La giornalista Daphne Caruana Galizia è stata uccisa con un’autobomba il 16 ottobre 2017 di fronte a casa sua, a Bidnija, nel Nord di Malta. Dieci anni fa, anche grazie alla partecipazione di suo figlio Matthew al Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (Icij), è stata la prima a lanciare la notizia del coinvolgimento di due esponenti di governo nei Panama Papers.

Il conflitto perpetuo è un diversivo per non affrontare i nodi scoperti di un modello economico violento e diseguale: il predominio della finanza, la crisi climatica, l’ingiustizia fiscale. Il caso di Malta, nel cuore dell’Europa, è uno scandalo, come aveva già coraggiosamente denunciato la giornalista assassinata nell’ottobre 2017

Come hanno reagito a caldo i Paesi europei all’aggressione militare illegale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran? Se l’è chiesto Politico, pubblicando a inizio marzo un’utile carrellata delle posizioni assunte dai governi. Tralasciamo quella dell’Italia e del governo Meloni, ormai i meme si sprecano, e prendiamo quella della “piccola” ma paradigmatica Malta.

Ian Borg, vice primo ministro laburista, ha condannato Teheran per la “ritorsione” ed espresso solidarietà a Qatar ed Emirati Arabi Uniti mentre il suo superiore, Robert Abela, ha rivendicato il principio di “neutralità attiva” scolpito nella Costituzione dell’isola che vieterebbe la presenza di basi militari straniere sul suo territorio. Ma La Valletta è tutt’altro che “neutrale” nello scenario globale.

Come ha ricostruito puntualmente l’economista Nicolás Brennan Hernández per Tax Justice Network, Malta è infatti uno dei «numerosi Stati membri dell’Unione europea che lede attivamente i propri vicini garantendo il segreto finanziario e offrendo opportunità di abusi fiscali alle imprese».

Le multinazionali straniere da quelle parti godono di un’aliquota effettiva di appena il 5%. Un introito da cui dipende il 21% delle entrate dello Stato. È la fiera del paradosso: l’arcipelago conta 500mila abitanti, 316 chilometri quadrati di superficie (poco meno della Striscia di Gaza), vale appena lo 0,1% del Pil e della popolazione dell’Unione europea a 27, si rifiuta, per inciso, di salvare le persone in mare, mentre “ospita” qualcosa come 479,7 miliardi di euro di investimenti esteri. Oltre 20 volte il suo prodotto interno lordo annuo.

Brennan Hernández, che è irlandese e sa come funziona un paradiso fiscale, ha dovuto riconoscere che in confronto il suo Paese d’origine è un apprendista: «Malta fa sembrare le statistiche incerte sul Pil dell’Irlanda un semplice taccheggio rispetto alla rapina al Louvre». Del resto la normativa dell’isola «non richiede una presenza fisica» delle aziende che decidono di trasferire lì la propria sede: è sufficiente un’unità legale fittizia, una riunione del consiglio di amministrazione in loco all’anno e un posto dove conservare i registri locali, cioè scartoffie.

Gli amministratori non devono nemmeno essere residenti e il personale non deve essere maltese. Inoltre gli uffici possono essere in condivisione tra decine di entità (i co-evasori). «Per coloro che si sono persi la crisi finanziaria del 2008 o hanno trovato insufficientemente chiare le sue lezioni sull’autoregolamentazione – ha scritto Nicolás Brennan Hernández – Malta offre un corso di aggiornamento».

È un monumentale scandalo nel cuore del Mediterraneo che oltraggia la memoria della giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa da una bomba il 16 ottobre 2017 per il suo lavoro di svelamento della corruzione e del riciclaggio nella trama dei “Panama papers”. Ancora oggi l’Unione europea di fatto tace, la Bce nicchia, Eurostat incassa ogni anno il rifiuto maltese (caso unico dell’Ue) di comunicare origine geografica e destinazione dei flussi e degli stock di investimenti esteri, il Gruppo di azione finanziaria internazionale di Parigi, dopo aver inserito cinque anni fa Malta nella lista grigia per carenze strategiche nella lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo, ha appena fatto una marcia indietro imbarazzante.

Dall’invasione russa dell’Ucraina, l’isola – che ha venduto passaporti agli oligarchi coinvolti direttamente nel conflitto fino al 2024 – ha inoltre individuato la miseria di 150mila euro di beni soggetti a sanzioni, meno del prezzo di un monolocale (la timida Italia ha sequestrato 143 milioni di euro, la Francia ha confiscato navi per un valore di centinaia di milioni e la Spagna ha congelato beni per oltre 10 miliardi di euro). Non a caso Nicolás Brennan Hernández parla di uno Stato «ostaggio degli interessi che dovrebbe regolamentare».

È sostenibile tutto questo, per Malta e per l’Ue? Per l’economista irlandese no, e potrebbe bastare la pur leggera imposta minima globale del 15% dell’Ocse a mettere in crisi a breve uno scoglio privo di risorse naturali e con scarse terre coltivabili. Perché «il capitale non ha altra lealtà se non verso se stesso». La guerra “preventiva” all’evasione può attendere.

(Altreconomia, 1° aprile 2026)

Nel mio rapporto con il tempo c’è un prima e un dopo. Lo spartiacque è l’accidente che mi ha atterrata. Questa duplice esperienza del tempo non smette di farmi pensare. Il “prima” era un tempo tutto pieno. Tra passione politica lavoro famiglia libreria nelle mie giornate saltavo da un impegno all’altro sempre alla ricerca di non so cosa. Il vuoto mi dava angoscia, quasi io non esistessi se non nell’immagine pubblica. C’è sempre qualche buco esistenziale da riempire, oltre alle imposizioni che vengono dal sistema simbolico e sociale vigente. Poi di colpo nel maggio del 2009 l’immobilità: bloccata dalla vita in giù. Faticosamente rimessa in piedi a forza di fisioterapia, la logica del tempo tutto pieno era irrimediabilmente saltata. 

I tempi del mio corpo tuttora dettano legge e strutturano un tempo considerato vuoto nella logica precedente. Quello che viene più in evidenza è il vivere, con ciò che è essenziale per me e con ciò che davvero desidero, stante gli alti costi che ogni azione comporta. Vivo l’accelerazione di riflesso: più si fa incalzante la vita delle amiche, soprattutto più giovani, più diminuisce la mia possibilità di stare in loro compagnia.

Del “prima” fa parte la mia partecipazione nel 2008 a Roma al secondo Simposio dell’Associazione Internazionale delle Filosofe su “Il pensiero dell’esperienza” (da cui il libro omonimo per Baldini Castoldi Dalai, 2008) e in quella occasione andarono dritte al cuore le parole di Ina Praetorius: criticava il progetto della modernità che, tirando dentro le donne emancipate, «intende rendere possibile una vita umana che possa delegare la gestione della routine alle macchine» (p. 77). In quella logica il quotidiano è inteso come il lato ripetitivo e funzionale di un’esperienza, mentre fuori dal quotidiano c’è l’avvenimento speciale che è espressione di libertà. Pensai che quella “logica dell’evento” riguardasse anche me. Ciò che viene proposto come desiderabile è una vita piena di eventi, delegando la cura del vivere alle macchine – oggi possiamo già pensare ai robot – oppure a rider sottopagati oppure a donne straniere che lasciano i loro figli per curare i nostri.

Penso che la logica dell’evento sia perfettamente interna alla concezione astratta del tempo lineare che sovrasta il piano del vivere, e ne svela la natura sessuata. In scena c’è un soggetto (maschile) che si sovraccarica di progetti che gli diano esistenza, perché ossessionato dal tempo che passa e in ultima analisi dalla morte. In quella logica le esperienze non si vivono: si consumano. Il viverle richiederebbe un’altra postura: la disponibilità al momento con ciò che ha di inedito. 

Il pensiero della differenza da decenni ha criticato la concezione del tempo lineare. In “Approfittare dell’assenza” (Liguori 2002) Ida Dominijanni ne richiama un punto basilare sostenendo che il rifiuto del tempo lineare è iscritto nel corpo femminile: «un corpo femminile sa che il tempo va periodicamente avanti e dietro; progredisce e regredisce, sfreccia e si avvita su se stesso, che nella mancanza e nei vuoti si può non solo esistere ma anche godere» (p. 189). Inoltre, nell’introduzione allo stesso volume, Luisa Muraro a proposito delle donne nella storia introduce il concetto di “intermittenza”, di una presenza con un andamento carsico interpretando quello che sembrava un difetto di continuità come «una storicità originale non confinata nella cronologia e come la manifestazione di un essere non tenuto a farsi vedere per esserci» (p. 5).

Erano anni di ricerca teorica e contemporaneamente di pratiche politiche di effettiva trasformazione nel presente, con la baldanza di essere in tante a sperimentare nuovi modi di stare al mondo, sottraendoci ai codici vigenti e istituendo una sorta di tempo altro. Vivevamo un tempo inattuale che sfuggiva alla logica dell’evento e si muoveva piuttosto con la logica delle relazioni. E sentiva la realtà rispondere. 

C’erano però già i segni di un cambiamento profondo: al Simposio del 2008 Chiara Zamboni parlava di un presente onnicomprensivo che «ci è caduto addosso». 

Non mi escono dalla mente quelle parole di Chiara perché sembrano l’annuncio dell’oggi. Del presente che ci è caduto addosso sentiamo il peso sempre più gravoso man mano che la tecnologia si impadronisce della nostra vita. Circola un diffuso malessere che fa ammalare il corpo soprattutto tra le persone più giovani. È l’insostenibile peso del tutto contemporaneamente: dall’accelerazione che sta portando l’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro all’angoscia per un mondo dominato dalla forza e dalle guerre. 

L’accelerazione richiede la risposta immediata e questa pretesa si è installata anche nella vita pubblica. In ogni situazione tutto ciò che va nella direzione di un procedere che chiede un tempo lungo per dare risultati è visto come velleitario e sostanzialmente inutile. In una scuola di La Spezia capita la tragedia dell’accoltellamento a morte di un ragazzo e pochi giorni dopo esce la normativa per mettere metal detector nelle scuole. Ho lavorato per molti anni al recupero della devianza nella scuola in cui insegnavo e so che quella strada non porta da nessuna parte. Per sperare di avere qualche risultato ci vuole l’attivazione dell’intera comunità, dare voce a tutti i soggetti interessati e tanto lavoro lento che ponga le basi di una trasformazione soggettiva comune. 

Attraverso i mezzi di comunicazione di massa sia tradizionali che social, attraverso le numerose reti di cui siamo partecipi, ciascuna e ciascuno di noi è preda di una sovrastimolazione continua e estenuante. Il rischio è che prevalgano strategie difensive come quelle descritte da De Carolis ne “Il paradosso antropologico” (Quodlibet 2018) quando parla di una «scissione verticale» dell’esperienza. Il soggetto è performante, ma non abita pienamente la propria esperienza: si rifugia nella “casella” di quel momento e tutto ciò che arriva da fuori della casella, compresi gli affetti e le emozioni, è considerato “rumore”.

Un’esperienza scissa, parcellizzata e anestetizzata è un risultato che va nella direzione esattamente opposta alla strada che il femminismo ha aperto e che si continua a percorrere con l’idea del cambiamento del mondo modificando se stesse e il proprio rapporto con esso, riconoscendo valore politico al presente senza proiettarlo nel futuro. 

Oggi tuttavia la situazione è difficile: le pratiche sono più rarefatte – non c’è tempo per farle – e non si è portato avanti il lavoro del pensiero sul tempo che nel secondo Novecento ha visto contributi notevoli sia da parte femminile che maschile. Siamo in una stretta: la concezione lineare è implosa su se stessa ma non si riesce a passare a nuove rappresentazioni simboliche all’altezza dei tempi, capaci di accogliere e mostrare il senso politico di pratiche trasformative del presente.

Sostengo che è implosa perché nella astrazione che la costituisce è venuto meno il suo principio ordinatore. Rappresentare lo scorrere del tempo come una linea che si prolunga all’infinito si basa sulla successività e in quella rappresentazione la simultaneità costituisce l’eccezione perché non può essere tenuta dentro lo schema. Tuttavia è capitato ed è sotto gli occhi di tutti che oggi l’eccezione è diventata la regola, mandando all’aria lo schema: si è installata la simultaneità in questo presente che è tutta la vita che abbiamo. 

Se è urgente riaprire la strada a pratiche di sottrazione segnate dalla differenza, è altrettanto urgente riprendere il lavoro del pensiero che produca crolli e smottamenti, evidenzi il collasso di quella astrazione, aprendo un conflitto a livello simbolico e producendo nuove rappresentazioni. Condivise. 

Il primo passo è prendere coscienza che la concezione lineare è introiettata fa parte delle categorie mentali con cui viene inquadrata l’esperienza ed è veicolata dalla lingua stessa che parliamo. L’italiano, infatti, come le altre lingue indoeuropee, con le coniugazioni ci presenta il tempo come quadro e misura degli avvenimenti secondo la tripartizione passato-presente-futuro, in una linea che si prolunga all’infinito. 

Nell’apertura di un conflitto simbolico sul tempo ho trovato un inconsapevole alleato delle femministe nel pensatore francese François Jullien. Il suo libro, pubblicato da Luca Sossella con il titolo “Il tempo. Elementi di una filosofia del vivere”, mi ha fatto intravedere una prospettiva che colloca e avvalora le invenzioni del femminismo basate su un’altra temporalità.

L’autore mette in tensione l’idea occidentale del tempo con il pensiero cinese proprio allo scopo di arrivare dall’interno a una «riconfigurazione globale delle nostre rappresentazioni sul tempo» (p. 47). L’analisi del pensiero cinese è molto approfondita, come lo è la rivisitazione del pensiero filosofico occidentale, e in questo luogo non se ne può dar conto. Io mi limito a proporre alcune suggestioni che vanno incontro alla riflessione femminista e aprono a decolonizzare la mente dalle categorie vigenti.

