Esattamente un anno fa, il 20 settembre 2025, si svolgeva presso l’Università Cattolica di Milano, luogo simbolico in cui Luisa Muraro si è laureata con una tesi in filosofia della scienza, il convegno Come quando si accende la luce.

Io ho pensato subito che la luce fosse Luisa stessa, ma Clara Jourdan, curatrice di Esserci davvero (Libreria delle donne, 2025), conversazione approfondita con Luisa Muraro che descrive il filo della sua vita e la genesi delle sue principali opere, mi corregge e precisa che il titolo si riferisce a quanto avviene dentro di noi grazie agli scritti di Luisa.

Gli atti del convegno sono ora disponili nell’edizione Come quando si accende una luce.Pensare con Luisa Muraro, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi. Il libro è disponibile presso la Libreria delle donne di Milano. Per riceverlo anche per posta, scrivere a info@libreriadelledonne.it

Filosofa, pedagogista, traduttrice, attivista femminista, un suo rapido profilo biografico può essere consultato a questo indirizzo: https://it.wikipedia.org/wiki/Luisa_Muraro

Insieme ad alcune partecipanti al convegno – Martina, Milena, Monica e Raffaella – ci siamo ritrovate in un webinar per condividere alcuni tratti fondamentali del pensiero di Luisa.

Ecco quanto ne è emerso.

Luisa ha segnato la storia del pensiero filosofico introducendovi il concetto di madre, più precisamente dell’ordine simbolico della madre, in quanto veicolo dell’apprendimento della lingua, della lingua materna dunque, considerando che l’acquisizione del linguaggio coincide con l’acquisizione dell’ordine simbolico.

Luisa si è molto impegnata nel femminismo, operando dapprima nella città di Milano dove nel 1975 fondò insieme a Lia Cigarini e ad altre la Libreria delle donne, luogo di studio, di autocoscienza, di produzione culturale e di pratica di nuove forme di relazioni e di analisi politica… Luogo anche di sostegno a molte iniziative promosse dalle donne sul territorio. Non da ultima quella del Giardino delle beghine di Mantova.

Grazie ai suoi numerosissimi scritti e alle successive traduzioni Luisa è diventata un riferimento imprescindibile del “femminismo della differenza”, che insiste sul fatto che la libertà delle donne non coincide con l’emancipazione e i desideri femminili non si esauriscono nella conquista della parità con gli uomini, ma portano ad altre esperienze di vita e di relazioni sociali, per un cambio di civiltà non più patriarcale.

In questo campo, una particolare relazione tra donne di cui è stata la promotrice è la “Pratica dell’affidamento” che Milena Garavaglia così espone nel suo e-book Cohousing al femminile. Abitare nei beghinaggi moderni

«L’Affidamento è una pratica a livello simbolico e sociale esercitata all’interno di una relazione di reciproca fiducia fra due donne adulte: riferendosi all’altra, una le conferisce autorità, cioè le parla di ciò che fa, si fa aiutare a riconoscere i propri desideri e tiene conto dei suoi consigli. Si tratta di un riconoscimento che implica un impegno reciproco,ossia curare i rapporti con altre donne e considerarli una risorsa insostituibile di forza personale, di originalità mentale e di sicurezza sociale. Il fare tra donne per “darsi identità” aiutandosi reciprocamente a progredire, fidarsi e affidarsi, avere stima di se stesse senza essere in competizione con le altre e la possibilità di chiedere consiglio per i propri bisogni». (pp 42-43)

Infine, grazie alla sua amicizia con la beghina Romana Guarnieri, Luisa si è introdotta nelle opere mistiche delle beghine, dalle quali è stata realmente affascinata, e ne ha fatto conoscere il movimento, in particolare Marguerite Porete, senza per altro identificarsi con esse.

I numerosi interventi del convegno hanno opportunamente esposto le tante sfaccettature del pensiero di Luisa Muraro, la quale ha certamente con il suo instancabile e dotto impegno portato il pensiero femminista a un livello schiettamente filosofico.

Un grande grazie a lei, a Lia Cigarini, a Clara Jourdan e a quante/i come loro, e come noi della Beguines Newsletter, che non mollano.

Luisa è deceduta a Milano il 13 giugno 2026.

A lei diciamo che non vogliamo sentirci sue orfane, ma sue eredi e che la porteremo sempre con noi.

(Beguines Newsletter, settembre 2026)

Care amiche, cari amici, care colleghe e cari colleghi,

Siamo lieti di condividere con voi una notizia importante. Il 22 agosto 2026, in Svezia, la difensora bielorussa dei diritti umani e direttrice dell’organizzazione per i diritti umani Our House, Olga Karach, è stata insignita del premio internazionale Peace Ambassador 2026 nell’ambito della cerimonia del World Peace Award. Il premio rappresenta un riconoscimento per i molti anni di impegno di Olga Karach nella difesa dei diritti umani e contro la guerra, per il suo lavoro volto a proteggere e sostenere rifugiati, persone costrette a lasciare il proprio Paese e altri gruppi vulnerabili, nonché per il suo costante impegno a favore della pace, della nonviolenza e della risoluzione pacifica dei conflitti in Bielorussia e nelle regioni dell’Europa orientale.

Per noi è particolarmente importante che questo premio riconosca proprio il lavoro che il team di Our House continua a svolgere in condizioni estremamente difficili, facendo fronte sia ad attacchi provenienti dalla Bielorussia sia ad attacchi in Lituania: aiutare le persone costrette a lasciare i propri Paesi a causa della guerra e della repressione politica; difendere i diritti dei rifugiati; sostenere donne e bambini; assistere gli obiettori di coscienza al servizio militare; contrastare la militarizzazione; e promuovere alternative nonviolente alla guerra e alla violenza.

Il conferimento del titolo di Peace Ambassador 2026 rappresenta anche un riconoscimento internazionale di un’idea semplice, ma oggi particolarmente importante: la sicurezza non può essere costruita esclusivamente sulle armi, sulla violenza, sulla paura e sulla militarizzazione. Una pace duratura richiede la tutela della dignità umana e dei diritti umani, solidarietà, dialogo e la capacità delle società di risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza.

Il Peace Ambassador 2026 Award ha per noi anche un altro importante significato. Dimostra che il lavoro dei difensori e delle difensore bielorussi dei diritti umani in esilio rimane visibile e continua a essere considerato importante dalla comunità internazionale, e che l’esperienza maturata nell’assistenza ai rifugiati, nella protezione delle persone dalla repressione e nel contrasto alla militarizzazione fa parte di un più ampio impegno europeo e internazionale per la pace.

Non consideriamo questo premio come un punto di arrivo, ma come un riconoscimento della necessità di continuare questo lavoro, soprattutto oggi, quando la guerra, la repressione, la migrazione forzata e la crescente militarizzazione colpiscono milioni di persone nella nostra regione.

Desideriamo inoltre esprimere la nostra sincera gratitudine all’organizzazione svedese Artists for Peace per aver candidato Olga Karach a questo premio e per aver riconosciuto l’importanza del nostro lavoro nel campo dei diritti umani e della costruzione della pace.

Apprezziamo profondamente la loro solidarietà e il loro impegno nel sostenere i difensori e le difensore dei diritti umani in esilio e nel dare maggiore spazio e risonanza alle loro voci mentre operano per la pace, la nonviolenza e la dignità umana.

Olga Karach e il team de La Nostra Casa

(Our House, Centro per i diritti umani e gli aiuti umanitari, 31 agosto 2026)

C’era una volta, racconta Giacomo Gambaro nella sua Controstoria del pensiero della differenza sessuale. Da Luisa Muraro a Carla Lonzi1, una differenza viva, polemica, destabilizzante, quella di Carla Lonzi. Poi vennero la fine degli anni Ottanta, la Libreria delle donne di Milano, Diotima, e la differenza si irrigidì in teoria, la teoria in ordine, l’ordine in presupposto identitario. Per dimostrarlo il libro percorre la storia a ritroso, da Luisa Muraro a Carla Lonzi, e chiama questa marcia indietro “controstoria”, la decostruzione di un canone che noi avremmo codificato.

Le fiabe cominciano così, con un c’era una volta. Anche le fiabe mal riuscite.

Vediamole, allora, le tesi centrali portate da Gambaro. A partire dalla fine degli anni Ottanta “il problema rappresentato dal piacere è venuto progressivamente a eclissarsi” (p. 35), in coincidenza con la definizione teorica del simbolico delle donne, di cui L’ordine simbolico della madre avrebbe carattere “fondativo” (p. 35). La tradizione della Libreria e di Diotima avrebbe valorizzato la sessuazione “ponendo in secondo piano la componente della sessualità”, “in altri termini, il «simbolico materno» è stato radicato nell’identità tra madre e figlia” (p. 41). Da qui la “chiusura identitaria”, definita come “reificazione del genere femminile in una realtà connotata in termini ipostatici e in ultima analisi essenzialistici, tale dunque da acquisire lo statuto di un vero e proprio modello normativo” (p. 44); la differenza non sarebbe più “significante polemico e di sperimentazione” ma “presupposto”, fondamento che “descrive in cosa dovrebbe consistere l’identità femminile” e “prescrive a ognuna l’origine cui conformarsi per «riscoprire» il senso «autentico» della sua differenza” (p. 44). Sul versante delle pratiche, per Gambaro l’autocoscienza è “una pratica di posizionamento sempre riattivabile al fine di sperimentare – e di corroborare – il movimento della libertà femminile”, non circoscrivibile “a una fase iniziale del femminismo” (p. 195), mentre il partire da sé è “una pratica che ricolloca la differenza sessuale nella postazione del soggetto del pensiero (e non del suo oggetto)” (p. 24), un “taglio” impresso al pensiero filosofico.

Su che cosa si regge questa decostruzione? Quasi per intero su un saggio di Ida Dominijanni del 2007, L’impronta indecidibile, citato e ricitato per pagine, un saggio pubblicato nel volume di Diotima, L’ombra della madre2. E Gambaro stesso deve registrare che si tratta di un esito “di cui alcune esponenti del pensiero della differenza […] si sono rese pienamente conto, e di cui spesso, negli anni, hanno segnalato le criticità” (p. 44). La nota rimanda ai contributi di quello stesso volume, tra cui un mio saggio, La passione di esserci. Posso quindi testimoniare che si trattava di un pensiero che si interroga in pubblico, nei libri, senza risparmiarsi le domande più scomode. Le prove addotte per la “cristallizzazione” vengono da lì.

Che una tradizione sappia interrogare criticamente i propri presupposti non esclude, naturalmente, che possa conoscere sedimentazioni, irrigidimenti o perfino effetti normativi. Ma il punto è che eventuali derive andrebbero dimostrate nei testi e nelle pratiche, non ricavate dalle domande con cui quella stessa tradizione le mette a tema. L’ombra della madre mostra che la storia del pensiero della differenza non può essere raccontata come il semplice passaggio da una differenza aperta a un paradigma divenuto inconsapevolmente identitario. Ecco le domande di Ida Dominijanni, che Gambaro riporta nel suo testo: “Può essere accaduto che il «desiderio ontologico» […] abbia di nuovo velato il desiderio erotico? […] O che il simbolico materno abbia riprodotto un immaginario desessualizzato della madre?”. Sono domande e restano tali nel testo da cui provengono. Il lavoro della controstoria consiste nel volgerle in verdetti. Si vede a occhio nudo nella grammatica: per pagine il pericolo resta al condizionale; poi, senza che nulla sia stato dimostrato nel frattempo, arriva l’indicativo: “Si tratta della cristallizzazione della differenza sessuale” (p. 44). Dal rischio al fatto per slittamento di modo verbale.

Nel merito, è opportuno vedere i testi. Il simbolico materno sarebbe “radicato nell’identità tra madre e figlia” (p. 41)? Luisa Muraro ha raccontato che cosa c’è dentro L’ordine simbolico della madre nella lunga conversazione del 2003 ora in Esserci davvero3: “volevo ricontrattare con mia madre – non con quella signora, ma certamente con la figura materna – la mia libertà, le condizioni del mio stare al mondo. E il libro è tutto giocato su questo” (p. 64). È un corpo a corpo, come lo chiama Irigaray. E chi tende a fare della relazione materna una cosa fatta e definitiva riceve da Luisa Muraro la risposta che merita: “l’ideologia – la chiamo ideologia deliberatamente – della relazione materna” (p. 48). Quanto alla madre che Gambaro indica come origine “data una volta per tutte e a prescindere dalla sua concreta esistenza” (p. 36), in Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro4, il volume appena uscito dal convegno del settembre 2025 alla Cattolica, Diana Sartori richiama la tesi che Muraro ha scritto ne L’anima del corpo5: “La madre è sostituibile ma non lo è la relazione materna, questa è la mia tesi” (L’anima del corpo, p. 75, richiamata da Sartori a p. 45). Madre è dunque il nome di un’opera in corso e nello stesso volume Cesare Casarino ne parla come di una relazione costituente, non di una figura da venerare (p. 71).

Ancora: ci sarebbe un “modello normativo” che “prescrive a ognuna l’origine cui conformarsi” (p. 44)? Proprio L’ordine simbolico della madre si chiude con l’esatto contrario di una prescrizione: “occorre dare traduzione sociale alla potenza materna per impedire alla sintesi sociale di chiudersi e tenerla invece aperta a ogni voler dire, per quanto distante o abnorme”6. Diana Sartori scrive che quell’ordine “è soprattutto un ordine aperto, non è quella gabbia logica d’acciaio con cui l’ordine del padre ha teso a rappresentarsi”, e “ordina in modo non totale: ne dipendiamo e anche dipende da noi” (p. 38). Sull’essenza e sull’identità, poi, Luisa Muraro si è più volte e lungamente espressa. In Esserci davvero dice: “Sì, sono femminista ma non sono femminista, perché so che c’è altro. È importante insistere di stare attente a non chiuderci noi stesse, noi stessi, nella logica dell’identità: […] il principio di identità […] finisce che poi ci imprigiona” (p. 92); e ancora, “non c’è un’entità donna che si colloca in un contesto […] quello che chiamiamo donna si costituisce storicamente” (p. 85). L’essenza che la controstoria vuole destrutturare non è mai stata messa al mondo; e la differenza come significante polemico e di sperimentazione, che Gambaro riserva a Carla Lonzi, abita a Diotima da sempre, come possiamo vedere già dal titolo La differenza sessuale: da scoprire e da produrre7. Da produrre.

C’è poi l’autocoscienza come pratica sempre riattivabile e il partire da sé come “taglio” del pensiero filosofico fino alla “epoché femminista” (p. 24), ricostruito attraverso Boccia, Milagros Rivera, Putino. Dunque, il partire da sé diventa un gesto del pensare e l’autocoscienza resta la pratica. In Lonzi non si separano: “non posso svolgere la mia autocoscienza se non facendo partire da me tutti i motivi all’origine di essa”8. Il partire da sé non è una “postazione” del soggetto pensante, è ciò che accade tra donne quando nella relazione si trovano le parole per dire l’esperienza. L’elaborazione viene dopo, a mettere in parola una pratica, ed è questo che rende il pensiero della differenza irriducibile a dottrina. Così la crisi dei piccoli gruppi, nei primi anni Settanta, non ha interrotto niente ma ha prodotto altre pratiche, che di quel guadagno vivono, e che tornano a interrogarlo. Il numero dell’ottobre 2023 di questa rivista, Via Dogana 3, era intitolato Autocoscienza, ancora, e Linda Bertelli e Marta Equi Pierazzini vi riproponevano la portata politica dell’autocoscienza, non narrazione intimistica di sé, ma presa di parola in prima persona nella relazione con le altre.

