Rita Calabrese (5 marzo1965-8 maggio 2026), già professoressa ordinaria di Letteratura tedesca all’Università di Palermo, è tra le fondatrici della Società Italiana delle Letterate, di cui è stata presidente. È stata una pioniera degli studi femministi e in particolare della Frauenliteratur tedesca. In quest’ambito spiccano alcuni suoi studi come Dissonanze. Aspetti di cultura delle donne (1990), Felicità del dialogo. Relazioni tra donne (1991), Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di genii (1996), Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (2003) e Oltrecanone. Generi, genealogie, tradizioni (2015).
Altrettanto importante è stato il suo contributo sul fronte della letteratura ebraico-tedesca e sulla Shoah, culminato nella monografia Acher l’altro: figure ebraiche nella letteratura tedesca dal Settecento al Novecento (1996) e la cura del volume Dopo la Shoah. Nuove identità ebraiche (2005).
Anche le sue traduzioni parlano del suo desiderio instancabile di comunicare e trasmettere: La gita delle ragazze morte di Anna Seghers (2010), Piccoli amori di Franziska zu Reventlow (2014), Album italiano di Fanny Lewald, (2015), Il cielo sopra Palermo di Constanze Neumann (2021).
La sua presenza alla Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO ha rappresentato negli anni un riferimento importante, umano e politico insieme.
(Luciana Tavernini)
Ricordo di Rita Calabrese da parte di Rita Svandrlik, professoressa ordinaria onoraria di Letteratura tedesca presso l’Università di Firenze
Rita Calabrese era una grande viaggiatrice; diceva con il suo sorriso coinvolgente che si trattava di una scelta obbligata essendo siciliana. Non credo si riferisse al patrimonio genetico dei siciliani, risultato di tanti molteplici spostamenti di gruppi più o meno consistenti, variamente agguerriti; le piaceva tra l’altro sottolineare che la sua Sicilia occidentale non era quella greca bensì la Sicilia fenicia, concentrata sugli scambi commerciali e marittimi.
Rita sentiva lo spostarsi al di fuori dell’Isola come ineludibile parte della sua ricerca professionale e umana; voleva incontrare persone, era mossa dal desiderio di scambi intellettuali, di partecipazione in particolare alle correnti culturali progressiste; Rita non aveva dubbi che quelle più innovative si trovassero nel pensiero delle donne.
Da esperta di letteratura di viaggio è stata per me una cara compagna di viaggio, in senso letterale e metaforico, con maggiore intensità dalla fine degli anni Ottanta fino agli anni Duemila.
Il fatto che le modalità del prenotare e viaggiare fossero allora diverse da oggi è per me legato a ricordi che ci vedono insieme, per esempio nella memoria ho un fermo immagine non meglio datato: noi due sedute su una valigia e su uno strapuntino nel corridoio affollato di un vagone, forse sulla tratta Bologna-Firenze, con Rita che dava informazioni in inglese a turisti malcapitati. I nostri viaggi insieme avvenivano in occasione di partecipazione a convegni di studi delle donne, non solo in Germania, come a Paderborn nel 1989, poche settimane prima della caduta del muro: il tema del convegno, ricordando il secondo centenario della Rivoluzione francese, era la rivoluzione delle donne, ma nessuno allora prevedeva che il mondo sarebbe mutato in modo abbastanza pacifico di lì a poco; il caso volle che ci ritrovassimo con Rita ad agosto del 1990 proprio a Berlino, a constatare tutto ciò che era già cambiato nell’arco di pochi mesi. I viaggi insieme ci portarono anche in altri paesi europei: eravamo noi due le rappresentanti italiane al convegno di fondazione di W.I.S.E. (Women’s International Studies Europe) a Utrecht nel 1990. Ricordo che l’ultima sera ci chiesero una breve performance in qualche modo “italiana”: io ero assolutamente imbarazzata, ma trascinata da Rita cercai di cavarmela in qualche modo. Una volta successiva, dopo una riunione di W.I.S.E. ci concedemmo qualche giorno ad Amsterdam, insieme. Per lei viaggiare con le amiche diventò in seguito sempre più importante; lo capii da come me ne parlò in occasione del nostro ultimo incontro a Palermo, nel luglio del 2021, rammaricata per l’interruzione imposta dalla pandemia nel periodo precedente; negli ultimi anni erano stati invece i guai di salute, che dalle sue parole non sembravano tanto preoccupanti, a impedirle comunque di “muoversi” al di fuori della sua città, ma era intenzionata a riprendere i suoi viaggi, come mi disse anche l’ultima volta che ci sentimmo, due mesi fa; per lei i contatti non potevano essere in alcun modo “a distanza”, dovevano essere interrelazioni nel senso pieno della parola.
Ci siamo conosciute credo a metà degli anni Ottanta, grazie alla comune amica e collega Uta Treder, socia fondatrice della SIL pure lei; Uta e Rita si interessavano allora alla scrittura delle donne concentrandosi sull’epoca d’oro della letteratura tedesca, tra fine Settecento e la prima metà dell’Ottocento, alla scoperta delle autrici poco studiate o proprio dimenticate, spesso menzionate solo come sorelle, figlie, mogli. Ricordo bene il convegno su “Viaggio e scrittura” a Firenze, nel dicembre 1986, organizzato insieme alla Libreria delle Donne; nel volume che pubblicò i risultati del convegno Rita è presente appunto con un contributo su una famosa sorella, Fanny Mendelssohn; il suo Diario italiano viene analizzato non tanto per enucleare vicinanze e differenze con altri diari famosi (ovviamente con quello di Goethe), quanto piuttosto per cercare di far emergere la voce più intima, personale, la quale non riesce ad esprimersi compiutamente in un «linguaggio sentito come strumento altrui, estraneo, inadatto ad esprimere propri stati d’animo e sensazioni»; nella musica Fanny Mendelssohn trova invece uno strumento che sente proprio. Rita Calabrese scopre già in questo saggio quello che sarà un filo conduttore delle sue ricerche: l’indagine sulle implicazioni a livello creativo della doppia differenza, quella di donna e di ebrea. Trent’anni dopo questo saggio, nella sua introduzione all’edizione italiana di un altro resoconto di viaggio in Italia, l’Album italiano della romanziera Fanny Lewald, ricorda l’altra Fanny e introduce la specificità della situazione degli ebrei tedeschi assimilati, che in Italia si confrontavano con il Cattolicesimo e con «la disinvolta presenza di sacro e profano»; la loro doppia appartenenza, al mondo ebraico e a quello tedesco, provocava «punte di dolorosa lacerazione», che spingeva gli ebrei tedeschi a «dare senso alle discriminazioni subite con la lotta per una più generale emancipazione, delle donne, della borghesia, degli ebrei».
Lo studio delle autrici del Romanticismo, per esempio Gisela von Arnim, conduce la studiosa ad approfondire le costruzioni mitiche del femminile, come sirene e ondine, e a incontrare l’opera di Christa Wolf, una “scopritrice” e divulgatrice delle autrici romantiche tedesche.
Abbastanza coerente con i suoi ambiti di ricerca pare dunque che a un certo punto l’interesse si focalizzi sulla scrittrice tanto ammirata da Christa Wolf, vale a dire su Anna Seghers; alle opere di Seghers Rita Calabrese dedica numerosi saggi; voglio qui menzionare solo la traduzione e cura del racconto forse più famoso di Seghers, La gita delle ragazze morte. Grazie a Rita ho maturato e poi condiviso il giudizio sulla grandezza della scrittura di Seghers.
Vedo come consequenziali pure i suoi studi su Elfriede Jelinek, per esempio nel contributo “Dai margini dell’ebraismo. La scrittura ‘patrilineare’ di Elfriede Jelinek”. Devo al nostro comune interesse per Jelinek il mio primo viaggio a Palermo, perché Rita mi invitò a tenere una lezione, e poi, naturalmente, mi fece conoscere le sue amiche e alcune realtà della Palermo impegnata e femminista.
Non voglio con queste poche annotazioni dare un quadro della studiosa, traduttrice e critica letteraria, ho ricordato solo gli snodi di una rete che legava noi, e altre amiche. Delle autrici e dei testi menzionati abbiamo discusso davvero tante volte insieme, nella “felicità del dialogo” come suona anche il titolo di un suo libro; quando poi leggevo nei suoi articoli i risultati maturati anche grazie ai dialoghi rimanevo ammirata dall’eleganza della sua scrittura, dalla capacità di sintesi e di far emergere con levità la drammaticità delle situazioni in cui le opere delle ‘sue’ autrici erano maturate.
Trasformandoli in impegno culturale e civile lei stessa ha affrontato le crisi e i dolori della vita con forza, levità ed eleganza.
(Newsletter della S.I.L. – Società Italiana delle letterate, giugno 2026)
Quando una persona muore la mia reazione istintiva è il silenzio. La morte mi appare tragica e irrimediabile e non c’è parola che possa consolare o restituire il senso della vita di chi non c’è più. Le parole sono inadeguate. Ma se alla morte di lei tutti rimanessero in silenzio, l’effetto sarebbe terribile. Anche il silenzio è inadeguato. Sarebbe come rinunciare a dare segni di vita, perché lei non è più viva.
Dagli anni ’80 Luisa Muraro è stata, per me, tra le firme più importanti. Leggevo sempre i suoi articoli, anche senza capirne molto. Era già tra le personalità più autorevoli del femminismo italiano. La mia inclinazione a individuare in un gruppo il leader mi portava a considerarla così. La sua influenza andava oltre il femminismo. Il Partito Comunista Italiano, dove io militavo, scriveva la Carta delle donne (1986) ispirandosi al pensiero della differenza sessuale. Era uno sforzo di adattamento, perché la cultura comunista proveniva da una tradizione molto diversa. Noi, certo, non sputavamo su Hegel.
Negli anni successivi, quando l’attivismo iniziava a usare Internet, il conflitto tra i sessi occupava uno spazio sempre più grande, anche per impulso del “backlash” che prendeva a bersaglio il femminismo egualitario e rivendicativo. Citare Luisa Muraro aveva un effetto spiazzante. Con gli scandali berlusconiani e l’introduzione della parola femminicidio, quello spazio è cresciuto ancora.
Attraverso la rete, nel clima di lotta alla violenza sulle donne, con una mia amica, entrai in contatto con la Libreria delle donne e conobbi Luisa Muraro. Luisa sapeva dire parole molto chiare, senza il linguaggio della condanna. Per esempio, citò il principio di una conferenza di Capi di Stato a Londra (2014): «Non si dica mai più che la pace è più importante della giustizia», per dire che gli uomini, per fare la pace tra di loro, avevano sempre rifiutato di ascoltare la domanda di giustizia che veniva dalle donne vittime della violenza sessista.
In treno da Torino a Milano, ho preso a frequentare la Libreria delle donne, partecipando alla scuola di scrittura, alla redazione del sito della Libreria, alla redazione allargata di Via Dogana 3. Tutte attività condotte da Luisa Muraro. Ero interessato al pensiero della differenza, alle pratiche femministe e alla storia del femminismo, ma soprattutto ero interessato alla personalità di Luisa. Tanto che ricevevo il rimprovero: «Vieni qui solo per lei».
Il mio interesse coesisteva con un’adesione incerta. Luisa mi diceva: «Sei reticente». Per me, la ragione vien prima dell’esperienza e i principi prima del desiderio. Sono più metaforico che metonimico. Quel linguaggio, quelle pratiche, il partire da sé, il desiderio, la verità soggettiva mi sembravano norme innaturali. Tuttavia, non ero refrattario, il mio mondo era bloccato e forse qui c’era una leva per ripartire. Soprattutto, nella relazione con Luisa mi sentivo allievo. Non dipendeva da ciò che Luisa pensava, ma dal suo magnetismo. Per cui la volevo leggere, ascoltare, emulare, conversarci insieme, ottenerne l’autorizzazione, considerarla e tenerne conto anche quando non mi convinceva. Se lo dice lei qualcosa di vero ci sarà.
Una persona molto di sinistra scrisse: «Quando leggo Luisa Muraro ho un senso di soffocamento, mi sembra di leggere Platone». Forse sì, c’è qualcosa di platonico nella scrittura di Luisa. A me, però, fa respirare. Poco importa quel che pensa, insegna a pensare. Leggerla, come ascoltarla, aveva un effetto terapeutico. Nell’incontro con lei, mi è successo qualcosa di paradossale: mi sono riconciliato con il mio essere maschio. Ho preso coscienza della mia differenza maschile, ho riconosciuto la maschera della neutralità e ho potuto scegliere cosa scartare e cosa tenermi. Ho sfumato la contrapposizione tra natura e cultura. Di questo le sono molto grato. Mi dispiace non averglielo detto in vita.
Una volta le chiesi di “ammaestrarmi” a non avere un “tono ammaestrante” verso gli altri. Ricevo questa critica e quando capita con le donne è imbarazzante. Mi rispose che c’era del vero in questa critica, ma lei non era la persona giusta per “ammaestrare”, «io cerco di far inferocire, che è quello che mi capita, se vuoi cambiare il tuo tono comune, arrabbiati, funziona». Lei sì, ogni tanto si arrabbiava, anche con me, ed era spettacolare. Non ho mai percepito intolleranza o insofferenza. Era come se reagisse a un difetto sintattico nel linguaggio o nel pensiero.
Quando sono arrivato alla Libreria ho conosciuto anche Lia Cigarini. Insieme a Luisa, Lia Cigarini era stata una delle fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Tra le due donne esisteva una relazione politica-intellettuale-affettiva-umana molto forte. Il pensiero di Luisa era anche il frutto della relazione con Lia, come il pensiero di Lia, della relazione con Luisa. Solo che Lia era molto più riservata, schiva, introversa. Luisa il contrario. Così l’esposizione pubblica di Lia era minore. Per Luisa, il pensiero politico di Lia Cigarini aveva «una compiutezza e una profondità che i suoi scritti, troppo rari e frammentari, fanno solo intravvedere». Lia è morta il 20 aprile, Luisa il 13 giugno. Una ha introdotto l’altra. Si sono separate dalla vita, ma non tra loro due.
(www.libreriadelledonne.it, 24 giugno 2026)
Prima di affrontare la questione del rapporto tra libertà femminile e norma, credo sia necessario spiegare che cosa io intendo per libertà femminile. Insieme ad altre ho pensato che la questione prioritaria da porsi fosse quella di trovare un senso al mio essere donna, cioè di chiedersi chi siamo e che cosa vogliamo. Questa è stata la rottura con la precedente politica dell’assimilazione al mondo maschile.
Ponendo dall’inizio la questione dell’essere donna, abbiamo cominciato a lottare sul terreno della libertà femminile, perché la libertà a una donna spetta a causa del suo essere una donna e non a prescindere dal suo sesso come recita invece la Costituzione e tutte le leggi di parità che ne sono seguite.
Se io dico: sono una donna e, a partire da questa materialità, affermo la mia libertà, è cosa diversa che dire: i principi di uguaglianza e di libertà elaborati dal mondo maschile devono valere per uomini e donne.
Da quello che ho detto fino ad ora appare chiaro che per me praticare la differenza e non occultarla, significa affermare la libertà femminile. Tuttavia, a questo punto, bisogna fare un ulteriore chiarimento su che cosa s’intende per pratica della differenza. Per alcune (e alcuni) la differenza significa sottolineare che le donne sono una cosa diversa dagli uomini (più etiche, meno violente, ecc.), che si differenziano, cioè, per contenuti dagli uomini, i quali rimangono per forza di cose il punto di riferimento. Assimilarsi con l’emancipazione o differenziarsi dagli uomini sono la medesima operazione, non c’è libera interpretazione di sé. Definisco questa concezione della differenza dell’ordine delle cose. Altre (e altri) ancora, ritengono che la differenza consista nell’inventarsi il femminile attraverso ricerche e pensamenti. Definisco questa idea della differenza dell’ordine del pensiero.