Secondo l’autore il pensiero cinese «ha pensato il “momento stagionale” e la “durata” ma non un involto che li contiene entrambi, ossia il tempo omogeneo e astratto» (p. 7). Questo è il punto sorprendente: il concetto di tempo in Cina non si è formato e questo è capitato perché il pensiero del suo corso non è stato isolato da quello del processo. La cultura cinese ci presenta due termini (e non tre) entrambi in corso: il passato che se ne va/il presente che se ne viene, e fra essi avviene una costante transizione. «A costituire il mondo “in quanto dura” è quel “se ne va/se ne viene” permanente»” (p. 35). Non c’è un inizio e una fine ma una processualità del mondo in costante rinnovamento. In questo modo è stata pensata la “durata”. Per quanto riguarda il “momento stagionale”, sono le stagioni a manifestare nel loro susseguirsi «la coerenza del processo del mondo e della vita che, in quanto regolato, non può esaurirsi» (p. 44).

Una grande vicinanza con il femminismo della differenza l’ho trovata anche rispetto al cambiamento: nella cultura cinese è sempre pensato in corso, non secondo la logica temporale della distensione ma secondo la logica della transizione. 

Mi sento molto in sintonia con questa concezione in quanto io stessa, tempo fa, sulle pagine di Via Dogana ho proposto un’idea che va nella stessa direzione. In “Cosa buttare? Cosa tenere?” (VD 103) proponevo di abbandonare l’idea del cambiamento come qualcosa che crolla definitivamente e qualcos’altro che deve essere creato al suo posto e pensarlo invece sotto forma di metamorfosi. Portavo come esempio la nascita delle lingue moderne dal latino: è stato un cambiamento profondissimo, senza un inizio e una fine, che si può vedere come una continua transizione data dal fatto che nell’età di mezzo gli esseri umani hanno continuato a parlarsi e a mescolarsi.

In Via Dogana, attorno al 2010, abbiamo lavorato molto a partire da uno spunto che veniva da Rebecca Solnit con il suo libro “Speranza nel buio. Guida per cambiare il mondo” (Fandango 2005). Solnit sosteneva che il problema è cambiare l’immaginario del cambiamento. Oggi quell’idea è da riprendere e da estendere alla temporalità nel suo complesso. Riconfigurare le nostre rappresentazioni sul tempo, anche con l’apporto di studiosi di altre culture, può permettere di renderle condivise, cioè per tutte e per tutti.

Intuitivamente abbiamo titolato questo numero di VD3 “Il tempo è vita”, ma sarebbe meglio dire: il tempo è il processo della vita.

Nella seconda puntata del ciclo su Rachel Bespaloff, “L’epica greca, un antidoto contro la barbarie”, Cristina Guarnieri indaga il rapporto di Rachel Bespaloff con l’opera classica e in particolare le sue riflessioni sull’epica di Omero e la tragedia greca, che negli anni più difficili dell’esilio furono per lei «una purificazione e, nell’oscurità, una luce che non vacilla». Ospiti della puntata il grecista Mauro Bonazzi e la filosofa Adriana Cavarero. Musiche tratte dall’album Trojan Women della compositrice greca Eleni Karaindrou. Quella che segue è la trascrizione del dialogo con Adriana Cavarero. Per Adriana Cavarero, una delle maggiori filosofe italiane, e soprattutto grande rappresentante del femminismo della differenza, riscoprire voci di donne dimenticate dalla storia spesso, come ci insegnano le sue opere, ha un valore etico e anche politico. Si tratta di decostruire un canone che spesso la tradizione ha sclerotizzato e di fare spazio anche a una nuova genealogia, inventare quindi anche un nuovo modo di abitare il pensiero.

In cosa si distinguono le filosofe donne che stiamo via via riscoprendo? E poi qual è, secondo lei, il tratto peculiare di Rachel Bespaloff all’interno di questo nuovo canone?

Intanto bisogna dire che Rachel Bespaloff, insieme ad Hannah Arendt, a Simone Weil, e mi verrebbe anche da citare María Zambrano, fa parte di un momento miracoloso nel canone filosofico e nella storia della filosofia, perché sono pressoché coetanee: Bespaloff, Arendt e Weil sono ebree e vivono la grande epoca del disastro, la grande epoca della guerra, della distruzione.

E in questo momento di grande distruzione sono nate tutte: Bespaloff alla fine dell’Ottocento, Arendt e Weil all’inizio del Novecento, quindi trascorrono la loro giovinezza e maturità all’epoca della distruzione. In questo momento della distruzione nasce il loro pensiero, che è un pensiero che prende avvio dal disastro. Per quanto riguarda Bespaloff, lei fonda il suo pensiero, il suo modo di pensare, come una specie di sopravvivenza che è costretto a vivere nel disastro della storia, ma cerca di astrarre da questa storia, o perlomeno cerca momenti di fuga, di astrazione di questa storia.

Bisogna dire subito che Bespaloff, contrariamente ad Arendt che è molto costruttiva, è una pensatrice dell’angoscia, non riesce a uscire, a trovare una soluzione, è una pensatrice senza soluzione, per cui è veramente una pensatrice della disperazione. Mentre Arendt è una filosofa costruttiva, nel senso che Arendt riscopre l’azione, riscopre la politica come qualcosa che supera il momento del caos, il momento della disperazione, reinventando un momento costruttivo della politica. Invece Bespaloff rimane dentro quest’angoscia del disastro e mette a fondamento della soggettività un’esistenza; siamo nel campo dell’esistenzialismo ma prima di Sartre, quindi è un esistenzialismo molto originale quello di Bespaloff, un’esistenza contingente e questa esistenza contingente che cerca il suo senso, non può che cercare il suo senso nell’individuale, nell’interiorità a cui Bespaloff dà valore.

Lei ha parlato di questo corpo a corpo con l’angoscia, di questa inclinazione alla disperazione, però è anche vero che in Rachel Bespaloff c’è tutta una poetica dell’istante che secondo lei interrompe il maleficio del divenire e quindi rende possibile dei momenti che sono di contemplazione del bello, il pasto di comunione tra Achille e Priamo o atti di umanità. Cosa significa questo istante per Bespaloff?

Per Bespaloff l’istante è ciò che aggancia il senso dell’esistenza interiore a qualcosa di più grande, a un senso globale, un senso totale che può salvare dal disastro. Bisogna sempre stare attenti al fatto che poi la salvezza non c’è, quindi quello di Bespaloff è un percorso, è una tensione, si può dire tensione verso la trascendenza, anche se lei non usa questo vocabolo. L’istante è come dice la parola stessa, l’istante ha una specie di storia concettuale nella storia della filosofia, l’istante per lei è quell’attimo del tempo fuori dal tempo, che è il tempo del presente, del passato, del futuro, che è il tempo della storia, che è il tempo che si è consumato nel disastro e l’istante è ciò che aggancia l’esistenza interiore a una specie di eternità.

Bisogna sempre stare nella tensione, nel processo, perché non c’è soluzione, quindi l’istante è ciò che può salvare la contingenza agganciandola all’eterno, agganciandola al tempo che sempre è.

Quindi abbiamo una specie di fuga del disastro, di fuga della storia, ma è una vera tensione, cioè un tentativo di aggancio verso il senso: si capisce così come grande sia l’angoscia e grande sia il disastro e come questo percorso verso la salvezza, verso un pensiero di salvezza sia assolutamente originale e con una tensione al di là del disastro. Qui siamo lontanissimi da qualsiasi tipo di razionalismo, anche se poi una certa razionalità, per esempio nel campo della musica, Bespaloff la trova.

Lei che fra le altre cose è una grande studiosa delle voci, delle voci femminili, delle voci singolari, ci può dire qualcosa sul rapporto tra il pensiero e la musica in Bespaloff, perché spesso nei suoi scritti musica, poesia, suono, voci assumono un significato decisivo?

Sì, lei era una musicista e questo è importantissimo per penetrare nel suo pensiero e lei dice: «La buona filosofia come la buona poesia assomiglia alla musica». E un’altra frase che cito, che mi piace molto: «È in ogni metafisica di un certo tipo, che sia di poeta, filosofo, romanziere, c’è un compositore che si sforza di rapire alla musica il potere di estrarre dal caos una libertà e una legge».

Ora, cosa vuole dire Bespaloff? La musica ha una legge, dicevo prima il razionalismo, la musica ha una forma, la musica è fatta di sequenze, per cui nella musica troviamo quella forma che nel caos totale del grande disastro non c’è. Però nella musica la forma si dà anche attraverso o mediante la rivelazione: e questo è il suono, è l’istante, è la voce, la rivelazione di un senso ulteriore, un senso ulteriore che vibra proprio nel suono musicale o nella vocalità. Ecco quindi che la musica diventa per Bespaloff uno specchio o una modalità a cui il pensiero filosofico buono si adatta, una modalità di superare il caos attraverso una tensione, mediante l’istante, attraverso due poli. Uno è il polo della legge, della forma, di ciò che immediatamente non causa e lo mette in ordine, e l’altro è la libertà, cioè questo elemento che appunto si intravede, che vibra nel suono e che noi riconosciamo quando eseguiamo musica o la sentiamo, ma che naturalmente vive nell’istante, vive in una temporalità molto contingente. Bisogna sempre tenere in considerazione che essendo ebrea, Bespaloff, così come Benjamin, è molto familiare con una tradizione ebraica dove il messia irrompe nella storia e rompe la storia e apre la storia a un senso ulteriore. Quindi abbiamo questi due lati che a mio avviso si tengono assieme: da una parte questa sua conoscenza musicale e l’apprezzamento di ciò che la musica può significare, dall’altra parte anche una tradizione ebraica che incoraggia verso la rottura della storia per l’apertura a un altro tempo e a qualcosa che dia senso al caos.

(Uomini e profeti, RaiRadio3, 29 marzo 2026)

Apre il corteo da piazza Stesicoro a piazza Università il grande albero delle madri che annuncia “Catania città di pace”. Attorno è un fiorire di arazzi tessuti da mani femminili. Ed è un’esplosione di colori, pitture, collage e ricami che narrano le esperienze e le parole delle donne della rete “10, 100, 1000 piazze per la pace” nata il 26 giugno 2025 per dire basta a tutte le guerre. Nessuna presa di posizione contro “il nemico” di turno, ma la rivendicazione della necessità del dialogo, del confronto, della ricerca di soluzioni nonviolente seguendo le pratiche e le parole del femminismo, a partire dalla volontà di “disarmare il linguaggio per disarmare le menti”. Le donne per la pace rivendicano la necessità di pensare il presente attraverso una politica del disarmo, della cura e della giustizia. Pensieri e pratiche elaborati nel corso di decenni e ora impresse nella “Carta dell’impegno per un mondo disarmato: tessere la pace, custodire il futuro” redatta l’anno scorso dalle tre realtà che hanno creato la rete italiana delle “10,100, 1000 piazze per la pace”: la Biblioteca delle donne Udi di Palermo, le donne cristiane di Pinerolo, e le donne di Caltanissetta. Una rete che si è costituita anche a Catania con la partecipazione di La Città Felice, La Ragna-Tela, Udi, Cgil e le associazioni Penelope, Restiamo umani e Docenti democratici. Insieme, con i loro slogan, canti e bandiere, hanno portato le ragioni della pace a Sigonella, al Muos di Niscemi e hanno dato vita a numerosi confronti e manifestazioni. Quella di ieri è dedicata agli arazzi di pace che parlano dell’energia che dalle mani di donna si trasmette al filo che ricama, unisce, crea relazioni, dialogo. Arazzi che il 20 giugno prossimo si uniranno a quelli creati in altre 150 città d’Italia per una grande manifestazione nazionale per la pace cui ne seguirà un’altra, a settembre, a Gibellina.

«Tessere, cucire, rammendare – dicono – sono gesti che richiedono pazienza, competenza e cura, fanno parte dell’antica esperienza delle donne fatta di attenzione ai legami e alla vita. Portarli nello spazio pubblico significa opporre alla logica della guerra la pratica della relazione, della riparazione e della responsabilità verso il mondo». È una nuova resistenza che dice che «la guerra non è inevitabile. Sono i governi, gli eserciti e le industrie belliche a volerle». Per questo bisogna smascherare «l’uso della forza travestito da difesa» ed essere consapevoli che «le guerre che devastano in mondo non sono un’anomalia, ma la conseguenza ultima di un sistema patriarcale che legittima la violenza come linguaggio e il dominio come unica forma di potere».

(La Sicilia, 29 marzo 2026)

Le madri e i padri costituenti, con la vittoria del No al referendum del 22 e 23 marzo scorso sullo stravolgimento dell’ordine giudiziario e dell’equilibrio tra il potere giudiziario ed esecutivo, sarebbero felici di constatare che, a distanza di ottant’anni, il testimone della difesa della Costituzione è passato nelle mani delle nuove generazioni, grazie alle loro madri e padri.