Resta l’eclissi del piacere “a partire dalla fine degli anni Ottanta” (p. 35). Qui la controstoria tocca qualcosa di vero, Luisa Muraro non parla esplicitamente di sessualità, e desiderio, amore e libertà non possono essere assunti semplicemente come sinonimi della sessualità. La questione è piuttosto se questa diversa accentuazione autorizzi a parlare di una rimozione dell’erotico e, soprattutto, se tale rimozione sia l’effetto necessario di una svolta identitaria. È questo secondo passaggio che nel libro di Gambaro resta da dimostrare. Un’assenza tematica non equivale ancora a una rimozione, tanto meno dimostra da sola una chiusura identitaria. Occorre chiedersi che cosa accada dell’erotico quando non viene tematizzato direttamente: se scompaia, se venga subordinato, oppure se continui a operare entro altre figure del desiderio. C’è il capitolo sull’amore voluto per L’ordine simbolico della madre e mai scritto, che resta la direzione dichiarata della ricerca: “il passaggio che cercavo, e che cerco – perché continua questa storia – è quello […] è l’amore” (Esserci davvero, p. 65); c’è il desiderio senza oggetto imparato dalle mistiche, “capace di rimanere sempre nello squilibrio e nella precarietà degli inizi”, legato alla libertà come apertura d’infinito, che Wanda Tommasi restituisce in Come quando si accende la luce (p. 137); c’è Al mercato della felicità, il cui sottotitolo è La forza irrinunciabile del desiderio; c’è Baubo nell’appendice del 2006 Il complesso della madre morta de L’ordine simbolico della madre, il gesto osceno e la risata che scioglie il lutto di Demetra.

Se un non detto resta, è lo stesso pensiero della differenza a custodirlo come punto aperto: le domande di Ida Dominijanni che Gambaro cita a p. 42 ne sono la testimonianza, non è certo un segreto di famiglia scoperto dal controstorico. Sicché la proposta di “ripartire dalla valorizzazione del piacere come componente costitutiva per pensare la soggettività femminile” (p. 36) arriva a una discussione già in corso da vent’anni. Ida Dominijanni, che di quella discussione è stata la voce più acuta, ha registrato in nota, nel volume Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, il paradosso di vedersi arruolata: “L’ordine simbolico della madre, un libro tutto incentrato sul problema della dicibilità e dell’indipendenza simbolica” letto “come la prova provata di una deriva identitaria del pensiero della differenza sessuale basata sulla monumentalizzazione del materno” (p. 53).

Come il piacere continui a lavorare lo dice l’esperienza di questa rivista, che nel dicembre 2022 ha dedicato al tema un numero intitolato Trovare le parole del piacere femminile9. In un tempo di imperativo al godimento, la redazione aperta di Via Dogana 3 si chiedeva che cosa del piacere resti escluso dall’ordine vigente e se esista “una sessualità femminile autonoma”; l’introduzione di Marina Santini ripartiva da Carla Lonzi osservando che “l’interrogazione sul piacere è una costante del pensiero femminista, scorre in forme carsiche e in alcuni momenti ha l’urgenza di emergere”. Un fiume carsico scorre sottoterra e riaffiora dove trova il varco, e nel pensiero delle donne il varco lo apre, di volta in volta, una pratica, non un programma teorico. Il piacere torna quando l’esperienza lo richiede, e quando torna chiede parole nuove. La domanda sul piacere, dunque, merita di restare aperta e di non essere fatta coincidere subito con la diagnosi di una deriva identitaria.

Perché allora una lettura così lontana dai testi? Gambaro dichiara il fine presentando il libro: il percorso a ritroso serve a far emergere una Lonzi “sorprendentemente vicina ad alcune istanze oggi presenti nel dibattito transfemminista”10. Il punto d’arrivo parrebbe fissato prima della partenza; certo è il costo della costruzione genealogica: per arruolare Lonzi nel presente serve una Muraro da lasciare indietro, un repoussoir identitario che faccia risaltare la modernità della progenitrice.

Ma che cosa accade quando la differenza viene tradotta prevalentemente nel linguaggio dell’identità? Sappiamo bene che la tensione identitaria attraversa anche il dibattito transfemminista contemporaneo. Accanto a pratiche e pensieri che interrogano radicalmente il corpo, il desiderio e la norma, prospera una proliferazione di soggetti equivalenti in domanda di inclusione e riconoscimento; domanda che l’ordine dato potrebbe esaudire senza spostare niente.

La differenza sessuale, quando opera nel senso più fecondo della sua tradizione, non chiede semplicemente riconoscimento, produce spostamenti; non si eredita come un corpus né si possiede come una dottrina, si fa. Ancora e di nuovo, come il femminismo. C’era una volta la differenza e c’è ancora. Non nei canoni, veri o immaginari, ma in una Libreria che ha appena compiuto cinquant’anni, in una Comunità filosofica femminile viva e attiva, in una rivista che continua a uscire, in un convegno dove lettrici e lettori riprendono un pensiero che continua, per portarlo più in là, e in mille altre realtà in movimento e in relazione.

Chi desidera davvero ripartire da Carla Lonzi trova la strada aperta leggendo le sue opere insieme a quelle di Luisa Muraro, senza bisogno di metterle l’una contro l’altra. Le controstorie passano. L’ancora e di nuovo resta.

(Via Dogana 3, 31 agosto 2026)

  1. Giacomo Gambaro, Controstoria del pensiero della differenza sessuale. Da Luisa Muraro a Carla Lonzi, DeriveApprodi, Bologna 2025. ↩︎
  2. Ida Dominijanni, L’impronta indecidibile, in Diotima, L’ombra della madre, Liguori, Napoli 2007, pp. 177-196. ↩︎
  3. Luisa Muraro, Esserci davvero, a cura di Clara Jourdan, Libreria delle donne di Milano, Milano 2025. ↩︎
  4. Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi, Mimesis, Milano 2026. ↩︎
  5. Luisa Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, La Scuola, Brescia 2016. ↩︎
  6. Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991 (nuova edizione con Appendice, 2006), p. 104, citata da Diana Sartori in Come quando si accende la luce, cit., p. 41. ↩︎
  7. In Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987. ↩︎
  8. Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978, p. 55, citata in Linda Bertelli e Marta Equi Pierazzini, L’autocoscienza nella pratica politica e nel pensiero di Carla Lonzi e di Rivolta Femminile, in Autocoscienza, ancora, “Via Dogana 3”, Libreria delle donne di Milano, ottobre 2023, consultabile al link https://puntodivista.libreriadelledonne.it/autocoscienza-ancora-linda-bertelli-marta-equi/ ↩︎
  9. Trovare le parole del piacere femminile, “Via Dogana 3”, Libreria delle donne di Milano, dicembre 2022, scaricabile all’indirizzo https://puntodivista.libreriadelledonne.it/wp-content/uploads/2023/12/VD3_LIBRERIADELLEDONNE_DICEMBRE22.pdf ↩︎
  10. Intervista a Giacomo Gambaro, video pubblicato il 16 ottobre 2025 sul canale YouTubeGazzetta filosofica, disponibile all’URL https://www.youtube.com/watch?v=46wApoeSgvQ. ↩︎

Negli Stati uniti assistiamo a un conflitto importante contro i data center e alla rabbia verso l’uniformità dell’intelligenza artificiale, che, vista da vicino, sottrae capacità cognitive, restituisce disoccupazione e non garantisce progresso nelle condizioni di produzione e riproduzione.

L’Europa rincorre investendo in conglomerati industriali imponenti per potenza e consumi, senza sapere se davvero qualcuno avrà bisogno dei loro dati e delle loro elaborazioni.

Qual è il piano strategico di investimenti e il progetto industriale europeo o italiano? La narrazione sulla sovranità si ferma alle soglie del digitale. I data center, infatti, sono costruiti seguendo le richieste delle big tech internazionali e non si capisce se sarà possibile tutelare i loro dati dagli usi abusivi delle multinazionali.

Intanto la Cina fa un suo piano quinquennale di investimenti sulla robotica domestica e industriale, posizionandosi in autonomia dalla Silicon Valley. Non sappiamo se avrà successo, ma è una strategia per diversificare, mettendo le risorse nazionali al servizio di un progetto industriale autonomo.

L’intelligenza artificiale sviluppata nella California libertaria è un progetto estrattivo, che prolifera appropriandosi ed espropriando risorse comuni non abbastanza protette (dati personali, energia, acqua, minerali e capacità cognitive) per trarne valore commerciale, oppure intensificare la sorveglianza a scopo bellico o per controllare la popolazione automatizzando la discriminazione delle soggettività deboli, o marginalizzate, che tante battaglie per i diritti civili avevano reso più difficile da perpetrare.

Conosciamo il meccanismo della colonizzazione. Si individuano spazi di interesse, non abbastanza presidiati da regole, o sotto il controllo di soggetti privi della capacità di farle rispettare con la forza, e poi si interviene per appropriarsene illecitamente. Il colonialismo nasce come metodo espansivo, ma si rende necessario per la scarsità delle risorse necessarie in patria. Gli spazi coloniali sono sempre abitati, secondo la soggettività dominante, da selvaggi e inferiori, i quali potranno scegliere tra una morte certa eroica, un’assimilazione dolorosa e il deperimento in una riserva.

L’Europa è molto fragile sotto questo punto di vista perché, come tutti i soggetti politici da secoli seduti al tavolo dei vincitori, è impreparata a comprendere che si sta trasformando in una preda. Discute di sovranità, ma è pronta a sottomettersi per l’accesso ai satelliti a bassa quota di Starlink, senza nemmeno rivendicare che lo spazio dove si trovano i dispositivi di Elon Musk sarebbe comune al pianeta e non di proprietà aziendale. L’Unione europea si limita a fare le regole, un’attività nobile e importante, ma dipende da come le si scrive e le si fa rispettare. La leva delle tasse è difficile da usare senza peggiorare ulteriormente le relazioni transatlantiche, non certo perché tecnicamente impossibile. Spesso si accompagna l’Europa con l’aggettivo vecchia, non per il tempo di vita dei paesi, ma per una latitanza del desiderio di immaginazione autonoma sul proprio futuro. La vecchiaia dell’Europa, e dell’Italia in particolare, consiste nell’incapacità di esercitare una sovranità sulle idee per affrontare sfide concrete come il disastro climatico, le guerre endemiche, la transizione ecologica, l’uso dell’intelligenza artificiale, la ricerca di altre nuove tecnologie.

Le soluzioni non possono essere universali. Abbiamo bisogno di biodiversità e di tecnodiversità, come continua inascoltato a sostenere Yuk Hui, filosofo della tecnologia tra Oriente e Occidente. Ci servono pensieri nostri, concreti e situati, molteplici e dinamici.

Il termine greco téchne vuol dire sia arte che tecnica, si riferisce a un insieme di pratiche che hanno bisogno di soluzioni artigianali e insieme regolate, ma in un processo continuo in cui convivono metamorfosi e tradizione. Per abbandonare l’ideologia unica del capitale, la narrazione disastrosa di una crescita illimitata, è necessaria una struttura proteiforme, capace di feedback e riorganizzazione costante per rendere possibile la circolarità di una sopravvivenza nel pianeta, che protegga anche le generazioni future.

L’intelligenza artificiale della Silicon Valley è un livellatore di soluzioni, è uno strumento algoritmico per automatizzare la valutazione sulla maggiore probabilità di una risposta entro un ambito statistico. Ma per l’addestramento della IA generativa, persino la Silicon Valley deve ricorrere a libri scritti prima del proprio esordio, perché ha bisogno di variabilità per alimentare il suo sistema ed evitare che degradi le sue prestazioni.

E l’Europa? Maestra di pluralismo, federale e multilingue, rinuncia a se stessa, per inseguire la tendenza dominante senza fantasia.

(il manifesto, 30 agosto 2026)

«Io questo documentario proprio non lo volevo fare, nel senso che mi sembrava una materia troppo prossima, troppo vicina. Soprattutto pensavo che non ne sarei stata in grado: Carla Lonzi l’ho conosciuta quando ero giovanissima, le devo così tanto», dice Francesca Archibugi e sullo sfondo si sentono due bambine giocare, l’ex ragazza favolosa del cinema italiano ha sessantasei anni ed è nonna. «Poi però, dopo la ripubblicazione da parte della Tartaruga dei suoi scritti, da Fandango mi hanno detto: guarda Francesca che se non lo fai tu, il documentario sulla Lonzi lo farà qualcun altro…».

Due anni di lavoro – anche se in mezzo c’è stato un film, Illusione, uscito a maggio –, materiale d’archivio inedito e bellissimo, in casa non un consulente qualunque, ma “il” consulente perfetto per questo lavoro (Archibugi è sposata da decenni con Battista Lena, figlio unico di Carla Lonzi): è nato così Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo, che sarà presentato alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Giornate degli Autori e sarà nelle sale il 26-27-28 ottobre.

Nei primi anni Settanta Lonzi fonda, con Carla Accardi ed Elvira Banotti, il gruppo Rivolta femminile, che diventa anche casa editrice e pubblica i suoi primi scritti, fra cui Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e il diario Taci, anzi parla. «Alla fine mi sono decisa perché avevo un obiettivo chiaro: raccontare Carla nella sua complessità», riprende la regista. «È conosciuta come critica d’arte e poi come femminista radicale e integerrima. Ed è senz’altro così. Però la mia esperienza di lei è stata anche diversa, era una persona fragile e piena di contraddizioni, attentissima alle relazioni, su cui ha lavorato l’intera esistenza. Una donna molto colta che stava sempre con un libro e una matita in mano, sempre alla macchina da scrivere. Volevo restituirle una statura da femminista non rigida, raccontare quanto in realtà fosse inclusiva. Se non fosse morta quasi mezzo secolo fa, a cinquantun anni, oggi sarebbe tutto il contrario delle femministe escludenti, stile Rowling per intenderci. A casa nostra ha continuato a vivere anche quando non c’era più. Lei al centro mette la sessualità, lo smascheramento del culto del coito inventato dagli uomini. È una grandissima intuizione, con un lato anche scabroso» (la scrittrice e storica Giulia Siviero nel documentario lo riassume così: «Carla ha una posizione originale sull’aborto perché va alla radice del problema. E la radice è: una sessualità che è stata imposta nel sistema patriarcale alle donne, in cui piacere e riproduzione sono stati falsamente legati fra loro, perché nelle donne esiste la clitoride che permette, a differenza degli uomini, di separare piacere e riproduzione. Così sull’aborto Carla capisce che la domanda da fare è: perché le donne sono costrette ad abortire?»).

Quando vi siete conosciute?

«Avevo tredici anni, ero compagna di classe di suo figlio Battista e la rivedo nel corridoio di scuola vestita così elegante, alla moda, ma non una moda borghese, aveva sempre qualcosa di creativo addosso. Con le ragazze, anche molto giovani, riusciva ad avere relazioni intense. Ricordo che mi ero entusiasmata per La Storia, di Elsa Morante, uscito una decina d’anni prima. Lei era stata molto critica verso quel libro, eppure ha compreso il mio fervore e alla fine ha detto: mi stai facendo cambiare idea. A me, che ero una ragazzina che non sapeva niente delle cose, niente del mondo».

Il documentario si chiude con l’ultimo video, girato in casa, Lonzi è già malata, ha metà del volto coperto da un cerotto, immagini che non si erano mai viste.

«Ci abbiamo pensato tanto se introdurlo o no. Poi una sua amica di Rivolta femminile mi ha fatto riflettere: Carla non aveva nessun pudore a mostrarsi aggredita, sfigurata dalla malattia, perché la considerava un’esperienza importante della sua vita e quindi continuava a lavorare, a leggere con un occhio solo, a fare riunioni, senza ritrosia. Non c’era una Carla sana e poi una Carla toccata dalla malattia: erano la stessa persona, ha continuato a essere totalmente sé stessa. Mostrare il filmato è stato restituirle il modo in cui aveva deciso di attraversare una prova così devastante».

Erano gli anni ’70, le femministe dicevano che il privato doveva diventare politico. Quella lezione ha ancora senso oggi, in cui ogni azione ed emozione viene tracciata e monetizzata?

«Carla cercava sempre l’autenticità. Tutto il contrario del fasullo di cui sono pieni oggi i social. Carla rendeva politica una cosa reale, vera, a cominciare dai difetti che riscontrava in sé stessa e che analizzava con grande profondità. Penso che un approccio all’esistenza più critico e più autocritico sarebbe veramente un beneficio per tutti, perché è proprio questa falsità, questa terribile inautenticità nella quale siamo costretti a rappresentarci, uno dei drammi dei nostri giorni».

E forse un altro dramma è che non sappiamo più davvero dialogare.

