte suggestionare dal parroco, con grande beneficio per la Democrazia Cristiana. Ma fu Togliatti a mettere fine a queste sciocchezze. Pensate davvero che le donne debbano rinunciare alla propria soggettività?, li redarguì severamente. Nessuno osò ribellarsi».

Per la prima volta veniva mostrata la compatibilità tra donne e politica.

«Nel Partito c’era un modo di dire che ancora mi fa sorridere. Ogni discorso si chiudeva con l’esortazione: “Al lavoro, alla lotta, e ricordatevi di toccare le donne”. Detta così, oggi può sembrare una molestia, una cosa pornografica, in realtà era un invito a parlare con il pubblico femminile. È stato un processo molto lungo, in cui l’Udi ha avuto un ruolo fondamentale».

Senza le partigiane, non ci sarebbe stato il voto delle donne.

«Furono loro a costruire le fondamenta democratiche, negli ultimi anni della guerra. All’Anpi ho proposto più volte di sostituire la parola Resistenza con quella di Invenzione: le donne hanno dato vita a una nuova società civile, imprimendole una direzione precisa verso l’eguaglianza. Ma questo lavoro prezioso è rimasto a lungo nascosto sotto l’immagine della staffetta militare».

Non era facile per le donne fare politica. Il rischio era anche quello di essere maschilizzate. Racconta Lina Merlin, la celebre costituente socialista, che quando girava per il Veneto per i comizi nel 1945 i vecchi compagni si complimentavano. «Brava Lina, dopo tanti anni di vita politica sei ancora una donna».

«Io mi sarei voluta tagliare le tette pur di evitare le complicazioni. Ricordo ancora il sarcasmo di Marco Pannella, al congresso con tutte le sezioni universitarie dei diversi partiti. Non appena misi il piede sul palco si levò la sua voce irridente: “Passerella passerella!”. Se fossi stata più timida, non avrei aperto bocca».

Lei veniva da una famiglia mitteleuropea, più libera ed emancipata. Nel libro “Il femminismo della mia vicina”, un dialogo con Ginevra Bompiani curato da Agnese Manni, racconta di essere stata processata dal Pci.

«Nel 1947, in occasione del festival internazionale della gioventù a Praga, accettai di fare autostop con tre amici inglesi. Uno scandalo! Venni convocata da Giuliano Pajetta che pensò di punirmi con la lettura dei colloqui tra Lenin e Clara Zetkin, dei libretti orribili».

Cosa c’era scritto?

«Lenin sosteneva che gli uomini non gradivano bere in un bicchiere su cui s’erano poggiate molte altre labbra. Io non capivo cosa volesse dire. Giuliano insisteva, poveretto. Ma davvero non capivo. La verità è che io non avevo vissuto quella lontananza da casa come l’occasione della vita, mentre molte mie giovani compagne ne avevano approfittato per perdere la verginità. Tanti matrimoni del Pci sono nati in quei giorni a Praga».

Quando è arrivata la scoperta del femminismo?

«È arrivata tardi, grazie a mia figlia Lucrezia. È stata lei a domandarmi: mamma, ma perché esci sempre con i tuoi amici e non vai mai a cena fuori sola con le tue amiche? Aveva ragione, fu per me una illuminazione. Così come avevo guardato con sospetto i primi gruppi di autocoscienza che tendevano al separatismo. Poi avrei capito che si trattava di una invenzione formidabile: un viaggio dentro noi stesse per capire chi siamo. Credo che non l’abbiamo ancora capito».

Davvero non l’abbiamo capito?

«Siamo state talmente costrette a mascherarci da uomini per sembrare normali che ancora facciamo fatica a capire chi siamo, che cosa vuol dire essere donna. Quella maschile è stata una colonizzazione peggiore di quella subita dagli africani perché non solo ci hanno oppresso ma ci hanno portato via una identità. Ora scoprirla richiede un lavoro lungo, difficile. Come dice Simone de Beauvoir, è un lavoro che dura tutta la vita».

Nel “Secondo sesso” De Beauvoir sosteneva che donne non si nasce, ma si diventa, insistendo molto sulla costruzione sociale. Di recente è uscito il libro di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, intitolato provocatoriamente “Donne si nasce (e qualche volta lo si diventa)”, dove acquista centralità la diversità biologica. Qualche giorno fa il libro è stato censurato dalle cosiddette transfemministe, che ne hanno di fatto impedito la presentazione a Bologna. Non è un atto grave, anche incredibile?

«Sì, grave e preoccupante. Io sono molto polemica con un femminismo basato sull’indifferenza del sesso, che sostiene che è tutto uguale, sono maschio, sono femmina, sono terzo sesso o quarto o quinto. Un femminismo che rinuncia al nodo essenziale che è la differenza. Culturalmente è stato accettato quello che io chiamo l’imbroglio del neutro. Tutta la legislazione è costruita su un soggetto neutro che è disegnato sull’identità maschile. Ma la società deve riconoscere e attrezzarsi per la differenza, in modo che le donne abbiano realmente gli stessi diritti di un uomo. Questo lo vediamo in tutti i settori. Prendiamo la maternità: fortunatamente non è un obbligo, ma un diritto sì. Ci sono le condizioni per esercitarlo?».

È stato difficile conciliare la maternità con il lavoro politico?

«Io volevo moltissimo dei figli, li ho fatti a venticinque anni perché temevo che più tardi non sarei riuscita. Ma per permettermi il lusso di una baby-sitter, sacrificavo il sonno notturno per traduzioni e disegnetti destinati a una rivista francese. La vostra generazione ha spesso rinunciato ai figli, anche con dolore e rimpianto. Per questo non smetto di fare campagna con le più giovani: se li volete, questi benedetti bambini fateli presto. Metteteli in un cassetto ma fateli, per non dovervi poi mangiare le mani a quarant’anni. So bene che ancora molte ragazze sono costrette a scegliere».

Quella delle donne è l’unica rivoluzione che abbiamo avuto in Italia. A ottant’anni dal voto, a che punto siamo? Non rischiamo oggi di perdere le conquiste ottenute dalle madri democratiche?

«Siamo piene di problemi, contiamo ogni giorno donne morte e ferite, ma la nostra è l’unica rivoluzione vincente. In Italia e nel mondo».

E i femminicidi, le violenze?

«Non esistono rivoluzioni senza spargimento di sangue. Gli uomini uccidono perché non sopportano la libertà delle donne: ammazzano non quelle deboli, ma le compagne che hanno deciso di lasciarli. Non è un segno della nostra fragilità, semmai della nostra forza».

Quindi un colpo di coda del patriarcato morente che reagisce ammazzando?

«È evidente che siamo in presenza di un trauma psichico degli uomini! Non vogliono accettare di perdere un predominio accumulato nei secoli. Più che nemici dovremmo considerarli poveri animali feriti, a cui ora tocca pure dare una mano. Che fatica. Per noi donne il lavoro non finisce mai».

Tranne gli anni di convivenza con suo marito Alfredo Reichlin, lei ha scelto sempre di vivere da sola.

«Sì, credo che questo mi abbia reso la vita molto più comoda. Sai quante baruffe intorno alla domanda fatidica “finestra aperta o finestra chiusa?”. Me le sono risparmiate».

(Repubblica.it, 8 marzo 2026)

L’8 marzo 2026 de La domenica dei libri di Radio Popolare è stato interamente dedicato alle donne della radio degli anni ’90, con le trasmissioni Ciao Bella e Malafemmina ideate e condotte da Bruna Miorelli, e alle libere donne della Libreria delle donne.

Qui il link al podcast della trasmissione, condotta da Roberto Festa, a cui hanno partecipato Rosaria Guacci, Francesca Pasini e Silvana La Spina nella prima parte e Laura Colombo, Traudel Sattler e Fosca Giovanelli nella seconda.

Ascolta qui: https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-ladomenicadeilibri/ladomenicadeilibri_08_03_2026_10_35

I piedi saranno nudi. «Perché non possiamo indossare le scarpe sulle strade di un mondo intriso dal sangue dei nostri figli. Cammineremo scalze ma cammineremo. Mai come ora è tempo di cominciare il lungo percorso verso la pace». Mentre Reem al-Hajajreh racconta, Yael Admi annuisce. E aggiunge: «Spogliando i nostri piedi – a Roma, a Gerusalemme e in altre città – vogliamo mostrare la fragilità condivisa degli esseri umani da cui nasce lo sforzo per un futuro comune. È un modo silenzioso ma potente per dire che questa terra deve essere un luogo in cui la vita sia protetta, non sacrificata». Le due donne non sono nella stessa stanza. Non possono esserlo. Meno di settanta chilometri separano le rispettive città. Ma la distanza “politica” fra Betlemme e Ganei Yehudah, vicino all’aeroporto di Tel Aviv, è incalcolabile. La Cisgiordania, dove si trova la città di Davide e di Gesù, è blindata: dal 7 ottobre 2023 i palestinesi non possono recarsi in Israele nemmeno per lavorare. Da otto giorni, quando è scoppiato il conflitto con l’Iran, poi, anche il percorso inverso – raggiungere i Territori da Israele – è più difficile che mai. Attraverso la piattaforma virtuale, le loro parole, però, riescono comunque a intrecciarsi, in un colloquio in cui l’arabo risuona accanto all’ebraico e all’inglese. «Le resistenti hanno il dovere di essere creative. E ostinate», scherzano. Non hanno intenzione di farsi fermare dall’ennesima fiammata di guerra in Medio Oriente.