A fare vincere il No (14 milioni e mezzo) sul Sì (12,4milioni) sono stati le donne (55,9%) e i giovani (61%), così come quel 2 e 3 giugno 1946 in massa scelsero la repubblica (12.718.641 repubblica 10.718.502 monarchia) ed elessero l’Assemblea costituente che doveva redigere la nuova Costituzione, nata dalla lotta antifascista e dalla guerra di liberazione dall’occupazione nazista. Una storia che non si cancella e che è inscritta nella Costituzione repubblicana. A distanza di ottant’anni e dopo quattro di governo Meloni, la vittoria del No è stata vissuta, io l’ho vissuta, come una liberazione, un secondo 25 Aprile. Come la fine della guerra scatenò nel Paese scene di gioia così la vittoria del No ha visto le piazze, da nord a sud, riempirsi di giovani per festeggiare lo scampato pericolo di una definitiva svolta autoritaria, che in questi anni di governo della destra, animato da un senso di rivincita sulla Costituzione antifascista, decreto dopo decreto, abbiamo visto venire avanti. La vittoria del No ha spazzato via il clima di paura, d’intimidazione, di repressione, di violenza, che questa destra ha seminato nel Paese. Il No è stato un modo per onorare quelle giovani donne che nel 1946 si presentarono in massa ai seggi (89%). Arrivarono emozionate con il vestito buono della festa, con i bambini in braccio, con il fazzoletto sui capelli. Molte con sgabelli pieghevoli infilati al braccio, qualcuna allattava. Sono quelle donne e i tanti giovani di allora che ci hanno regalato la Costituzione che va difesa da chi, come il governo, con arroganza, esautorando il Parlamento, ha tentato di demolire l’autonomia della magistratura, che le madri e i padri costituenti, che avevano conosciuto la dittatura fascista, hanno posto a fondamento della Repubblica.

C’è chi ha detto e scritto che la partecipazione in massa dei giovani al referendum, tra cui molte/i fuorisede, nonostante il divieto del governo, non era prevista, che non li hanno visti arrivare. Sono le ragazze e i ragazzi delle superiori (52,6%) e delle università (67,9%) che in questi anni hanno fatto molto rumore e si sono fatti vedere e come. Hanno manifestato nelle piazze contro il genocidio a Gaza e per la Palestina, contro la guerra e per il disarmo, contro i tagli alla scuola e all’università e alla loro militarizzazione, contro il caro affitto e per la giustizia climatica. Sono quelle/i che nelle scuole e nelle università hanno fatto rumore contro i femminicidi. Hanno partecipato alle manifestazioni del movimento delle donne, ultima quella contro il disegno di legge sulla violenza sessuale della senatrice Bongiorno che ha eliminato il “consenso libero” e capovolto l’onere della prova dal violentatore alla donna violentata. Sono tornate/i ieri a manifestare a Roma contro la guerra e in più di 100 piazze delle donne per la pace. Il governo ha sempre risposto loro con leggi repressive, insulti, delegittimazione, criminalizzazione, mentre nelle piazze la polizia li ha manganellati, anche i minorenni come a Pisa nel 2024 durante una manifestazione per Gaza. “Poveri comunisti inutili” li ha definiti la ministra dell’Università, nel mentre ha tagliato fondi all’università e alla ricerca, per favorire le università private e le telematiche. Ordine e disciplina, controllare e punire, sono le parole d’ordine di questo governo, come di ogni Stato autoritario. Davvero dopo ottant’anni di lotte democratiche e più di cinquanta di femminismo della libertà, qualcuno pensava che le nuove generazioni accettassero di vivere in un Paese repressivo e autoritario che offre loro come futuro solo la guerra? Un grazie alle ragazze e ai ragazzi del 1946 e del 2026.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 29 marzo 2026)

Il Care Collective nasce nel 2017 come gruppo di lavoro per studiare le crisi che il concetto di cura, allora, attraversava a livello globale. Nel 2020, per l’editore indipendente Verso, il Collettivo pubblica “The Care Manifesto”, che diventa presto un fenomeno internazionale e viene tradotto in diverse lingue (in italiano è uscito per Alegre).

Il Collettivo è composto da studiose e studiosi di comunicazione, economia, psicologia, sociologia, teorie critiche, tra cui Andreas Chatzidakis, Jo Littler, Catherine Rottenberg, Lynne Segal (che è attiva dagli anni Settanta come studiosa di femminismo, socialismo e sindacati). Metodologie e punti di vista nel collettivo convergono su una tesi chiara: nessuna battaglia femminista, a partire dalla cura, è possibile in un mondo ingiusto socialmente, diviso in classi e in cui le forme di oppressione aumentano anziché diminuire.

Sei anni dopo il ManifestoAndreas Chatzidakis, Jo Littler e Catherine Rottenberg sono impegnati su fronti nuovi ma il Collettivo è sempre vivo. L’energia del 2017 si è irradiata in varie direzioni: il concetto di cura su cui hanno lavorato, così esteso e poliedrico attraverso l’immagine dell’interdipendenza, ha naturalmente seguito direzioni molteplici.

Chatzidakis e Littler sono al lavoro sul concetto di “care-stripping” (la deprivazione o indebolimento della cura) e di “corporate carewashing” (di quegli specchietti per le allodole lanciati da grandi aziende per promuovere iniziative di benessere aziendale come privilegio). Per Bristol University Press uscirà “The Moralizing Corporation. The Rise and Fall of Corporate Carewashing”. Rottenberg sta lavorando, insieme a Sara Farris, Verónica Gago e Rafeef Ziadah, a un manifesto internazionale per il femminismo antifascista. Li abbiamo incontrati.

Sono trascorsi sei anni dal vostro The Care Manifesto: che cosa è accaduto al concetto di cura e alle politiche pubbliche sulla cura?

(Catherine Rottenberg, Andreas Chatzidakis, Jo Littler): Quel libro è uscito nel pieno della pandemia, quando il dibattito sul carico di cura era in crescita: collettivamente ci si era resi conto di quanto fossimo interdipendenti. A partire da quel momento, ci sono stati dibattiti e progetti su come dovrebbe essere gestita la cura a livello pubblico. Tuttavia, in molte parti del mondo le dinamiche politiche hanno subito una rapida svolta verso destra che ha alimentato, in vari modi, una forza opposta alla cura e cioè la violenza. Prosegue, inoltre, la “negligenza strutturale” rispetto al lavoro di cura e così continua ad aumentare la disuguaglianza: il settore privato guadagna dall’assistenza agli anziani, per esempio. Sarebbe fondamentale limitare la concentrazione di ricchezza tra multinazionali e super-ricchi, prima di tutto grazie alla tassazione, e destinare molti più fondi statali alle strutture che provvedono alla cura. Dovremmo compattamente lottare per chiedere alle aziende di uscire dal controllo dei servizi assistenziali: è un controsenso appaltare la cura a chi sfrutta il lavoro. Siamo molto rincuorati dai nuovi momenti di sinistra e dalle azioni collettive volte a risocializare l’assistenza a bambini, anziani, malati (in genere a soggetti non autosufficienti). Molte buone pratiche potrebbero guidare il cambiamento: le case di cura e i trasporti pubblici gestiti come cooperative o organizzazioni non-profit, “internalizzate” e non sfruttate per l’arricchimento. Siamo molto ispirati dal municipalismo radicale di cui il sindaco di New York Zohran Mamdani è esempio recente e brillante; pensiamo a iniziative come asili e trasporti pubblici gratuiti e affitti calmierati. Nel nord dell’Inghilterrra il “modello Preston” è rivoluzionario nella sua capacità di generare ricchezza comunitaria promuovendo cooperative e reti di approvvigionamento locali. E le Manzanas del Cuidado sistemi urbani – centri della cura che offrono servizi per liberare il tempo delle donne) sono meravigliosi. C’è bisogno di queste esperienze: devono diventare strutturali: dobbiamo darci forza l’un l’altro nel tentativo di realizzarle.

Sembra che invece oggi la cura sia tutt’altro che una priorità e che gli “Stati della cura” siano casi rari, al contrario dei processi di militarizzazione, controllo e disciplinamento.

(C.R.; And.C.; J.L.) A leggere le notizie, verrebbe da dire che la situazione è persino peggiore di quando abbiamo pubblicato il nostro Manifesto (2020). Se volgiamo lo sguardo alla situazione globale, sembra che l’esperienza del Covid non ci abbia insegnato nulla: anziché ripensare l’organizzazione delle strutture sociali per fornire risorse utili a infrastrutture della cura capillari, permanenti e accoglienti – il mondo va nella direzione opposta. Nel Regno Unito, per di più con un governo laburista, si assiste a un aumento enorme della spesa militare e le retoriche sulle migrazioni non sembrano così diverse da quelle del Partito Riformista di estrema destra. Regna l’austerity (con qualche rara concessione) e l’istruzione superiore è in netto declino. Un disastro. In più tutta l’umanità ha assistito al primo genocidio in diretta, a Gaza, e il governo britannico è stato complice. Nonostante le manifestazioni imponenti di solidarietà al popolo palestinese a Londra, nel Regno Unito e in tutta l’Europa, la macchina bellica non si è né fermata né è stata rallentata la spesa militare. In queste settimane assistiamo a un’altra guerra imperialista, devastante e aggressiva, contro l’Iran (e il Libano). E ancora una volta il Regno Unito è a sostegno della guerra.

(Catherine Rottenberg): Un appunto ancora su questo: sono appena tornata dalla Svezia, dove si parla molto di “total defense” e preparazione alla crisi. Non rispetto al crollo climatico, ma per la guerra (cyber o non). La logica della guerra ha pervaso ogni discorso e rivoltare questa tendenza dovrebbe essere la nostra urgenza principale.

Spesso gli Stati fanno leva sulla solidarietà individuale: così, responsabilità pubbliche e slanci di generosità nelle relazioni interpersonali rischiano di confondersi. Possiamo evitarlo?

(CR; AndC; JL): Gli Stati si sono dimostrati spesso indifferenti al tema della cura e hanno agito, ad esempio, come spazi di accumulazione e sviluppo per il capitalismo razziale: forze per la segregazione, la schiavitù, l’abbandono, l’incarcerazione, i bombardamenti. Spesso hanno finto, da un lato, di avere a cuore temi sociali – pensiamo a Modi e Trump, o al governo conservatore britannico durante la pandemia – mentre dall’altro tagliavano le risorse per gli operatori dell’assistenza in prima linea. Gli stati sfruttano spesso la solidarietà individuale e i progetti nati dal basso per colmare le lacune prodotte dai tagli ai fondi destinati per il welfare. Il governo conservatore nel Regno Unito lo ha fatto spesso. Negli anni ’80 hanno chiuso gli istituti psichiatrici per introdurre la “cura nella comunità”, che in sostanza significava poco più che lasciare dormire le persone per strada. Più recentemente, le loro idee di “Big Society” e le raccolte di rifiuti per la Regina hanno tentato di eliminare le azioni solidali per mettere una pezza ai tagli subiti dai servizi comunali. Verónica Gago spiega bene come qualcosa di analogo accada anche in Argentina (“Neoliberalismo dal basso. Economie barocche e pragmatica popolare”, Tamu ed. 2023). Lo Stato ha invece un ruolo cruciale nel fornire cura a 360 gradi: in campo medico, educativo, delle politiche abitative. Solo le politiche pubbliche possono sostenere le infrastrutture necessarie alla cura – come l’assistenza agli anziani e per l’infanzia, i parchi, gli ospedali, le scuole – strutture che andrebbero socializzate e rese gratuite, per contrastare il tentativo (riuscito) del capitalismo neoliberista di esternalizzare queste politiche usando lo Stato come un bancomat per condurre le ricchezze verso capitali privati. È questa la tendenza da invertire.

Andreas Chatzidakis, Jo Littler: che percorso vi ha condotti dal “Manifesto” (2020) ai concetti di carewashing e care-stripping per spiegare il comportamento di molte aziende?

(And.C.; J.L.): Il “Manifesto”, lo abbiamo detto, è coinciso sostanzialmente con l’era Covid. In quel periodo eravamo sommersi da campagne che ci ricordavano quotidianamente quanto le aziende da cui compriamo prodotti avessero a cuore la cura. Prendiamo Amazon: sui social portava avanti una campagna sulla sicurezza del proprio personale per consegnare le cose di cui tutti avevano bisogno, e contemporaneamente veniva accusata di non rispettare gli standard, tanto che in Francia ha dovuto chiudere alcune basi. Abbiamo iniziato a usare l’espressione carewashing per indicare la tendenza a usare per il proprio interesse il concetto di cura senza però avere realmente a cuore i problemi. In quel periodo, anche il Papa ha usato il termine per criticare aziende che facevano donazioni simboliche per aumentare la propria visibilità pur trascurando la sicurezza dei lavoratori o la sostenibilità ambientale. Nel 2026, ormai, molte grandi aziende e molti attori istituzionali sembra che non sentano nemmeno il bisogno di fingere rispetto alla cura. Due settimane dopo l’inaugurazione di Trump, per esempio, Meta ha eliminato Dei, il programma di fact-checking, promuovendo esponenti repubblicani in posizioni chiave all’interno dell’organizzazione. E si tratta di un caso tutt’altro che isolato. Centinaia di marchi, da Target a Walmart fino ad Amazon e Google, hanno deliberatamente smantellato i propri sistemi di fact-checking citando altrettanto deliberatamente la guerra culturale (e di politiche del diritto) che Trump si è immediatamente vantato di portare avanti («I ended Dei», con le sue parole). Sorti simili sono toccate a numerosi programmi Esg e di responsabilità sociale d’impresa. Questo noi lo chiamiamo care-stripping (cioè un processo che spoglia e smantella la cura).

Come affermiamo nel nostro libro in uscita (con Joel Bakan, “The Moralizing Corporation: the Rise and Fall of Corporate Carewashing”), c’è un denominatore comune tra le pratiche di carewashing e di care-stripping e cioè l’uso strumentale, quasi retorico, della cura per celare una incessante e irrefrenabile spinta a massimizzare i profitti. D’altra parte, le imprese private non sono organizzazioni democraticamente responsabili; al contrario, devono mettere al primo posto interessi di parte.

Catherine Rottenberg: nel suo caso, invece, in che modo le tesi del “Manifesto” l’hanno portata, oggi, a lavorare su un approccio femminista che sia anche, insieme, antifascista?