«Anch’io credo che il dialogo oggi sia del tutto mortificato. Il gruppo di Rivolta femminile metteva al centro la parola e io non posso non pensare che sia la cosa più giusta e più alta da fare. Carla ha scritto poesie, diari, testi filosofici. La parola è stata la sua espressione e la parola dovrebbe sempre essere la nostra espressione» (Carla Lonzi nel documentario: «Io risolvo tutto nel dialogo!». E poi: «Godevo della relazione, e mi espandevo»).

C’è una parte della sua produzione che predilige?

«Il diario, Taci, anzi parla, perché lì ha fatto convivere livelli temporali diversi, utilizzando una forma di scrittura che definirei avanguardistica. Nella stessa pagina racconta di quando era bambina, poi fa un salto nel futuro per mostrare cosa ne sarebbe stato di quelle idee, una volta diventata grande, e poi torna al presente, perché aspetta un’amica e deve decidere cosa cucinarle. Ha il senso di un’esistenza fatta di piani temporali, ogni “qui e ora” si porta dietro tutto quello che siamo stati e quello che saremo. Senza tirarla troppo lunga: ha fatto un’opera rivoluzionaria».

Vede affinità con la sua poetica di regista?

«Non lo so, io mi interrogo molto poco, sono del tutto incapace di fare esegesi. Sono una manovale, mi viene in mente una storia e mi metto a raccontarla, facendo tutte le ricerche possibili. Ma non penso mai, mai, ai massimi sistemi. Racconto solo una storia a qualcuno e la mia voce si modula come se fosse sempre un po’ una favola».

Questo documentario che posto ha nel suo percorso professionale?

«Ho evitato di guardare troppi documentari, anche se ne conosco di meravigliosi. Ho cercato di lavorare sul triangolo fra me, la Carla che non c’era più e il ricordo che avevo di lei, a cui si somma la testimonianza di Battista, che è stato molto importante durante tutto il lavoro. Il documentario è stata una prova completamente nuova, che non sapevo fare. Ma è sempre un bene fare nuove esperienze».

Si fa una citazione da un diario inedito di Lonzi, chiamato Gelosia, di cui si vociferava l’esistenza, ma senza certezze. Presto la pubblicazione?

«Non so, sarà Battista a decidere. Contiene delle cose così private che ti domandi se ha senso renderle pubbliche».

Con Battista Lena vi siete conosciuti al liceo. Come si riesce a far durare tanto una relazione?

«Non ci siamo messi subito insieme, anzi non avevo nemmeno una particolare simpatia per lui. L’amore è arrivato dopo, in concomitanza a fatti molto drammatici: verso la fine del liceo, le nostre madri si sono ammalate, contemporaneamente, e sono morte a poca distanza l’una dall’altra. Innamorarci è stato forse il nostro modo per proteggerci dalla paura del mondo. Entrambi non avevamo grandi rapporti con i nostri padri, quindi abbiamo perso le uniche persone di riferimento e questo sicuramente, ripensandoci dopo tanti anni, è stato un collante, un collante abbastanza misterioso. Abbiamo anche avuto momenti bruttissimi, siamo stati a un passo dal lasciarci, qualche volta per colpa mia, qualche volta per colpa sua, però c’è stato un elastico che non si è mai rotto. Non voglio essere retorica, ma se nelle relazioni non ci sono momenti brutti, non è possibile avere momenti belli e bellissimi».

«Il femminismo non è teoria, ma un’esigenza vitale», diceva Lonzi. E per lei?

«Carla non avrebbe approvato che io portassi un mio lavoro a Venezia, oppure a Cannes, o in tutti gli altri festival del cinema in cui sono stata: li riteneva posti dove si celebra la cultura maschile, mentre alle donne resta solo il ruolo delle ancelle. È passato mezzo secolo, ma ancora siamo allo stesso punto: ancelle di questa, come dire, di questa messa in scena della grandiosità dell’artista maschio, mentre la nostra arte è confinata in un recinto. Forse Carla aveva ragione: non bisogna andare da nessuna parte, bisogna rifiutarsi e combattere con l’estromissione. In quarant’anni di carriera mai ho sentito un critico o un selezionatore o un direttore di festival interrogarsi e dire: davvero i film delle donne non sono all’altezza o non sarà piuttosto il mio sguardo a essere sbagliato?». (Carla Lonzi: «L’immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione». «Non dobbiamo chiedere di essere uguali all’uomo, perché l’uomo è il termine della nostra esclusione»).

Eppure ai festival continua ad andarci.

«Se non fossi andata, se non fossi stata sul palco con il mio premio in mano, sarei stata cancellata dalla faccia del cinema. Sono ancora qui perché mi sono ritagliata uno spazietto d’ancella. Avrei dovuto fare una lotta più radicale, tutte avremmo dovuto farla, perché una lotta non la puoi fare da sola. Non si vince con le quote rosa, ma dicendo: fatevela fra voi la vostra mostra. Negli anni ho visto aprirsi e chiudersi spazi per le donne, in un alternarsi legato all’andamento della società e questo c’entra poco con il percorso femminista, purtroppo». (Laura Lepetit, editrice scomparsa nel 2021: «Io mai nella vita avrei osato sputare su Hegel e invece si poteva fare un salto a lato, oppure produrre, come diceva Carla, un imprevisto nella storia e cambiare prospettiva. Cambiare prospettiva allora era un terremoto gigantesco, ma è come se lei ignorasse i pericoli. Lo faceva. E le altre? Potevano farlo»).

Lei è un’attivista?

«Non nel senso comune, però sono molto attiva nel creare le mie relazioni. Nel non retrocedere, non accettare l’inautenticità: con le mie amiche, con Battista, con i miei figli. Fino alla sgradevolezza di dirci le cose come stanno. Non è facile, ma sono convinta che questo crei legami molto, molto più profondi».

Al Festival

Il documentario

Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo è un documentario scritto e diretto da Francesca Archibugi prodotto da Fandango con Rai Cinema, in associazione con Luce Cinecittà (a sinistra la locandina). Accanto alla figura pubblica di Lonzi di primissimo piano nel femminismo italiano per il suo pensiero radicale e originalissimo, il documentario racconta anche la figura privata, affascinante e contraddittoria. Attraverso archivi preziosi e inediti, la regista, che ha un forte legame personale con Lonzi avendone sposato il figlio, Battista Lena, porta per la prima volta sullo schermo il suo pensiero e la sua eredità.

I libri

Grazie anche alla ripubblicazione dei suoi libri per opera della Tartaruga (La nave di Teseo, a cura di Annarosa Buttarelli), si è tornati a studiare e discutere il pensiero di Lonzi, così radicale da mettere in crisi le gerarchie e i fondamenti della cultura patriarcale.

(Corriere della Sera – Sette, 24 agosto 2026)

A nome dell’Associazione delle Madri dei migranti scomparsi in Tunisia, e in qualità di presidente dell’associazione e di sorella di uno scomparso da anni, oggi trovo impossibile di rimanere inerte di fronte alla nuova tragedia che stanno vivendo le famiglie dei figli di Ben Guerdane, senza far sentire di nuovo la nostra voce. Ciò che sta accadendo non è un incidente di passaggio, né una notizia che si conclude alla fine con la pubblicazione delle foto e con il recupero dei corpi. Dietro ogni giovane disperso c’è una famiglia che vive, dal momento della sua scomparsa, in uno stato di attesa infinita. Una madre che non sa se piangere il proprio figlio o aggrapparsi alla speranza. Un padre che porta dentro di sé mille domande. Fratelli e sorelle che crescono mentre la sedia vuota in casa ricorda loro, ogni giorno, che un membro della loro famiglia non è tornato. E io conosco bene questa attesa. So cosa significa che tuo fratello scompaia in mare, e che passino gli anni senza che tu sappia dove sia, cosa gli sia successo, se sia sopravvissuto e dove si sia concluso il suo viaggio. So cosa significa che la domanda rimanga aperta, e che l’assenza diventi parte della tua vita quotidiana. Per questo, quando oggi vediamo famiglie che cercano i propri figli o che ricevono la notizia del ritrovamento di salme, non vediamo semplicemente nuovi numeri nel dossier della migrazione. Vediamo noi stesse, ancora una volta. Non vogliamo che queste tragedie si trasformino in momenti di dolore temporaneo, per poi essere dimenticate quando le notizie si placano. Vogliamo la verità. Vogliamo che ogni famiglia conosca la sorte del proprio figlio. Vogliamo ricerche serie per i dispersi, l’identificazione dei corpi e il rispetto del diritto delle famiglie di prendere in consegna i propri figli e dargli una sepoltura dignitosa. E vogliamo anche che si apra un dibattito reale sulle cause che spingono i nostri giovani a imbarcarsi in viaggi carichi di morte, invece di limitarsi a condannare chi cerca di partire. Gli anni hanno dimostrato che l’approccio securitario da solo non ha fermato le partenze, e che la chiusura dei confini e l’inasprimento nella concessione dei visti non hanno cancellato il sogno dei giovani di raggiungere un luogo in cui sentirsi al sicuro e vivere dignitosamente. Quando le porte legali si chiudono, il desiderio di viaggiare non scompare, ma le rotte diventano più pericolose. Dalla nostra posizione di famiglie degli scomparsi e delle scomparse, diciamo chiaramente: non vogliamo altre tragedie, e non vogliamo altre madri che vivano ciò che abbiamo vissuto noi. Vogliamo politiche che diano ai giovani il diritto di spostarsi in modo sicuro e legale, e che diano loro anche motivi reali per restare, se scelgono di farlo: il lavoro, la dignità e la speranza nel futuro. Quanto a coloro che hanno perso la vita, abbiamo il dovere verso di loro di non permettere che la loro morte si trasformi in un semplice numero in un rapporto. Le loro famiglie hanno diritto alla verità, alla giustizia, alla dignità, al sostegno psicologico e sociale, a sapere dove sono i loro figli e cosa è successo loro. Noi non parliamo da dietro delle scrivanie. Parliamo da dentro questo dolore. Siamo madri, sorelle, fratelli e figli di persone che sono scomparse e hanno lasciato dietro di sé domande senza risposta. Ed è per questo che continueremo a reclamare i diritti dei dispersi e delle loro famiglie, e continueremo ad alzare le nostre voci ogni volta che un giovane scompare in mare, perché sappiamo che dietro ogni assenza c’è una casa che aspetta. Non vogliamo che il mare diventi un cimitero silenzioso, e non vogliamo che le disperse e i dispersi diventino solo numeri. Vogliamo i loro nomi, vogliamo le loro storie, vogliamo la verità. Ed è diritto di ogni madre sapere dove si trova suo figlio.

Latifa Walhazi – Presidente dell’Associazione delle Madri dei Dispersi in Tunisia e sorella di un disperso.

(Facebook, profilo dell’Association des mères de migrants disparus, 24 agosto 2026)

Breve intervista di Pietro del Soldà a Ida Dominijanni

È patriarcato anche quello che spiega il comportamento predatorio, l’idea del sesso come reificazione anche tra ragazzi di sedici, quindici, quattordici anni molto che, condizionati dai social e da certi modelli, pensano solo al sesso e mai all’apertura di sé in una relazione, che significa invece esporre la propria vulnerabilità? È ancora patriarcato o c’è un nuovo patriarcato che forse fatichiamo a vedere e anche i tradizionali interpreti della nostra società non riescono a leggere con lenti adeguate?

Questa domanda finale la pongo a una delle più notevoli esponenti del pensiero femminista in Italia, una grande firma del giornalismo, Ida Dominijanni.

Il patriarcato naturalmente è un prodotto storico e quindi cambia a seconda dei contesti e delle epoche storiche. Di fronte a che cosa ci troviamo noi oggi nelle società democratiche occidentali? Cominciamo a circoscrivere: io penso che quello di cui avete parlato stamane non sia il patriarcato, ma sia una forma di misoginia molto violenta, reattiva rispetto alla ferita che il patriarcato ha subito.

Il patriarcato, se vogliamo definirlo in modo meno generico di come viene fatto oggi, cioè di come oggi viene definito come un sistema di prevaricazione maschile, uno strumento di dominio maschile sulle donne. E questa è una definizione un po’ troppo generica. In realtà il patriarcato aveva delle regole precise, la principale delle quali era una trasmissione del potere esclusivamente da padre a figlio e la norma paterna come norma che assegnava i “posti a tavola”, per modo di dire, cioè i posti nella vita.

Le donne dovevano fare una certa cosa, gli uomini dovevano farne altre e agli uomini era destinata la sfera pubblica, mentre alle donne la sfera privata. Il padre, la legge del padre, governava e faceva ordine e disciplina: questa organizzazione della vita con la legge del padre che assegna i posti è finita in realtà. Quindi gli uomini sono stati deprivati di molti dei loro poteri, non hanno più il monopolio della sfera pubblica e anche nella sfera privata devono vedersela con la capacità delle donne di dire di no alle loro pretese.

Sappiamo benissimo che la grande maggioranza dei femminicidi scatta quando una donna dice no, e quindi fa un gesto di libertà.

Io credo che molta violenza maschile oggi sia generata da questa perdita di potere, e anche di capacità di governo della vita privata e della vita pubblica, degli uomini.

Mi sembra che cerchiamo di mettere insieme cose che apparentemente non c’entrano niente una con l’altra e cioè diciamo che questa estensione di violenza sulle donne sia causata un immiserimento incredibile dei comportamenti maschili nella sfera privata e nella sfera pubblica. Ci sono tutte e due questi fenomeni, quindi io penso che questi fenomeni parlino di una transizione del patriarcato che non è necessariamente verso il meglio: può anche essere verso il peggio, può scatenare appunto forme reattive molto forti. Io lo chiamo post-patriarcato, poi ognuno usa il nome che vuole: alcune parlano di neo-patriarcato, altre pensano che il patriarcato sia sempre lo stesso, mentre io non credo che sia così.

Penso che oggi ci troviamo di fronte a una forma efferata di violenza, di prevaricazione e anche di vendetta maschile nei confronti di una crescita della libertà femminile che non mi pare eliminabile tanto facilmente.

(Radio Tre, Tutta la città ne parla, 19 agosto 2026)

Il ribaltamento del mito omerico

Nolan libera Odisseo da Omero.

L’eroe classico ha un compito ben preciso: ristabilire l’ordine sociale e patriarcale violato. Incarna i valori assoluti di una civiltà declinata al maschile, dal coraggio all’astuzia, e le prove che supera servono a confermare il suo status nel mondo.

Nolan rovescia Omero. Non si limita a esporre la crisi contemporanea del patriarcato attraverso la violenza e le guerre che possono evocare quelle di oggi. Mostra piuttosto la fine di un ordine nel momento stesso del suo istituirsi, come nei racconti dell’Iliade e dell’Odissea.

È una postura simbolicamente forte: l’onnipotenza maschile, basata sull’idea che la metis e l’autosufficienza bastino a dominare il mondo, si rivela priva di fondamento.

La legge di Zeus e il sequestro del simbolico

«Bruciare le mura di Troia è stato bruciare il mondo intero, compresa la casa». Ma lo stesso Odisseo spiegherà che – sebbene lo sradicamento dei fragili legami tra gli uomini genererà altra violenza – all’orizzonte si intravede già una civiltà diversa.

Nolan compie un passo ancora più profondo.

Mostra come il danno prodotto all’umanità dalla storia patriarcale non risieda solo nel bisogno di controllo (a partire dal corpo delle donne) e nella forza necessaria a esercitarlo. Il vero fulcro è il sequestro del simbolico, incarnato dalla “legge di Zeus” e ridotto a mero strumento di potere.

Nel film, tuttavia, la legge di Zeus e l’ordine patriarcale non coincidono. La legge divina rappresenta la dimensione simbolica con cui fatichiamo a fare i conti, proprio perché il patriarcato l’ha bloccata e impoverita proiettandovi un’immagine archetipa maschile. Il rapporto tormentato dell’Omero di Nolan con questa legge, continuamente evocata e violata, diventa lo strumento per liberarsi.

Questo passaggio fondamentale non sarebbe stato possibile senza il lavoro del femminismo sul piano simbolico. Nel film questa dinamica emerge con chiarezza ed è il frutto di una riflessione maschile su di sé, profonda e autentica, che difficilmente intercettiamo nel dibattito quotidiano.

