Diceva che lei andava in Internet come sua madre andava a Monte Berico. Ogni due mesi, a Vicenza, la madre annunciava che doveva salire al santuario, quella chiesa barocca sul colle dove c’è una Madonna grande che apre le braccia e sotto il manto si rifugia la città intera. Un divertimento autorizzato delle donne, lo chiamava Luisa Muraro, e insieme il resto di una religione molto più vecchia del cristianesimo. Di sé raccontava la stessa cosa, con uno spostamento: ogni tanto vado in Internet. Solo che, aggiungeva subito, non è l’Internet nella sua generalità, è il sito della Libreria delle donne.
In questa immagine a ben vedere c’è quasi tutto. C’è la madre e una genealogia di donne che passa per la madre. C’è il sacro fatto scendere nella cosa quotidiana, il pellegrinaggio che diventa un giro in rete. C’è soprattutto il rifiuto del generico. Era questo, in fondo, il suo modo di pensare. Mai l’idea per l’idea, mai la categoria astratta, sempre questa cosa qui, questa persona, questo posto, questo libro. La filosofia, per lei, non era il pensiero che si fonda da sé, da una tabula rasa, ma un pensiero che sa di essere nato, che viene al mondo da un’altra, come noi.
Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno, alla vigilia degli ottantasei anni: era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno del 1940 e ha smesso di vivere il giorno prima del suo compleanno, una di quelle ironie della sorte che avrebbe apprezzato. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Pensatrice, non solo pensatrice femminista, perché il suo femminismo non ha aggiunto un capitolo sulle donne alla filosofia, ha spostato il luogo da cui si pensa, mettendo al centro la differenza sessuale e con essa l’esperienza, la relazione, la lingua materna, l’autorità femminile. In piena pandemia aveva smesso di dire andare avanti, parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Preferiva andare più a fondo nel presente.
Per capire da dove le venisse, conviene andare alla cucina di quando era bambina. Tra il ’45 e il ’46 tornavano gli uomini dai campi di lavoro forzato. Lei si ricordava di uno che era arrivato con un pezzo di pane conservato come una reliquia. Aveva bisogno di raccontare, di essere ascoltato e stava lì in mezzo a loro bambini stupefatti con quel pezzo di pane in mano, mentre la madre doveva sbrigare i suoi lavori e lo ascoltava educatamente, e poi lo compativa. Parola ambigua, diceva lei. Quell’uomo non è stato ascoltato come avrebbe meritato. La storia, in quello che aveva di stonato, le si è impressa proprio come una mancanza di ascolto. E tutto il suo lavoro, poi, è stato un tentativo di tendere l’orecchio a chi non è stato sentito.
Quando, anni dopo, nei gruppi di autocoscienza le donne presero a parlare e a ricevere attenzione le une dalle altre, lei riconobbe una pratica: una raccontava una cosa dolorosa, le altre ascoltavano e quella vicenda che pareva cancellata tornava a risuonare nell’ascolto. È lì che ha capito di non essere interessata alle parole che sostituiscono la realtà e ha imparato a ricercare quelle che permettono di avvicinarla: a interrogare continuamente il luogo da cui parliamo, a partire da sé e dalla propria esperienza, a cercare parole fedeli a ciò che si vive senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe; a diffidare delle astrazioni che si allontanano dalla vita e a riconoscere che il pensiero nasce nelle relazioni, nelle pratiche, nell’esperienza condivisa.
Da questa pratica è nato, nel 1976, il suo libro La Signora del gioco sulla caccia alle streghe. Ha preso gli atti dei processi, le trascrizioni delle testimonianze e si è messa a cercare le voci delle donne: da quelle carte veniva fuori che non erano solo vittime inerti. Luisa Muraro ha restituito la voce a chi una voce ce l’aveva avuta. È il massimo di fecondità, diceva, perché la pratica politica non le dava i contenuti ma il modo di procedere nella ricerca.
La Libreria delle donne di Milano, che ha contribuito a fondare nel 1975 insieme a Lia Cigarini e altre, è prima di tutto un luogo fisico e Luisa Muraro è stata la prima libraia, supplente, in attesa che ne arrivasse un’altra. Ha tirato su lei la saracinesca, la cler come la chiamano a Milano, perché altrimenti, prese com’erano dalle loro discussioni appassionate, non l’avrebbero aperta mai: a un certo punto bisognava pur cominciare. La Libreria è stata per lei anche un guadagno personale. Da giovane, in una tensione di emancipazione di cui era appena consapevole, leggeva soprattutto uomini. Ricorda di avere avuto in mano Orgoglio e pregiudizio e di averlo scartato perché scritto da una donna. È stato rifornendo gli scaffali della Libreria che le si è aperto il vasto panorama della letteratura femminile e Lia Cigarini fece per lei quello che la professoressa di scuola non aveva fatto, le disse che Jane Austen era una grandissima scrittrice.
Con l’università il rapporto è stato di lunga, lucida distanza. Avrebbe potuto fare carriera (il suo professore della Cattolica, Bontadini, la difese in pieno Senato accademico quando, dopo le occupazioni, gli altri volevano liberarsene) e invece è rimasta ricercatrice tutta la vita. Qualcuna trovava scandaloso che Luisa Muraro non fosse ordinaria; qualcun’altra ci vedeva un segno tangibile della differenza tra autorità e potere. Lei la metteva più semplice. Diceva: amo Diotima, la comunità filosofica femminile che aveva fondato nel 1984 con Chiara Zamboni e altre, amo gli studenti e le studentesse che mi vengono affidati, amo lo studio, amo la ricerca; ma l’istituzione accademica non la tengo in simpatia.
Le lettrici, per lei, erano la condizione stessa dell’esistere di un libro e forse della sopravvivenza di chi lo scrive. Non penso indipendentemente dalla scrittura, diceva: le intuizioni venivano prima, luminose, intense, ma è scrivendo che il pensiero si articola. Era un bisogno quasi fisiologico e lei era una che scriveva sempre. Un’altra parte importante del suo rapporto con la scrittura era aiutare le altre a dire meglio, a tirar fuori una cosa che sentivano importante e non riuscivano a esprimere. E molte ne hanno beneficiato, io per prima. Sognava una scuola di scrittura e l’ha fatta davvero: dal 2007 fino al Covid che l’ha interrotta nel 2020, ha tenuto con Clara Jourdan una Scuola di scrittura pensante, perché meglio si scrive e meglio si pensa e perché quello che si dice sia vero e possa interessare anche altri. Scrivere come obbedienza alla lingua, conoscenza di sé e presenza al mondo, le tre cose in circolo. Era il suo dono e la sua pratica: il lavoro per la dicibilità, perché quello che è sia dicibile.
(Doppiozero.com, 23 giugno 2026)
A distanza di qualche mese dalla morte di Lia Cigarini, il 13 giugno è morta anche Luisa Muraro. Due grandissime donne del femminismo della differenza sessuale, della libertà femminile. Entrambe ci hanno lasciato una ricchezza enorme di pensiero, di idee, di scritti, di libri da leggere, rileggere, studiare e trasmettere alle nuove generazioni di donne e uomini che poco o nulla o male sanno di loro e del pensiero e delle pratiche politiche del femminismo della differenza. Femminismo che ha portato le donne fuori dal patriarcato rendendole libere quali soggetti pensanti e parlanti. Libere di autodefinirsi, di pensarsi a partire da sé in relazione con un’altra donna. Se la mia generazione è nata emancipata quella delle giovani è nata libera, grazie a donne come Muraro e Cigarini, a cui essere grate. Grande è il dolore di chi, come me, le ha conosciute non solo leggendole ma anche ascoltandole nei luoghi della politica delle donne come la Libreria delle donne di Milano che, insieme ad altre, hanno fondato nel 1975. Al dolore si unisce tanta gratitudine e riconoscenza per due donne che hanno speso la loro vita per aprire nuove strade di pensiero e di pratiche di relazioni tra donne e tra donne e uomini, per un senso libero dell’essere donna e dell’essere uomo.
Luisa Muraro con il suo libro “L’ ordine simbolico della madre” ci ha insegnato l’amore femminile per la madre come riconoscenza e gratitudine per la donna che ci ha messe al mondo e per tutte quelle donne (madri simboliche) che, come lei e Lia, ci hanno dato qualcosa di essenziale per la nostra vita. Muraro è una delle più grandi pensatrici del nostro tempo. Una filosofa a cui piaceva, sin dall’infanzia, scrivere. Tanti i libri che ci ha lasciato, tra cui quelli sulle mistiche e la loro libera ricerca di Dio. Una tradizione, questa, andata perduta. Una scrittura, la sua, sorgiva dal pensiero della differenza sessuale e dalla politica delle donne, stando in una relazione di scambio e di confronto con Lia Cigarini. Un sodalizio il loro durato oltre la vita. Più volte le ho viste all’opera e ogni volta entrambe, con le loro parole, illuminavano e aprivano a nuove riflessioni, a nuovi pensieri, spingendo in avanti la discussione. Erano esigenti. Non ammettevano discorsi superficiali o approssimativi. Quando, nei primissimi anni Settanta, Muraro incontra Cigarini, che era già una femminista, lei aveva alle spalle anni di impegno politico nel movimento per la pace in Vietnam e nel movimento studentesco. Aveva partecipato all’occupazione dell’università La Cattolica, dove si era laureata in filosofia della scienza, e questo le costò la perdita della possibilità di intraprendere la carriera accademica, come racconta a Clara Jourdan nel libro intervista “Esserci davvero” a cura della Libreria delle donne di Milano: «Appena laureata mi hanno chiesto di restare in università, e di fare carriera accademica lì. Però è scoppiato il Sessantotto e allora hanno cambiato idea, tranne il mio professore il quale (…) ha voluto tenermi come assistente volontaria (allora c’era questa figura)». Non ha mai avuto una cattedra ma, dopo un breve passaggio nella scuola media, ha insegnato e fatto ricerca per trent’anni all’università di Verona dove, nel 1983, insieme ad altre, legate alla politica delle donne e al pensiero della differenza sessuale, ha fondato la Comunità filosofica femminile “Diotima”. Nel 1991 fondava la rivista della Libreria delle donne Via Dogana2, che ha voluto continuasse con Via Dogana3 online. Muraro non solo amava scrivere ma anche “aiutare altri a dire meglio” quando sentiva che c’era “qualcosa di importante”. Maestra di scrittura, insieme a Clara Jourdan, dal 2007 al 2017 ha portato avanti una “Scuola di scrittura pensante”, divenuta nel 2020 “Scuola di scrittura politica per aiutare a pensare la politica delle donne, che interagisce con il mondo globale”. È poca cosa quello che ho scritto per onorare una donna grande come Luisa Muraro, che ho amato, e amo, tanto. Grazie Luisa, grazie Lia.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 21 giugno 2026)
Ricordo Luisa Muraro alla Libreria delle donne di Milano, negli anni ’80 del secolo che abbiamo alle spalle, quando la sede era ancora in via Dogana al numero 2, a fianco della piazza del Duomo. Allora mi stavo laureando in filosofia con Silvia Vegetti Finzi e Fulvio Papi, ma nella mia tesi di laurea ha avuto grande importanza anche il suo pensiero e insegnamento. Ho, infatti, amato e inserito in bibliografia il suo Maglia o uncinetto.Metafora e metonimia, poi pubblicato anche come libro monografico da Feltrinelli, ma da me letto e utilizzato nella sua prima formulazione sulla rivista aut aut n. 175-176 del gennaio-aprile 1980.
Mi piaceva soprattutto, al di là delle sottili e profonde disquisizioni linguistiche, il titolo: che bello richiamare e valorizzare, anche in ambiti di alta filosofia, ciò che attiene alla vita quotidiana delle donne!!! Volere per le donne una diversa considerazione in società, rispetto al passato, ruoli autorevoli e di governance, non può voler dire omologazione al maschile, negazione di ciò che è sempre stato importante e proprio del mondo femminile: questo è l’insegnamento del “pensiero della differenza”, che porterà poi anche alla costituzione di quella fondamentale comunità di filosofia quale è Diotima, nata a Verona e a cui Luisa Muraro ha contribuito a dar vita.
In quegli anni fine Settanta / inizio Ottanta, alla Libreria la ricordo al centro di una grande tavolata, dove si raccoglievano duemila lire a testa, per mangiare tutte insieme mentre si discuteva di filosofia, politica e femminismo. Il suo era un pensiero al di fuori di qualsiasi schema, sia accademico sia “ideologico”, e questo mi piaceva, esaltava il mio essere “contro” l’educazione religiosa, classica, perbene che avevo avuto fino ad allora. Lei si era laureata all’Università Cattolica di Milano, ma poi aveva deciso di fare tutt’altro, andando a insegnare nella scuola dell’obbligo, dove aveva avviato un esperimento didattico di scuola “antiautoritaria”: un esempio di come incarnare la filosofia, mettere in pratica la teoria, e l’esperienza è documentata e fatta oggetto di riflessione nel libro L’ Erba voglio: pratica non autoritaria nella scuola, Einaudi, 1973.
Aveva fondato con altre, nel ’75, proprio la Libreria delle donne sul cui sito ancora oggi si legge (vedi Chi siamo): «Sì, perché la Libreria è un luogo di discussione, o meglio è essenzialmente un luogo politico, per come noi abbiamo inteso la politica. Niente a che vedere con istituzioni, partiti o gruppi omogenei. La chiamiamo politica del partire da sé; nasce dalla riflessione sull’esperienza che ciascuna fa, dallo stare insieme in un’impresa di donne ma anche nel mondo e si basa sulla relazione». Io ho respirato a pieni polmoni, da giovane studente di filosofia, quegli anni così vivaci e intensi, con la gran voglia di sovvertire la cultura tradizionale in cui eravamo cresciute, e quel “partire da sé” è sempre stato al centro del mio essere e agire. Noi donne siamo ben capaci di pensiero astratto, razionale, filosofico, ma sempre incarnato nella nostra esperienza, vissuto corporeo, materialità singola, ben consapevoli che l’universale non è un monolite, ma un prisma, in cui le diverse facce si confrontano, affiancano, uniscono, ma rimangono distinte, sé stesse.
Luisa Muraro si è spenta nella mattinata del 13 giugno scorso, e tantissimi sono stati in queste settimane gli scritti che hanno parlato di lei e delle sue opere, a partire dalla prima comunicazione della sua scomparsa, sul sito della Libreria da lei fondata: nell’articolo di Laura Colombo c’è il richiamo a ciò che Luisa diceva, che occorre «andare a fondo nel presente» per non cadere nell’«inganno del futuro, la pretesa di misurare il presente su ciò che non c’è più». Non pensiamola quindi come una mancanza, perché il suo pensiero continua ad agire anche ora più che mai vivo, «il presente non è il residuo di ciò che abbiamo perduto, ma il luogo dove ciò che ci ha dato è all’opera».
Innumerevoli i suoi scritti, sia accademici, sia divulgativi. È stata traduttrice di molte opere di Luce Irigaray e a questo proposito non posso non ricordare un magnifico pomeriggio a Milano in cui noi giovani studenti abbiamo accompagnato Luisa Muraro e Luce Irigaray in visita alla città. Luce parlava solo francese e Luisa un po’ dialogava con lei e un po’ si rivolgeva a noi per chiedere se avevamo seguito tutto e se avevamo domande. Un po’ una lezione a cielo aperto e un po’ un momento di vita indimenticabile.
Al posto di elencare tutte le sue importanti opere, che si possono ritrovare ovunque, voglio invece qui ricordare un suo piccolo scritto che ho sempre trovato geniale!!! Eccezionale perché distribuito gratuitamente in un luogo pubblico, rivolto anche forse a chi non è abituato a leggere testi complessi, distribuito in un luogo, la metropolitana, dove si va di fretta, e su un tema non certo comune: la lingua sessuata, che non esclude ma rende visibile il femminile in quel luogo simbolico per eccellenza, il linguaggio, che non solo descrive il mondo, ma contribuisce a formarlo.
Riporto qui la parte che ha poi indirizzato sempre più il mio modo di parlare, di insegnare, di agire e di essere: «La donna che lavora in fabbrica si chiama operaia, se lavora in campagna, contadina, se vende, commessa. È giusto, lo vuole la lingua che parliamo, lo insegnano i vocabolari. Nei vecchi vocabolari non troviamo il femminile di sindaco, ministro, deputato, ma solo perché erano di una civiltà patriarcale che escludeva le donne dalla vita pubblica. Questo non succede più. Da qui lo scandalo: se quelle che entrano nei posti di comando vogliono chiamarsi al maschile, che messaggio danno? Che il femminile è buono per sgobbare ma non per dirigere? Buono per la scuola elementare ma non per l’università? Che una donna ammiri un uomo, ammesso che abbia qualche merito, non ci sono obiezioni, l’ammirazione è un sentimento libero. Ma che lo prenda come una misura per sé, in generale, questa o è soggezione o trasformismo. E ha degli effetti deteriori, perché in un posto di responsabilità bisogna portare non solo le conoscenze ma anche le esperienze, non solo un titolo di studio ma anche il proprio essere» (“Esiste il sesso delle parole”, Metro, 28 marzo 2012). Era il 2012, ma quanto è attuale!
(https://vitaminevaganti.com/2026/06/20/luisa-muraro-nel-mio-ricordo/, 20 giugno 2026)
Magnifica humanitas è la lettera enciclica di Papa Leone XIV, resa pubblica il 25 maggio 2026, “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Colloca la riflessione sull’intelligenza artificiale dentro l’orizzonte della Dottrina sociale della Chiesa e la mette in relazione con questioni che vanno dal paradigma tecnocratico alla cultura della guerra.