Io penso, invece, che la differenza non sia né dell’ordine delle cose né dell’ordine del pensiero. La differenza non è altro che questo: il senso, il significato che si dà al proprio essere donna. Ed è, quindi, dell’ordine simbolico.
Nota:
È l’inizio dell’articolo Libertà femminile e norma,«Democrazia e diritto» n. 2, aprile-giugno 1993; ripubblicato nel libro di Lia Cigarini La politica del desiderio, Nuova Pratiche Editrice 1995 e Orthotes 2022.
Diceva che lei andava in Internet come sua madre andava a Monte Berico. Ogni due mesi, a Vicenza, la madre annunciava che doveva salire al santuario, quella chiesa barocca sul colle dove c’è una Madonna grande che apre le braccia e sotto il manto si rifugia la città intera. Un divertimento autorizzato delle donne, lo chiamava Luisa Muraro, e insieme il resto di una religione molto più vecchia del cristianesimo. Di sé raccontava la stessa cosa, con uno spostamento: ogni tanto vado in Internet. Solo che, aggiungeva subito, non è l’Internet nella sua generalità, è il sito della Libreria delle donne.
In questa immagine a ben vedere c’è quasi tutto. C’è la madre e una genealogia di donne che passa per la madre. C’è il sacro fatto scendere nella cosa quotidiana, il pellegrinaggio che diventa un giro in rete. C’è soprattutto il rifiuto del generico. Era questo, in fondo, il suo modo di pensare. Mai l’idea per l’idea, mai la categoria astratta, sempre questa cosa qui, questa persona, questo posto, questo libro. La filosofia, per lei, non era il pensiero che si fonda da sé, da una tabula rasa, ma un pensiero che sa di essere nato, che viene al mondo da un’altra, come noi.
Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno, alla vigilia degli ottantasei anni: era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno del 1940 e ha smesso di vivere il giorno prima del suo compleanno, una di quelle ironie della sorte che avrebbe apprezzato. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Pensatrice, non solo pensatrice femminista, perché il suo femminismo non ha aggiunto un capitolo sulle donne alla filosofia, ha spostato il luogo da cui si pensa, mettendo al centro la differenza sessuale e con essa l’esperienza, la relazione, la lingua materna, l’autorità femminile. In piena pandemia aveva smesso di dire andare avanti, parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Preferiva andare più a fondo nel presente.
Per capire da dove le venisse, conviene andare alla cucina di quando era bambina. Tra il ’45 e il ’46 tornavano gli uomini dai campi di lavoro forzato. Lei si ricordava di uno che era arrivato con un pezzo di pane conservato come una reliquia. Aveva bisogno di raccontare, di essere ascoltato e stava lì in mezzo a loro bambini stupefatti con quel pezzo di pane in mano, mentre la madre doveva sbrigare i suoi lavori e lo ascoltava educatamente, e poi lo compativa. Parola ambigua, diceva lei. Quell’uomo non è stato ascoltato come avrebbe meritato. La storia, in quello che aveva di stonato, le si è impressa proprio come una mancanza di ascolto. E tutto il suo lavoro, poi, è stato un tentativo di tendere l’orecchio a chi non è stato sentito.
Quando, anni dopo, nei gruppi di autocoscienza le donne presero a parlare e a ricevere attenzione le une dalle altre, lei riconobbe una pratica: una raccontava una cosa dolorosa, le altre ascoltavano e quella vicenda che pareva cancellata tornava a risuonare nell’ascolto. È lì che ha capito di non essere interessata alle parole che sostituiscono la realtà e ha imparato a ricercare quelle che permettono di avvicinarla: a interrogare continuamente il luogo da cui parliamo, a partire da sé e dalla propria esperienza, a cercare parole fedeli a ciò che si vive senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe; a diffidare delle astrazioni che si allontanano dalla vita e a riconoscere che il pensiero nasce nelle relazioni, nelle pratiche, nell’esperienza condivisa.
Da questa pratica è nato, nel 1976, il suo libro La Signora del gioco sulla caccia alle streghe. Ha preso gli atti dei processi, le trascrizioni delle testimonianze e si è messa a cercare le voci delle donne: da quelle carte veniva fuori che non erano solo vittime inerti. Luisa Muraro ha restituito la voce a chi una voce ce l’aveva avuta. È il massimo di fecondità, diceva, perché la pratica politica non le dava i contenuti ma il modo di procedere nella ricerca.
La Libreria delle donne di Milano, che ha contribuito a fondare nel 1975 insieme a Lia Cigarini e altre, è prima di tutto un luogo fisico e Luisa Muraro è stata la prima libraia, supplente, in attesa che ne arrivasse un’altra. Ha tirato su lei la saracinesca, la cler come la chiamano a Milano, perché altrimenti, prese com’erano dalle loro discussioni appassionate, non l’avrebbero aperta mai: a un certo punto bisognava pur cominciare. La Libreria è stata per lei anche un guadagno personale. Da giovane, in una tensione di emancipazione di cui era appena consapevole, leggeva soprattutto uomini. Ricorda di avere avuto in mano Orgoglio e pregiudizio e di averlo scartato perché scritto da una donna. È stato rifornendo gli scaffali della Libreria che le si è aperto il vasto panorama della letteratura femminile e Lia Cigarini fece per lei quello che la professoressa di scuola non aveva fatto, le disse che Jane Austen era una grandissima scrittrice.
Con l’università il rapporto è stato di lunga, lucida distanza. Avrebbe potuto fare carriera (il suo professore della Cattolica, Bontadini, la difese in pieno Senato accademico quando, dopo le occupazioni, gli altri volevano liberarsene) e invece è rimasta ricercatrice tutta la vita. Qualcuna trovava scandaloso che Luisa Muraro non fosse ordinaria; qualcun’altra ci vedeva un segno tangibile della differenza tra autorità e potere. Lei la metteva più semplice. Diceva: amo Diotima, la comunità filosofica femminile che aveva fondato nel 1984 con Chiara Zamboni e altre, amo gli studenti e le studentesse che mi vengono affidati, amo lo studio, amo la ricerca; ma l’istituzione accademica non la tengo in simpatia.
Le lettrici, per lei, erano la condizione stessa dell’esistere di un libro e forse della sopravvivenza di chi lo scrive. Non penso indipendentemente dalla scrittura, diceva: le intuizioni venivano prima, luminose, intense, ma è scrivendo che il pensiero si articola. Era un bisogno quasi fisiologico e lei era una che scriveva sempre. Un’altra parte importante del suo rapporto con la scrittura era aiutare le altre a dire meglio, a tirar fuori una cosa che sentivano importante e non riuscivano a esprimere. E molte ne hanno beneficiato, io per prima. Sognava una scuola di scrittura e l’ha fatta davvero: dal 2007 fino al Covid che l’ha interrotta nel 2020, ha tenuto con Clara Jourdan una Scuola di scrittura pensante, perché meglio si scrive e meglio si pensa e perché quello che si dice sia vero e possa interessare anche altri. Scrivere come obbedienza alla lingua, conoscenza di sé e presenza al mondo, le tre cose in circolo. Era il suo dono e la sua pratica: il lavoro per la dicibilità, perché quello che è sia dicibile.
(Doppiozero.com, 23 giugno 2026)

Una relazione di amicizia, solidarietà e femminismo: è quella che lega due fumettiste, Pat Carra e Safaa Odah, tra Gaza e l’Italia. Dal loro legame è nato un libro, Safaa e la tenda (Fandango, 2026), e la mostra Al di là del mare che da giugno attraversa l’Italia, con il sostegno di Un Ponte Per, Chandra Candiani, Fandango, Erbacce.
Le abbiamo intervistato insieme.
Come vi siete conosciute, e come è nata la vostra relazione?
Pat Carra – Ho incontrato Safaa nel 2024 sui social. Mi sono innamorata dei suoi fumetti, questa è l’origine di tutto. Le ho chiesto di collaborare a Erbacce, la rivista umoristica e femminista di cui faccio parte, e le abbiamo dedicato la rubrica Una tenda in Palestina. Tra noi si è sviluppata una corrispondenza sempre più coinvolgente. A me la sorte ha assegnato la sfida di creare le condizioni concrete di un progetto comune, prima il suo libro e in seguito la nostra mostra. Anche in Safaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza è presente una seconda protagonista: la nostra relazione. Siamo due fumettiste e condividiamo uno sguardo femminista, Safaa ha trent’anni meno di me, è energica e coraggiosa, ha una fede che la rende forte. In un momento per me doloroso, mi è stata molto vicina. Era un paradosso ricevere sostegno da Gaza, dove è in corso un genocidio e manca tutto. Ci è venuto da ridere.
Safaa Odah – Ci siamo conosciute in tempi non ordinari. Erano momenti estremamente difficili e vivevo in condizioni psicologiche molto fragili. Come sapete, stavamo attraversando un genocidio. In quel periodo, per me il disegno era un mezzo per resistere e restare salda. Ci siamo conosciute sui social e ho capito subito che Pat non è solo un’artista, ma una persona. Ho conosciuto molti colleghi e artisti, ma lei è stata l’unica a restare, e aveva qualcosa di diverso. Con il tempo, la nostra relazione ha superato i confini della collaborazione. Ho trovato in questo incontro uno spazio in cui potevo essere sincera. Attraverso di lei ho conosciuto un mondo di amicizie meravigliose, tra cui la poeta Chandra Livia Candiani. Pat ha avuto un ruolo molto importante nel far pubblicare i miei disegni sulla rivista Erbacce e attraverso di lei è nato anche il libro con Fandango. Ci siamo incontrate nel pensiero prima ancora che nel disegno, e nel sentimento prima ancora che nelle parole.
Che ruolo ha il disegno nel rappresentare il mondo che vi circonda?
PC – Da sempre il fumetto e l’umorismo sono stati per me una forma di resistenza. Quando disegno vignette sulla violenza maschile o sulla guerra, seguo una linea che ha origini nella mia infanzia. Come Safaa sono un’autodidatta del disegno, lei ha studiato psicologia, io filosofia, eppure siamo arrivate a scegliere questo linguaggio, che è semplice ma non semplicistico. È un’arte che riconduce le cose a una misura umana, svelando la verità al di là delle finzioni come il bambino che dice «il re è nudo». Trasformare la rabbia, l’odio, l’angoscia in un momento liberatorio è l’essenza del mestiere. Nel 2004 ho creato “Cassandra che ride”, una personaggia che racconta le guerre occidentali post 11 settembre. Safaa testimonia il genocidio post 7 ottobre spogliando l’oppressore della sua presunta onnipotenza: i soldati israeliani sono insopportabili, nelle sue vignette, come lo sono i topi che ritrae davanti ai sacchi di farina.
SO – Per me il disegno non è solo un mezzo di espressione, ma un modo per comprendere ciò che accade intorno a me. Molto spesso le parole non sono sufficienti. Disegno per documentare ciò che vivo e ciò che vedo, non solo eventi, ma anche emozioni e dettagli quotidiani che altri potrebbero non notare. A volte sento di essere una testimone e che è mio dovere trasmettere questa realtà così com’è, con sincerità, anche se è molto doloroso. Inoltre, il disegno è uno spazio attraverso cui posso affrontare questa realtà, non fuggirne. È il mio mezzo per restare salda e per trasformare questo dolore. Non è solo arte: è una responsabilità. Raccontare ciò che accade dal mio punto di vista e lasciare un impatto reale su chi guarda.
Cosa sono stati questi anni di genocidio, visti da Gaza e dall’Italia?
PC – Sfilo nelle piazze, partecipo a incontri, seguo le notizie ma la mia vera guida sulla Palestina è Safaa. Abbiamo una lingua madre in comune, quel tipo di fumetto: socio-politico, femminista, che nel tratto è umoristico anche quando è tragico. L’Italia è un paese venduto agli Stati Uniti e Israele, Milano è una città gemellata a Tel Aviv. Safaa è l’unica fumettista che continua a disegnare da Gaza. Il mio impegno dall’Italia è stato coltivare la nostra amicizia, riconoscere il suo protagonismo, rilanciare la sua voce e fare coro con lei. Safaa è una grande fumettista, il suo lavoro è destinato a diventare un classico, e sentire la sua fiducia è un onore. La sua lotta è la mia: sopravviviamo in un capitalismo che non si può definire con parole umane.
SO – Sono stati due anni difficili, e non sono finiti. La guerra non si è mai fermata, viviamo nella paura costante della perdita. Questo comporta un logorio emotivo molto intenso. A Gaza non esiste più separazione tra vita e morte: sono intrecciate. Ormai per noi vivere è semplicemente cercare di sopravvivere. In questi anni Pat mi ha sempre mandato foto e immagini di manifestazioni di solidarietà che arrivavano dall’Italia, con una partecipazione davvero straordinaria. Questo per me è stato molto importante: mi ha fatto sentire che il nostro popolo non è solo, che ci sono tante persone a sostenerci. Ho sempre saputo che l’Italia è solidale alla Palestina, ma durante la guerra questo è stato ancora più evidente. Attraverso i social ho potuto vedere quanta solidarietà c’era, e il sostegno è stato davvero eccezionale.
Cosa significa per voi vedere oggi un libro e una mostra nati dalla vostra relazione? Come è nata questa idea?
PC – Dal desiderio di mettere al centro la nostra relazione, due donne fumettiste da due paesi diversi. Mentre curavo il libro di Safaa, non c’erano le condizioni materiali per lavorare insieme. Era necessario creare un filo narrativo, fare scelte e rischiare. Lei mi scriveva “vai avanti”. Volevo avvicinarmi il più possibile, per farcela ad andare avanti. Un giorno del 2025 non avevo più parole per fare coraggio a Safaa. Ho scelto un suo fumetto e mi sono disegnata accanto lei: questo disegno a quattro mani è diventato l’immagine guida della mostra. Ne sono seguiti altri che sono il cuore di “Al di là del mare”: ci incontriamo nel fumetto, letteralmente. La poeta Chandra Candiani, che è presente insieme a noi con il testo “Indomabile fiducia” lo racconta in questo passaggio:
«E c’è l’amorevole ponte tra Safaa e Pat, il loro incontro da una sponda all’altra del mare risuonando. Sono nati alcuni fumetti a quattro mani, come sonate notturne e dialoghi al buio tra bambine spaventate che si rassicurano così dentro il male del mondo, senza uscirne, con i loro strumenti di salvezza fragilissimi e incorruttibili. Con il loro testimoniare. Con il loro fare insieme».
SO – Vedere il mio libro e la mia mostra nascere da questa relazione mi provoca sensazioni contrastanti. Da una parte la gioia immensa, non mi sarei mai aspettata di raggiungere questo risultato. Sono grata e felice per tutto questo. Ma avrei tanto desiderato essere lì con voi. Ogni disegno per noi ha una storia, ogni dettaglio è legato a un momento, e sembra la dimostrazione che qualcosa può continuare a esistere e crescere nonostante tutto.
(*) Per informazioni sulla mostra, segui Erbacce e Un Ponte Per qui e sui canali social.
(Erbacce, 21 giugno 2026)
Nel corso della trasmissione La domenica dei libri del 21 giugno 2026, il conduttore Roberto Festa ha intervistato la filosofa Laura Boella sul pensiero di Luisa Muraro.
Qui di seguito il link al podcast della trasmissione. L’intervista si trova poco dopo le ore 10:30 della registrazione.
(La redazione del sito)
(Radio Popolare – La domenica dei libri, 21 giugno 2026)
Pubblichiamo di seguito il link al TG3 del 21 giugno 2023 in cui è contenuto il servizio di Francesca Sancin sulla manifestazione “Tessere la pace, custodire il futuro” organizzata a Roma dalle 10 100 1000 Piazze di donne per la pace. La manifestazione ha raccolto in un momento simbolico nazionale il lavoro costante di tanti gruppi locali di donne, divenuti nel giro di un anno oltre 160, per opporre alle guerre che imperversano una logica di pace di costruzione di civiltà. Il servizio comincia al minuto 24,17.