(C.R.): “The Care Manifesto” offriva sia una diagnosi sul perché il mondo si trovi in queste condizioni, con politiche dell’incuria e forme variegate di crudeltà radicata profondamente persino nelle istituzioni, sia una visione utopica. Quello che ho visto accadere in questi sei anni mi ha condotta a immaginare un futuro alternativo alla crescente e accelerata fascistizzazione della politica. In molti ci chiedevano, allora: di quali battaglie abbiamo bisogno? Come possiamo mobilitarci? Perché i temi di genere come la cura sono al centro dell’attenzione delle destre? Oggi penso che un movimento transnazionale antifascista, antirazzista e femminista sia la nostra migliore possibilità per costruire proprio quel futuro migliore. Mobilitazioni come quelle in Sudamerica stanno indicando una strada che mi convince.

Proprio in questo lavoro, con Farris, Gago e Ziadah sostenete che i processi di fascistizzazione comportano sempre lotte su riproduzione, sessualità, famiglia. Perché?

Le lotte su cura e riproduzione ricorrono in molti, se non in tutti, i movimenti politici, non solo in quelli autoritari. Dopotutto, cura e riproduzione sono le condizioni di possibilità di ogni forma di vita e organizzazione sociale. I regimi autoritari tendono a controllare in modo capillare questi processi perché i corpi sessuati collegano economia e famiglia, riproduzione biologica e demografia, vita intima e regolazione degli affetti. I dibattiti su aborto, diritti delle persone trans, progetti educativi di prevenzione alla violenza sessuale non sono mai solo una questione di libertà individuali, o di moralità o di visioni del mondo. Questi dibattiti possono infatti portare a distinguere le famiglie da proteggere e quelle patologizzate, le forme di lavoro svalutate e quelle da privilegiare. Quella che definiamo una fascistizzazione della politica si manifesta, insomma, in modi diversi a seconda dei contesti e dei paesi – ma ovunque le politiche della cura da cui proponiamo di partire per de-fascistizzare il mondo saranno perni centrali.

(il manifesto, 29 marzo 2026, “Se le politiche della cura smantellano i fascismi”)

La presidente del consiglio Giorgia Meloni aveva perfino partecipato a una puntata del podcast del rapper Fedez, uno dei più seguiti in Italia, per far conoscere la sua riforma della magistratura ai più giovani. Ma loro non si sono lasciati convincere: il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo ha bocciato lo stravolgimento della giustizia proposto dal governo di estrema destra guidato da Meloni.

È stato decisivo il voto delle nuove generazioni, a cui oggi la democrazia italiana deve essere molto grata.

Certo, anche se avesse vinto il sì, l’Italia non sarebbe precipitata da un giorno all’altro in una dittatura. Ma la riforma rappresentava un duro attacco alla separazione dei poteri. Com’è emerso durante la campagna per il voto, Meloni avrebbe voluto una giustizia più incline ad assecondare, con le sue sentenze, l’operato del governo. Senza contare che la vittoria del sì avrebbe dato all’esecutivo un lasciapassare per proseguire l’opera di smantellamento delle garanzie liberali, pezzo dopo pezzo.

Le italiane e gli italiani si sono opposti a tutto questo. A far sentire la loro voce sono state in particolar modo le persone con meno di 34 anni, che hanno fatto registrare un’affluenza alle urne del 61 per cento. Il no ha fatto presa tra chi fatica ad arrivare alla fine del mese con il suo stipendio, e in Italia questa categoria è rappresentata soprattutto dai giovani. Al referendum i fuori sede, soprattutto studenti che risultano ancora residenti all’indirizzo dei genitori, non hanno potuto votare nelle città dove vivono. E tanti di loro hanno dovuto fare un lungo viaggio per raggiungere il seggio.

Ma il voto del 22 e 23 marzo ha espresso anche l’insoddisfazione delle giovani generazioni per le scarse opportunità, e la loro sensazione di essere trascurate e di contare poco. Quello che è successo in Italia si osserva anche in altri contesti: se i cittadini di mezza età di solito hanno un orientamento più pragmatico e nel voto oscillano più facilmente tra la destra e la sinistra, i giovani sono più ideologici. Scelgono gli estremi, e in Italia, soprattutto tra i ragazzi, spesso ha prevalso quello di destra. Forse questa volta sono state le donne ad aver fatto la differenza.

Di certo tutti i giovani hanno manifestato interesse per la vita pubblica del paese. Ed è il caso di dirlo: è stata una fortuna.

(Internazionale, 27 marzo 2026)

A commento dell’articolo, pubblichiamo i dati ripartiti per sesso e per fascia d’età del voto al referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo (fonte: ISTAT).

(La redazione del sito)

Ripartizione per sesso e fascia d’età

18-34 anni

– Donne: No 64,2% – Sì 35,8%

– Uomini: No 58,0% – Sì 42,0%

35-54 anni

– Donne: No 54,8% – Sì 45,2%

– Uomini: No 51,8% – Sì 48,2%

55+ anni

– Donne: No 47,1% – Sì 52,9%

– Uomini: No 51,6% – Sì 48,4%

Che cos’è capitato il 22 e 23 marzo? Milioni di persone, molte delle quali giovani, sono andate alle urne e hanno detto “No” a una riforma della Giustizia che il governo presentava come necessaria. Il No ha vinto con quasi il 54%. L’affluenza è stata più alta di quanto si prevedesse.

A Radio Popolare, il giorno dopo, un giornalista chiedeva ai giovani se il loro No si potesse sovrapporre a un voto di sinistra. Loro hanno risposto di no, perché questo voto viene da un luogo che le mappe correnti della politica non riescono a intercettare. C’è più di quello che le categorie degli schieramenti ci fanno vedere, più di quello che si riesce a far stare dentro a un’alleanza o a un programma.

Che cosa c’è di più? Io direi: un senso della giustizia intesa come orientamento, come modo di riconoscere cosa vale e cosa non vale. E un legame quasi affettivo con la Costituzione, intesa come patto di convivenza ancora aperto, ancora una promessa.

I partiti dicono di aver capito. «Un popolo della Costituzione che non si sente nelle discussioni tattiche», ha detto il PD milanese. In questa frase si vede l’inghippo: le discussioni tattiche da una parte, le persone dall’altra. E allora si propongono punti condivisi, si annunciano luoghi di ascolto, si parla di coalizioni larghe. Le solite risposte a una domanda di politica che non cerca rappresentanza o delega ma chiama piuttosto il riconoscimento di una verità basica: quello che senti è reale, quello che desideri è politico, sei già dentro questo mondo e hai già voce. È la materia viva di cui la politica dovrebbe essere fatta e senza la quale ogni programma resta un vuoto elenco.

La forza dei movimenti (e ho in mente soprattutto quello delle donne) cresce finché si mantiene la forza del contagio, quella capacità di spingere donne e uomini a farsi protagoniste delle proprie vite, a sottrarsi alla complicità involontaria col dominio. Il No dei giovani ha questa forma. È una sottrazione dal cinismo, dall’indifferenza, dall’idea che le cose non possano andare altrimenti. Sta a chi fa politica capirlo, rinunciando al terreno degli schieramenti (le tattiche, le alleanze, i calcoli) per tornare al terreno dell’umano. Non so se ci riusciranno, so che vale la pena provarci.

(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)

Le conseguenze negative del ricorso massiccio a servizi digitali non sono solo le difficoltà, talvolta insormontabili per alcune categorie di persone, nell’utilizzo di questi servizi ma sono molto più profonde e pericolose.

All’inizio di marzo 2026 tre data center di Amazon Web Services (AWS), situati tra gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, sono stati colpiti durante gli attacchi iraniani in risposta alle operazioni militari statunitensi e israeliane. Problemi di alimentazione, interruzioni di connettività, infrastrutture danneggiate: per la prima volta nella storia, un’azione di guerra ha preso di mira fisicamente i server di una grande azienda tecnologica. Non è un episodio marginale ma un evento che svela il ruolo di quell’area anche nella rete digitale mondiale.

Il Medio Oriente ospita circa 350 data center, una concentrazione cresciuta enormemente negli ultimi anni. Amazon, Google, Microsoft hanno investito massicciamente in quell’area, attratte dalle economie del Golfo, dalle rotte commerciali strategiche e dall’ambizione di fare di quella regione uno dei fulcri mondiali per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Grandi quantità di energia disponibile, costi contenuti, manodopera migrante da impiegare nei microtask: tutto questo offre condizioni ideali per i giganteschi algoritmi che alimentano l’IA generativa.

Ma quella stessa area è anche un centro militare cruciale per gli Stati Uniti. Ed è qui che sta il nodo del problema: le infrastrutture che reggono la nostra economia digitale e quelle che permettono di condurre operazioni militari coincidono sempre più. I data center che ospitano WhatsApp o Google Maps sono gli stessi che supportano droni, sistemi d’arma autonomi e sorveglianza di massa.

Non è una novità assoluta: AWS, Microsoft e Starlink hanno già giocato un ruolo determinante nel conflitto in Ucraina, e molte delle operazioni militari israeliane in Palestina si fondano su algoritmi sviluppati con infrastrutture Big Tech (le grandi aziende tecnologiche). La novità è che ora queste aziende private sono diventate esplicitamente obiettivi di guerra. Il complesso militare digitale è allo scoperto.

C’è un paradosso che questa vicenda mette in chiaro: noi tendiamo a immaginare internet come qualcosa di immateriale, diffuso, decentralizzato per natura. Ma la realtà è diversa: la rete è fisicamente vulnerabile, perché si concentra nelle mani di pochissimi attori privati, i quali localizzano le infrastrutture seguendo logiche geopolitiche e militari. L’intelligenza artificiale che usiamo ogni giorno poggia su un sottostante fisico enorme: edifici, cavi, server, energia, acqua. E questi edifici si trovano in luoghi scelti anche per ragioni strategiche.

L’“imperialismo digitale”1 è un fenomeno in cui le multinazionali del digitale (di USA e Cina) dominano mercati e dati globali, creando squilibri economici, sociali e geopolitici. Questo modello, basato sul controllo delle piattaforme e dell’IA, integra le piattaforme digitali con il potere militare (complesso militare-digitale), trasformando la tecnologia in uno strumento di egemonia e guerra. Poche piattaforme multinazionali controllano le infrastrutture, i dati e le informazioni, influenzando lo spazio economico.

Il caso Anthropic ha aggiunto un ulteriore livello di complessità al quadro. L’azienda guidata da Dario Amodei ha dichiarato di aver resistito alle pressioni del Pentagono, che voleva accesso illimitato ai suoi sistemi di IA per usi militari. Il risultato? L’emarginazione da parte del Dipartimento della Difesa USA e la sostituzione immediata con OpenAI, pronta a raccogliere gli appalti lasciati liberi. La vicenda insegna tre cose: primo, in tempo di guerra, il Pentagono ha il coltello dalla parte del manico. Secondo, la competizione tra grandi colossi tecnologici non lascia spazio a posizioni di principio: chi pone problemi etici, anche solo formali per ragioni di immagine esterna, viene rimpiazzato in poche ore. Terzo, le politiche etiche delle aziende tecnologiche sono spesso molto meno solide di quanto dichiarato: infatti, un’analisi delle policy reali di Anthropic mostra che molti dei vincoli più significativi all’utilizzo dell’IA per scopi militari e di controllo sociale erano già stati rimossi prima dello scontro con il Pentagono.

Quello che emerge, in definitiva, è il ritratto di un’alleanza pericolosa: da un lato gli Stati, soprattutto USA e Cina (con Tencent e Huawei), sempre più dipendenti dalle infrastrutture e dalle competenze di un pugno di aziende private; dall’altro le Big Tech, che trovano negli appalti militari una fonte di profitto stabile e una protezione politica contro tasse più alte o regolamentazioni avverse. Una simbiosi che orienta la traiettoria dell’innovazione verso la morte, la distruzione e la sorveglianza e che crea forti incentivi affinché i conflitti si moltiplichino.

Ma, come ci ricorda Laura Colombo2, l’IA e le tecnologie digitali non sono meri strumenti e soprattutto non sono neutri.

Bisogna, infatti, porre particolare attenzione all’evidenza che i proprietari delle grandi piattaforme digitali che permettono ai servizi digitali di essere erogati sono tutti maschi, di età varia ma legati, oltre che dalla smania di profitto, da atteggiamenti maschilisti e misogini. Oltre che da una solidarietà intrinseca che Ida Dominijanni3 ha nominato “fratriarcato”, una “broligarchia” (brothers + oligarchia) dove i “maschi bianchi arrabbiati” descritti da Michael Kimmel4 trovano rifugio e che si può individuare soprattutto nel settore tecnologico, nelle figure come Elon Musk e Mark Zuckerberg che stanno costruendo nuovi modelli basati su una “mascolinità nostalgica” che cerca di riaffermare il controllo sulle donne.

Un caso emblematico di questa mentalità è Peter Thiel, fondatore di Palantir Technologies, un’azienda statunitense specializzata nell’analisi dei big data e quindi della sorveglianza sociale, presente nei giorni scorsi in Italia per delle conferenze riservate su invito e ossessionato tanto dal femminismo quanto dalla venuta dell’Anticristo, inteso come chiunque si opponga allo “sviluppo” (o meglio agli affari e ai profitti di Thiel stesso), per lui personificato, guarda caso, da una giovane donna: Greta Thunberg.

1 Dario Guarascio, Imperialismo Digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026

2 https://puntodivista.libreriadelledonne.it/non-e-uno-strumento/

3 https://puntodivista.libreriadelledonne.it/fratelli-di-sangue-resistenza-e-esodo-nazionalismo-e-femminismo-nella-guerra-ducraina/

4Michael Kimmel, Angry White Men: American Masculinity at the End of an Era, Nation Books, 2013.