Oltre l’impasse dell’eroe moderno

La rottura con il passato è radicale. L’Omero di Nolan si distacca dalle interpretazioni dell’eroe succedutesi dal Rinascimento a oggi. Non è il cittadino ideale dei filosofi rinascimentali, né l’emblema del viaggio neoplatonico nell’anima umana. Non incarna il prototipo dell’individuo proprietario e nemmeno l’archetipo novecentesco del male di vivere. Queste sono solo varianti storiche della soggettività maschile. Nolan è già altrove, oltre le illusioni e i blocchi del passato.

Il regista chiude l’era del dramma. Nel mondo omerico il dramma è collettivo e fondativo, legato al destino e alla volontà degli dèi. Nel mondo moderno (Shakespeare) il dramma si sposta all’interno dell’uomo, scisso tra ciò che pensa di dovere e ciò che sente, una frattura che nella storia patriarcale ha preso tante forme diverse. Questa impasse ha condotto storicamente all’autodistruzione o a tentativi di ricomposizione autoritaria e senza mediazione. Persino quando si rivendica l’azione – il classico “un uomo deve fare quello che deve fare” del cinema western – ci si trova davanti a un agire bloccato, che rimuove con risentimento la propria impotenza.

Nel film di Nolan, invece, Odisseo si sblocca: esce dal dramma e il suo agire diventa produttivo. È un uomo che è andato oltre il patriarcato, pur portandone con sé i limiti. Non sa rinunciare alla vendetta e per questo non può più stare nel posto di sovrano in cui Omero lo aveva ricercato. Tuttavia, libera il figlio Telemaco dall’obbligo di succedergli attraverso le uccisioni rituali e la violenza, che sono il motore interno del patriarcato. Può così iniziare una nuova idea di potere e autorità.

L’autorità delle donne e la metamorfosi dell’eroe

Il commiato di Odisseo dal patriarcato nasce dal riconoscimento dell’autorità delle donne che incontra, una autorità che in molte analisi del film ho visto che si fatica a cogliere.

Nel mito classico le donne sono tappe del viaggio, minacce seduttive o forze distruttive, simili a una natura scatenata dagli dèi contro i mortali. Rappresentano l’alterità fuori controllo, dotate di un potere generativo che spaventa e castra.

Nolan ribalta questo schema. Nel film, le figure femminili guidano l’eroe e fanno luce mentre lui fatica a ricomporre i propri frammenti. Giudicano, spiegano, dicono la verità e innescano la metamorfosi di Odisseo.

Non restano sullo sfondo, non sono docili né malinconiche, e non rinunciano ai propri desideri, non stanno neanche lì a significare l’emancipazione liberale. Il film non distribuisce i ruoli secondo una rigida logica di parità formale: è l’opera di un uomo che vede nelle donne il vero motore del viaggio di Ulisse. Sono loro a rendere possibile e a dare significato al suo addio al patriarcato.

Il femminismo radicale ha già compiuto questo distacco da tempo, smettendo di concedere spazio al patriarcato per produrre piuttosto libertà femminile. Non per questo, però, ha smesso di dialogare con gli uomini intenzionati a compiere lo stesso passo.

Circe, Calipso e Penelope: custodi di verità

Circe non è la parodia della femminista arrabbiata. È la figura che svela agli uomini la vera natura del patriarcato per come esso stesso si è teorizzato: dall’homo homini lupus al “Saturno che divora i suoi figli” di Goya, da cui discende il Polifemo di Nolan.

Circe dice una verità dura con rabbia, poiché ha subito la violenza maschile e la teme. È forse questo il motivo per cui ancora oggi, in tanti e tante, fanno fatica a entrare in empatia con lei? O forse perché ritorni il vecchio timore che la rabbia femminile possa spaventare gli uomini? Ulisse capisce e non si spaventa.

Calipso costringe Odisseo a guardarsi dentro e a elaborare il trauma. Lo aiuta a liberarsi dai fantasmi delle sue vittime e della cultura patriarcale: gli dice «Rinuncia al controllo e vivi». Lo fa attraverso l’amore, ponendo un limite al proprio sentimento.

Penelope dimostra che la libertà femminile non si misura sul desiderio maschile, pur rimanendo in relazione con lui. Lungi dall’essere la madre castrante descritta da alcuni, Penelope cerca di trasmettere al figlio un’idea diversa di forza e libertà in un mondo segnato e ossessionato dall’assenza del patriarca.

Penelope e Odisseo lasciano insieme un’eredità. È lei a comprendere che la minaccia temuta non è un esercito straniero, ma la violenza maschile stessa: «Voi siete il popolo del mare», dice al marito dopo il racconto di Troia. «La nostra età del bronzo sta crollando», le risponde lui.

Attorno a Penelope e Circe ruota anche il tema del generare e dell’essere “nati di donna” (Adrienne Rich), che scardina l’epica patriarcale: l’eroe non nasce solo attraverso le proprie gesta. .

Infine c’è Atena, che compie l’atto decisivo: libera l’eroe dal senso di colpa, trappola sterile che spesso blocca la presa di coscienza maschile e ne oscura il desiderio. Questo legame rispecchia ciò che Lia Cigarini ha definito “relazioni politiche di differenza” tra donne e uomini.

Un film in cui la violenza non è godimento

Come già accaduto con Barbie di Greta Gerwig, l’opera di Nolan mostra la dimensione più profonda e reale del mondo in cui viviamo, offrendo una via d’uscita dalla depressione in cui ci schiaccia la violenza contemporanea.

Sul piano cinematografico, Nolan non usa la struttura narrativa lineare dei film d’azione hollywoodiani, basati sull’adrenalina e sul trionfo dell’eroe. Il film si sviluppa come un labirinto complesso di immagini e suoni che parla all’intelligenza dei sensi.

Qui la violenza non esalta l’azione, ma riflette il trauma del protagonista, e la vendetta è priva di qualsiasi godimento. L’esilio finale diventa l’unico modo per spezzare il cerchio della violenza che rigenera se stessa, scardinando il fondamento ideologico che il cinema d’azione ci chiede normalmente di accettare.

Alla fine della proiezione, in una sala all’aperto, le bambine e i bambini hanno applaudito.

P.s.: Grazie a Lucia per avermi portato a vedere il film.

(Facebook, 19 agosto 2026)

Zina Borgini se n’è andata martedì 11 agosto 2026. Lo abbiamo appreso con profondo dispiacere. Per anni ha collaborato attivamente con la Libreria delle donne curando sul sito uno spazio dedicato all’arte, facendo il turno in libreria e non solo. Ha intrapreso poi l’avventura con la sua amata associazione Apriti Cielo!, luogo di cultura, pensiero e aggregazione importante per tutta la città di Milano.

Pubblichiamo la testimonianza di Zina Borgini nel libro di storia del femminismo Mia madre femminista e due sue poesie, una tratta dalla sua raccolta Medicamenti e l’altra dal libro collettivo che ha fortemente voluto con le amiche de La stanza della poesia di Apriti cielo. Questi testi mostrano alcuni aspetti della ricchezza, forza vitale e intelligenza relazionale che la animavano.

Strategie di libertà

Nel 1964 avevo 15 anni. Ero arrabbiata con mio padre per i suoi atteggiamenti nei confronti di mia madre, di me e mia sorella: ci amava senza riserva, tanto da considerarci una proprietà da proteggere, facendo passare tutte le nostre scelte attraverso la sua approvazione. Mia madre era caduta in depressione, mia sorella aveva preferito adeguarsi, ma io, un Acquario che ama libertà e indipendenza, ho posto le mie energie per liberami dall’amore paranoico di mio padre. Finita la terza media, ho espresso il desiderio di frequentare un liceo artistico. Ricevetti un tassativo diniego. Frequentazioni strane! Scuola del peccato! Ritrarre nudità! No! La mia istruzione doveva passare da un’altra strada: ragioneria o liceo classico. Era un prezzo troppo alto. Iniziò così la mia ribellione a un ordine che non teneva conto dei miei desideri. Dovevo trovare una strategia per trasgredire senza troppi dolori per tutti. A Sesto San Giovanni, dove sono nata e abito tuttora, esisteva la Scuola Civica di Pittura: alcuni famosi pittori milanesi ne erano stati allievi e il direttore, Giovanni Fumagalli, insieme alla moglie Giuliana, gestiva la Galleria delle Ore di via Fiori Chiari a Milano. Mi iscrissi ai corsi serali, ma mi impegnai a diplomarmi in steno-dattilografia e cercai un lavoro. Fui assunta come impiegata e, dopo solo un anno, iniziai a frequentare, come portaborse, il tribunale, la camera di commercio, gli uffici del registro e del catasto. Crollarono così le paure verso le istituzioni, mi percepii più grande di quello che ero, contribuii al bilancio familiare. Divenne così più facile la contrattazione con mio padre.

La scuola di pittura mi spalancò le porte su un mondo nuovo: sperimentai libertà che non avevo mai agito e una vivacità sino allora compressa. Mi innamorai per la prima volta, e non di un uomo, ma di una mia coetanea in modo totalizzante e corrisposto. La mia vita entrò in un vortice di avvenimenti incalzanti e incantevoli. Iniziai a scegliere le mie letture anche sull’onda di un titolo: Noi e il nostro corpo, Il secondo sesso, ma anche Sartre e Camus. Cominciai a viaggiare con la scuola e approdai a Venezia per la Biennale: l’odore della libertà sa di acqua ferma e di olezzi estivi delle calli. Non dimenticherò mai il caldo e il sudore, fasciata dal mio abito di plastica a quadretti rifinito di scotchnero: erano gli anni della Oplical art. Sopportai eroicamente per ben tre giorni quel travestimento. Mi sentivo nel mondo, grande, senza paure e molto, molto curiosa.

Naturalmente il rapporto con mio padre aveva picchi di insostenibilità: non sono mai riuscita a nascondere nulla di quello che facevo, condividere mi faceva sentire pulita, sincera, senza contraddizione. C’era un prezzo da pagare. Lo pagavo, punto.

Ero appagata e contenta, anche amata. A scuola apprezzavano le mie doti pittoriche e il mio carattere, in ufficio lavoravo sodo senza lamentarmi e mi piaceva imparare, avevo l’amore di mia madre che non riusciva a difendermi ma sommessamente mi approvava. La mia sessualità era un po’ ballerina e confusa ma stimolante.

A vent’anni mi sono sposata con un compagno della scuola di pittura e abbiamo avuto due figli, una convivenza durata 25 anni segnata dalla costante fatica di tenere in equilibrio doveri e desideri. Da sempre però ho intuito che la conquistata libertà sarebbe stata una condizione per me irrinunciabile, e il desiderio un motore che sollecitava continuamente le mie scelte di vita.

Incontrai la politica della differenza nel 1996 che mi suggerì le parole giuste per nominare le mie azioni giovanili: “fine del patriarcato”, “emancipazione”, “amore tra donne”, “partire da sé”,oltre che ad aprire lo guardo su una prospettiva che mi ha permesso di autorizzare anche mia figlia e mio figlio a desiderare in libertà.

[in Marina Santini, Luciana Tavernini, Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua, Il Poligrafo, Padova 2015, p.78]

Periferie

Dai territori dell’assenza

dalle linee d’ombra

nella ferita del tessuto umano

e della terra

dai deserti affettivi,

scintille urgenti

penetrano

cercando

rammendi fertili

parole che tessano

speranze insieme

Popoli affamati di cibo e amore

con barche varate dai porti di fame,

coi ricordi cuciti sul cuore

vagano in geografie spezzate

domandano

che la linea di confine frammentata,

si faccia circonferenza accogliente.

[Zina Borgini, Medicamenti, Edizioni Paginauno 2023, p.46]

Con voce alt(r)a

Con altra voce

vorrei disdire

i carnefici guerrafondai

i raggiri politici

i genocidi – inaccettabili

Con altra voce

pregare vorrei,

la fine di ogni male

scomunicare le armi

vorrei…

Con voce alta

do fiato

agli angeli che scavano tra le pietre

al fiore rosso che riempie i campi

alle rondini che ogni anno ritornano

alla poesia che medica l’anima.

Con voce alta!

[Zina Borgini, in AA.VV. È MEGLIO PACE… Lemmi poetici in tempo di guerra, a cura di AritiCielo! Aps, Edizione Paginauno 2025, p. 21-22]

(www.libreriadelledonne.it, 14 agosto 2026)

La filosofa Luisa Muraro è venuta a mancare il 13 giugno scorso. Fortunatamente ho saputo che c’è stato il tempo di dedicare anticipatamente al suo pensiero un’intera giornata di studi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, organizzata dalla Libreria delle donne di Milano e da Diotima, Comunità filosofica femminile di Verona.

Da quell’incontro è scaturito un libro intitolato Come quando si accende la luce, a cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi. Il libro restituisce l’importanza del pensiero di Luisa Muraro, protagonista della diffusione del “pensiero della differenza sessuale”, punto di riferimento per moltissime donne nella pratica femminista basata sull’esperienza e del pensiero che “parte da sé”.

Da questo concetto, che intreccia ogni teoria con l’esperienza, con il suo essere vissuta, viene elaborato, negli anni ’70, il pensiero della differenza sessuale, che prende le distanze, pur senza negarlo, dall’emancipazionismo, inteso come l’insieme delle politiche miranti a parificare la condizione socio-economica delle donne e degli uomini.

In questo momento storico possiamo infatti vedere il processo di involuzione che l’emancipazionismo ha portato alla condizione femminile, sempre più sessualizzata, nella maggioranza dei casi impoverita e disoccupata, salvo essere profondamente reazionaria quando raggiunge i vertici del potere, sfondando il cosiddetto “soffitto di cristallo”. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti valutando l’operato delle donne al potere in Italia e in Europa. Senza una coscienza politica e del proprio reale desiderio si rimane ingabbiate nella rete mortifera del maschilismo, che impregna profondamente le strutture economico-sociali fondate su un capitalismo pervasivo e indifferente alla persona umana.

Il pensiero della differenza sessuale, condiviso dalla Muraro con la filosofa belga Luce Irigaray, di cui ha tradotto le opere, invita le donne a interrogare il proprio desiderio, ad agire sulla sua spinta, mettendo radicalmente in discussione che la liberazione femminile coincida con il raggiungimento del potere e la conquista del successo.

Ed è l’esperienza del partire da sé, fedeli all’ordine della madre, senza scimmiottare i discorsi prodotti da altri/e, cioè dall’ordine patriarcale a cui quasi tutti i filosofi sono purtroppo legati, l’eredità che l’incontro con il pensiero della Muraro mi lascia e di cui le sono immensamente grata.

La filosofia è una cosa in atto e pratica, scriveva Simone Weil, intrecciando indissolubilmente pensiero e azione, come poi tutta la sua vita ha testimoniato.

Luisa Muraro ha fondato e lavorato per due iniziative di lunga durata e indubbio valore politico. Nel 1975, insieme a Lia Cigarini e altre donne fondò la Libreria delle donne di Milano, che diventerà una delle istituzioni storiche del femminismo italiano e che è pienamente funzionante tuttora. Fu tra le fondatrici, negli anni ’80, della comunità filosofica femminile Diotima, che gode di notevole autorevolezza simbolica e della grande partecipazione di pubblico al Grande Seminario (organizzato tra ottobre e dicembre di ogni anno) da cui scaturiscono libri inerenti all’argomento trattato.

Ed è proprio nei “ritiri” in preparazione del Grande Seminario che ho avuto l’occasione di conoscere personalmente Luisa Muraro, oltre a filosofe di spessore come Diana Sartori, Wanda Tommasi e Annarosa Buttarelli e altre. Confesso che il modo di lavorare in questi ritiri in un primo momento mi ha intimorito: si parlava a braccio, quasi del tutto proibite le citazioni, in definitiva si trattava di filosofeggiare in presenza. La severità della Muraro era inflessibile: voleva che il pensiero scaturisse da noi, dalla nostra sensibilità, fiduciosa nelle capacità creative di ciascuna di noi. Conoscendola meglio l’ho reputata una grande “Maestra”, di filosofia, ma specialmente di vita: insegnava il coraggio di essere se stesse e di combattere per le proprie idee.

