Questo articolo è un’anticipazione di “Donne Chiesa Mondo”, il mensile femminile dell’“Osservatore Romano”, che nel numero in diffusione da sabato 3 ottobre propone una genealogia femminile del francescanesimo

Quando l’oscurità cala sulla Domenica delle Palme del 1212 (o del 1211 per alcuni), la ragazza forza la serratura della porta sul retro del proprio castello, quella che si apriva solo per far passare i cadaveri. Appena uscita, viene ingoiata dalla notte di Assisi. Cammina per le strade buie e deserte fino alla piana della Porziuncola, il luogo convenuto. Lì la attende Francesco con gli altri frati. Determinata ad andare fino in fondo, gli porge i capelli perché li tagli, sancendo l’irrevocabilità della sua scelta. Quella ragazza è Chiara. Ma raccontare quella notte soltanto come il momento in cui una giovane donna sceglie di seguire Francesco significa già perdere qualcosa di essenziale. Perché Chiara non è una seguace. Non è la donna che sta “dietro” al santo. È una delle protagoniste della radicale invenzione spirituale, sociale e politica che prende forma ad Assisi all’inizio del Duecento. Per questo è utile rileggere Francesco – di cui ricorrono gli 800 anni dalla morte – attraverso le donne che ne hanno accompagnato la vita, custodito il messaggio e trasformato l’intuizione spirituale in pratica quotidiana, comunità, cultura e cura. E guardare al francescanesimo non soltanto come alla storia della santità maschile, ma come a un laboratorio di relazioni, libertà femminile, resistenza e condivisione.

«Non c’è Francesco senza Chiara» resta un’affermazione vera, ma rischia di conservare una grammatica antica: quella per cui dietro ogni grande uomo ci sarebbe una grande donna. Una concessione, apparentemente generosa, a un’agiografia patriarcale nella quale il protagonismo femminile viene riconosciuto soltanto in quanto ancillare a quello maschile. Chiara è protagonista della stessa intuizione spirituale di Francesco e, insieme, una donna che quella intuizione traduce in una propria forma di vita. La sua fuga, a diciott’anni non è soltanto un gesto di adesione a una vocazione religiosa: è anche la scelta di sottrarsi a un destino familiare già scritto, a un matrimonio, a un patrimonio, a un ruolo sociale. Il corpo di una giovane nobildonna, destinato a essere parte di una rete di alleanze familiari, diventa così il primo spazio della sua autodeterminazione. Il taglio dei capelli, la rinuncia agli abiti nobiliari e la scelta di un abito povero non sono soltanto segni di penitenza, ma gesti attraverso cui afferma pubblicamente la propria autonomia. È questa l’irremovibilità con cui la primogenita della nobile casa di Favarone degli Offreducci si mette al fianco del figlio del mercante Pietro di Bernardone, per condividerne fino in fondo lo stile di vita, almeno per quanto le norme ecclesiastiche dell’epoca consentivano. E anche oltre. Chiara sfida perfino papa Gregorio IX per vedere riconosciuto a lei e alle proprie sorelle il privilegium paupertatis: il permesso, cioè, di vivere, come unico privilegio, la povertà, restando fedele alla vocazione originaria sua e di Francesco. È una battaglia che va letta anche per quello che è: la difesa dell’autonomia di una comunità di donne. Chiara non chiede semplicemente di essere autorizzata a vivere santamente. Rivendica il diritto di scegliere e conservare una forma di vita fondata sulla povertà, senza che l’istituzione ecclesiastica possa ricondurla a un modello più controllabile. La povertà diventa così anche una forma di libertà dal potere: dalla proprietà, dalla dipendenza economica, dalle gerarchie che attraverso il possesso stabiliscono chi può decidere e chi deve obbedire.

Il francescanesimo femminile è anche una storia di donne che hanno costruito spazi di autonomia dentro strutture che autonomia ne concedevano pochissima; di donne che hanno fatto della comunità una forma di resistenza; di donne che hanno custodito una parola spirituale trasformandola in pratica. La sorellanza non è un elemento laterale: è una delle infrastrutture del francescanesimo. Lo conferma, soprattutto, la grande tradizione di fede che da loro ha avuto origine. Negli ultimi otto secoli, migliaia e migliaia di uomini e donne di tutti i continenti hanno deciso di fare della memoria di Chiara e Francesco un’opzione concreta e della loro santità un modello perseguibile. La vita e la morte dei due santi di Assisi hanno generato quella “famiglia francescana” che rappresenta una delle correnti spirituali più feconde all’interno della tradizione cristiana. Una “famiglia” quanto mai complessa e articolata, ricca di intuizioni e differenziazioni che mai, però, hanno comportato la rinuncia a riconoscere nella povertà una delle proprie cifre distintive.

Dentro questa storia è necessario riconoscere una presenza femminile che non può essere considerata semplicemente complementare a quella maschile. Accanto a Chiara, alle sue sorelle e alle compagne delle origini, una lunga genealogia di clarisse, mistiche, scrittrici e donne impegnate nella cura ha custodito e trasformato nei secoli l’intuizione francescana. Contrariamente a certa narrativa, il rapporto tra i due fondatori-ispiratori di questo movimento evangelicamente rivoluzionario non può essere relegato, come sottolinea lo storico francese Jacques Dalarun, «nella sfera ideale degli amanti nel giardino di un Eden mistico». Non ci sono un “poverello d’Assisi” e la sua innamorata spirituale. I “poverelli” sono due, poiché al cuore del sodalizio tra Francesco e Chiara non si trova soltanto una reciprocità di stima e di affetto, bensì la volontà di ciascuno dei due – e di entrambi insieme – di seguire Gesù in modo totalizzante, grazie all’indissolubile legame con “sorella povertà”. La fraternità con quest’ultima rende il loro legame saldo, ma anche speculare. A nutrirlo non è solo la medesima tensione ideale o la stessa istanza morale, ma una relazione con Dio resa possibile dalla spoliazione dei beni e di sé.

Per Francesco e Chiara la povertà non è soltanto una virtù né uno strumento di ascesi: è una condizione identitaria. Per questo è irrinunciabile, non negoziabile, anche di fronte alle richieste o, soprattutto per Chiara, alle ingiunzioni ecclesiastiche. È proprio nella sua resistenza a queste ingiunzioni che la sua scelta assume una dimensione “politica”: difendere la povertà significa difendere la possibilità di una comunità femminile di non dipendere dalla ricchezza e dal potere altrui per esistere. È stato giustamente osservato che una tale visione della povertà risponde alla logica dell’epoca e va capita alla luce del diritto romano, secondo cui i filii familias erano privi di titolarità patrimoniale. Potevano utilizzare i beni di famiglia, ma non possederli. Per Francesco, in quest’ottica, il privarsi dei beni di fronte al padre non significa solo rifiutarne l’uso: è una rinuncia pubblica alla titolarità di quanto gli spetta, la scelta della precarietà come condizione di abbandono fiducioso a Dio. Chiara probabilmente assiste all’evento dalle finestre del suo palazzo affacciato su San Rufino, dove si è svolto. E ne compie uno di valore analogo. La testa rasata mostrata allo zio Monaldo e ai cugini accorsi a riacciuffare la fuggitiva, il sacco da contadina come abito, divengono il segno di un viaggio senza ritorno: come penitente, è sottratta alla giurisdizione della famiglia per passare a quella della Chiesa. Anche per quest’ultima, tuttavia, non è stato facile accettare la sua opzione per la povertà, tanto da avere cercato numerose volte di ricondurla sulla traiettoria più consueta della clausura. Francesco e Chiara leggono il Vangelo sine glossa, cioè esattamente come è scritto, senza interpretazioni o adattamenti. Un esempio da osservare senza sconti o scappatoie. Da qui la fiducia totalizzante nella beatitudine dei poveri, un invito quantomai scandaloso nel tempo in cui prende lentamente forma il capitalismo.

Non tutti, certo, sono chiamati a scegliere di diventare francescani o clarisse, ma tutti, anche oggi, sono chiamati a lasciarsi interrogare dai due “poverelli di Assisi” per arrivare a capire che cosa significhi, nell’età del capitalismo ormai maturo, imboccare la via povera del Vangelo. E qui la vicenda di Chiara torna a parlarci con particolare forza. La sua povertà non è soltanto una rinuncia ai beni, ma una diversa concezione del potere: la possibilità di costruire una comunità nella quale il valore non coincida con ciò che si possiede, nella quale la cura dell’altra e dell’altro diventi una forma di organizzazione della vita e nella quale la vulnerabilità, invece di essere una condizione da nascondere o da sfruttare, possa diventare uno spazio di relazione. La sua resistenza alla Curia, la difesa del privilegium paupertatis e la comunità delle sorelle di San Damiano raccontano, in questo senso, una forma di disobbedienza femminile che parla anche al presente. Il Concilio Vaticano II lo ha intuito e lo ha indicato come direzione da prendere per avviare il rinnovamento indispensabile: la bussola di una missione ecclesiale in un’epoca di disuguaglianze sempre più intollerabili e di ingiustizie profonde che deturpano il sogno di Dio per l’umanità. L’auspicio di Giovanni XXIII per una Chiesa «di tutti e particolarmente dei poveri» – fisicamente presente a Roma attraverso i vescovi delle aree dimenticate del mondo – viene declinato da trentanove padri conciliari che, riuniti il 16 novembre 1965 nelle Catacombe di Domitilla, sottoscrivono l’omonimo “Patto”. Un impegno a camminare con e fra i senza risorse né potere, attraverso la rinuncia ai privilegi per adottare uno stile di vita semplice e di servizio, come testimonianza vivente di «una Chiesa povera per i poveri».

Ci sono volute certamente generazioni perché alcune “visioni di futuro” cominciassero a imporsi. L’America Latina, tuttora la terra più diseguale al mondo, ha fatto da apripista con le storiche Conferenze di Medellín e Puebla. Provocati dal Concilio e decisi a incarnarlo in un contesto di oppressione e violenza, i vescovi del Continente hanno scelto di guardare la realtà dal punto di vista degli ultimi, dei marginali, degli scartati. «L’opzione preferenziale per i poveri», dunque, non nasce da un’ideologia astratta, bensì dalla contemplazione di Cristo nei volti dei crocifissi della storia. Un ritorno – come per Francesco e Chiara – alla radicalità evangelica, cioè al monito di Gesù: “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt 6,24). Lentamente, tale consapevolezza è diventata patrimonio comune di tutta la Chiesa, del suo Magistero e della sua azione pastorale. Non è un caso, ma piuttosto una coincidenza su cui riflettere, che nel momento in cui Jorge Mario Bergoglio ha accettato di diventare il 266º Pontefice, proprio un figlio della famiglia francescana, il cardinale brasiliano e frate minore Cláudio Hummes, gli abbia detto: «Ricordati dei poveri!». Quella frase, come lui stesso ha più volte raccontato, è stata l’ispirazione che ha portato l’arcivescovo di Buenos Aires a imporsi il nome di Francesco, il primo Papa a farlo. Segno che la scelta dei due santi di Assisi ha ormai impresso un sigillo permanente non soltanto alla storia della spiritualità, ma a quella dell’intera comunità ecclesiale.