L’intelligenza artificiale, scrive l’enciclica, “è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti” (§110). Se è così, la domanda riguarda ciò che ci accade quando le nostre parole, l’esperienza, le relazioni passano dentro dispositivi che le raccolgono e ce le restituiscono come risultato; quando l’esperienza viene separata dal corpo che la vive e dal tempo che l’ha fatta nascere. È a partire da queste domande che leggo la Magnifica humanitas.
L’enciclica riconosce che l’intelligenza artificiale non vive un’esperienza, non ha un corpo vissuto, non cresce nella relazione, non attraversa la gioia e il dolore, l’errore e il perdono. La sua potenza è calcolo e rielaborazione del già detto, è altro rispetto alla sapienza maturata nell’esperienza (§§98-99).
Riconosce anche che l’intelligenza artificiale non può essere considerata un semplice strumento. Quando è la tecnica a diventare criterio, è la tecnica stessa a stabilire che cosa ha valore e che cosa viene scartato (§§92-95). E dice apertamente che il potere dei dati, delle infrastrutture e del calcolo si concentra nelle mani di pochi attori privati transnazionali, producendo un’asimmetria epistemica, economica e politica che non può più essere taciuta (§§95; 108-109).
È proprio questa concentrazione di potere a togliere forza alla risposta morale e l’enciclica lo dice, non basta un’intelligenza artificiale più morale se la morale viene decisa da pochi (§107). La questione vera quindi si sposta dalle regole alla misura: chi decide che cosa viene riconosciuto come umano? Chi decide che cosa viene classificato come errore, rumore o scarto? Quali vite entrano nel calcolo e quali ne restano fuori?
C’è un’insistenza dell’enciclica sul non subire che mi interessa molto. Il testo diffida dalla posizione di chi osserva da lontano e spera che tutto vada per il meglio (§6). Nell’immagine di Neemia mostra invece un popolo che ricostruisce le mura di Gerusalemme pezzo per pezzo, dove ciascuno prende il proprio tratto di muro e lavora là dove si trova (§8). Più avanti, nella sezione Tutti possiamo fare la nostra parte, ricorda che nessuno è privo di responsabilità (§211). E l’immagine ritorna nelle pagine finali, dedicate al “cantiere del nostro tempo” (§§235-242).
Di questa immagine raccolgo la forza: non stare a guardare, non lasciare che altri decidano che cosa diventa il mondo, non consegnare la misura della nostra vita a chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.
Resta però il che fare. Per l’enciclica si tratta di ricostruire la città, custodire l’umano, orientare la tecnica al bene comune, rendere l’IA abitabile (§§8-10; 110; 235). È un gesto costruttivo e riconciliante, fondato sulla dignità della persona (§§46-91), fino alla promessa di una città compiuta nella conclusione (§§229-245).
Qui però non seguo fino in fondo l’enciclica. Non mi basta regolare la macchina, né integrarla nell’umano. Si tratta piuttosto di starci dentro come ciò che la macchina non integra. La differenza non coincide con ciò che entra nel dataset; sta nella pratica che legge, corregge, rifiuta, interrompe, e fa valere la genealogia nel campo in cui la macchina tende all’equivalenza. Quello che vorrei portare è vivo, sessuato, in relazione, e proprio per questo non si lascia ridurre a dato o variabile da includere. È la pratica dell’estraneità dentro l’intelligenza artificiale. Luisa Muraro l’ha detto così, “lo strumento sei tu”, vuol dire che non c’è uno strumento neutro da usare rimanendo intatte. Si può fare qualcosa di vivo solo restando il corpo che la macchina non addomestica. E chi interviene è anche chi, all’occorrenza, ferma la macchina di nascosto. Penso alle operaie alla pressa, raccontate nel numero di Via Dogana sul tempo. Conoscevano la macchina così bene da saperla fermare senza farsi scoprire, perché i manutentori non trovassero il guasto. È il sapere politico del fare e del disfare, un modo di fare di necessità libertà.
Anche la richiesta di disarmare l’IA, per me, assume un senso più ampio. Nell’enciclica disarmare significa togliere l’intelligenza artificiale dalla logica della guerra, della competizione armata, della potenza tecnica che pretende di governare il mondo (§§110; 186-200). È un passo essenziale, ma per me disarmare l’IA riguarda anche il potere della macchina di definire la realtà in cui devo stare, di prendere la nostra esperienza come materia prima. Si tratta allora di impedire che la parola venga separata dalla relazione che l’ha generata, che il corpo venga neutralizzato, che la differenza venga tradotta in informazione.
C’è poi il tempo, e qui di nuovo l’enciclica dice cose importanti. Critica la cultura dell’immediatezza, dell’iperstimolazione, della perdita di attenzione, e arriva a parlare della necessità di un digiuno dall’intelligenza artificiale, di un’igiene dell’attenzione, di una capacità educativa che insegni anche quando non usare la macchina (§§139-147). Si impara così a sottrarsi, a lasciare spazio a un pensiero che non arriva subito (§§139-147).
Però l’enciclica orienta il tempo verso una promessa di compimento e la affida a immagini come il Crocifisso Risorto, il granello di senape (§§210-211), il Magnificat, il Verbo fatto carne, il cantiere del Regno che viene (§§229-245). Per me il tempo non ha bisogno di chiudersi per avere senso, perché trova la sua misura nel fare, nel disfare, nel riprendere, nel tenere insieme cose che non promettono un compimento.
Il non subire, la critica del potere e la difesa del tempo sono elementi potenti dell’enciclica. Ma il suo orizzonte resta quello della custodia della persona umana universale. La mia misura invece parte da un soggetto sessuato, che viene da una genealogia e da un debito con la madre e il cui tempo non si compie.
Per me, allora, non si tratta di stare fuori, né di subire, né di adattarsi. Si tratta di entrare là dove la macchina cattura la nostra esperienza e di restare lì come ciò che non si lascia catturare del tutto. Come? Tenere aperta la differenza. Impedire che l’ambiente tecnologico diventi tutto il mondo. Disarmare la macchina perché non sia lei a decidere chi siamo.
Questo articolo nasce da una rielaborazione dell’intervento tenuto nell’ambito del seminario Disarmare l’AI. Conversazione sull’enciclica di Papa Leone XIV, organizzato dalla Scuola critica del digitale del CRS il 10 giugno 2026.
Saluti di amiche durante la cerimonia funebre, lunedì 15 giugno 2026 ore 15 alla Libreria delle donne
Chissà se Luisa preferirebbe il silenzio in questo momento. Ma noi dell’Ordine della Sororità il grazie glielo vogliamo proprio dire, con poche parole solo per esprimere la nostra riconoscenza.
Grazie per il suo legame di amicizia con Ivana Ceresa che ha dato una spinta alla nascita dell’Ordine della Sororità.
Grazie per esserci stata vicina dopo la morte di Ivana con la sua sapienza e il suo affetto che ci hanno sostenute e incoraggiate. Possiamo dire con l’intelligenza dell’amore.
Grazie per i suoi scritti, per il permesso che ci ha dato di inserire parte del suo testo Come quando si accende la luce, negli Atti del Convegno su Romana Guarnieri dell’ottobre 2022, dove suggerisce la schivata per andare altrove, per muoverci su un altro piano imparando a vedere dentro, ad andare in profondità per creare armonia tra ciò che sentiamo, viviamo e le parole che diciamo.
Grazie dell’immagine che ci ha lasciata della scrittura come cammino sull’orlo di un pozzo, nella cui profondità possiamo immergere sguardo e cuore in una specie di buco, che lei chiama niente, mancanza, abisso che infinitamente chiama e fa nascere essere e amore senza fine.
Grazie per il suo amore per le mistiche che ci ha fatto conoscere, aprendo tra visibile e invisibile un orizzonte inesauribile nella gioia e nell’amore per la libertà femminile.
Rita, Martina, Raffaella
Personalità geniale e imprevedibile. Comincio da qui, cara Luisa.
Non sopportavi il telefono. Ma ci scrivevamo email lunghissime, perché scrivere per te era il modo di esserci davvero. «Io sono una che scrive sempre», dicevi. Hai cercato per tutta la vita le condizioni per poter pensare e scrivere e le hai trovate nella pratica politica delle donne, la forma che finalmente te lo permetteva. Scrivere era il tuo modo di rendere dicibile il vero.
Bastava chiederti «come stai?» e scattava l’invettiva: non reggevi niente di convenzionale, niente di finto. Le presentazioni di libri, i complimenti di circostanza, le verità mai dette e il veleno versato dietro le spalle, tutto questo ti era insopportabile.
Ed eri una mente fuori misura. Qui, di solito, comincia la lista dei complimenti. Ma tu i complimenti li detestavi, e allora ti dico solo questo, senza salamelecchi: geniale lo eri davvero.
Avevi l’autorità della maestra, eppure ascoltavi più di chiunque altro. Soprattutto le creature piccole, quelle che le convenzioni avevano sfiorato appena. «La scuola le rovina», dicevi.
Eri un’antenna. Coglievi verità soggettive ancora abbozzate, le tiravi fuori, facevi precisione dentro l’anima, anche nella mia, e le restituivi come esperienza in cui tutte potevano riconoscersi.
Hai visto arrivare prima di molti cose ancora invisibili: la fine del patriarcato, l’intelligenza artificiale generativa. Le percepivi nel corpo sociale, nelle trasformazioni della civiltà, e le mettevi a fuoco nello scambio serrato e ininterrotto con Lia Cigarini, tua compagna di vita e di politica.
Ora l’hai raggiunta. E voi due restate custodite dentro di noi: ci fate forza, e tanta bellezza.
Laura Colombo
Luisa Muraro mi ha sempre incoraggiata da quando ho avuto la fortuna di incontrarla a Parma, grazie alle amiche della Biblioteca delle donne. Mi ha dato non solo coraggio ma ispirazione e parole giuste, sostenendomi in tutte le imprese della Libreria cui attivamente partecipavo e partecipo, Via Dogana, il Circolo della rosa, il sito ecc. E anche devo dire nelle mie imprese di lavoro, quando organizzavo con le mie allieve e allievi gli scambi culturali con le scuole russe di Pietroburgo; avventure in cui mi sono gettata durante gli anni di insegnamento nei licei di Milano. Anni entusiasmanti, dalla fine del secolo scorso e ai primi del 2000, il periodo della perestrojka, una finestra di grandi speranze per l’Europa orientale. Di questo ho raccontato in alcuni numeri di Via Dogana cartacea. Con le sue pubblicazioni e ricerche, in particolare La Signora del gioco e Guglielma e Maifreda, e su Margherita Porete, Lo specchio delle anime semplici, ha nutrito e indirizzato il mio amore per la storia, confluito in seguito nella Comunità di storia vivente, pratica nata in Libreria da un’idea di Marirì Martinengo. Luisa pur con alcune critiche ha apprezzato e approvato, definendola una novità storiografica nei suoi scritti (8 marzo 2013, Ci sono novità nella ricerca storica http://www.libreriadelledonne.it/ci-sono-novità-nella-ricerca-storica) Come mostra lo scambio epistolare con Marirì su alcune sue obiezioni. Mi ha insegnato a usare la sua autorità, espressione che io in un primo momento non compresi, ma che una volta capita ha illuminato la mia strada. E per questo resta per me un esempio memorabile. Una fonte sorgiva di sapere per tutti e di tutti i tempi.
Laura Minguzzi
Luisa era sempre presente in Libreria, lavorava moltissimo e quando le si chiedeva qualcosa, un consiglio o la revisione di un testo, lei c’era. Il suo, però, non era un dover essere, perché nel suo operare era intrecciata la relazione e in questa tessitura Luisa trovava il suo piacere per cui il lavoro non le pesava. A volte trovava anche il dispiacere, quando le cose andavano male.
Luisa era intensamente relazionale. Sentiva l’altra (l’altro) in profondità e si relazionava con un’attenzione che definiva “interessata”. Ricordo la sera in cui al Circolo della Rosa è arrivata, assieme a Serena Sartori, Odile Sankara a chiederci di collaborare con la sua associazione Talents de femmes per un concorso di scrittura per le studentesse delle scuole superiori del Burkina Faso. Quando Odile è andata via, Luisa ha esclamato: “È una regina!”. Ecco c’era già tutto: la relazione profonda era partita e per anni abbiamo seguito questo progetto e Luisa stessa è andata a Ouagadougou a consegnare i premi alle studentesse vincitrici.
L’attenzione di Luisa era “interessata” alla libertà dell’altra, anche della studentessa burkinabè, e si adoperava perché prendesse la parola, perché con la scrittura desse senso alla propria esperienza.
Luisa nel suo operare faceva brillare qualcosa di quella civiltà differente che desiderava. Ricordo che quando morì mia madre tragicamente, appena tornata da Roma andai in Libreria per la riunione della comunità Ipazia e Luisa, a metà riunione, mi chiese di parlare di mia madre, di ricordarla con loro perché – disse – facevamo politica delle donne, stavamo costruendo società femminile e non si poteva ignorare una cosa così importante come la morte di una madre.
Luisa con me è stata generosissima. Quando nel 2009 mi sono ammalata, per 10 anni, fino al tempo del Covid, è venuta a trovarmi ogni settimana, al mercoledì, prendendo un tram per andare in Duomo, la metro per Marelli e un autobus di Sesto che la portava a casa mia. Vedevamo un film e poi prendevamo un aperitivo. Era un “cinema casalingo” di grande pregio: le videocassette ci venivano fornite da Nilde, del gruppo cinema della Libreria e da Luca Bigazzi, noto nel mondo del cinema a cui arrivavano in anteprima tutte le novità.
Al convegno dell’anno scorso, Come quando si accende la luce, l’ho definita oltre che maestra, un’amica geniale e così io la sento. Sono stata molto fortunata a incontrarla perché ha illuminato la mia vita e l’ha resa più bella e interessante da vivere. Gliene sono immensamente grata.
Ciao Luisa.
Vita Cosentino
(www.libreriadelledonne.it, 20 giugno 2026)
Ero così triste per la morte di Luisa Muraro che non sono proprio riuscito a prendere la parola durante la cerimonia funebre celebrata in Libreria delle donne, lunedì scorso. Ascoltando le testimonianze e i ricordi raccontati da quelle che hanno parlato, sentivo la mia memoria come svuotata. Affioravano in me immagini e parole di Luisa, ma come prive di consistenza. Un solo pensiero continuava ad imporsi: Luisa non c’è più. E la realtà, presente e passata, colava via.
A un certo punto, però, sono rimasto impigliato in un ricordo di tanti anni fa. Luisa era stata invitata a un festival a Reggio Emilia e aveva chiesto che fossi io a presentarla nella piazza dove doveva intervenire. Qualche giorno prima, usando un tono scherzoso per mascherare la mia preoccupazione, le dissi: “È un po’ strano doverti introdurre. A meno di non dire: è con noi Luisa Muraro, che non ha certo bisogno di presentazioni!”. Con quel suo tono serio che spesso nascondeva l’ironia, mi rispose: “No, no, mi devi presentare come Dio comanda!”. Questa battuta mi liberò dalle esitazioni e mi mise al lavoro. Non era stato pubblicato da molto Al mercato della felicità, dove Muraro riprende la figura elaborata da George Eliot delle “sante Terese fondatrici di nulla” e la sviluppa in modo così meraviglioso da porla all’altezza delle più indimenticabili figure della Fenomenologia dello spirito, come la coscienza infelice. Mi riallacciai a quelle pagine per dire che invece Luisa, oltre che una filosofa, è stata una fondatrice. È riuscita ad esserlo molte volte. Vita Cosentino lo ha raccontato benissimo nel suo contributo al volume, appena uscito: Come quando si accende una luce. Pensare con Luisa Muraro. Quel giorno a Reggio, cercai di ragionare sul perché questo atto, in cui si dà vita a qualcosa che possa durare, sia oggi così difficile da apparire quasi favoloso.
Lunedì scorso, anche questo discorso sulle fondazioni, che Luisa aveva tanto apprezzato, mi si è sgretolato tra le mani, corroso dalla tristezza. Mi è venuta in mente quell’osso di seppia in cui Montale scrive del momento “che rovina l’opera lenta di mesi” e in cui “chi ha edificato sente la sua condanna”. Di nuovo le tenebre.
Ma allora perché tutto quell’episodio mi si è ripresentato alla mente? Nascondeva un bandolo che potevo tirare? Chissà come faceva Luisa a trovare sempre il filo giusto! Forse i suoi occhi lo vedevano luccicare. L’unico bagliore che lunedì ho intravisto in quell’episodio era nella formula: “Come Dio comanda”. De profundis, invocavo una parola efficace. Una parola che sapesse misurarsi con quel “non c’è più”, senza edulcorarlo, ma senza neppure darne per scontato il significato. Questo tipo di parole, le parole della spiritualità, che sono simboliche in un senso più intenso di quello per cui lo è qualunque parola, Muraro le sapeva ascoltare. E poi le sapeva far ascoltare. Non smetterò mai di ammirarla per questo: il coraggio e la lucidità con cui ha capito, non già che la materia non basta, ma che per tenersi veramente vicini alle radici terrestri e corporee della vita singolare e collettiva, compreso il mondo del lavoro, occorreva smettere di privarsi delle parole custodite dalla religione, intesa nel senso più ampio, che arriva fino alla mistica. Nel far questo, si confrontava con niente di meno che l’eredità della modernità: non per rifiutarla, ma per ricontrattarla. È stata la sua grande scoperta, lo dice lei stessa: a un certo punto ha capito di poter usare la mistica femminile, che sapeva riconoscere anche al di fuori delle autrici canoniche, per dare alla libertà (innanzitutto femminile, ma senza escludere gli uomini), una profondità letteralmente impensabile entro l’orizzonte della ragione moderna e dunque entro le pratiche istituite da quella ragione, comprese quelle politiche. È iniziato così quel suo lavoro per rendere Dio dicibile in lingua materna. Non un lavoro di invenzione linguistica, ma di ascolto di parole che spesso ci raggiungono chiuse e che lei sapeva aprire per mostrarcene la ricchezza segreta. Non era un’esegesi la sua, né scientifica, anche se sapeva servirsi dei protocolli della scienza, né teologico-confessionale. Era una lettura in risonanza con l’esperienza, ma con l’esperienza di un’anima grande. E così quelle parole tornavano alla vita, si rinnovavano. Apparivano le parole giuste per cogliere i nodi e i movimenti più nascosti della realtà e delle soggettività.