Il motivo per cui l’ho sentita intellettualmente vicina è che, forse inconsciamente, abbiamo entrambe cercato la spiegazione della differenza sessuale nell’esperienza delle mistiche: perché Dio, in tempi di totale subordinazione femminile, ha scelto le donne per rivelarsi, scavalcando ogni gerarchia ecclesiastica? Vero scandalo filosofico, a cui la Chiesa, per non dare risposte troppo imbarazzanti, ha quasi sempre risolto il proprio conflitto di coscienza santificandole.

In questa sede ricordo due libri di Luisa Muraro sul tema, scegliendo tra la sua vasta produzione: Il Dio delle donne, Milano, Mondadori 2003; Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes Editrice, Napoli-Salerno 2014 (2001).

Per quanto mi riguarda l’incontro con Luisa Muraro e Diotima mi ha dato il coraggio di partire (da me?), facendo lunghe esperienze di insegnamento all’estero, e, specialmente, l’agognato dottorato di ricerca in Portogallo sull’amore mistico, grazie soprattutto alla lettera di referenze scritta all’università di Coimbra da Wanda Tommasi, che colgo l’occasione di ringraziare caldamente.

(Periscopio, 6 agosto 2026)

Le madri tunisine aspettano ancora. Aspettano ancora che le loro figlie e i loro figli, partiti e scomparsi, tornino a casa, vivi o morti. Aspettano una loro telefonata, un messaggio per porre fine all’angoscia, all’attesa e al dubbio. Li cercano nei CPR italiani (centri di permanenza per il rimpatrio), carceri dove vengono rinchiusi migranti che non hanno commesso nessun crimine.    Aspettano giustizia e verità per se stesse e per loro. Aspettano e non si rassegnano al lutto, alla perdita. Non si chiudono nel silenzio dell’attesa. Come le Madri de Plaza de Mayo hanno trasformato il dolore individuale in lotta collettiva, in consapevolezza politica. Ma se le Madri argentine hanno consacrato la loro vita nel chiedere giustizia e verità per i 30mila giovani desaparecidos, loro figlie e figli, fatti sparire dalla Giunta militare, le madri tunisine chiedono giustizia e verità alla “democratica” Europa e ai suoi Paesi che in questi anni con le loro politiche anti-migranti hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero e disumanizzato chiunque arriva. Contro di loro hanno alimentato odio e cavalcato paure. Hanno eretto muri in terra e in mare, hanno ostacolato gli interventi di salvataggio delle Ong, favorendo così le morti in mare. Le madri tunisine aspettano e intanto lottano, dentro e fuori la Tunisia, contro le campagne anti-migratorie, il razzismo e la xenofobia. Lo fanno con la loro “Associazione delle madri di migranti scomparsi” (Association des Mères de Migrants Disparus), fondata nel 2016 da una di loro, Fatma Kassraouin, e accoglie anche madri del Senegal, del Camerun e di altri paesi del Maghreb. Fatma aspetta il ritorno del figlio, Monsar, che nel 2011 a 26 anni, durante le primavere arabe lasciò il Paese senza dirle nulla, per non darle un dolore. Pensava di chiamarla una volta arrivato in Italia e invece, è scomparso. La madre e la sorella*, oggi presidente dell’Associazione, lo cercano e lo aspettano ancora, nonostante abbiano saputo che la notte della partenza del ragazzo ci fu un naufragio e i sopravvissuti avessero detto di averlo visto affogare. Ad alimentare la loro speranza è stata una trasmissione televisiva del 2012 sul centro di rimpatrio di Trapani, in cui la madre dice di aver visto e riconosciuto il figlio. «Era lui ne sono certa, l’ho riconosciuto, ma non ho potuto far niente, nessuno mi ha ascoltato», va ripetendo da allora. Nel 2011, mentre migliaia di tunisini arrivavano sulle coste italiane, Roma e Tunisi firmavano i primi accordi bilaterali, come quelli con la Guardia costiera libica, non per garantire sicurezza a chi parte e dignità a chi arriva, ma per fermare le partenze e agevolare i rimpatri forzati. Da allora quegli accordi sono stati rinnovati ogni anno e resi sempre più stringenti. Accordi fatti anche con l’Europa in cambio di soldi e di equipaggiamenti per fermare chi vuole partire. Non è un caso che la prima richiesta dell’Associazione è di eliminare l’obbligo di visto, che l’Europa non concede mai, costringendo i giovani tunisini e africani a partire irregolarmente, alimentando i trafficanti e aumentando i rischi di morte in mare. Chiedono che l’Italia e Tunisi lavorino insieme non per fermare le partenze, ma per garantire i diritti a chi parte e verità alle famiglie dei “desaparecido”, degli scomparsi. Ogni anno il 6 febbraio, in memoria di una delle prime stragi, l’Associazione insieme ad altre realtà africane, europee e di altre aree, promuove la Commemor Action, una manifestazione per ricordare le stragi in mare e nei viaggi, per chiedere giustizia e contrastare leggi disumane che ostacolano chi, dal Sud del globo, nonostante il rischio enorme e una possibilità minima di arrivare in Italia, continua a partire per il sogno di un futuro migliore. Quei giovani sono uguali ai tanti che ogni anno sono costretti a lasciare il nostro Sud. Disumanizzarli è un crimine. Le madri tunisine e africane vedranno mai, come invece le madri argentine, giudicati e condannati da un tribunale i responsabili della sparizione delle loro figlie e dei loro figli?

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 2 agosto 2026)

(*) Della sorella e presidente dell’associazione, Latifa Walhazi, troverete qui la traduzione della lettera pubblicata il 24 agosto 2026 sulla pagina facebook delle Mères de Migrants Disparus all’indomani di un nuovo, terribile naufragio.

Ci ha lasciate qualche settimana fa Luisa Muraro.

Questa perdita ci ha profondamente addolorato, come quella, poco tempo prima, di Lia Cigarini. Ci resta un patrimonio inestimabile e prezioso che il suo pensiero e il suo lavoro ci hanno lasciato, una forza che continuerà ad accompagnarci e nutrirci nel nostro lavoro, come femministe, come operatrici di un Centro Antiviolenza, come donne impegnate a pensare e praticare quotidianamente un percorso di libertà, per sé e per tutte le donne che incontriamo.

Nella molteplicità del pensiero femminista che caratterizza il nostro tempo c’è ancora tanta ricerca, tanta riflessione e tanto lavoro da fare, tanto da pensare e anche da confliggere per mantenere una direzione unitaria che non ci indebolisca e non vanifichi conquiste culturali, sociali, giuridiche raggiunte dalle donne a caro prezzo e sempre in pericolo. Il pensiero della differenza sessuale può darci peso e misura della nostra forza nella nostra pratica quotidiana. Al tempo stesso, praticare un percorso di libertà per noi e fra noi donne non è abbastanza. Non è più abbastanza per trasformare davvero il mondo, per far sì che i fatti che accadono e le scelte politiche che si fanno abbiano in sé una lettura, uno sguardo, una scelta e una significazione anche di donna.

La politica delle donne non è la politica istituzionale. È una politica universale. L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro non propone un altro ordine, verticale e alternativo, a quello maschile: è un rinnovamento rivoluzionario di un mondo che non riconosce la libertà. Non la riconosce neanche ai maschi, a cui garantisce privilegi, ma non una vera libertà. L’uomo non deve liberarsi, non sente spontaneamente questo bisogno, questa necessità, perché è inscritto in un ordine di privilegio che lo “riconosce” sempre, a prescindere dal ceto, dalla razza, dalla religione, dalla professione, perché il suo essere uomo gli è attribuito e riconosciuto già dalla norma, dalla società, dalla cultura. Il bisogno di libertà della donna è invece determinato proprio dall’esigenza di “significarsi”, come dice Luisa Muraro. Un bisogno che la donna ha sviluppato nei secoli di subordinazione e cancellazione della sua presenza e della sua autorevolezza nella storia.

Ecco perché la politica delle donne mira alla libertà non solo delle donne, ma di donne e uomini, e mira dunque al bene comune. Le donne, e gli uomini, non più costretti alla norma maschile basata sul potere, sul controllo, sugli stereotipi, sui ruoli e le aspettative di genere che la società ha disegnato e prefigurato per loro, possono essere liberi, in un nuovo ordine simbolico che, nella politica della differenza, restituisce parola e corpo, desiderio e libertà, di scelte e di decisione.

La politica di rivendicazione del diritto all’uguaglianza e alla parità delle donne ha riguardato a lungo una richiesta di “riconoscimento” nei confronti di un ordine già costituito. Ma il riconoscimento dei diritti, la “inclusione”, non cambiano l’ordine patriarcale, che dal punto di vista simbolico e strutturale resta mancante dello sguardo altro, quello delle donne. “Non credere di avere dei diritti” ci dice che va costruita una genealogia di donne, ad oggi ancora assente nella costruzione delle nostre società e dei nostri ordinamenti. È necessario passare dalla richiesta di riconoscimento dei diritti a una esigenza di libertà che deve riguardare tutte e tutti, e che implica una grande trasformazione del pensiero e della cultura e delle relazioni.

L’emersione della violenza maschile contro le donne ha scatenato la reazione, a volte nei modi più beceri e retrivi, di tanti uomini che non sanno mettere in discussione le proprie debolezze, che non sono capaci di indagare sui propri bisogni, che non sanno ascoltare sé stessi e quella voce che hanno tacitato per poter essere al centro di quel privilegio dell’essere “maschio” in una società che risulta dispari e poco umana. È emersa una difficoltà umana, psicologica, sociale, culturale di tanti uomini che certo non definiremmo uomini felici. E non ci sono donne felici di averli accanto.

Muraro ci ha insegnato che il desiderio, la gioia, la felicità possono salvare l’umanità. Per gli uomini abbandonare il privilegio, il potere, il controllo, farci i conti e riscoprire il desiderio, la libertà, la relazione può essere l’occasione di un cambiamento epocale. La stessa occasione colta e praticata dal movimento delle donne, con l’unica rivoluzione pacifica ed efficace che ha avuto successo nel secolo scorso e continua tuttora proprio in quanto motivata dal desiderio di trasformazione di sé e del mondo, dal bisogno di libertà e “significazione”, negli ultimi decenni.

Muraro ha tracciato la strada. Noi questa strada desideriamo che gli uomini la scelgano, la attraversino, la percorrano.

Lucia De Cicco fa parte del direttivo CADMI

(Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, newsletter 31 luglio 2026)

Il documentario della regista Francesca Archibugi sulla storica femminista italiana, prodotto da Fandango con Rai Cinema e Luce Cinecittà, sarà Presentato a Venezia 83 nelle Giornate degli Autori

Quando si parla delle radici teoriche del femminismo italiano inevitabilmente viene fuori il nome di Carla Lonzi, critica d’arte, scrittrice e filosofa che, negli anni Settanta, sovvertì ogni modello patriarcale fondando, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, Rivolta Femminile, redigendo il Manifesto di Rivolta Femminile e pubblicando “Sputiamo su Hegel” e “La donna clitoridea e la donna vaginale”, testi che sanciscono il distacco dalla cultura e dalla tradizione politica e teorica dominante, proponendo una critica radicale dei rapporti di potere, della sessualità e dei modelli di soggettivazione femminile.

Per raccontare l’intellettuale e la donna che fu Carla Lonzi, sarà presentato in anteprima alla 83a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Giornate degli Autori – Eventi speciali, il documentario “Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” diretto dalla regista Francesca Archibugi, che la conobbe da giovane per motivi personali.

Dunque, anche se per Antonio Barbera le cineaste non hanno realizzato quest’anno film adeguati al concorso dell’83° Festival di Venezia (solo un film su 20 selezionati è diretto da una donna) le Giornate degli Autori, come sempre, valorizzano, eccome, i prodotti e il pensiero femminili.

“Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” è un progetto che va oltre il racconto biografico della celebre critica d’arte, filosofa e teorica del femminismo italiano, e che mostra accanto alla figura pubblica, considerata così intransigente, punto di riferimento di artisti e pensatori, anche quella privata, più affascinante e contraddittoria, restituendo un ritratto puntuale e allo stesso tempo empatico di una delle donne che più ha influenzato non solo le basi, ma anche il linguaggio del femminismo e dell’autocoscienza delle donne.

Attraverso materiale d’archivio inedito, fotografie e la voce della stessa Lonzi, Francesca Archibugi costruisce un racconto intimo e appassionato, avvalendosi anche delle testimonianze di familiari e amici, tra cui il figlio Battista Lena (musicista e compositore, autore delle musiche del documentario), la stessa regista Francesca Archibugi, Nanni Moretti, Giulia Siviero, Suzanne Santoro e la filosofa Maria Luisa Boccia.

In dialogo con tutte le esperienze rivoluzionarie degli anni Sessanta e Settanta, la ricerca della Lonzi attraversa tanti temi come il corpo, la natura, il mito e la memoria e la sua eredità è molto forte e attualissima.

«Con un po’ di imbarazzo devo parlare di me – racconta la Archibugi – e del perché ho fatto questo film. Ho conosciuto Carla Lonzi al liceo, era la madre di quello che sarebbe diventato mio marito, Battista Lena. Ma si è ammalata ed è morta che eravamo troppo piccoli, non avevamo nessuna idea di quello che sarebbe stato il nostro futuro. Pensavo solo che dovevo assolutamente piacerle ed ero sicura che non ce l’avrei fatta. Perché mi sentivo qualche stortura morale. Volevo entrare nel mondo e Carla ne voleva stare al di fuori. Carla e Battista, ma anche lo scultore Pietro Consagra, il compagno, erano diversi da tutto quello che avevo conosciuto fino ad allora. Tutti i giorni c’erano riunioni femministe, guardavo e ascoltavo rendendomi invisibile, strisciavo rasente i muri.

Carla trascorreva lunghi periodi in un podere molto isolato nel Chianti, completamente sola, in mezzo ai boschi e le vigne: quando lei non c’era, andavo nel casale grande e rovistavo nei cassetti, frugavo nelle borse, spiavo gli appunti e le lettere private, annusavo le camicie, le ho rubato un paio di pantaloni. Ho vissuto attraverso suo figlio l’ansia della malattia. Mentre lei stava sempre peggio leggevo il diario, Taci anzi parla, diario di una femminista. Ne parlavamo: mi spiegava un po’ di cose sul sesso, senza imbarazzo e senza voyeurismo. Non assomigliava certo a una suocera, ma alla più fantastica delle amiche adulte. La sua amicizia è stata come un regalo per il mio diciottesimo compleanno e l’entrata nella vita adulta.

Solo che se ne è andata troppo presto. Mi ha lasciato tantissime cose, prima di tutto suo figlio Battista.

Spero di essere riuscita a trovare l’equilibrio fra il riserbo e lo slancio affettivo. Vorrei far dialogare i pensieri contemporanei con Carla come se fosse ancora qui, e vedere se facendo attenzione, io possa sentire ancora la sua voce. E farla sentire a tutti, anche a chi non c’era, a chi non l’ha conosciuta, a chi non la conosce ancora».

Il film è una produzione Fandango con Rai Cinema, in associazione con Luce Cinecittà e MIC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, realizzato e distribuito con il contributo del Fondo del Ministero della Cultura per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo, “Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” sarà al cinema con Fandango Distribuzione.

(Noidonne, 29 luglio 2026)

CARLA LONZI

Carla Lonzi (Firenze, 1931 – Milano, 1982) è una scrittrice e critica d’arte italiana, femminista teorica dell’autocoscienza e della differenza sessuale.

Ha attraversato e messo in discussione i dispositivi di legittimazione dell’arte, della cultura e del

sapere, elaborando una pratica intellettuale fondata sull’autonomia, sulla parola e sulla trasformazione delle relazioni.

Formatasi alla scuola di Roberto Longhi, con il quale si laurea in Storia dell’Arte nel 1956, Lonzi si

afferma negli anni Sessanta come una delle voci più autorevoli della critica d’arte italiana. Attraverso

l’attività curatoriale e la collaborazione con artisti italiani e internazionali – tra cui Lucio Fontana, Cy Twombly, Jannis Kounellis e Giulio Paolini – contribuisce alla definizione di una nuova sensibilità critica nei confronti delle pratiche artistiche contemporanee. Nel 1969 pubblica Autoritratto, opera fondativa e radicalmente sperimentale, costruita attraverso il montaggio delle voci di quattordici artisti: un dispositivo letterario e critico che decostruisce la linearità della narrazione storico-artistica e restituisce la complessità della scena degli anni Sessanta.