(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)

La sua casa è una galleria di ricordi. Sui muri la rivoluzione fatta di calcoli e numeri è nelle lauree e nei riconoscimenti incorniciati, nelle foto con gli studenti e in quelle dei congressi in tutta Europa. Nel suo appartamento all’Appia, in stile retrò, gli occhi sorridono e lei racconta: «Cosa provavo quando risolvevo un problema? Gioia. E un sottile piacere se il computer faceva quello che mi aspettavo». Luigia Carlucci Aiello, Gigina per tutti, è la madre dell’intelligenza artificiale in Italia e la fondatrice dell’associazione nazionale per l’IA. Una matematica e ricercatrice femminista e antifascista, la donna che ha portato in giro per il mondo i risultati sulla «rappresentazione della conoscenza e deduzione automatica» formando generazioni di informatici, ingegneri e matematici. E continua a farlo anche adesso, alla soglia degli ottant’anni. Tra qualche settimana sarà a Palermo per una lectio magistralis su Alan Turing.

Lei era una scienziata già negli anni Sessanta. C’era disparità tra uomini e donne?

Alla Scuola Normale Superiore di Pisa c’era un ambiente maschile e maschilista, lì sono stata a lungo l’unica studentessa di matematica. Le donne venivano tollerate a malapena da professori e colleghi, alcune si sono anche ritirate. I normalisti rimanevano dietro le porte, durante gli esami, in attesa di sapere se le femmine venivano buttate fuori. Al Cnr di Pisa, dove venni assunta nel 1970, invece, eravamo poche donne su oltre cinquanta uomini ed eravamo tutti uguali. C’era bisogno di menti e braccia in un settore ancora nuovo.

È stata una donna di rottura in ambienti tutti maschili?

Ero un mostro strano per la mia formazione eccentrica. Nel 1990, quando già ero una professoressa ordinaria da dieci anni alla Sapienza, passai al triennio. Ero la prima docente del primo corso di IA. Iniziarono le ostilità, avevo sfondato una barriera. Ad ogni intervento venivo attaccata, ad ogni mia proposta percepivo di avere sempre tutti contro. Nonostante tutto sono sopravvissuta bene. Il mio motto è «Testa bassa e andare avanti». Se ci credi nel tuo sogno, non devi mollare. Tanto che sono diventata la direttrice del dipartimento e ho inaugurato la nuova facoltà di ingegneria dell’informazione, informatica e statistica.

Una rivoluzione con alle spalle una famiglia patriarcale.

Sono nata a Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona. Papà era capotreno e aveva nove fratelli, mamma era casalinga. Lo zio più grande era prete, come in quasi tutte le famiglie patriarcali del tempo, e con lui ho imparato a leggere a quattro anni sull’Osservatore romano. Ma io avevo le idee chiare già a otto anni. In un tema ho scritto che sarei diventata una professoressa di matematica. Sullo stesso foglio ho disegnato me con un grembiule nero, quello che indossavano le insegnanti a quei tempi, e davanti alla lavagna. I miei genitori non mi hanno mai ostacolata, a loro devo tanto.

In America arriva a ventisette anni per fare ricerca a Stanford, con un figlio di quattro mesi e un marito al seguito.

Ho conosciuto Mario nel 1969 al Cnr, l’anno dopo ci siamo sposati. Lui era un ingegnere elettronico e siamo diventati una coppia anche nella ricerca. Nel gennaio 1973 eravamo a Stanford nel laboratorio fondato da John Mc Carthy, che allora era visto come un visionario un po’ hippy. Noi ricercatori di IA, di conseguenza, eravamo considerati dei matti. Invece c’era una solidità scientifica dietro a quegli studi e io volevo dimostrare la correttezza del programma su un computer. Sono riuscita a lavorare con un sistema che era stato sviluppato lì da un professore inglese.

Lei ha cambiato il modo di fare ricerca.

Ho viaggiato moltissimo in Europa e in America per la ricerca e per la divulgazione. Ho sempre dato molta importanza alla sperimentazione, come hanno imparato gli studenti che hanno frequentato i miei corsi. Ancora oggi quegli allievi mi fermano per strada e mi riconoscono, mi fa molto piacere.

Presto rimane una mamma sola ma ritorna oltreoceano.

Mio marito morì precocemente, fu un colpo terribile. Quando mio figlio aveva sei anni tornai in America. Al termine del biennio di studi, mi offrirono un contratto. Rifiutai, volevo che Marco studiasse in Italia e desideravo restituire al mio paese tutto quello che avevo imparato.

Che futuro avremo con l’intelligenza artificiale?

L’IA è già nelle nostre vite. Guai a farsi trovare impreparati, altrimenti la subiremo soltanto. C’è bisogno di formazione continua per scacciare il timore che le macchine prendano il posto nostro in tutte le professioni. Il mio messaggio, comunque, è rivolto soprattutto ai potenti. Non devono mettersi in mano ai venditori, a chi non ha etica, a chi pensa solo al guadagno. L’uso dell’IA deve essere disciplinato.

Un giovane ha raccontato al nostro giornale che si sente più a suo agio a confidarsi con ChatGPT che non con i suoi coetanei. Che ne pensa?

L’IA ci ha superato nella velocità e nella capacità di calcolo e soluzioni. Ma il campo sul quale non ci ha battuti è quello della creatività. A quel ragazzo ricordo che ChatGPT è stato progettato per compiacere, è pieno di tutto quello che noi umani abbiamo voluto metterci dentro. Ma non guarderà mai negli occhi la persona che ha davanti e non coglierà, ad esempio, i suoi sentimenti in quel momento. Se è triste o contento, se mente o dice la verità. Perché l’intelligenza artificiale non ha un cuore e non prova emozioni.

(la Repubblica, 25 marzo 2026)

Ogni giorno apriamo gli occhi su un mondo che si mostra sempre più incomprensibile: pare vacillare la nostra capacità di assimilare nuovi scenari poiché il mutamento è incessante. Nuovi conflitti, nuove pagine di violenza, continue nuove infrazioni della normalità precipitano nella confusione dell’ignoto. Le categorie con cui leggevamo la realtà appaiono fragili perché agganciate a principi che credevamo eterni e che invece sono crollati sotto gli sconvolgimenti del presente. Ne consegue una strisciante condizione psichica di paralisi, da cui sembra inimmaginabile uscire.

Eppure, anche se sempre più insidiata dalle tecnologie, abbiamo ancora a disposizione la più ingegnosa tra le facoltà umane, in grado di liberarci dall’oppressione della passività: il pensare, una pratica che presuppone tensione, non si svolge nella stasi, rifiuta la paralisi, sottintende un movimento. Per descrivere la condizione moderna del pensiero, Arendt propone di ripensare una breve parabola di Kafka: un uomo (Er/egli) si trova al centro di un combattimento tra due avversari, uno lo incalza da dietro, è il passato; l’altro gli sbarra la strada davanti, è il futuro.

Nella disputa tra passato e futuro, innescata dallo spezzarsi del filo della tradizione, il pensiero moderno nasce come intervallo. Pensare significa allora abitare integralmente questa dimensione resistendo alla tentazione di rifugiarsi nella nostalgia o di dissolversi nella profezia: in antitesi a quanto, in questi anni, sia stato avanzato dal pensiero maschile che, nel riflesso tragico della parabola, nell’agonismo della lotta tra passato e futuro, non realizza la promessa arendtiana, ma manifesta la lacuna come tenebra, come depressione. In un immaginario di lotta eminentemente maschile, il soggetto Egli si percepisce assediato dalla storia, e, trascinato tra rovine e catastrofi, si esprime in forme apocalittiche: crisi irreversibili, collassi ecologici, fine delle democrazie, scenari di estinzione. Il tempo è vissuto come precipizio perché, sembrano ammonire, se il simbolico maschile ha fallito, allora è la fine del mondo.

Come agire contro lo spirito del ripiegamento, come rilanciare la promessa arendtiana di una lacuna inaugurale, di un pensiero imprevisto liberato dalle insidiose controversie del tempo, di una «forza diagonale»? Proviamo a immaginare cosa accade se, in quella parabola, sostituiamo il pronome: se egli fosse ella come cambierebbe l’atto del pensare? Il gesto potrebbe sembrare minimo, quasi grammaticale, ma il pronome non è neutro: organizza una posizione nel tempo, determina una dislocazione nell’asse delle forze generando un’altra esperienza della mente, quella di lei, l’esclusa dalla tradizione, l’inassimilabile, colei che è naturalmente “equipaggiata” per stabilirsi nella lacuna. Cacciata da ogni campo del sapere, ella ha creato spazi carsici al di fuori della linearità del sapere maschile, in «momenti radianti» (Chiara Zamboni) che manifestano una relazione diversa con le chiamate della Storia.

Fuori da queste contese, le pensatrici si collocano in una posizione laterale: assistono a una lotta che non le rappresenta e dalla quale possono scegliere di distaccarsi, volgendo altrove lo sguardo. In questo gesto di sottrazione inaugurano una temporalità diversa, che non è segnata dalla rovina ma dall’invenzione: un tempo fatto di traiettorie eccentriche, che deviano dai percorsi stabiliti. È un modo di stare nel tempo che sfugge alle trappole della linearità, sia quando questa si presenta come reazione, come annuncio di apocalisse, sia quando assume le vesti rassicuranti del progresso.

La parabola così si trasforma e si rinnova, l’asse si sposta, lo spazio del presente si apre nella prefigurazione di una rivoluzione simbolica che è appena cominciata e che ci interpella chiedendoci di mettere in gioco le nostre forze in una pratica della mente che non si lasci imbrigliare entro i recinti del femminile, che rifiuti di essere inglobata nelle istituzioni che la spartiscono in ambiti disciplinari, e che, immercificabile, si elevi al di sopra delle logiche voraci del mercato. Il pensiero delle donne sottraendosi alla colonizzazione conquista quell’autonomia indispensabile per interrogarsi liberamente sulle grandi questioni epocali. Queste ultime rivelano allora la loro natura di possibilità generative: non semplici ostacoli da rimuovere, ma occasioni feconde di un momento radiante e inedito, che preesiste in stato di latenza e attende esclusivamente l’intervento del nostro pensiero per pervenire alla piena manifestazione.

(L’imprevista – newsletter di Lìbrati, 24 marzo 2026)

Quanto avrà contato nel successo del No il rifiuto e la paura della guerra devastante scatenata da Trump e Netanyahu, tanto più essendo al governo una alleata del capo americano che ha molto esitato a prenderne le distanze?

L’interrogativo girava nei primi commenti in tv mentre l’affermazione del No prendeva consistenza. Il risultato andrà analizzato attentamente, ma direi “a caldo” che ha avuto due aspetti positivi e rincuoranti.

La partecipazione inaspettatamente alta, che conferma l’attenzione molto diffusa anche tra chi si astiene dal voto politico quando si tocca la Costituzione. Non credo che fosse molto conosciuto il merito giuridico della faccenda, ma il modo in cui governo e maggioranza, e Giorgia Meloni nel suo “sprint” finale, hanno forzato e detto bugie grossolane senza aver mai minimamente cercato un accordo largo, come sarebbe necessario su temi costituzionali così importanti, deve avere insospettito e “mobilitato” gran parte di chi è andato a votare.

Il secondo credo proprio che sia il riemergere di una spinta popolare a reagire “politicamente” a una situazione sempre più segnata dallo scivolamento verso comportamenti autoritari e dal ricorso alla guerra nei suoi aspetti più aberranti: non solo nemici da sterminare, ma civili da terrorizzare, scacciare dalle loro case, distruggendo scuole, ospedali e centrali per l’energia, affermando la forza fuori da qualunque regola e “diritto” internazionale. Dall’Ucraina al Medio Oriente, e in tante realtà che nemmeno si nominano.

Non è un caso che si annuncino nei prossimi giorni nel nostro paese varie iniziative contro la guerra e a favore della pace.

Ne segnalo una, coordinata con le altre, lanciata all’inizio da un gruppo di femministe siciliane, ma ora estesa già a 150 città e paesi su tutto il territorio nazionale: sabato prossimo, 28 marzo, la rete nazionale “10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace” porterà in tantissimi comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, in presidi contro la guerra, creazioni frutto dell’arte della tessitura: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale.

«Cucire – si legge nel comunicato della rete – ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra».

«Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata – scrivono ancora le organizzatrici – sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale».

Che si tratti di “uomini” a produrre questa deriva violenta verso l’altro considerato nemico, ma inesorabilmente anche autodistruttiva (ne stanno diventando vittime anche le “nostre” democrazie, e le culture politiche che le hanno sostenute), non è detto casualmente. Certo vediamo oggi anche donne che seguono questa tendenza all’annientamento di ogni umanità (del resto il patriarcato si è retto per secoli anche sul consenso femminile. Ma ora non più).

Sono state donne, nella lunga ondata del femminismo, a dimostrare che si può tessere una politica capace di cambiare le nostre vite, esercitando anche conflitti radicali, ma senza giungere alla violenza che la vita la toglie all’altro.

(il manifesto, 23 marzo 2026)

Women of the Sun (le donne del sole) e Women Wage Peace (le donne portano la pace) sono due associazioni, l’una palestinese fondata a Gaza e in Cisgiordania nel 2021 da Reem Hajajreh, e l’altra israeliana, cofondata da Yael Admi, entrambe candidate al premio Nobel per la pace 2025. Da anni, prima del 7 ottobre, portavano avanti insieme iniziative di pace, dando l’esempio di una possibile convivenza tra due popoli su un’unica terra.