Con la valigia già pronta, sono determinate a partire alla volta dell’Italia per lanciare da Roma il “grido globale delle madri”. Il 24 marzo, la loro “marcia scalza” si snoderà dall’Ara Pacis alla Terrazza del Pincio nell’ambito di un’iniziativa sostenuta da Vital voices, con il patrocinio di Roma capitale. Nel guidarla, Reem e Yael – candidate negli ultimi due anni al Nobel per la pace per il loro impegno – scandiranno l’appello composto congiuntamente dalle organizzazioni di cui sono rappresentanti, Women of the sun e Women wage peace: «Noi, donne palestinesi e israeliane di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza per i nostri figli e le generazioni future. Crediamo che anche la maggior parte dei popoli a cui apparteniamo condivida questo desiderio. Pertanto, chiediamo ai nostri leader di ascoltarci e di avviare subito negoziati di pace con l’impegno di raggiungere una soluzione politica a un conflitto troppo lungo e doloroso». Non è una dichiarazione. È la sintesi di un processo di solidarietà femminile cominciato cinque anni fa. All’epoca Women wage peace – che Yael e Vivian Silver avevano fondato nel 2014, dall’unione di istanze femministe e pacifiste nell’opposizione al conflitto allora in corso a Gaza – era già un punto di riferimento per l’attivismo israeliano e la lotta nonviolenta all’occupazione. La palestinese Women of the sun, invece, era agli inizi. Reem, economista di formazione, era esasperata dalle morti violente di tanti ragazzini del campo profughi di Dheishesh dove risiedeva. Creata nel 1949 dall’Onu nel cuore di Betlemme per ospitare gli sfollati di Gerusalemme Ovest e Hebron, la “foresta”, questo il significato del nome dell’enclave, è un concentrato di edifici, persone – oltre 19mila in 0,33 chilometri quadrati – e rabbia. Una furia sorda e palpabile generata dalla prossimità forzata e dalle continue incursioni dei militari di Tel Aviv che i gruppi estremisti canalizzano e alimentano trasformando i giovani in carne da cannone. «Ero stanca di seppellire figli di vicini e di amici. I nostri ragazzi meritano di vivere. L’unico modo per salvarli è cambiare la situazione. Ho capito che dovevamo essere noi donne e madri compiere il primo passo per convincere altre donne e madri a educarli in modo differente. La sensibilizzazione “porta a porta” non è stata facile. La vita pubblica è ancora ritenuta “roba da uomini”: prendere la parola dopo essere state a lungo in silenzio, spaventava», dice Reem.

In parallelo al percorso di consapevolezza interna, è maturato l’incontro con Women wage peace a partire dal 2021. «La sintonia è stata naturale. Avevamo lo stesso proposito: proteggere i nostri figli dalla guerra. Certo, abbiamo dovuto imparare a conoscerci, a fidarci, a lavorare insieme», sottolinea Yael. Il 25 marzo 2022, 1.500 israeliane e palestinesi si sono radunate sul Mar Morto per far sentire alla Terra Santa la loro voce di dissenso alla guerra. La tragedia del 7 ottobre e il massacro a Gaza non hanno spezzato quella sororità. Al contrario, l’hanno cementata. Con il sangue: tre esponenti di Women wage peace – tra cui la stessa fondatrice, Vivian Silver – sono state assassinate da Hamas, 43 attiviste di Women of the sun sono morte nei combattimenti nella Striscia. L’azione congiunta delle due organizzazioni-sorelle procede. E “sconfina” oltre la terra dal Giordano al mare. A quattro anni dalla prima marcia-appello, le donne di pace di Israele e Palestina vogliono far risuonare la stessa invocazione nel mondo. «Per questo abbiamo scelto Roma, una delle capitali spirituali del pianeta per la presenza del Vaticano – aggiunge Reem –. Le esortazioni continue di papa Leone alla pace – e prima di Francesco che abbiamo “incontrato a distanza” a distanza durante Arena di pace 2024 – sono un prezioso incoraggiamento». «Anche la data è simbolica: il 24 marzo è la vigilia dell’Annunciazione e si colloca fra la fine del Ramadan e la celebrazione della Pasqua ebraica e cristiana – le fa eco Yael –. Nonché all’inizio della primavera con cui la terra ci ricorda che l’inverno ha fine. Anche un inverno prolungato come quello del conflitto israelo-palestinese senza la cui conclusione non potrà mai sorgere una nuova stagione per il Medio Oriente. È l’origine e il focolaio permanente di una tensione che ciclicamente esplode: a Gaza, in Libano, in Iran». Alla domanda sul perché due organizzazioni femminili dovrebbero riuscire dove politici e diplomatici hanno finora fallito, Reem e Yael si scambiano uno sguardo di intesa. «Non sono riusciti perché c’erano poche donne ai tavoli», rispondono una dopo l’altra. «Relegandoci ai margini, la storia ci ha obbligato a un surplus di abilità negoziale per andare avanti», afferma Yael. «Specie quando è in gioco la vita dei nostri figli – ribadisce Reem –. Ma abbiamo necessità dell’aiuto delle donne d’Italia e del resto del mondo. Non lasciateci sole. Camminate, fisicamente il 24 marzo, o metaforicamente, con noi. Insieme possiamo farcela».

(Avvenire, 8 marzo 2026)

Per un mese dieci mamme con i loro figli vivono insieme nel sud della Spagna. In una manciata di casette bianche circondate da pini, a pochi passi dal mare, condividono cucine, storie, frustrazioni, accudimento e momenti di pura gioia. Lavoro e scuola sono organizzati in modo flessibile. Io sono una di quelle donne: insieme ai miei due figli, divido una casa con un’altra donna e i suoi tre bambini piccoli.

Claudia Bellante, una giornalista italiana che vive in Andalusia, propone quest’iniziativa ogni anno. Stava lavorando a un’inchiesta sui nomadi digitali, cioè le persone che combinano il lavoro da remoto con gli spostamenti frequenti, quando ha scoperto una lacuna: esistevano esperienze di co-living per espatriati e per famiglie, ma quasi nessuno rispondeva alle esigenze di madri e bambini. Così è nato il progetto Andalucía nomad mums, una convivenza temporanea rivolta a donne con figli a Chiclana de la Frontera, nel sud della Spagna.

Nel terzo giorno di permanenza leggo ai bambini un libro ad alta voce sulla nostra terrazza. Gli avanzi della colazione e del pranzo si stanno deteriorando sotto il sole. La giornata è andata così: caldo, caos, poco aiuto. Ma sento qualcuno muoversi in cucina: Lucie, una donna che conosco appena e che vive in una delle altre case, è venuta a sparecchiare la tavola. «I miei figli sono più grandicelli», dice. «Mi sarebbe piaciuto che qualcuno l’avesse fatto per me».

Un lavoro ben visibile

È un gesto piccolo, ma rivoluzionario. Di solito la maternità si vive a porte chiuse. Lucie la definisce «un’esperienza incredibilmente bella ma anche incredibilmente solitaria. Non si sa bene cosa bisogna fare, tutte si chiudono e si arrangiano come possono». Nel co-living quel lavoro diventa visibile e viene condiviso.

KC, una donna salvadoregna-statunitense, racconta come la maternità l’ha cambiata. Alla nascita del primo figlio ha sentito un amore travolgente e l’impulso fortissimo a stare sempre insieme a lui. Ha lasciato un lavoro ben pagato come programmatrice: «È stato difficile. Ero io a mantenere la famiglia e da un giorno all’altro mi sono ritrovata in gravi ristrettezze economiche. Ho imparato a fare da sola le pastiglie di detersivo per la lavastoviglie. Facevo di tutto per risparmiare».

Oggi, di giorno KC è un’orgogliosa mamma a tempo pieno, che provvede all’istruzione del figlio più piccolo e rappresenta un punto fermo per i genitori e i bambini del suo quartiere; di sera fa l’estetista. «Sono cambiata moltissimo. Mi sono trasformata in una persona che aiuta sempre gli altri».

Anche per Vikki la maternità è stata un punto di svolta. Lavorava nella finanza, facendo tanti straordinari. «Mi piace come sono ora, trovo che abbia un senso. Una volta lavoravo tantissimo, ne ero dipendente». La nascita di suo figlio ha cambiato tutto: «Da quando c’è lui, non voglio che sia il lavoro a prendersi il meglio che ho da offrire». Oggi Vikki è impegnata circa quindici ore alla settimana come “time hacker”, aiutando gli altri a organizzare il loro tempo in modo diverso. Ora è il lavoro a adeguarsi ai ritmi della sua famiglia, non il contrario.

Ogni giorno nel co-living ho modo di rendermi conto di cosa intende Vikki. Al mattino lavoro in silenzio e con la massima concentrazione. Nel pomeriggio tutto rallenta: la vita con i bambini ha un ritmo rilassato. Le case e i giardini si riempiono di voci infantili e di sabbia che s’infila tra le dita dei piedi. Corro al mare con i miei figli. Ritrovo una spensieratezza che a un certo punto della mia vita avevo perso.

La scrittrice e mentore belga Karen Kelchtermans parla di “emancipazione all’ennesima potenza”. Secondo lei l’idea della donna alfa – che combina una carriera di successo con la famiglia e le ambizioni personali – è una trappola. «Come donne, siamo passate dal lottare per “far sentire la nostra voce nella società” ad avere una voce mascolinizzata», scrive nel libro Liefde in balans (Amore in equilibrio).

La vita quotidiana riduce lo spazio della femminilità – almeno, questa è la mia percezione – e privatizza la maternità. In questo co-living le cose sembrano andare diversamente: le donne possono essere semplicemente donne, e madri per i loro figli, nel modo che preferiscono.

Di sera leggo il libro Donne che corrono coi lupi (Sperling & Kupfer 2016). L’autrice Clarissa Pinkola Estés usa il lupo come metafora della natura istintiva, creativa e collaborativa delle donne. La loba appare spesso durante la gravidanza o quando si partorisce e allevano i figli: sono momenti in cui la parte selvaggia e intuitiva delle donne riconquista il suo spazio. Nel co-living riconosco quell’energia nelle altre madri e in me stessa.

«È come se qualcuno premesse il pulsante pausa», spiega Bellante. «Per un po’ possiamo mettere da parte i ruoli che recitiamo, e che la società ci assegna. Dà un’idea di come potrebbe e, forse, dovrebbe essere la vita se fossero le donne e i bambini a dettare legge».

Il mondo come scuola

Molte donne parlano della difficoltà di fare scelte autonome, basandosi sull’intuito. Dividere il letto con figlie e figli, per esempio: in molte parti del mondo è normale, ma in occidente è spesso considerato un’anomalia. O l’istruzione dei figli: KC dà lezioni in casa al figlio più piccolo, perché sente che quel tipo di insegnamento è più adatto. Un’altra madre sceglie il worldschooling, una filosofia educativa in cui i viaggi e il mondo fanno le veci di un’aula scolastica.

Vikki esprime i suoi dubbi sulla scuola tradizionale: «La gente mi chiede: preferisci l’istruzione in casa? Ma sono solo degli schemi rigidi. La vera domanda è: se quegli schemi non ci fossero e tu avessi piena libertà creativa, cosa faresti? Io ascolto la mia voce interiore. Come mi sento? Come si sente mio figlio o mia figlia?».