Il 1970 segna una cesura decisiva nella sua ricerca. Insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti fonda

Rivolta Femminile e redige il Manifesto di Rivolta Femminile. Nello stesso anno pubblica Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale, testi che sanciscono il distacco dalla cultura

patriarcale e dalla tradizione politica e teorica dominante, proponendo una critica radicale dei rapporti di potere. L’abbandono della critica d’arte non rappresenta per Lonzi una rinuncia, ma l’apertura di un campo di ricerca più ampio e radicale, fondato sulla pratica dell’autocoscienza, sul separatismo e sulla costruzione di forme autonome di produzione e circolazione del pensiero.

Attraverso la propria casa editrice e una scrittura che intreccia teoria, autobiografia, dialogo e pratica politica, Lonzi sviluppa un pensiero capace di mettere in crisi le gerarchie del sapere e i fondamenti

stessi della cultura patriarcale. In opere come Taci, anzi parla. Diario di una femminista (1978) e Vai

pure. Dialogo con Pietro Consagra (1980), la parola diviene uno spazio di conflitto, relazione e

possibilità.

FRANCESCA ARCHIBUGI

Francesca Archibugi (Roma, 1960) è una regista e sceneggiatrice italiana.

Dopo gli studi classici, studia psicologia all’Università degli Studi di Roma La Sapienza; e nel 1983 si diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Gira alcuni cortometraggi per la Rai e per Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi, vincendo nel 1985 il Premio Solinas per la sceneggiatura.

Il suo esordio al cinema è Mignon è partita (1988), film che ottiene cinque David di Donatello e due Nastri d’Argento, e numerosi premi internazionali.

Seguono film come Verso sera (1990), Il grande cocomero (1993), Con gli occhi chiusi (1994), L’albero delle pere (1998), Domani (2000), Lezioni di volo (2007), Questione di cuore (2008), Il nome del figlio (2015), Gli sdraiati (2017), Vivere (2019) e Il colibrì (2021). Ha inoltre realizzato serie televisive, tra cui La Storia (2024), Nastro d’argento Miglior serie dell’anno. Accanto alla regia, ha collaborato alla scrittura di numerose sceneggiature per altri autori, tra cui Paolo Virzì, Costanza Quatriglio, Maria Sole Tognazzi.

Nel corso della sua carriera ha lavorato con molti tra i principali attori italiani, da Stefania Sandrelli a

Jasmine Trinca, da Marcello Mastroianni a Pierfrancesco Favino.

Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali e retrospettive del suo lavoro sono state fatte in Francia, Inghilterra, Germania, Argentina, Giappone e numerosi altri paesi.

Battista Lena, il figlio di Carla Lonzi, è il musicista di tutti i suoi film, dal primo cortometraggio fino a questo documentario.

FILMOGRAFIA

Illusione (2025)

La Storia, Serie TV (2022)

Il Colibrì (2021)

Vivere (2019)

Romanzo Famigliare (2018)

Gli Sdraiati (2017)

Romanzo Famigliare, Serie TV (2016)

Il Nome del Figlio (2015)

È Stata Lei, Cortometraggio (2013)

Giulia ha picchiato Filippo, Documentario (2012)

Questione di Cuore (2008)

Lezioni di Volo (2005)

Renzo e Lucia (2002)

Domani (2000)

L’Albero delle Pere (1997)

La Strana Storia di Banda Sonora, Documentario (1997)

Con gli Occhi Chiusi (1994)

L’Unico Paese al Mondo (1994)

Il Grande Cocomero (1993)

Verso Sera (1990)

Mignon è Partita (1988)

Franca Fortunato, in Madri e figlie. Una storia vivente, pubblicato da Libritalia Printlab (pp. 128, euro 14), esplora il complesso rapporto con la madre Vittoria, intrecciando memoria personale e storia collettiva delle donne e del Novecento. Questo memoir autobiografico si ispira alla pratica della “storia vivente”, sviluppata da Marirì Martinengo e dalla Comunità di storia vivente della Libreria delle Donne di Milano. Il libro si apre con una rottura: nel 1978, l’autrice lascia la casa materna per lavorare alla Cgil, senza salutare la madre, contraria alla sua decisione.

Questo evento, difficile e colmo di ripercussioni, spinge Franca Fortunato a riavvolgere la propria infanzia e a interrogarsi sul legame con una donna che l’ha amata profondamente, ma che si aspettava che non la deludesse mai. «Sono stata fortunata a essere nata e cresciuta nell’amore di mia madre», scrive Fortunato.

Vittoria, una sarta di grande talento, è il fulcro del libro. Costretta ad abbandonare la scuola dopo la terza elementare, proietta sulle figlie il desiderio di emancipazione che le era stato negato. Per lei, lo studio rappresenta la via per l’autonomia economica e il riscatto di una genealogia femminile esclusa dall’istruzione. La sua creatività nel cucire diventa così una forma di libertà esercitata all’interno dei limiti imposti dal patriarcato. Talvolta tutto comincia da un filo che insieme ad altri diventa una trama, come nelle alleanze femminili.

Accanto alla narrazione familiare, si dipana una storia della Calabria del dopoguerra, intrecciando temi di povertà, emigrazione, lavoro artigiano, dialetto, rituali domestici e feste popolari. Particolarmente rilevante è la vicenda della madre, affidata da bambina a una zia in seguito a una tragedia familiare. L’autrice interpreta questo episodio come un patto di mutua gratuità tra due sorelle, due donne, da cui trae l’idea di «civiltà della madre», fondata sul primato del legame materno. Altro tema centrale è quello della scuola, vista come spazio di emancipazione ma anche di ferite, come testimonia il ricordo dell’esclusione dalla prima elementare per presunta “immaturità”. Attraverso il femminismo della differenza, quell’esperienza verrà rielaborata come occasione per ripensare l’autorità femminile e il significato dell’educazione.

Madri e figlie offre una critica del patriarcato sempre radicata nell’esperienza concreta. Emblematico è il ricordo della maestra che accoglie senza vergogna la nipote madre non sposata. «Per una madre, tutte le figlie e tutti i figli sono legittimi. Le donne questo lo hanno sempre saputo», osserva Fortunato.

Le pagine finali sono dedicate alla malattia e alla morte della madre. La frase annotata nel diario – «Oggi è morta una grande donna: era mia madre» – racchiude il senso profondo dell’intero volume: restituire amore a una genealogia femminile fatta di lavoro, cura, libertà e relazioni. Più che un’autobiografia, Madri e figlie è una riflessione su come la grande storia possa essere narrata a partire dall’esperienza vissuta delle donne.

(il manifesto, 28 luglio 2026)

Una giovane donna discende una scaletta minuscola a pochi passi dal Duomo. Stringe con vigore tra le sue mani una pila di libri, sulle copertine ci sono solamente nomi di autrici. Poi si inabissa nel ventre di Milano. È l’autunno del1974 e al civico 2 di via Dogana Luisa Muraro tiene tra le mani il primo seme di una rivoluzione.

Là sotto, nel sottoscala ribattezzato “il bunker”, undici donne la attendono con trepidazione. Si incontrano clandestinamente già con una certa regolarità: hanno da poco fondato la cooperativa “Sibilla Aleramo” e hanno un sogno che in Italia è ancora un’utopia.

Mentre i gruppi femministi di tutto il Paese tirano le somme del primo convegno nazionale organizzato a Pinarella di Cervia, qui un piccolo gruppo lavora senza sosta: sceglie, riordina, cataloga libri scritti da sole donne. 

Tra loro ci sono l’avvocata Lia Cigarini, fuoriuscita dal Pci, Elena Medi e Silvia Motta, provenienti dal Cerchio Spezzato di Trento, la giornalista Bibi Tomasi e Giordana Masotto, prima libraia di via Dogana.

Ispirate dalla Librairie des Femmes di Parigi – scoperta nel 1968 in rue des Saints-Pères durante una trasferta su invito delle femministe francesi del gruppo Psychanalyse et Politique –, vogliono dare vita a “un centro di raccolta e di vendita di opere delle donne”, una libreria che diventi “luogo di tutte le donne che vi entrano”.

Da Montecchio Maggiore al sottosuolo di Milano

In questo novembre del 1974 Luisa ha trentaquattro anni e Montecchio Maggiore, il paese dove è nata a ovest di Vicenza, è già molto lontano. Dopo essere passata da Parigi, Bruxelles e Francoforte, senza mai trovare “il clima giusto” e lavorando come babysitter per mantenersi, è tornata in Italia e a Milano si è laureata in Filosofia all’Università Cattolica, dove è divenuta accademica.

Quando esplode la contestazione è tra i pochi assistenti dell’ateneo a schierarsi con gli studenti: perde così la borsa di studio e inizia a insegnare in una scuola media.

Ed è sempre a Milano che fonda, insieme allo psicoanalista Elvio Fachinelli, un asilo autogestito in Porta Ticinese, un “esperimento didattico di scuola antiautoritaria” da cui prende vita il libro L’erba voglio. Pratica non autoritaria nella scuola, pubblicato da Einaudi.

Insieme a lui e Lea Melandri cura poi la rivista L’erba voglio,natasul terreno fertile di una parte di Italia che per la prima volta sembra interrogarsi davvero sulle forme di oppressione e sui “rapporti liberanti”, quelli tra alunni e insegnanti ma anche tra corpo e sessualità.

E poi le donne, per Luisa “un coinvolgimento profondo. Un grande amore”. Le voci femminili che emergono dal sottosuolo di Milano, ancora oscuro e clandestino, sono per Luisa oramai una bomba in procinto di deflagrare.

Con un matrimonio annullato alle spalle e un figlio inizialmente affidato ai nonni, il femminismo diventa per lei totalizzante, una continua lotta per il senso libero della differenza sessuale: “Sentire dentro di me, a partire da me, che le donne esistono per sé stesse,non come seconde, pari o complementari degli uomini, ha cambiato me e il mondo; siamo cambiati entrambi, perché, quando è stato vero per me, il mondo ha cominciato a popolarsi di donne, non solo nella mia vita, ma anche, a sorpresa, nella storia: uscivano e continuano a uscire dai ricordi delle persone, dalle soffitte, dagli scatoloni delle biblioteche”.

Dopo essere fuoriuscita dal Demau – il primo gruppo femminista nella storia d’Italia fondato da Daniela Pellegrini – è invia Dogana 2 che Muraro torna a incontrarsi tra sole donne. Un luogo dove nuove parole prendono forma e si organizzano ora in ruoli, anche gerarchici; un antro intriso di fumo di tabacco dove la teoria si fa pratica e i rapporti tra donne vivono una primavera mai provata. Uno su tutti quello con Lia Cigarini: nell’incontro dei loro volti c’è già un sodalizio per la vita.

Un’utopia da sei milioni di lire

Tra le strade di Milano il 18 dicembre del 1974 compare così un volantino che descrive il loro progetto, si richiede materiale stampato ma anche finanziamenti. Per aprire l’inaudita libreria di sole autrici servono sei milioni di lire e le dodici socie ne hanno uno soltanto.

Decidono allora di vendere le opere offerte da Carla Accardi, cofondatrice di Rivolta Femminile insieme a Elvira Banotti e Carla Lonzi, ma anche i lavori delle artiste Dadamaino, Valentina Berardinone e Nanda Vigo, selezionati dalla critica d’arte Lea Vergine. Il loro manifesto dichiara di “voler far incontrare la creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte”.

Solo un anno dopo, a un mese dal massacro del Circeo, la neonata Libreria delle donne di Milano apre i battenti: la saracinesca del locale in via Dogana si arrotola su sé stessa e svela scaffali colmi di testi di autrici italiane e straniere fino ad allora ignorate dall’editoria italiana. Tra questi, Speculum. L’altra donna, la tesi di dottorato della femminista belga Luce Irigaray, che Muraro stessa aveva tradotto in italiano: libri scritti da sole donne, scelti da sole donne.

Nulla cambia quando dalla sede storica la libreria si sposta in via Pietro Calvi 29, a causa del rincaro dell’affitto richiesto dal Comune. Muraro dà anche vita all’Accademia delle Piccole Filosofe e dei Piccoli Filosofi. Una bambina qui può prendere parola, una parola validata e ascoltata.E anche l’infanzia, in un tempo che già metteva in discussione il ruolo del bambino nella società, assume un’importanza centrale: “Per diventare madri ci vuole un lavoro simbolico”, diceva Muraro. “Il grosso di questo lavoro simbolico, che è un lavoro creativo, lo fa la creatura piccola, lo fa il bambino, la bambina. La donna che diventa madre lo diventa in rispondenza a qualcosa che fa la creatura già nel ventre materno con la sua semplice presenza. La donna che diventa madre lo diventa per questa potente domanda della sua creatura”.

La donna per Muraro diventa però madre solamente con un sì: “Noi partivamo dal principio fondamentale di libertà femminile: una donna non può essere obbligata a diventare madre, la maternità inizia con un sì”, spiegava ricordando i giorni di una lotta non ancora finita. “Ma tendevamo a sottolineare che l’aborto non è un diritto. Un diritto ha sempre un contenuto positivo. L’aborto è un rifiuto, un ripiego, una necessità. La donna che non vuole diventare madre subisce un intervento violento sul suo corpo per estirpare questo inizio di vita. Pensavamo, e pensiamo tuttora, che se si fa dell’aborto un diritto, si autorizza l’irresponsabilità degli uomini”.

Una felicità tenuta troppo stretta

In via Pietro Calvi 29 queste parole sono risuonate per decenni, sino alla mattina del 13 giugno 2026, a nemmeno due mesi dalla scomparsa diLia Cigarini, morta il 20 aprile. Sono queste le mura che Luisa Muraro ha abitato per tutta la vita, sempre in compagnia di Lia.

Mura spesso severe, che in molte non sono riuscite a valicare. “Noi femministe abbiamo fatto un’esperienza di felicità, tenendola troppo stretta nelle nostre mani” – confessò Muraro a Repubblica – “Non l’abbiamo passata alle nuove generazioni di donne”. Mura entro cui Muraro ha sempre sostenuto e tematizzato la differenza non solo riconoscendo l’asimmetria della relazione femminile-maschile, ma anche e soprattutto nei rapporti tra donne. Con severità, sì, ma sempre con grande coraggio: “Mi chiedo se non siamo rimaste troppo attaccate al nostro benessere. È una questione su cui sto riflettendo. In cosa abbiamo mancato? Le nuove trentenni – che dicono: noi non abbiamo ereditato nulla, siamo precarie – ci gettano in faccia la loro rabbia. Ma poi è anche vero che non sono riuscite a ereditare niente”.

Il suo pensiero, impossibile da riassumere in queste poche righe, ha certamente oltrepassato i confini di queste mura, inciso come un’eredità viva anche per quelle trentenni tanto arrabbiate che faticano a trovare nuove e vere maestre, e per le ventenni che di maestre non vogliono più sentire parlare.

Ma è qui, è soprattutto qui, nella Libreria delle donne che è stata per Luisa Muraro casa e creazione, creatura utopica divenuta reale, che la sua eredità continuerà a essere custodita. Una foto incollata al vetro dell’anta di un mobile colmo di volumi la ritrae sorridente accanto al ritratto della sua sodale: Luisa e Lia si guardano ancora.

Trovare le parole

Ed è ancora qui che Muraro confessava l’importanza dell’“uscire di scena”: “È la cosa più importante nella vita. Perché si arriva a un certo punto che devi deciderti a quel passo. E devi trovare le parole, se non le ultime almeno le penultime, con cui lucidamente cerchi di capire cosa sta accadendo. Ma non lo so. Questo è il punto. E la postura cattolica non è abbastanza. So solo che c’è un mondo di uomini e donne che si disfa disordinatamente e di aver scritto tanto per cambiarlo in meglio. C’è il desiderio che qualcosa resti. Ma non so quale traccia lasceremo di noi”.