Ma se Francesco è diventato, nel tempo, il nome stesso di una Chiesa che vuole tornare ai poveri, Chiara può aiutarci a leggere un’altra dimensione di quella stessa rivoluzione: quella della libertà femminile, della cura, della comunità e della resistenza al potere. È una genealogia che attraversa gli otto secoli successivi e passa attraverso le clarisse, le mistiche, le scrittrici e le donne che hanno custodito la memoria francescana, traducendola in forme concrete di vita. Fondamento, lungo i secoli, della nascita di sempre nuovi ordini religiosi maschili e femminili, la povertà viene così riconosciuta nel senso che i due poverelli volevano incarnare: non testimonianza di santità individuale né privilegio ecclesiastico, bensì orizzonte di una riforma capace di rendere la Chiesa sempre più fedele al Vangelo. Ma forse oggi, accanto alla domanda su che cosa significhi una Chiesa povera per i poveri, occorre aggiungerne un’altra: che cosa significa una Chiesa capace di riconoscere la libertà e la parola delle donne che, nei secoli, ne hanno custodito e trasformato il Vangelo? È una domanda che Chiara pone con una forza intatta. Non come figura ancillare di Francesco, ma come cofondatrice di un’esperienza spirituale che ha fatto della povertà una scelta di libertà, della comunità una forma di resistenza e della cura una pratica capace di attraversare i secoli. È da qui che il francescanesimo può tornare a essere, ancora oggi, non soltanto una storia di santità, ma un laboratorio di relazioni, libertà, cura e resistenza.

(Avvenire.it, 27 settembre 2026)

Il co-regista di NAZA, Yuval Abraham, ha annunciato nei giorni scorsi con questo testo, pubblicato dalla cantante israeliana Noa sul suo Facebook, che il documentario su Gaza sarà distribuito online gratuitamente sul sito di The Guardian nel mese di novembre. Prodotto dalla testata britannica e dalla rivista israeliana +972 Magazine, NAZA – acronimo militare ebraico che sta per “danno collaterale” (Nezek Agavi) – è uscito nelle sale di oltre 50 Paesi. Tuttavia, nessun distributore all’interno di Israele, della Cisgiordania o di Gaza ha acconsentito a proiettare l’opera.

Considerati l’interesse pubblico e l’importanza di questo film, Rachel [Rachel Szore, la co-regista] e io abbiamo deciso, insieme a The Guardian, di rendere Naza disponibile online, a titolo gratuito e senza limiti di tempo, affinché tutti possano guardarlo e ascoltare le testimonianze dei soldati. Ciò avverrà tra poche settimane, a novembre, la data più vicina che siamo riusciti a concordare. Nel frattempo, ci siamo rivolti ai cinema in Israele e abbiamo offerto loro il film gratuitamente, nella speranza che possa essere proiettato qui già da ora, in concomitanza con l’uscita nelle sale di tutto il mondo. Proiettare il film sarebbe un atto di coraggio di fronte alle notevoli violenze volte a cancellarlo. So che c’è un’enorme richiesta da parte del pubblico di vederlo e spero che, in un modo o nell’altro, tutti abbiano presto questa opportunità: o nei cinema o online, tra poche settimane.

Nell’ultima settimana sono state diffuse molte informazioni errate su di noi e sul film. Il film si basa su tre anni di approfondito giornalismo d’inchiesta e ogni singolo dettaglio è stato verificato e incrociato. Parlerà da sé e alla fine la verità emergerà con chiarezza. Abbiamo realizzato questo film per suscitare un dibattito pubblico sulle azioni del governo a Gaza: l’uccisione di oltre 73.000 persone, la maggior parte delle quali civili; la normalizzazione di una guerra di annientamento; e l’idea che «non ci siano civili non coinvolti nei fatti [cioè innocenti]». Ventiquattro soldati, tra uomini e donne, hanno compiuto il coraggioso passo di parlare davanti alle telecamere di ciò che un’intera società si rifiuta di discutere.

Riconoscere le atrocità commesse a Gaza non sminuisce in alcun modo l’orribile massacro del 7 ottobre, di cui Hamas è responsabile – di cui anche i soldati parlano nel film – e per il quale non può esserci alcuna giustificazione. Tutt’altro. Dopotutto, il rifiuto di affrontare ciò che stava accadendo a Gaza è stato tra i fattori che hanno spianato la strada a quel terribile sabato. E quel rifiuto continua. Il giornalismo non è tradimento. La critica non è tradimento. Ogni cittadino ha il dovere di sapere quando il proprio governo sta commettendo dei crimini, e ogni soldato che è stato testimone di tali crimini ha il dovere di parlare. Ci sono migliaia di soldati simili tra noi. Guarderanno questo film e riconosceranno personalmente ciò che vi viene descritto: l’uccisione di persone disarmate che varcano una linea immaginaria; l’autorizzazione di centinaia di operazioni Naza; gli attacchi sistematici contro le case delle famiglie; l’incendio e la distruzione fisica di Gaza; le uccisioni e gli spari contro persone affamate nei centri di distribuzione del cibo; e altri crimini per i quali non può esserci alcuna giustificazione. Anche se vi spaventa, è vostro dovere trovare un modo per testimoniare ciò a cui avete assistito. Vi diranno che la verità dovrebbe essere nascosta per salvaguardare l’immagine pubblica di Israele all’estero. Ma è una sciocchezza. Il mondo lo sa già. I crimini non sono qualcosa da giustificare o minimizzare con delle spiegazioni. Devono essere fermati. Nascondere la verità avvelena in primo luogo la nostra stessa società e, soprattutto, permette che le sofferenze inflitte agli esseri umani a Gaza continuino. E aggiungo una nota personale: per tre anni ho scritto in ebraico sulle regole d’ingaggio dell’esercito israeliano a Gaza per Local Call (Sikha Mekomit). Quelle inchieste sono state in gran parte ignorate in Israele. Ora, per la prima volta, qualcosa ha iniziato ad incrinarsi in quel muro di indifferenza. E questo è uno sviluppo positivo. È salutare. Sì, questo ha un costo personale notevole. È stata una settimana difficile. Ma in mezzo a tutto ciò, ci sono stati anche un enorme sostegno e una grande generosità. Una cosa è certa: le minacce non otterranno nulla. Non ci lasceremo intimidire. Rachel e io torneremo in Israele e, insieme ai nostri numerosi partner, continueremo a lottare per il futuro di questo luogo.

(Dal “muro” fb di Noa, 27 settembre 2026)

Da italiani e da ebrei, da nemici di tutte le forme di razzismo, esprimiamo la nostra contrarietà al disegno di legge 1004 in discussione alla Camera dei deputati che contrabbanda per lotta all’antisemitismo la delegittimazione e criminalizzazione di ogni posizione pubblica più o meno radicalmente antisraeliana.

Siamo contrari a questo disegno di legge perché il testo adotta la definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance, che soprattutto negli esempi che l’accompagnano confonde il rifiuto di ogni espressione di odio antiebraico con giudizi certamente opinabili ma che non costituiscono necessariamente antisemitismo.

Siamo contrari perché la lotta all’antisemitismo, tra le forme più antiche e odiose di razzismo, è una questione troppo seria per essere affidata a forze politiche che ne fanno il pretesto per legittimare le politiche e i crimini di Israele. Ciò è tanto più grave poiché alcune di quelle stesse forze che dichiarano amicizia verso gli ebrei fanno del razzismo una scelta politica, arrivando perfino a mettere in discussione il diritto costituzionale allo studio di bambine e bambini.

Siamo contrari perché questo disegno di legge non solo non aiuta ma rischia di complicare la lotta all’odio antiebraico. Mescolando impropriamente l’antisemitismo con qualunque posizione di contrapposizione alle politiche criminali di Israele, lo separa, lo isola dalle altre forme di razzismo, rendendo più fragili le basi etiche per contrastarlo.

L’antisemitismo sta rialzando la testa, persino a sinistra, innegabilmente favorito dall’agire di uno Stato che si qualifica come “ebraico” e alimentato dagli stereotipi di sempre, cui se ne aggiungono di nuovi, primo fra tutti l’identificazione tra governo israeliano ed ebrei. L’antisemitismo è una forma di sopraffazione “dell’uomo sull’uomo”: per combatterlo non servono nuove norme che confondono la critica a Israele con l’odio antiebraico. Invece è necessario rafforzare la lotta contro ogni forma di razzismo, senza eccezioni e senza strumentalizzazioni: questo è stato fino a oggi e questo resterà il nostro impegno.

L’appello è stato sottoscritto da molte/i anche a livello personale. Le singole adesioni sono visibili a questo link: https://ilmanifesto.it/da-italiani-e-da-ebrei-diciamo-no-al-ddl-antisemitismo 

(il manifesto, 27 settembre 2026)

Un giorno senza donne1 è un film molto importante per la costruzione di una pratica politica nonviolenta, gestita, come ci viene mostrato, dalle donne negli anni passati, in Islanda e in tutto il mondo. Esteticamente è bellissimo nel dare conto della organizzazione della mobilitazione delle donne in quel territorio per il giorno libero delle donne (nell’ottobre 1975). Fluiscono riprese del passato e del presente che si completano in disegni e cartoni animati, in fotografie d’epoca e interviste alle protagoniste, ieri e oggi. Le immagini della natura grandiosa esaltano gli stati d’animo lungo il film, in un esempio di creatività, leggerezza del discorso e verità che insegna a comunicare.

Mettersi d’accordo nella realizzazione di qualche cosa di sentito profondamente da moltissime è stato possibile aggirando esagerazioni personali e ideologiche e raccogliendo il 90% delle donne, bloccando l’intero paese, facendole così risultare convincenti. Per questo hanno contrattato tra loro tra definizioni considerate di destra e di sinistra e hanno accettato il nome di Giorno libero, anziché Sciopero, utilizzando un linguaggio nuovo.

Da quel momento tutto è cambiato e l’Islanda, dicono nel film, è divenuta il paese più facile da vivere al mondo, per le donne.

La mia impressione da quanto dicono e mostrano le islandesi è che ritengano di essere state riconosciute, in seguito a quell’evento, nella loro capacità di esprimere valenze differenti da quelle degli uomini; li volevano cambiare e non perdere la loro propria personalità. La parola parità secondo me non ha di per sé il portato dell’omologazione al maschile ma anche in Italia ha il portato della giustizia che libera le donne da un servigio e un’oppressione, per riconoscere l’esistenza del secondo sesso: dell’Altro. Per cui sta a noi esprimerci in modi personali, liberarci dall’educazione violenta dell’obbedienza e della delega al potere, per riflettere di come educare e educarci al dialogo con ogni altro: comprendere e distinguerci senza il sentimento del conflitto come scontro, ma soltanto quello della propria parzialità e dell’arricchimento dalla verità e parzialità dell’altra esistenza.

Conoscersi e mutarsi, mutare le proprie relazioni è possibile se si rimane vigili nella considerazione riflessiva dei nostri stati d’animo e di quelli di altre e altri, è un procedimento dinamico il dialogo: il motore di ogni elaborazione intellettuale e sentimentale e fa crescere qualcosa di nuovo. È inoltre la conferma che non sei solo e sola e che quello che vivi viene compreso potenzialmente da tutti e può essere affrontato in collaborazione. Un modo di prendere l’autorità politica da chi vuole convivere.

Questo esercizio lo si può pretendere da parte delle donne perché hanno iniziato una rivoluzione nonviolenta, si sono mostrate più inclini per storia sociale ad accogliere l’altro e anche nella fisiologia e pratica materna; e da quegli uomini che pensano di rinunciare al privilegio del comando perché essere due sessi a ragionare è molto meglio, come scrivono Marco Deriu, Claudio Vedovati e altri (vedi anche Disonorare la guerra2). La comprensione di una storia di oppressione personale può insegnare a ripetere lo schema oppressivo ma anche invece a risolverlo. 

Si può imparare a essere più semplici nelle nostre pretese e a non delegare il pensiero politico a nessuno dei potenti, neppure alle nostre abitudini ricevute con l’educazione che dal dominio deriva. La presenza di tutte le generazioni in politica, la bellezza della vecchiaia e la partecipazione politica fino alla fine della propria vita è ancora un miraggio nel nostro paese, pur con la vita lunga che abbiamo, perché l’altro non è ancora stato riconosciuto come interlocutore nelle abitudini della pratica politica istituzionale e in quelle educative della scuola, e al contrario il potere ha preparato un “altro” tecnologico che gli permetta di non confrontarsi mai con l’altro che siamo tutti noi.