Ispirandosi ai lupi che vivono in branco, proteggendosi a vicenda e affidandosi all’intuito, Pinkola Estés scrive che le donne ritrovano forza attraverso la comunità, la collaborazione e la riscoperta del ritmo interiore. Il “selvaggio” è una saggezza naturale che fiorisce quando le donne si sentono appoggiate, possono sorvegliare i confini e hanno la libertà di muoversi in cicli di creazione e riposo. Questa visione è vicina ad alcune correnti femministe latinoamericane che mantengono una posizione critica rispetto all’enfasi sull’individualismo di gran parte del femminismo occidentale. Il punto non è cosa può realizzare una singola donna ma cosa possono fare le donne, insieme, per la loro comunità e, più in generale, per la società.

All’ombra dei pini si sviluppa un sottile intreccio di cure. Lucie, erborista, condivide le sue conoscenze delle piante. KC offre un massaggio ristoratore ad alcune delle presenti. Vikki condivide le sue conoscenze in strategie di marketing e scelte professionali. Ognuna, di tanto in tanto, si prende cura dei figli di un’altra, o aiuta come può. Condividiamo le sfide con cui ci scontriamo nella maternità e nelle nostre relazioni, cercando insieme delle risposte.

Non è sempre un idillio. A volte capita che i bambini facciano a botte, che i compiti domestici siano divisi in modo poco equo, che i metodi educativi si scontrino. La convivenza è anche un esercizio di gentilezza. Un gruppo di donne supporta il co-living occupandosi dell’istruzione di bambine e bambini. Questo mese seguono per cinque ore al giorno la forest school: lezioni all’aria aperta, sulla spiaggia o nella pineta, che prendono ispirazione dall’organizzazione britannica Forest school association e mettono al centro il gioco, l’esplorazione e il prendere rischi in modo responsabile. Un netto contrasto con le scuole affollate a cui sono abituati molti bambini, dove la vita all’aperto è spesso quasi inesistente.

Nel frattempo l’esperienza di coabitazione è stata imitata sulle montagne della Romania, dove sta prendendo forma un modello simile. L’organizzatrice Ioana Valea è una scienziata e imprenditrice. I suoi obiettivi principali sono offrire alle donne uno spazio dove combinare lavoro e famiglia, e fornire un’istruzione basata sul metodo Montessori. «Serve un villaggio», dice, «però deve essere il villaggio giusto. Quando le madri ricevono supporto emotivo e strutturale, possono stare benissimo. Lo stesso vale per i figli».

Stanno spuntando sempre più ritiri per mamme e figli: soggiorni brevi in cui le donne possono portare con sé i bambini. Jocie Cox, organizzatrice di Theta re-treats, vuole offrire un rifugio dove i più piccoli sono coccolati e stimolati, e le madri a loro agio. La maternità, secondo lei, è uno dei maggiori cambiamenti emotivi, neurologici e fisici nella vita di una donna. Devono esserci dei posti in cui le famiglie hanno l’occasione di riconoscere e integrare quella trasformazione.

Charlotte Faircloth, che insegna allo University college di Londra, inserisce questi co-living e ritiri in un contesto più ampio. Cita la sociologa Sharon Hays definendo l’intensive motherhood, la maternità intensiva, un’ideologia culturale dominante in cui ci si aspetta che le madri crescano i figli in un modo dispendioso in termini di tempo, denaro ed energie. Quelle che una volta erano pratiche di cura scontate ora sono scelte complesse. Allattamento, sonno, alimentazione, scuola: tutto è sottoposto a un giudizio morale. E la pressione pesa soprattutto sulle madri, sottolinea Faircloth.

Privilegio per poche

In questo contesto i ritiri e i co-living per madri e figli sono risposte comprensibili. «Può essere un modo per ritrovare il piacere della maternità. Sottrarla all’isolamento e vedere da vicino il modo in cui la vivono altre donne fa bene. Ed è importante per capire come possiamo fare per ricostruire un villaggio», osserva.

Ma Faircloth è anche critica. Spesso queste esperienze sono costose (un soggiorno di meno di una settimana può costare da 1.500 a 2.500 euro o più) e fanno leva sulle insicurezze e sulle debolezze delle donne che provano a essere “buone madri”. «Così si creano due gruppi distinti: le madri che la pensano allo stesso modo e che possono permettersi la risposta giusta, e quelle che non possono. Questo meccanismo rafforza le disuguaglianze», spiega.

La pensa così anche Lei Decappelle, ricercatore dell’università di Gand, in Belgio. Queste iniziative sono in gran parte a pagamento e per molte donne sono inaccessibili: «Le madri single, spesso le più bisognose di supporto, sono le più sacrificate».

«I co-living e i ritiri per madri con bambini rispondono a un insieme complesso di desideri giustificati, alimentati da nuove norme sociali», dice Decappelle. Secondo lui mostrano come oggi la cura dei bambini sia sempre più individualizzata e commercializzata. «Ci si aspetta che una madre si prenda cura dei figli in modo costante, ma allo stesso tempo che pensi anche a se stessa. La gente fa quello che può». Perché le madri che hanno bisogno di quiete o di supporto non possono prendersi cura di sé senza i figli? «Dove sono i padri? Dov’è la comunità?», si chiede Decappelle.

Modelli da ripensare

Ultimi giorni nel sud della Spagna: le famiglie cominciano a partire, il tempo cambia, tutti sentono che si avvicina il ritorno ai ritmi abituali. Qualcosa però è diverso da prima. Abbiamo visto cosa succede quando le donne non sono lasciate sole a risolvere ogni aspetto della cura dei figli. Quando la cura diventa una responsabilità condivisa da una piccola comunità. In Belgio la maternità è organizzata come se fosse un impegno individuale per il quale ogni donna deve trovare la sua strategia di sopravvivenza. Il co-living mostra il contrario: le madri possono rilassarsi se le strutture sociali che le circondano si muovono insieme a loro.

Un esperimento del genere resta una prerogativa di donne con un lavoro flessibile, che può essere svolto da remoto, e con sufficienti mezzi finanziari. In una società caratterizzata da settimane lavorative lunghe, da un alto costo della vita e da nuclei familiari in cui due redditi sono la norma, la cura intensiva resta un problema da risolvere individualmente. Chi guadagna poco o non può decidere autonomamente cosa fare del proprio tempo non può rallentare il ritmo. Però l’esperimento mostra cosa sarebbe possibile. A volte sono utili i gruppi di mamme che s’incontrano regolarmente dopo la nascita dei figli. In Belgio queste iniziative sono ancora marginali, ma in altri paesi sono più diffuse. In Germania, per esempio, ci sono le Mutter/Vater-Kind-kuren per genitori in difficoltà: ritiri di alcune settimane per madri o padri con figli, che offrono terapia e assistenza per prevenire l’eccessivo affaticamento, anche emotivo.

«Come possiamo alleviare la pressione?», si chiede Faircloth. Sottolinea l’importanza di scuole per l’infanzia di alta qualità e accessibili, e la possibilità di affidare ad altri le faccende domestiche. Allo stesso tempo mette in guardia dal delegare il lavoro di cura a persone sottopagate, spesso a donne straniere.

In che misura un co-living come quello in Spagna mostra i limiti di un modello economico in cui l’assistenza è delegata ad altri, ridotta o privatizzata? Le cure di una madre verso i propri figli restano in gran parte invisibili: non sono quasi considerate nei dati sulla produttività o sulla crescita. Forse non è la maternità a essere pesante, ma il modo in cui abbiamo organizzato gli aspetti sociali ed economici che la circondano. Bisogna ripensare cosa consideriamo progresso, anche nel campo delle cure e dell’assistenza. O almeno, rivalutare il modo in cui lo misuriamo.

Forse, in futuro, invece di aumentare la nostra indipendenza, dovremo provare a recuperare qualcosa di antico: una struttura sociale che cresce insieme alle donne e ai bambini. Un villaggio, insomma, non come ideale nostalgico, ma come comunità attiva.

(Internazionale, 7 marzo 2026)

L’intelligenza artificiale vive di impulsi elettromagnetici che viaggiano in frequenze attraverso antenne e ripetitori. Mettersi un’antenna in casa vuole dire essere a disposizione, più che avere vie di comunicazione. Se la spegni altri te la riaccendono, non sei tu a gestire le tue connessioni. Avevo contratti che usavano la linea telefonica direttamente (senza WI-FI) per il computer; per i caloriferi un addetto veniva una volta l’anno a rilevare i consumi invece di farmi attraversare lo spazio da raggi elettromagnetici ogni tot secondi, anche la sera e all’alba mentre dormo. È successo unilateralmente dopo anni: hanno acceso le antenne incorporate e non le spengono più. Da mio nipote si immettono le voci dell’intelligenza artificiale nelle nostre conversazioni. Aumenteranno le antenne in casa per molti scopi e non saranno più tacitabili, me lo hanno detto. Io lo chiamo “stupro” perché sono a conoscenza dei danni alla salute che gli impulsi elettromagnetici e le linee elettriche agiscono, me ne volevo tenere un poco protetta almeno in casa.

Ogni infrastruttura come ogni altro consumo ha costi soprattutto per il corpo, per la sua salute e quella di ogni forma vivente: facciamo mente locale. Il dominio è soprattutto una appropriazione di parte della salubrità degli organismi. Questa attenzione politica non è per nulla sviluppata in noi. La paura ci fa evitare di conoscere, ma ormai il femminismo deve varcare questa soglia.

Essendo sociologa, avendo fatto studi e ricerche sulla società, anch’io ho visto alla riunione di Via Dogana 3 (del 14 dicembre 2025) che il dominio diventa sempre più totalizzante, sempre più forte, e ci irretisce proprio nell’egoismo. Sanissimo l’egoismo di ciascuno, è evidente che ci sposiamo al lavoro sia per socialità che per attivarci, e bene se ci pagano. Ma quale egoismo possiamo contrapporre a questo che è vitale? La politica si deve porre il problema di come l’egoismo collettivo ci può unire con esiti positivi invece che negativi.

Studiando gli inquinanti di tutti i tipi, che vengono taciuti dal potere e da noi assorbiti, e ignorati per non avere troppe preoccupazioni, decisi che il massimo sfruttamento che tutti subiscono è quello della nostra salute. Penso che la salute fisica e quella mentale siano la cosa da indicare per un egoismo sociale e collettivo. Molte donne lo sanno e lo fanno di già.