Le immagini degli arazzi disposti circolarmente sulla piazza ci ha ispirato il titolo “Nel cerchio delle vostre mani”.
(La redazione del sito)
https://www.raiplay.it/video/2026/06/TG3-a1e7d84d-bc41-4238-8865-03d0a3694624.html
(Raiplay.it, TG3 21 giugno 2026)
Domenica 21 giugno la Piazza del Campidoglio di Roma si è riempita di arazzi per la pace tessuti a mano da donne che hanno voluto manifestare in questo modo contro la guerra, il riarmo e la militarizzazione delle società europee. Nata un anno fa grazie alla rete “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, l’iniziativa è stata preceduta da un percorso collettivo di elaborazione tematica e sostenuta da un appello che continua a raccogliere sottoscrizioni (https://www.ioscelgo.org/petizioni/tessere-la-pace-custodire-il-futuro-il-21-giugno-in-piazza-per-interrompere-leconomia-di-guerra/). Pubblichiamo il testo letto in apertura da Daniela Dioguardi dell’Udi di Palermo.
Per essere qui e portare i nostri arazzi molte di noi sono dovute partire all’alba, rinunciando al loro unico giorno di riposo. Ma Roma era una tappa importante di un cammino per la pace che abbiamo deciso di percorrere insieme, un cammino iniziato un anno fa e a cui si vanno aggiungendo altre donne. Nel giugno 2025 le piazze delle donne erano 39, a marzo 2026 più di 160. Abbiamo tutte insieme costruito con impegno una comunità diffusa e molteplice, certe che pensare e stare insieme avrebbe moltiplicato e reso visibile nello spazio pubblico la nostra forza morale che si oppone alla violenza patriarcale. Ci unisce la convinzione che non si possa restare indifferenti di fronte alla sofferenza di intere popolazioni terrorizzate, costrette dalla guerra alla fuga o ai limiti della sopravvivenza in città ridotte in macerie, dove piangono giorno dopo giorno i loro morti, tra cui molti, troppi, bambine e bambini. E di fronte alla devastazione ambientale, di cui tutti e tutte piangeremo le conseguenze.
Da Gaza, dal Libano, dall’Ucraina, dall’Iran, dal Sudan e da tutte le zone di guerra sentiamo riecheggiare dentro di noi le grida di aiuto delle donne, delle madri disperate che hanno perso figli e figlie, che cercano in situazioni impossibili di assicurare la quotidianità, di proteggere i più piccoli, di riparare i loro stessi corpi dagli stupri che sono l’arma in più usata dagli uomini contro le donne per ucciderne l’anima. La forza bruta si impone sfacciatamente, facendo piazza pulita di convenzioni, diritti umanitari, istituzioni, organismi internazionali che dopo la Seconda guerra mondiale gli uomini si erano dati per limitare, controllare l’uso della violenza. Il sogno di un’Europa unita anche per realizzare la pace è stato di fatto travolto.
Di fronte a tanto orrore non si può, non si deve restare indifferenti né rassegnarsi. Non solo perché lo richiede la nostra umanità, ma perché ciò che avviene oggi in questi paesi può domani avvenire nel nostro. È venuto meno l’equilibrio geopolitico che ha permesso in Occidente, sia pure con delle orribili eccezioni, un lungo periodo di pace, e grande è il disordine sotto il cielo. Compaiono sulla scena pubblica rozzi personaggi che fanno dell’individualismo, del cinismo, della volontà di dominio e della forza di sopraffazione la propria cifra politica, come fosse un titolo di merito. La potenza degli armamenti attuali e di quelli che stiamo finanziando, e le oltre 12.000 testate nucleari già esistenti sono in grado di annientare la civiltà umana. Il rischio che la guerra si allarghi anche per un errore è estremamente concreto.
In questo contesto è ancora possibile parlare di civiltà dell’Occidente? Le magnifiche sorti e progressive del genere umano consisterebbero nel distruggere e sterminare con una tecnologia sofisticata talmente avanzata da permettere perfino di uccidere senza sentirsi responsabili? Questa non è la civiltà per cui hanno lavorato e continuano a lavorare milioni di donne che conoscono la vulnerabilità e la fragilità dei corpi e sanno bene di quanta attenzione e di quanta cura abbiano bisogno per nascere, crescere e restare al mondo.
La civiltà delle donne non vanta imprese cosiddette mirabolanti e straordinarie e non è raccontata nei libri di storia, nemmeno quando esse sono state protagoniste di invenzioni e scoperte, superando proibizioni e impedimenti. La civiltà delle donne è fatta di attività quotidiane necessarie per vivere, considerate dal pensiero patriarcale marginali, di poco conto. Della maestria femminile di costruire relazioni, trovare soluzioni in contesti difficili, cercare utili mediazioni, noi siamo orgogliose. Sono attività dalle quali in questa fase di grave crisi storica si debbono trarre insegnamenti.
“Tessere la pace. Custodire il futuro” porta sulla scena pubblica un’attività che fa parte dell’esperienza storica delle donne e indica che fuori da una logica predatoria di onnipotenza e di dominio la pace è possibile e conveniente. Tessere, cucire, ricamare, rammendare sono occupazioni che richiedono tempo, pazienza, l’abilità di sapere intrecciare armoniosamente fili diversi, di saper rimettere insieme spacchi e riparare rotture, producendo opere utili alla bellezza e alla vita. Simbolicamente sono antitetiche alle attività belliche che separano, rompono, distruggono, uccidono. Tessere per noi è stata ed è anche un’entusiasmante pratica collettiva, un ritorno alle radici da cui abbiamo tratto energia; una pratica politica che ha portato molte donne a conoscersi, costruire relazioni, creare spazi di parola e di ascolto. Spazi necessari per costruire una trama resistente di discorsi di pace, in grado di contrastare la narrazione mainstream che presenta la guerra come inevitabile, manipolando le coscienze e militarizzando la scuola, e usando le parole non per nominare la realtà e cercare soluzioni pacifiche ma per camuffare ciò che avviene realmente e alimentare le tensioni.
La guerra non è un fenomeno naturale, non è un terremoto, può quindi essere eliminata attraverso una buona politica e soprattutto una trasformazione culturale profonda, cominciando col disarmare oltre agli arsenali le menti e il linguaggio. Rifiutiamo la passività, e alla trappola dell’impotenza in cui vorrebbe farci cadere il potere contrapponiamo la potenza generativa dell’amore in grado di far nascere qualcosa di nuovo. Dipende da noi, dalla capacità di mettere insieme pensiero e azione, dal coraggio di combattere con la mente pensando controcorrente, andando oltre la logica dicotomica dell’amico-nemico pur consapevoli che esistono torti e ragioni, spezzando la spirale di odio e vendetta in cui è facile restare impigliati. Non vogliamo abituarci né fare abituare i/le più piccoli/e alla contabilità dei morti, alle immagini di violenza e distruzione che purtroppo sono entrate a far parte della nostra quotidianità. Rivolgiamo un appello alle donne che stanno nelle istituzioni perché non dimentichino che sono lì grazie alle lotte delle donne prima di loro, e perché vi portino l’esperienza storica femminile di attenzione e cura della vita. Essere donna, essere madre non è un proclama strumentale, è una differenza che richiede consapevolezza e che si nomina attraverso le parole che usiamo e le azioni che scegliamo. Prima che sia troppo tardi, queste parole e queste azioni oggi debbono essere contro la guerra e contro il riarmo.
(centroriformastato.it, 21 giugno 2026)
A distanza di qualche mese dalla morte di Lia Cigarini, il 13 giugno è morta anche Luisa Muraro. Due grandissime donne del femminismo della differenza sessuale, della libertà femminile. Entrambe ci hanno lasciato una ricchezza enorme di pensiero, di idee, di scritti, di libri da leggere, rileggere, studiare e trasmettere alle nuove generazioni di donne e uomini che poco o nulla o male sanno di loro e del pensiero e delle pratiche politiche del femminismo della differenza. Femminismo che ha portato le donne fuori dal patriarcato rendendole libere quali soggetti pensanti e parlanti. Libere di autodefinirsi, di pensarsi a partire da sé in relazione con un’altra donna. Se la mia generazione è nata emancipata quella delle giovani è nata libera, grazie a donne come Muraro e Cigarini, a cui essere grate. Grande è il dolore di chi, come me, le ha conosciute non solo leggendole ma anche ascoltandole nei luoghi della politica delle donne come la Libreria delle donne di Milano che, insieme ad altre, hanno fondato nel 1975. Al dolore si unisce tanta gratitudine e riconoscenza per due donne che hanno speso la loro vita per aprire nuove strade di pensiero e di pratiche di relazioni tra donne e tra donne e uomini, per un senso libero dell’essere donna e dell’essere uomo.
Luisa Muraro con il suo libro “L’ ordine simbolico della madre” ci ha insegnato l’amore femminile per la madre come riconoscenza e gratitudine per la donna che ci ha messe al mondo e per tutte quelle donne (madri simboliche) che, come lei e Lia, ci hanno dato qualcosa di essenziale per la nostra vita. Muraro è una delle più grandi pensatrici del nostro tempo. Una filosofa a cui piaceva, sin dall’infanzia, scrivere. Tanti i libri che ci ha lasciato, tra cui quelli sulle mistiche e la loro libera ricerca di Dio. Una tradizione, questa, andata perduta. Una scrittura, la sua, sorgiva dal pensiero della differenza sessuale e dalla politica delle donne, stando in una relazione di scambio e di confronto con Lia Cigarini. Un sodalizio il loro durato oltre la vita. Più volte le ho viste all’opera e ogni volta entrambe, con le loro parole, illuminavano e aprivano a nuove riflessioni, a nuovi pensieri, spingendo in avanti la discussione. Erano esigenti. Non ammettevano discorsi superficiali o approssimativi. Quando, nei primissimi anni Settanta, Muraro incontra Cigarini, che era già una femminista, lei aveva alle spalle anni di impegno politico nel movimento per la pace in Vietnam e nel movimento studentesco. Aveva partecipato all’occupazione dell’università La Cattolica, dove si era laureata in filosofia della scienza, e questo le costò la perdita della possibilità di intraprendere la carriera accademica, come racconta a Clara Jourdan nel libro intervista “Esserci davvero” a cura della Libreria delle donne di Milano: «Appena laureata mi hanno chiesto di restare in università, e di fare carriera accademica lì. Però è scoppiato il Sessantotto e allora hanno cambiato idea, tranne il mio professore il quale (…) ha voluto tenermi come assistente volontaria (allora c’era questa figura)». Non ha mai avuto una cattedra ma, dopo un breve passaggio nella scuola media, ha insegnato e fatto ricerca per trent’anni all’università di Verona dove, nel 1983, insieme ad altre, legate alla politica delle donne e al pensiero della differenza sessuale, ha fondato la Comunità filosofica femminile “Diotima”. Nel 1991 fondava la rivista della Libreria delle donne Via Dogana2, che ha voluto continuasse con Via Dogana3 online. Muraro non solo amava scrivere ma anche “aiutare altri a dire meglio” quando sentiva che c’era “qualcosa di importante”. Maestra di scrittura, insieme a Clara Jourdan, dal 2007 al 2017 ha portato avanti una “Scuola di scrittura pensante”, divenuta nel 2020 “Scuola di scrittura politica per aiutare a pensare la politica delle donne, che interagisce con il mondo globale”. È poca cosa quello che ho scritto per onorare una donna grande come Luisa Muraro, che ho amato, e amo, tanto. Grazie Luisa, grazie Lia.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 21 giugno 2026)
Ricordo Luisa Muraro alla Libreria delle donne di Milano, negli anni ’80 del secolo che abbiamo alle spalle, quando la sede era ancora in via Dogana al numero 2, a fianco della piazza del Duomo. Allora mi stavo laureando in filosofia con Silvia Vegetti Finzi e Fulvio Papi, ma nella mia tesi di laurea ha avuto grande importanza anche il suo pensiero e insegnamento. Ho, infatti, amato e inserito in bibliografia il suo Maglia o uncinetto.Metafora e metonimia, poi pubblicato anche come libro monografico da Feltrinelli, ma da me letto e utilizzato nella sua prima formulazione sulla rivista aut aut n. 175-176 del gennaio-aprile 1980.
Mi piaceva soprattutto, al di là delle sottili e profonde disquisizioni linguistiche, il titolo: che bello richiamare e valorizzare, anche in ambiti di alta filosofia, ciò che attiene alla vita quotidiana delle donne!!! Volere per le donne una diversa considerazione in società, rispetto al passato, ruoli autorevoli e di governance, non può voler dire omologazione al maschile, negazione di ciò che è sempre stato importante e proprio del mondo femminile: questo è l’insegnamento del “pensiero della differenza”, che porterà poi anche alla costituzione di quella fondamentale comunità di filosofia quale è Diotima, nata a Verona e a cui Luisa Muraro ha contribuito a dar vita.
In quegli anni fine Settanta / inizio Ottanta, alla Libreria la ricordo al centro di una grande tavolata, dove si raccoglievano duemila lire a testa, per mangiare tutte insieme mentre si discuteva di filosofia, politica e femminismo. Il suo era un pensiero al di fuori di qualsiasi schema, sia accademico sia “ideologico”, e questo mi piaceva, esaltava il mio essere “contro” l’educazione religiosa, classica, perbene che avevo avuto fino ad allora. Lei si era laureata all’Università Cattolica di Milano, ma poi aveva deciso di fare tutt’altro, andando a insegnare nella scuola dell’obbligo, dove aveva avviato un esperimento didattico di scuola “antiautoritaria”: un esempio di come incarnare la filosofia, mettere in pratica la teoria, e l’esperienza è documentata e fatta oggetto di riflessione nel libro L’ Erba voglio: pratica non autoritaria nella scuola, Einaudi, 1973.
Aveva fondato con altre, nel ’75, proprio la Libreria delle donne sul cui sito ancora oggi si legge (vedi Chi siamo): «Sì, perché la Libreria è un luogo di discussione, o meglio è essenzialmente un luogo politico, per come noi abbiamo inteso la politica. Niente a che vedere con istituzioni, partiti o gruppi omogenei. La chiamiamo politica del partire da sé; nasce dalla riflessione sull’esperienza che ciascuna fa, dallo stare insieme in un’impresa di donne ma anche nel mondo e si basa sulla relazione». Io ho respirato a pieni polmoni, da giovane studente di filosofia, quegli anni così vivaci e intensi, con la gran voglia di sovvertire la cultura tradizionale in cui eravamo cresciute, e quel “partire da sé” è sempre stato al centro del mio essere e agire. Noi donne siamo ben capaci di pensiero astratto, razionale, filosofico, ma sempre incarnato nella nostra esperienza, vissuto corporeo, materialità singola, ben consapevoli che l’universale non è un monolite, ma un prisma, in cui le diverse facce si confrontano, affiancano, uniscono, ma rimangono distinte, sé stesse.
Luisa Muraro si è spenta nella mattinata del 13 giugno scorso, e tantissimi sono stati in queste settimane gli scritti che hanno parlato di lei e delle sue opere, a partire dalla prima comunicazione della sua scomparsa, sul sito della Libreria da lei fondata: nell’articolo di Laura Colombo c’è il richiamo a ciò che Luisa diceva, che occorre «andare a fondo nel presente» per non cadere nell’«inganno del futuro, la pretesa di misurare il presente su ciò che non c’è più». Non pensiamola quindi come una mancanza, perché il suo pensiero continua ad agire anche ora più che mai vivo, «il presente non è il residuo di ciò che abbiamo perduto, ma il luogo dove ciò che ci ha dato è all’opera».