Dialoghiamo in presenza, insegniamo a dialogare, facciamone esercizio in casa e in ogni altro luogo. Rallentiamo i tempi delle nostre risposte per riflettere, come ha detto una giovane all’incontro sulla solitudine dei social alla Libreria delle donne il 12 settembre scorso.

Discutere con amiche dopo il film mi ha fatto approfondire l’idea che essere nonviolente e non ideologiche sia l’essenziale per mutare la cultura maschile, e anche quella maschilista che ci viene suggerita dal potere in ogni istante di vita e relazione con gli altri. Il movimento islandese, quello italiano e molti altri hanno insegnato a considerare il secondo sesso non come servizio, ma a tutti gli effetti come un secondo soggetto politico che può, vuole, esprimersi, come la canzone ritmava.

«E poi, come si prosegue?» ha detto una delle mie amiche dopo il film.

Il “poi” per me comincia dall’aver imparato a esprimersi, ascoltarsi e organizzarsi per valere come soggetti. Continua nel continuare a farlo.

Certo non è facile non essere rese impotenti e obbedienti ancora, dal momento che il potere ha proprio questo progetto per tutti i soggetti esistenti, e si impegna a isolarli e sottometterli tutti. Rendere nota questa violenta battaglia che fa il potere e ricordarla sempre è già molto, perché ce lo si dimentica nei fatti dei nostri gesti quotidiani: noi deleghiamo di continuo e ci sottomettiamo di continuo ad azioni pensate per isolarci e renderci automatiche.  

(1) https://www.mymovies.it/film/2024/un-giorno-senza-donne/

(2) Maschile Plurale, a cura di, Disonorare la guerra. Percorsi e proposte per una maschilità di pace, Multimage Editrice 2026.

(www.libreriadelledonne.it, 24 settembre 2026)

Inizia il seminario annuale di Diotima a partire da venerdì 2 ottobre 2026, dalle 17,20 alle 19, in aula Menegazzi, per poi continuare con il seguente calendario fino a venerdì 6 novembre.

Venerdì 2 ottobre 2026, ore 17,20-19. Chiara Zamboni – Esperienza tra sentire, desiderio, enigma.

Venerdì 9 ottobre 2026, ore 17,20-19. Ida Dominijanni – Derealizzare la guerra, ovvero: l’anestesia dell’esperienza.

Venerdì 16 ottobre 2026, ore 17,20-19. Maia Cornacchia e alcune donne di Casa di Ramia – Percezione, presenza, rito.

Venerdì 23 ottobre 2026, ore 17,20-19. Cristina Faccincani – Il tempo dell’esperienza.

Venerdì 30 ottobre 2026, ore 17,20-19. Maddalena Spagnolli – Hannah Arendt: esercizi di immaginazione per dare senso alla contingenza dei fatti.

Venerdì 6 novembre 2026, ore 17,20-19. Sara Bigardi e Laura Colombo – Domande a quali risposte? Intelligenza artificiale e reti relazionali a confronto.

Gli incontri si terranno in aula Menegazzi, ex palazzo di Economia, Università di Verona, via dell’Artigliere 19, angolo via San Francesco. Per le studentesse e gli studenti: a chi frequenta almeno 4 seminari ed è iscritta/o alla laurea triennale e magistrale di Filosofia, alla laurea triennale e magistrale di Scienze dell’educazione, al corso di laurea di Servizio sociale e a quello di Studi strategici verrà inserito nel piano di studi 1 Cfu a partire da un breve elaborato.

Riattivare l’esperienza: una questione politica

Nella politica delle donne è fondamentale fare riferimento all’esperienza come leva per aprire una contraddizione fertile nel mondo già interpretato dai codici dominanti – in particolare nei contesti dove agiamo –, combattendo così per un significato della realtà che tenga conto della verità soggettiva e dello slancio del reale a cui partecipiamo.

Sappiamo che il riferimento alla verità d’esperienza è andato sempre di pari passo con la decostruzione critica delle tante interpretazioni che circolano della realtà. Una cosa non può andare senza l’altra. Tuttavia in questo momento storico molte segnalano la difficoltà nel mettere in parola quell’esperienza viva che può dare uno sguardo diverso e indicare una strada nel presente. Dare un taglio simbolico. La lettura della realtà, che è una delle nostre pratiche più importanti, a volte diventa pura critica al presente, perdendo di vista la scommessa politica che ci guida.

Per questo stiamo mettendo nuovamente a tema il ragionare su quel tessuto vivo, ricco di passioni, contraddizioni, desideri, lutti, scoperte che è la nostra esperienza. Non è un tema nuovo per il femminismo, ma nuovo è il contesto in cui si inserisce oggi tale questione.

Luisa Muraro in un testo di pochi anni fa segnalava quanto il capitalismo contemporaneo tragga profitto dall’appropriazione della nostra esperienza: “esproprio reso possibile dai progressi dell’informatica”, che così desertifica la vitalità dei vissuti. Invitava a stare in questo conflitto, combattendo con le uniche armi a disposizione: “con l’autenticità della presa di coscienza, con la ricerca della verità soggettiva, con la pratica delle relazioni, con la fiducia nelle altre donne”.

La difficoltà che stiamo vivendo nasce dal fatto che il tessuto simbolico delle mediazioni dominanti che ha retto il Novecento e forse anche gli inizi di questo secolo – almeno in Occidente – è completamente saltato. Di fatto il crollo del nucleo portante della civiltà maschile ci ha coinvolto forse più di quello che ci aspettavamo. Per muoverci sensatamente è come se dovessimo ricominciare dagli inizi: dall’esperienza vissuta soggettivamente e spartita con altre e altri. Mettendo in gioco tutto quello che abbiamo e facendolo circolare: il sentire del corpo con il suo lato inconscio, l’immaginazione attiva che ci pone creativamente in relazione all’altro, l’attenzione all’enigma che si svela e si vela nell’esperienza. E questo attingendo al dono prezioso di pensare con le altre e con loro dare parola a quel che viviamo.

Vitali dunque le domande: cosa significa oggi esperienza? Quale la sua forza politica? Che rapporto con il contesto contemporaneo? Come la verità soggettiva diviene parola condivisa?

Bibliografia:

Annarosa Buttarelli, Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Milano 2008.

Luisa Muraro, Al mercato della felicità, Napoli 2016.

Alenka Zupančič, Disconoscimento, Milano 2024.

(https://diotimafilosofe.it/diotima/grande-seminario/riattivare-lesperienza-una-questione-politica/)

La strada dell’intelligenza artificiale, a detta dei suoi stessi creatori, si sta rivelando sbagliata. L’8 settembre Jacob Coxon, un ricercatore di Anthropic, si è dimesso accusando la sua stessa azienda e OpenAI di correre verso l’apocalisse. «Le persone che sviluppano l’IA – ha detto – credono che questa tecnologia potrebbe eliminare tutti. Molti dirigenti delle aziende mitigano i loro timori con la stampa». «La corsa verso una superintelligenza – ha aggiunto – capace di auto-migliorarsi potrebbe arrivare a mettere in pericolo persino la sopravvivenza dell’umanità entro la fine di questo decennio». Si parla di sistemi, capaci di migliorarsi autonomamente al punto da sfuggire al controllo umano. Coxon ha aperto il vaso di Pandora. Dopo di lui, Evan Hubinger, che ad Anthropic guida il lavoro sulla sicurezza dei modelli, ha dichiarato che «c’è una possibilità superiore al 10% che l’umanità si estingua entro 10 anni». Il dirigente di Anthropic Dario Amodei ha confermato che «esistono pericoli reali», aggiungendo che «per troppo tempo l’industria ha mentito sul fatto che queste tecnologie non comportassero rischi». Oggi propone «un rallentamento coordinato, verificato da valutatori indipendenti e sostenuto da accordi tra governi». D’accordo con lui si sono detti Sam Altman e Elon Musk. A seguire, 1300 ricercatori, impegnati nello sviluppo dell’IA, hanno firmato un appello per chiedere al governo Usa che sostenga «uno sforzo internazionale» per «rallentare l’avanzata dell’IA».

Si sta riproponendo lo stesso scenario della fabbricazione della bomba atomica, un’altra strada sbagliata, che ancora oggi fa paura. Allora ci furono scienziati che si rifiutarono di partecipare al progetto. Lise Meitner, grande scienziata, disse: «Non avrò niente a che fare con una bomba atomica». Chi vi partecipò lo fece con grande entusiasmo, in nome di una scienza senza limiti, e solo dopo il test cominciarono a farsi domande «sul futuro della civiltà e sui rischi che comportavano i progressi della scienza». Finita la guerra in Europa, ma non nel Pacifico, anche allora molti ritenevano che il progetto doveva rallentare o addirittura fermarsi, e che comunque la bomba non andava sganciata sul Giappone. Sappiamo come è andata a finire. Solo dopo Hiroshima e Nagasaki molti si pentirono, si sentirono in colpa, ma ormai era troppo tardi. Per l’intelligenza artificiale nessuno si è rifiutato di partecipare al progetto. Oggi gli stessi creatori scoprono che è pericolosa. Davvero era difficile immaginarne le conseguenze o le hanno volutamente ignorate? Chiedono di rallentarne l’avanzata, ma non di fermarla. È come dire rallentiamo l’apocalisse ma non la fermiamo. Donald Trump li ha bollati come “forze molto negative” e non ha alcuna intenzione di rallentare, per mantenere il vantaggio sulla Cina. Jacob Coxon se n’è andato, rinunciando a un contratto milionario. Quanti altri lo seguiranno? Per chi ha investito montagne di soldi, alla fine, prevarrà l’avidità o la responsabilità? La verità è che ci sono strade che non bisogna prendere, come insegna Sun-tzu nell’Arte della guerra, antico libro della sapienza cinese, a cui si rifà Luisa Muraro nel suo libro L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto. «Ci sono strade – scrive il saggio – che non bisogna prendere, ci sono ponti che non bisogna attraversare, ci sono possibilità che non bisogna cogliere». Tra le strade che non bisognava prendere, Muraro indica, oltre alla bomba atomica, l’eugenetica che, «tradotta in programmi di governo nell’Europa del centro-nord e negli Usa, è infine sfociata in un genocidio» e l’utero in affitto che distrugge il fondamento della civiltà umana, il venire al mondo da corpo di donna, nella relazione con la madre. Strade che non bisognava prendere sono l’IA, il riarmo e il surriscaldamento globale, che mettono a rischio la sopravvivenza dell’umanità. Denunciare il pericolo dell’IA non è catastrofismo ma presa di coscienza, per fermare e non procrastinare una catastrofe senza ritorno.

(Il Quotidiano del Sud, rubrica “Io Donna”, 20 settembre 2026)

L’esperienza della perdita e dell’assenza è una delle più dolorose: è necessario affrontarla con il lavoro del lutto perché ne va della nostra umanità, sia nella sfera personale che in quella sociale. 

Viviamo tuttavia in società che da una parte tentano di esorcizzare la morte con innovazioni tecnologiche che si avviano a sostituire con avatar e robot le persone care defunte e dall’altra sembrano incapaci di dare una forma pubblica e condivisa alla perdita, anzi temono – come è successo a Cutro – che la condivisione del dolore possa diventare dissenso politico. 

Noi vogliamo invece sostare e dare voce al nostro sentire chiedendoci: 

Cosa accadde a una relazione quando una delle due persone muore? 

Come fare delle esperienze dolorose del lutto collettivo un momento trasformativo e di pratica politica che riconosca e faccia agire il legame con chi non c’è più?


Introducono Fosca Giovanelli, Daniela Santoro, Ida Dominijanni


Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza. Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it. È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.