Sono ancora tanto triste per la morte di Luisa. Mi piange il cuore. Parlare della grandezza di quello che ha fatto mi consola, ma poi ricado nel dolore. Però, lunedì, verso la fine della cerimonia, Clara Jourdan ha raccontato che una sera di qualche anno fa, mentre tornavano in auto da Verona a Milano, con altre amiche che facevano parte di un coro, Luisa ha proposto di cantare insieme l’inno Veni Creator Spiritus. Con l’immaginazione, entro anche io in quella macchina. Un’ultima volta con Luisa, che sapeva ascoltare lo spirito.
(www.libreriadelledonne.it, 19 giugno 2026)
Luisa Muraro 13 giugno. Mi capitava spesso di sentirmi spostata dal luminoso e generoso pensiero di Luisa. Io ero qua ed era come se lei mi trasportasse fisicamente là, un po’ più in là, un po’ più in alto, “oltre”. Luisa nemica di ogni approssimazione, debolezza, banalità. In questi casi il suo dissenso era inesorabile. Luisa non ha voluto compiere gli anni domenica 14 giugno. Mi piace ricordarla con le sue parole forti in un incontro tra amiche, “se Dio c’è si presenti”. Chissà che non sia così. Perché non posso pensare a una morte nel caso di Luisa, ma un andare “oltre”. Dove non so. Ma qui sulla terra nostra, penso e spero che la Libreria mandi avanti con tenacia e come può il suo ineguagliabile lavoro. Sapendo come diceva Luisa che talvolta nella relazione si può non essere d’accordo. Stefania Giannotti
Un’altra donna che ha cambiato la mia vita lascia questa terra. Una vera maestra del pensiero e dell’anima. Colei che, tra migliaia di idee, colpi di genialità, svolte epocali, rimproveri epici, ironia pungente, pensieri illuminati, ci ha regalato e mi ha regalato il Dio delle donne, quel dio che a volte capita quando trova il pertugio nel cuore delle anime semplici, quelle che ascoltano e parlano in lingua materna. La Tua lingua carissima Luisa, la lingua della libertà femminile che hai vissuto, proclamato e onorato fino all’ultimo respiro. Grazie, a te devo la felicità di essere una donna… e una donna femminista! Grazia Villa
Indimenticabile. Luisa Muraro vive. Da questo fondo occorre, presto, risalire. Onorandola. Redenta di Mirano
Con Luisa ho avuto e ho una relazione molto profonda. Abbiamo anche tanto litigato. Ci siamo portate dentro fino a toccarci l’anima e l’interiorità. Abbiamo comunicato e vissuto momenti di “sempre eterno”. Lei, nella storia della nostra amicizia, con il suo Continuum Materno mi ha restituito, di mia madre Emilia, la PAROLA VERA e mi ha confermata per mettermi al mondo quella e come desideravo e desidero esserci davvero. Saremo sempre insieme con tutte-i Quelle-i che ci hanno voluto e ci vogliono bene e credono nella libertà e nell’amore. Adriana Sbrogiò
A tutte voi, con dolore che condivido profondamente, vorrei inviare le mie più sentite condoglianze per la morte di Luisa Muraro. Questa perdita è incalcolabile e ci lascia tutte di nuovo senza parole, dopo quella così recente e dolorosa di Lia Cigarini. Ascoltai per la prima volta Luisa Muraro a Modena quarant’anni fa e il suo pensiero ha acceso una luce che non si spegnerà mai. Vi sono vicina in spirito e vi abbraccio, unendo alle vostre anche le mie lacrime. Patrizia Baroni
Non sono su facebook e non posso lasciare un commento lì. Ma condivido il vostro dolore; Luisa è stata una maestra e le volevo molto bene. Ci resta il suo pensiero, e non è poco. Paola Bono
Os saludo con mucho afecto y me uno a vosotras en el sentimiento de pérdida y al tiempo de privilegio por haber leído, escuchado y aprendido tantísimo de la maravillosa Luisa Muraro. Gloria Isabel Serrato Azat
Come posso trovare le parole per un evento che mi sconvolge così profondamente? Luisa Muraro, nostra autrice, il cui pensiero è stato l’impulso all’origine dell’esistenza stessa della Casa Editrice Christel Göttert, è morta. Da importante filosofa qual era, negli ultimi cinquant’anni ha fatto sgorgare una fonte a cui il pensiero delle donne si è abbeverato in modo determinante e le cui acque continueranno a fluire abbondantemente in futuro. Con l’elaborazione dell’ordine simbolico della madre, ha spalancato porte a un pensiero di straordinaria portata. Le vie della libertà femminile hanno ampliato il loro orizzonte rimuovendo gli ostacoli derivanti dall’adattamento alla visione maschile del mondo. Ciò rende possibile, per noi e per le future generazioni di donne e uomini, superare il dominio del patriarcato. Con profonda gratitudine per aver potuto contribuire alla diffusione degli insegnamenti di Luisa Muraro in Germania, diamo l’addio a una grande pensatrice, a una donna unica, sulle cui tracce desideriamo continuare a camminare con grande rispetto per l’opera della sua vita, anche attraverso la traduzione di un altro suo lavoro. Le intuizioni filosofiche che ci ha lasciato, caratterizzate da una grande lungimiranza, dovranno ancora essere esplorate in tutta la loro ampiezza. Appartengono al patrimonio della teoria e della pratica filosofica orientata ai valori come fondamento dell’agire umano. Christel Göttert
(Ndr: La casa editrice Christel Göttert Verlag di Rüsselsheim ha pubblicato le traduzioni tedesche di: L’ordine simbolico della madre, La folla nel cuore, Dio è violent, Non si può insegnare tutto. La pubblicazione di Esserci davvero è prevista entro breve.)
Esserci davvero a cura di Clara Jourdan per “I quaderni di via Dogana” è una delle intervisterilasciate da Luisa Muraro. Oggi sembra che non sia vero perché Luisa non c’è più, ma non bisogna crederci. Lei c’è e ci sarà sempre e davvero per me e per tutte coloro che si sono nutrite dei suoi insegnamenti, ciao Luisa. Ombretta De Biase
Luisa Muraro era per me una garanzia d’essere nel giusto. Se apprezzava quanto dicevo ero sicura, se obiettava immediatamente: con due parole chiarissime, ci ripensavo. Ricordo rispetto al fare gravidanze per altri, disse: “Non ci hai pensato”, e cambiò argomento. Invece “io sono io”, per me continua ad essere un sentimento che precede l’essere donna. Quel suo privilegiare: “io sono una donna” mi sembrava una scelta spietata, di combattimento. Ma forse lo era per generosità, perché era una persona molto generosa. Credo di doverle il posto nel concorso per ricercatrice a Milano quando deviò repentinamente per concorrere a Verona. La conobbi un fine estate a Milazzo, nel Settanta, eravamo ospiti di Lia Cigarini e dormivo in stanza con lei. Non mi svegliava con intenzione ma alle sette e mezza si alzava, apriva la finestra, rifaceva il letto e puliva la stanza. Non poteva tergiversare. È stata sempre molto amichevole, con Lia abbiamo fatto tante vacanze, frequentava con interesse anche il mio compagno, sono stata molto fortunata. Era una ragazza estremamente carina, a Carloforte passeggiava con l’ombrellino per ripararsi dal sole con quella pelle chiara e i colori tenui del suo viso, una freschezza dello sguardo, una estrema sincerità. Antonella Nappi
Luisa Muraro mi insegna che la politica è un lavoro di condivisione di tutta la libertà che è possibile oggi qui ora. Per me questa libertà è stata vivere Gesù nelle libertà possibili nelle nostre vite di carne e sangue in cerca, ogni giorno, di quell’amore di cui siamo affamati e assetati. E così togliendo da noi e dal mondo l’odio crudele che invade e rende morte le vite di tanti uomini crudeli nei loro odi. Luisa Muraro è una filosofa della libertà di amare. Raffaele Ibba
Care amiche, troppo presto devo esprimervi il mio cordoglio per la morte di Luisa, dopo quella di Lia. Il suo magistero vivrà in noi. Un abbraccio affettuoso e caloroso, Laura Mercader
Prima Lia e adesso Luisa… che dolore non poterle più incontrare, almeno in libreria, diventate più anziane ma sempre presenti. Sono cresciuta con i loro scritti, condivisi con tante altre donne. Ho seguito Luisa ogni volta che ho potuto nel suo viaggiare per l’Italia, ovunque la chiamassero – e l’abbiamo voluta più volte anche nella nostra piccola città Pinerolo – e in quelle che lei chiamava le cucine abituali del suo pensiero: la Libreria delle donne, i seminari di Diotima, gli incontri di Asolo e Torreglia di Identità e Differenza. Era una maestra severa, sì, ma io nei suoi occhi ho sempre visto una dolcezza sconfinata, il segno di chi sta con Amore nel mondo. Resta la ricchezza della sua grande, generosa eredità. Grazie, Luisa. Doranna Lupi
Perdere Luisa prima ancora di aver fatto luce sulla sua dimensione mistica è un vuoto incolmabile. Fin dai tempi di Guglielma e Maifreda, Luisa Muraro ha rivolto il suo pensiero all’esperienza mistica, scrivendo libri come Il Dio delle donne e Le amiche di Dio, ma facendo anche pratica di ricerca simbolica sia a Orvieto, nei Seminari di mistica e politica organizzati da Laura Guadagnin, che a Foggia, nei convegni di Studi Crostarosiani promossi dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose in collaborazione con il Centro Ricerca Donna di Foggia. È stata Luisa Muraro a dare inizio alla ricerca di senso che chiedeva l’Opera di una madre fondatrice. Era l’inizio degli anni ’90 e la questione che interrogava i Padri Redentoristi aveva a che fare con il simbolico della madre, un ordine di senso che mancava ai loro studi e impediva loro di scoprire l’origine materna dell’Ordine Redentorista. Dagli inizi del novecento alcuni Padri Redentoristi avevano scoperto di essere Figli di una Madre e avevano cominciato a interrogarsi sull’origine paterna dell’ordine Redentorista attribuita universalmente a Sant’Alfonso. Da tempo quindi era allo studio l’Opera della Madre fondatrice senza il conforto del simbolico della madre che proprio Luisa Muraro aveva generato. Quando Luisa accettò di entrare a far parte degli Studi crostarosiani, Celeste Crostarosa prese posto nella pratica di ricerca simbolica delle donne. Anche le Figlie di Madre Celeste, le Monache Redentoriste, si aprirono al simbolico della Madre e Luisa Muraro divenne una loro assidua sostenitrice. Diventammo così Le Amiche di Celeste e ricevemmo l’onore di accedere all’Archivio che custodisce nel Monastero di Foggia l’opera omnia della Madre. La ricerca su Madre Celeste ha visto all’opera Luisa Muraro prima con le Amiche di Celeste e poi con l’intera Comunità di Mistica e Politica che ha concluso i suoi lavori con un Seminario organizzato nel 2016 con il Dipartimento di Magistero dell’Università di Foggia. Gli atti sono stati pubblicati nel libro Maria Celeste Crostarosa: Il Magistero divino della Madre. Mariagrazia Napolitano
Queridas Amigas: Os mando otro abrazo enorme y me queda el consuelo de que nuestras Maestras ya andan juntas allá donde estén. Y el agradecimiento profundo por todo lo aprendido y compartido. Un abrazo cálido, Laura Mora Cabello de Alba
È stata la mia prima maestra di Femminismo… Leggere “L’ordine simbolico della madre” mi ha permesso di riconciliarmi con il mio essere nata femmina, oltre che con una madre impossibile… Sentirla parlare era spesso come vedere una luce in fondo a un tunnel… era tosta, anzi dura, a volte molto dura… ma ora sto piangendo. Che la terra le sia lieve. Alda
Per la seconda volta in pochi mesi esprimo a tutte le amiche della Libreria il mio dolore e rimpianto per la scomparsa di figure essenziali per la cultura e la politica delle donne e quindi dell’Italia: la prima è stata per Lia e questa volta per Luisa. Non posso essere con voi a salutarla e mi dispiace tanto, ma mi consola ricordare che sono riuscita a darle un saluto affettuoso nel corso del bel convegno alla Cattolica. Riaffiorano alla memoria gli incontri, non frequenti, con lei. Da un lontano seminario in un convento sulle colline venete con la comunità di Diotima, le cui tensioni emotive e di pensiero erano addolcite da numerose “ombre” ai più recenti incontri e scambi a proposito della maternità surrogata. Senza il suo pungolo amorosamente severo a non cedere agli inganni, soprattutto agli autoinganni che echeggiava in ogni sua pagina, in ogni sua parola non avremmo, in tante, intravisto né il cammino né la meta. Percorrerlo senza sperdersi è tutt’altra faccenda e riguarda ognuna di noi. Ci sarà tempo per misurare appieno il suo valore di grande intellettuale fedele al suo sesso. Valga ora ad accompagnarla un pensiero colmo di gratitudine. Addio Luisa. Francesca Izzo
C’è un pensiero che mi ritorna in questi momenti difficili: non sentiamoci orfane, ma eredi. Il ricordo e la voce di Luisa sono ormai impressi nelle nostre vite e nelle nostre opere. Le porteremo insieme. Silvana Panciera
La Casa delle Donne di Milano si unisce al vostro dolore per la perdita di Luisa Muraro, così vicina anche alla perdita di Lia. Ci lascia un’eredità preziosa fatta di autonomia, desiderio e pratica politica e relazionale. Vi abbracciamo con solidarietà e affetto. Antonella Eberlin
Oggi salutiamo Luisa Muraro, una delle voci più importanti del pensiero femminista italiano. Il suo lavoro ha contribuito a dare parole e forma politica alla libertà femminile come pratica viva, costruita nelle relazioni tra donne, nella presa di parola, nella capacità di nominare il mondo a partire da sé. Muraro ci ha ricordato che il femminismo non è solo rivendicazione di diritti, ma trasformazione del simbolico, del linguaggio, dei luoghi in cui si produce sapere, autorità, politica. La sua riflessione e la sua pratica restano un riferimento prezioso per chi continua a lavorare perché la libertà delle donne non sia un principio astratto, ma una possibilità concreta nelle vite, nei corpi, nelle relazioni. Oggi la salutiamo con gratitudine, consapevoli che il pensiero femminista vive quando continua a generare parole, confronto, legami e cambiamento. D.i.Re Donne in Rete contro la violenza
Abbiamo letto insieme alcuni anni fa e discusso Il Dio delle donne con molto interesse e piacere e, grazie a questo prezioso testo, siamo entrate in una visione del divino libero dagli schemi patriarcali e (ri)scoperto ed esplorato il pensiero libero delle beghine, in particolare lo Specchio delle anime semplici di Margherita Porete. Poi alcune di noi hanno partecipato, all’Università cattolica di Milano, all’incontro a lei dedicato, e conosciuto più a fondo, leggendo la bella intervista di “Esserci davvero”, le tappe della sua vita così intensa, dedicata in pieno all’affermazione della libertà femminile. In passato avevamo incontrato Luisa a Ravenna e ai Grandi seminari di Diotima e ammirato la lucidità del suo pensiero, la sua capacità di interagire con folle di persone di ogni età, molte/i le e i giovani, venute da ogni parte ad ascoltarla. È stata per noi un punto di riferimento molto importante e ci mancheranno la sua sagacia, la sua vasta cultura, la sua spiritualità, il suo invito a guardarsi dentro e a prenderci la responsabilità del nostro agire di donne. Ma i suoi libri, le sue idee così acute e profonde e la coerenza delle sue scelte, restano un grande regalo per tutte noi, per il movimento femminista e per il vivere politico e sociale. Siamo con voi col pensiero e col cuore e vi abbracciamo con tanto affetto e riconoscenza… Luisa Randi per il gruppo Misticopolitica della Casa delle donne di Ravenna
Che forza e che lucidità straordinarie ci ha donato! A tutte le donne della Libreria auguro il coraggio e l’ispirazione per proseguire insieme il cammino, nella lucidità e nella forza. Con affetto e vicinanza, Anna Leiser, Labyrinthplatz Zürich
Ieri, con moltissime altre e pochi altri, sono stata alla Libreria delle donne di Milano per salutare Luisa Muraro. Due cose mi hanno colpita: la prima è il forte sentimento di riconoscenza e gratitudine che tutte le intervenute (e suo nipote) hanno espresso. Bello, importante al di là di ogni discussione di merito sui femminismi soprattutto in tempi orizzontali in cui tutto vale tutto e tutti valgono tutti: non è così e beati quelli che incontrano e sanno riconoscere i maestri e, soprattutto, le maestre. Con cui dialogare, semmai esercitare il conflitto ma nel reciproco riconoscersi. La seconda cosa l’ha detta, con grande semplicità, Chiara Zamboni. Ha raccontato che quando Muraro arrivava in facoltà all’università a Verona, gli uomini, i colleghi si irritavano. Lei non faceva niente, loro si irritavano. La scrivo qui questa cosa perché mi sembra assolutamente eloquente e molte donne sanno di cosa si tratta. Assunta Sarlo
Ho imparato ad amare mia madre grazie a te e all’analisi e ne ho tratto un grande beneficio di vita. Beneficio che provo a trasmettere alle mie studentesse alle quali, spesso, si riempiono gli occhi di lacrime, a riprova del fatto che in questa relazione originaria c’è tanta roba perché siamo noi. Non ho mai creduto, però, che bastasse passare dall’ordine simbolico del padre a quello della madre senza conflitti, frizioni e problemi perché esiste anche il “fuori” ed è proprio quel “fuori” a stabilire i nostri posizionamenti nel mondo senza cedere al pensiero reattivo e difensivo. E poi tu avevi uno strano Dio violento che cercavi di sostituire con figure femminili, le tue mistiche. Sempre radicale, mai accondiscendente, a volte anche troppo, hai dato spessore umano e civile a ogni parola insegnandoci l’autorevolezza femminile. Un’autorevolezza che hai difeso fino in fondo perché avevi capito che nella contemporaneità si preferiva essere delle “vittime” in una “miseria simbolica” generalizzata. «Troppo comodo», dicesti una volta. Avevi ragione, nonostante tutto. Grazie Luisa, ti ricorderò con quel volto angelico e quello sguardo dolce mentre celebravamo la tua Lia a Milano in autunno. E continuerò a insegnare il tuo pensiero assieme a quello di Lia, di Carla Lonzi, di Lea Melandri, di Judith Butler, di Juliet Mitchell, di María Zambrano e tante altre pensatrici che ci hanno precedute rendendoci libere di essere noi stesse. Ogni autorevolezza, infatti, è diversa ed è questa la grande meraviglia del pensiero dell’esperienza quando non cede all’identitarismo e pratica la relazione accogliendo l’altr@ da sé. È persino romantica questa tua morte se penso al tuo amore per Lia andata via pochissimo tempo fa. Grazie davvero. Faremo genealogia. Io già la faccio, sempre, perché non essere d’accordo con qualcosa non significa mancare di rispetto nei confronti del pensiero altrui. D’altronde cosa è, se non questo, la “pratica della relazione”? Di questi tempi “divisivi” (orribile parola) ancora di più. Promesso. “Non intendo disprezzare la buona volontà”, L.M. Anna Simone
Ancora un pensiero per lei, Luisa Muraro. Vogliamo immaginarla così, sorridente e commossa di potere incontrare finalmente Margherita Porete, Guglielma e Maifreda; intrattenersi con loro nella lingua materna scienza divina dell’ordine simbolico della madre, del Dio delle donne, di quanto Dio è violent, perché… non è da tutti, l’indicibile fortuna di nascere donna e… l’importante è Esserci davvero. E Luisa Muraro continua ad esserci anche qui tra noi. Liside
(www.libreriadelledonne.it, 19 giugno 2026)
«In tutte noi c’è un passaggio segreto che ci porta alla nostra libertà», mi disse Luisa Muraro. Il suo femminismo mi aiuta a (ri)trovarlo ogni giorno
Se ne è andata la creatrice di una delle filosofie più brillanti del XX e del XXI secolo. Ma essere donna e femminista non aiuta a essere riconosciute. Pensare una politica radicale di trasformazione, neppure.