Innumerevoli i suoi scritti, sia accademici, sia divulgativi. È stata traduttrice di molte opere di Luce Irigaray e a questo proposito non posso non ricordare un magnifico pomeriggio a Milano in cui noi giovani studenti abbiamo accompagnato Luisa Muraro e Luce Irigaray in visita alla città. Luce parlava solo francese e Luisa un po’ dialogava con lei e un po’ si rivolgeva a noi per chiedere se avevamo seguito tutto e se avevamo domande. Un po’ una lezione a cielo aperto e un po’ un momento di vita indimenticabile.
Al posto di elencare tutte le sue importanti opere, che si possono ritrovare ovunque, voglio invece qui ricordare un suo piccolo scritto che ho sempre trovato geniale!!! Eccezionale perché distribuito gratuitamente in un luogo pubblico, rivolto anche forse a chi non è abituato a leggere testi complessi, distribuito in un luogo, la metropolitana, dove si va di fretta, e su un tema non certo comune: la lingua sessuata, che non esclude ma rende visibile il femminile in quel luogo simbolico per eccellenza, il linguaggio, che non solo descrive il mondo, ma contribuisce a formarlo.
Riporto qui la parte che ha poi indirizzato sempre più il mio modo di parlare, di insegnare, di agire e di essere: «La donna che lavora in fabbrica si chiama operaia, se lavora in campagna, contadina, se vende, commessa. È giusto, lo vuole la lingua che parliamo, lo insegnano i vocabolari. Nei vecchi vocabolari non troviamo il femminile di sindaco, ministro, deputato, ma solo perché erano di una civiltà patriarcale che escludeva le donne dalla vita pubblica. Questo non succede più. Da qui lo scandalo: se quelle che entrano nei posti di comando vogliono chiamarsi al maschile, che messaggio danno? Che il femminile è buono per sgobbare ma non per dirigere? Buono per la scuola elementare ma non per l’università? Che una donna ammiri un uomo, ammesso che abbia qualche merito, non ci sono obiezioni, l’ammirazione è un sentimento libero. Ma che lo prenda come una misura per sé, in generale, questa o è soggezione o trasformismo. E ha degli effetti deteriori, perché in un posto di responsabilità bisogna portare non solo le conoscenze ma anche le esperienze, non solo un titolo di studio ma anche il proprio essere» (“Esiste il sesso delle parole”, Metro, 28 marzo 2012). Era il 2012, ma quanto è attuale!
(https://vitaminevaganti.com/2026/06/20/luisa-muraro-nel-mio-ricordo/, 20 giugno 2026)
Magnifica humanitas è la lettera enciclica di Papa Leone XIV, resa pubblica il 25 maggio 2026, “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Colloca la riflessione sull’intelligenza artificiale dentro l’orizzonte della Dottrina sociale della Chiesa e la mette in relazione con questioni che vanno dal paradigma tecnocratico alla cultura della guerra.
L’intelligenza artificiale, scrive l’enciclica, “è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti” (§110). Se è così, la domanda riguarda ciò che ci accade quando le nostre parole, l’esperienza, le relazioni passano dentro dispositivi che le raccolgono e ce le restituiscono come risultato; quando l’esperienza viene separata dal corpo che la vive e dal tempo che l’ha fatta nascere. È a partire da queste domande che leggo la Magnifica humanitas.
L’enciclica riconosce che l’intelligenza artificiale non vive un’esperienza, non ha un corpo vissuto, non cresce nella relazione, non attraversa la gioia e il dolore, l’errore e il perdono. La sua potenza è calcolo e rielaborazione del già detto, è altro rispetto alla sapienza maturata nell’esperienza (§§98-99).
Riconosce anche che l’intelligenza artificiale non può essere considerata un semplice strumento. Quando è la tecnica a diventare criterio, è la tecnica stessa a stabilire che cosa ha valore e che cosa viene scartato (§§92-95). E dice apertamente che il potere dei dati, delle infrastrutture e del calcolo si concentra nelle mani di pochi attori privati transnazionali, producendo un’asimmetria epistemica, economica e politica che non può più essere taciuta (§§95; 108-109).
È proprio questa concentrazione di potere a togliere forza alla risposta morale e l’enciclica lo dice, non basta un’intelligenza artificiale più morale se la morale viene decisa da pochi (§107). La questione vera quindi si sposta dalle regole alla misura: chi decide che cosa viene riconosciuto come umano? Chi decide che cosa viene classificato come errore, rumore o scarto? Quali vite entrano nel calcolo e quali ne restano fuori?
C’è un’insistenza dell’enciclica sul non subire che mi interessa molto. Il testo diffida dalla posizione di chi osserva da lontano e spera che tutto vada per il meglio (§6). Nell’immagine di Neemia mostra invece un popolo che ricostruisce le mura di Gerusalemme pezzo per pezzo, dove ciascuno prende il proprio tratto di muro e lavora là dove si trova (§8). Più avanti, nella sezione Tutti possiamo fare la nostra parte, ricorda che nessuno è privo di responsabilità (§211). E l’immagine ritorna nelle pagine finali, dedicate al “cantiere del nostro tempo” (§§235-242).
Di questa immagine raccolgo la forza: non stare a guardare, non lasciare che altri decidano che cosa diventa il mondo, non consegnare la misura della nostra vita a chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.
Resta però il che fare. Per l’enciclica si tratta di ricostruire la città, custodire l’umano, orientare la tecnica al bene comune, rendere l’IA abitabile (§§8-10; 110; 235). È un gesto costruttivo e riconciliante, fondato sulla dignità della persona (§§46-91), fino alla promessa di una città compiuta nella conclusione (§§229-245).
Qui però non seguo fino in fondo l’enciclica. Non mi basta regolare la macchina, né integrarla nell’umano. Si tratta piuttosto di starci dentro come ciò che la macchina non integra. La differenza non coincide con ciò che entra nel dataset; sta nella pratica che legge, corregge, rifiuta, interrompe, e fa valere la genealogia nel campo in cui la macchina tende all’equivalenza. Quello che vorrei portare è vivo, sessuato, in relazione, e proprio per questo non si lascia ridurre a dato o variabile da includere. È la pratica dell’estraneità dentro l’intelligenza artificiale. Luisa Muraro l’ha detto così, “lo strumento sei tu”, vuol dire che non c’è uno strumento neutro da usare rimanendo intatte. Si può fare qualcosa di vivo solo restando il corpo che la macchina non addomestica. E chi interviene è anche chi, all’occorrenza, ferma la macchina di nascosto. Penso alle operaie alla pressa, raccontate nel numero di Via Dogana sul tempo. Conoscevano la macchina così bene da saperla fermare senza farsi scoprire, perché i manutentori non trovassero il guasto. È il sapere politico del fare e del disfare, un modo di fare di necessità libertà.
Anche la richiesta di disarmare l’IA, per me, assume un senso più ampio. Nell’enciclica disarmare significa togliere l’intelligenza artificiale dalla logica della guerra, della competizione armata, della potenza tecnica che pretende di governare il mondo (§§110; 186-200). È un passo essenziale, ma per me disarmare l’IA riguarda anche il potere della macchina di definire la realtà in cui devo stare, di prendere la nostra esperienza come materia prima. Si tratta allora di impedire che la parola venga separata dalla relazione che l’ha generata, che il corpo venga neutralizzato, che la differenza venga tradotta in informazione.
C’è poi il tempo, e qui di nuovo l’enciclica dice cose importanti. Critica la cultura dell’immediatezza, dell’iperstimolazione, della perdita di attenzione, e arriva a parlare della necessità di un digiuno dall’intelligenza artificiale, di un’igiene dell’attenzione, di una capacità educativa che insegni anche quando non usare la macchina (§§139-147). Si impara così a sottrarsi, a lasciare spazio a un pensiero che non arriva subito (§§139-147).
Però l’enciclica orienta il tempo verso una promessa di compimento e la affida a immagini come il Crocifisso Risorto, il granello di senape (§§210-211), il Magnificat, il Verbo fatto carne, il cantiere del Regno che viene (§§229-245). Per me il tempo non ha bisogno di chiudersi per avere senso, perché trova la sua misura nel fare, nel disfare, nel riprendere, nel tenere insieme cose che non promettono un compimento.
Il non subire, la critica del potere e la difesa del tempo sono elementi potenti dell’enciclica. Ma il suo orizzonte resta quello della custodia della persona umana universale. La mia misura invece parte da un soggetto sessuato, che viene da una genealogia e da un debito con la madre e il cui tempo non si compie.
Per me, allora, non si tratta di stare fuori, né di subire, né di adattarsi. Si tratta di entrare là dove la macchina cattura la nostra esperienza e di restare lì come ciò che non si lascia catturare del tutto. Come? Tenere aperta la differenza. Impedire che l’ambiente tecnologico diventi tutto il mondo. Disarmare la macchina perché non sia lei a decidere chi siamo.
Questo articolo nasce da una rielaborazione dell’intervento tenuto nell’ambito del seminario Disarmare l’AI. Conversazione sull’enciclica di Papa Leone XIV, organizzato dalla Scuola critica del digitale del CRS il 10 giugno 2026.
Saluti di amiche durante la cerimonia funebre, lunedì 15 giugno 2026 ore 15 alla Libreria delle donne
Chissà se Luisa preferirebbe il silenzio in questo momento. Ma noi dell’Ordine della Sororità il grazie glielo vogliamo proprio dire, con poche parole solo per esprimere la nostra riconoscenza.
Grazie per il suo legame di amicizia con Ivana Ceresa che ha dato una spinta alla nascita dell’Ordine della Sororità.
Grazie per esserci stata vicina dopo la morte di Ivana con la sua sapienza e il suo affetto che ci hanno sostenute e incoraggiate. Possiamo dire con l’intelligenza dell’amore.
Grazie per i suoi scritti, per il permesso che ci ha dato di inserire parte del suo testo Come quando si accende la luce, negli Atti del Convegno su Romana Guarnieri dell’ottobre 2022, dove suggerisce la schivata per andare altrove, per muoverci su un altro piano imparando a vedere dentro, ad andare in profondità per creare armonia tra ciò che sentiamo, viviamo e le parole che diciamo.
Grazie dell’immagine che ci ha lasciata della scrittura come cammino sull’orlo di un pozzo, nella cui profondità possiamo immergere sguardo e cuore in una specie di buco, che lei chiama niente, mancanza, abisso che infinitamente chiama e fa nascere essere e amore senza fine.
Grazie per il suo amore per le mistiche che ci ha fatto conoscere, aprendo tra visibile e invisibile un orizzonte inesauribile nella gioia e nell’amore per la libertà femminile.
Rita, Martina, Raffaella
Personalità geniale e imprevedibile. Comincio da qui, cara Luisa.
Non sopportavi il telefono. Ma ci scrivevamo email lunghissime, perché scrivere per te era il modo di esserci davvero. «Io sono una che scrive sempre», dicevi. Hai cercato per tutta la vita le condizioni per poter pensare e scrivere e le hai trovate nella pratica politica delle donne, la forma che finalmente te lo permetteva. Scrivere era il tuo modo di rendere dicibile il vero.
Bastava chiederti «come stai?» e scattava l’invettiva: non reggevi niente di convenzionale, niente di finto. Le presentazioni di libri, i complimenti di circostanza, le verità mai dette e il veleno versato dietro le spalle, tutto questo ti era insopportabile.
Ed eri una mente fuori misura. Qui, di solito, comincia la lista dei complimenti. Ma tu i complimenti li detestavi, e allora ti dico solo questo, senza salamelecchi: geniale lo eri davvero.
Avevi l’autorità della maestra, eppure ascoltavi più di chiunque altro. Soprattutto le creature piccole, quelle che le convenzioni avevano sfiorato appena. «La scuola le rovina», dicevi.
Eri un’antenna. Coglievi verità soggettive ancora abbozzate, le tiravi fuori, facevi precisione dentro l’anima, anche nella mia, e le restituivi come esperienza in cui tutte potevano riconoscersi.
Hai visto arrivare prima di molti cose ancora invisibili: la fine del patriarcato, l’intelligenza artificiale generativa. Le percepivi nel corpo sociale, nelle trasformazioni della civiltà, e le mettevi a fuoco nello scambio serrato e ininterrotto con Lia Cigarini, tua compagna di vita e di politica.
Ora l’hai raggiunta. E voi due restate custodite dentro di noi: ci fate forza, e tanta bellezza.
Laura Colombo
Luisa Muraro mi ha sempre incoraggiata da quando ho avuto la fortuna di incontrarla a Parma, grazie alle amiche della Biblioteca delle donne. Mi ha dato non solo coraggio ma ispirazione e parole giuste, sostenendomi in tutte le imprese della Libreria cui attivamente partecipavo e partecipo, Via Dogana, il Circolo della rosa, il sito ecc. E anche devo dire nelle mie imprese di lavoro, quando organizzavo con le mie allieve e allievi gli scambi culturali con le scuole russe di Pietroburgo; avventure in cui mi sono gettata durante gli anni di insegnamento nei licei di Milano. Anni entusiasmanti, dalla fine del secolo scorso e ai primi del 2000, il periodo della perestrojka, una finestra di grandi speranze per l’Europa orientale. Di questo ho raccontato in alcuni numeri di Via Dogana cartacea. Con le sue pubblicazioni e ricerche, in particolare La Signora del gioco e Guglielma e Maifreda, e su Margherita Porete, Lo specchio delle anime semplici, ha nutrito e indirizzato il mio amore per la storia, confluito in seguito nella Comunità di storia vivente, pratica nata in Libreria da un’idea di Marirì Martinengo. Luisa pur con alcune critiche ha apprezzato e approvato, definendola una novità storiografica nei suoi scritti (8 marzo 2013, Ci sono novità nella ricerca storica http://www.libreriadelledonne.it/ci-sono-novità-nella-ricerca-storica) Come mostra lo scambio epistolare con Marirì su alcune sue obiezioni. Mi ha insegnato a usare la sua autorità, espressione che io in un primo momento non compresi, ma che una volta capita ha illuminato la mia strada. E per questo resta per me un esempio memorabile. Una fonte sorgiva di sapere per tutti e di tutti i tempi.
Laura Minguzzi
Luisa era sempre presente in Libreria, lavorava moltissimo e quando le si chiedeva qualcosa, un consiglio o la revisione di un testo, lei c’era. Il suo, però, non era un dover essere, perché nel suo operare era intrecciata la relazione e in questa tessitura Luisa trovava il suo piacere per cui il lavoro non le pesava. A volte trovava anche il dispiacere, quando le cose andavano male.
Luisa era intensamente relazionale. Sentiva l’altra (l’altro) in profondità e si relazionava con un’attenzione che definiva “interessata”. Ricordo la sera in cui al Circolo della Rosa è arrivata, assieme a Serena Sartori, Odile Sankara a chiederci di collaborare con la sua associazione Talents de femmes per un concorso di scrittura per le studentesse delle scuole superiori del Burkina Faso. Quando Odile è andata via, Luisa ha esclamato: “È una regina!”. Ecco c’era già tutto: la relazione profonda era partita e per anni abbiamo seguito questo progetto e Luisa stessa è andata a Ouagadougou a consegnare i premi alle studentesse vincitrici.
L’attenzione di Luisa era “interessata” alla libertà dell’altra, anche della studentessa burkinabè, e si adoperava perché prendesse la parola, perché con la scrittura desse senso alla propria esperienza.
Luisa nel suo operare faceva brillare qualcosa di quella civiltà differente che desiderava. Ricordo che quando morì mia madre tragicamente, appena tornata da Roma andai in Libreria per la riunione della comunità Ipazia e Luisa, a metà riunione, mi chiese di parlare di mia madre, di ricordarla con loro perché – disse – facevamo politica delle donne, stavamo costruendo società femminile e non si poteva ignorare una cosa così importante come la morte di una madre.