Io voglio ricordarla come l’ultima volta che l’ho vista, pronta a uscire dalla stanza non prima di aver detto l’ultima parola. Sull’uscio di quella libreria che è stata per lei sogno, progetto infinito. Entrare e uscire, con un bicchiere in mano, salire in cattedra, prendere parola, e che sia l’ultima. E poi magari svanire nella stanza accanto, per non farsi trovare dove per gli altri è prevedibile cercarci.

“La mossa della schivata”, la chiamava lei, ispirandosi alla filosofa Iris Murdoch. In fondo è la pratica ricercata da Muraro per una vita intera: partire da sé e non farsi trovare.

(Pubblico, la newsletter di Fondazione Feltrinelli, n. 97, 28 luglio 2026)

24 luglio 2026, lettera di sostegno alla legge di iniziativa popolare “Istituzione del Dipartimento della Difesa civile, non armata, non violenta”

Viviamo in un tempo in cui si tende a identificare il concetto di difesa con quello di difesa armata, operando una sovrapposizione che è frutto di una narrazione in cui la forza militare viene presentata come condizione necessaria e sufficiente in grado di prevenire e rispondere a ogni minaccia.

Questa visione è tutt’altro che unanimemente condivisa. Numerosi studiosi e studiose, insieme a protagonisti della riflessione scientifica, spirituale e politica, hanno proposto prospettive teoriche differenti e letture più articolate e complesse degli scenari nazionali e internazionali, sperimentando modelli alternativi per affrontare e risolvere i conflitti.

Costruire la pace, non solo dichiararla

Per vivere in uno stato di pace stabile e duratura, non basta dichiarare che non si vuole la guerra. La pace va costruita e agita, come hanno testimoniato figure diverse, da Gandhi ad Aldo Capitini e Johan Galtung, uno dei fondatori degli studi sulla pace.

Come si può cogliere in diversi documenti dell’ONU, ed in particolare nella risoluzione dell’Assemblea Generale del 2016 sul diritto alla Pace, pace «non è solo l’assenza di conflitti, ma richiede anche un processo partecipativo positivo e dinamico in cui il dialogo è incoraggiato e i conflitti sono risolti in uno spirito di comprensione reciproca e cooperazione».

E il primo passo per costruire la pace è riconoscersi come soggetti attivi di questo processo, che chiama in causa tutte e tutti. Scardinare la logica del nemico non significa ignorare la minaccia: significa avere più strumenti per rispondervi, più intelligenza collettiva per prevenirla, più coraggio istituzionale per trasformare i conflitti attraverso la ricerca di equilibri alternativi invece di amplificarli e radicalizzarli.

Le strade alternative esistono

Numerose testimonianze evidenziano i danni permanenti lasciati dalle guerre, che raramente pongono fine ai conflitti. Le ricerche comparative di Erica Chenoweth (Harvard Kennedy School, 2008-2023), su oltre un secolo di conflitti, mostrano l’efficacia dei movimenti di resistenza nonviolenta organizzata, anche nel confronto con quelli armati.

Diverse evidenze storiche lo confermano: dalle più note, come la lotta di Gandhi per l’India indipendente o la resistenza nonviolenta di Nelson Mandela contro l’apartheid in Sudafrica, ad altre meno conosciute come, ad esempio, il contributo di Johan Galtung alla risoluzione di un decennale conflitto armato tra Perù ed Ecuador attraverso la creazione di un’area naturale protetta binazionale.

In questa direzione, la società civile ha dato impulso a varie iniziative volte a sostenere la costituzione di strumenti e istituzioni per la promozione di una cultura della pace e della nonviolenza.

Clima, salute, sicurezza, ecosistemi: un unico orizzonte

I conflitti del XXI secolo nascono da squilibri profondi e si alimentano sempre più di nuove forme di conflittualità. Scarsità di acqua, terre aride, competizione per le risorse, migrazioni, stili di vita che minano la salute umana e più in generale la salute del pianeta. La crisi climatica è essa stessa una forma di violenza strutturale globale: lenta, diffusa, sproporzionatamente devastante per i soggetti più vulnerabili. La pace, la salute e la cura della Terra non sono obiettivi separati: sono la stessa cosa, vista da angolazioni diverse. E questo richiede di ripensare i modi e le forme della difesa rispetto ai secoli passati.

Perché sosteniamo la proposta di legge per l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta

All’interno del CNR e del mondo della Ricerca sono attive ricercatrici e ricercatori che ritengono possibile e promuovono uno sviluppo etico e sostenibile della società fondato sulla giustizia sociale, sul rispetto e sulla nonviolenza, con modalità e percorsi anche molto diversi tra loro.

Come ricercatrici provenienti da diversi ambiti disciplinari, impegnate nello studio e nella promozione della pace nelle sue molteplici forme, sosteniamo la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta, e affermiamo che costruire la pace è una responsabilità individuale e collettiva, sancita anche dalla nostra Costituzione. L’articolo 52 afferma che la difesa della Patria è “sacro dovere” di ogni cittadina e cittadino – non solo delle forze armate. L’articolo 11 sancisce il ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Importanti pronunce della Corte costituzionale, in particolare la sentenza 164/1985, hanno differenziato concettualmente e istituzionalmente il servizio militare dal dovere di difesa della patria, che spetta a tutti e tutte.

Questa proposta di legge introduce strumenti concreti per una difesa sganciata dall’uso delle armi: un Dipartimento dedicato; Corpi Civili di Pace; un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo; una dotazione finanziaria stabile, alimentata anche dalla scelta volontaria dei contribuenti.

Sottoscriviamo la proposta di legge e invitiamo a fare altrettanto, continuando ad impegnarci per una ricerca pubblica che si assuma la responsabilità che le spetta: raccogliere dati su origini e conseguenze dei conflitti, smontare le narrazioni belliciste e mettere in evidenza i tanti interessi in gioco, ponendo la conoscenza al servizio della collettività. La pace – come ogni fenomeno complesso – richiede studi, elaborazioni, dati, metodi, formazione, strumenti; questa legge istituisce norme in questa direzione: un sistema di difesa civile e nonviolenta che sappia prevenire, mediare e proteggere dai conflitti attuali e futuri, presidio di giustizia sociale e ambientale.

Firmiamo, e invitiamo colleghe e colleghi a fare lo stesso.

Alcune ricercatrici del Consiglio Nazionale delle Ricerche,

ADRIANA VALENTE, Roma – ALBA L’ASTORINA, Milano – ALESSANDRA PUGNETTI, Venezia – ARIANNA DI PAOLA, Roma – CHRISTINE NARDINI, Roma – CLAUDIA PENNACCHIOTTI, Roma – GRAZIELLA TALLARDA, Agrate Brianza (MB) – PAOLA LETARDI, Genova – SILVIA CARAVITA, Roma – VALENTINA TUDISCA, Roma

Firma la proposta di legge:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008

Campagna e approfondimenti:

www.difesacivilenonviolenta.org

Condividi questa lettera nella tua rete accademica, istituzionale e personale.

Ogni firma è un laboratorio di pace.

Per eventuali comunicazioni con il gruppo scrivere a:

paola.letardi@cnr.it

arianna.dipaola@cnr.it

Il conflitto tra donne è sempre stato presente nel femminismo, portando con sé un alto tasso di distruttività. Conflitto temibile perché chiama con sé emozioni forti e fantasmi incontrollabili: l’invidia femminile e una minacciosa potenza materna che sembra avere potere di vita o di morte sull’altra. Eppure la forza che sprigiona tale conflitto, se prende forma, se riceve misura, se si affida a gesti scelti, può essere feconda e generativa. Per questa ragione Angela Putino – a partire da un testo sulle amazzoni scritto con Lina Mangiacapre – si dedica dalla seconda metà degli anni ’80 alla funzione guerriera come pratica ed esercizio della relazione tra donne che apra ad un modo di «fare polis», di «fare cosmo» a partire da un simbolico femminile.

Alla base della funzione guerriera c’è l’inaddomesticato che Putino sottrae a qualsiasi designazione: è «una zona di taglio», «una modalità di azione». Nei materiali di un workshop presso il Virginia Woolf di Roma, Angela espone le figurazioni che portano dall’inaddomesticato alla funzione guerriera. La prima figurazione è la «solitaria» che guarda «a sé come un bene superiore che non può essere barattato con nulla». L’inaddomesticato è il proprio punto di leva, il partire da sé. Il passaggio dalla “solitaria” alla “guerriera” avviene nel linguaggio, quando entra in gioco la relazione. La guerriera emerge nel dialogo, davanti al «tu privilegiato che una donna rivolge a un’altra donna, questo tu è un imprevisto del sistema culturale» (Putino, Donna guerriera). Essere guerriera non significa avere nemici o nemiche, è «sapersi raccogliere e indirizzare» dal momento che la «funzione guerriera è soprattutto un’arte di alleanze», alleanze tra straniere, dove «risiede nell’altra la possibilità di inaddomesticarmi da me», cioè di uscire dal perimetro chiuso dell’identità personale.

La parola tra donne deriva dal rivolgersi l’una all’altra, afferma la relazione, chiama il mondo a partire da questa: ecco il terreno condiviso che dà dignità alla guerra tra loro. Il «polemizzare tra donne» è un’arte di cui Putino traccia traiettorie, gesti, regole. Le duellanti debbono saper fare un passo indietro per aprire uno spazio di movimento, ritrarsi dai propri codici. Occorre che siano “limpide” e diano trasparenza all’accadere per evitare l’opacità delle interpretazioni. Una guerriera deve stare vicino alla propria ferita, muove dalla propria vulnerabilità, non dalle ferite narcisistiche dell’io, ma da quelle che interrompono le significazioni dominanti, ti tirano fuori da te fino a scoprire un ritmo a te più appropriato. Questo polemizzare tra donne «non si sa se è lotta o abbraccio», è una guerra intesa come «uno dei più puri riconoscimenti» (Putino, Arte di polemizzare tra donne). La guerriera deve infatti poter distinguere le altre guerriere, poiché vuole per sé e per le altre una velocità maggiore. Occorre qui una certa “crudeltà guerriera”, per Putino meno temibile della “violenza pulita”, delle strategie della “non libertà femminile” che nascono da istanze di potere determinate altrove vanificando il polemos tra donne. La funzione guerriera schiude la visione di un «mondo di differenza, non agglomerato di diversità, ma cosmo: insospettato, sorprendente avvicinarsi, affiancarsi, relazionarsi». Dalla singolarità si va verso il collettivo che Angela chiama “razza” (richiamando Deleuze e Guattari, la razza minoritaria e ribelle che rompe le strutture di dominio): «semplice, sobria […] aurorale, ha dei cominciamenti, la bellezza e la visionarietà degli inizi; invita ad abitare in lei secondo scelte, secondo regole del suo cosmo; fa spazio, fa tempo; dona velocità» (Putino, Cosmo).

Da questi punti di intensità tracciati da Putino possiamo rilanciare oggi un discorso vivo sul conflitto tra donne che parta da una fedeltà a sé stesse e da una posta in gioco comune, per creare alleanze fuori da logiche di potere esteriori.

(L’Imprevista, 24 luglio 2026)

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi in cui le donne sono diventate promotrici di pratiche di esclusione all’interno degli spazi femministi. Presentazioni di libri annullate all’ultimo minuto, mailbombing alle organizzatrici, sale concesse e poi disdette senza spiegazione. Per citare soltanto i casi più recenti: a Feminism 2023 un dibattito sulla prostituzione è stato cancellato sotto la pressione di alcune realtà romane; in seguito è toccato alla presentazione, che doveva tenersi alla Biblioteca delle donne di Bologna, del libro Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, anch’essa cancellata. L’episodio più recente risale allo scorso maggio, con l’annullamento dell’evento, alla Casa delle donne di Pisa, che avrebbe dovuto ospitare la giornalista Monica Lanfranco. D’altra parte, anche all’interno dei luoghi storici del femminismo alla pratica della relazione, anche conflittuale, a volte si predilige la presa di distanza, la sottrazione al confronto e una gestione del dissenso che tende alla chiusura più che alla mediazione. In questo processo di polarizzazione, gli anni della pandemia hanno, infine, segnato un culmine quando in molti luoghi culturali e politici, inclusi alcuni spazi femministi, si è preferito evitare il confronto con chi metteva in discussione la gestione dell’emergenza sanitaria.

Questa situazione racconta di una fatica crescente a sostenere contesti conflittuali, preferendo allinearsi alla più comoda grammatica maschile degli schieramenti. Abitiamo un mondo sempre più abituato a pensare in termini di “noi” e “loro” e le donne sembrano non sfuggire a queste dinamiche: sappiamo che il conflitto richiede energie, espone alla possibilità di stare nel disaccordo o di cambiare idea, obbliga a fare spazio alla verità dell’altra. L’immagine è quella di una casa che si sgretola mentre nell’aria volano coltelli: la rappresentazione di ciò che accade quando il conflitto non trova parola e relazione, ma continua ad agire in forme indirette, opache e distruttive.

Il modo di intendere lo stare in relazione e il conflitto che emerge da queste situazioni assomiglia alle logiche con cui, dagli albori della nostra storia, la solidarietà maschile si è manifestata distruttivamente, come pratica di esclusione che considera l’altro come estraneo, che innalza steccati identitari invece di promuovere aperture e confronto, ossia, agendo come «una banda di fratelli» e non come «un flusso di sorelle» (U. Le Guin, da Non c’è tempo da perdere). Dagli episodi menzionati si impone, quindi, una domanda squisitamente politica: quando alcune donne usano le stesse armi della fratellanza escludente, la pressione, il silenzio imposto, la cancellazione, stanno davvero praticando la sorellanza che, crediamo, dovrebbe essere alla base delle pratiche femministe? O stanno semplicemente replicando una logica di potere con un lessico diverso?

La questione viene ulteriormente esasperata dalla tendenza, nelle società contemporanee, a confondere il conflitto con l’abuso, come ha rilevato Sarah Schulman. Per la saggista e attivista lesbica nordamericana, ad emergere è un’incapacità crescente di gestire le situazioni di tensione tra i nostri desideri, le nostre credenze e quelle degli altri: «Viviamo nel conflitto e non lo sopportiamo. Incapaci di gestire il disagio dell’incomprensione umana preferiamo pensare il mondo in termini di vittime e carnefici, esacerbando e manipolando la paura per evitare di affrontare noi stessi». Per sottrarsi a queste dinamiche rovinose, occorre ripensare le forme della conflittualità.

Una prima indicazione ci arriva da un vecchio numero di Via Dogana, uscito a dicembre 2001 dal titolo Fanno le guerre e non sanno confliggere, era appena cominciata la guerra in Afghanistan e la questione si manifestava, come ai nostri giorni, in tutta la sua urgenza. A conclusione del suo articolo di apertura, Luisa Muraro, dopo essersi interrogata intorno alla «tendenza a formare schieramenti» proponeva di «essere tutta con tutto senza restare attaccata a nessun contenuto, perché i contenuti nascono dallo scambio e sono il frutto della mediazione, di volta in volta. Escluso – ha detto una che ascolto sempre – quel minimo, non più grande di un chicco di melagrana, che ciascuna di noi sente per sé “irrinunciabile”» (Che cosa ci sta capitando?). Per superare la logica amica-nemica, occorre ragionare intorno ai guadagni che si possono ottenere rinunciando all’adesione sterile ai contenuti, senza dimenticare il chicco irrinunciabile che non prevede però la distruzione dell’altra.

L’immagine del «flusso di sorelle» di Ursula Le Guin ci viene, ulteriormente, in soccorso: la solidarietà femminile è fluidità, è come un torrente, è impetuosa, trascinante, inarginabile entro i recinti ideologici di strutture precostituite. Diversamente da quella maschile che nasce «dal controllo dell’aggressività nel perseguimento del potere», scrive Le Guin, la solidarietà femminile si dispiega sregolatamente, in forme mutevoli, perché scaturisce «dal desiderio e dal bisogno di aiuto reciproco, e dalla ricerca della libertà dall’oppressione». Dovremmo, forse, pensare simbolicamente alle nostre relazioni politiche tenendo a mente questi immaginari liberatori e trasformativi: guardare al movimento come a un fiume, nella fluidità di pensieri che si formano “di volta in volta”, che possono a volte avvicinare, a volte allontanare quando toccano quel chicco irrinunciabile, senza mai rinchiudersi, però, entro le sponde fragili dell’esclusione che, nelle continue perturbazioni politiche di quest’epoca, possono spaccarsi, e devastare.