Tre giorni prima del massacro di Hamas avevano marciato insieme da Gerusalemme Est alla Cisgiordania fino al mare dove «attorno a un simbolico tavolo negoziale alla presenza di varie attiviste e politiche internazionali» avevano richiamato l’urgenza della partecipazione femminile alle trattative di pace. Subito dopo il 7 ottobre e la conseguente vendetta israeliana, le donne di Women Wage Peace scesero in piazza per chiedere il cessate il fuoco a Gaza e un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi. Ma non furono ascoltate. Molte attiviste di Women of the Sun sono morte a Gaza sotto i bombardamenti d’Israele, in diversi casi insieme a tutta la famiglia, di altre si sono perse le tracce, inghiottite dalla violenza e dall’orrore genocida contro il popolo palestinese. Dalle macerie, materiali e spirituali, dal dolore e dalle sofferenze per tanta violenza che non si ferma né a Gaza né in Cisgiordania ma anzi si allarga per tutto il Medio Oriente, ecco risorgere le donne delle due associazioni che il 24 marzo a Roma cammineranno fianco a fianco a piedi nudi e alla fine leggeranno il loro “Appello delle madri” per invitare le donne di tutto il mondo ad unirsi a loro.

Un appello che fuoriesce dai confini d’Israele e Palestina e si rivolge anche agli uomini per fermare la violenza, la cecità e la pazzia di maschi che idolatrano la forza delle armi e minacciano l’umanità intera. «Noi donne palestinesi e israeliane – si legge nell’appello – di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza. Crediamo che anche la maggior parte delle persone delle nostre nazioni condivida il nostro desiderio comune. Pertanto, chiediamo ai nostri leader di ascoltare il nostro appello e di avviare tempestivamente colloqui e negoziati di pace, con un impegno determinato a raggiungere una soluzione politica al lungo e doloroso conflitto, entro un lasso di tempo limitato». «Invitiamo – continuano – i popoli di entrambi le nazioni, palestinese e israeliano, e i popoli della regione, a aderire al nostro appello e a dimostrare il loro sostegno alla soluzione del conflitto. Invitiamo le donne del mondo a sostenerci per un futuro di pace e sicurezza, prosperità, dignità e libertà per noi stesse, i nostri figli e gli abitanti della regione. Invitiamo le persone di pace di tutto il mondo, giovani e anziani, i leader religiosi, le persone influenti, i leader delle comunità, gli educatori e coloro che hanno a cuore questa questione, ad aggiungere la loro voce al nostro appello. Invitiamo i nostri leader ad ascoltare la voce e la volontà dei popoli in questo appello per risolvere il conflitto e raggiungere una pace giusta e inclusiva». «Ci impegniamo – scrivono ancora – a svolgere un ruolo attivo nel processo negoziale fino alla sua risoluzione, in linea con la Risoluzione Onu 1325 del 2000 che impose l’inclusione di negoziatrici nelle trattative di pace e nei processi decisionali». Infine, invitano i loro leader «a mostrare coraggio per questo cambiamento» e unire le forze «per restituire speranza» ai due popoli. Al loro appello si sono unite altre voci, tra cui quella della rete 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace che il 28 marzo scenderà con gli arazzi della pace in più di cento città, tra cui Soverato, Palmi, Reggio Calabra, Gioia Tauro. Ancora una volta la pace è donna.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 22 marzo 2026)

L’artista Mili Romano* ci ha mandato un “intervento sonoro” che ha creato in gennaio come una sua «reazione personale a quelle guerre e atrocità senza senso che da troppo tempo ci accerchiano travolgendo le nostre vite, e rischiando anche di farci diventare spettatori assuefatti e indifferenti»… È stato ripetutamente mandato in onda alla Radio Città Fujiko di Bologna – e ora ci invita a partecipare, ciascuna o ciascuno con un contributo audio di un minuto, per farlo diventare un’azione corale contro la guerra. Ascoltate l’audio!

(*) Mili Romano è artista e curatrice indipendente soprattutto di progetti di public art, è stata ospite alla libreria delle donne di Milano con un intervento su VD3 “L’arte della relazione” (ottobre 2024) e alla presentazione del suo libro “Crossing… attraversamenti, tracce, indizi” (Carta Banca editore) nel mese di ottobre 2025, con Donatella Franchi.

(www.libreriadelledonne.it, 19 marzo 2026)

Sabato 28 marzo le aderenti alla rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la pace” porteranno in più di 125 comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, i loro lavori per la pace: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale per la pace. Cucire, ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra.

In tutto il paese e nel mondo intero crescono angoscia, ansia e preoccupazione per quanto sta avvenendo sugli scenari mediorientali. La guerra diventa sempre più distruttiva e feroce, si abbatte sugli inermi, rischia di normalizzarsi ed estendersi: una marea che finirà con il travolgere ogni vita e ogni cosa. Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale.

È il momento dell’assunzione di responsabilità e di trasformare paura e rabbia in parola e azione. È il momento di far valere l’etica della cura, della giustizia e dell’amore, centrale nell’esperienza storica delle donne contro la logica patriarcale del più forte. Le donne della rete nazionale non permetteranno che si azzeri il futuro, faranno risuonare in tutte le piazze il loro NO alla guerra fino a che non diventi un boato tale da costringere il governo ad assumere una posizione chiara e netta di stop al riarmo e di rifiuto della guerra.

Vogliamo, pretendiamo, faremo in modo che la vita continui! Per informazioni:

https://www.facebook.com/profile.php?id=61577566614538 https://www.instagram.com/100piazze_pace/
email: donnecontroguerra.pinerolese@gmail.com

10 100 1000 Piazze di donne per la pace

ELENCO DELLE PIAZZE (IN AGGIORNAMENTO)

1.Acireale(CT) 2.Acquedolci(ME) 3.Alba(CN) 4.Alcamo(TP) 5.Alimena(PA) 6.Alpignano(TO) 7.AltoGardaeLedro(TN) 8.Arese(MI) 9.AsceaMarina(SA) 10.Augusta (SR) 11.Bagheria (PA) 12.Belmonte Mezzagno (PA) 13.Bergamo (BG) 14.Bisacquino (PA) 15.Bologna (BO) 16.Bricherasio (TO) 17.Buseto Palizzolo (TP) 18.Caltagirone (CT) 19.Caltanissetta (CL) 20.Capaci (PA) 21.Capo d’Orlando (ME) 22.Carini (PA) 23.Carpi (MO) 24.Casale Monferrato (AL) 25.Castelbuono (PA) 26.Castelfranco Emilia (MO) 27.Castellammare del Golfo (TP) 28.Castelnuovo Cilento (SA) 29.Castelvetrano (TP) 30.Catania (CT) 31.Cecina (LI) 32.Cefalù (PA) 33.Cerda (PA) 34.Cernusco sul Naviglio (MI) e Gessate (MI) 35.Chiavari (GE) 36.Chioggia (VE) 37.Cinisi (PA) 38.Cividate al Piano (BG) 39.Colleferro (RM) 40.Collegno (TO) e Pianezza (TO) 41.Colli a Volturno (IS) 42.Comacchio (FE) 43.Como (CO) 44.Corleone (PA) 45.Cortenuova (BG) 46.Cremona (CR) 47.Cuneo (CN) e Mondovì (CN) 48.Desenzano del Garda (BS) Castiglione delle Stiviere (MN) 49.Enna (EN) 50.Erice (TP) 51.Fenestrelle (TO) 52.Figline Valdarno (FI) 53.Firenze 54.Foggia (FG) 55.Garbagnate Milanese (MI) 56.Genova (GE) 57.Giarre (CT) 58.Gioia Tauro (RC) 59.Ionico Etnea (CT) 60.Isnello (PA) 61.Lercara Friddi (PA) 62.Licata (AG) 63.Livorno (LI) 64.Mantova (MN) 65.Marineo (PA) 66.Marsala (TP) 67.Messina (ME) 68.Mestre-Venezia (VE) 69.Milano (MI) 70.Militello in Val di Catania (CT) 71.Misiliscemi – Locogrande (TP) 72.Modena (MO) 73.Modica (RG) 74.Monopoli (BA) 75.Montedoro (CL) 76.Musile di Piave (VE) 77.Napoli (NA) 78.Narni (TR) 79.Noventa di Piave (VE) 80.Oleggio (NO) 81.Otricoli (TR) (insieme a Calvi dell’Umbria TR) 82.Paderno Dugnano (MI) 83.Padova (PD) 84.Palermo (PA) 85.Palmi (RC) 86.Partinico (PA) 87.Patti (ME) 88.Pavia (PV) 89.Perugia (PG) 90.Pesaro (PU) 91.Petralia Soprana(PA) 92.Petralia Sottana (PA) 93.Pinerolo (TO) 94.Piombino (LI) 95.Piossasco (TO) 96.Polizzi Generosa (PA) 97.Pratrivero in Valdilana (BI) 98.Quattro Castella (RE) 99.Ragusa (RG) 100.Reggio Calabria (RC) 101.Resuttano (CL) 102.Rivoli (TO) 103.Roccafiorita (ME) 104.Roma (RM) 105.Rovereto (TN) 106.San Cataldo (CL) 107.San Donà di Piave (VE) 108.Santo Stefano Quisquina (AG) 109.Santa Caterina di Villarmosa (CL) 110.Sant’Agata di Militello (ME) 111.Saronno (VA) 112.Sarzana (SP) 113.Sesto San Giovanni (MI) 114.Siracusa (SR) 115.Settimo Torinese (TO) 116.Sondrio (SO) 117.Soverato (CZ) 118.Termini Imerese (PA) 119.Tione (TN) 120.Torino (TO) 121.Tortorici (ME) 122.Trapani (TP) 123.Tusa (ME) 124.Uboldo (VA) 125.Valledolmo (PA) 126.Venezia (VE) 127.Vignola (MO) 128.Vittoria (RG)

(Facebook, 18 marzo 2026)

A quasi ottant’anni dalla sua approvazione, la nostra Costituzione resta l’ancoraggio più solido a difesa della democrazia e dello Stato di diritto. Per i valori che esprime e tutela, per la visione lungimirante che continua a offrire e per l’equilibrio istituzionale che la attraversa, la Carta rappresenta ancora oggi il presidio più forte delle libertà di tutte e tutti. Fu scritta quando le macerie della guerra e le ferite dell’autoritarismo erano ancora sotto gli occhi di tutti. Donne e uomini che avevano conosciuto sulla propria pelle la perdita del senso del limite propria di ogni tirannia costruirono allora un ordinamento fondato sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla tutela dei diritti fondamentali. Le donne, entrate nella vita pubblica e politica dopo una lunghissima esclusione, contribuirono in modo decisivo sia alla nascita della Repubblica che alla redazione della nostra Costituzione. La Carta non sarebbe quella che è senza il contributo delle madri costituenti, che portarono la propria esperienza e la propria domanda di libertà. Per le donne la democrazia costituzionale non è stata un dato scontato: è stata una conquista. Ogni avanzamento nei diritti, nella libertà e nell’autodeterminazione è passato attraverso istituzioni capaci di garantire equilibrio tra i poteri e indipendenza della giustizia. Indebolire questo equilibrio significa mettere a rischio anche il percorso di emancipazione costruito dalle donne nel tempo. Difendere la Costituzione significa quindi difendere anche la possibilità concreta per le donne di far valere i propri diritti.

Il senso del limite: un principio femminista e democratico

Viviamo un tempo in cui il senso del limite – così centrale nel pensiero e nella pratica femminista – sembra progressivamente smarrito. Nel pensiero femminista il limite, lontano dall’essere una mancanza, è la condizione che rende possibile la libertà e la relazione. La libertà nasce dal riconoscimento del limite, che impedisce a qualcuno di farsi assoluto, di porsi come misura unica del mondo e di cancellare o assorbire l’altro. Senza limite non c’è relazione, ma dominio. Il limite è ciò che impedisce l’assolutizzazione del potere e mantiene aperto lo spazio della pluralità, della differenza, quindi delle libertà. Questa intuizione attraversa anche la tradizione costituzionale delle democrazie moderne. La separazione dei poteri nasce dalla stessa consapevolezza. Il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario si bilanciano anche per evitare che uno di essi possa ergersi a potere assoluto. La democrazia costituzionale non si fonda sulla concentrazione del potere, ma sul suo limite e sull’equilibrio che garantisce la libertà. Quando uno dei poteri tenta di espandersi senza riconoscere i limiti che gli sono propri, la logica della relazione tra poteri lascia il posto alla logica del dominio. Per questo difendere il limite è un atto profondamente democratico. Ed è proprio questo principio che la riforma della giustizia oggi proposta rischia di incrinare.

Una riforma sbagliata nel metodo e nel merito che non giova alle donne

La riforma della giustizia sulla quale siamo chiamate e chiamati a esprimerci il 22 e 23 marzo mette in discussione proprio l’equilibrio tra i poteri. Presentata come riforma della “separazione delle carriere”, interviene in realtà sull’architettura complessiva dell’ordinamento giudiziario, alterando il sistema di pesi e contrappesi tra i poteri disegnati dalla Costituzione. Anche il metodo seguito per la sua approvazione è significativo: il percorso previsto dall’articolo 138 della Costituzione nasce per favorire il dialogo tra maggioranza e opposizione su modifiche che riguardano l’intero ordinamento democratico. In questo caso, invece, ogni proposta di modifica è stata respinta e il testo approvato coincide integralmente con quello presentato dal governo. Questa chiusura al confronto segnala una concezione del potere che nega il riconoscimento dei limiti e dei contrappesi istituzionali.