Luisa con me è stata generosissima. Quando nel 2009 mi sono ammalata, per 10 anni, fino al tempo del Covid, è venuta a trovarmi ogni settimana, al mercoledì, prendendo un tram per andare in Duomo, la metro per Marelli e un autobus di Sesto che la portava a casa mia. Vedevamo un film e poi prendevamo un aperitivo. Era un “cinema casalingo” di grande pregio: le videocassette ci venivano fornite da Nilde, del gruppo cinema della Libreria e da Luca Bigazzi, noto nel mondo del cinema a cui arrivavano in anteprima tutte le novità.
Al convegno dell’anno scorso, Come quando si accende la luce, l’ho definita oltre che maestra, un’amica geniale e così io la sento. Sono stata molto fortunata a incontrarla perché ha illuminato la mia vita e l’ha resa più bella e interessante da vivere. Gliene sono immensamente grata.
Ciao Luisa.
Vita Cosentino
(www.libreriadelledonne.it, 20 giugno 2026)
Sabato e domenica 13/14 giugno in Svizzera sono state le giornate dedicate allo sciopero femminista. In diverse città svizzere si sono tenute manifestazioni contro la discriminazione salariale, la violenza maschile contro le donne e le molestie. Domenica, a Berna, Basilea, Zurigo e Lucerna migliaia di partecipanti, vestite con magliette viola, hanno protestato in particolare contro i femminicidi e varie forme di dominio patriarcale. Hanno inoltre rivendicato salari più elevati, redditi migliori e più equilibrio tra lavoro e vita privata. Migliaia di persone erano già scese in piazza sabato a Losanna e a Neuchâtel con analoghe rivendicazioni.
(La redazione del sito)
Donne, donne ovunque. Alle manifestazioni femministe del 13 e 14 giugno a Losanna e a Ginevra abbiamo visto madri, nonne, cugine, zie, amiche e bambini di ogni età. Uomini pochi, come sempre. Qualcuno c’era, certo. Altri sono rimasti a casa a badare ai bambini, un modo anche quello per sostenere la protesta. La maggior parte era in giardino, davanti alla televisione o in palestra.
La rivoluzione femminista innescata quasi dieci anni fa dal movimento #MeToo è avvenuta grazie alle donne. Hanno decostruito i discorsi dominanti, pubblicato opere di divulgazione sulle questioni di genere, manifestato, realizzato podcast e contenuti sui social network per spiegare, precisare, contestualizzare, mobilitare.
Se le violenze sessuali nei confronti di donne e bambini, così come i femminicidi, sono oggi sempre in primo piano tra i fatti di attualità, lo dobbiamo a questo lavoro di base svolto dalle attiviste, ciascuna secondo le proprie forze. E quel lavoro è ormai penetrato nella quotidianità. Nelle cucine, nelle camere da letto, nelle aziende, nello spazio pubblico, il concetto di parità regna sovrano, con buona pace degli spiriti più reazionari. E allora perché sono così rari gli uomini che partecipano a questa lotta?
Eppure sono coinvolti direttamente: in Svizzera sono il 90 per cento dei condannati per reati sessuali. Alcuni ne sono consapevoli, ma non si sentono autorizzati a parlare in nome delle vittime. Altri condannano le azioni individuali, senza capire che la violenza è il prodotto di una società patriarcale da cui traggono vantaggio anche loro. Signori, il risultato della vostra inerzia è che ancora una volta sono le donne a battersi al posto vostro e al loro carico fisico e mentale si aggiunge il dovere della militanza, di cui avrebbero fatto volentieri a meno. Il minimo sarebbe ringraziarle.
(Internazionale, 19 giugno 2026)
Ero così triste per la morte di Luisa Muraro che non sono proprio riuscito a prendere la parola durante la cerimonia funebre celebrata in Libreria delle donne, lunedì scorso. Ascoltando le testimonianze e i ricordi raccontati da quelle che hanno parlato, sentivo la mia memoria come svuotata. Affioravano in me immagini e parole di Luisa, ma come prive di consistenza. Un solo pensiero continuava ad imporsi: Luisa non c’è più. E la realtà, presente e passata, colava via.
A un certo punto, però, sono rimasto impigliato in un ricordo di tanti anni fa. Luisa era stata invitata a un festival a Reggio Emilia e aveva chiesto che fossi io a presentarla nella piazza dove doveva intervenire. Qualche giorno prima, usando un tono scherzoso per mascherare la mia preoccupazione, le dissi: “È un po’ strano doverti introdurre. A meno di non dire: è con noi Luisa Muraro, che non ha certo bisogno di presentazioni!”. Con quel suo tono serio che spesso nascondeva l’ironia, mi rispose: “No, no, mi devi presentare come Dio comanda!”. Questa battuta mi liberò dalle esitazioni e mi mise al lavoro. Non era stato pubblicato da molto Al mercato della felicità, dove Muraro riprende la figura elaborata da George Eliot delle “sante Terese fondatrici di nulla” e la sviluppa in modo così meraviglioso da porla all’altezza delle più indimenticabili figure della Fenomenologia dello spirito, come la coscienza infelice. Mi riallacciai a quelle pagine per dire che invece Luisa, oltre che una filosofa, è stata una fondatrice. È riuscita ad esserlo molte volte. Vita Cosentino lo ha raccontato benissimo nel suo contributo al volume, appena uscito: Come quando si accende una luce. Pensare con Luisa Muraro. Quel giorno a Reggio, cercai di ragionare sul perché questo atto, in cui si dà vita a qualcosa che possa durare, sia oggi così difficile da apparire quasi favoloso.
Lunedì scorso, anche questo discorso sulle fondazioni, che Luisa aveva tanto apprezzato, mi si è sgretolato tra le mani, corroso dalla tristezza. Mi è venuta in mente quell’osso di seppia in cui Montale scrive del momento “che rovina l’opera lenta di mesi” e in cui “chi ha edificato sente la sua condanna”. Di nuovo le tenebre.
Ma allora perché tutto quell’episodio mi si è ripresentato alla mente? Nascondeva un bandolo che potevo tirare? Chissà come faceva Luisa a trovare sempre il filo giusto! Forse i suoi occhi lo vedevano luccicare. L’unico bagliore che lunedì ho intravisto in quell’episodio era nella formula: “Come Dio comanda”. De profundis, invocavo una parola efficace. Una parola che sapesse misurarsi con quel “non c’è più”, senza edulcorarlo, ma senza neppure darne per scontato il significato. Questo tipo di parole, le parole della spiritualità, che sono simboliche in un senso più intenso di quello per cui lo è qualunque parola, Muraro le sapeva ascoltare. E poi le sapeva far ascoltare. Non smetterò mai di ammirarla per questo: il coraggio e la lucidità con cui ha capito, non già che la materia non basta, ma che per tenersi veramente vicini alle radici terrestri e corporee della vita singolare e collettiva, compreso il mondo del lavoro, occorreva smettere di privarsi delle parole custodite dalla religione, intesa nel senso più ampio, che arriva fino alla mistica. Nel far questo, si confrontava con niente di meno che l’eredità della modernità: non per rifiutarla, ma per ricontrattarla. È stata la sua grande scoperta, lo dice lei stessa: a un certo punto ha capito di poter usare la mistica femminile, che sapeva riconoscere anche al di fuori delle autrici canoniche, per dare alla libertà (innanzitutto femminile, ma senza escludere gli uomini), una profondità letteralmente impensabile entro l’orizzonte della ragione moderna e dunque entro le pratiche istituite da quella ragione, comprese quelle politiche. È iniziato così quel suo lavoro per rendere Dio dicibile in lingua materna. Non un lavoro di invenzione linguistica, ma di ascolto di parole che spesso ci raggiungono chiuse e che lei sapeva aprire per mostrarcene la ricchezza segreta. Non era un’esegesi la sua, né scientifica, anche se sapeva servirsi dei protocolli della scienza, né teologico-confessionale. Era una lettura in risonanza con l’esperienza, ma con l’esperienza di un’anima grande. E così quelle parole tornavano alla vita, si rinnovavano. Apparivano le parole giuste per cogliere i nodi e i movimenti più nascosti della realtà e delle soggettività.
Sono ancora tanto triste per la morte di Luisa. Mi piange il cuore. Parlare della grandezza di quello che ha fatto mi consola, ma poi ricado nel dolore. Però, lunedì, verso la fine della cerimonia, Clara Jourdan ha raccontato che una sera di qualche anno fa, mentre tornavano in auto da Verona a Milano, con altre amiche che facevano parte di un coro, Luisa ha proposto di cantare insieme l’inno Veni Creator Spiritus. Con l’immaginazione, entro anche io in quella macchina. Un’ultima volta con Luisa, che sapeva ascoltare lo spirito.
(www.libreriadelledonne.it, 19 giugno 2026)
Luisa Muraro 13 giugno. Mi capitava spesso di sentirmi spostata dal luminoso e generoso pensiero di Luisa. Io ero qua ed era come se lei mi trasportasse fisicamente là, un po’ più in là, un po’ più in alto, “oltre”. Luisa nemica di ogni approssimazione, debolezza, banalità. In questi casi il suo dissenso era inesorabile. Luisa non ha voluto compiere gli anni domenica 14 giugno. Mi piace ricordarla con le sue parole forti in un incontro tra amiche, “se Dio c’è si presenti”. Chissà che non sia così. Perché non posso pensare a una morte nel caso di Luisa, ma un andare “oltre”. Dove non so. Ma qui sulla terra nostra, penso e spero che la Libreria mandi avanti con tenacia e come può il suo ineguagliabile lavoro. Sapendo come diceva Luisa che talvolta nella relazione si può non essere d’accordo. Stefania Giannotti
Un’altra donna che ha cambiato la mia vita lascia questa terra. Una vera maestra del pensiero e dell’anima. Colei che, tra migliaia di idee, colpi di genialità, svolte epocali, rimproveri epici, ironia pungente, pensieri illuminati, ci ha regalato e mi ha regalato il Dio delle donne, quel dio che a volte capita quando trova il pertugio nel cuore delle anime semplici, quelle che ascoltano e parlano in lingua materna. La Tua lingua carissima Luisa, la lingua della libertà femminile che hai vissuto, proclamato e onorato fino all’ultimo respiro. Grazie, a te devo la felicità di essere una donna… e una donna femminista! Grazia Villa
Indimenticabile. Luisa Muraro vive. Da questo fondo occorre, presto, risalire. Onorandola. Redenta di Mirano
Con Luisa ho avuto e ho una relazione molto profonda. Abbiamo anche tanto litigato. Ci siamo portate dentro fino a toccarci l’anima e l’interiorità. Abbiamo comunicato e vissuto momenti di “sempre eterno”. Lei, nella storia della nostra amicizia, con il suo Continuum Materno mi ha restituito, di mia madre Emilia, la PAROLA VERA e mi ha confermata per mettermi al mondo quella e come desideravo e desidero esserci davvero. Saremo sempre insieme con tutte-i Quelle-i che ci hanno voluto e ci vogliono bene e credono nella libertà e nell’amore. Adriana Sbrogiò
A tutte voi, con dolore che condivido profondamente, vorrei inviare le mie più sentite condoglianze per la morte di Luisa Muraro. Questa perdita è incalcolabile e ci lascia tutte di nuovo senza parole, dopo quella così recente e dolorosa di Lia Cigarini. Ascoltai per la prima volta Luisa Muraro a Modena quarant’anni fa e il suo pensiero ha acceso una luce che non si spegnerà mai. Vi sono vicina in spirito e vi abbraccio, unendo alle vostre anche le mie lacrime. Patrizia Baroni
Non sono su facebook e non posso lasciare un commento lì. Ma condivido il vostro dolore; Luisa è stata una maestra e le volevo molto bene. Ci resta il suo pensiero, e non è poco. Paola Bono
Os saludo con mucho afecto y me uno a vosotras en el sentimiento de pérdida y al tiempo de privilegio por haber leído, escuchado y aprendido tantísimo de la maravillosa Luisa Muraro. Gloria Isabel Serrato Azat
Come posso trovare le parole per un evento che mi sconvolge così profondamente? Luisa Muraro, nostra autrice, il cui pensiero è stato l’impulso all’origine dell’esistenza stessa della Casa Editrice Christel Göttert, è morta. Da importante filosofa qual era, negli ultimi cinquant’anni ha fatto sgorgare una fonte a cui il pensiero delle donne si è abbeverato in modo determinante e le cui acque continueranno a fluire abbondantemente in futuro. Con l’elaborazione dell’ordine simbolico della madre, ha spalancato porte a un pensiero di straordinaria portata. Le vie della libertà femminile hanno ampliato il loro orizzonte rimuovendo gli ostacoli derivanti dall’adattamento alla visione maschile del mondo. Ciò rende possibile, per noi e per le future generazioni di donne e uomini, superare il dominio del patriarcato. Con profonda gratitudine per aver potuto contribuire alla diffusione degli insegnamenti di Luisa Muraro in Germania, diamo l’addio a una grande pensatrice, a una donna unica, sulle cui tracce desideriamo continuare a camminare con grande rispetto per l’opera della sua vita, anche attraverso la traduzione di un altro suo lavoro. Le intuizioni filosofiche che ci ha lasciato, caratterizzate da una grande lungimiranza, dovranno ancora essere esplorate in tutta la loro ampiezza. Appartengono al patrimonio della teoria e della pratica filosofica orientata ai valori come fondamento dell’agire umano. Christel Göttert
(Ndr: La casa editrice Christel Göttert Verlag di Rüsselsheim ha pubblicato le traduzioni tedesche di: L’ordine simbolico della madre, La folla nel cuore, Dio è violent, Non si può insegnare tutto. La pubblicazione di Esserci davvero è prevista entro breve.)