Appuntamento: domenica 4 ottobre 2026 ore 10.30 presso la Libreria delle donne via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265

In copertina: Anna Atkins, Ptilota plumosa, da Photographs of British Algae: Cyanotype Impressions (1843-53). The New York Public Library Digital Collections

di Eman Abu Zayed*

Nel campo profughi di Nuseirat, nella zona centrale di Gaza, Sohair Al Bordani sta cercando di affrontare una vita completamente diversa da quella che conosceva prima della guerra. Sohair ha trent’anni e l’offensiva israeliana l’ha costretta ad abbandonare la sua casa a Jabaliya. Dopo dieci anni di matrimonio e dopo essersi presa la responsabilità di crescere i suoi quattro figli, Sohair non crede più che aspettare soluzioni o portare avanti procedimenti legali possa cambiare la sua difficile realtà. Con l’intensificarsi delle pressioni economiche e psicologiche causate dalla guerra, le controversie familiari si erano complicate e portare avanti il matrimonio era diventato estenuante. Pur cercando di far valere i propri diritti attraverso i canali legali, ha scoperto che accedere alla giustizia in quelle circostanze era diventato estremamente difficile.

«La guerra ha aumentato la tensione in famiglia, in un momento in cui anche i beni di prima necessità erano difficili da procurare», racconta Sohair. Con le procedure legali interrotte e il perseguimento delle cause sempre più difficile, Sohair ha preso la dolorosa decisione di rinunciare ai propri diritti alla ricerca di un nuovo inizio, lontano da anni di sofferenza: «Ho rinunciato a tutto perché ottenere uno qualsiasi dei miei diritti in queste circostanze era diventato estremamente difficile. Volevo solo trovare la pace e iniziare una nuova vita, lontana da tutto ciò che avevo vissuto».

La storia di Sohair Al Borani riflette la realtà di molte donne e famiglie di Gaza, rimaste intrappolate in procedimenti giudiziari in sospeso. Nonostante la guerra in corso, i casi relativi allo stato personale hanno continuato a essere sottoposti ai tribunali religiosi. Secondo lo sceicco Hassan Al-Jojo, presidente del Consiglio supremo della Magistratura della sharia nella Striscia di Gaza, i tribunali hanno registrato circa 8.701 casi di divorzio dall’inizio della guerra fino alla fine di maggio 2026. I tribunali hanno continuato a gestire i casi di diritto di famiglia nonostante le notevoli difficoltà, tra cui i danni agli edifici giudiziari e la carenza di giudici e personale.

Oltre ai casi di divorzio, i dati del Consiglio supremo mostrano che i tribunali hanno gestito circa 82.126 pratiche durante la guerra. Le corti hanno continuato a operare, nove dei dieci tribunali sono stati riaperti e «i servizi essenziali, tra cui le pratiche relative a matrimoni e divorzi e altre procedure non si sono interrotti», afferma Al-Jojo. Tuttavia, aggiunge che i tribunali operano con risorse fortemente limitate. Ogni corte dispone di un solo computer e le ripetute interruzioni di corrente, la carenza di materiale stampato e di forniture d’ufficio di base incidono sul loro lavoro. «La priorità in questa fase è continuare a fornire il servizio piuttosto che svilupparlo», afferma Al-Jojo.

I dati relativi ai divorzi da soli non riflettono appieno l’impatto della guerra sulle famiglie. Le conseguenze si sono estese alla capacità delle donne di far valere i propri diritti legali dopo la separazione, in particolare nei casi riguardanti gli alimenti, l’affidamento dei figli e i diritti finanziari, in un contesto caratterizzato da restrizioni alla libertà di movimento e dall’interruzione delle procedure giudiziarie. Nel caso di Aya Al-Sweiti, dopo essere stata sfollata da Jabaliya a Nuseirat, l’accesso ai propri diritti legali è diventato un’ulteriore sfida, portandola infine a rinunciare.

Per Suad Al-Naami, ventidue anni, la fine del suo matrimonio è arrivata molto prima di quanto si aspettasse. Dopo soli cinque mesi, si è trovata ad affrontare litigi legati alle condizioni di vita nelle tende e alle difficoltà dello sfollamento. Racconta che vivere in una tenda, insieme alla perdita di privacy e alle difficoltà nel soddisfare i bisogni primari, ha reso i conflitti più complessi. Questo l’ha spinta ad abbandonare il tetto coniugale per due mesi prima di prendere la decisione definitiva di porre fine alla relazione tramite il khul’ (divorzio avviato dalla moglie) piuttosto che rimanere in una situazione emotivamente estenuante.

«Non avrei mai immaginato che la mia vita matrimoniale sarebbe iniziata in questo modo. Speravo che avremmo avuto una casa e una vita stabile, ma lo sfollamento ha reso tutto più difficile – racconta – Vivevamo sotto un’enorme pressione. Non c’era privacy e ogni aspetto della vita diventava estenuante. Anche le questioni più banali si trasformavano in conflitti». Suad spiega che porre fine al matrimonio non è stata una decisione facile, soprattutto perché le ha richiesto di rinunciare ad alcuni dei suoi diritti, «ma sentivo che affrontare un lungo procedimento legale e aspettare per anni non avrebbe fatto altro che aumentare la mia sofferenza. Volevo solo ricominciare da capo. Rimanere in una relazione piena di problemi era più difficile della decisione di separarci».

L’avvocato Mohammad Al-Tala’a afferma che la guerra ha influito in modo significativo sul funzionamento delle istituzioni giudiziarie, limitando la possibilità delle persone di accedere alla giustizia. La distruzione dei tribunali e delle procure ha portato al rinvio di migliaia di udienze e alla sospensione di molti procedimenti. Migliaia di fascicoli e documenti sono andati perduti a causa dei bombardamenti, rendendo difficile dimostrare i propri diritti. «La guerra – spiega Al-Tala’a – ha creato circostanze eccezionali per quanto riguarda la tutela dei diritti di proprietà e l’esecuzione delle sentenze, rendendo il ripristino dei servizi giudiziari e lo sviluppo di meccanismi alternativi per la conservazione delle prove e dei documenti tra le priorità durante la fase di recupero e ricostruzione».

«I casi relativi agli alimenti, all’affidamento e al divorzio – continua – sono tra i più delicati a causa del loro impatto diretto sulla vita. La sospensione dei servizi di esecuzione dei tribunali ha lasciato molte donne aventi diritto agli alimenti senza una fonte di sostegno finanziario, senza cibo, medicine e alloggio, aumentando al contempo gli importi accumulati non pagati e rendendo più difficile la riscossione futura».

Al-Tala’a spiega che la continua sospensione dei procedimenti di divorzio ha lasciato alcune donne intrappolate in relazioni coniugali. «Le controversie familiari irrisolte – conclude – hanno avuto ripercussioni sui bambini, sia impedendo ad alcuni di mantenere i contatti con uno dei genitori, sia aggravando il disagio psicologico causato dall’instabilità familiare, oltre al trauma provocato dalla guerra stessa».

Tra cause pendenti e diritti negati, molte persone a Gaza attendono giustizia. Mentre i casi si accumulano, la garanzia dell’accesso dei cittadini ai propri diritti rimane un passo essenziale verso la ripresa.

(*) scrittrice palestinese e studentessa di traduzione a Gaza

(il manifesto, 27 agosto 2026)

Il Famedio o “Tempio della fama” occupa la parte centrale del Cimitero Monumentale di Milano e accoglie le tombe e le iscrizioni delle personalità che hanno reso celebre la città. Tra i 14 nomi che quest’anno nella cerimonia del 2 novembre verranno ufficialmente iscritti c’è quello di Luisa Muraro a riconoscimento dei suoi meriti intellettuali e umani che hanno vivificato la cultura della città. 

Intervistata per il volume collettivo Pensare Milano1 Luisa Muraro scrive: 

«Mi piace abitarci perché qui c’è società femminile, perché le donne che vivono in questa città, anche quelle che provengono da fuori, ereditano una storia di dignità femminile, una storia di esistenze femminili importanti. Maria Gaetana Agnesi matematica del secolo XVIII, dedicò le sue “Istituzioni analitiche” all’imperatrice Maria Teresa; Anna Maria Mozzoni, la migliore esponente del femminismo italiano nel secolo XIX, milanese di Rescaldina, conosceva e ammirava la figura di Guglielma. Una donna che ama la libertà, venendo a Milano queste cose le avverte, anche se le ignora nel dettaglio. Io le ho avvertite».

1 Marina Calloni, Marisa Bertoldini, a cura di, Pensare Milano. Intellettuali a confronto con la città che cambia, Guerini e Associati, Milano 1992

(www.libreriadelledonne.it, 17 settembre 2026)

Mentre le scie dei missili striano il cielo sopra lo stretto di Hormuz, gli iraniani – e soprattutto le iraniane – persistono nella lotta contro le imposizioni e la repressione del regime degli ayatollah. Lo fanno senza sosta, sfidando proiettili ed esecuzioni capitali, da quando una ragazza curda in vacanza a Teheran è stata uccisa dalla polizia morale. Era il 16 settembre del 2022 e le immagini dell’arresto di Mahsa Jina Amini rimbalzavano di città in città percorrendo tutto il globo, mentre l’Iran veniva incendiato dai giovani manifestanti. Quell’uccisione di Stato divenne il detonatore di un’imponente rivoluzione. Il movimento prende il nome di Jin, Jiyan, Azadi (Donna, Vita, Libertà) lo slogan curdo adottato dai manifestanti iraniani dopo la morte di Amini. Dall’autunno di quattro anni fa una marea di donne ha inondato vie e piazze, con i capelli al vento e i veli stretti in pugno; quelli che prima erano simboli di oppressione hanno cambiato lato e sono diventati strumenti di potere nelle mani delle iraniane. La risposta del regime non si è fatta attendere: repressione nel sangue, crudeltà e torture sono aumentate in un crescendo inarrestabile. Secondo Amnesty International, nel 2025 sono state giustiziate più di mille persone, un numero che non si registrava dal 1989. Dal 2022 la Repubblica islamica ha incrementato costantemente il numero di esecuzioni per intimorire e sedare le proteste, senza grandi risultati. Le donne iraniane cercano la liberazione da circa cinquant’anni, da quando nel 1979 la rivoluzione tradì le loro speranze. È da qui che parte il documentario A war on women della regista iraniana-canadese Raha Shirazi. Uscito nella scorsa primavera, A war on women è una pellicola che, con ritmo incalzante e materiale d’archivio sorprendente, mostra cinque decenni di storia e quattro generazioni di donne che hanno lottato per spezzare le catene opprimenti imposte dal regime. Abbiamo incontrato la regista durante la presentazione del documentario in un cinema all’aperto dell’estate romana. L’abbiamo raggiunta a fine documentario per chiederle la sua lettura della rivoluzione iraniana a quattro anni dall’evento che l’ha scatenata e a più di sei mesi dall’attacco israelo-statunitense su Teheran.

Nel documentario c’è un’enorme quantità di immagini e di materiale d’archivio. Ai video in bianco e nero si alternano quelli recenti fatti con il telefonino. Quanto è stato difficile recuperare e mettere insieme cinquant’anni di storia?

Sicuramente non è stato un processo rapido: ci sono voluti circa tre anni per realizzare il film. Il lavoro sull’archivio è stato lungo e complesso. Non solo perché abbiamo dovuto passare giorni, settimane, mesi a guardare immagini, video e fotografie ma anche perché in mezzo a tutto quel materiale abbiamo dovuto selezionare quali fossero gli attimi, le persone e le voci che meglio potessero descrivere e raccontare la storia delle donne iraniane. Non sono bastati ovviamente gli archivi ufficiali: per ricostruire la resistenza delle donne dovevamo partire dal loro sguardo, quello che viene costantemente oscurato dal regime e che rimane negli archivi personali nascosti nelle case. Abbiamo quindi messo in piedi una rete, dentro e fuori dall’Iran, per cercare quei materiali preziosissimi. Senza quelli avremmo semplicemente percorso cinquant’anni di storia. Il nostro scopo era invece ricostruire quegli stessi anni come se l’obiettivo fosse costantemente nelle mani delle donne, adottando i loro occhi e il loro punto di vista.