La redazione aperta di Via Dogana 3 sull’intelligenza artificiale ha illustrato esempi politicamente negativi dello sviluppo e dell’impiego di questa tecnologia. Gli esiti sembrano essere lo sviluppo del dominio delle forze economiche teso a massimizzare i profitti di una parte della popolazione contro la maggioranza restante. È un dominio che si totalizza nei confronti della libertà delle persone, con il controllo reso possibile – aggiungo io – dall’estensione mondiale di una infrastruttura di antenne e ripetitori di onde elettromagnetiche imposta dal potere economico e finanziario.

Il consenso della popolazione è anch’esso obbligato nei fatti dall’organizzazione sempre più capillare di ogni comunicazione sociale, ma anche dall’entusiasmo personale e collettivo che ha suscitato questa nuova potenza tecnologica. Ne è complice la censura sui danni alla salute che la fitta rete di campi elettromagnetici procura, nella informazione autorevole delle istituzioni.

Anche il silenzio di tutti i partiti conta, questi evitano di farne contenzioso tra loro per l’enorme responsabilità che si troverebbero a dover gestire nell’andare controcorrente a un potere che ha travolto anche loro.

Molte ricerche scientifiche da anni affermano la gravità delle ricadute sulla salute.1

Il meccanismo utilizzato per tacitare le denunce della ricerca scientifica indipendente da quella finanziata dai produttori delle tecnologie è quello di imporre il superamento della metà più una delle ricerche complessive per dimostrare una ricaduta epidemiologica negativa. Non è sostenibile lo scalzare il dubbio e la probabilità che la metà delle ricerche dimostra, e che per legge dovrebbero far proteggere la salute pubblica con misure di prevenzione dell’implementazione di prodotti e infrastrutture di cui non sia dimostrata la innocuità. In pratica quelle finanziate dal potere e dai suoi sostenitori sono sempre abbondanti e affrettate: «Abbiano già assistito a come il nessun rischio dichiarato ad esempio per il DDT, i raggi X, la radioattività, il fumo, l’amianto, la BSE,l’esposizione a metalli pesanti, all’uranio impoverito, ecc. […] prima di una seriaconoscenza del fenomeno, abbia portato alla sofferenza di molti esseri umani» (Johasson2013). La tendenza speculativa tacita i risultati della ricerca sulle ricadute per la salutedi prodotti, infrastrutture e sostanze che molti medici e scienziati hanno raggiunto oaccetta di bilanciare i loro risultati con ricerche mal condotte proprio per non faremergere nulla (Tomatis 2007; Levis 2009; Johasson 2013; in Nappi Antonella, Le prospettive delle donne nella scienza possono essere politiche: la difesa della salute, Università degli Studi di Milano, in “Scienza, genere e società. Prospettive di genere in una società che si evolve”, a cura di Sveva Avveduto, Maria Luigia Paciello, Tatiana Arrigoni, CristinaMangia, Lucia Martinelli, 2015. Roma: CNR-IRPPS e-Publishing, doi 10.14600-1/43/978-88-98822-08-9).

Questa cultura che ignora i corpi e al contrario li sacrifica, persino se è il proprio, la ereditiamo dal dominio maschile, con l’ambiguità e l’ipocrisia. Il corpo paga il benessere economico e quello soltanto deve sostenere. Le cure delegate alle donne nel privato materiale dell’esistere sono rimaste fuori dalla politica pubblica e dal valore sociale. Hanno un enorme peso economico, ma se lo intesta il potere e lo consuma.

È su questa esclusione del valore dei corpi dalla politica pubblica che si deve insistere nel decostruire e ricostruire la cultura, la politica, l’organizzazione sociale.

L’assenza del corpo e della sua cura dal contenzioso politico è il problema che dobbiamo continuare a modificare descrivendo dove e come intervenire alla politica. La salute deve diventare un campo di informazione che obbliga la politica istituzionale a studiare e ricercare, a prendersi delle responsabilità.

  1. Si veda il sito BioInitiative Report: A Rationale for a Biologically-based Public Exposure Standard for Electromagnetic Fields (ELF and RF): è in continuo aggiornamento. Vedi anche il testo di Fabia Del Giudice Smart SMOG, Edizioni SI – Scienza e Ambiente.
    Io stessa ho fatto una pubblicazione: Le prospettive delle donne nella scienza possono essere politiche: la difesa della salute, Università degli studi di Milano, in: “Scienza, genere e società in una società che si evolve”, a cura di Sveva Avveduto, Maria Luigia Paciello, Tatiana Arrigoni, Cristina Mangia, Lucia Martinelli (2015). Roma: CNR-IRPPS e-Publishing (doi 10.14600-1/43/978-88-98822-08-9).
    Ancora, la Associazione Italiana Elettrosensibili | Associazione Italiana Elettrosensibili. Anche le ricerche dell’Istituto Ramazzini di Bologna, diretto da Fiorella Belpoggi, quest’anno insignita del titolo di Cavaliere al merito, dimostrano la cancerogenità dei raggi elettromagnetici e la loro incidenza moltiplicativa degli effetti degli altri inquinanti, sui ratti: Istituto Ramazzini – Cooperativa Sociale Onlus. Finanziate dallo Stato, non so se siano state rese pubbliche, aspettavano di esserlo dal 2015. (https://ilgiornaledellambiente.it/inquinamento-ambientale-inquinanti/inquinamento-atmosferico-mondiale-italia/inquinamento-elettromagnetico/./). ↩︎

Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1].

In questa situazione di straniamento e di disagio, c’è un verso di una famosa poesia di Wisława Szymborska, Ritratto di donna, che sono andata a cercare perché rimanda a una situazione di alterità e insieme di cammino: la fatica di essere compressa tra tante definizioni e mancanze apre, infine, spazio alla creazione. Sintetizza ciò che vorrei provare a dire sul tema della diseguaglianza economica, dello scambio sessuo-economico nonché sulla imprendibile, imprevedibile potenza delle donne, nonostante tutto.

Non sa a che serva questa vite, e costruirà un ponte.

Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka
[2].

Non intendo aggiungere un vero e proprio parere sul caso Epstein, dopo tante analisi di molte opinioniste importanti e intelligenti, per esempio, Maddalena Fragnito e Carlotta Cossutta, tra le altre.

Certamente, l’odierna guerra (28 febbraio 2026) contro l’Iran decisa da Trump, mentre i colloqui diplomatici erano ancora in corso a Ginevra, ha anche, tra altre ragioni imperiali, il significato di distrarre questo mondo dal terrificante affaire di uso e scambio di donne e bambine che coinvolge tutti i grandi del mondo e di stornare lo sguardo dello spettatore dagli “orrorifici cataloghi”[3] che ci tormentano, insieme a una sensazione di impotenza, di vivere “destini vicari” sui quali abbiamo perso il controllo. Intendo, come del resto intendeva Campo, il “destino” come immanenza affermativa che richiede sempre forme di sperimentazione e di relazione con altri corpi e affetti.

La vicenda Epstein si è arricchita della testimonianza imbarazzante di Clinton, con la solita, instancabile, Hillary che difende il marito e che rilancia, chiedendo di “ascoltare Trump sotto giuramento”. La scorsa settimana si erano avuti l’arresto (per 24 ore) di Andrea Windsor-Mountbatten, nonché dell’ex ambasciatore britannico negli Usa, Peter Mandelson. Non facile, certo, aggirarsi tra l’immensa mole di file desecretati in corrispondenza con una lunghissima indagine giudiziaria sul finanziere statunitense. Ma c’è un sito che simula Gmail, costruito da due sviluppatori, dove si trovano raccolti tutti gli scambi di Jeffrey Epstein sotto forma di semplice casella di posta elettronica. Per quanto mi riguarda, Epstein che consiglia a Larry Summers – ex segretario del Tesoro Usa e celebre economista, docente ad Harward, dimessosi dal suo ruolo nel consiglio di amministrazione di OpenAI dopo lo scandalo – di leggere il libro di Helen Fisher, Anatomia dell’amore[4], perché potrebbe “trovarlo divertente” mi è sembrato sufficientemente significativo e mi è bastato. Davvero tragicamente divertenti.

Detto ciò, vorrei insistere su un tema che ha a che vedere con questa storia. In parte mi sono convinta ad aggiungere qualche riga grazie alle, per me fondamentali, suggestioni derivanti da ciò che ha detto e poi scritto Ida Dominijanni.

Come è già stato notato, tutte e tutti noi viviamo in un mondo dove il controllo generale delle risorse materiali e simboliche, nonché dei mezzi di produzione e, ovviamente, del potere e del governo, con ciò che ne deriva in termini di repressione e di punizione, tende a rimanere nelle mani degli uomini. Paola Tabet[5] ha analizzato come le relazioni tra uomini e donne simulino i rapporti di classe. Le donne, nella maggioranza dei casi, stanno più in basso nella scala sociale, gerarchica e nella distribuzione dei redditi rispetto agli uomini.

Nonostante, come suggerisce Szymborska, le donne sappiano, se lo vogliono, costruire un ponte con una vite mai vista prima (le viti hanno una maggiore resistenza alla trazione), la concentrazione di capitali inestimabili, soprattutto nel settore hi-tech, rimane fortemente sbilanciata a favore degli uomini, mantenendo una distanza abissale tra il primo uomo e la prima donna in classifica ai vertici della ricchezza mondiale.

Se consideriamo alcune statistiche appena uscite[6], in termini generali la situazione lavorativa e retributiva delle donne italiane dimostra che sono più disoccupate, più precarie, più costrette a scegliere di lavorare part time per gestire anche casa e famiglia, che guadagnano circa il 30 per cento in meno rispetto agli uomini. Aggiungo che se si includesse il valore del lavoro domestico e di cura (non retribuito), il reddito orario effettivo delle donne crollerebbe al 32 per cento di quello degli uomini.

Insomma, non voglio stordire con i dati ma insistere sul fatto che questo determinante fattore di diseguaglianza va tenuto al centro. Anche perché, con buona pace del presidente Meloni, non si sta affatto migliorando, anzi. Secondo il World Economic Forum, l’Italia è all’85° posto nelle analisi comparative per disparità di genere tra 147 paesi, ultima tra tutti i Paesi europei, mentre per quanto riguarda la partecipazione economica e le opportunità delle donne (differenza tra i generi nel mercato del lavoro, inclusi tassi di occupazione, stipendi e posizioni di leadership), va anche peggio e siamo alla 117ᵃ posizione [7].

Si deve aggiungere, inoltre, che nel capitalismo contemporaneo l’assioma del denaro e del profitto non paiono conoscere limiti, da cui la riattualizzazione e riformulazione del concetto di capitalismo antropomorfo che integra consumo e riproduzione, mirando a un assoggettamento sempre più intimo dell’individuo. E, nel buio di questa era, inserirei anche la nozione di capitalismo perverso che penetra sadicamente e contagia la soggettività, trasformandola a propria immagine e somiglianza.