(L’Imprevista, 24 luglio 2026)

Provo a partire da me, dal mio vissuto e dalla mia esperienza, per spiegare come, nella vita di una donna che appartenga a quest’epoca, la differenza sessuale sia ancora fondamentale e lo sia sempre di più. Di come sia importante, e più di prima, dichiararne l’esistenza. E di come, personalmente, sia stata indispensabile per mettere tutto in fila. Tradurre, comprendere, spiegare a me stessa i grandi passaggi della mia vita. E come tutto questo si traduca in una forma di consapevolezza militante.

Sono stata bambina negli anni Ottanta e ricordo ancora come, fino a un certo punto della mia vita, i tratti “più maschili” del mio carattere convivessero armoniosamente con quelli “femminili”. Ero quella che poteva definirsi “un maschiaccio”, ma mi piaceva profondamente pensarmi femmina. Ero vivace e spericolata, sempre con le ginocchia nel fango o intenta a raccogliere insetti e animaletti che i più trovavano ripugnanti. Allo stesso tempo, provavo un piacere autentico nell’indossare abiti squisitamente femminili, nel prendermi cura di bambolotti e gattini assecondando un precoce sentimento materno, nel sognare capelli lunghi e lucenti, che a quel tempo non mi erano concessi. A immaginare la donna che sarei voluta diventare: bella, profumata, libera di abitare quella femminilità che già sentivo mia.

Crescendo, molto gradualmente, qualcosa cambiò. Cominciai a percepire l’essere femminile come una specie di bestiola indomabile. Ne enfatizzavo le parti animalesche, la scarsa compostezza, l’istintività e imponevo a me stessa un controllo che nelle donne percepivo mancante. Tentavo di reagire alle modalità “scomposte” che sentivo appartenere alla mia genealogia femminile, a mia madre. Sentivo di volermi staccare da lei, dal suo retaggio, tenendo invece a voler assumere la compostezza e la calma serafica di mio padre. Questo mi portava a non vivere liberamente attraverso il mio corpo, sentendolo dall’interno, ma sempre a guardarmi vivere, a guardarmi con gli occhi degli altri (altri?). Cercavo di destreggiarmi nel mondo con un certo distaccato rigore, a partire dalle mie movenze, fino ad arrivare alle reazioni emotive.

Negli anni dell’università e poi del primo lavoro, mentre rincorrevo il successo negli studi e l’affermazione professionale, dentro di me si faceva strada una strana sensazione: da un lato percepivo sempre meno una reale differenza tra me e i miei colleghi maschi; dall’altro avvertivo, quasi inconsapevolmente, la necessità di assomigliare sempre di più a loro. Non desideravo essere un uomo. Desideravo piuttosto aderire a un modello di umanità che percepivo come neutro, universale.

Tutto ciò che richiamava la differenza sessuale mi appariva riduttivo. Non lo rifiutavo deliberatamente, semplicemente non riuscivo a riconoscerne il valore. Mi sembrava che insistere sul fatto di essere donna significasse confinarsi in una condizione particolare, rinunciando ad appartenere a quell’umanità senza aggettivi alla quale aspiravo.

Per molto tempo non ho saputo spiegarmi questa spinta. Sapevo soltanto che tutto ciò che metteva in evidenza la differenza tra uomo e donna mi sembrava restringere le possibilità del femminile, le mie possibilità.

Arrivarono i primi successi e le prime soddisfazioni ma, insieme a essi, cresceva un sommesso malessere. Mi sentivo oppressa, scollegata dai miei bisogni e dai miei desideri. Sentivo le mie energie dissiparsi, crescere un indefinibile desiderio di fuga. Tutto ciò che fino ad allora aveva dato significato al mio impegno iniziava lentamente a svuotarsi di senso, lasciandomi senza energia, senza motivazione.

Eppure, continuavo il mio trantran, come se non esistesse un’altra possibilità di essere al mondo, ignara di cosa in realtà si muovesse nel profondo.

Fu solo la maternità, a un certo punto della storia, a interrompere questa apparente continuità.

La nascita delle mie figlie non rappresentò semplicemente un cambiamento nella mia vita, ma una frattura nel modo stesso in cui abitavo me stessa. La maternità, grazie alla sua caratteristica “regressiva”, mi portò a rivivere una me stessa molto più antica, riconducendomi nelle braccia di mia madre. Per la prima volta il corpo, la necessità, la vulnerabilità, la relazione e il tempo della cura non erano più dimensioni marginali da governare o da tenere sotto controllo, ma chiedevano di essere riconosciute come costitutive del mio essere. Quel modello di umanità al quale avevo cercato di conformarmi improvvisamente non mi bastava più.

Questa esperienza, così nuova per me, iniziatica, mi portò a formulare delle domande che sino a quel momento non mi ero mai posta.

Le prime si addensarono, spontanee, tutte intorno al mio essere madre. Perché era stato quello a mettere in crisi tutto il resto, a buttare a gambe all’aria tutto ciò in cui avevo creduto, incluso la persona che avevo pensato, con orgoglio, di essere diventata.

A quelle domande, se ne agganciarono presto mille altre.

E se ciò che avevo creduto come universale fosse stato soltanto una particolare forma dell’umano? E se tale convinzione fosse discesa dai nostri processi di significazione, culturalmente determinati, senza che me ne accorgessi? E se fossero stati possibili altri modi di essere? Magari più in linea con quello che il mio corpo, il mio vissuto di figlia, di madre, la mia genealogia mi suggeriva? E se il malessere che avevo sperimentato nella mia vita non fosse dipeso dalla mia condizione psicologica soggettiva ma dal modo in cui la società, la mia educazione mi aveva costretta a snaturare la mia concezione di essere femminile?

Cercando parole per comprendere ciò che mi stava accadendo incontrai il pensiero della differenza sessuale e, in particolare, l’opera di Luisa Muraro. Questo incontro fu per me un grande sollievo, un respirare all’improvviso dopo tanta apnea, un bagliore che portò a una visione finalmente chiara e corrispondente a quello che provavo, una coerenza, un’armonia, un essere in pace.

Grazie alle parole del pensiero della differenza riuscii a trasformare il mio vissuto, che era confuso ed evanescente, in esperienza. A comprenderlo, a dargli un senso che fosse chiaro per me. E, in fine, ad attuare nella mia vita tutto quello che avevo compreso. Prima come madre e poi come donna. A trasformare la fragilità in risorsa. Il corpo in sentinella di bisogno e desiderio. Ad essere dentro la vita piuttosto che a guadarmi vivere.

Il malessere, fino a quel momento indistinto, acquistò finalmente un nome. Compresi che non avevo semplicemente attraversato una crisi personale, a causa della mia fragilità psico-emotiva. La crisi che avevo vissuto era strutturale e legata alle condizioni socioculturali che mi erano state imposte. Era entrata in crisi l’idea stessa di essere umano alla quale avevo affidato la mia esistenza.

Il pensiero della differenza è essenziale ora, proprio nel momento in cui il dominio dell’uomo sulla donna va progressivamente scomparendo.

Per lungo tempo esso era là, davanti ai nostri occhi. Si imponeva attraverso la forma del divieto o dell’esclusione agiti dall’uomo sulla donna. Era presente in una disparità visibile, immediatamente riconoscibile sul piano sociale e simbolico.

Oggi il dominio ha cambiato luogo. Si è spostato all’interno del soggetto. Tendiamo a non riconoscerlo, non perché sia scomparso ma perché non si presenta più nelle forme in cui eravamo abituate a pensarlo. Non opera più attraverso il potere degli uomini sulle donne, quanto attraverso l’adesione a un modello unico di umanità, nella forma della desiderabilità del maschile – inteso come insieme di caratteristiche e intenzioni solitamente ascritte all’universo degli uomini – sul femminile.

L’attuale società ci aveva quasi convinte che il maschile avesse perso centralità, non presentandosi più come un’autorità esterna. In realtà continua a occupare il centro della scena nella forma di un ideale umano apparentemente neutro e universale. Un soggetto autonomo, performante, competitivo, capace di bastare a sé stesso. Principio ordinatore, generale e unificante, della contemporanea civiltà neoliberista, che si esprime nell’aspirazione di realizzare un mondo senza natura e senza madre.

Lo vediamo nel rapporto tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, nell’idea che la dipendenza sia una condizione da superare anziché la dimensione originaria dell’esistenza, nelle pratiche che frammentano l’esperienza materna in funzioni separate, nella riduzione della vita, del corpo e delle relazioni a risorse economiche e nel rapporto predatorio con la natura e con ciò che viene percepito come altro da sé.

La predominanza del maschile sul femminile c’è ancora e non solo continua ad essere una questione politica e simbolica decisiva ma lo è in una forma nuova e più ampia. Si manifesta nella tensione tra due modi di abitare il mondo: nel conflitto tra una concezione dell’umano fondata sul dominio, la prestazione, il controllo e l’individualità e un’altra fondata sulla forza intesa come potenza generatrice, sulla dipendenza originaria, sull’appartenenza a una trama di legami che ci precede, sul nostro nucleo in quanto creature generate, quindi vulnerabili e in relazione.

La differenza sessuale diventa così il luogo simbolico in cui si confrontano due antropologie concorrenti dell’umano. Ci invita a guardare quella parte di noi che rischia di restare senza parola e a custodirla, preservando la nostra presenza, consapevolmente femminile, nel mondo.

Piazza d’Armi sono 42 ettari di terreno, pari a una sessantina di campi da calcio, nel Municipio 7 della città, lungo via Forze Armate, verso la periferia ovest. Per decenni questo è stato un luogo militare: prima, all’inizio del Novecento, ha ospitato il primo aerodromo di Milano e le attività legate ai dirigibili di Enrico Forlanini; poi è diventato parte della cittadella militare con la caserma Santa Barbara, i magazzini dell’Esercito e la vasta piazza destinata alle esercitazioni dei mezzi corazzati. Quando l’attività militare è cessata, negli anni Ottanta, uomini e soldati se ne sono andati e la natura si è ripresa lentamente lo spazio. Col passare degli anni quell’abbandono è diventato un ecosistema.

Pioppi, salici, robinie, biancospini, sambuchi, prati umidi e piccoli specchi d’acqua hanno creato un ambiente dove trovano rifugio decine di specie animali. Il simbolo di questo spazio riconquistato dalla natura è l’averla piccola, un passeriforme migratore protetto a livello europeo, tanto da dare il nome al Bosco dell’Averla (così ribattezzato dal comitato Associazione Parco Piazza d’Armi – Le Giardiniere nato ufficialmente nel 2015 per difendere l’area dalle speculazioni, ma già attivo da anni sul territorio), circa 1,7 ettari di vegetazione spontanea nel settore nord-occidentale dell’area. Accanto agli uccelli vivono insetti, pipistrelli, anfibi e numerose specie botaniche censite negli ultimi anni.

È attorno alla riqualificazione – o rigenerazione, come si usa dire ora – di quest’area naturale che si è acceso uno dei numerosi conflitti cittadini tra gli abitanti che chiedono una riapertura dall’area al pubblico rispettosa della natura e l’amministrazione comunale che ha dato il via libera al progetto di Invimit che, dopo una serie di modifiche, prevede sì aree verdi sull’80% della superficie, ma anche nuovi palazzi, spazi commerciali e sportivi. 

La vicenda politica e il conflitto con gli abitanti iniziano oltre dieci anni fa. Nel 2014 Comune, Demanio e Ministero della Difesa avviano il percorso per “valorizzare” l’ex area militare. Nel 2016 la proprietà passa a Invimit, la società del Ministero dell’Economia incaricata di valorizzare e monetizzare il patrimonio immobiliare pubblico. Arrivano i primi masterplan, ma il progetto si arena. Nel frattempo cresce la mobilitazione dei residenti e il nuovo Pgt, il Piano di Governo del Territorio, cambia l’impostazione, imponendo una revisione complessiva dell’intervento.

Ci sono due vincoli messi dal Ministero della Cultura, tramite la Soprintendenza, che pendono sull’intera area: il primo è un vincolo diretto che interessa il grande spazio verde aperto, considerato un raro esempio di paesaggio storico. Qualsiasi trasformazione deve quindi essere autorizzata e rispettare il carattere autentico dell’area. La seconda è un vincolo indiretto che riguarda gli ex Magazzini di Baggio, l’area destinata a ospitare le nuove costruzioni nei progetti di Invimit. In origine prevedeva limiti molto severi alle altezze degli edifici e alla loro disposizione, per non alterare il rapporto con il complesso storico.

Nel 2025, però, il Ministero rivede proprio quest’ultimo vincolo, rendendolo più flessibile e consentendo edifici più alti nella parte più distante dai fabbricati storici. È una modifica ritenuta necessaria per rendere realizzabile il nuovo masterplan di Comune e Invimit, ma che per il comitato Le Giardiniere rappresenta un arretramento delle tutele, «è la prova che gli intenti sono speculativi» ci dice Maria Castiglioni, infaticabile attivista del comitato.

Per questi motivi Le Giardiniere hanno presentato un ricorso al TAR della Lombardia, col quale chiedono di annullare la revisione del vincolo e ripristinare le prescrizioni originarie. È anche su questo terreno, oltre che su quello politico e ambientale, che oggi si gioca il futuro dell’ex Piazza d’Armi. Il ricorso è ancora in attesa di giudizio del TAR, «ci auguriamo non intendano fare altre manovre sull’area, bisogna attendere la valutazione del ricorso».

A dicembre 2025 Comune e Invimit hanno firmato l’ultimo protocollo d’intesa e si arriva così al progetto che prevede l’80% della superficie a verde – un grande parco urbano nelle intenzioni della giunta Sala – con dentro però 1.700 nuovi alloggi (di cui 700 in affitto a canone calmierato, secondo quanto dichiarato dall’amministrazione). Le volumetrie sono state ridotte rispetto alle ipotesi precedenti e il Comune promette la tutela del Bosco dell’Averla e della biodiversità esistente. Per l’amministrazione comunale e Invimit il progetto rappresenta un compromesso tra diritto alla casa e tutela ambientale. L’idea è costruire un nuovo quartiere limitando il consumo di suolo e trasformando la maggior parte dell’area in un parco pubblico. Per Le Giardiniere, invece, quel compromesso non esiste e hanno presentato un progetto alternativo di parco elaborato insieme a università, associazioni ambientaliste e tecnici.

La loro richiesta è tanto semplice quanto radicale, in una città come Milano, di questi tempi: nessuna nuova edificazione. Tutta l’area dovrebbe diventare un’infrastruttura ecologica, collegata al Parco delle Cave, al Bosco in Città e ai grandi sistemi verdi dell’ovest milanese, «sottratta a ogni logica di profitto e speculativa» dice Maria Castiglioni. Secondo il comitato, il rischio è che il futuro parco pensato da Invimit e dal Comune sia un «parco addomesticato»: prati rasati, vialetti, attrezzature e una biodiversità molto più povera dell’attuale bosco spontaneo.

Per Le Giardiniere l’area dell’ex Piazza d’Armi è «un’infrastruttura ecologica» e non una semplice area da sistemare a verde, e chiedono che venga preservata nella sua evoluzione naturale. Comune e Invimit replicano che il progetto sarà sviluppato nel rispetto dei vincoli della Soprintendenza, con un concorso pubblico per il disegno del futuro parco e che il parco che nascerà sarà il secondo più grande parco della città.

L’iter, però, non è ancora concluso, «quanto abbiamo visto a maggio 2026 con il disboscamento del frutteto storico erede degli orti di guerra non ci rassicura, anzi», ricorda Castiglioni. Dopo il protocollo d’intesa, devono essere definite la convenzione urbanistica, gli strumenti attuativi e il progetto definitivo. Solo allora potranno partire i cantieri. Nel frattempo, questa Piazza d’Armi che non sembra Milano, continua a vivere in un equilibrio naturale e sospeso.

(il manifesto, 23 luglio 2026)