La scoprii quand’ero molto giovane, la insegnai, è stata la forza alla base della mia autonomia. Ho imparato da lei che nessuna teoria ha importanza se non è tradotta in vita, nessun femminismo serve a qualcosa se non interroga le mie viscere, nessuna politica ha valore se mi spinge a tradire me stessa. E mi ha fatto scoprire il senso di NOI al femminile.
Ho avuto la gioia di conoscerla, l’ho vista ESSERE quello che scriveva. E ho scritto un libro che va e viene tra lei e me, tra due viaggi in Italia, l’Elsa ventenne e il nostro incontro decenni dopo, la strada vitale delle mie trasformazioni femministe, che continuano. Così come Luisa continua a essere viva, e ad agitare il mondo.
(*) Elsa Drucaroff, scrittrice argentina, è autrice del libro El pasadizo secreto. Escenas de una autobiografía feminista [‘Il passaggio segreto. Scene da un’autobiografia femminista’], Marea Editorial 2024, inedito in Italia, che tratta della sua vita in relazione al suo incontro con Luisa Muraro.
(Instagram, profilo di Marea Editorial, 19 giugno 2026, traduzione di Silvia Baratella)
Versione originale:
En todas nosotras hay un pasadizo secreto que nos lleva a nuestra libertad, me contó Luisa Muraro. Su feminismo me ayuda a (re)encontrarlo cada día
Partió la creadora de una de las filosofías más brillantes de los siglos XX/XXI. Pero ser mujer y feminista no ayuda a ser reconocida. Pensar una política radicalizada de transformación, tampoco.
La descubrí muy joven, la enseñé, fue mi fuerza para la autonomía. Aprendí de ella que ninguna teoría importa si no está metida en mi vida, ningún feminismo sirve si no interroga mis entrañas, ninguna política vale si me lleva a traicionarme. Y me descubrió el sentido de NOSOTRAS.
Tuve la dicha de conocerla, la vi SER lo que escribía. Y escribí un libro que va y viene entre ella y yo, entre dos viajes a Italia, la Elsa veinteañera y nuestro encuentro décadas después, mi camino vital de transformaciones feministas, que sigue. Como sigue viva Luisa, agitando el mundo.
Elsa Drucaroff
(https://www.instagram.com/p/DZvKVK-jv_W/?igsh=OHdoYnY1dGo4Mm53)

I nostri ricordi
Ho lasciato trascorrere un pochino di tempo prima di provare a scrivere di Luisa Muraro, che se ne è andata dal mondo mortale lo scorso 13 giugno. Il primo ricordo è legato ai suoi occhi: non tanto lo sguardo, quanto proprio gli occhi, di una trasparenza immediata e cilestrina che mi affascinava. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, quella di Luisa era trasparente e diretta. La ricordo severa – nella sua prima presenza al Centro Donna di Livorno si arrabbiò a causa dell’intervento di una delle presenti, che lamentava la situazione delle donne senza fare alcun scatto in avanti o, al limite, di lato (su questo tornerò). Lei rispose glaciale che un intervento come quello era il contrario della libertà femminile. Non faceva sconti, Luisa. Però la ricordo anche a sghignazzare senza pudore alcuno – con noi che raccomandavamo prudenza! – in occasione di una amara (soprattutto, si percepiva, per i tifosi maschi) sconfitta legata al campionato di basket, una sera, qui in città. Le scene di maschi dolenti per strada e nei locali la divertirono moltissimo e giunse a dire che le sarebbe piaciuto provocarli. La dissuademmo, altrimenti, addio Luisa e addio noi.
Luisa è stata una maestra di pensiero e di pratica politica. Mi sono nutrita, abbeverata alle sue parole e ai suoi scritti, perché lì trasparivano amore per il mondo, per la lingua, per la verità, anzi le verità che molte donne – più donne che uomini, per citare una scrittrice che amava, Ivy Compton-Burnett– andavano scoprendo: la politica sorgiva del femminismo, la rivoluzione simbolica della differenza sessuale e del suo senso libero (mai consegnato a una dimensione organicista!), un pensiero che intendeva fare tabula rasa del millenario, falso universale neutro e che, per giungere a questo, doveva farsi pensiero vivente, pensiero intrecciato alle pratiche e, in primis, alla pratica della relazione, con cui – citando una frase dalla sua vastissima produzione, amorosamente raccolta in una accurata bibliografia da Clara Jourdan – si dà «il soggetto – me – non in posizione di soggetto ma di complemento: trovo me in relazione con gli altri, abitata da ricordi, mossa da desideri. Trovo dunque desideri che mi muovono, ricordi che mi occupano, altre o altri che mi parlano … una pratica di decentramento dell’io, il cui posto viene preso da una pluralità di istanze parziali, in un gioco di rimandi».
È un’indicazione preziosa in tempi in cui la vertigine identitaria si affaccia ovunque, bloccante, fattrice di monoliti accanto a monoliti. E se lo stare nel mondo continua ad essere difficile, per le donne (e non solo), Luisa ci proponeva esercizi simbolici e pratici di libertà: uno per tutti, la schivata. Riporto le parole assai efficaci di Ilaria Durigon: «Nella schivata, intesa come la mossa a lato che fa l’animale quando viene inseguito da un predatore “per uscire dalla traiettoria della fuga-inseguimento ed evitare così di essere preso”, Luisa aveva intravisto una rappresentazione del modo in cui le pratiche politiche del femminismo si erano manifestate nel corso della storia: con un gesto inafferrabile, con una mossa imprevista, con la fecondità imprevedibile degli spostamenti. Con i gesti autorevoli con cui le donne potevano agire dentro alla storia, deviandone il corso. Se il femminismo è nato da una schivata, da un salto in una direzione inedita rispetto a una storia già scritta, allora l’invito di Luisa è un omaggio alla forza dei gesti rischiosi e audaci, all’inoltrarsi coraggioso su sentieri inesplorati, all’elaborazione originale di nuove definizioni, al tentare nuove acrobazie. Al partire da sé senza farsi trovare».
Sapremo essere all’altezza dell’audacia che praticavi e che chiedevi? È ciò che mi auguro, nell’esprimere la mia gratitudine e il mio amore per te, Luisa.
Paola Meneganti
«Luisa Muraro ha dato respiro e forza al mio desiderio di libertà»
Con queste parole ieri Daniela Bertelli ricordava Luisa Muraro e io mi ritrovo completamente in questa espressione per ciò che ha significato anche per me l’incontro con il pensiero e con la presenza di questa nostra straordinaria madre simbolica.
La scoprii negli incontri di presentazione del Sottosopra verde, un testo che lessi come una vera illuminazione in una fase in cui mi aprivo alla maternità, alla professione, alla pratica politica femminista. Vi trovai una concezione della libertà femminile radicalmente diversa da quella che avevo conosciuto fino ad allora: un’esperienza da vivere e da nominare a partire da sé, nel rispetto del desiderio di autenticità, nella relazione con altre donne.
Qualche anno dopo ebbi l’occasione di incontrarla al Centro Donna di Livorno, allora animato da Liliana Paoletti Buti, alla quale oggi il Centro è intitolato, in occasione della presentazione di Non credere di avere dei diritti.
Liliana, docente autorevole e profondamente consapevole del valore del pensiero di Luisa, ci raccomandava di prepararci con cura a quell’appuntamento. Aveva ragione, come al solito, Liliana. Ascoltare Muraro significava lasciarsi interrogare da un pensiero che andava oltre le certezze consolidate e che ci invitava a cercare la libertà nelle relazioni, nella parola, nell’assunzione della propria esperienza e nella capacità di riconoscere l’autorità femminile, oltre il paradigma e l’orizzonte dei diritti. Messaggi per me, giovane avvocata, necessari come l’aria per mantenere il mio desiderio integro in contesti formali e spesso distanti dalle esigenze di giustizia che sentivo così urgenti.
Per me questa scoperta si è intrecciata profondamente con la pratica della relazione tra donne vissuta insieme alle compagne dell’Associazione Evelina de Magistris. È stato grazie a quel tessuto di amicizia, politica, confronto e affidamento reciproco che il pensiero della differenza sessuale è diventato una pratica concreta e trasformativa della mia vita e di quella del gruppo, un modo diverso di stare al mondo, di leggere i conflitti, di fare politica e di costruire legami in ambiti diversi, con soggetti differenti (penso al Centro Donna del Comune di Livorno divenuto oggetto di un patto di collaborazione, un bene comune, ottenuto con impegno, fantasia, tenacia, di cui continuiamo a prenderci cura ogni giorno).
Negli anni la relazione con Luisa si è arricchita grazie agli incontri alla Libreria delle donne di Milano, luogo straordinario di elaborazione politica e simbolica, dove il pensiero di Luisa Muraro trovava una delle sue espressioni più vive, che diverse di noi hanno frequentato in più occasioni, trovando uno spazio prezioso di ricerca e di confronto, anche quando i pensieri erano diversi.
A questo si è aggiunta la lettura di Via Dogana, nelle sue diverse fasi, e dei suoi libri. Penso in particolare a Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista, che tanto mi ha donato per l’amore che nutro verso le figure delle mistiche e delle donne che, nei secoli, hanno cercato parole e forme di libertà fuori dagli ordini costituiti. Alcune di noi hanno adottato l’espressione “Che Guglielma ci protegga” per sostenerci in momenti scabrosi…
Mi hanno sempre colpito la capacità di Luisa di tenere insieme interiorità e politica e la sua attenzione alla felicità come dimensione profondamente politica. Una felicità che nasce dalla fedeltà al proprio desiderio, dalla ricerca della verità di sé e dalla qualità delle relazioni. Parole più attuali che mai, in momenti bui e aridi come questi.
In Momenti di felicità ebbi anche la sorpresa e l’onore di trovarmi citata per aver richiamato, in una relazione di difensora civica, il suo pensiero: «Tenere insieme politica e felicità… L’ignorarsi reciproco di felicità e politica è una specialità borghese e maschile… Quello che le pratiche femministe hanno cercato di realizzare è la circolazione del vissuto attraverso tutto lo spessore dell’esistenza, dal più intimo al più pubblico…». Quelle parole hanno continuato ad accompagnarmi in ogni mio impegno.
Guardando oggi a questo percorso, riconosco il filo che lega il Sottosopra verde, il Centro Donna di Livorno, la Libreria delle donne di Milano, l’Associazione Evelina de Magistris e gli scritti di Muraro sulla felicità come il filo della libertà femminile, che prende forma nelle relazioni tra donne, nella capacità di dare autorità alla propria esperienza, nel riconoscimento reciproco e nella pratica condivisa della cura del bene comune
Un filo che ancora oggi dà respiro e forza al nostro desiderio di libertà.
GRAZIE, LUISA
Maria Pia Lessi
Il ricordo di Laura Colombo pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano cliccando qui https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/per-luisa-muraro-morta-il-13-giugno-2026/
Il ricordo di Ida Dominijanni pubblicato su Il Manifesto cliccando qui https://ilmanifesto.it/luisa-muraro-come-quando-si-spegne-una-luce
Ci piace qui ricordare attraverso la testimonianza di Paola Meneganti la prima volta in cui Luisa venne al Centro Donna: era l’estate del 1987 e, all’interno di una serie di eventi dal titolo “La grande avventura della libertà femminile”presentò insieme a Cristiana Fischer, il libro, scritto a più mani dalle donne della Libreria di Milano, Non credere di avere dei diritti, al seguente link http://www.evelinademagistris.org/wp-content/uploads/2026/06/Presentazione-libro-Lib-1.pdf
(https://www.evelinademagistris.org/2026/06/17/luisa-muraro-nelle-nostre-vite/, 17 giugno 2026)
L’accademica Annarosa Buttarelli e la regista Loredana Rotondo ricordano l’approccio al femminismo della differenza teorizzato da Muraro dalla fine degli anni ’70 e spiegano la sua attualità nel modo di riflettere, lavorare e fare politica
Luisa Muraro il giorno dopo. Dopo il suo funerale, dopo l’omaggio che le ha tributato la Libreria delle Donne di via Dogana a Milano di cui la filosofia, scomparsa a ottantasei anni il 13 giugno, è stata una delle fondatrici. E che era diventata la sua casa intellettuale assieme alla comunità filosofica Diotima. Un saluto intimo. Anche se resta un po’ il dispiacere che una pensatrice della statura di Muraro, una delle madri del femminismo italiano e della filosofia della differenza, non sia stata salutata da una comunità più vasta, dalla città di Milano, per esempio. Perché la grandezza di scritti e riflessioni come le sue appartengono alla collettività di uomini e donne. E avrebbero meritato un omaggio collettivo.
Allora partiamo da lì. Dal fatto che quello che potremmo chiamare “il femminismo di qualità”, nato grazie a figure come Carla Lonzi e Luisa Muraro non ha lasciato una traccia e un messaggio che parla solo alle donne, ma all’umanità tutta. Perché implica un modo di discutere, lavorare, agire, fare politica che è collegiale, collettivo seguendo il cardine, che era davvero rivoluzionario negli anni ’70, che il pensiero delle donne è differente proprio per questo, che viaggia in orizzontale e crea relazioni.
Per aiutarci a capire meglio Annarosa Buttarelli, accademica e filosofa che di Muraro è stata allieva e assistente, fa un esempio biografico: il rapporto che lei aveva con la filosofa che definisce “una madre”. «Il nostro era un rapporto improntato al principio di “autorità generativa”. È qualcosa di più del rapporto tra maestra e allieva o maestro e allievo, è una relazione in cui una persona dotata di autorevolezza e contenuti si mette a disposizione di un’altra per farla crescere e farla arrivare al suo livello. Questo faceva Luisa con me, giovane laureata che vedeva dotata. “Pensi bene e scrivi bene quello che pensi” mi disse una volta: una frase che non scorderò mai. Lei ascoltava, leggeva, correggeva, mi indirizzava. Si era creato un vincolo che non era un legame di potere ma un legame che nasce da una relazione che arricchisce entrambe e non ingabbia perché nasce da quell’amore filosofico di cui parla Platone. Tant’è che un giorno ci dicemmo che non c’era più bisogno che lei correggesse i miei scritti e che potevo volare per la mia strada. Ecco, lei la chiamava autorità “generativa” perché trasmette, genera novità. Se usciamo dall’ambito filosofico, questo è il senso della relazione collegiale, collettiva di ogni azione che si vuole dire femminista. E qui sta la differenza tra autorità e autoritarismo, dove il secondo è tipicamente maschile. Quando diciamo che la politica è scollegata dalla vita dei cittadini e delle cittadine diciamo questo: non riconosciamo autorità alla politica contemporanea. In questo il femminismo e il pensiero di Luisa contenuto nel libro “Autorità” darebbe una grande lezione alla politica contemporanea».