Il film termina con le proteste che sono seguite all’uccisione di Mahsa Jina Amini nel 2022. In cosa quell’evento è stato diverso da altri? Cosa l’ha reso un detonatore così potente? È stato anche il motivo della realizzazione del documentario?

L’uccisione di Jina è stata un detonatore fortissimo, ma tutto ciò che è esploso in quel momento era già presente nella società iraniana. Questo va tenuto ben presente, altrimenti rischiamo di ignorare tutti quegli anni di ribellione del popolo iraniano. Allo stesso tempo non si può negare che quell’evento sia stato fondamentale per far scattare la protesta. Credo che sia successo perché milioni di iraniani si potevano riconoscere in Jina. Ricordiamoci che il 37% della popolazione iraniana è under 25: è molto semplice rispecchiarsi in una giovane ragazza che va in vacanza a Teheran e viene fermata per un qualcosa che tutte le donne iraniane vivono quotidianamente, ovvero il modo in cui bisogna indossare il velo. Il pensiero che istantaneamente si innesca è che quello che le è successo può succedere a tutte. Questo ha spinto masse di persone dentro e fuori dal Paese: anche gli iraniani in diaspora aspettavano i video di quello che stava accadendo. Io ero una di loro. Mi ricordo che guardavo ossessivamente le immagini delle proteste: ragazze giovanissime che scendevano in strada, si toglievano il velo, ballavano, cantavano, affrontavano il regime. In quel momento, mentre tutto il mondo osservava fiumi di persone invadere le strade, sentivo che era necessario spiegare che quel movimento non era nato improvvisamente nel settembre del 2022. Quella rivolta era il risultato di decenni di lotta. C’era una rabbia che si era accumulata nel Paese per moltissimo tempo: la morte di Jina è arrivata dopo anni di difficoltà economiche, mancanza di libertà e proteste represse violentemente. Se poi dobbiamo parlare delle differenze rispetto a manifestazioni e proteste precedenti, credo che una delle novità principali di Donna, Vita, Libertà sia stata la partecipazione degli uomini. Per la prima volta, in maniera così forte, la libertà delle donne non è stata più percepita solamente come una “questione femminile”. È diventata il cardine della liberazione di un’intera società. Questo cambia tutta la percezione e il modo in cui una protesta si mostra. Gli uomini sono scesi in strada accanto alle donne e hanno gridato “Donna, Vita, Libertà”. Per me è stato uno dei cambiamenti più profondi prodotti dal movimento. Tornando al motivo del documentario è indubbio che anche per me l’uccisione di Jina e le proteste che sono seguite hanno rappresentato uno degli impulsi principali, ma non l’unico. C’è stato anche qualcosa di profondamente personale. Sono nata in Iran, sono cresciuta fuori dall’Iran e la storia delle donne iraniane attraversa anche la storia della mia famiglia e la mia. Più andavo avanti nella ricerca, più mi rendevo conto che non potevo raccontare quelle donne come se io fossi completamente esterna. Una delle scoperte più importanti per me sono state le manifestazioni dell’8 marzo 1979, pochissimi giorni dopo la fine della rivoluzione. Vedere le immagini del ’79, la tenacia e le richieste di quelle donne, e poi vedere, quarant’anni dopo, le ragazze di Donna, Vita, Libertà ha rappresentato un punto di svolta. Ho capito che non si trattava di due storie separate: c’era un filo che univa quelle generazioni. Il film è nato proprio dal desiderio di rendere visibile quel filo ignorato dal resto del mondo, che ha aperto gli occhi solo nel 2022. 

A proposito delle proteste post rivoluzione del ’79, nei primi minuti del documentario viene mostrata un’intervista a due manifestanti iraniane. Sembrano molto diverse, eppure lottano per lo stesso motivo. Una ha il velo, l’altra no; una parla delle donne occidentali come vittime di oggettificazione, l’altra parla delle donne iraniane come sfruttate sia dalle logiche occidentali che da quelle orientali. Crede che si tratti di un pensiero ancora vivo nelle manifestanti che oggi animano la rivoluzione? Le donne iraniane si sentono ancora vittime di entrambi i sistemi e di entrambe le culture?

Sì, credo che in parte sia ancora così. Quell’intervista mi aveva colpito perché era stata registrata nel 1979, ma risulta ancora di grande attualità. Le donne iraniane sono state per molto tempo vittime di pressioni che arrivano da entrambe le parti, anche se naturalmente in forme molto diverse. Ma rispetto a cinquant’anni fa c’è una differenza enorme e fondamentale: la nuova generazione di donne iraniane si rifiuta di essere definita come vittima. Queste donne dicono chiaramente: il mio corpo appartiene a me, la mia voce appartiene a me, la mia vita appartiene a me. Non accettano che sia lo Stato a decidere come devono vestirsi, comportarsi, vivere e rifiutano che siano altri, fuori dall’Iran, a stabilire che cosa debba significare libertà. Vogliono essere loro stesse a sceglierla e a conquistarla. Nessuno si può arrogare il diritto di farlo al posto loro. Questa è la vera potenza del movimento.

È sicuramente la sua forza e probabilmente anche il motivo per cui quel movimento non si è fermato. Una delle esplosioni di protesta più forti c’è stata a fine 2025 ed è durata fino allo scoppio della guerra tra Israele, Stati Uniti e la Repubblica islamica. Il conflitto ha necessariamente posto un freno alle proteste di piazza e ha anche portato alla morte di Khamenei, che i manifestanti iraniani chiedevano a gran voce. Cos’ha comportato tutto questo per il popolo iraniano?

Le proteste tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 hanno dimostrato ancora una volta quanto profondamente una parte enorme della popolazione iraniana sia stanca e insofferente nei confronti del regime. Le persone sono state disposte ad affrontare disarmate, a mani nude, le pallottole della polizia. Questo significa essere pronti a rischiare tutto pur di aspirare a un futuro diverso. La risposta del regime è stata feroce: le persone sono state massacrate per le strade senza pietà, sono state arrestate, imprigionate e torturate. Poi è arrivata la guerra. Ma il conflitto – va detto chiaramente – non ha aiutato il popolo iraniano. Quello che vediamo ora è infatti un regime che continua ad arrestare e giustiziare i propri cittadini e che nasconde la repressione sotto i fumi dei bombardamenti. Prima o poi questa guerra finirà, in un modo o nell’altro. Quello che non sappiamo, di cui ho grande paura, è cosa rimarrà dopo. Mi chiedo se questo conflitto, anziché aiutare gli iraniani a conquistare la libertà, abbia contribuito a rendere ancor più brutale e forte l’apparato repressivo della Repubblica islamica. Per questo bisogna sempre distinguere tra regime e popolo: combattere la Repubblica islamica e bombardare l’Iran non sono la stessa cosa.

Crede quindi che decapitare il regime non lo abbia indebolito?

Credo che il conflitto abbia rafforzato soprattutto l’efferatezza e la capacità repressiva del regime. Non credo che la guerra abbia improvvisamente consolidato il potere, restituendo agli occhi degli iraniani legittimità alla Repubblica islamica. Le ragioni per cui le persone sono scese in piazza non sono scomparse. Allo stesso tempo la guerra ha creato una situazione estremamente pericolosa. In questo momento l’attenzione internazionale è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto, mentre continuano gli arresti, le condanne, le esecuzioni e la repressione. Se il mondo non guarda, per il regime diventa molto più facile agire. La Repubblica islamica sta usando questa situazione in maniera molto strategica per eliminare persone che considera una minaccia alla propria sopravvivenza. Per questo non credo che possiamo misurare il successo di questa guerra semplicemente chiedendoci quanto abbia indebolito militarmente la Repubblica islamica. Dobbiamo anche chiederci: che cosa sta succedendo alle persone che per anni hanno combattuto questo regime dall’interno? Se la risposta è che quelle persone vengono arrestate, condannate e uccise allora dobbiamo avere il coraggio di dire che la guerra non le sta liberando. La mancanza di attenzione internazionale permette alla Repubblica islamica di proseguire indisturbata. In questo senso il regime ha potere, come se non fosse stato realmente indebolito. La forza e la debolezza di un governo si valutano con unità di misura diverse. Da un lato la repressione della popolazione che si oppone è un segno di paura di perdere il controllo; dall’altro è evidente che la possibilità di emettere condanne arbitrarie e uccidere senza conseguenze è un segno di forza. 

In questa assenza di interesse internazionale che ruolo ha avuto il legame con la diaspora, con chi vive fuori dall’Iran?

Chi vive fuori dal Paese può diventare la voce di chi, all’interno, non ha la possibilità di parlare liberamente o di spiegare al resto del mondo cosa sta realmente succedendo. La diaspora può creare un canale attraverso il quale testimonianze, immagini e racconti riescono a superare i confini dell’Iran. In questo senso, credo che il ponte costruito da chi è stato costretto a vivere fuori dall’Iran sia stato, e continui a essere, estremamente importante: non per parlare al posto di chi è dentro, ma per amplificarne la voce e fare in modo che non venga isolata o silenziata. Durante i periodi di blackout di Internet questo ruolo è diventato ancora più evidente, perché mantenere aperta quella via di comunicazione è diventato molto più difficile e, allo stesso tempo, ancora più necessario.

E adesso? Cosa ne è della rivoluzione?

Innanzitutto dobbiamo chiederci che cosa intendiamo quando parliamo di rivoluzione. Abbiamo spesso un’immagine molto precisa del significato di “rivoluzione”: milioni di persone nelle strade, un governo che cade, un momento storico chiaramente identificabile. Ma le rivoluzioni non sono tutte uguali e possono assumere forme diverse. Una donna che oggi in Iran decide di uscire per strada senza velo, sapendo quali possono essere le conseguenze, sta compiendo un atto rivoluzionario. Una donna che canta, che balla, che mostra il proprio corpo e i propri capelli, consapevole che gesti che dall’altra parte del mondo sembrano così banali possono portarla in carcere o persino costarle la vita, sta sfidando direttamente il sistema che cerca di controllarla. Questa ribellione quotidiana non si è esaurita con l’attacco israelo-statunitense. L’obiettivo rimane chiaro, ed è la fine di questo regime brutale. Sarebbe un errore, però, pensare che quando non vediamo milioni di persone occupare le strade allora la rivoluzione sia finita. C’è un’insurrezione che continua quotidianamente nella vita delle donne iraniane: nel loro rifiuto di tornare indietro e di rinunciare alle libertà che hanno conquistato pagando un prezzo enorme. E forse una delle cose che Donna, Vita, Libertà ci ha insegnato è proprio questa: una rivoluzione non è soltanto il momento in cui cade un regime. È tutto il percorso, che inizia quando le persone smettono di accettare il modo in cui quel regime pretende che vivano.

Per concludere, dobbiamo pensare che oggi la preoccupazione della Repubblica islamica sia esterna o interna?

Credo profondamente che la vera minaccia al regime siano il popolo iraniano e la rivoluzione che porta avanti da anni. I bombardamenti e gli interventi esterni possono certamente modificare gli equilibri politici o militari, ma la contestazione interna è molto più viscerale e corrosiva. È il frutto di decenni di resistenza clandestina, disobbedienza civile e insurrezione vera e propria, con la consapevolezza delle conseguenze di ogni singolo atto. Per me è importante non perdere di vista questo aspetto, soprattutto oggi: la lotta degli iraniani non nasce dalla guerra e non nasce da un intervento straniero. È una lotta che esiste da quasi cinquant’anni e che appartiene prima di tutto al popolo iraniano.