D’altro lato, proprio la logica imperante di guerra totale, pervasiva, ininterrotta, per quanto “a pezzi”, che imprigiona questi tempi ci fa pensare a quanto la stessa categoria di umanità vacilli, soverchiata dalle armi, dalla violenza e dalla morte, dal riemergere – dagli orrori della storia – della attrazione per la distruzione di un intero genos, una intera stirpe, ritenuta nemica, nociva, rivale.

Se il quadro è questo, se la guerra, senza frase, senza trattativa, senza legge, senza appello, costruisce l’ordine del discorso contemporaneo, mi pare chiaro che, pur non nominando il patriarcato, siamo di fronte a un evidente regresso delle forme della socialità maschile e di involuzione nella costruzione sociale della virilità.

Non sostengo che esista un continuum senza crepe del dominio maschile dalla antichità al presente, ma in questo clima, e poiché le donne sono più povere, più in basso nella piramide sociale, più dipendenti, il carattere strutturale della mediazione del denaro nelle relazioni tra uomini e donne non può essere ignorato. Poiché, tra l’altro, proprio il denaro è alla base di questo rinnovato istinto bellico ed esso è più che mai forma di conferma del potere e con ciò di validazione sociale della virilità maschile. Striscia fuori dalla cripta il mito dell’uomo forte, guerriero, in divisa, del potente tra i potenti, con una intera isola di proprietà a disposizione. Si ripropone il nodo, mai veramente sciolto, del dover incarnare questi modelli per essere “veri maschi”, il cui sbandierato obiettivo è anche quello di salvare (e sottomettere) le donne oppresse dagli avversari.

Su tali aspetti è stata lucida e anticipatoria l’analisi di Ida Dominijanni nel libro Il Trucco, che ha individuato, già in epoca berlusconiana, la necessità di accettare per alcune donne:

“prestazioni relazionali più che affettive e sessuali; investimento su di sé più che resa al desiderio maschile connessi alla femminilizzazione postfordista del lavoro, senza per questo considerarlo un mestiere come un altro e anzi escludendo di trarne piacere o soddisfazione […]. Interna alla logica di mercato che orienta la sua vita, e alla logica del contratto che spaccia per scambio tra eguali ciò che immancabilmente si rivela uno sfruttamento tra diseguali” [8].

Da cui la necessità, tra altri imperativi, di essere giovane, per sempre giovane. Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane. Sollecitare il desiderio, non smettere di solleticare un rituale sessuale, di attrarre la fantasia e l’aspirazione maschile. Anzi, se possibile, essere sempre più giovani. E, ritornando al punto, naturalmente, non avere denari propri, essere sedotta da quelli altrui, doversene procacciare in ogni modo. Il problema che resta alla donna è immancabilmente avere soldi suoi per un viaggio lungo e lontano.

L’altro lato di questo racconto è, però, la possibilità della parola femminile di sgretolare sistemi, come è già successo in molti simili scandali sessuali.

Accade al potere di essere talmente preso da sé stesso da non accorgersi dei propri smottamenti. I quali potrebbero, ancora una volta, arrivare non da innovazioni straordinarie nelle tecnologie del sistema bellico prodotte da una delle parti in causa, nemmeno dal controllo completo delle fonti energetiche, ma da sottrazioni, smascheramenti, imprevisti “banali e fatali che d’un colpo gli strappano l’aura togliendo il monopolio della narrazione della realtà: ma non è un imprevisto inspiegabile”[9].

Ritorno allora all’estraneità sentita e vissuta con cui ho iniziato questo commento che nasce dal rifiuto di un incerto e violento assetto e dal desiderio di un mondo differente. Il desiderio è infatti, notoriamente, socialmente costruito, e un primo obiettivo sarebbe quello di fare respirare e coltivare altre modalità del desiderio. Anche per/tra gli esseri umani di sesso maschile.

Inoltre, se un ordine non esiste più non è detto che sia un male per forza per tutti e tutte, in tutti i sensi. Il femminile è rottura e il sistema che osserviamo non è frutto di nostre decisioni. Va abbandonata la nostalgia per ciò che è stato, evitando anche di farci fagocitare dalle immagini del presente. Siamo forti della consapevolezza che la riproduzione della vita ci allaccia a una profondità temporale che è capace di unire molti piani. È proprio quella che ci insegna le sorprendenti, infinite, possibilità del divenire, delle relazioni e dei corpi. Alla ricerca di nuove vie d’uscita, sempre alla ricerca di libertà.

Portiamo con noi una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.

NOTE

[1] Cristina Campo, “Diario bizantino” in La tigre assenza, Adelphi Editore, Milano 1991, p. 45.

[2] Wisława Szymborska, “Ritratto di donna”, da “Grande numero” (1976), in Wisława Szymborska, La gioia di scrivere., Tutte le poesie (1945-2009), (traduzione di Pietro Marchesani), Adelphi Edizioni, Milano 2009.

[3] Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi Edizioni, Milano 1987, p. 113.

[4] Helen Fisher, Anatomy of Love: A Natural History of Mating, Marriage,and Why We Stray, W. W. Norton & Co Inc, New York, 2016.

[5] Paola Tabet, Le dita tagliate, Ediesse, Roma 2014.

[6] Si veda in particolare il, Rendiconto di genere Inps uscito il 24 febbraio 2026. Utili confronti si possono ricavare con Inps – Rendiconto di genere 2024 ed Eurostat, Occupazione, statistiche annuali, Rapporto 2024.

[7] Word Economic Forum, Rapporto globale sul divario di genere, Analisi comparativa dei divari di genere, 2025

[8] Ida Dominijanni, Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse, Roma 2014, p. 79.

[9] Ivi, p. 71.

(Effimera, 3 marzo 2026)

Il diritto internazionale non ammette sconti, nemmeno quando il cielo si riempie di droni e missili: ogni potenza occupante è legalmente responsabile della vita della popolazione soggetta al suo controllo. È un principio che non sfuma e non si sospende, nemmeno in caso di conflitto con un paese terzo. L’occupante ha l’obbligo giuridico di difendere anche la terra occupata e chi la abita come se fossero i propri confini e i propri cittadini.

Mentre il nuovo picco di ostilità tra Israele e Iran segna la seconda escalation in meno di un anno, l’obbligo di protezione sancito dal diritto internazionale naufraga di fronte alla realtà dei territori occupati, dove la popolazione palestinese rimane priva di ogni difesa strutturale. Nelle città della Cisgiordania e tra le macerie di Gaza, i palestinesi guardano l’orizzonte senza schermi protettivi: non ci sono shelters in cui rifugiarsi, non risuonano sirene d’allarme che annuncino il pericolo imminente, non esiste una difesa per la popolazione palestinese.

Una protezione a geometria variabile

L’assenza di infrastrutture di sicurezza non è un caso logistico, ma l’esito di una precisa scelta politica e militare. Mentre nelle città israeliane il sistema Iron Dome e una rete capillare di rifugi offrono una protezione d’avanguardia, i palestinesi del ’48 – ovvero i cittadini palestinesi d’Israele – e i residenti dei territori occupati si ritrovano «fuori dalla bolla». Le cronache dell’ultimo conflitto con l’Iran avevano già riportato dati inquietanti: numerosi palestinesi del ’48 denunciarono all’epoca di essere stati chiusi fuori dai rifugi pubblici o di non avervi avuto accesso durante i lanci di missili balistici.

In Cisgiordania, la minaccia si fa fisica e immediata. Dal cielo cade una vera e propria «pioggia di metallo»: a giugno 2025 vari palestinesi dei territori occupati erano rimasti feriti sia dall’impatto diretto dei vettori iraniani che dai detriti delle intercettazioni avvenute sopra le loro teste. Frammenti incandescenti piovono su centri abitati deliberatamente lasciati privi di sistemi di allerta, trasformando lo spazio aereo in una trappola mortale per chi sta sotto.

L’apartheid tecnologica: la violazione della IV Convenzione

Questa asimmetria non è solo un’ingiustizia morale, è una violazione deliberata di articoli del diritto internazionale umanitario. La IV Convenzione di Ginevra (1949) e il I Protocollo Aggiuntivo stabiliscono obblighi che l’occupante sta sistematicamente ignorando.

Innanzitutto, l’obbligo di allerta (Early Warning): la potenza occupante che detiene il monopolio dei radar e dello spazio aereo ha il dovere legale di estendere i segnali di allarme a tutta la popolazione sotto il suo controllo effettivo. Negare le sirene ai centri palestinesi mentre le si aziona per gli insediamenti dei coloni a pochi chilometri di distanza configura una discriminazione sistemica che nega il diritto alla vita su base etnica.

E poi, la segregazione dei rifugi: l’articolo 58 del I Protocollo impone di adottare «le precauzioni necessarie» per proteggere i civili dagli effetti degli attacchi. Impedire ai palestinesi di edificare bunker (attraverso il blocco sistematico dei permessi edilizi in Area C) o non fornirne di pubblici espone arbitrariamente milioni di persone al pericolo di morte.

L’occupante agisce qui come un «amministratore fiduciario» che ha tradito il proprio mandato. Se si sceglie di intercettare un missile sopra Ramallah per proteggere Tel Aviv, ma non si fornisce alla popolazione di Ramallah né l’allarme né il riparo, si sta utilizzando il territorio occupato come una zona cuscinetto sacrificale.

Il garante venuto meno

Non solo. Come sempre, l’escalation regionale funge da formidabile dispositivo di distrazione di massa. Mentre l’attenzione del mondo è ipnotizzata dal duello balistico tra Tel Aviv e Teheran, la pressione internazionale per spezzare l’assedio di Gaza è evaporata. La fame e la crisi sanitaria sono già diventate note a piè di pagina.

Per il popolo palestinese, l’allargamento del conflitto significa invisibilità. Ogni nuovo missile tra Israele e Iran drena l’attenzione mondiale, svuotando di significato le richieste di accesso umanitario a Gaza. È la cronaca di un abbandono annunciato: mentre il mondo guarda altrove, la punizione collettiva contro i civili palestinesi prosegue, al riparo da occhi indiscreti.

Questo sebbene l’occupante sia responsabile di ogni sofferenza evitabile causata ai civili dalla propria negligenza nel proteggerli, a prescindere dal fatto che sia in guerra contro terzi o meno. L’onere che deriva dal fatto di aver privato un popolo della propria sovranità e dei propri mezzi di autodifesa.