Esserci davvero a cura di Clara Jourdan per “I quaderni di via Dogana” è una delle intervisterilasciate da Luisa Muraro. Oggi sembra che non sia vero perché Luisa non c’è più, ma non bisogna crederci. Lei c’è e ci sarà sempre e davvero per me e per tutte coloro che si sono nutrite dei suoi insegnamenti, ciao Luisa. Ombretta De Biase
Luisa Muraro era per me una garanzia d’essere nel giusto. Se apprezzava quanto dicevo ero sicura, se obiettava immediatamente: con due parole chiarissime, ci ripensavo. Ricordo rispetto al fare gravidanze per altri, disse: “Non ci hai pensato”, e cambiò argomento. Invece “io sono io”, per me continua ad essere un sentimento che precede l’essere donna. Quel suo privilegiare: “io sono una donna” mi sembrava una scelta spietata, di combattimento. Ma forse lo era per generosità, perché era una persona molto generosa. Credo di doverle il posto nel concorso per ricercatrice a Milano quando deviò repentinamente per concorrere a Verona. La conobbi un fine estate a Milazzo, nel Settanta, eravamo ospiti di Lia Cigarini e dormivo in stanza con lei. Non mi svegliava con intenzione ma alle sette e mezza si alzava, apriva la finestra, rifaceva il letto e puliva la stanza. Non poteva tergiversare. È stata sempre molto amichevole, con Lia abbiamo fatto tante vacanze, frequentava con interesse anche il mio compagno, sono stata molto fortunata. Era una ragazza estremamente carina, a Carloforte passeggiava con l’ombrellino per ripararsi dal sole con quella pelle chiara e i colori tenui del suo viso, una freschezza dello sguardo, una estrema sincerità. Antonella Nappi
Luisa Muraro mi insegna che la politica è un lavoro di condivisione di tutta la libertà che è possibile oggi qui ora. Per me questa libertà è stata vivere Gesù nelle libertà possibili nelle nostre vite di carne e sangue in cerca, ogni giorno, di quell’amore di cui siamo affamati e assetati. E così togliendo da noi e dal mondo l’odio crudele che invade e rende morte le vite di tanti uomini crudeli nei loro odi. Luisa Muraro è una filosofa della libertà di amare. Raffaele Ibba
Care amiche, troppo presto devo esprimervi il mio cordoglio per la morte di Luisa, dopo quella di Lia. Il suo magistero vivrà in noi. Un abbraccio affettuoso e caloroso, Laura Mercader
Prima Lia e adesso Luisa… che dolore non poterle più incontrare, almeno in libreria, diventate più anziane ma sempre presenti. Sono cresciuta con i loro scritti, condivisi con tante altre donne. Ho seguito Luisa ogni volta che ho potuto nel suo viaggiare per l’Italia, ovunque la chiamassero – e l’abbiamo voluta più volte anche nella nostra piccola città Pinerolo – e in quelle che lei chiamava le cucine abituali del suo pensiero: la Libreria delle donne, i seminari di Diotima, gli incontri di Asolo e Torreglia di Identità e Differenza. Era una maestra severa, sì, ma io nei suoi occhi ho sempre visto una dolcezza sconfinata, il segno di chi sta con Amore nel mondo. Resta la ricchezza della sua grande, generosa eredità. Grazie, Luisa. Doranna Lupi
Perdere Luisa prima ancora di aver fatto luce sulla sua dimensione mistica è un vuoto incolmabile. Fin dai tempi di Guglielma e Maifreda, Luisa Muraro ha rivolto il suo pensiero all’esperienza mistica, scrivendo libri come Il Dio delle donne e Le amiche di Dio, ma facendo anche pratica di ricerca simbolica sia a Orvieto, nei Seminari di mistica e politica organizzati da Laura Guadagnin, che a Foggia, nei convegni di Studi Crostarosiani promossi dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose in collaborazione con il Centro Ricerca Donna di Foggia. È stata Luisa Muraro a dare inizio alla ricerca di senso che chiedeva l’Opera di una madre fondatrice. Era l’inizio degli anni ’90 e la questione che interrogava i Padri Redentoristi aveva a che fare con il simbolico della madre, un ordine di senso che mancava ai loro studi e impediva loro di scoprire l’origine materna dell’Ordine Redentorista. Dagli inizi del novecento alcuni Padri Redentoristi avevano scoperto di essere Figli di una Madre e avevano cominciato a interrogarsi sull’origine paterna dell’ordine Redentorista attribuita universalmente a Sant’Alfonso. Da tempo quindi era allo studio l’Opera della Madre fondatrice senza il conforto del simbolico della madre che proprio Luisa Muraro aveva generato. Quando Luisa accettò di entrare a far parte degli Studi crostarosiani, Celeste Crostarosa prese posto nella pratica di ricerca simbolica delle donne. Anche le Figlie di Madre Celeste, le Monache Redentoriste, si aprirono al simbolico della Madre e Luisa Muraro divenne una loro assidua sostenitrice. Diventammo così Le Amiche di Celeste e ricevemmo l’onore di accedere all’Archivio che custodisce nel Monastero di Foggia l’opera omnia della Madre. La ricerca su Madre Celeste ha visto all’opera Luisa Muraro prima con le Amiche di Celeste e poi con l’intera Comunità di Mistica e Politica che ha concluso i suoi lavori con un Seminario organizzato nel 2016 con il Dipartimento di Magistero dell’Università di Foggia. Gli atti sono stati pubblicati nel libro Maria Celeste Crostarosa: Il Magistero divino della Madre. Mariagrazia Napolitano
Queridas Amigas: Os mando otro abrazo enorme y me queda el consuelo de que nuestras Maestras ya andan juntas allá donde estén. Y el agradecimiento profundo por todo lo aprendido y compartido. Un abrazo cálido, Laura Mora Cabello de Alba
È stata la mia prima maestra di Femminismo… Leggere “L’ordine simbolico della madre” mi ha permesso di riconciliarmi con il mio essere nata femmina, oltre che con una madre impossibile… Sentirla parlare era spesso come vedere una luce in fondo a un tunnel… era tosta, anzi dura, a volte molto dura… ma ora sto piangendo. Che la terra le sia lieve. Alda
Per la seconda volta in pochi mesi esprimo a tutte le amiche della Libreria il mio dolore e rimpianto per la scomparsa di figure essenziali per la cultura e la politica delle donne e quindi dell’Italia: la prima è stata per Lia e questa volta per Luisa. Non posso essere con voi a salutarla e mi dispiace tanto, ma mi consola ricordare che sono riuscita a darle un saluto affettuoso nel corso del bel convegno alla Cattolica. Riaffiorano alla memoria gli incontri, non frequenti, con lei. Da un lontano seminario in un convento sulle colline venete con la comunità di Diotima, le cui tensioni emotive e di pensiero erano addolcite da numerose “ombre” ai più recenti incontri e scambi a proposito della maternità surrogata. Senza il suo pungolo amorosamente severo a non cedere agli inganni, soprattutto agli autoinganni che echeggiava in ogni sua pagina, in ogni sua parola non avremmo, in tante, intravisto né il cammino né la meta. Percorrerlo senza sperdersi è tutt’altra faccenda e riguarda ognuna di noi. Ci sarà tempo per misurare appieno il suo valore di grande intellettuale fedele al suo sesso. Valga ora ad accompagnarla un pensiero colmo di gratitudine. Addio Luisa. Francesca Izzo
C’è un pensiero che mi ritorna in questi momenti difficili: non sentiamoci orfane, ma eredi. Il ricordo e la voce di Luisa sono ormai impressi nelle nostre vite e nelle nostre opere. Le porteremo insieme. Silvana Panciera
La Casa delle Donne di Milano si unisce al vostro dolore per la perdita di Luisa Muraro, così vicina anche alla perdita di Lia. Ci lascia un’eredità preziosa fatta di autonomia, desiderio e pratica politica e relazionale. Vi abbracciamo con solidarietà e affetto. Antonella Eberlin
Oggi salutiamo Luisa Muraro, una delle voci più importanti del pensiero femminista italiano. Il suo lavoro ha contribuito a dare parole e forma politica alla libertà femminile come pratica viva, costruita nelle relazioni tra donne, nella presa di parola, nella capacità di nominare il mondo a partire da sé. Muraro ci ha ricordato che il femminismo non è solo rivendicazione di diritti, ma trasformazione del simbolico, del linguaggio, dei luoghi in cui si produce sapere, autorità, politica. La sua riflessione e la sua pratica restano un riferimento prezioso per chi continua a lavorare perché la libertà delle donne non sia un principio astratto, ma una possibilità concreta nelle vite, nei corpi, nelle relazioni. Oggi la salutiamo con gratitudine, consapevoli che il pensiero femminista vive quando continua a generare parole, confronto, legami e cambiamento. D.i.Re Donne in Rete contro la violenza
Abbiamo letto insieme alcuni anni fa e discusso Il Dio delle donne con molto interesse e piacere e, grazie a questo prezioso testo, siamo entrate in una visione del divino libero dagli schemi patriarcali e (ri)scoperto ed esplorato il pensiero libero delle beghine, in particolare lo Specchio delle anime semplici di Margherita Porete. Poi alcune di noi hanno partecipato, all’Università cattolica di Milano, all’incontro a lei dedicato, e conosciuto più a fondo, leggendo la bella intervista di “Esserci davvero”, le tappe della sua vita così intensa, dedicata in pieno all’affermazione della libertà femminile. In passato avevamo incontrato Luisa a Ravenna e ai Grandi seminari di Diotima e ammirato la lucidità del suo pensiero, la sua capacità di interagire con folle di persone di ogni età, molte/i le e i giovani, venute da ogni parte ad ascoltarla. È stata per noi un punto di riferimento molto importante e ci mancheranno la sua sagacia, la sua vasta cultura, la sua spiritualità, il suo invito a guardarsi dentro e a prenderci la responsabilità del nostro agire di donne. Ma i suoi libri, le sue idee così acute e profonde e la coerenza delle sue scelte, restano un grande regalo per tutte noi, per il movimento femminista e per il vivere politico e sociale. Siamo con voi col pensiero e col cuore e vi abbracciamo con tanto affetto e riconoscenza… Luisa Randi per il gruppo Misticopolitica della Casa delle donne di Ravenna
Che forza e che lucidità straordinarie ci ha donato! A tutte le donne della Libreria auguro il coraggio e l’ispirazione per proseguire insieme il cammino, nella lucidità e nella forza. Con affetto e vicinanza, Anna Leiser, Labyrinthplatz Zürich
Ieri, con moltissime altre e pochi altri, sono stata alla Libreria delle donne di Milano per salutare Luisa Muraro. Due cose mi hanno colpita: la prima è il forte sentimento di riconoscenza e gratitudine che tutte le intervenute (e suo nipote) hanno espresso. Bello, importante al di là di ogni discussione di merito sui femminismi soprattutto in tempi orizzontali in cui tutto vale tutto e tutti valgono tutti: non è così e beati quelli che incontrano e sanno riconoscere i maestri e, soprattutto, le maestre. Con cui dialogare, semmai esercitare il conflitto ma nel reciproco riconoscersi. La seconda cosa l’ha detta, con grande semplicità, Chiara Zamboni. Ha raccontato che quando Muraro arrivava in facoltà all’università a Verona, gli uomini, i colleghi si irritavano. Lei non faceva niente, loro si irritavano. La scrivo qui questa cosa perché mi sembra assolutamente eloquente e molte donne sanno di cosa si tratta. Assunta Sarlo
Ho imparato ad amare mia madre grazie a te e all’analisi e ne ho tratto un grande beneficio di vita. Beneficio che provo a trasmettere alle mie studentesse alle quali, spesso, si riempiono gli occhi di lacrime, a riprova del fatto che in questa relazione originaria c’è tanta roba perché siamo noi. Non ho mai creduto, però, che bastasse passare dall’ordine simbolico del padre a quello della madre senza conflitti, frizioni e problemi perché esiste anche il “fuori” ed è proprio quel “fuori” a stabilire i nostri posizionamenti nel mondo senza cedere al pensiero reattivo e difensivo. E poi tu avevi uno strano Dio violento che cercavi di sostituire con figure femminili, le tue mistiche. Sempre radicale, mai accondiscendente, a volte anche troppo, hai dato spessore umano e civile a ogni parola insegnandoci l’autorevolezza femminile. Un’autorevolezza che hai difeso fino in fondo perché avevi capito che nella contemporaneità si preferiva essere delle “vittime” in una “miseria simbolica” generalizzata. «Troppo comodo», dicesti una volta. Avevi ragione, nonostante tutto. Grazie Luisa, ti ricorderò con quel volto angelico e quello sguardo dolce mentre celebravamo la tua Lia a Milano in autunno. E continuerò a insegnare il tuo pensiero assieme a quello di Lia, di Carla Lonzi, di Lea Melandri, di Judith Butler, di Juliet Mitchell, di María Zambrano e tante altre pensatrici che ci hanno precedute rendendoci libere di essere noi stesse. Ogni autorevolezza, infatti, è diversa ed è questa la grande meraviglia del pensiero dell’esperienza quando non cede all’identitarismo e pratica la relazione accogliendo l’altr@ da sé. È persino romantica questa tua morte se penso al tuo amore per Lia andata via pochissimo tempo fa. Grazie davvero. Faremo genealogia. Io già la faccio, sempre, perché non essere d’accordo con qualcosa non significa mancare di rispetto nei confronti del pensiero altrui. D’altronde cosa è, se non questo, la “pratica della relazione”? Di questi tempi “divisivi” (orribile parola) ancora di più. Promesso. “Non intendo disprezzare la buona volontà”, L.M. Anna Simone
Ancora un pensiero per lei, Luisa Muraro. Vogliamo immaginarla così, sorridente e commossa di potere incontrare finalmente Margherita Porete, Guglielma e Maifreda; intrattenersi con loro nella lingua materna scienza divina dell’ordine simbolico della madre, del Dio delle donne, di quanto Dio è violent, perché… non è da tutti, l’indicibile fortuna di nascere donna e… l’importante è Esserci davvero. E Luisa Muraro continua ad esserci anche qui tra noi. Liside
(www.libreriadelledonne.it, 19 giugno 2026)
«In tutte noi c’è un passaggio segreto che ci porta alla nostra libertà», mi disse Luisa Muraro. Il suo femminismo mi aiuta a (ri)trovarlo ogni giorno
Se ne è andata la creatrice di una delle filosofie più brillanti del XX e del XXI secolo. Ma essere donna e femminista non aiuta a essere riconosciute. Pensare una politica radicale di trasformazione, neppure.
La scoprii quand’ero molto giovane, la insegnai, è stata la forza alla base della mia autonomia. Ho imparato da lei che nessuna teoria ha importanza se non è tradotta in vita, nessun femminismo serve a qualcosa se non interroga le mie viscere, nessuna politica ha valore se mi spinge a tradire me stessa. E mi ha fatto scoprire il senso di NOI al femminile.
Ho avuto la gioia di conoscerla, l’ho vista ESSERE quello che scriveva. E ho scritto un libro che va e viene tra lei e me, tra due viaggi in Italia, l’Elsa ventenne e il nostro incontro decenni dopo, la strada vitale delle mie trasformazioni femministe, che continuano. Così come Luisa continua a essere viva, e ad agitare il mondo.
(*) Elsa Drucaroff, scrittrice argentina, è autrice del libro El pasadizo secreto. Escenas de una autobiografía feminista [‘Il passaggio segreto. Scene da un’autobiografia femminista’], Marea Editorial 2024, inedito in Italia, che tratta della sua vita in relazione al suo incontro con Luisa Muraro.
(Instagram, profilo di Marea Editorial, 19 giugno 2026, traduzione di Silvia Baratella)
Versione originale:
En todas nosotras hay un pasadizo secreto que nos lleva a nuestra libertad, me contó Luisa Muraro. Su feminismo me ayuda a (re)encontrarlo cada día
Partió la creadora de una de las filosofías más brillantes de los siglos XX/XXI. Pero ser mujer y feminista no ayuda a ser reconocida. Pensar una política radicalizada de transformación, tampoco.
La descubrí muy joven, la enseñé, fue mi fuerza para la autonomía. Aprendí de ella que ninguna teoría importa si no está metida en mi vida, ningún feminismo sirve si no interroga mis entrañas, ninguna política vale si me lleva a traicionarme. Y me descubrió el sentido de NOSOTRAS.
Tuve la dicha de conocerla, la vi SER lo que escribía. Y escribí un libro que va y viene entre ella y yo, entre dos viajes a Italia, la Elsa veinteañera y nuestro encuentro décadas después, mi camino vital de transformaciones feministas, que sigue. Como sigue viva Luisa, agitando el mundo.
Elsa Drucaroff
(https://www.instagram.com/p/DZvKVK-jv_W/?igsh=OHdoYnY1dGo4Mm53)
Nella riunione dello scorso 14 giugno della redazione aperta di Via Dogana 3, preziosa occasione di scambio come sempre, stavamo, a mio parere, nella tiepidezza del già detto e nella tristezza del presente quando è intervenuta Vita Cosentino a squarciare il velo della nebbia mentale. Ha parlato dell’importanza che ha oggi la relazione di differenza tra donne e, al suo interno, la relazione tra donne, non quella con la madre, già salvata. Mi ha ispirata. Si dissipò la tristezza, il lamento per l’invecchiamento delle più anziane. Si dissipò il predominio del pensiero: un pensiero che tendeva alla binarietà, alle cause.
Come se avessimo dimenticato che “pensiero” deriva da “pensum”. Pensum era la quantità di lana – il peso – che una donna dell’antica Roma doveva filare ogni giorno. “Pensum”, come filare, vengono, nella loro sostanza non nella loro etimologia, dal tatto, dal movimento delle dita della filatrice nel preparare il batuffolo di lana. Il tatto è segno eminente del piacere femminile, il piacere clitorideo. Nella relazione di differenza tra donne, la cosa più bella è il piacere, il piacere di stare insieme, e basta, piacere dei sensi, compreso il sesto senso: l’intuizione, meglio detta ispirazione. Tra donne, Lei viene. La si attende.