(Lucy-Sulla Cultura, 16 settembre 2026, https://lucysullacultura.com/tre-anni-dopo-luccisione-mahsa-amini-la-rivoluzione-iraniana-non-si-ferma-intervista-a-raha-shirazi-regista-di-a-war-on-women/)

Il 16 settembre 2022 la giovane moriva in cella. Oggi molte donne continuano a non indossare l’hijab e i giovani parlano di libertà con una naturalezza che prima non avevano: il cambiamento si è sedimentato nonostante la repressione accentuata dalla guerra

Di acqua sotto i ponti del Medio Oriente, da quel 16 settembre di quattro anni fa, ne è passata tanta. Una giovane donna, Mahsa Jîna Amini, arrestata dalla polizia morale per il modo in cui indossava il velo, moriva in stato di detenzione. Qualcosa in Iran, da quel momento, non è più tornato come prima, anche se la ricorrenza passa largamente sotto silenzio all’interno del paese.

Il movimento nato da quella uccisione, Donna, Vita, Libertà, non si è esaurito nei mesi di proteste che nel 2022 attraversarono il paese da un capo all’altro. Ha lasciato un segno più lento da misurare, meno vistoso di un corteo represso a colpi di fucili a pallottole di gomma e lacrimogeni, ma probabilmente più duraturo. Ha cambiato il modo in cui la società iraniana guarda al potere.

Gli eventi hanno provocato una crepa anche dentro il mondo accademico e intellettuale che la Repubblica islamica aveva costruito con pazienza per decenni. Il progetto teorico che voleva leggere la società solo attraverso una sociologia islamica, fondata sui principi religiosi e sulla rivelazione, accantonando i concetti nati in Occidente, ha mostrato i suoi limiti.

Per anni, almeno nelle università, la sociologia laica era stata vista come uno strumento estraneo, importato, quasi ideologicamente sospetto. Le proteste del 2022 hanno messo a nudo i limiti di quell’impianto. Difficile spiegare con le categorie della sociologia islamica una generazione di ragazze che si toglie il velo in piazza sapendo di rischiare l’arresto, o un movimento che parla apertamente di autonomia individuale e diritti di genere.

I sociologi di formazione laica, più abituati a un’analisi empirica e meno vincolati a una cornice ideologica, si sono trovati improvvisamente più attrezzati a leggere quello che stava accadendo. Non è un dettaglio da poco. È il segno di una frattura tra una parte della società, in gran parte giovane, e le fondamenta teocratiche su cui lo stato ha costruito la propria legittimità. Da qui è nata una domanda che resta al centro di tutto: cambiare i governanti basta, o serve cambiare la struttura del potere?

La reazione del potere si è tradotta in repressione, e quella sì ha funzionato, nel senso stretto del termine. Arresti, condanne pesanti, manifestanti uccisi, l’onda di piazza si è ritirata. Ma chi pensa che questo significhi un ritorno alla situazione precedente sbaglia.

Molte donne continuano a non indossare l’hijab obbligatorio e lo fanno ogni giorno, in modo silenzioso, senza bisogno di uno slogan da gridare. La resistenza civile è diventata abitudine, un gesto quotidiano più che un atto politico dichiarato. I giovani parlano di libertà e di scelta con una naturalezza che prima non avevano, o che avevano solo in privato.

Poi sono arrivate le guerre, e hanno cambiato la scala del problema. La guerra dei dodici giorni nel giugno 2025 e il conflitto successivo che nel 2026 hanno inferto un colpo durissimo a un’economia già fragile. La moneta locale ha perso enormemente valore, l’inflazione ha superato il 70 percento sui beni alimentari di prima necessità.

La guerra ha mostrato un paese diviso, forse più diviso di prima. C’è chi ha sperato che i missili statunitensi facessero quello che decenni di proteste non erano riusciti a fare, e chi invece ha visto in ogni bombardamento straniero un torto in più da aggiungere a quelli già subiti dal potere. In mezzo, la maggioranza della popolazione, stretta tra due dolori che non si escludono a vicenda.

Poi però sono arrivate le immagini degli impianti petroliferi in fiamme, dei quartieri di Teheran sventrati, e qualcosa si è incrinato anche in chi all’inizio aveva tifato per la guerra. Guardare bruciare il patrimonio industriale del paese valeva più del prezzo che molti erano disposti a pagare per un cambio di sistema. Altri, tra le macerie delle case, si chiedevano solo cosa fare il giorno dopo.

Sospesa la fase più intensa del conflitto, la repressione non si è fermata, anzi. Le organizzazioni per i diritti umani parlano di un aumento delle esecuzioni. Eppure le donne continuano a togliersi il velo per strada, guerra o non guerra, come se quella battaglia fosse ormai indipendente da tutto il resto. C’è anche chi rifiuta sia l’aggressione straniera sia le giustificazioni del potere centrale e chiede un cambiamento che nasca dal basso. Ma resta minoritaria, schiacciata tra chi vuole più guerra e chi la rifiuta del tutto.

Quattro anni dopo, insomma, non c’è stata una rivoluzione, ma piuttosto un cambiamento lento, mentre lo Stato ha continuato a irrigidirsi in risposta, in un braccio di ferro che la guerra rende più teso e più povero per chi lo vive ogni giorno.

L’Iran libero del futuro, quando verrà, porterà addosso il segno di chi lo avrà pagato di persona, specialmente le donne del movimento Donna, Vita, Libertà, che hanno aperto la strada a quella libertà millimetro per millimetro, spesso a un prezzo altissimo.

Quelle arrestate, quelle uccise, quelle che ancora oggi si tolgono il velo. Non è un dettaglio di contorno della storia. È la base su cui quella libertà sarà stata costruita.

(il manifesto 16 settembre 2026)

La notizia della condanna da parte del Regno Unito e di altri dieci Paesi delle azioni efferate dei coloni in Israele è una notizia di straordinaria e finalmente positiva portata. Essa segna la fine della omertà generale con le condotte ormai decennali dello Stato di Israele volte a sradicare la presenza palestinese in Palestina. Dicono i minimizzatori che si tratta solo di alcuni Paesi e non dell’Unione Europea, e che la censura è rivolta ai coloni e non allo Stato come tale. Ma tra questi Paesi ci sono due membri del Consiglio di Sicurezza, ci sono la Spagna e il Canada, (non Tajani e la Meloni); e soprattutto c’è la Gran Bretagna, antica detentrice del mandato sulla Palestina, che con la famosa dichiarazione Balfour fornì la prima legittimazione all’istituzione dello Stato, o del “focolare” ebraico in Palestina, e questo spiega la durissima reazione di Netanyahu contro il solo governo inglese; e quando si parla di coloni si parla dello Stato di Israele, che moltiplica gli insediamenti ebraici nei Territori occupati della Cisgiordania, perseguita i palestinesi che vi abitano e li combatte in tutti i modi con il suo esercito, così come quando Israele dice di combattere Hamas, in realtà intende la lotta contro l’intero popolo palestinese.

L’oggetto della condanna e delle conseguenti sanzioni internazionali contro Israele è la pulizia etnica e in sostanza il genocidio ancora in corso, con la sconcertante aggravante della denunzia della complicità personale di Netanyahu nell’azione terroristica di Hamas del 7 ottobre, denunzia che conferma altre fonti già precedentemente fattesi sentire in Israele; questa volta però ce ne sarebbe la prova nella comunicazione che il presidente degli Emirati Arabi Uniti avrebbe fatto al premier israeliano della imminente azione di Hamas, informazione a cui Netanyahu non diede alcun seguito, né allertando l’esercito né avvisando i servizi segreti. Naturalmente occorre cercare la motivazione politica di simile aberrante comportamento, altrimenti si tratterebbe di un atto di pura follia; e la motivazione va cercata nella determinazione più volte manifestata da Netanyahu di voler dedicare tutta la sua carriera politica e la sua stessa vita all’obiettivo di rendere impossibile la realizzazione in qualsiasi forma di uno Stato palestinese, risultato finalmente ottenibile con la soppressione dell’esistenza stessa di un popolo palestinese in Palestina. Progetto questo non perseguibile se non attraverso operazioni che la Convenzione dell’ONU qualifica come genocidio; impresa che il governo di Israele non avrebbe potuto intraprendere se non se ne fosse data un’occasione che crudelmente la giustificasse, come appunto doveva essere il massacro del 7 ottobre.

Che questa debba essere la ricostruzione di quello che è avvenuto dopo il 7 ottobre, sia nella gestione del dramma degli ostaggi, sia nell’accanimento dell’esercito israeliano, sia nell’uso di armi di distruzione di massa come la fame e la sete, sia nella passività più o meno rassegnata della comunità internazionale, è cosa che non solo comporta la fine politica di Netanyahu, ma probabilmente nel lungo termine porta con sé la fine non certo della esistenza dello Stato di Israele, ma della sua natura di Stato ebraico identitario e monoetnico, con gli Ebrei titolari di diritti esclusivi, presidiato da una assoluta e blasfema legittimazione religiosa, ossia di una versione settaria del sionismo. Vale a dire che paradossalmente, proprio quando Hamas appare massimamente debellata e sconfitta, in realtà consegue il fine della sua lotta, che è la messa in causa dello Stato di Israele come Stato-nazione del solo popolo ebraico, “legato” all’intero popolo ebraico e votato agli insediamenti, come lo definisce la Legge fondamentale del 2018, in contrasto con gli ideali ebraici e democratici delle origini (i kibbutz “socialisti”!). Che questo sia l’esito delle politiche sconsiderate di Netanyahu e dei partiti ortodossi, dopo e contro il Rabin degli accordi di Oslo e lo Sharon del ritiro dei coloni da Gaza, è paradossale: ma queste sono talvolta l’eterogenesi dei fini e le sorprese della storia, che non sempre è quell’Angelo cieco che volta le spalle al futuro verso cui una tempesta lo sospinge, descritto dalla filosofia della storia di Walter Benjamin. E potrebbe anche venirne quello straordinario dono al mondo che sarebbe, contro la riduzione statalista, il recupero da parte dell’intero ebraismo della fede e della profezia biblica che ne fanno un irrinunciabile patrimonio dell’umanità.

(Prima Loro, 14 settembre 2026)

L’ostilità e la violenza di tanti uomini contro Emma Bonino non si spiega con le categorie della critica o con la differenza di idee. È un fatto personale, e per questo più profondamente politico.

È il riemergere dal profondo della misoginia maschile. Quella che ha spinto i maschi a dire, tante volte, alle femministe – o anche a una sola donna – «Ora esagerate».

Il patriarcato è stato la cancellazione della donna come soggetto. Il femminismo radicale degli anni ’70 ha rotto il giocattolo. Le donne si sono sottratte. Da allora troppi pochi maschi hanno fatto i conti con il risentimento e la rabbia provate per la fine del sostegno delle donne al patriarcato. Alcuni hanno capito così male che hanno parlato di “guerra tra i sessi”. Veniva invece al mondo una cosa imprevista, la libertà femminile.

Il populismo ha riaperto il vaso di Pandora, ma la misoginia è maschile, non è di destra o di sinistra. Il femminismo normalizzato, addomesticato, riportato nell’alveo dei tanti movimenti di emancipazione da integrare, ha consentito alla misoginia di rimanere sottotraccia, per anni. Ma ora non riesce più a starci.

La forza simbolica del riconoscimento di autorità a una donna come Bonino è immensa, proprio perché ci riporta al taglio fatto dalle donne negli anni ’70, che è ancora percepito da tanti come inaccettabile. A quello spostamento, a quelle donne bisogna tornare.

Tutto questo fa chiarezza. Sarà bene farci i conti prima che tutta la politica sia risucchiata nel campo populista. Il passo è breve.

Mentre l’immediatezza con cui tante donne (e uomini) hanno riconosciuto in Bonino qualcosa di importante per sé è il segno che nel campo della vita c’è anche altro.