Il principio cardine resta saldo, nonostante le violazioni: la potenza occupante non può sacrificare la popolazione occupata per preservare i propri interessi o i propri cittadini. Lasciare milioni di persone «scoperte» sotto un fuoco incrociato non è una fatalità della guerra: è un’omissione di soccorso elevata a sistema di governo, una violazione strutturale che la comunità internazionale non può continuare a ignorare mentre il cielo del Medio Oriente si infuoca.

(il manifesto, 3 marzo 2026)

La riflessione sul tempo ha occupato un posto significativo nel pensiero femminista. Dalle prime elaborazioni negli anni ’70 si è aperta un’esperienza comune a molte donne in cui il tempo lineare, misurabile e progressivo lascia spazio a forme di cura e di resistenza capaci di fluire in un tempo altro.  Eppure nella nostra epoca continua a dominare una concezione del tempo funzionale al successo individuale misurato dal denaro, e sempre nuove tecnologie – ora l’intelligenza artificiale con la sua enorme velocità di risposta – imprimono un’accelerazione progressiva a ogni aspetto della vita pubblica e personale, sottraendoci il tempo per le relazioni, la vita e per pensare creativamente. Specialmente nelle generazioni più giovani si parla di stanchezza, di esaurimento. Avvertiamo un forte desiderio di non starci che vuole trovare parole per dirsi. Si tratta di una rivolta intima, ma che ha come orizzonte il mondo tutto, la politica e questo angosciante presente.  Quali pratiche possiamo mettere in gioco per negoziare una sottrazione e per dare valore alle relazioni? Come rilanciare il kairos, tempo necessario e momento opportuno per ogni cosa? Come reagire alla frammentazione del tempo? Il femminismo riconosce valore politico al presente rifiutando di sacrificarlo a promesse di radioso avvenire: può diventare una strada per tutte e per tutti?

Introducono Silvia Baratella, Wanda Tommasi, Simone Autera.

Nel pomeriggio ci prenderemo il tempo per festeggiare insieme l’8 marzo. Per ricominciare da subito a fare kairos. Siete tutte invitate a fermarvi (tutti compresi).

Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza.  Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it.  

È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.

Appuntamento: domenica 8 marzo 2026 ore 10.30 presso la Libreria delle donne via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265

Le modifiche introdotte dalla tecnologia nell’organizzazione del lavoro sono state al centro del mio lavoro sindacale, il mio stesso lavoro negli anni si è modificato con l’uso della tecnologia, e la discussione in questo numero di VD3 sull’impatto dell’intelligenza artificiale anche nel mondo del lavoro ripropone, in nuovi contesti, alcune domande ‘antiche’ ma sempre attuali che hanno attraversato la mia pratica politica e sindacale.

La prima riguarda la contraddizione messa in evidenza da Laura Colombo nella relazione introduttiva quando si «chiede seriamente quale esperienza non voglio consegnare alla macchina … ho capito che non voglio consegnare … la zona in cui una parola sorge»1; questo per me è un primo punto da cui partire.

Se il lavoro che fai presuppone l’utilizzo della intelligenza artificiale, in assenza di una pratica politica e di una dimensione collettiva il criterio che seguirai è quello che governa in generale il tuo modo di lavorare e, in questo senso, la scelta è ‘obbligata’ perché la nostra cultura del lavoro ci spinge a fare le cose bene e in modo efficiente e se questo comporta consegnare esperienza la consegneremo. L’ho visto accadere ai manutentori degli impianti e delle macchine del settore meccanotessile, il settore tecnologicamente avanzato che, per primo, ha incorporato tutto il lavoro operaio nella macchina.

L’introduzione dell’intelligenza artificiale ha reso possibile raccogliere, organizzare, codificare e utilizzare la loro esperienza, ha espropriato il loro sapere su come funziona e come si ripara la macchina (che ha già incorporato il lavoro manuale); oggi la manutenzione predittiva dell’intelligenza artificiale, sulla base dei dati e del calcolo statistico stima, programma, anticipa e supera la necessità dell’intervento di manutenzione in presenza.

L’altra contraddizione è quella messa in evidenza dalla relazione di Daniela Santoro, l’immedesimazione con quello che si produce – «il piacere della creazione…(di) una riga di codice alla volta» – che mette in scacco «l’orrore delle conseguenze».2

Dove si producono armi o altre produzioni che richiedono professionalità e competenze che pochi posseggono, le operaie e gli operai che ho conosciuto trasmettono un sentimento di orgoglio e di appartenenza, sono riconosciuti dalla comunità e anche dall’impresa; la soddisfazione che provano quando le cose funzionano non mi sembrano distanti dalla ‘cura materna’ raccontata da Daniela.

Anche se le cose che fanno sono tra loro distanti in fondo entrambi ‘fanno’ qualcosa che la maggior parte delle persone non sa e/o non riesce a fare e ne sono consapevoli.

Ho incontrato questi sentimenti un po’ ovunque nel mondo del lavoro, dalle produzioni con molto contenuto tecnologico al lavoro artigianale, dalle operaie tessile a chi fa un ‘mestiere’; è il ‘sapere’ che restituisce in parte il ‘valore’ che si crea a chi svolge le mansioni più semplici e a chi gestisce gli impianti industriali, le piattaforme digitali, le organizzazioni complesse.

Sono contraddizioni che in forme e con istanze diverse attraversano il mio lavoro e quello di tante persone con cui ho condiviso il mio fare sindacato, sono le contraddizioni da sempre al centro della riflessione nel pensiero e nella pratica politica e sindacale.

Siamo strette in questo intreccio: da un lato il sentimento ‘sovversivo’ e libero del nostro valore, del fare bene le cose e il piacere della creazione; dall’altro l’espropriazione del nostro sapere e la consapevolezza delle ricadute, dei costi sociali e ambientali provocati dall’uso dell’intelligenza artificiale.

Noi però abbiamo una pratica politica e possiamo ragionarne a partire dalle parole di Lia Cigarini: «la questione, per me centrale, dell’alienazione, cioè dell’identificazione di sé con il prodotto che si fa o si consuma, non è affrontabile (ed infatti cento anni di marxismo sono falliti su questo) se non con la pratica del partire da sé e della relazione».3

L’introduzione dell’intelligenza artificiale in ordine di tempo non è che l’ultimo salto in un processo che, da prima della rivoluzione industriale, è la condizione del progresso, oggi questo processo investe tutti i campi della vita e del sapere, non riguarda solo la manifattura.

Se faccio l’elenco di quello che fa l’intelligenza artificiale, io capisco meglio cosa sta succedendo.

So che impoverisce i contenuti del lavoro per ridurre i costi di produzione dei prodotti e dei servizi, standardizza produzioni e processi, individua soluzioni in serie a problemi complessi, sostituisce il lavoro umano nella validazione di procedure e nella erogazione di servizi che hanno a che fare con persone in carne ed ossa.

Quando però rifletto con mia figlia, che cura la gestione informatica dei processi in un’azienda manifatturiera, capisco che l’intelligenza artificiale può governare un impianto anche complesso ma non può affrontare l’imprevisto; può individuare le esigenze del processo ma se il dato è interpretato male o frainteso il danno che ne consegue per la produzione è grande.

Con l’intelligenza artificiale, la scomposizione, la parcellizzazione, l’automazione dei processi del lavoro si è espansa dal lavoro industriale a tutto il lavoro: al lavoro intellettuale, ai servizi e al lavoro di cura, alla cultura, alla creazione artistica.

L’uso della intelligenza artificiale parcellizza, incamera, sostituisce il lavoro manuale e quello ‘intellettuale’, lo espropria di sapere, relazioni, responsabilità e scelte.

Da un lato garantisce velocità e efficienza, dall’altro si espande nonostante manchino sistemi di controllo e manchi la trasparenza sulla validità delle risposte che fornisce, anche quando interviene in campi delicatissimi quali, ad esempio, quello che riguarda la salute.

Con l’introduzione dell’intelligenza artificiale si attenua, fino a sparire, la distinzione tra lavoro operaio (lavoro manuale) e lavoro intellettuale che fino a oggi ha governato il riconoscimento della professionalità, la struttura gerarchica e il riconoscimento sociale su cui si reggono tutte le organizzazioni, perché l’espropriazione del sapere e delle individualità interessa tutte le figure nel processo.

Fino a oggi, a ogni incorporazione del sapere umano da parte delle macchine è corrisposta la creazione di un’area – di servizio o di altre attività – necessaria al funzionamento della macchina e/o del processo, un’area occupata da donne e uomini che esprimono un sapere, una professionalità, sia sulla macchina che sul processo.

Questo sapere permette di riequilibrare il potere, altrimenti tutto spostato a favore dell’impresa; io sono cresciuta – sindacalmente – con la convinzione che «le possibilità di riappropriazione (di un minimo di saperi e di libertà) fossero per noi teoricamente più grandi che all’epoca della prima rivoluzione industriale»4; ho fatto sindacato con la pratica politica di una continua e in divenire riappropriazione collettiva di saperi e di libertà.

L’uso dell’intelligenza artificiale allontana ulteriormente l’orizzonte di produzioni e servizi che incorporano e socializzano la conoscenza e i saperi, che accrescono le opportunità delle persone che vi partecipano, e allarga a dismisura l’area del lavoro privo di potere e povero di saperi.

Rimane certo la possibilità del processo creativo, la possibilità di produrre qualcosa che prima non esisteva; quello che ci racconta Daniela Santoro nella relazione citata: «quando qualcuno arriva con un problema da risolvere io mi accendo»; ecco, io credo che questo ‘io mi accendo’ è un secondo punto da cui partire.

Sento anche l’urgenza e l’esigenza di ragionare collettivamente sulla potenza distruttiva dell’intelligenza artificiale e su quale è stato l’impiego di questi dispositivi nelle guerre recenti, a partire da Gaza, un territorio distrutto dalle armi e un esperimento a cielo aperto per le guerre del futuro.

Nei mesi scorsi un’inchiesta del “Guardian”5 ha svelato che l’Agenzia di sorveglianza militare israeliana, come molte agenzie di spionaggio in tutto il mondo, sfrutta i progressi dell’intelligenza artificiale e utilizza le intercettazioni per sviluppare e trasformare le sue capacità di intelligence. Dopo le rivelazioni del “Guardian” la Microsoft, a seguito delle proteste negli Stati Uniti e nei data center europei e della richiesta di attivisti e lavoratori di interrompere tutti i legami con l’esercito israeliano, ha interrotto l’accesso dell’esercito israeliano alla sua tecnologia.