Quanto a me, le donne mi ispirano, mi danno, mi danno di tutto ma, in primo luogo, mi danno la fiducia per sentire e, sentendo, creare. Quasi sempre ho scritto su richiesta di un’altra. Ascoltando Vita Cosentino, mi è tornata in mente di nuovo la frase “ma il sentire lo siamo” (María Zambrano). Il piacere senza sforzo. Che mi importa del caos postpatriarcale? Se dissuade le donne dall’entrare nel contratto sessuale, è o sarà, perfino, benvenuto.
Oggi i mass media hanno dato la notizia che la Spagna ha un problema lavorativo nuovo: i ragazzi giovani chiedono il congedo dal lavoro quando la fidanzata li lascia. Catastrofe. Un politico informava di avere in casa due figli in questa situazione. Li chiamava, scusandosi, “sciocchi”. Sia benvenuto questo caos.
Perché questa è una grande notizia “politica”, di politica della polis greca, origine del patriarcato occidentale. Politica che finì con il patriarcato, e i ragazzi giovani lo sanno, lo sentono, lo vivono. Adesso è un’altra cosa. È fare il raccolto della forza della vita, ha detto Antonietta Potente all’incontro. La forza della vita che si nutre della libertà femminile. È l’augere, l’accrescere che è proprio dell’autorità femminile, senza monumenti (Luisa Muraro), questo di più che non è proprietà di nessuno, che esiste finché circola (Lia Cigarini), che si genera soprattutto nella pratica della relazione di differenza con donne: una la genera, un’altra la raccoglie, e così via. Trascendendo. A volte, c’è bisogno di una trasfigurazione.
(traduzione di Clara Jourdan)
testo originale
Más placer menos pensamiento nada de política
En la reunión del pasado 14 de junio de la redacción abierta de Via Dogana 3, preciosa ocasión de intercambio como siempre, estábamos, en mi opinión, en la tibieza de lo ya dicho y en la tristeza del presente cuando intervino Vita Cosentino rasgando el velo de la niebla mental. Habló de la importancia que tiene hoy la relación de diferencia entre mujeres y, dentro de ella, la relación entre mujeres, no con la madre, ya salvada. Me inspiró. Se disipó la tristeza, el lamento por el envejecimiento de las más mayores. Se disipó el predominio del pensamiento: un pensamiento que tendía a la binariedad, a las causas.
Como si hubiéramos olvidado que “pensamiento” deriva de “pensum”. Pensum era la cantidad de lana -el peso- que una mujer de la Roma antigua debía hilar cada día. “Pensum”, como hilar, vienen, en su sustancia, no en su etimología, del tacto, del movimiento de los dedos de la hilandera al preparar el vellón de lana. El tacto es signo eminente del placer femenino, el placer clitórico. En la relación de diferencia entre mujeres, lo más hermoso es el placer, placer de estar juntas, sin más, placer de los sentidos, incluido el sexto sentido: la intuición, mejor llamada inspiración. Entre mujeres, Ella viene. Se le espera.
A mí, las mujeres me inspiran, me dan, me dan de todo pero, en primer lugar, me dan la confianza para sentir y, sintiendo, crear. Casi siempre he escrito a petición de otra. Al escuchar a Vita Cosentino, me volvió una vez más a la mente la frase “pero el sentir lo somos” (María Zambrano). El placer sin esfuerzo. ¿Qué me importa el caos postpatriarcal? Si disuade a las mujeres de entrar en el contrato sexual, es o será, incluso, bienvenido.
Hoy los medios de comunicación han dado la noticia de que España tiene un problema laboral nuevo: los chicos jóvenes piden la baja laboral cuando les deja su novia. Catástrofe. Informaba un político que decía tener en casa dos hijos en esta situación. Los llamaba, disculpándose, “memos”. Sea bienvenido este caos.
Porque esta es una gran noticia “política”, de política de la polis griega, origen del patriarcado occidental. Política que terminó con el patriarcado, y los chicos jóvenes lo saben, lo sienten, lo viven. Ahora es otra cosa. Es cosechar la fuerza de la vida, dijo Antonietta Potente en el encuentro. La fuerza de la vida que se nutre de la libertad femenina. Es el augere, el acrecentar que es propio de la autoridad femenina, sin monumentos (Luisa Muraro), ese más que no es propiedad de nadie, que existe en tanto que circula (Lia Cigarini), que se genera sobre todo en la práctica de la relación de diferencia con mujeres: una la genera, otra la recoge, y así sucesivamente. Transcendiendo. A veces, hace falta una transfiguración.
Haza (Burgos), 19 giugno 2026
Queste riflessioni nascono quasi all’improvviso, mentre ascoltavo gli interventi durante l’incontro tenutosi alla Libreria delle donne di Milano domenica 14 giugno su: C’era una volta la differenza e c’è ancora.
Ispirazione nata, come molte volte mi capita, ascoltando altre donne, ma forse è qualcosa che mi abita da un po’ di tempo a questa parte; sempre la stessa preoccupazione e cioè che le cose della vita non devono trattarsi come oggetti su cui ragionare in modo astratto.
Questo per me è vitale; difendere la vita dalla pura sintesi di ragione, perché la vita è complessa e parte della storia reale e viva di ciascuna di noi e di ogni donna.
La differenza è nata con noi e dunque la differenza siamo noi. Le nostre vite che a volte riusciamo a narrare con fatica e altre volte invece, scorrono come l’acqua di un ruscello in piena nei nostri racconti, nelle nostre parole e nei nostri scritti. Parole piene di immaginazione e di cura che sono sempre anche per altre. Secondo me l’oggi non è il pensiero della differenza, ma siamo noi. Il pensiero della differenza ha dato inizio a una trama infinita di esperienze femminili nei vari ambiti della vita, ma oggi è rimasta solo la nostra esperienza, che non è ancora terminata e che non ha ancora valicato le porte della profondità.
Forse molte donne non hanno mai gustato questa profonda e trasformante verità. Chissà per poca chiarezza con loro stesse e, a volte, per una vera e propria disgrazia a causa dei loro ambigui patti con gli uomini e l’universo maschile in cui solo gli uomini regnano. Piccoli inganni, attrazioni quasi sempre di tipo ideologico-intellettuale (il compagno di partito, l’ideologo famoso molto mistico, lo psichiatra o lo psicologo), oppure la normalissima e molto sottile attrazione di tipo estetico: era un uomo molto bello! Non dico che questo sia cattivo, ma non serve, non è questo che trasforma, anzi omologa, basta guardare l’aula del nostro e di altri parlamenti europei. Ci sono delle donne, ma lì è l’inganno, perché quello è il regno maschile.
Di per sé la nostra vita non aveva a che fare con questa porzione di mondo, i nostri organi sottili, come si direbbe nella mistica del sufismo persiano, ci hanno sempre dato dei veri e propri segnali di libertà interiore e soprattutto il nostro sentire profondo ha cercato di educarci a leggere la realtà in un altro modo e a non separarci dalla vita. Ma per molte di noi l’incantesimo con il maschile era avvenuto e questo nel femminismo ha avuto delle conseguenze abbastanza negative e lunghe nel tempo.
Altre donne invece riuscirono ad accorgersi di quella che chiamerei la grazia della differenza e uscirono da quei mondi e crearono solo con altre donne.Questa grazia nel mondo del femminismo divenne ciò che prese il nome di femminismo della differenza. Alcune prima e altre dopo, dedicammo parole, scrittura, narrandoci e narrando sempre a partire da sé. Lasciando che la differenza ispirasse la nostra vita e facendo del femminismo della differenza come un vero e proprio laboratorio di trasformazione per chi ne faceva parte e per tutte le altre donne.
Una ricerca non fine a se stessa, che non si appagava con la conquista dei diritti, ma faceva sì che le donne si accorgessero di loro stesse, delle loro madri e di tutte le donne che l’avevano precedute e persino della natura che portiamo dentro.
Una vera e propria ricerca della quintessenza che, chissà, non abbiamo ancora incontrato e per questo non siamo ancora sparite. La quintessenza è quinta perché viene da altrove: è dama Amore, secondo la mistica beghina Margherita Porete di cui tutte noi conosciamo l’opera. Non è ragione e la cerchiamo e comprendiamo nel sentire profondo dell’animacorporea. È per questo e molto altro ancora, che per me il femminismo della differenza non va pensato, perché la differenza siamo noi e questo è uno dei tanti segreti di cui noi donne, nel corso della storia, ci siamo sempre prese cura e che sappiamo nominarlo solo tra di noi.
In questo momento storico questo “segreto” c’è molto utile per non cadere nelle reti dei giudizi che gli uomini elaborano sulla società, sulla natura con la loro banalissima ecologia (un’altra volta il logos) e sul futuro. Come sempre, dato che la maggioranza di loro non sa creare, costruiscono le stesse dinamiche: guerre e miseri caudillismi. E mentre la vita soffre non si sente altro che il forte rimbombo di sterili ideologizzazioni. Purtroppo molte donne sono di nuovo cadute nelle trame ideologiche della politica dell’eterno ritorno. Le guerre, le assurde invasioni è come se avessero riportato molte donne indietro nel tempo, in altri periodi storici, affidandosi così alla forza e alle strategie di ragione tipicamente maschili. Molte azioni fatte di debole solidarietà, perché concretamente lontane dalla vita, credendo oltretutto di poter dividere il mondo in due, tra buoni e cattivi, tra giusto e ingiusto e guarda caso ritrovandosi sempre dalla parte di chi è nel giusto o di chi è vittima. Eppure il vittimismo, secondo l’esperienza del femminismo della differenza era qualcosa che avevamo superato e messo a tacere e non avrebbe dovuto essere un criterio di lettura della vita. Questi signori uomini, invece, in un modo o nell’altro, costruiscono sempre labirinti senza uscita e, guarda caso, il labirinto è costruzione maschile, inventata da Dedalo e commissionata dal re e non dalla regina, per rinchiudervi la creatura “mostruosa”.
In questo modo di vedere la realtà e di costruirla, le donne non possono trovare pace né crearla o desiderarla di desiderio infinito. La vita reale non è un eterno ritorno, non si muove appoggiandosi solo su quello che già conosce, perché lei è misteriosamente creativa e ha solo voglia di vita. A questo punto la strategia delle donne dovrebbe essere quella di stare sempre in un altro modo e parlare di altre cose.
Le donne che si trovano involontariamente coinvolte nei conflitti, guerre e cose del genere, ci insegnano a non usare parole di guerra o parole vuote, polemiche, ma e soprattutto non le insegnano alle loro bambine e ai loro bambini. Parlano d’altro e soprattutto fanno altro; altro che serva alla vita e a immaginarne ancora una nuova.
Questo significa che mentregli uomini parlano di tante cose assurde, di questo o di quello, noi parliamo d’altro e soprattutto siamo occupate in altro, più immaginativo, libero e ispirato. E questo lo può fare ciascuna di noi e lo possiamo fare insieme. Ho sempre pensato che le donne dovessero studiare insieme.
Studiare insieme è uno di quei tanti gesti femminili che cercano di alleggerire almeno un po’ la fatica di una porzione di realtà sempre più grande. Studiare insieme non è solo trovare delle parole femminili che ci ispirino, ma ascoltare le nostre stesse ispirazioni; quelle che ciascuna ha. Studiare insieme è anche attivare l’immaginazione e non sottometterci sempre a quelle tristi analisi maschili sulla società e sul mondo.
Lasciamo che gli uomini vedano con il loro sguardo annebbiato dalla frustrazione e noi guardiamo altrove con i nostri occhi. Sì altrove, proprio secondo l’etimologia di questo bellissimo avverbio: aliter ubi; in un altro luogo. Trovarci sempre da un’altra parte. Proprio come quando fin da piccole e anche da grandi ci dicevano con tono di rimprovero: -ma tu hai sempre la testa da un’altra parte-. Menomale, il problema è che oggi non abbiamo solo la testa da un’altra parte, ma tutta l’animacorporea è altrove e questo è un di più: siamo altrove e questa è la differenza.

I nostri ricordi
Ho lasciato trascorrere un pochino di tempo prima di provare a scrivere di Luisa Muraro, che se ne è andata dal mondo mortale lo scorso 13 giugno. Il primo ricordo è legato ai suoi occhi: non tanto lo sguardo, quanto proprio gli occhi, di una trasparenza immediata e cilestrina che mi affascinava. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, quella di Luisa era trasparente e diretta. La ricordo severa – nella sua prima presenza al Centro Donna di Livorno si arrabbiò a causa dell’intervento di una delle presenti, che lamentava la situazione delle donne senza fare alcun scatto in avanti o, al limite, di lato (su questo tornerò). Lei rispose glaciale che un intervento come quello era il contrario della libertà femminile. Non faceva sconti, Luisa. Però la ricordo anche a sghignazzare senza pudore alcuno – con noi che raccomandavamo prudenza! – in occasione di una amara (soprattutto, si percepiva, per i tifosi maschi) sconfitta legata al campionato di basket, una sera, qui in città. Le scene di maschi dolenti per strada e nei locali la divertirono moltissimo e giunse a dire che le sarebbe piaciuto provocarli. La dissuademmo, altrimenti, addio Luisa e addio noi.
Luisa è stata una maestra di pensiero e di pratica politica. Mi sono nutrita, abbeverata alle sue parole e ai suoi scritti, perché lì trasparivano amore per il mondo, per la lingua, per la verità, anzi le verità che molte donne – più donne che uomini, per citare una scrittrice che amava, Ivy Compton-Burnett– andavano scoprendo: la politica sorgiva del femminismo, la rivoluzione simbolica della differenza sessuale e del suo senso libero (mai consegnato a una dimensione organicista!), un pensiero che intendeva fare tabula rasa del millenario, falso universale neutro e che, per giungere a questo, doveva farsi pensiero vivente, pensiero intrecciato alle pratiche e, in primis, alla pratica della relazione, con cui – citando una frase dalla sua vastissima produzione, amorosamente raccolta in una accurata bibliografia da Clara Jourdan – si dà «il soggetto – me – non in posizione di soggetto ma di complemento: trovo me in relazione con gli altri, abitata da ricordi, mossa da desideri. Trovo dunque desideri che mi muovono, ricordi che mi occupano, altre o altri che mi parlano … una pratica di decentramento dell’io, il cui posto viene preso da una pluralità di istanze parziali, in un gioco di rimandi».
È un’indicazione preziosa in tempi in cui la vertigine identitaria si affaccia ovunque, bloccante, fattrice di monoliti accanto a monoliti. E se lo stare nel mondo continua ad essere difficile, per le donne (e non solo), Luisa ci proponeva esercizi simbolici e pratici di libertà: uno per tutti, la schivata. Riporto le parole assai efficaci di Ilaria Durigon: «Nella schivata, intesa come la mossa a lato che fa l’animale quando viene inseguito da un predatore “per uscire dalla traiettoria della fuga-inseguimento ed evitare così di essere preso”, Luisa aveva intravisto una rappresentazione del modo in cui le pratiche politiche del femminismo si erano manifestate nel corso della storia: con un gesto inafferrabile, con una mossa imprevista, con la fecondità imprevedibile degli spostamenti. Con i gesti autorevoli con cui le donne potevano agire dentro alla storia, deviandone il corso. Se il femminismo è nato da una schivata, da un salto in una direzione inedita rispetto a una storia già scritta, allora l’invito di Luisa è un omaggio alla forza dei gesti rischiosi e audaci, all’inoltrarsi coraggioso su sentieri inesplorati, all’elaborazione originale di nuove definizioni, al tentare nuove acrobazie. Al partire da sé senza farsi trovare».
Sapremo essere all’altezza dell’audacia che praticavi e che chiedevi? È ciò che mi auguro, nell’esprimere la mia gratitudine e il mio amore per te, Luisa.