La riforma stravolge il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) quale organo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Il CSM è il luogo in cui si difende l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri, si valutano le professionalità, si nominano i dirigenti degli Uffici e si esercita la funzione disciplinare. Dividerlo in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – significa frammentarne la forza e ridurre la capacità di difesa dell’autonomia della magistratura. A questo si aggiunge la sottrazione del potere disciplinare al controllo del Capo dello Stato, che viene attribuito a un nuovo organo: l’Alta Corte di Giustizia. Il risultato complessivo è una magistratura più fragile e più esposta alle pressioni della politica. Ma l’indipendenza della magistratura non è una questione astratta o corporativa: è una garanzia per i diritti di tutti e di tutte e, in particolare, per chi si trova in condizioni di maggiore vulnerabilità. Quando l’autonomia della giustizia si indebolisce, si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e tutelare violenze, discriminazioni e disuguaglianze. Ed è proprio per questo che la difesa dell’indipendenza della magistratura riguarda direttamente e nel concreto la libertà e i diritti delle donne.

Più a rischio i diritti delle donne nelle aule di giustizia, più difficile contrastare la violenza maschile

L’assetto della giustizia determina una scelta fondamentale: chi viene protetto dallo Stato e chi no; cosa è rilevante per lo Stato e cosa non lo è. Dentro questa scelta ci siamo anche noi donne, perché la tutela non è astratta: è protezione concreta. La riforma rischia di modificare profondamente il ruolo del pubblico ministero e di produrre due effetti che possono sommarsi: da un lato un pubblico ministero più esposto all’indirizzo politico nella definizione delle priorità investigative, dall’altro un suo progressivo allontanamento dalla cultura della giurisdizione a favore di una cultura dell’investigazione pura. Le donne rischiano di diventare l’ultimo dei problemi nell’agenda delle procure. Violazione dei diritti umani, violenza maschile contro le donne e discriminazioni potrebbero non rientrare più tra le priorità effettive dell’azione penale. La separazione netta delle carriere e dei percorsi formativi tra magistrati giudicanti e requirenti può produrre un ulteriore effetto pericoloso: pubblici ministeri sempre più distanti dalla cultura della giurisdizione e sempre più assimilabili ad “avvocati dell’accusa” o “della polizia”. Questo è un punto decisivo. L’ostacolo maggiore all’accesso delle donne alla giustizia non è infatti soltanto legislativo: è soprattutto culturale e formativo. Oggi questa formazione avviene all’interno di una magistratura unitaria, nella quale pubblici ministeri e giudici si formano insieme, condividono percorsi e confronti professionali. Separare le carriere significa spezzare questo circuito. Il pubblico ministero è un organo pubblico, è custode della legalità e ha un ruolo di garanzia pubblica, per questo deve condividere con i giudici la cultura della giurisdizione.

Un pubblico ministero che condivide la cultura del giudicante sa leggere il ciclo della violenza maschile, sa che le ritrattazioni spesso sono il segno di una condizione di assoggettamento prodotta dalla sperequazione di potere tra uomo e donna che caratterizza le relazioni violente, come pure sa che il ritardo nelle denunce non delegittima la persona offesa. Questa è la cultura della giurisdizione: cercare la verità dei fatti nel rispetto delle norme, non condizionati da stereotipi e pregiudizi e senza rivittimizzare chi denuncia. Le conseguenze non riguardano solo i processi penali, ma anche i processi civili e minorili. La magistratura inquirente si occupa anche di violenza assistita, di tutela dei minori, di molestie nei luoghi di lavoro, di discriminazioni e diritti delle persone più vulnerabili. Quando la giustizia si indebolisce non sono i più forti a pagare il prezzo della riduzione delle garanzie, ma chi è già più esposto. Le donne che denunciano violenza lo sanno bene. In questo contesto l’indipendenza costituzionale del pubblico ministero rappresenta una garanzia fondamentale: significa che la tutela dei diritti non dipende dall’orientamento politico del governo di turno. Se questa indipendenza venisse indebolita – attraverso gerarchizzazione delle procure, priorità investigative o nuovi strumenti di controllo – il rischio sarebbe una tutela più incerta e disomogenea dei diritti. E nei reati di violenza maschile contro le donne ogni arretramento interpretativo o ogni disomogeneità può trasformarsi in un rischio concreto per tutte le donne.

Votiamo NO a tutela delle donne

I problemi della giustizia italiana sono reali: lentezza dei processi, carenze organizzative, insufficienza di personale, di risorse e mancanza di formazione continua. Modificare sette articoli della Costituzione non accelera di un solo giorno i processi. Servono invece investimenti in magistrati e personale amministrativo, risorse per l’edilizia giudiziaria e formazione.

Occorre che il ministro della Giustizia, in attuazione dell’articolo 110 della Costituzione garantisca l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

Per questo il nostro NO è una scelta femminista e democratica.

Votiamo NO per difendere:

– la Costituzione nata dal lavoro delle nostre madri e dei nostri padri costituenti

– l’equilibrio tra i poteri dello Stato, contro la volontà di potere assoluto di questa destra che

ostacola i diritti e la libertà di autodeterminazione delle donne.

Carla BASSU, costituzionalista // Concetta GENTILE, avvocata civilista // Fabrizia GIULIANI, filosofa // Teresa MANENTE, avvocata penalista // Maria MONTELEONE, magistrata // Elvira REALE, psicologa hanno lanciato questo appello, che in pochi giorni è stato sottoscritto da migliaia di giuriste, scrittrici, giornaliste, filosofe, attrici, registe, sindacaliste, cantanti, professioniste della sanità e tutte le professioniste delle reti antiviolenza, parlamentari e attiviste femministe.

(NoiDonne, 17 marzo 2026)

Un murales nel quartiere milanese di Gorla, a Nord-Est della città, di fianco al naviglio della Martesana. Il canale è stato progettato da Leonardo da Vinci nel 1400

Da sedici anni il progetto porta a scoprire le città e i suoi quartieri con uno sguardo interculturale e decoloniale. Visite guidate da accompagnatori e accompagnatrici con origini migranti fanno sperimentare un turismo urbano in cui le storie diventano la forma più efficace di resistenza. L’ultima tappa è a Nord-Est del capoluogo lombardo, un’altra zona preda di dinamiche di gentrificazione.

Dal latino solĭtas-atis, solitudine, la parola portoghese saudade, letteralmente “nostalgico rimpianto”, è quella che per Carla Oller meglio rappresenta il sentimento con cui ogni persona migrante deve fare i conti: la malinconia. Uno stato d’animo che include la mancanza di casa, della terra, della famiglia, della lingua e del cibo.

Una sensazione che Oller conosce bene, essendosi trasferita a Milano dall’Argentina insieme al marito dieci anni fa. Le sue origini, però, restano ben salde e si sono integrate con la nuova vita in città. Durante la giornata beve sempre il suo yerba mate – che ormai riesce a comprare anche al supermercato – insegna spagnolo a ragazzi e adulti e gestisce un blog, il Crónicas de Milán, dove condivide storie e aneddoti della città che l’ha accolta. Lo sguardo personale e originale ha anche portato Carla a diventare una delle accompagnatrici interculturali di Migrantour, il progetto nato 16 anni fa tra Torino e Milano per far raccontare le città da persone con origini migranti.

Come scriviamo da anni non si tratta di una semplice visita guidata ma di una passeggiata collettiva in cui si scoprono i quartieri attraverso le storie e le identità di chi li abita, con quello che l’antropologo Giacomo Pozzi, collaboratore di Migrantour, chiama lo “sguardo obliquo”: un modo, ideato dalla collaborazione tra il professore Francesco Vietti e l’operatore di Viaggi solidali, di intendere e visitare lo spazio con gli occhi dell’antropologia, “disciplina che si mette in ascolto di diversi saperi, non per parlare per conto di qualcuno ma affinché i processi di invisibilizzazione emergano e vengano scardinati attraverso le voci di chi li vive”, osserva Pozzi.

Migrantour mette quindi in evidenza quell’unione tra radici (in inglese roots) e percorsi (routes) teorizzata dall’antropologo statunitense James Clifford che contemplava l’idea che la cultura non sia solo statica e legata al territorio ma anche il risultato degli spostamenti e dei contatti culturali che si creano. Il progetto parte da questa concezione e dall’idea che le città stesse siano il frutto di tali incontri e trasformazioni.

Attiva in 12 comuni – tra cui Roma, Parma, Bologna, Firenze, Cagliari e Palermo – e in nove città europee, l’esperienza a Milano ha già coinvolto Chinatown, Porta Venezia e via Padova: tutte zone molto interculturali. Con Carla, il quartiere di Gorla, soprannominato “la piccola Parigi”, a Nord-Est della città, è diventato l’ultima aggiunta delle passeggiate.

Borgo storico del 1800, Gorla viene annesso a Milano solo nel 1923. «La sua storia è una storia di immigrazione, non solo internazionale da un continente all’altro, come oggi il termine fa sempre pensare, ma interna, da una regione all’altra» racconta Carla, munita di microfono ad archetto, di fronte a una trentina di persone radunatesi lo scorso 28 febbraio, per una tappa di Migrantour organizzata da Acra in occasione dell’Anthro day, iniziativa che ogni anno l’Università di Milano-Bicocca propone in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e di Torino, Iulm e La Sapienza di Roma, per far conoscere l’antropologia.

Prima tappa dell’itinerario sono le case popolari ex Crespi-Morbio di via Sant’Erlembaldo, nate nel 1939 in risposta alla crisi abitativa di quegli anni e all’aumento delle baracche – che in spagnolo Carla traduce come villas miseria – dove chi non aveva nulla, soprattutto le famiglie numerose provenienti dalla Puglia, trovava rifugio. La camminata prosegue poi dal Teatro Officina, punto di riferimento dell’area nato nel 1973 da un gruppo di studenti, insegnanti e operai che trasformarono il salone di una balera in un teatro di sperimentazione. A essere rappresentate però non sono le grandi opere ma le storie di chi vive il quartiere. Ne sono un esempio gli spettacoli Memoria di terra contadina, dove il teatro diventa cascina, oppure Cuore di fabbrica, che testimonia le voci degli operai. Il palco diventa anche spazio per laboratori con rifugiati politici e persone senza dimora, «dall’idea che sia importante raccontare le storie delle persone comuni», commenta l’accompagnatrice.

Con la stessa attenzione ai vissuti quotidiani, Carla legge ai partecipanti la storia di Ambrogino Sironi, un bambino di sei anni che la mattina del 20 ottobre 1944, a cinque giorni dall’inizio dell’anno scolastico, cercò in ogni modo di convincere i genitori a non mandarlo a scuola senza però riuscirci. 

Anche lui fu ucciso dalle 170 bombe anglo-americane che quella mattina, “per errore”, anziché colpire le fabbriche Breda, Alfa Romeo e Isotta Fraschini, distrussero l’istituto elementare Francesco Crispi di Gorla. Oggi a ricordare lui, il personale scolastico, i genitori e gli altri 200 bambini morti c’è una statua nella piazza dei Piccoli Martiri, con una madre che solleva il figlio deceduto e la scritta “Ecco la guerra”.

«Ero passata davanti a questo monumento tante volte senza mai fermarmi a guardarlo. – dice una partecipante al tour – Per chi non conosce il quartiere, queste passeggiate sono un modo originale di scoprirlo, mentre per chi ci abita un’occasione per soffermarsi su dettagli che prima, presi dalla frenesia della quotidianità, non si notavano neppure».

Carla Oller legge le storie di Ambrogino Sironi e Graziella Ghisalberti, quest’ultima sopravvissuta ai bombardamenti alla scuola Francesco Crispi del 20 ottobre 1944. Il monumento commemorativo ai piccoli martiri di Gorla, realizzato nel 1947, dispone di una cripta-ossario dove dalla metà degli anni Cinquanta sono conservate le spoglie dei caduti.

Dopo essere passati dal Circolo famigliare di unità proletaria in viale Monza, dove l’Italia si fonde con il Sudamerica grazie ai corsi di lingua e alle serate dedicate al nostalgico tango argentino e alla più vivace milonga, la passeggiata si conclude sulla Martesana, cuore del quartiere, con una riflessione dell’accompagnatrice. «Sono cresciuta in un continente che si dice essere stato “scoperto” e non “conquistato”. Un continente ribattezzato “America”, di cui non si conosce neppure con certezza il nome originario, e che dalla dottrina Monroe in poi viene utilizzato per indicare una singola popolazione, gli americani o statunitensi, e non gli abitanti dei 35 Paesi indipendenti che lo compongono. Se non si tramandano le storie e si parla di scoperta anziché di conquista, si invisibilizza il passato, le persone che hanno vissuto un luogo e la loro storia».

Un rischio che sembra attuale in un quartiere popolare come quello di Gorla, già preda di dinamiche di gentrificazione guidate da fondi immobiliari, attratti da quel passato che oggi lo rende “attrattivo”. Ma come dice Carla, descubrir in spagnolo significa manifestare e rivelare ciò che è nascosto: raccontare il quartiere attraverso le storie di chi lo ha reso quello che è, rappresenta forse un primo passo di resistenza, per evitare che qualcun altro lo faccia. «Quando non scriviamo la nostra storia, sono gli altri a farlo per noi».

(Altreconomia, 16 marzo 2026)

Il 6 marzo 2026 due autrici del pamphlet collettaneo “Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su argomenti scomodi” (Castelvecchi, 2024), Silvia Baratella e Laura Minguzzi, hanno presentato il loro libro con Betti Briano di Eredibibliotecadonne nei locali dell’associazione QuiArte, nella bellissima fortezza del Priamar.

In questa occasione sono state anche intervistate dalla trasmissione “Il salotto” dell’emittente savonese Radio Jasper. Hanno parlato del libro, di femminismo e invitato tutte alla Libreria delle donne di Milano. L’intervista, condotta da Daniela Liaci, è andata in onda il 16 marzo 2026.

Qui il podcast.