Buttarelli ci aiuta ancora a capire attraverso i suoi racconti. «Muraro, a un certo punto, alla fine degli anni ’90, chiuse la rivista Via Dogana che lei stessa aveva aperto, perché diceva che non capiva dove volessero andare le donne dopo aver rotto il soffitto di cristallo. Eravamo arrivate alla fine del percorso di emancipazione, le donne conquistavano posizioni prima precluse, però questo protagonismo non assumeva su di sé i valori della libertà femminile. Vedeva omologazione, non la valorizzazione della differenza. Lei coglieva tutta l’ambiguità del limite superato. Ecco, quello che vedo oggi, prepotente, è proprio il rischio di un femminismo che diventa esaltazione della singolarità, un’emancipazione che diventa un assoluto senza qualità».
In questa visione Muraro era stata, come sempre, profetica. E valorizzare, oggi, quelle riflessioni, come quelle di Carla Lonzi, aiuterebbe a superare certi fraintendimenti sul femminismo quando viene visto, da una parte, come movimento ostile agli uomini che punta alla sostituzione di un autoritarismo con un altro, e dall’altra, invece, quando viene ridotto all’esaltazione di singole donne arrivate a ruoli di potere: il soffitto di cristallo che si rompe, ma solo per poche. Che poi si omologano al sistema che è sempre stato maschile anziché lavorare perché anche le altre possano arrivarci.
Chiediamo a Buttarelli di fare esempi in politica: «La presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, quando parla, ha sempre ben presenta questa chiamata alla collegialità, dice spesso “Io sono qui, ma voi siete tutte sedute a fianco a me”. Quando una donna ha coscienza della differenza storica che la caratterizza, comprende che arrivare a un posto di potere vuol dire innescare un cambiamento per tutte. La nostra presidente del Consiglio Meloni, invece, pur sottolineando spesso di essere la prima donna presidente del Consiglio, si ferma lì, lavora per sé».
La generazione che usciva dal ’68 creava avanguardie in molti settori. La stessa Muraro, cacciata dal mondo accademico perché aveva aderito ai movimenti contro l’autoritarismo nelle università, prima di rientrarvi con autorevolezza ha insegnato nella scuola dell’obbligo e ha partecipato assieme a Lea Melandri e Elvio Fachinelli, all’esperienza della scuola antiautoritaria, dove si facevano anche le prime sperimentazioni con l’educazione sessuale. Erano gli anni in cui scrivevano e venivano letti a scuola Mario Lodi, Gianni Rodari e don Milani.
Era lo spirito del tempo in cui nasceva e respirava il femminismo italiano con il suo messaggio dirompente e rivoluzionario per la stessa sinistra istituzionale perché scardinava il concetto di autorità e la tendenza all’omologazione che non rispetta le differenze.
«Muraro ci ha insegnato che il femminismo è relazione: si lavora insieme, non ci salva da sole». A dircelo ora è un’altra protagonista che ha portato innovazione tra gli anni ’70 e ’80, Loredana Rotondo. Non una filosofa, ma un’autrice e regista Rai che del femminismo teorico però ha fatto una vera messa a terra grazie ai suoi programmi prima radiofonici e poi televisivi. Porta la sua firma il documentario del 1979 “Processo per stupro”, che documentò le fasi del processo penale per uno stupro di gruppo avvenuto nel 1977 a Nettuno, provincia di Latina: lì una grandiosa avvocata, Tina Lagostena Bassi, nelle sue arringhe, per la prima volta, stigmatizzava il modo in cui le vittime di violenza erano trattate nei processi e l’approccio maschilista dei difensori degli imputati.
Il film fu deflagrante per l’opinione pubblica. Racconta Rotondo: «La Rai, come spesso faceva allora, valutava come i programmi erano stati presi dagli spettatori attraverso un’indagine statistica. Be’, molti uomini ammisero di aver fatto una scoperta che aveva un valore etico: si erano resi conto per la prima volta che emergeva uno sguardo femminile, relativamente a un fenomeno forte come la violenza sessuale in quel caso. Uno sguardo che non prendevano in considerazione semplicemente perché non lo conoscevano, ed era uno sguardo “differente”. Ecco, in pratica, nella vita reale, quella differenza che filosoficamente Muraro e Lonzi portavano alla luce e a cui davano un valore». E che trovava la sua concretezza nei dibattiti pubblici, negli articoli di giornale, nelle opere radiofoniche e televisive come “Processo allo stupro”.
«Sono diventata femminista facendo il programma “Chiamate Roma 3131”, in onda a Rai radio 2 dal 1969 al 1995. – racconta Rotondo – Ero stata appena assunta in Rai e venivo da anni di lavoro negli Stati Uniti proprio nel periodo in cui il femminismo nasceva lì, quindi sono arrivata a Roma carica di un anticipo di progetti e di idee. A Chiamate Roma 3131 raccoglievamo quattro, cinque telefonate al giorno: gli ascoltatori, anzi, soprattutto ascoltatrici, facevano domande su tutto, sulla relazione di coppia, sulla crescita dei figli, sul lavoro, sulla religione, sulla guerra… Bisognava trovare esperti che fossero in grado di rispondere. La maggioranza delle telefonate arrivavano da donne perché molte di loro, all’epoca, stavano a casa al mattino. E lì ho capito l’esigenza, l’urgenza di raccogliere la voce femminile e portarla allo scoperto. Poi, passando alla televisione, con Rai 2, la prima rete laica, nel 1975, mi resi conto che le immagini erano ancora più potenti delle parole. Si trattava di inventare un nuovo linguaggio per noi donne, che finalmente, potevano dire la nostra: eravamo un nuovo soggetto e avevamo un nuovo linguaggio: bisognava solo coglierlo e farlo conoscere. Eravamo noi donne a bucare la storia e raccontare il mondo con i nostri occhi. Le prime cose che feci in tv furono servizi in Puglia, nei paesi da dove erano partiti i migranti».
Ma è stata soprattutto dopo “Processo per stupro”, grazie a Tina Lagostena Bassi, la svolta: «Fu come se avessimo finalmente rotto qualcosa: un dominio maschile, anche nel narrare. Ricordo i giorni in cui ero invitata alla Libreria delle donne, a parlare del mio lavoro: di quegli incontri con Muraro ricordo quanto fossero preziosi, momenti in cui guardavo dentro le sue parole, coglievo le sue intuizioni e comprendevo il senso profondo di quello che facevo ogni giorno. Ne vedevo il ritorno “pratico”».
Intuitiva, avanguardista, Luisa Muraro riuscì a rientrare all’università come ricercatrice a Verona agli inizi degli anni ’80 e lì fondò la comunità filosofica Diotima. Ma pur essendo un’autorità intellettuale indiscussa non riuscì a ottenere una cattedra: quando provò il concorso, dalla sua cartella furono sottratti dei titoli: un “furto” che lei rivelò in un’intervista all’Unità. Da quel momento non volle più fare altri concorsi.
Oggi Annarosa Buttarelli desidera fare con gli scritti della sua “madre e maestra” l’operazione già fatta, magistralmente, con quelli di Carla Lonzi: raccoglierli tutti, preparare nuove pubblicazioni. Perché Muraro ci parli ancora.
(Corriere della Sera, 17 giugno 2026)
Ho conosciuto Luisa Muraro da adolescente, grazie alle mie insegnanti femministe che erano impegnate attivamente nel Centro Documentazione Donna di Foggia. Loro stavano vivendo quella straordinaria stagione del movimento politico delle donne, che tra gli Ottanta e Novanta gettò le basi del pensiero della differenza sessuale in Italia e che vedeva in Luisa Muraro e nella Libreria delle donne di Milano un punto di riferimento indiscusso.
Mi appassionai così tanto all’opera collettiva della Libreria delle donne di Milano Non credere di avere dei diritti e poi ai primi testi di Diotima, che andai a studiare a Verona per avere Luisa come maestra. Nel frattempo, prima di approdare a Verona, la conobbi a Roma al Centro Virginia Woolf e mi fece subito piangere, perché a differenza del tono dolce e incoraggiante che aveva avuto nel nostro carteggio, lì fu dura e poco accogliente. Inoltre, conobbi in quell’occasione un’umanità femminile per me prima sconosciuta. Donne singolari, stravaganti, anticonformiste, che dicevano cose strane, tutte ammassate nella stessa sala e estremamente interessate a quanto stavano pensando e discutendo assieme. Si percepiva che stavano facendo qualcosa di molto importante assieme. Ho capito in quella stanza il sentimento e le emozioni che devono essere comuni alle rivoluzioni: c’era un senso di partecipazione straordinario, un esserci in prima persona che brillava.
Nonostante le lacrime dell’adolescente che ero allora, la passione per la filosofia femminista che Luisa incarnava mi portò all’Università di Verona dove fui la sua prima laureata e la “sua cavia”, diceva scherzando.
L’università che ho vissuto e condiviso con intensità negli anni della mia formazione con lei è stata un’università originale, estremamente appassionante (e faticosa), formativa e trasformativa. Un’università «messa sottosopra da quel partire da sé» che lei riusciva a creare in una straordinaria combinazione di capacità teorica e filosofica e valore dell’esperienza. Un circolo ermeneutico che illuminava le aule a giorno e ci rendeva tutti più intelligenti e più capaci di ogni cosa. In quel periodo ci fu un investimento importante e reciproco nelle relazioni tra lei – assieme alle altre docenti di Diotima – e noi studentesse. Relazioni che sono diventate creative e inventive di diverse situazioni e contesti (Scuoletta di filosofia poi diventata Scuola di scrittura, Laboratorio tesi, Movimento di Autoriforma della Scuola e dell’Università), che mi hanno fatto assaggiare un sapore che non ho più voluto perdere e che è tuttora rappresenta il senso irrinunciabile del mio essere docente all’università: il gusto della relazione, della partecipazione e dell’esserci a partire da sé.
Tra le situazioni e i contesti creati assieme, mi piace ricordare il Laboratorio tesi, uno spazio informale di incontro e dialogo attorno alle tesi di laurea che, peraltro, ha avuto una lunghissima vita grazie a Chiara Zamboni e a Wanda Tommasi e che ancora vive come pratica stabile nella nostra università. Le tesi, come esercizio di pensiero in relazione con Luisa, erano diventate per noi, sue seguaci e accolite, un’esperienza amorosa, emotiva e affettiva assai intensa. Parlavamo delle nostre ricerche su Carla Lonzi, su Margherita Porete, su Luce Irigaray, su Emily Dickinson, come delle nostre relazioni sentimentali più coinvolgenti. Nei lunghi pomeriggi o nelle serate passate a casa dell’una o dell’altra, tra flusso di coscienza ininterrotto, intuizioni che ci sembravano geniali e rivoluzionarie, un appunto da fissare urgentemente su un quaderno e un piatto di pasta, la vita si intensificava meravigliosamente.
Ora sento una nostalgia pungente di ciò che è stato. E di ciò che non è mai stato e non sarà più.
Ciao Luisa, con gratitudine.
(L’imprevista, 17 giugno 2026)
COMUNICATO STAMPA
Auser Lombardia esprime profondo cordoglio per la scomparsa di Luisa Muraro, filosofa, attivista e figura cardine del femminismo italiano e internazionale, spentasi a Milano all’età di ottantasei anni. Cofondatrice della storica Libreria delle donne di Milano nel 1975 e della comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, Muraro ha dedicato la sua intera esistenza a scardinare i modelli patriarcali, dando voce e dignità all’esperienza femminile attraverso il pensiero della differenza sessuale.
Per Auser Lombardia, un’organizzazione da sempre in prima linea nella difesa dei diritti, nel contrasto alle discriminazioni di genere e nel supporto alle donne di ogni generazione, la perdita di Luisa Muraro – avvenuta a pochissima distanza da quella della sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica Lia Cigarini – lascia un grande vuoto, ma consegna anche un’eredità morale e intellettuale imprescindibile.
«Con la scomparsa di Luisa Muraro perdiamo una maestra straordinaria – dichiara Tiziana Scalco, Presidente di Auser Lombardia –. Luisa era una mente illuminata che ha insegnato a generazioni di donne il valore della libertà, dell’autodeterminazione e della parola “a partire da sé”. In un momento storico complesso come quello attuale, in cui i diritti delle donne sono tragicamente messi sotto attacco, la violenza di genere non accenna a diminuire, il concetto di femminicidio viene messo in discussione e vecchi modelli patriarcali tentano di riaffermarsi, il pensiero di Luisa è più vivo e necessario che mai. Auser Lombardia vuole onorare la sua memoria trasformando il suo immenso patrimonio ideale in potenziamento della nostra azione quotidiana: il nostro impegno per la tutela dei diritti delle donne, per il superamento delle solitudini e per la costruzione di una società basata sulle relazioni e sulla solidarietà si nutre anche della sua lezione. Luisa ci ha insegnato a fare luce dove c’è buio; continueremo a farlo nei territori, accanto alle donne e difendendo la loro libertà e la loro dignità in ogni fase della vita».
(Auser Regionale Lombardia APS – ETS, Milano, 15 giugno 2026)
Apprendo con profondo dolore la notizia della morte di Luisa Muraro, filosofa, pensatrice femminista, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica Diotima
Con lei se ne va una delle voci più autorevoli del pensiero della differenza sessuale in Italia, una donna che ha saputo trasformare la filosofia in pratica viva di relazione, libertà e autorità femminile.
Luisa Muraro ha attraversato la storia culturale e politica del nostro Paese lasciando un segno profondo. Il suo lavoro ha contribuito a dare parola, forma e dignità al pensiero delle donne, rompendo schemi, aprendo spazi, costruendo luoghi di confronto e di sapere.
Milano le deve molto.
La Libreria delle donne non è stata soltanto uno spazio culturale, è stata – ed è ancora – un presidio politico, simbolico e intellettuale della nostra città.
Un luogo in cui generazioni di donne hanno potuto pensarsi libere, autorevoli, capaci di nominare il mondo a partire da sé.
In un tempo in cui il dibattito pubblico tende spesso alla semplificazione, la lezione di Luisa Muraro ci ricorda il valore della parola pensata, della relazione, della differenza, della libertà femminile come pratica quotidiana e politica.
Alla Libreria delle donne di Milano, alla comunità di Diotima, alle sue allieve, ai suoi allievi e a tutte le persone che l’hanno amata e ascoltata va il mio cordoglio più sincero.
Monica Romano
Consigliera comunale di Milano
Vicepresidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili Vicepresidente Commissione Speciale contro i discorsi e i fenomeni d’odio
(comunicato stampa, 15 giugno 2026)
FEMMINISMO Addio alla femminista, madre e maestra del pensiero della differenza sessuale. Tra i suoi libri più significativi «Maglia o uncinetto» (1981) e «L’ordine simbolico della madre» (1991)
Poco più di un anno fa Vita Cosentino e Laura Colombo (della Libreria delle donne di Milano), Chiara Zamboni (della comunità filosofica «Diotima» di Verona) e io ci siamo incontrate mosse dal desiderio di manifestare con un gesto pubblico e corale la nostra gratitudine nei confronti di Luisa Muraro. Da un po’ di tempo Luisa non era nel pieno della sua forma, parlava poco e talvolta si ritraeva dalle riunioni della Libreria come già da quelle di Diotima. E noi quel grazie volevamo dirglielo finché c’era ed era in grado di riceverlo, in un paese che si accorge delle sue eccellenze (tanto più femminili) solo quando non ci sono più.
Da quel desiderio, e grazie all’apporto di altre amiche della Libreria e di Diotima, è nato il convegno sul pensiero di Luisa che si è tenuto all’Università Cattolica di Milano il 20 settembre dell’anno scorso, una giornata intensa e affollata, affettuosa e sincera alla quale Luisa ha partecipato felice e a sua volta grata, e dalla quale è venuto fuori un libro a più mani, Come quando si accende la luce (citazione da un testo di Luisa del 2011, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna), di imminente uscita per Mimesis.
Eravamo impazienti di portarlo a Luisa per festeggiarlo con lei, ma non accadrà. Luisa si è spenta ieri, il giorno prima del suo compleanno, dopo essere sopravvissuta per meno di due mesi alla scomparsa di Lia Cigarini, sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica, a riprova dell’inossidabilità di una coppia che ha orientato per più di mezzo secolo il femminismo della differenza italiano. Luisa e Lia, Lia e Luisa: sembra impossibile rassegnarsi a fare a meno di una doppia presenza che diventa un doppio vuoto e apre per tutte noi, inutile negarlo, una voragine.
IN PREPARAZIONE del convegno milanese era uscito Esserci davvero, un Quaderno di «Via Dogana» che raccoglie, insieme con la bibliografia completa di Luisa, una sua lunga conversazione del 2003 con Clara Jourdan. Un testo prezioso, in cui Luisa ripercorre le tappe principali del suo percorso personale e politico (l’infanzia segnata dalla guerra e dalla Resistenza; il disorientamento della giovinezza, prima di trovare una bussola nelle relazioni con Rosetta Infelise, Elvio Fachinelli, Lia; «l’esserci nella storia» scoperto nel Sessantotto, e «l’esserci davvero, in prima persona, senza dadi truccati» scoperto nel femminismo, ma soprattutto mette a nudo il suo rapporto esistenziale con la scrittura, pratica di messa in forma del vissuto, del pensiero e di sé stessa («scrivo per salvarmi l’anima»), che nella lettura e nell’ascolto delle altre trova autorizzazione e rispondenza. Altrettanto prezioso è un altro libro-intervista con Riccardo Fanciullacci, Non si può insegnare tutto (2013), dove il racconto si allunga fino ad anni più recenti, con il fuoco spostato stavolta sulla pratica filosofica. Parto da questi due testi invece che da altri e più famosi perché entrambi restituiscono come meglio non si potrebbe, in forma dialogica e in lingua corrente, lo stile unico e inimitabile del pensiero di Luisa, che procede sempre sul doppio registro della metafora e della metonimia, dell’astrazione e delle piste indiziarie, del rigore logico e delle libere associazioni, della teoresi e del racconto. E perché il tema della passione della scrittura come messa in forma «di ciò che è ancora semipensato, ma già vissuto» ci introduce a quello che si può considerare il nocciolo della ricerca filosofica di Muraro: il problema della dicibilità dell’esperienza e della attendibilità della verità soggettiva, problema che percorre come un filo rosso tutta la sua produzione, da Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia (1981) a L’ordine simbolico della madre (1991) agli svariati saggi sulla politica del simbolico pubblicati nei volumi collettivi di Diotima e altrove.