Paola Meneganti
«Luisa Muraro ha dato respiro e forza al mio desiderio di libertà»
Con queste parole ieri Daniela Bertelli ricordava Luisa Muraro e io mi ritrovo completamente in questa espressione per ciò che ha significato anche per me l’incontro con il pensiero e con la presenza di questa nostra straordinaria madre simbolica.
La scoprii negli incontri di presentazione del Sottosopra verde, un testo che lessi come una vera illuminazione in una fase in cui mi aprivo alla maternità, alla professione, alla pratica politica femminista. Vi trovai una concezione della libertà femminile radicalmente diversa da quella che avevo conosciuto fino ad allora: un’esperienza da vivere e da nominare a partire da sé, nel rispetto del desiderio di autenticità, nella relazione con altre donne.
Qualche anno dopo ebbi l’occasione di incontrarla al Centro Donna di Livorno, allora animato da Liliana Paoletti Buti, alla quale oggi il Centro è intitolato, in occasione della presentazione di Non credere di avere dei diritti.
Liliana, docente autorevole e profondamente consapevole del valore del pensiero di Luisa, ci raccomandava di prepararci con cura a quell’appuntamento. Aveva ragione, come al solito, Liliana. Ascoltare Muraro significava lasciarsi interrogare da un pensiero che andava oltre le certezze consolidate e che ci invitava a cercare la libertà nelle relazioni, nella parola, nell’assunzione della propria esperienza e nella capacità di riconoscere l’autorità femminile, oltre il paradigma e l’orizzonte dei diritti. Messaggi per me, giovane avvocata, necessari come l’aria per mantenere il mio desiderio integro in contesti formali e spesso distanti dalle esigenze di giustizia che sentivo così urgenti.
Per me questa scoperta si è intrecciata profondamente con la pratica della relazione tra donne vissuta insieme alle compagne dell’Associazione Evelina de Magistris. È stato grazie a quel tessuto di amicizia, politica, confronto e affidamento reciproco che il pensiero della differenza sessuale è diventato una pratica concreta e trasformativa della mia vita e di quella del gruppo, un modo diverso di stare al mondo, di leggere i conflitti, di fare politica e di costruire legami in ambiti diversi, con soggetti differenti (penso al Centro Donna del Comune di Livorno divenuto oggetto di un patto di collaborazione, un bene comune, ottenuto con impegno, fantasia, tenacia, di cui continuiamo a prenderci cura ogni giorno).
Negli anni la relazione con Luisa si è arricchita grazie agli incontri alla Libreria delle donne di Milano, luogo straordinario di elaborazione politica e simbolica, dove il pensiero di Luisa Muraro trovava una delle sue espressioni più vive, che diverse di noi hanno frequentato in più occasioni, trovando uno spazio prezioso di ricerca e di confronto, anche quando i pensieri erano diversi.
A questo si è aggiunta la lettura di Via Dogana, nelle sue diverse fasi, e dei suoi libri. Penso in particolare a Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista, che tanto mi ha donato per l’amore che nutro verso le figure delle mistiche e delle donne che, nei secoli, hanno cercato parole e forme di libertà fuori dagli ordini costituiti. Alcune di noi hanno adottato l’espressione “Che Guglielma ci protegga” per sostenerci in momenti scabrosi…
Mi hanno sempre colpito la capacità di Luisa di tenere insieme interiorità e politica e la sua attenzione alla felicità come dimensione profondamente politica. Una felicità che nasce dalla fedeltà al proprio desiderio, dalla ricerca della verità di sé e dalla qualità delle relazioni. Parole più attuali che mai, in momenti bui e aridi come questi.
In Momenti di felicità ebbi anche la sorpresa e l’onore di trovarmi citata per aver richiamato, in una relazione di difensora civica, il suo pensiero: «Tenere insieme politica e felicità… L’ignorarsi reciproco di felicità e politica è una specialità borghese e maschile… Quello che le pratiche femministe hanno cercato di realizzare è la circolazione del vissuto attraverso tutto lo spessore dell’esistenza, dal più intimo al più pubblico…». Quelle parole hanno continuato ad accompagnarmi in ogni mio impegno.
Guardando oggi a questo percorso, riconosco il filo che lega il Sottosopra verde, il Centro Donna di Livorno, la Libreria delle donne di Milano, l’Associazione Evelina de Magistris e gli scritti di Muraro sulla felicità come il filo della libertà femminile, che prende forma nelle relazioni tra donne, nella capacità di dare autorità alla propria esperienza, nel riconoscimento reciproco e nella pratica condivisa della cura del bene comune
Un filo che ancora oggi dà respiro e forza al nostro desiderio di libertà.
GRAZIE, LUISA
Maria Pia Lessi
Il ricordo di Laura Colombo pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano cliccando qui https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/per-luisa-muraro-morta-il-13-giugno-2026/
Il ricordo di Ida Dominijanni pubblicato su Il Manifesto cliccando qui https://ilmanifesto.it/luisa-muraro-come-quando-si-spegne-una-luce
Ci piace qui ricordare attraverso la testimonianza di Paola Meneganti la prima volta in cui Luisa venne al Centro Donna: era l’estate del 1987 e, all’interno di una serie di eventi dal titolo “La grande avventura della libertà femminile”presentò insieme a Cristiana Fischer, il libro, scritto a più mani dalle donne della Libreria di Milano, Non credere di avere dei diritti, al seguente link http://www.evelinademagistris.org/wp-content/uploads/2026/06/Presentazione-libro-Lib-1.pdf
(https://www.evelinademagistris.org/2026/06/17/luisa-muraro-nelle-nostre-vite/, 17 giugno 2026)
L’accademica Annarosa Buttarelli e la regista Loredana Rotondo ricordano l’approccio al femminismo della differenza teorizzato da Muraro dalla fine degli anni ’70 e spiegano la sua attualità nel modo di riflettere, lavorare e fare politica
Luisa Muraro il giorno dopo. Dopo il suo funerale, dopo l’omaggio che le ha tributato la Libreria delle Donne di via Dogana a Milano di cui la filosofia, scomparsa a ottantasei anni il 13 giugno, è stata una delle fondatrici. E che era diventata la sua casa intellettuale assieme alla comunità filosofica Diotima. Un saluto intimo. Anche se resta un po’ il dispiacere che una pensatrice della statura di Muraro, una delle madri del femminismo italiano e della filosofia della differenza, non sia stata salutata da una comunità più vasta, dalla città di Milano, per esempio. Perché la grandezza di scritti e riflessioni come le sue appartengono alla collettività di uomini e donne. E avrebbero meritato un omaggio collettivo.
Allora partiamo da lì. Dal fatto che quello che potremmo chiamare “il femminismo di qualità”, nato grazie a figure come Carla Lonzi e Luisa Muraro non ha lasciato una traccia e un messaggio che parla solo alle donne, ma all’umanità tutta. Perché implica un modo di discutere, lavorare, agire, fare politica che è collegiale, collettivo seguendo il cardine, che era davvero rivoluzionario negli anni ’70, che il pensiero delle donne è differente proprio per questo, che viaggia in orizzontale e crea relazioni.
Per aiutarci a capire meglio Annarosa Buttarelli, accademica e filosofa che di Muraro è stata allieva e assistente, fa un esempio biografico: il rapporto che lei aveva con la filosofa che definisce “una madre”. «Il nostro era un rapporto improntato al principio di “autorità generativa”. È qualcosa di più del rapporto tra maestra e allieva o maestro e allievo, è una relazione in cui una persona dotata di autorevolezza e contenuti si mette a disposizione di un’altra per farla crescere e farla arrivare al suo livello. Questo faceva Luisa con me, giovane laureata che vedeva dotata. “Pensi bene e scrivi bene quello che pensi” mi disse una volta: una frase che non scorderò mai. Lei ascoltava, leggeva, correggeva, mi indirizzava. Si era creato un vincolo che non era un legame di potere ma un legame che nasce da una relazione che arricchisce entrambe e non ingabbia perché nasce da quell’amore filosofico di cui parla Platone. Tant’è che un giorno ci dicemmo che non c’era più bisogno che lei correggesse i miei scritti e che potevo volare per la mia strada. Ecco, lei la chiamava autorità “generativa” perché trasmette, genera novità. Se usciamo dall’ambito filosofico, questo è il senso della relazione collegiale, collettiva di ogni azione che si vuole dire femminista. E qui sta la differenza tra autorità e autoritarismo, dove il secondo è tipicamente maschile. Quando diciamo che la politica è scollegata dalla vita dei cittadini e delle cittadine diciamo questo: non riconosciamo autorità alla politica contemporanea. In questo il femminismo e il pensiero di Luisa contenuto nel libro “Autorità” darebbe una grande lezione alla politica contemporanea».
Buttarelli ci aiuta ancora a capire attraverso i suoi racconti. «Muraro, a un certo punto, alla fine degli anni ’90, chiuse la rivista Via Dogana che lei stessa aveva aperto, perché diceva che non capiva dove volessero andare le donne dopo aver rotto il soffitto di cristallo. Eravamo arrivate alla fine del percorso di emancipazione, le donne conquistavano posizioni prima precluse, però questo protagonismo non assumeva su di sé i valori della libertà femminile. Vedeva omologazione, non la valorizzazione della differenza. Lei coglieva tutta l’ambiguità del limite superato. Ecco, quello che vedo oggi, prepotente, è proprio il rischio di un femminismo che diventa esaltazione della singolarità, un’emancipazione che diventa un assoluto senza qualità».
In questa visione Muraro era stata, come sempre, profetica. E valorizzare, oggi, quelle riflessioni, come quelle di Carla Lonzi, aiuterebbe a superare certi fraintendimenti sul femminismo quando viene visto, da una parte, come movimento ostile agli uomini che punta alla sostituzione di un autoritarismo con un altro, e dall’altra, invece, quando viene ridotto all’esaltazione di singole donne arrivate a ruoli di potere: il soffitto di cristallo che si rompe, ma solo per poche. Che poi si omologano al sistema che è sempre stato maschile anziché lavorare perché anche le altre possano arrivarci.
Chiediamo a Buttarelli di fare esempi in politica: «La presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, quando parla, ha sempre ben presenta questa chiamata alla collegialità, dice spesso “Io sono qui, ma voi siete tutte sedute a fianco a me”. Quando una donna ha coscienza della differenza storica che la caratterizza, comprende che arrivare a un posto di potere vuol dire innescare un cambiamento per tutte. La nostra presidente del Consiglio Meloni, invece, pur sottolineando spesso di essere la prima donna presidente del Consiglio, si ferma lì, lavora per sé».
La generazione che usciva dal ’68 creava avanguardie in molti settori. La stessa Muraro, cacciata dal mondo accademico perché aveva aderito ai movimenti contro l’autoritarismo nelle università, prima di rientrarvi con autorevolezza ha insegnato nella scuola dell’obbligo e ha partecipato assieme a Lea Melandri e Elvio Fachinelli, all’esperienza della scuola antiautoritaria, dove si facevano anche le prime sperimentazioni con l’educazione sessuale. Erano gli anni in cui scrivevano e venivano letti a scuola Mario Lodi, Gianni Rodari e don Milani.
Era lo spirito del tempo in cui nasceva e respirava il femminismo italiano con il suo messaggio dirompente e rivoluzionario per la stessa sinistra istituzionale perché scardinava il concetto di autorità e la tendenza all’omologazione che non rispetta le differenze.
«Muraro ci ha insegnato che il femminismo è relazione: si lavora insieme, non ci salva da sole». A dircelo ora è un’altra protagonista che ha portato innovazione tra gli anni ’70 e ’80, Loredana Rotondo. Non una filosofa, ma un’autrice e regista Rai che del femminismo teorico però ha fatto una vera messa a terra grazie ai suoi programmi prima radiofonici e poi televisivi. Porta la sua firma il documentario del 1979 “Processo per stupro”, che documentò le fasi del processo penale per uno stupro di gruppo avvenuto nel 1977 a Nettuno, provincia di Latina: lì una grandiosa avvocata, Tina Lagostena Bassi, nelle sue arringhe, per la prima volta, stigmatizzava il modo in cui le vittime di violenza erano trattate nei processi e l’approccio maschilista dei difensori degli imputati.
Il film fu deflagrante per l’opinione pubblica. Racconta Rotondo: «La Rai, come spesso faceva allora, valutava come i programmi erano stati presi dagli spettatori attraverso un’indagine statistica. Be’, molti uomini ammisero di aver fatto una scoperta che aveva un valore etico: si erano resi conto per la prima volta che emergeva uno sguardo femminile, relativamente a un fenomeno forte come la violenza sessuale in quel caso. Uno sguardo che non prendevano in considerazione semplicemente perché non lo conoscevano, ed era uno sguardo “differente”. Ecco, in pratica, nella vita reale, quella differenza che filosoficamente Muraro e Lonzi portavano alla luce e a cui davano un valore». E che trovava la sua concretezza nei dibattiti pubblici, negli articoli di giornale, nelle opere radiofoniche e televisive come “Processo allo stupro”.
«Sono diventata femminista facendo il programma “Chiamate Roma 3131”, in onda a Rai radio 2 dal 1969 al 1995. – racconta Rotondo – Ero stata appena assunta in Rai e venivo da anni di lavoro negli Stati Uniti proprio nel periodo in cui il femminismo nasceva lì, quindi sono arrivata a Roma carica di un anticipo di progetti e di idee. A Chiamate Roma 3131 raccoglievamo quattro, cinque telefonate al giorno: gli ascoltatori, anzi, soprattutto ascoltatrici, facevano domande su tutto, sulla relazione di coppia, sulla crescita dei figli, sul lavoro, sulla religione, sulla guerra… Bisognava trovare esperti che fossero in grado di rispondere. La maggioranza delle telefonate arrivavano da donne perché molte di loro, all’epoca, stavano a casa al mattino. E lì ho capito l’esigenza, l’urgenza di raccogliere la voce femminile e portarla allo scoperto. Poi, passando alla televisione, con Rai 2, la prima rete laica, nel 1975, mi resi conto che le immagini erano ancora più potenti delle parole. Si trattava di inventare un nuovo linguaggio per noi donne, che finalmente, potevano dire la nostra: eravamo un nuovo soggetto e avevamo un nuovo linguaggio: bisognava solo coglierlo e farlo conoscere. Eravamo noi donne a bucare la storia e raccontare il mondo con i nostri occhi. Le prime cose che feci in tv furono servizi in Puglia, nei paesi da dove erano partiti i migranti».
Ma è stata soprattutto dopo “Processo per stupro”, grazie a Tina Lagostena Bassi, la svolta: «Fu come se avessimo finalmente rotto qualcosa: un dominio maschile, anche nel narrare. Ricordo i giorni in cui ero invitata alla Libreria delle donne, a parlare del mio lavoro: di quegli incontri con Muraro ricordo quanto fossero preziosi, momenti in cui guardavo dentro le sue parole, coglievo le sue intuizioni e comprendevo il senso profondo di quello che facevo ogni giorno. Ne vedevo il ritorno “pratico”».
Intuitiva, avanguardista, Luisa Muraro riuscì a rientrare all’università come ricercatrice a Verona agli inizi degli anni ’80 e lì fondò la comunità filosofica Diotima. Ma pur essendo un’autorità intellettuale indiscussa non riuscì a ottenere una cattedra: quando provò il concorso, dalla sua cartella furono sottratti dei titoli: un “furto” che lei rivelò in un’intervista all’Unità. Da quel momento non volle più fare altri concorsi.
Oggi Annarosa Buttarelli desidera fare con gli scritti della sua “madre e maestra” l’operazione già fatta, magistralmente, con quelli di Carla Lonzi: raccoglierli tutti, preparare nuove pubblicazioni. Perché Muraro ci parli ancora.
(Corriere della Sera, 17 giugno 2026)