(www.radiojasper.it, 16 marzo 2026)

La mia generazione non ha conosciuto la guerra né la paura di una guerra, se non in tempi più recenti. Quella venuta prima di me è stata la generazione che la storia «obbligò a vivere in un clima di morte e indicibili violenze tra il fumo dei forni», come scrisse nel 1950 la filosofa ebrea ucraina Rachel Bespaloff, la cui storia ho conosciuto leggendo il libro La riparazione Donne che rammendano il mondo di Marcella Filippa. Oggi quella storia sembra tornare in un clima che ci avvolge di morte, di odio, di violenza e di forza tra il genocidio di un popolo. In quel periodo tragico dei totalitarismi, della guerra, delle persecuzioni e della ferocia imperante, furono donne, note o sconosciute – raccontate da Filippa nel suo libro – quelle che, con le loro scelte esistenziali, hanno saputo tenere accesa la luce, a volte fioca, della pietas, dell’umanità, dell’amore, delle relazioni tra donne, salvando sé stesse e tutte noi. Una su tutte, Maria Lucia Apicella Pisapia (1887- 1982), chiamata la “mamma dei morti”. Una storia poco nota, rimasta nell’ombra e sepolta per tanto tempo. Lucia nasce a Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno, in una famiglia povera e numerosa. Coltiva la passione per il ricamo. Di lei si sa poco. È la “madre dei morti”, che – come racconta l’autrice – si prende cura del corpo dei soldati caduti in guerra, senza badare alla loro nazionalità, ma solo all’essere umano. La guerra lascia una scia di cadaveri da entrambe le parti, e Lucia – spesso da sola, talvolta con una donna più giovane, Carmela Passaro – decide di recuperare ciò che resta di quei corpi martoriati, di scavare per trovare qualche oggetto che li identifichi, nonostante il pericolo delle mine. Scava con le nude mani per riportare alla luce ciò che resta di quei corpi per dare degna sepoltura. Recupera oltre mille corpi, che pulisce delicatamente e restituisce alle famiglie in piccole scatole di zinco. Quando molto tempo dopo la Germania, in segno di riconoscenza, le conferì la gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Federale Tedesca, incontrò Karolina Wagner, alla quale aveva consegnato il corpo del figlio e l’orologio che il giovane portava al polso. Le due donne si sono abbracciate. Lucia rifiutò un riconoscimento per il suo impegno nel recuperare i resti degli “invasori nemici tedeschi” e la cittadinanza onoraria, se la parola “nemici” non fosse stata cancellata. Leggendo questa storia ho pensato, in particolare, ai giovani ucraini e russi mandati a morire in una guerra senza fine. Chi sa se un giorno ci sarà anche lì una “madre dei morti” che restituirà alle madri il corpo massacrato dei propri figli? L’ odio, la violenza, il dominio sugli uomini, sulle donne e sulla natura non sono che facce feroci di un patriarcato incarnato, oggi come ieri, da uomini che idolatrano la forza e seminano distruzione, morte, massacri, genocidi, dolori e sofferenze, rendendo il mondo più insicuro e disumano. Generazioni di donne hanno invaso le piazze del mondo contro la guerra e per la pace da cui ha avuto origine la stessa data dell’8 marzo, scelta nel 1921 da Alessandra Kollontaj alla Conferenza Internazionale delle donne comuniste, in ricordo di una manifestazione di donne – 23 febbraio 1917 nel calendario giuliano corrispondente al nostro 8 marzo –, a Pietrogrado, per chiedere la fine della guerra e dello zarismo. La storia di donne per la pace viene da lontano e le madri e i padri costituenti l’hanno iscritta nella nostra Costituzione, che viene calpestata e tradita da quelle donne che hanno scelto di stare dalla parte degli uomini guerrafondai e militaristi, tradendo anche se stesse. A testimoniare quella storia, invece, il 28 marzo saranno le 10,100, 1000 piazze di donne per la pace che manifesteranno nelle città italiane e srotoleranno gli arazzi che stanno cucendo col filo della pace, nel dialogo e nelle relazioni.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 15 marzo 2026)

“La Sposa!”, da qualche giorno nelle sale italiane, è il nuovo film della statunitense Maggie Gyllenhaal, che torna alla regia con una rilettura molto libera del mito di Frankenstein. Più che un remake del classico del 1935 intitolato “La moglie di Frankenstein”, il film è una sorta di variazione contemporanea su quella storia. Prende un personaggio che nel mito è quasi una comparsa, la sposa, e lo mette al centro del racconto. La storia è ambientata nella Chicago degli anni Trenta. Qui arriva Frank, il mostro interpretato da Christian Bale, una creatura solitaria che vaga da più di un secolo e che porta con sé il peso della propria diversità. La sua unica speranza è una scienziata anticonvenzionale, la dottoressa Euphronius, alla quale chiede di creare una compagna per lui. Il corpo scelto per questo esperimento è quello di Ida, una giovane donna appena morta in circostanze violente. Quando Ida viene riportata in vita, però, non diventa la sposa che Frank aveva immaginato. La nuova creatura ha una personalità imprevedibile e ribelle, e la loro relazione si trasforma presto in qualcosa di caotico e pericoloso. I due diventano una coppia di outsider in fuga, quasi una versione punk di Bonnie & Clyde. Il film mescola horror gotico, gangster movie, musical e commedia nera, ma soprattutto prova a rileggere un grande mito della cultura popolare attraverso uno sguardo contemporaneo, mettendo in primo piano temi come la libertà femminile, il consenso e il diritto di definire la propria storia.

Parliamo di “La Sposa!”con Tiziana Triana, direttrice editoriale di Fandango.

Nel romanzo “Frankenstein”, Mary Shelley dedica solo poche righe alla possibile compagna della creatura. È un personaggio fugace che esiste appena il tempo di voltare pagina prima di essere già distrutto dal suo creatore, il dottor Frankenstein. Eppure questa figura quasi fantasma ha continuato a generare, nel corso degli anni, spin-off, reinterpretazioni e nuove mitologie.

“The Bride!”, o “La Sposa!”, con il punto esclamativo,di Maggie Gyllenhaal dialoga apertamente con“The Bride of Frankenstein” di James Whale del 1935, che aveva seguito ovviamente il fortunato “Frankenstein” di quattro anni prima, riprendendone alcuni elementi strutturali, ma ribaltandone completamente il punto di vista. In entrambi i film abbiamo un prologo, che ci introduce alla storia vera e propria. Nel film del 1935, Whale apre il racconto con un raffinato gioco metanarrativo, ambientato in una lussuosa villa con una terribile tempesta fuori, dove Mary Shelley, suo marito Percy Shelley e Lord Byron, che sono tre dei quattro protagonisti della sfida letteraria di Villa Diodati che diede appunto origine a Frankenstein, introducono la storia come una sorta di continuazione del romanzo.

In “The Bride!” questo dispositivo ritorna, ma viene radicalmente trasformato. Mary Shelley appare come un fantasma vendicativo, deciso a scrivere il seguito rivoluzionario della sua creatura, quello che i suoi contemporanei non le hanno mai permesso di realizzare. Quindi una presenza fantasmatica, infestante, che possiede la sposa per farne la sua giustiziera contro un mondo di uomini violenti.

Un altro elemento di continuità è l’ironia. Già nel film di Whale, l’orrore convive con un gusto ironico e teatrale, fatto di citazioni visive e di costume che contribuiscono a rendere il tono sorprendentemente moderno. Anche l’estetica della sposa appartiene a questa dimensione.

La figura creata nel 1935 è immediatamente iconica e, in retrospettiva, già profondamente camp [uno stile teatrale, esagerato e affettato], con la celebre acconciatura a cono attraversata da sette ciocche bianche, un’immagine talmente potente da essere stata poi ripresa e parodiata anche nella versione anarchica di Mel Brooks, “Frankenstein Junior”. La differenza principale sta però nel centro del racconto. In “The Bride of Frankenstein” la storia ruota attorno agli uomini, il dottor Frankenstein la creatura e il dottor Praetorius, e la sposa appare solo per pochi istanti, pur restando una presenza memorabile.

In “La Sposa!”, invece, il vero motore narrativo è proprio lei. Il titolo stesso elimina la dicitura di Frankenstein. La sposa non appartiene a nessuno. È una creatura autonoma che rivendica la propria identità dichiarandosi, con un esplicito rimando alla celebre canzone di Anouk che ha segnato una generazione di adolescenti femmine degli anni ’90, a cui evidentemente appartengo, una nobody’s wife, un gesto che trasforma una figura nata ai margini del racconto in protagonista assoluta.

Lo accennavi, uno dei motivi che attraversano il film è la rabbia femminile. In che modo questa dimensione contribuisce a costruire il personaggio della sposa e tutto il racconto nel suo insieme?

Nel contesto del femminismo pop, dei social e dei meme, è nata un’espressione che trovo molto efficace per rispondere a questa domanda. «We support women’s rights and wrongs». La frase riprende il più noto «We support women’s rights» e vi aggiunge provocatoriamente “and wrongs”. Sosteniamo i diritti delle donne, certo, ma anche i loro torti, i loro errori, le donne che sono antieroine e che usano la propria rabbia per rivendicare libertà e autodeterminazione. A questa categoria appartiene senza dubbio la rabbia vendicativa del fantasma di Mary Shelley e della sposa. È una rabbia che si manifesta innanzitutto attraverso le parole. Un linguaggio frammentato, scomposto, nato dal dialogo continuo fra Mary Shelley e la sua nuova creatura. Parole che possono sembrare casuali o incoerenti, ma che in realtà esprimono il caos che la sposa sta per scatenare nel mondo. A questa dimensione verbale si affianca poi una rabbia più fisica, mostruosa, orrorifica, che prende forma in morsi, sangue, uccisioni e smembramenti.

La scrittrice Jude Ellison Sadie Doyle, nel libro dedicato al mostruoso femminile [“Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne”], pubblicato in Italia da Tlon, scrive: «Il terrore delle donne è forse la più importante verità dietro alla misoginia. Del resto una gabbia ha due scopi. Il primo è confinare, tenere in trappola, impedirci di fare incursioni nel loro territorio e di impadronirci di ciò che reputano proprio. Ma il secondo scopo, quello di una gabbia, è più interessante, è quello di proteggere il mondo circostante da ciò che è rinchiuso dentro. La gabbia esiste per evitare che le donne ne escano fuori». Ecco, la sposa è uscita dalla gabbia e a farla uscire sono state anche le lotte che le donne hanno portato avanti, spesso proprio attraverso la rabbia, dal 1818, anno di pubblicazione di “Frankenstein”.

In questa prospettiva la sua furia non è soltanto distruzione, è il segno di una liberazione tardiva, ma ormai irreversibile.

Nel film torna più volte la frase di Herman Melville tratta da Bartleby, lo scrivano, «I would prefer not to», “preferirei di no”. Come viene trattato il tema del consenso nel film?

L’uso della celebre espressione, «I would prefer not to», tradotta con un non perfetto “preferirei di no”, è chiaramente un inserimento consapevole da parte della regista Gyllenhaal, per indicare quel rifiuto un po’ polite, quel sottrarsi a un sistema che non si sopporta più.

Mary Shelley muore prima della pubblicazione del racconto, che è del 1853, ma il suo fantasma che appare nel prologo evidentemente non solo lo ha letto, ma ne ha compreso la radicale forza di cambio di prospettiva. Così come Bartleby, che sembra doversi negare agli altri, o quantomeno alle aspettative che gli altri nutrono nei suoi confronti per affermare se stesso, anche la sposa reclama il diritto di rifiutare il destino che le è stato imposto. Fin dall’origine, infatti, la sposa nasce da un gesto radicalmente non consensuale, viene creata per essere la compagna e la creatura, senza che nessuno le chieda cosa desideri davvero. In questo senso, il suo stesso corpo è il risultato di una decisione presa da altri. La ripetizione come un mantra dell’espressione durante tutto il film permette alla sposa di sottrarsi alla logica che la vorrebbe definita soltanto in relazione a qualcuno, moglie di, creatura di, come proprietà o corpo a disposizione. Dire no, o anche solo preferirei di no, diventa il primo gesto di autodeterminazione, e il rifiuto di Bartleby diventa il linguaggio con cui la sposa può finalmente esprimere ciò che nel XIX secolo non poteva ancora essere detto apertamente, cioè il diritto di negare il consenso e di sottrarsi al ruolo che altri hanno scelto per lei.

Molte recensioni parlano di un film pieno di idee, citazioni e riferimenti, ma anche un po’ caotico. In effetti il film passa dal gotico, al gangster movie, al musical, alla commedia nera, ed è pieno zeppo di rimandi da altri film, da “Joker Folia at Two”, “The Rocky Horror Picture Show”, “Frankenstein Junior” e tanti altri che poi sono stati citati nelle recensioni. Questa mescolanza, secondo te, arricchisce il film o lo rende dispersivo?

Sicuramente “The Bride!” è costruito come un oggetto volutamente ibrido, che attraversa generi diversi e che dialoga continuamente con altre opere della cultura pop e del cinema. Non a caso, per esempio, proprio in Rocky Horror compare uno dei motti più celebri della cultura queer, «Don’t dream it, be it», «Non limitarti a sognarlo ma diventalo», che sembra risuonare perfettamente anche nel percorso della sposa, una creatura che non accetta più di essere solo un progetto o un desiderio altrui ma rivendica il diritto di diventare qualcosa di nuovo. Da questo punto di vista la mescolanza di stili forse non è solo decorativa, riflette la natura stessa delle creature fatte di pezzi diversi, assemblate insieme. Anche il film in un certo senso è cucito, come il corpo di Frankenstein e della sposa, prende frammenti di generi, epoche e immaginari differenti e li ricompone. Questa instabilità è anche una scelta coerente con il personaggio, la sposa è una figura che sfugge alle categorie e il film che la racconta rifiuta lo stesso modo di restare dentro un solo genere.

(Internazionale Cultura, podcast di Internazionale riservato agli abbonati, 14 marzo 2026)