SI TRATTA DI UN PROBLEMA squisitamente filosofico, che muove però nel percorso di Muraro da un fatto storico e da un’urgenza politica, e trova soluzione nella pratica prima che nella teoria. L’urgenza politica è quella di dare voce e significato all’esperienza muta o tacitata del «corpo sociale selvaggio», cioè di quella parte della società che non trova rappresentazione nel discorso dominante ed è costretta all’imitazione del linguaggio altrui e al conformismo. È la condizione tradizionale delle donne ma non solo la loro, una condizione di miseria simbolica prima che di oppressione materiale dalla quale siamo uscite con la rivoluzione femminista degli anni 70, grazie alle pratiche di separazione dal discorso maschile, di presa di parola «a partire da sé», di autorizzazione reciproca a «dire la verità» che ci hanno fatto guadagnare indipendenza simbolica dal maschile. Un fatto storico di cui Luisa è protagonista e testimone, e che assume per lei il valore di un evento epistemico. Che da un lato la porta a rileggere la storia delle donne del passato restituendo voce a quante sono state concepite dalla storiografia ufficiale solo come vittime passive (La signora del gioco, 1976; Guglielma e Maifreda, 1991). Dall’altro lato apre la strada, per le donne e per tutti, a una politica reinventata, che mette al primo posto la modificazione del regime del dicibile e dell’indicibile, del visibile e dell’invisibile, del vero e del falso, in una parola dell’ordine simbolico che detta le regole dell’intellegibilità dell’esperienza: senza la quale modificazione i tentativi di sovversione dell’ordine sociale sono destinati a bloccarsi e a ricadere nella ripetizione, come la storia delle rivoluzioni novecentesche andate a male insegna.
In termini più strettamente filosofici, quello che è in gioco nella ricerca di Muraro è un ripensamento impegnativo del circolo fra esperienza, linguaggio, verità e realtà, dove l’esperienza è l’intervallo fra il già e il non ancora interpretato, il linguaggio la nomina e le dà significato, la verità risuona quando dice qualcosa che altrimenti non esisterebbe, e il reale si allarga a ciò che prima restava muto e nascosto (cruciali, in quest’ultima direzione, i testi sulla mistica femminile).
QUESTO CIRCOLO colloca il pensiero di Muraro in una posizione originale nel panorama filosofico novecentesco cui pure appartiene integralmente, nonché nel panorama internazionale della teoria femminista con cui pure dialoga costantemente. Potremmo definirla una collocazione terza rispetto alle contrapposizioni fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione che hanno dominato la scena nella seconda metà del secolo scorso. Muovendo dall’analisi della posizione di internità estraniata delle donne nell’edificio sociopolitico moderno, Muraro assume in pieno la crisi del paradigma moderno ma senza cedere alla deriva postmoderna della dissoluzione del soggetto, anzi rilanciandone la potenzialità politica di trasformazione del reale. E muovendo dalla critica dell’ordine simbolico dominante assume il metodo imprescindibile della decostruzione, ma senza cedere alla deriva di una critica interminabile e allergica a qualunque approdo affermativo e a qualunque verità attendibile. Ne consegue una filosofia pratica, impegnata nella trasformazione di sé e del mondo, che declinando la differenza come leva del conflitto potenzia la migliore tradizione del pensiero politico sovversivo italiano (Toni Negri, La differenza italiana, 2005). E ne consegue anche l’originalità del pensiero italiano della differenza sessuale rispetto alla teoria femminista soprattutto anglofona, che nelle secche della contrapposizione fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione è rimasta e rimane tuttora molto spesso impigliata. Non stupisce dunque, per quanto sia un indice della loro lacunosità, che la figura di Muraro trovi raramente posto nelle mappe geo-filosofiche più accreditate di una teoria femminista sovente tutt’altro che indipendente dalle scuole maschili. Sorprende di più che sia la scena femminista italiana a subire l’influenza di etichette, classificazioni e imputazioni – le sempreverdi accuse di essenzialismo e «monumentalizzazione del materno» rivolte al pensiero della differenza – nate altrove, che il pensiero di Luisa vanifica ponendosi peraltro oltre il canone della «teoria femminista».
CON LUISA siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.
Eppure, detto tutto questo di Luisa non abbiamo ancora detto l’essenziale. Che sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto, che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti. Luisa la chiamava la mossa della schivata: cambiare improvvisamente traiettoria, non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine del discorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire una prospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio.
Luisa era così, non la trovavi mai dove pensavi che fosse, e ti costringeva sempre a spostarti a tua volta impedendo sul nascere fissazioni e arroccamenti. Era il suo modo, talvolta non poco ruvido, di essere e aiutarti a essere libera. La sua luce si spegne mentre il mondo in cui siamo cresciute si capovolge, la guerra che aveva offeso la sua infanzia torna a massacrare la vita e a umiliare la politica, la tecnologia pretende di catturare e ammutolire l’esperienza, la libertà femminile diventa preda di fantasie di ripristino di sovrani e patriarchi claudicanti. «Un nuovo disordine simbolico si è installato sul protrarsi di un patto sociale morto», scriveva già nel 2012 in Dio è violent, consapevole di quanto il cambio di stagione sfidasse la scommessa politica della differenza ma pronta ad accettare la sfida e ad alzare la posta. Il disordine sarà più buio senza la sua capacità di fare luce, ma l’immenso patrimonio che ci lascia è lì per noi come un bene comune a cui attingere, ancora e encore.
SCHEDA. Qualche nota biografica
Nata il 14 giugno del 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza), Luisa Muraro si accosta alla filosofia negli anni 60 con Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano, dedicandosi soprattutto agli studi di linguistica e di filosofia della scienza. La partecipazione alla rivolta del ’68 e alla «rivolta nella rivolta» femminista decidono il seguito del suo percorso biografico, politico e filosofico. Nel ‘70 entra nel DEMAU, gruppo pionieristico del femminismo della differenza, dove incontra Lia Cigarini; con lei e altre fonderà nel ‘75 la Libreria delle donne di Milano. Dei primi anni 70 anche l’incontro con Elvio Fachinelli e la psicoanalisi, con la conseguente partecipazione, con Lea Melandri, alla rivista «L’Erba voglio» e a un esperimento antiautoritario di didattica nella scuola dell’obbligo. Traduce e introduce in Italia il pensiero della differenza sessuale di Luce Irigaray. Insegna in seguito all’Università di Verona, dove con Chiara Zamboni, Adriana Cavarero e altre fonda nell’83 la comunità filosofica femminile Diotima, cui dopo Chernobyl si affiancherà la comunità scientifica femminile Ipazia. Ma innumerevoli sono i luoghi di pensiero e pratica politica femminista che portano la sua impronta in tutta Italia, a partire dal Centro culturale Virginia Woolf-B di Roma, e frequenti i contatti con il femminismo internazionale, in Spagna, Francia, Germania, negli Stati uniti, in Cile, nello Yemen, in Burkina Faso Nel ‘91 dà vita alla rivista della Libreria di Milano «Via Dogana», nel ‘93 avvia con altre il Movimento di autoriforma della scuola e dell’università, dal 2007 al 2017 tiene in Libreria una Scuola di scrittura pensante. La sua sconfinata bibliografia, curata e pubblicata da Clara Jourdan in «Esserci davvero», include oltre 25 monografie, più di cento volumi collettanei, innumerevoli interventi su «il manifesto», «l’Unità» e altri quotidiani, su riviste specialistiche, settimanali pop, siti web, nonché interviste radiofoniche e televisive.
(il manifesto, 14 giugno 2026)
La morte di Luisa Muraro lascia un vuoto difficile da nominare. Non soltanto perché scompare una delle più importanti pensatrici del Novecento e di questo primo scorcio di secolo, ma perché viene meno una figura che per molte e molti è stata insieme maestra, interlocutrice, misura e orientamento.
Una figura che ha attraversato anche Palermo, dove è venuta più volte su invito della Biblioteca delle donne e del Centro di consulenza legale UDIPalermo, per presentare i suoi libri, partecipare a incontri e seminari.
Colpiva il rigore del suo pensiero, sempre esigente e mai accomodante. Colpivano anche la sua capacità di ascolto e la generosità con cui metteva in circolo idee, intuizioni e domande. Non parlava da un sapere già concluso: piuttosto dalla passione di chi continua a cercare, insieme ad altre, parole capaci di dire il reale.
Il suo lavoro ha segnato profondamente il pensiero contemporaneo perché non è nato dall’elaborazione di un sistema teorico astratto, separato dalla vita. È nato dentro l’esperienza del femminismo, nelle pratiche politiche delle donne, nelle relazioni, nei conflitti, nelle scoperte che quel movimento ha reso possibili. Per Luisa il femminismo non è stato un tema da studiare né un settore particolare del sapere: è stato il luogo a partire dal quale il pensiero ha preso forma e si è trasformato. Da qui si comprende come il pensiero non si separi dal luogo in cui prende parola, e come quel luogo ne modifichi il senso.
Ha insegnato a generazioni di donne a dare credito alla propria esperienza, a riconoscere che la relazione non è un fatto secondario o privato, ma una condizione fondamentale dell’esistenza umana; che la lingua non è uno strumento neutro, ma il luogo in cui si forma il senso del mondo; che l’autorità può esistere senza dominio e senza potere.
Tra i suoi libri, L’ordine simbolico della madre segna una svolta decisiva. In quelle pagine Muraro mette in questione l’idea di un soggetto autosufficiente, riportando al centro la relazione originaria con la madre come ciò da cui ciascuna e ciascuno prende avvio. Nessuna e nessuno viene al mondo da sé: si nasce dentro una relazione e si entra nel linguaggio attraverso una voce ricevuta. In questa esperienza originaria, non riconosciuta nel suo valore simbolico, Muraro indica una condizione che riguarda tutte e tutti.
Non era una questione soltanto teorica: per molte il pensiero di Luisa Muraro ha aperto un diverso rapporto con la propria esperienza e con le parole necessarie a nominarla.
È stata una maestra nel significato più profondo della parola: non perché offrisse risposte definitive, ma perché sapeva aprire domande che cambiano il modo di stare al mondo.
Aveva il raro dono di rendere più esigente il pensare e insieme più libera la vita.
La salutiamo con dolore profondo, sapendo che il modo migliore per onorarla non è custodirne il ricordo come qualcosa di concluso. È continuare a fare ciò che lei ci ha insegnato: partire dall’esperienza, cercare parole vere, affidarci a ciò che tiene insieme le vite, andare più a fondo nel presente.
(Pressenza, 14 giugno 2026)
È difficile scrivere di Luisa Muraro al passato.
Con la sua morte scompare una delle pensatrici che più profondamente hanno segnato il femminismo e la filosofia contemporanea, una pensatrice che ha cambiato il modo di intendere la differenza sessuale, la politica, il linguaggio e l’autorità. Ci legava una lunga amicizia politica. Per noi a Palermo, è stata anche una presenza reale: nelle nostre pratiche, nelle relazioni che le hanno alimentate e nei percorsi di libertà che abbiamo cercato di costruire.
Nel corso degli anni è venuta tante volte nella nostra città. L’abbiamo invitata a discutere dei suoi libri, a partecipare a seminari, a confrontarsi con donne e uomini. Ogni volta colpivano il rigore del suo pensiero e la disponibilità autentica allo scambio. Ricordiamo la sua capacità di ascoltare una domanda fino in fondo, di non accontentarsi delle formule, di riportare sempre la discussione all’esperienza viva. Non era interessata alle parole che sostituiscono la realtà; cercava piuttosto quelle che permettono di avvicinarla.
Luisa ci ha insegnato che occorre interrogare continuamente il luogo da cui parliamo, partire da sé e dalla propria esperienza, cercando parole fedeli a ciò che si vive, ma senza “farsi trovare” là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe. Ci ha insegnato a diffidare delle astrazioni che si allontanano dalla vita e a riconoscere che il pensiero nasce nelle relazioni, nelle pratiche, nell’esperienza condivisa.
Da questa ricerca sono nati libri che hanno lasciato un segno profondo nel pensiero delle donne e non solo. Tra questi, L’ordine simbolico della madre, che ha rappresentato una svolta decisiva. Muraro vi riportava al centro ciò che la cultura aveva reso invisibile: la relazione originaria da cui veniamo, la lingua ricevuta da una donna, il fatto che nessuna e nessuno si dà da sé, l’autorità che nasce dal riconoscimento e non dal potere. Mostrava che proprio quel legame, rimasto senza rappresentazione simbolica, custodisce una verità fondamentale della nostra esistenza e apre nuove possibilità di pensare la libertà, il linguaggio, l’autorità e la convivenza umana. Luisa aveva una qualità rara: faceva sentire il pensiero come una possibilità aperta, non come qualcosa di già acquisito. Non occupava lo spazio. Lo rendeva abitabile.
Per questo la sua scomparsa ci addolora profondamente.
Ma insieme al dolore c’è la gratitudine per ciò che ha saputo mettere in circolo: relazioni, domande, pratiche di libertà, fiducia nella capacità delle donne di produrre pensiero e trasformazione.
Ed è forse questo che rende possibile il suo continuare a “esserci davvero”.
(Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale UDIPALERMO, 14 giugno 2026)
Nel 1975 Luisa Muraro e altre quindici donne crearono un luogo che avrebbe cambiato il femminismo: un negozio e centro culturale con libri solo scritti da donne. Trovarono autrici inglesi, americane, tedesche che l’Italia non aveva mai tradotto
Sua madre aveva trovato un volantino. C’era scritto: Accademia delle Piccole Filosofe e dei Piccoli Filosofi. Era il 2015. Fosca Giovanelli aveva undici anni. Si annoiava, leggeva tanto. Andò alla Libreria delle donne di Milano. Dentro c’era Luisa Muraro, e adulte coltissime, abituate a prendere la parola. Muraro cominciò a leggere quello che scriveva. Correggeva, commentava, restituiva. Una bambina consegnava pagine. Una filosofa le prendeva sul serio. Fosca non sapeva ancora che quella fosse già una scuola. Oggi ha ventidue anni, studia filosofia ed è la socia più giovane della Libreria – quella che Muraro contribuì a fondare.
Via Dogana è una strada di quaranta metri, incastrata tra Duomo e Palazzo Reale. Nomen omen, verrebbe da dire. Nel 1975, in quel budello del centro antico, il 15 ottobre, al numero 2, quindici donne aprirono un varco, «una porta sulla strada». Dentro: libri scritti solo da donne. Nel 2001, quando il Comune chiese quarantamila euro l’anno per quei locali, la Libreria dovette andarsene. Si spostò in via Pietro Calvi 29, zona Dateo, vicino a piazza Cinque Giornate. Un indirizzo meno simbolico, forse più esatto. Lì non si arriva per sbaglio. L’insegna è discreta, in una via defilata. Non salta agli occhi. Non è mai saltata agli occhi. Dal centro alla periferia borghese. E la porta sulla strada rimase aperta, anche lì.
Renata Sarfati, che quel primo giorno c’era, ricorda tutto. Parigi, un convegno, le francesi con la loro libreria. Il treno del ritorno. «Perché non noi?». Era già una risposta. «Fu un’impresa materiale». Quindici donne, una cooperativa, i soldi messi insieme centesimo per centesimo.Alle artiste della città dissero: dateci qualcosa. Dadamaino diede. Grazia Varisco diede. Valentina Berardinone diede. Lea Vergine curò il portfolio. Nessuna telefonata ai partiti, nessuna supplica al Comune. «Così abbiamo aperto», dice adesso. La voce è ferma. Prima ancora c’erano stati i gruppi di autocoscienza. Riunioni nelle case private, a turno. Le donne parlavano di sé partendo da sé. Era la pratica che il femminismo della differenza sessuale opponeva all’emancipazionismo: non diventare uguali agli uomini, ma partire dalla propria esperienza. La Libreria fu il passo successivo. Quel pensiero aveva bisogno di misurarsi con una forma: scaffali, affitto, cassa, una porta sulla strada. Anche questo, dice Sarfati, fu un tratto milanese. Non solo pensare. Fare. Tenere in piedi. Durare. Un rigore a volte difficile, necessario.
La scelta dei libri fu una ricognizione paziente. Austen, Woolf, Morante esistevano già, ma nei repertori editoriali restavano confinate tra le letture per fanciulle, in una zona minore, quasi pedagogica. «Abbiamo preso tutti i cataloghi e cominciato a dire: questo sì, questo sì», ricorda Sarfati. Trovarono autrici inglesi, americane, tedesche che l’Italia non aveva mai tradotto. Le serate in via Dogana non somigliavano a presentazioni di libri. Si cominciava alle sei, si finiva alle nove. Figli e amanti, fratelli e mariti, annessi e connessi. Nessuna critica letteraria – si cercava di entrare nel cuore del testo, di trovare parti di sé nei personaggi. «Ci siamo appassionate in modo straordinario». Una ventina di titoli scelti tra centinaia fu il risultato di discussioni aspre: chi preferiva la protagonista passionale che scappava di casa con il suo amore, chi preferiva quella razionale. «Non eravamo d’accordo. Ma i conflitti erano produttivi».