(Facebook, 13 settembre 2026)

di Luciana Castellina

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Ne parlo con ritardo, giacché la Biennale cinema di Venezia è ormai terminata. E però ho inutilmente atteso che su Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo si animasse un dibattito che invece non c’è stato. A me questo documentario girato da Francesca Archibugi, una delle nostre registe più significative, che fra l’altro ha conosciuto Carla Lonzi assai bene, visto che ne è diventata addirittura la nuora, sposando il figlio di Carla e del suo primo marito Battista Lena, ha destato una vera emozione.

Il particolarissimo pregio del film di Francesca Archibugi è di averci raccontato Carla non attraverso descrizioni altrui, o limitandosi ai suoi scritti, ma portandola sullo schermo, grazie ai tanti filmati rintracciati, in cui è lei che parla e pratica quello che dice, nel privato e nel pubblico. Perché è questo l’aspetto più prezioso del suo contributo alla scoperta della donna – per millenni considerata, ora una costola dell’uomo, nel libro sacro agli ebrei, ora una bambola esplosiva, nel mito greco di Pandora – restituendole la sua verità. Una verità sperimentata da Carla, nella sua vita professionale, quello della critica d’arte, e nella vita personale, fino a denunciare la differenza fra uomo e donna nel piacere sessuale, nel suo libro La donna clitoridea e la donna vaginale. Perché il femminismo che Carla Lonzi ha sempre difeso e raccontato è quello della differenza, che spinge la donna a non inseguire e imitare l’uomo, ma a inventarsi nuova e diversa.

Per questo ho provato emozione a vedere a Venezia questo film, perché per il femminismo delle giovanissime, il Femminismo della Differenza che Carla Lonzi ha sostenuto, è stato un salto di qualità importantissimo per la difficile ricerca di cosa sia essere donna («il lavoro di tutta una vita», diceva Simone de Beauvoir). Purtroppo oggi questo femminismo è largamente marginale. E quanto si ricorda di lei sono soprattutto i titoli provocatori dei suoi libri, a cominciare da Sputiamo su Hegel.

Il film, infatti, insieme alla ripubblicazione da parte della casa editrice Tartaruga di molti degli scritti di Carla, aiuterà a riportare questa grande donna all’attenzione delle ragazze. E ad allargare l’interesse che per Rivolta femminile ha cominciato finalmente ad accendersi anche all’estero.

Anch’io, per ragioni opposte – cioè non perché troppo giovane ma perché troppo vecchia – ho scoperto Rivolta femminile, il movimento animato all’inizio degli anni ’70 da Carla Lonzi insieme alla pittrice Carla Accardi ed Elvira Banotti e, brevemente, Ginevra Bompiani, solo quando ero già vecchiotta. La mia generazione, pur essendo la stessa di quella di Carla – sono solo di tre anni più vecchia di lei – il femminismo lo ha scoperto molto più tardi. Io odiavo essere donna, e cioè essere sempre «un po’ meno», e in tutti i primi vent’anni di milizia politica nel Pci mi sono sforzata di nascondere il mio essere donna scegliendo sempre incarichi cosiddetti maschili. Ad avvicinarmi al mistero dell’essere donna è stata tuttavia un’organizzazione che femminista non era, ma è stata un grande movimento che ha mobilitato milioni di donne sui concreti problemi della vita sociale: l’Udi.

Per essere sincera, ad aprirmi bruscamente gli occhi fu mia figlia, che un giorno mi chiese: ma perché vai sempre a cena fuori con i maschi e mai con le donne? Era vero, e non me n’ero accorta; quella domanda mi ha spinta a riflettere. E a scoprire la questione principale: la valorizzazione della differenza femminile contro l’uguaglianza. L’ho scoperta con i gruppi di autocoscienza, formidabile strumento di inchiesta su noi stesse, che sposta l’obbiettivo dal vedersi riconosciute come maschi inferiori a quello di dare al genere femminile il riconoscimento pieno della sua diversità; ma perché questo avvenga, il sistema in cui viviamo deve modificarsi in ogni suo aspetto.

A insegnarmi il femminismo della differenza sono state alcune fra le mie più giovani compagne della Fgci – Lia Cigarini in particolare, prima segretaria di una Fgci importante come quella di Milano, e poi l’incontro casuale con Luisa Muraro, giovane docente della Cattolica di Milano. Insomma: le fondatrici della Libreria delle donne di Milano, tutt’ora punto di riferimento essenziale per il dibattito femminista.

Carla è mancata all’inizio degli anni ’80. Lia e Luisa, qualche mese fa. Vorrei che le più giovani continuassero il loro percorso. Vorrei che si combattesse esplicitamente quello che chiamo «l’imbroglio del neutro», il riferimento di tutti i diritti dei nostri codici e anche della nostra sia pur bellissima Costituzione a un individuo neutro, che in natura non esiste. E infatti il vero modello è disegnato sull’identità maschile, dentro la quale è stata clandestinamente inserita e mutilata l’identità femminile.

Tanto per rendere più chiara la nostra situazione: è vero che le donne, per esempio, sono riuscite a essere maggioranza in Italia nella magistratura e nel settore sanità, ma poi si scopre che il 90% degli uomini che lavorano in questi settori hanno dei figli, mentre le donne solo per il 30%. È chiaro che non si tratta di una scelta, ma della grande difficoltà e fatica per una donna di occuparsi dei figli praticando questi mestieri. Le donne hanno certo il diritto di rinunciare alla maternità, ma questa non può certo essere amputata.

Insomma: non vogliamo fare le stesse cose degli uomini, vogliamo che tutto il sistema sociale tenga conto della nostra differenza. Qualcosa di simile aveva denunciato Karl Marx nella sua Critica al programma di Gotha, sia pure riferendosi alla differenza fra operaio e padrone e non fra uomo e donna! Ma sono certa che oggi ci avrebbe certamente capite.

N.B.: Il film sarà al cinema per tre giorni, il 26, 27 e 28 ottobre.

(il manifesto, 13 settembre 2026)

Cari compagni (maschi) che vi state affannando a prendere le distanze da Emma Bonino e dai Radicali nonché dal suo e dal loro contributo alle conquiste del divorzio e dell’aborto, devo dirvi che non sono d’accordo con voi e di più, che trovo nelle vostre argomentazioni i segnali preoccupanti non so se di una regressione culturale o dell’ennesima dimostrazione che del rapporto fra rivoluzione femminile e politica tradizionale, di destra e di sinistra, non riuscite proprio a capire i fondamentali, esattamente com’era già ai tempi del divorzio e dell’aborto. Emma Bonino è stata una liberal-liberista-libertaria, una combinazione che dava fastidio a tutti, a destra perché libertaria, a sinistra perché liberista. Non ne voglio fare un monumento: specialmente negli ultimi decenni, la combinazione di cui sopra virava con più evidenza verso il liberismo, verso un europeismo acritico, verso un allineamento atlantista detestabile. Ma è stata anche una donna che ha fatto battaglie sacrosante per sé e per tutte, e le ha fatte con la pratica, non solo a parole: lo sa bene chi ha dovuto interrompere una gravidanza quando la legge vietava di farlo, e le radicali, Emma compresa, consentivano di farlo. Inoltre è giusto, giustissimo ricordare che né la legge sul divorzio né quella sull’aborto sono state solo conquiste dei Radicali, i quali se ne attribuiscono truffaldinamente il merito; ma è ingiusto, ingiustissimo attribuirle solo al Pci o al parlamento, i quali, senza la spinta del femminismo in primis e dei Radicali in secundis (nonché dei socialisti, di cui non parla mai nessuno), quelle leggi, specialmente la seconda, non le avrebbero fatte neanche sotto tortura. È vero che i Radicali sono responsabili di molte campagne antipartitocratiche che alla lunga sono diventate senso comune antipolitico, così come è vero che ai Radicali dei diritti civili importava molto e dei diritti sociali zero; ma non è giusto piegare tutta la storia complicata degli anni Settanta a polemiche che sono di oggi. Ma c’è una cosa sopra tutte che mi stupisce e mi avvilisce: il fatto che tuttora non capiate che la questione della libertà femminile è stata ciò che ha diviso, non unito, donne e sinistra negli anni Settanta, perché a sinistra, e segnatamente nel Pci, non trovava accoglienza, mentre ne trovava un po’ di più in un’area liberal-libertaria all’epoca meno compromessa con il liberismo di quanto sia diventata in seguito.

Io non ho conosciuto di persona Emma Bonino se non nei primi anni Duemila, in occasione di un’intervista che le ho fatto per un programma di Radiotre, quando ebbi l’impressione di una donna non priva di durezze, che aveva a cuore le altre donne ma non aveva familiarità con il “mio” femminismo che tuttavia rispettava e ascoltava. Non ho condiviso molte delle sue posizioni sulla politica estera e sulla politica sociale. Ma le sono grata lo stesso, per ciò che di buono ha fatto per sé e per noi tutte.

#emmabonino

(Facebook, 12 settembre 2026)

Alla notizia della morte suicida di Denise, la figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa nel 2009, fatta a pezzi e sciolta nell’acido dal marito ’ndranghetista Carlo Cosco, ho sentito un grande dolore e un profondo turbamento. Dolore per un’altra giovane vita andata perduta. Turbamento legato alla memoria di altre donne, appartenenti a famiglie mafiose, che si sono “suicidate” o sono state “suicidate”, dopo essere diventate testimoni o collaboratrici di giustizia contro i propri famigliari. Penso a Rita Atria, la diciassettenne che il 26 luglio 1992, pochi giorni dopo la morte di Borsellino, per lei come un padre, si è buttata dal balcone dell’appartamento dove, da pochi giorni, era stata trasferita dall’Alto Commissario dell’Antimafia. Dalla Sicilia era stata portata a Roma, in località protetta, sotto falso nome. Graziella Proto, Giovanna Cucé e Nadia Furnari in un recente libro-inchiesta dal titolo Io sono Rita. Rita Atria la settima vittima di via D’Amelio, dopo aver visionato le carte processuali e altri documenti, si dicono convinte che quella morte non è del tutto chiara e convincente e che qualcosa nel sistema di protezione non ha funzionato come doveva. Penso a Maria Concetta Cacciola che, divenuta testimone di giustizia, a un certo punto uscì dal programma di protezione per tornare dai suoi figli, lasciati colpevolmente alla sua famiglia mafiosa da cui voleva fuggire, per il loro bene. La “suicidarono” il padre e la madre, che sono stati poi processati e condannati. Penso a Tita Buccafusca, moglie del boss Pantaleone Mancuso di Nicotera, “suicidata” prima che iniziasse la sua collaborazione con i magistrati. Denise, il cui volto non ho mai visto, il 6 settembre si è lanciata dalla finestra di casa sua, al terzo piano di una palazzina ad Ariccia, in provincia di Roma. Viveva lì da qualche anno e nessuno conosceva il suo vero nome. Dal 2018 non era più nel programma di protezione. Aveva testimoniato in tribunale contro il padre, i parenti e il primo fidanzato, riconosciuti colpevoli dell’uccisione della madre e condannati all’ergastolo. «Non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre – aveva detto in aula prima di testimoniare contro di lui – ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita». E lei, in tutti questi anni, in memoria della madre e in fedeltà al suo insegnamento, ci ha provato a ripartire, passando anche attraverso cadute da cui si è sempre rialzata. Aveva un compagno, incontrato nel periodo in cui si era persa, e un figlio di quattro anni, ma questo non le è bastato per continuare a vivere sotto il peso di una storia tremenda e tragica che ha segnato la sua adolescenza e la sua vita di donna. Recentemente aveva tentato di incontrare quel padre assassino, forse per fare pace con se stessa e poter andare avanti. «Mi hanno rovinato la vita ma non riesco a odiare nessuno. Neanche mio padre. Ogni tanto provo pena per lui», aveva detto anni fa. Non so, visti i precedenti, se si è veramente suicidata, non spetta a me accertare la verità. Ma so di certo che la mafia non perdona e non dimentica, anche a distanza di tanti anni. Denise è morta alla stessa età di sua madre, 35 anni, e se è vero che si è suicidata sappiamo chi l’ha portata a questo gesto estremo. Un gesto che ci dice come una figlia, separata dalla madre in modo orrendo e crudele, come è stato per lei, non sempre riesce a trovare in chi l’ama e le sta accanto la forza di sopravviverle. Quante figlie e figli, testimoni di femminicidio da parte del padre, condividono con Denise la fatica di sopravvivere? Grande è il dolore che tanti uomini infliggono ancora all’umanità femminile! Mi chiedo, come mai da anni, che io sappia, non ci sono più donne testimoni o collaboratrici di giustizia? Perché Denise, se lo ha fatto, ha scelto di uccidersi proprio adesso? Non ho una risposta ma un interrogativo. C’è ancora spazio per la libertà delle donne in un mondo in guerra, dominato dalla forza e in cui dilagano violenza e morte? Addio cara Denise, riposa in pace accanto a tua madre.