L’inchiesta ha rivelato che la capacità di archiviazione e la potenza di calcolo di Microsoft erano utilizzate per riprodurre e analizzare il contenuto delle chiamate cellulari di un’intera popolazione e per gestire un potente sistema di sorveglianza; inoltre è emerso che Israele si è affidato alle principali aziende tecnologiche statunitensi per supportare i bombardamenti di Gaza.

In questo tempo barbaro Israele, ma non solo Israele, utilizza armi, fame e nuove tecnologie per la nuova frontiera del dominio: la sorveglianza sociale e il controllo totale sui territori, sulle persone, sulla popolazione civile.

Nel suo intervento alla redazione allargata di VD3, Ida Dominijanni ha condiviso un suo ragionamento su cui vorrei continuare a riflettere; Ida ci ha detto che, di fronte all’enormità di quello che accade, la resistenza individuale ed etica è un’illusione; che servono, e dovremo trovare, pratiche collettive, molto vaste, di conoscenza del meccanismo e di sabotaggio; che questi dispositivi andranno prima o poi collettivamente sabotati se abbiamo a cuore questo mondo.

Infine, vorrei ragionare non solo dell’alienazione come identificazione con quello che si fa ma dell’oppressione generata dalla espropriazione di sapere e di individualità: è il controllo o l’assenza di controllo sul processo, non la collocazione in cui ci troviamo all’interno del processo produttivo che definisce la possibilità di essere soggetti.

Vorrei ragionarne «a partire dal lavoro, anzi a partire dall’idea che il lavoro sia lo spazio pubblico per eccellenza. La vera polis» nella quale ognuna e ognuno di noi vive ogni giorno lo stato di necessità e il processo infinito della libertà e dove «siamo in presenza di un accumulo di esperienze lavorative in gran parte mute, non elaborate».6

Nel mio lavoro sindacale con le operaie e gli operai delle catene di montaggio ho imparato che è fondamentale avere il controllo sui tempi di lavoro assegnati per poter contrattare e incidere sulla condizione di lavoro; quando ricostruisci il tuo sapere puoi esercitare, unendoti agli altri, il controllo sul processo ed essere anche in grado di rallentarlo fino al limite di interromperlo se è necessario.

Ho sperimentato che per esercitare questo controllo devi conoscere le fasi del processo e ricomporre il sapere che l’automazione ha scomposto; oggi questa scomposizione e parcellizzazione, fino a ieri concentrata sul lavoro manuale, interessa anche il lavoro intellettuale, lo impoverisce e travolge, allarga e supera i confini della vecchia categoria di lavoro operaio.

Quello che vedo è che l’espressione della soggettività non è più ‘sicura’ nemmeno nei ruoli più o meno riconosciuti socialmente, né garantita da una determinata collocazione nel processo e che serve una pratica per ricomporre e riprendere il sapere, ora scomposto, per far valere il mio punto di vista, la mia soggettività, provando per questa strada a riequilibrare i poteri, ad essere un soggetto contrattuale.

  1. Laura Colombo, Non è uno strumento, in Pensiero vivente e intelligenza artificiale, VD3 dicembre 2025, https://puntodivista.libreriadelledonne.it/non-e-uno-strumento/ ↩︎
  2. Daniela Santoro, I miei figli malvagi: confessioni di una ‘madre’ al confine, in Pensiero vivente e intelligenza artificiale, VD3 dicembre 2025, https://puntodivista.libreriadelledonne.it/i-miei-figli-malvagi-confessioni-di-una-madre-al-confine/ ↩︎
  3. Lia Cigarini, Meteore?, in La politica del desiderio e altri scritti, Orthotes Editrice, Napoli 2022. ↩︎
  4. Bruno Trentin, Diari 1988-1994, Ediesse editore, 2017. ↩︎
  5. https://www.theguardian.com/world/2025/mar/06/israel-military-ai-surveillance; https://www.theguardian.com/world/2025/sep/25/microsoft-blocks-israels-use-of-its-technology-in-mass-surveillance-of-palestinians ↩︎
  6. Lia Cigarini, Un’altra narrazione del lavoro, “Critica Marxista”, Giugno 2006 (versione rivista della relazione tenuta al 12mo Simposio dell’Associazione internazionale delle filosofe IAPH, Roma 31 agosto-3 settembre 2006). ↩︎

Conti bloccati, sanità negata, casa confiscata: le misure restrittive contro la relatrice Onu e la sua famiglia sono pari a «una morte civile». E ora finiscono in aula

L.C. ha dodici anni, è cittadina statunitense nata da genitori italiani e ieri, attraverso i suoi avvocati, ha denunciato il presidente degli Stati uniti, Donald Trump. Insieme a lei, il padre Massimiliano Cali: il ricorso presentato ieri alla corte distrettuale di Columbia chiede un’ingiunzione per bloccare l’ordine esecutivo 14203. È l’ordine con cui sei mesi fa l’amministrazione Trump ha emesso sanzioni contro la madre di L.C. e moglie di Massimiliano, Francesca Albanese.

Relatrice Speciale delle Nazioni unite per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Albanese è sottoposta a rigide misure restrittive sulla base dell’EO 14203, emesso il 6 febbraio 2025 e dal raggio ben più ampio: nella rete è stata catturata la Corte penale internazionale, colpevole agli occhi di Washington di sottoporre a indagini l’alleato israeliano.

Sono piovute sanzioni contro giudici e procuratori e contro i soggetti che hanno collaborato alle indagini sui crimini commessi in Palestina, svariate ong palestinesi e – appunto – Francesca Albanese. Per lei si è mosso il segretario di stato Marco Rubio, il 9 luglio scorso, designandola Sdn (Specially Designated National) «per aver preso parte direttamente a qualsiasi tentativo della Cpi di indagare, arrestare, detenere o perseguire una persona protetta» (così sono definiti i cittadini statunitensi e di paesi alleati).

Gli effetti delle sanzioni hanno stravolto la vita non solo della relatrice ma anche della sua famiglia che a Washington aveva acquistato una casa, acceso un mutuo e aperto un conto corrente (il marito, Cali, lavora alla Banca mondiale). «La designazione SDN – si legge nel ricorso che il manifesto ha potuto visionare – vieta a Francesca di ricevere o dare, direttamente o indirettamente, fondi, beni o servizi ad altri; vieta inoltre ad altri di dare o ricevere fondi, beni o servizi a Francesca. Le sanzioni hanno causato e continuano a causare danni irreparabili alla famiglia Cali».

Seguono svariati esempi: l’interruzione dei rapporti di lavoro e delle relazioni professionali di Albanese (la fine delle collaborazioni con la Georgetown University e la Columbia University; la cancellazione di iniziative in altre istituzioni statunitensi e di viaggi aerei); il divieto a istituzioni finanziarie di fornire servizi alla famiglia (mutui, conti correnti, carte di credito); la cessazione dell’assicurazione sanitaria per l’impossibilità di pagarla e il rifiuto di quella del marito di coprire anche le sue spese; la confisca della loro casa.

E ancora, il divieto imposto a Albanese e a Cali di entrare negli Stati uniti, con tutto ciò che comporta in termini professionali per i lavori che svolgono (Onu e Banca Mondiale hanno la loro sede principale negli States). Infine i gravi danni ai diritti della figlia, L. C.: «L’EO 14203 non prevede eccezioni per i minori o i figli cittadini di una SDN – prosegue il ricorso – In virtù della sua cittadinanza statunitense, L.C. è esposta a responsabilità penale se dà o riceve qualcosa di valore dalla madre».

Misure punitive che, spiega lo studio legale Steptoe, «sono descritte dagli esperti come “morte civile”» e che sono di solito applicate a «terroristi, boss della criminalità organizzata, leader militari genocidari, e «non a individui con la cui voce pubblica il governo non è d’accordo». È lì il punto su cui si concentra il ricorso, con un lungo elenco di leggi e sentenze che l’ordine esecutivo viola. A partire dalla base fondativa della democrazia statunitense: la Costituzione e il suo primo emendamento che protegge la libertà di espressione.

«Francesca… raccogliefatti relativi al conflitto israelo-palestinese, li analizza, li riporta pubblicamente e formula raccomandazioni. Non ha alcun controllo sulle attività della Cpi. Sebbene il governo sia chiaramente in disaccordo con il suo punto di vista, sanzionarla allo stesso modo di terroristi, narcotrafficanti e oligarchi russi non ottiene altro scopo che intimidire coloro con cui il governo non è d’accordo. Questo non è un interesse statale impellente. Non è un interesse statale legittimo», concludono i legali. E soprattutto, Washington non può dimostrare l’eventuale efficacia delle sanzioni: sottoporre Albanese e la sua famiglia a simili durissimi restrizioni non avrà alcuna conseguenza sulle indagini dell’Aja.

Sull’altro lato dell’oceano, intanto, interviene la Francia: Parigi non muoverà più richiesta all’Onu di licenziare la relatrice, si limiterà a «un richiamo». Un passo indietro dovuto, si dice, alla mancanza di sostegno in Consiglio di Sicurezza.

(il manifesto, 27 febbraio 2026)

Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di questo Paese

NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!

L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca.

Nei 13 articoli del regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla ma solo di affari.

Con pochi paesi europei (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia), dittature come la Bielorussia, e Israele, questo gruppo si incontra per fare business in Medio Oriente, sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in Cisgiordania.

E mentre Kushner con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf (Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”, veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv vogliono confinare la popolazione palestinese1, l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere esclusa.

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati ed inquinanti che serviranno da “materiale da costruzione”?

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale?

Nei giorni scorsi avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito dell’umanità.

Lei, Presidente Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi Ministri, aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in Medio Oriente?

RingraziandoLa per l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello qui di seguito.

Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace Maiindifferenti6@gmail.com www.maiindifferenti.it

LƏA Laboratorio ebraico antirazzista è su Facebook e Ig laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com

APPELLO ALL’UMANITÀ

Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: BENVENUTI NELLA NUOVA GAZA

Così titolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su “Avvenire”. E bisogna specificare: nella Nuova Gaza del “Board of peace”.

Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo:

UNO SCEMPIO AMBIENTALE PERMANENTE, UNA SCELTA DEVASTANTE PER LA NOSTRA UMANITÀ

Durante il convegno del 19 gennaio al teatro Elfo Puccini a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.

Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura.

È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.

Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.

Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, di tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso.

Non dobbiamo permetterlo.

Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista, Widad Tamimi, scrittrice e attivista

Hanno già aderito: vedi in https://www.maiindifferenti.it

1 Da il Manifesto, articolo di Eliana Riva del 19 febbraio 2026.

(https://www.maiindifferenti.it, 26 febbraio 2026)

Parlano due artiste del fumetto: Safaa Odah, che dalla Palestina assediata ha continuato a postare i suoi lavori, e Pat Carra, che dall’Italia l’ha notata

Una illustrazione dal libro «Safaa e la tenda» (Fandango) di Safaa Odah
Una illustrazione dal libro Safaa e la tenda (Fandango) di Safaa Odah

Mentre i potenti si accordano su quella che chiamano pace, a Gaza il fuoco israeliano continua a imperversare e a mietere vittime innocenti. La popolazione locale, decimata, ha sperimentato ogni tipo di sofferenza eppure resiste.

L’illustratrice Safaa Odah- come altre prima di lei- lo fa disegnando e diffondendo il suo lavoro sui social. Qui da noi l’attenta e impegnata vignettista Pat Carra nota i suoi post. Tra loro nasce una profonda amicizia e un commovente scambio creativo. È Pat Carra a curare la versione estesa e tradotta in italiano del suo libro Safaa e la tenda (Fandango).

Pat, come hai incontrato il lavoro di Safaa, quali sono le tappe della vostra amicizia e collaborazione?

Ho incontrato Safaa Odah sui suoi social nel 2024, quando ha cominciato a disegnare sulle pareti della tenda perché aveva finito la carta. Mi hanno colpito l’energia e la dolcezza della sua testimonianza sul genocidio, e il suo tratto essenziale e morbido. Le ho chiesto subito di collaborare alla rivista Erbacce, che le ha dedicato la rubrica «Una tenda in Palestina».

Tra noi, nella continuità di messaggi via mail e whatsapp, si è stabilita nel tempo una relazione che tiene insieme amicizia, fiducia, coscienza femminista, lavoro. Un giorno, mentre Safaa attraversava un momento di grande angoscia, sono «entrata» in un suo fumetto disegnandomi accanto a lei: siamo sedute davanti alla sua tenda, che sembra volare.

Siamo a mezz’aria e tenendoci per mano sopravviviamo a un capitalismo che non è definibile con parole umane. I disegni a quattro mani si ripetono nel tempo ma raramente: accadono quando le parole non bastano più. Allora mi appello al fumetto, il linguaggio e la fede che abbiamo in comune, come per incarnare un incontro, e il nostro incontro diventa immaginario e reale nello stesso tempo.

Safaa, bentrovata. Come ti è venuta l’idea di rendere la tenda un personaggio delle tue storie?

Salve a tutti, mi chiamo Safaa Odah, sono un’artista palestinese, precisamente della striscia di Gaza, da dove rispondo a queste domande. Sono stata sfollata il 26 maggio 2024. Mi sono trasferita nell’area di Al-Mawasi, un luogo che non aveva alcun tipo di servizio, un deserto arido. Non avevo una tenda né altro. È stato un inizio molto difficile per me, uno shock psicologico, perché prima vivevo in una casa. È vero che stavamo già vivendo in guerra, ma essere sfollata ha reso la crisi insopportabile, perché abbiamo affrontato tante situazioni indescrivibili. Non avevo una tenda, nulla, in una zona senza alcun mezzo di conforto, solo dune di sabbia, piena di epidemie, insetti e cani. C’erano solo detriti di razzi ovunque. Era un’area insalubre e insicura, ma era tutto ciò che avevamo. Così è iniziata la storia. Ho cominciato con la tenda. Ho vissuto molte storie, crisi, dolori, oppressione e ingiustizia. Disegnavo già prima, ma con la tenda i miei disegni hanno iniziato ad affrontare temi più precisi, più dolorosi e più delicati. Con il tempo, la tenda è diventata testimone dei più piccoli dettagli. È stato naturale che questa tenda diventasse una parte importante del mio libro, La Tenda. Diciamo che la tenda si è imposta su di me.
Come entrano sentimenti come la speranza e la fede nel tuo lavoro?

Sono una credente, ma la mia fede è cresciuta ancora di più durante questa guerra. Dio ha creato dentro di noi un insieme di sentimenti e anche se siamo circondati dalla morte il più importante di questi è la speranza. L’odore della morte proviene da ogni parte, ma dentro di noi c’è sempre una voce che ripete: «Domani sarà migliore». Questo mi ha sostenuto durante questa guerra è la convinzione che domani sarà migliore. Siamo molto fedeli e crediamo che, per tutti i massacri, il dolore, la fame, le perdite e l’oppressione che questo popolo ha vissuto, Dio ci ricompenserà con il bene. Se una persona perdesse questa speranza, sinceramente preferirebbe la morte. Ma la qualità della fede dentro di noi è la nostra pazienza.

Sono cambiati i materiali che usi per disegnare?

Sì, naturalmente le cose sono cambiate. Prima usavo il tablet, come la maggior parte degli artisti. Dal 7 ottobre la situazione è cambiata a causa delle interruzioni di corrente. Non ho elettricità, quindi sono tornata a carta e matita.

Nonostante gli svantaggi e l’allontanamento dalla tecnologia, carta e matita hanno una bellezza speciale, e l’ho sentita riflessa nel mio lavoro. Non è stato facile: avevo solo carta e una matita, e in genere uso un solo colore. Non era facile trovare carta, e a un certo punto sono stata costretta a disegnare sui muri della tenda. Attualmente soffro per la scarsità di penne da disegno specializzate, che sono rare e costose. Anche la carta è limitata, e non c’è spazio per sentirsi liberi di sperimentare o sbagliare. Devo pianificare molto di più rispetto a quando usavo il dispositivo digitale. Nonostante tutto, considero questo cambiamento molto bello. Ho messo molte emozioni nei miei disegni e, grazie a Dio, sono riuscita ad andare avanti. C’era anche la paura che la pioggia o i topi danneggiassero il mio lavoro. Ma finché sono riuscita a trasmettere i miei messaggi, per me è stato un successo.
Cosa vuoi mostrare della vita delle donne in Palestina?

Le donne palestinesi sono molto forti. Siamo state sottoposte a un genocidio devastante i cui dettagli sono diventati estenuanti e dolorosi. È stata una crisi dopo l’altra e col tempo la pressione è diventata enorme. E chi affronta tutto questo? Le donne palestinesi, perché alla fine hanno una famiglia, un marito, dei figli. È vero che anche gli uomini hanno responsabilità, ma le donne hanno portato un peso molto, molto grande. La vita nella tenda non è facile. Come può una madre restare salda? Come può mantenere forti i suoi figli? Come può adempiere ai suoi doveri? Abbiamo sofferto la fame. Come hanno fatto le madri a trovare cibo dal nulla? Non avevamo gas per cucinare. Come hanno trovato legna da ardere quando non ce n’era e i prezzi erano altissimi? Come hanno cercato di mantenere i figli puliti quando dovevano trasportare l’acqua da lontano?

Alcuni codici a barre aggressivi entrano nei tuoi disegni. Che ruolo ha avuto l’economia nel genocidio?

È stato un aspetto molto importante, perché ci ha colpito duramente. Come è stato mostrato sui social e nei notiziari, abbiamo vissuto una carestia che ha occupato una grande parte della guerra. La guerra era dolorosa, ma la fame è stata una storia ancora più grande. Durante la carestia non avevamo letteralmente nulla da mangiare. La cosa più importante per noi — la farina — mancava. A volte si trovava solo un chilo. Considerate che la famiglia più piccola a Gaza ha almeno cinque persone. Un chilo di farina produce solo otto pezzi di pane, e costava non meno di cinquanta dollari, a volte anche di più. Pagare una cifra enorme per pochissimo pane che non bastava a sfamare la famiglia è stato devastante. La farina è stata una delle cose che ci ha divisi. Se avevi farina, la gente diceva: «Sei fortunato, sei quasi un borghese!». Non avevamo zucchero né altro cibo. A volte c’era riso, ma vivere solo di riso era estenuante. Un cucchiaio di zucchero poteva costare dieci dollari. Ricordo quando mio fratello portò farina e zucchero: sembrava una festa. Saltavo come una bambina. Era una reazione normale dopo tanta privazione. Molte persone sono state uccise mentre cercavano di ottenere aiuti, solo per un sacco di farina. È stato un periodo terribile. Anche solo ricordare la carestia mi spaventa. Prego che non torni mai più. Ora, quando vado al mercato e vedo farina e carne disponibili, ringrazio Dio e dico: «Non avrei mai immaginato di vivere abbastanza per rivedere queste cose.»

(il manifesto, 21 febbraio 2026)

Lettera di Sara Salah Ghaly Kodsy

Sono una ragazza egiziana che vive in Italia da molti anni. Ho concluso un percorso di studi di 3 anni che mi ha permesso di ottenere un diploma presso un istituto privato di Milano. Purtroppo per motivi legati alla perdita del lavoro non ho potuto saldare le ultime due rette. Ora questa scuola si rifiuta di consegnarmi il diploma creandomi difficoltà nell’ottenimento del permesso di soggiorno a sua volta legato al rilascio di questo diploma. L’articolo 34 della Costituzione è chiaro: «La scuola è aperta a tutti». Per me significa che l’accesso all’istruzione e il pieno godimento dei suoi effetti, compreso il rilascio del titolo di studio, non possono essere subordinati a condizioni economiche. Il diploma non è un favore che l’istituto concede: è un atto pubblico, con valore legale, che certifica un percorso formativo completato: non può essere trattenuto come garanzia di un credito. Il mancato pagamento delle rette, se esiste, è un debito per il quale l’istituto ha tutti gli strumenti per tutelarsi nelle sedi opportune. Un istituto scolastico, che dovrebbe educare alla legalità, non può permettersi di ignorarlo. Il punto, però, va oltre il tecnicismo giuridico. Una scuola che trattiene un diploma manda un messaggio devastante: che il valore formativo può essere subordinato alla solvibilità economica. Che il merito può essere sospeso in attesa di un bonifico. Che l’istruzione, anziché un diritto, è un servizio premium. Restituirmi il mio meritato diploma non è solo un obbligo di legge. È un atto di responsabilità civile. Perché l’istruzione non è una merce, ma un pilastro della nostra democrazia.

(Corriere della Sera, 21 febbraio 2026)