«È girata la voce che non eravamo simpatiche», ammette Sarfati. «C’era chi si aspettava un’accoglienza sororale immediata – siamo donne, ci vogliamo bene. Non avevamo questo atteggiamento. Volevamo relazioni vere, non solidarietà per decreto». Un femminismo esigente.Che a Milano, in quella via stretta dietro il Duomo, aveva trovato la sua forma severa e concreta. Romanzi, riunioni, turni, dibattiti. E poi il lavoro, i tempi, la maternità, la carriera, la fatica di entrare nel mondo degli uomini senza diventarne la copia più stanca. Lo chiamavano «doppio sì»: sì ai figli, sì al lavoro.
Non tutte, però, si riconoscevano in quel mondo. Francesca Zajczyk, sociologa urbana, per trent’anni alla Statale, non indulge alla celebrazione. La Libreria l’ha guardata a lungo da fuori. «Erano mondi altri», dice. Altri anche rispetto alla Milano delle istituzioni, delle deleghe, della politica amministrata. Oggi ne riconosce il salto: «Un’apertura virtuosa», la chiama. Un luogo che ha prodotto pensiero. Che ha costretto anche chi restava fuori a misurarsi con uno scarto. Poi si ferma. Come se stesse ancora decidendo quanto concedere. «Il passo è stato fatto», dice. E subito: «Non compiuto. Ma fatto».
Quel passo, oggi, ha anche il volto imprevisto di un uomo. Umberto Varischio – settant’anni, informatico in pensione – è uno dei due che frequentano la Libreria ogni settimana. «Per me il femminismo non era una novità», dice. «Negli anni Settanta l’ho incontrato in fabbrica, nelle organizzazioni sindacali». Ma la Libreria è stata diversa. Ha trovato «un pensiero forte, che apre problemi che non finiscono mai». Anche sul maschile: il cameratismo, le resistenze, la fatica di non rimettersi al centro. «Mi ha cambiato la vita», dice. Senza enfasi.
Lia Cigarini, l’avvocata che aveva voluto la Libreria più di chiunque altra, è morta poco più di due mesi fa. Ora se ne va Muraro. Le fondatrici lasciano, una dopo l’altra. Eppure, in via Pietro Calvi la porta è ancora aperta. Il giovedì, al banco, c’è Fosca. «Che libro cerca?». E la Libreria ricomincia.
(Corriere della Sera, 14 giugno 2026)
C’è una questione che mi sta a cuore da tempo: la relazione di differenza tra donne. Ne avevo già posto l’esigenza in un VD3 del 2024, Lingua è politica, e la riprendo oggi riferendomi, come allora ma più approfonditamente, a un articolo di Luisa Muraro dal titolo Differenze tra donne differenza sessuale, comparso in un altro numero di Via Dogana 3 dedicato alla lingua, dal titolo La parola giusta ha in sé il potere della realtà (dicembre 2018). In quel testo Luisa introduce quella che definisce una buona intuizione su cui deve ancora riflettere e la espone facendo due passaggi. Il primo riguarda il fatto che quando una donna assume la propria parzialità femminile dicendo «io sono una donna», lì la differenza sessuale ha già operato: quindi la differenza è in e non tra uomini e donne. Nel secondo passaggio dice: «la differenza sessuale che ha già operato, traspare con il mio (tuo… nostro, vostro…) riconoscermi nelle altre donne. Essa consiste dunque nelle differenze tra donne; ma non è una consistenza, è un principio evolutivo della vita che si sviluppa e traduce nella cultura umana».
Il fatto che la differenza sessuale “consiste” nelle differenze tra donne porta a pensare che, se ci occupiamo della sua traduzione in pratica politica, di conseguenza in qualunque tipo di relazione tra donne la differenza tra donne è all’opera in vario modo e in vario grado: approfondire questa questione è, con ogni probabilità, lo sviluppo su cui si deve ancora riflettere. Quando poi Luisa Muraro afferma che «non è una consistenza, bensì un principio evolutivo della vita» introduce un pensiero di primo acchito enigmatico che però chiarisce nel numero successivo (aprile 2019) in un testo dal titolo Coscienza evolutiva. In quell’articolo, di fronte ai grandi progetti politici di cambiamento che si sono rivelati catastrofici, Muraro si pone la domanda: «possiamo noi umani con le nostre specifiche caratteristiche, in primis la parola e l’autocoscienza, prolungare l’evoluzione indirizzandola su strade migliori per quel che riguarda la convivenza e la felicità?».
Ne intravvede la possibilità nelle “buone pratiche del femminismo” che secondo lei hanno la particolarità di corrispondere a comuni comportamenti femminili, ma ripresi in senso sovversivo. Si ricollega poi direttamente all’articolo precedente, riproponendo l’idea del senso libero della differenza che affiora attraverso le differenze tra donne, e prospettando una visione di cambiamento di civiltà con queste parole: «ora aggiungo che, grazie alla pratica delle relazioni e alla presenza nella vita pubblica, affiora anche un mondo di donne, mondo mai visto da cui gli uomini non sono esclusi: in quel mondo si ritrovano e si riconoscono, non però identici a prima perché non sono più nella posizione di prima, centrale e dominante. Sono lì fedeli a se stessi in relazione con donne. La posizione centrale dominante non è più di nessuno; non sarà di nessuno, mondo plurale senza un centro». Muraro considera anche questa un’intuizione da sviluppare nelle sue conseguenze e, in effetti, soprattutto la sua ultima affermazione dà molta materia su cui pensare.
Sono riflessioni che precedono sia il Covid sia la rivalsa maschile al virus, con il portato di morte e di distruzione che ci getta ogni giorno nell’impotenza e nell’angoscia: annebbia la mente e trascina anche il femminismo nel caos postpatriarcale e in modalità di contrapposizioni guerresche. Proprio per questo sono parole da riprendere e da riconsiderare, perché anche in questo tempo orribile comunque continua il lavorio profondo nel corpo della società e Luisa, come faceva sempre, con le sue parole apre nel presente strade impreviste.
Oggi, quindi, mi pare il tempo opportuno per riprendere la questione e fare della differenza tra donne una pratica politica, anzi meglio nominarla già come una pratica politica operante assieme a pratiche consolidate come autocoscienza, partire da sé, relazione privilegiata con un’altra donna, disparità, affidamento, autorità, relazione di differenza con gli uomini; e di cui si potranno approfondire gli aspetti e gli sviluppi man mano che si pratica.
Quando si nomina una nuova pratica è perché è già in atto e questo è capitato anche in passato, si arriva a nominare una pratica perché già è all’opera. Io stessa, infatti, posso portarne due esempi che mi riguardano. La mia relazione con Jennifer Guerra è di questo ordine: una relazione di differenza tra donne. Abbiamo impostazioni e riferimenti molto diversi: io Libreria delle donne e Pensiero della differenza, lei Non una di meno e Transfemminismo; io vecchia lei giovane, per dire quelle che balzano agli occhi. Sono entrata in relazione con lei perché nelle sue pubblicazioni c’era qualcosa che mi attirava e suscitava la mia curiosità a saperne di più. La curiosità penso sia un grande motore per questo tipo di relazioni. Se il suo primo libro, Il corpo elettrico, mi aveva interessato ma suscitato anche parecchie perplessità, poi con l’uscita del Capitale amoroso soprattutto io nella redazione ristretta di Via Dogana 3 ho desiderato invitarla per il numero Orientarsi con l’amore perché vedevo vicinanze e possibili scambi, come effettivamente è successo. Jennifer mi ha detto che in quell’occasione è stata colpita dal nostro modo di discutere nelle redazioni aperte, non finalizzato al raggiungimento di un qualche obiettivo, e da lì credo che sia nata anche in lei la curiosità di conoscerci meglio. È una relazione che dura da diversi anni non solo con me, ma con tutta la redazione e la ritengo produttiva proprio perché mantenendo chiare le nostre differenze apre un possibile terreno di scambio e di modificazione. L’altro esempio riguarda le stesse relazioni nella nostra redazione, in cui l’aspetto delle differenze tra donne è diventato sempre più evidente e tenuto in conto per quanto abbiamo scoperto sia produttivo di pensiero, perché, per le grandi trasformazioni in corso, soprattutto la differenza di età è diventata sempre di più una differenza di approccio al mondo. Si è visto in modo eclatante quando stavamo pensando il numero sul denaro: il diverso approccio nei confronti dei soldi, con concezioni che entravano addirittura in conflitto tra le vecchie e le giovani, ci ha fatto da bussola per pensare il taglio dell’incontro. Ma potrei dire la stessa cosa anche per il numero sull’intelligenza artificiale. Questo non toglie affatto che in redazione ci sia affidamento e senso della disparità, dice però che sono molto valorizzate le differenze che stanno nelle pieghe della disparità, contribuendo a far sì che l’autorità sia circolante e non cristallizzata.
Nominando questa nuova pratica mi sono accorta che in Libreria c’è sempre stata, che non è venuta fuori dal nulla. Infatti fin dagli inizi la Libreria non è mai stata un luogo omogeneo e c’era la consapevolezza di essere un luogo in cui la frequentazione era molto varia per stato sociale, per età, per situazione familiare, eccetera. Era ed è un luogo in cui le differenze tra donne possono parlarsi: per fare un esempio significativo e inconsueto ricordo che la differenza tra donne atee e donne credenti ha trovato in Libreria modo di dialogare in molte occasioni, soprattutto attraverso gli incontri voluti da Luisa Muraro nel ciclo Cibo del corpo cibo dell’anima.
Per molti anni Via Dogana ha avuto un ruolo importante al riguardo in quanto, essendo una rivista di pratica politica, ha dato voce a donne che in tutta Italia facevano la politica delle donne, che fossero grandi intellettuali, casalinghe, insegnanti, infermiere, impiegate, operaie. Rimane indimenticabile l’articolo Giacca fallata (VD 14/15) in cui Mafis Acerbis, operaia alla Santi Confezioni di Brescia, racconta insieme a Oriella Savoldi come lavora in fabbrica alla catena di montaggio e in che cosa consista la qualità del suo lavoro nel confezionare giacche.
Inoltre, se pensiamo alla vita della Libreria, come non vedere quanto è stata arricchita dalla differenza di ambiti di interesse, di propensioni, di talenti intellettuali tra Lia Cigarini e Luisa Muraro, come non vedere quanto gli attriti e le discussioni accese suscitate da queste differenze fossero generative di pensiero e di scrittura.
La pratica di relazione di differenza tra donne riguarda quell’ambito che nel femminismo oggi viene chiamato “intersezionalità”, idea a cui Muraro in quello stesso articolo riconosce importanza politica perché opera – dice – «nella sfida di accordare le differenze tra esseri umani con il principio di uguaglianza». Aggiunge tuttavia che lei vi riflette nei termini posti dalle differenze tra donne, che si collocano in uno spettro molto più ampio rispetto alle differenze prese in considerazione dalle teoriche dell’intersezionalità.
La differenza tra donne è difficile da praticare, ugualmente l’intersezionalità è difficile da praticare. Lo sa Muraro che ne parla in Esserci davvero raccontando che non sa bene relazionarsi con qualcuna che è altro e che questo è molto “disturbante” perché è una donna (p.80). Lo sa anche Tamara Tenenbaum, che nel suo libro Un milione di stanze tutte per sé (Fandango 2025) sostiene che gli scritti che afferiscono all’intersezionalità le piacciono «soprattutto quando riconoscono le difficoltà dell’intersezionalità stessa: quando non pensano che basti nominarla come fosse una parola magica perché il problema di come pensare e interagire politicamente con ciò che non viviamo sia risolto» (p.73). Cita al riguardo un testo quasi sconosciuto di Virginia Woolf: l’introduzione a La vita come noi l’abbiamo conosciuta di Margaret Llewelyn Davis, un libro di racconti autobiografici di donne lavoratrici di quegli anni, in cui la Woolf confessa le sue difficoltà nelle relazioni tra le classi e con le operaie.
Jennifer Guerra nel suo libro Il femminismo non è un brand dedica un articolata riflessione all’intersezionalità spiegando i passaggi per cui è diventata una “parola magica” – lei preferisce dire un “termine ombrello” – di cui facilmente si è impadronito anche il mercato. Lei stessa ne evidenzia i limiti e condivido la sua analisi quando fa notare che a essere intersezionali non sono tanto le persone quanto piuttosto i sistemi che le opprimono. Avanza anche una proposta politica: abbandonare «l’idea di una politica basata sul senso di colpa identitario facilmente capitalizzabile e cominciare a costruirne una basata sulle alleanze» (p.149).
Pur condividendo l’orientamento verso una politica delle “alleanze” e non delle contrapposizioni sterili e violente, vorrei far presente che anche questa politica può diventare un’operazione più di facciata che di sostanza, come abbiamo visto fare tante volte nella politica tradizionale che mette insieme sigle, gruppi, associazioni in cartelli fittizi, tesi più a essere contro che a produrre trasformazione nel presente. Se riteniamo invece che “le alleanze” siano produttive se si fanno tra esseri umani in carne ed ossa, allora sono necessarie adeguate pratiche di relazione e scambi e penso che approfondire e praticare la relazione di differenza tra donne, soggettività altre comprese, risponda a questa esigenza.
In questo secondo orientamento diventano preziosi i luoghi in cui gli scambi possano avvenire, che siano luoghi fisici come la nostra libreria, le case delle donne, i centri di documentazione o luoghi momentanei di incontro come convegni e altre iniziative, o luoghi virtuali.
Invece stiamo assistendo a sempre più casi di appuntamenti femministi annullati all’ultimo momento per veti posti da parte di altre femministe. È di fine maggio la Lettera alle femministe che hanno a cuore la politica delle donne e i suoi spazi, promossa dalla rete Dichiariamo e facilmente rintracciabile in internet, che, prendendo atto di questa situazione vuole interrompere una dinamica che non ha mai fatto parte della politica delle donne e vuole «costruire un momento di confronto sulle pratiche di convivenza nel femminismo». L’ho firmata anch’io, come parecchie altre donne della Libreria.
Credo che qui scontiamo il fatto che alcune componenti del femminismo abbiano preso troppo alla lettera la teoria della performatività del linguaggio di Butler e abbiano spostato interamente sul linguaggio la lotta politica, ritenendo che il cambiamento passi dal fatto di esprimere giudizi sempre più pesanti e radicali su altre femministe e che questo basti. Invece non basta, e che sia un errore politico lo si vede dai risultati che produce. Una politica del linguaggio è efficace solo se fa tutt’uno con l’agire, e quindi con le pratiche di relazione, compreso il conflitto relazionale, che come tale non è mosso dal desiderio di eliminare la presunta avversaria. La pratica di relazione di differenza chiede sì una politica del linguaggio ma che sia più vicina a una danza, invece che a una guerra.
Questo testo sul pensiero della differenza sessuale deve molto a Luisa Muraro. Sappiamo, è morta da poco. Come è stato notato, quando muore una donna o un uomo a cui siamo molto legate, la sua voce continua nel nostro sentire e la sua presenza insiste accanto a noi pur nell’assenza. Così per tante cose di quello che ora dirò, sento la voce di Luisa perché so bene come alcuni passaggi le appartengano e dunque cosa ha detto e il suo sguardo nel dirlo. Il pensiero della differenza è stata ed è una impresa di molte, ma Luisa ne è stata l’iniziatrice.
Sperimentiamo di frequente come ci siano immagini che aiutano a formulare un pensiero.
Per il pensiero della differenza sessuale l’immagine chiave è stata per me una affermazione limpida di Carla Lonzi da Sputiamo su Hegel. Sostiene che tra l’esperienza delle donne e quella degli uomini esiste una asimmetria irriducibile. Scrive: “La donna non è in rapporto dialettico con il mondo maschile. Le esigenze che essa viene chiarendo non implicano un’antitesi ma un muoversi su un altro piano” (p. 32).
Vuol dire che la differenza femminile che io sono non prende il proprio valore e significato dal differenziarmi dagli uomini, ma dal farle spazio simbolico attorno, e questo assieme ad altre. Con gli uomini non c’è né simmetria, né opposizione, né dialettica. Ci muoviamo su un altro piano.
È sviante dunque pensare la differenza sessuale come differenza tra donne e uomini. Per questo l’autentico primo passo è un differire soggettivo che prende corpo e significato tenendo in tensione l’interiorità e la relazione con altre.
Come si legge nel libro Il pensiero della differenza sessuale, di cui abbiamo fatto una nuova edizione e introduzione con la casa editrice Mimesis, questo pensiero è nato in Diotima dal desiderio di dare parola al nostro amore per la filosofia e al nostro essere donna, provocando così una vera rivoluzione epistemica della filosofia. Questa scommessa ha coinvolto per contagio lo statuto della storia, della pedagogia, del diritto e così via. Da un lato si è trattato di una critica al pensiero maschile falsamente neutro universale, ma dall’altro è stato ed è dire ciò che ci sta a cuore filosoficamente a partire dalla soggettività femminile che incarniamo. Quel che abbiamo scritto da quel momento in poi ha avuto radici nella nostra soggettività e nelle relazioni con altre donne, trasformando radicalmente il modo stesso di fare filosofia.
Dico questo perché non si è trattato affatto di aggiungere una filosofia femminile accanto a quella maschile, e dunque venendo in battuta seconda. Come se si volesse completare il campo dell’umano. Piuttosto mostrare in concreto come la differenza femminile modifichi dall’interno il fare filosofia.
Qualche cosa di simile nella ricerca storica. María Milagros Rivera, parlando della ricerca storica fatta da Luisa Muraro, giustamente diceva che non sono gli archivi storici ad essere sessuati, ma è lo sguardo della donna che li consulta a farli tali. E così nel diritto. Lola Santos nel seminario di Diotima lo scorso anno lo diceva bene. Sono le relazioni tra giudici, avvocate e donne implicate in modo diverso a rendere sessuato il diritto. Riprendeva e arricchiva così una posizione di Lia Cigarini.
Tuttavia è bene ricordare – ed è un punto a cui tengo molto – che il piano delle pratiche, della trasformazione personale e della qualità soggettiva di ognuna di noi è parte intrinseca di questa scommessa politico-epistemologica. Questo fa del pensiero della differenza sessuale una forma di vita. Non si può parlare, ad esempio, di relazioni tra donne senza avere fiducia e cura di tali legami. Non si può parlare di autorità femminile se non come scoperta e riscoperta nella vita delle relazioni. Più concretamente, è stata l’invenzione da parte di Luisa Muraro di alcune pratiche precise che ha permesso che tra noi si formasse un tessuto sorgivo di pensiero, senza fare appello a un sapere già costituito.
Quel che si dice e come si vive sono – nel caso della differenza – strettamente legati.
Molte cose sono successe nei quarant’anni che sono seguiti. Il contesto politico e di pensiero si è andato trasformando.
Ci siamo trovate confrontate con tentativi diversi di neutralizzazione della differenza sessuale.
Il più indiretto e meno evidente – forse per questo il più difficile da affrontare – è stato quello di una certa area di pensiero, che ha raccolto soltanto la valorizzazione dell’essere donna ed essere uomo cancellando l’asimmetria, che implica l’impossibilità di una dialettica. È proprio tale impossibilità che porta di suo a dare spazio allo sguardo femminile del reale. Il consenso che abbiamo ricevuto da questa area culturale è nato dunque da un fraintendimento. Riportando tutto alla differenza tra donne e uomini e al valore dei generi, essa ha tradito il senso di un pensiero squilibrante, che è tale perché prende come passo d’avvio quel che della differenza dice la soggettività singolare incarnata. Quest’area ha posto al centro la differenza tra donne e uomini, e lo ha fatto come qualcosa che si può vedere dall’esterno. La differenza sarebbe oggettiva, sedimentata nel dato biologico del corpo e nel linguaggio dato. L’errore è di guardare l’umano con uno sguardo di sorvolo, prescindendo da sé stesse. Al contrario, un punto essenziale è che l’anima è coinvolta dal corpo e la differenza è il senso soggettivo che si dà a tale coinvolgimento.
Apro una breve parentesi su quel che ho appena detto. Il corpo sessuato influenza l’anima che siamo, certo, ma non in modo deterministico. Ognuna e ognuno di noi dà un significato singolare a questo coinvolgimento che il corpo esercita su di noi. Porto un esempio che non ha a che fare immediatamente con la sessuazione. Sappiamo, ci sono molte donne magrissime. Io lo sono. Il significato che io do a questa condizione d’esperienza è di essere una donna leggera come una foglia che il vento può portare via con sé. È una immagine, un germe di pensiero di un sentire soggettivo. È in questo senso che Luisa Muraro voleva si parlasse di pensiero della differenza sessuale e non semplicemente di differenza sessuale. Per lei era fondamentale dare spazio a quel movimento del pensiero che nasce da un sentire soggettivo della differenza. È vero che il corpo coinvolge l’anima, ma è questa che trova le parole per dire i modi e le forme di tale coinvolgimento.
Torno alla risonanza e alle critiche portate al pensiero della differenza. Il tentativo più diretto ed evidente di neutralizzazione della differenza è venuto dal movimento Lgbtqia+. Sappiamo che si è impegnato a decostruire i generi sia criticando la posizione che chiamo tradizionalista, che parla di donne e uomini e famiglie naturali, sia in polemica con il pensiero della differenza considerato la causa di tale spartizione naturale. In questo modo travisandolo del tutto.
L’uso del neutro da parte del movimento Lgbtquia+ con la schwa o con la u finale è un modo per accogliere tutte le identità dei soggetti che non si riconoscono nel modello sociale e di potere costruito attorno all’eterosessualità. Propone così una specie di rete inclusiva di una miriade potenziale di identità.
Si tratta di un modo profondamente diverso da quello di una differenza femminile che è impegnata a squilibrare dall’interno la cultura data leggendola e trasformandola in base allo sguardo della differenza femminile e all’orientamento della verità.
Oggi è cambiato profondamente il contesto in cui viviamo. Antje Schrupp l’ha chiamato caos postpatriarcale. Il pensiero della differenza sessuale può giocare una nuova partita, ma è indubbio che sentiamo il contraccolpo di questo caos, che si avvia a una nuova disposizione e qualità del potere.
Ci troviamo ad affrontare qualcosa di imprevisto. Molte segnalano ad esempio la difficoltà di sentire e radicarsi in un’esperienza autentica. Si sentono risucchiate da esperienze piccole. Ristrette. Che perdono mondo.
Un secondo esempio: la lettura sessuata della realtà, che è una delle nostre pratiche in cui si gioca la differenza femminile, in molti dei nostri discorsi scivola nella pura e semplice critica al presente, sostanzialmente neutra. Il fatto è che veniamo catturate dagli avvenimenti “sensazionali” e non comprensibili immediatamente. Si perde così la scommessa del pensiero della differenza, che ha la sua leva nel radicarsi nell’esperienza soggettiva. Di conseguenza il discorso scivola nel tentativo di una mappatura oggettiva di quel che avviene. Senza slancio desiderante. Senza ricordare che il reale a cui facciamo riferimento è visibile e invisibile e si nutre del nostro desiderio.
Per muoverci secondo questo slancio è come se dovessimo ricominciare dagli inizi, dalla esperienza vissuta soggettivamente avendo ben chiare le difficoltà nuove che ci sospingono – senza che lo vogliamo – verso nuove forme di neutralizzazione del discorso. Voglio ricordare ancora due difficoltà che portano al neutro e cancellano la differenza. La prima: l’anestetizzazione del nostro sentire indotta dalla forma delle notizie che assorbiamo, come sostiene Ida Dominijanni. La seconda: la sempre più diffusa difesa nei confronti del trauma provocato dal contatto con il reale. Questa difesa impedisce di fare esperienza del reale e di trasformarci in relazione ad esso. Ne ha parlato Leeanne Minter al ritiro di Diotima. Entrambe, sia la prima sia la seconda, rendono impossibile qualsiasi verità soggettiva, e dunque la stessa differenza femminile nella sua capacità innovativa.
Allo stesso tempo ho osservato come ci sia oggi un autentico e nuovo desiderio di conoscere il pensiero della differenza. Non a caso è stato riedito il primo libro di Diotima. Questo va di pari passo con il desiderio di molte e molti di andare a conoscere le radici del femminismo. Penso ai testi di Luce Irigaray, di Carla Lonzi da poco ripubblicati assieme ad altri. Antje Schrupp ha scritto recentemente che in Germania le hanno chiesto un libro sul pensiero della differenza italiano. Mi sembra che il pensiero della differenza abbia più credito nel lungo periodo, perché ciò gli permette di mostrare le sue potenzialità di senso e di vita vissuta messe alla prova nei periodi di crisi come questo.
Ho notato anche un bisogno di studiare questi testi come azione politica collettiva, come dice Antonietta Potente. Studiare assieme, il che significa crescere assieme orientandosi. Studiare ha un tempo suo proprio che si sottrae all’affastellarsi frenetico delle informazioni. Provoca un modificarsi in dialogo con chi scrive e con chi con noi legge.
Ho pensato molto se riscrivere il mio intervento, alla luce della notizia della scomparsa di Luisa Muraro. Ho incontrato Luisa in due occasioni. La prima, molto brevemente, di persona, quando sono venuta la prima volta in libreria nel 2023 e la seconda in videochiamata, lo scorso anno, in occasione dell’intervista che le ho fatto per Sette, il supplemento del Corriere della Sera, per il cinquantesimo anniversario della libreria. Per me è stato un grande onore raccogliere le parole di Luisa, che non concedeva interviste da molti anni. Alla fine ho deciso di mantenere l’intervento così come l’avevo pensato, sperando che al suo interno possiate cogliere l’importanza che l’incontro con la Libreria e con Luisa hanno avuto per me.
Esattamente tre anni fa, mettevo piede per la prima volta in questa sala, su invito di Vita Cosentino, per partecipare alla redazione aperta di VD3. All’epoca stavo attraversando una crisi nel mio femminismo, di cui decisi di parlare nella mia relazione, che aveva come oggetto l’amore. Quando venni qui la prima volta e lessi quelle parole, così catartiche e liberatorie, stavo affrontando un periodo di depressione, scatenato dalla mia diagnosi di ADHD, il disturbo dell’attenzione che mi aveva fatto finire ai ferri corti col femminismo. In questi tre anni ho capito che sì, in parte quella crisi era dovuta ai miei problemi personali, ma era anche il segnale di una grande trasformazione del mio modo di essere femminista. All’epoca mi sentivo profondamente insoddisfatta dal femminismo che avevo intorno a me. Il femminismo, che era il mio oggetto d’amore, si comportava come un amante sfuggente e immaturo, che non riusciva a dare nessuna svolta trasformativa significativa nella mia vita, e per il quale cominciavo a provare una sorta di risentimento. Come si dovrebbe fare per tutte le relazioni che non funzionano, decisi di prendermi una pausa. Nel frattempo, arrivò l’invito di Vita alla Libreria, che mi sorprese enormemente. Mi sentivo lontana da questo luogo, ideologicamente e anagraficamente, ma decisi comunque di accettarlo.
Ciò che mi sconvolse, quella domenica mattina dell’11 giugno del 2023, fu la scoperta di una declinazione diversa del verbo “fare”. Si poteva fare il femminismo in una maniera nuova, per me inedita, e il paradosso era che a mostrarmelo era un gruppo di donne molto più vecchie di me. Per me fu incredibile scoprire che non c’era bisogno di attraversare tutti i conflitti, di rispondere a tutte le osservazioni e di arrivare per forza a una chiusura. Si può fare il femminismo anche semplicemente restando nella relazione, nell’apertura, in una parola nella differenza.
Da allora ho scritto un libro, che non è ancora uscito e per il quale sono tornata un’altra volta in Libreria, in cui ho intervistato femministe cosiddette storiche da tutta Italia, con percorsi di vita e punti di vista molto diversi fra di loro. L’obiettivo che mi sono data scrivendo era di riuscire a trasmettere alle mie coetanee e alle femministe più giovani di me la stessa scoperta che avevo fatto io, ovvero che c’è un modo differente di stare nel mondo, di stare fra donne, di stare nel femminismo, che non si riduce a una lista di obiettivi e di azioni politiche. Più parlavo con le mie nuove amiche di settanta, ottant’anni, più mi rendevo conto che nel femminismo attuale c’è un problema di fondo. Quasi tutte noi – e con noi intendo le under 30 o giù di lì, le nuove generazioni – abbiamo conosciuto il femminismo su Internet, in particolare sui social. Lo abbiamo conosciuto sottoforma di contenuto, di content, di argomento. Magari lo abbiamo anche studiato all’università, ma non cambia molto. Questo femminismo ci è apparso, un giorno, per caso. È un femminismo senza storia, senza passato e senza futuro, e scomparirà dai nostri feed con la stessa velocità con cui è arrivato. Qualcuna di noi dopo un po’ si stanca di questo femminismo superficiale, e quindi prova a fare attivismo. Passa così dal consumare virtualmente il femminismo ad agirlo concretamente nei propri territori. Ma manca sempre un passaggio, uno spazio in cui quella spinta che ci ha condotte verso il femminismo viene elaborata, pensata e condivisa nella relazione.
Io sono stata in grado di fare questo passaggio solo quando ho scoperto il pensiero della differenza. La cosa più importante che mi ha insegnato il pensiero della differenza è che nel femminismo ci sono due dimensioni: l’orizzontalità, cioè la sorellanza, la solidarietà; e la verticalità, cioè la genealogia, l’affidamento. Grazie a questo insegnamento, ho trovato anche una risposta alla domanda: cos’è il femminismo? Il femminismo, prima di ogni altra cosa e definizione, è riconoscersi in una genealogia di femministe, è pensarsi in un continuum, è essere femministe perché si vuole, si desidera, si tende al femminismo.
Ammetto di essermi avvicinata alla parola “differenza” con sospetto e diffidenza. Per me era importante collocare questa parola in un percorso politico di apertura e alleanza politica verso le istanze della comunità LGBTQ+ e delle persone trans, ma allo stesso tempo rimanevo insoddisfatta dall’interpretazione della mia esperienza incarnata di donna come di una semplice performance o costruzione culturale. Il modo in cui sono riuscita a conciliare queste due esigenze, dare senso alla mia differenza senza ridurre la differenza a un destino, è stato l’incontro prima intellettuale e poi umano con Rosi Braidotti. Braidotti interpreta la differenza sessuale non come un’identità stabile e lineare, ma come una “politica della collocazione”, un processo, un progetto, che nella relazione e nello scambio non si fissa in un dato, ma esplode in mille possibilità e direzioni. C’è una matrice nella differenza sessuale, che è proprio la genealogia materna: noi abbiamo un’origine, un punto di partenza, delle radici.
Il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione è una generazione di orfane. È una generazione che raramente ha l’opportunità di confrontarsi con le proprie madri simboliche. Come dicevo prima, questo ha a che fare con il modo in cui noi siamo venute in contatto con un femminismo senza radici e senza storia, ma anche con la grande questione della trasmissione generazionale, che si è interrotta da qualche parte. Vorrei tralasciare oggi di soffermarmi sulle ragioni di questa interruzione, e trattarla come un semplice dato di fatto. Come possiamo inserirci in un continuum materno se non sappiamo nemmeno di avere delle madri?
Adrienne Rich scriveva che si può disobbedire alla propria civiltà per amore della propria civiltà. Questa è l’esperienza che tante di noi hanno avuto con le proprie madri in carne ed ossa: ci sentiamo autorizzate a disobbedire a loro in virtù dell’amore che proviamo per loro. Per disobbedire a una madre, dobbiamo riconoscerla prima come tale. Io credo che oggi il valore che possiamo dare alla differenza sia proprio questo: trovare nella differenza un’appartenenza non tanto biologica, ma genealogica. Usarla come un perno, una chiave di volta.
A gennaio, ho avuto l’onore e il piacere di partecipare a un convegno dedicato al pensiero di Rosi Braidotti alla Sorbona di Parigi, dove ho proprio portato questo tema: disobbedire a una madre quando ci si sente orfane. Per l’occasione ho letto in un vecchio numero di Via Dogana una metafora che mi ha accompagnata nella costruzione del mio intervento: a volte il femminismo diventa un’eredità indigesta, come una grande casa di campagna che esitiamo a ristrutturare, ma che allo stesso tempo rischia di diventare un peso, ricoperto di polvere. Cosa fare di questa casa? Trasformarla in un museo o imbarcarsi in una faticosa impresa di ristrutturazione, perché questa casa di campagna torni a essere casa a tutti gli effetti? Io credo che oggi dobbiamo rapportarci alla differenza proprio come ci rapporteremmo a questa casa: dobbiamo renderla un luogo accogliente, vitale, un luogo di appartenenza che però non ci trattiene, un luogo in cui tornare senza sentire l’obbligo di restare per sempre. In questa metafora, ritrovo il senso di Braidotti per la differenza come progetto, come qualcosa che si costruisce.
Io sono convinta che siamo ancora in tempo per imbarcarci in questa impresa. Nelle mie relazioni con le femministe della mia generazione e delle generazioni più giovani, ritrovo spesso gli stessi desideri:
- Il desiderio di rendere il femminismo qualcosa di concreto, di significativo tanto a livello politico quanto esistenziale
- e il desiderio di non sentirsi orfane.
Avere punti di riferimento, avere una memoria. L’incontro con Braidotti, come forse saprete, ha anche prodotto anche un altro libro che abbiamo scritto con la filosofa politica Giorgia Serughetti, Giù le mani dal femminismo. In questo libro denunciamo l’appropriazione del femminismo da parte dei nemici storici del femminismo stesso, la destra e il fascismo. Oggi leader politiche con una cultura storicamente estranea e ostile al femminismo si dicono femministe, o usano le istanze femministe per promuovere politiche di disuguaglianza ed esclusione. Nascono collettivi di “femminismo identitario”, che considerano il femminismo come generica libertà conquistata dalle donne occidentali e messa in pericolo dall’arrivo di uomini stranieri, negando l’esistenza del patriarcato nelle proprie case e nella propria cultura. Nel libro, io mi sono occupata di rispondere alla domanda: com’è possibile che oggi la parola femminismo sia stata svuotata a tal punto da essere appropriata da simili soggetti? Come siamo passati da una Margaret Thatcher che diceva di odiare le femministe a una Marine Le Pen che dice di esserlo? Nel mio capitolo, ho ricostruito il percorso che ha portato a questo svuotamento, a partire dagli anni Ottanta, quando il capitalismo e il neoliberalismo si sono appropriati dei valori femministi più funzionali al mantenimento dello status quo, come il successo individuale, l’affermazione economica e lavorativa. Questa addomesticazione del femminismo prospera sull’ambiguità, rendendo il femminismo un’idea, o al peggio una merce, anziché una pratica, che chiunque può acquistare e rivendicare come propria senza alcun progetto politico. Sono convinta che l’alleato più funzionale a questa appropriazione sia proprio l’assenza della memoria storica e della genealogia femminista, e che le dinamiche con cui oggi il femminismo prospera su Internet amplifichino questa sensazione che il femminismo salta fuori dal nulla, è la scoperta individuale della singola donna che diventa così l’emblema del femminismo “giusto”. Per questo diventa sempre più urgente ricostruire un’alleanza intergenerazionale, in cui la differenza diventa anzitutto appartenenza a una civiltà differente, a un modo diverso di stare al mondo, a un ordine simbolico che ci permette di esistere nella molteplicità dei nostri desideri.