(Il Quotidiano del Sud, rubrica “Io Donna”, 12 settembre 2026)

L’intelligenza artificiale (Ia) è uno strumento molto potente. Calcola e genera contenuti in risposta alle nostre domande e richieste. Fa ricerche tra miliardi e miliardi di parole e numeri per creare anche la risposta più semplice. E parla! Puoi giocarci, provocarla, inveirle contro. Tutta questa operazione fenomenale, naturalmente, ha un costo. Porre una domanda all’ia richiede dieci volte più elettricità rispetto a una normale ricerca su Google. Ogni giorno la funzione ricerca di Google viene usata otto miliardi e mezzo di volte.

A questo proposito sono usati termini come “produttività” ed “efficienza”, principalmente perché si tratta di parole che associamo a qualcosa che succede velocemente. Pensate a una fabbrica che produce orsacchiotti o viti: quando riesce a farlo a un ritmo più elevato, diciamo che ha aumentato la sua produttività. Molte persone stanno notando più velocità nello svolgimento di alcune mansioni, per questo deducono che ci sia una maggior produttività. Non voglio essere cattiva, ma questo è il modo di pensare di un bambino.

Per stabilire se qualcosa sta facendo crescere la nostra produttività non ci dobbiamo basare solo sul tempo impiegato, ma anche sull’energia spesa per svolgere una determinata attività. E se esaminiamo le prestazioni dell’Ia da questo punto di vista, ci rendiamo conto che usarla è un po’ come sparare ai passeri con un cannone.

Nel più grande studio mai realizzato finora sugli impieghi quotidiani dell’Ia, intitolato Ai in the wild 2026 e realizzato da due studiosi a San Francisco, è stato rilevato che l’uso di gran lunga più diffuso di tutti è quello per avere compagnia e per fare una specie di terapia psicologica. Le persone fanno domande del tipo «Cosa posso fare per essere divertente a una festa?», oppure «Mi sento solo, cosa posso fare?».

Il secondo utilizzo più diffuso è per la risoluzione di problemi concreti: «La lavastoviglie è rotta. Aiuto», oppure «Riaccendere l’IPhone dopo che è caduto nella tazza del water». Domande a cui Google e YouTube rispondono in modo impeccabile da più di vent’anni.

La terza funzione più sfruttata è “divertimento e stupidaggini”, che consiste nel far dire cose stupide a questi modelli linguistici di grandi dimensioni (llm). Per qualche motivo il nono uso più comune – astrologia e lettura dei tarocchi – non è classificato come “divertimento e stupidaggini”, il che rivela che potenzialmente esistono addirittura ancora più stupidaggini di quelle che possiamo immaginare.

La gente insomma usa un robot che ha accesso a quasi tutti i testi scritti e ai calcoli noti alla specie umana per affrontare problemi che già risolvevamo con un dispendio molto inferiore di elettricità. La risoluzione dei problemi oggi è meno efficiente dal punto di vista energetico, perché ci serve più energia per ottenere lo stesso risultato.

Ci sono analogie storiche con questa situazione. Ogni mattina, quando percorro Copenaghen in bicicletta, accanto a me passa un mostro: l’auto privata. Un’auto media pesa circa 1.500 chili. In Danimarca una persona in media pesa circa 85 chili. Ogni volta che un’auto trasporta una persona dalla periferia alla città sta trasportando anche i suoi 1.500 chili, consumando carburante ed elettricità. Usiamo una macchina pesantissima per risolvere un problema di leggera entità. Se una persona non sapesse andare in bici (ma nella maggior parte dei casi lo sa fare), semplicemente usando una Vespa consumerebbe da tre a cinque volte meno energia. Spostare una persona con l’auto è come noleggiare una gru per muovere un tavolino. Certo, si può anche fare, ma è un’esagerazione, no?

Tuttavia, le auto tengono in pugno le infrastrutture di tutto il mondo, specialmente negli Stati Uniti. La storia dell’automobile è simile a quella che si sta profilando oggi con l’Ia. Negli anni ’10 e ’20 del Novecento la velocità con cui l’auto poteva muoversi e la sua eccezionale comodità la fecero apparire come un oggetto del futuro. Molte grandi aziende investirono enormi capitali, soprattutto quelle che estraevano petrolio: avevano bisogno che l’auto si affermasse, perché volevano che la domanda di petrolio crescesse, così come oggi i costruttori di data center e di chip hanno bisogno che l’Ia venga usata nel modo più esteso, così i loro investimenti produrranno utili. Le società stanno perdendo miliardi di dollari per darci servizi d’intelligenza artificiale estremamente onerosi a prezzi di gran lunga inferiori ai costi di produzione e trasporto.

Sappiamo che oggi 900 milioni di persone usano abitualmente ChatGpt. Ma solo 50 milioni di questi pagano per farlo. Quindi ci sono 850 milioni di utenti che usano il modello gratuitamente. Questi non sono clienti. I produttori di auto almeno potevano contare su persone che pagavano per i loro prodotti, ricavando utili.

Sappiamo che molte delle città più progressiste al mondo, come Parigi, New York e Copenaghen, stanno riducendo la presenza delle auto per motivi legati al clima, allo smog e alla vivibilità. In molti luoghi si stanno costruendo linee di metropolitana leggera a costi elevatissimi. La chiamiamo metropolitana leggera, ma non prendiamoci in giro: è il tram, una tecnologia già usata in molte città agli inizi del Novecento. In spazi ristretti è molto più efficiente per spostare persone da un luogo all’altro in gruppi consistenti. A Copenaghen, la mia città di origine, i tram circolavano fino al trionfo dell’auto nel 1972. Poi furono portati ad Alessandria d’Egitto, dove alcuni hanno continuato a funzionare almeno fino al 2001. Sono sicura che gli abitanti di Copenaghen si chiesero se lo smantellamento delle linee non fosse stata una scelta sconsiderata quando l’anno dopo, nel 1973, arrivò la crisi petrolifera. Ma a quel punto era già troppo tardi.

Oggi strumenti come Google, Facebook, Instagram e Microsoft Office stanno spingendo le persone a risolvere i problemi delle loro relazioni o della loro lavastoviglie con una risorsa che è già molto scarsa: l’elettricità. Tutto questo sembra efficiente, ma in caso di crisi energetica non lo sarà.

L’ingegneria rivoluzionaria e futuristica raramente somiglia a quella dei film. La gente era stufa dei tram perché erano sempre stati lì, erano associati al passato. Lo stesso si può dire delle ricerche su Google, che esistono da decenni e sono diventate una parte noiosa della vita quotidiana. Ma entrambi questi strumenti risolvevano problemi in modo molto più efficiente di quelli con cui li abbiamo sostituiti e li stiamo sostituendo. Nella nostra feticizzazione del nuovo a quanto pare dimentichiamo sempre le tecnologie che non ce l’hanno fatta. Prendete gli occhiali 3D al cinema, il Concorde, e più di recente il Metaverso di Meta, uno spreco assolutamente idiota di oltre 80 miliardi di dollari, un videogioco in cui potevi parlare con altri ma non avevi le gambe.

Oggi le persone che usano l’Ia sprecano energia per ottenere “gratuitamente” consigli sulle relazioni interpersonali, dritte per risolvere problemi pratici e letture dei tarocchi. Non ci sono prove che un giorno pagheranno in massa per questo strumento. Ma tante prove già ci dicono che la tecnologia sta aumentando il consumo di elettricità. E questo è poco efficiente, oltre che una reliquia di un passato da cui molti di noi non vedono l’ora di allontanarsi.

(Internazionale, 11 settembre 2026)

Comincia con un filmato televisivo degli anni settanta in cui gli intervistati descrivono le femministe come donne pericolose, aggressive ed estremiste. Si chiude con la telecamera che si gira e inquadra chi di solito è fuori campo, cioè la regista Francesca Archibugi, che per un attimo si mostra agli occhi degli spettatori, lasciando intravedere qualcosa di sé.

Archibugi, che ha conosciuto personalmente Carla Lonzi, nel suo Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo presentato il 6 settembre alle Giornate degli autori dell’83ª mostra del cinema di Venezia, decide di ricostruire la vita e le opere di una delle più importanti femministe italiane a partire dalle testimonianze delle persone che l’hanno conosciuta e poi attingendo dall’immenso e prezioso archivio dell’intellettuale, che ha sempre tenuto un diario e che ha registrato con delle audiocassette alcune delle conversazioni più importanti della sua vita, come la crisi del rapporto con il compagno Pietro Consagra.

Archibugi è la compagna di Battista Lena, l’unico figlio di Lonzi. Ed è proprio Lena, autore anche delle musiche originali del documentario, a condurre insieme alla regista questa ricerca che svela la complessità e le contraddizioni di un’intellettuale lontana dal santino della teorica monolitica che in qualche caso le è stato cucito addosso.

Spesso rimossa o dimenticata dalla storiografia ufficiale, Lonzi è stata a lungo una figura poco conosciuta, anche a causa di una disputa sui diritti dei suoi libri che erano stati pubblicati originariamente dalla casa editrice fondata dallo stesso gruppo e che per molto tempo sono girati in fotocopia. Ma da qualche anno è cominciata la riscoperta dei suoi scritti – da Sputiamo su Hegel a La donna clitoridea e la donna vaginale, fino a Taci, anzi parla – anche grazie alla casa editrice La Tartaruga che li ha ristampati in una nuova edizione a partire dal 2023.

E così Lonzi ha ricominciato a interrogare con il suo sguardo anche le generazioni più giovani, provocando spesso un cambiamento di prospettiva, in particolare sulle relazioni tra uomini e donne, ma anche su una presunta neutralità della cultura. Con delicatezza e capacità di ascolto, Archibugi ripercorre gli anni della formazione di Lonzi, il rapporto conflittuale con il padre, il collegio cattolico che rappresenta per la ragazza un primo momento di autonomia dalla famiglia, il suo primo amore che la tradirà con l’amatissima sorella Lidia, le amicizie degli anni dell’università e infine il suo lavoro di critica d’arte negli anni sessanta, l’incontro con Carla Accardi e Pietro Consagra.

La svolta per Lonzi è proprio il rapporto con questo mestiere. Alla fine degli anni sessanta si rende conto che lo sguardo della critica sull’opera rischia di riprodurre tutte le deformazioni del potere: è autoritario, inautentico, fintamente universalista. Per questo scrive Autoritratto, un libro in cui raccoglie le voci di quattordici artisti (da Carla Accardi a Pietro Consagra, fino a Lucio Fontana), una rivoluzione copernicana che mette al centro della scrittura l’ascolto, il dialogo, la relazione. È un passo decisivo anche per Lonzi che da questo momento rifiuterà l’approccio accademico fino a decidere di lasciare completamente il suo mestiere e occuparsi a tempo pieno del femminismo.

Come ricostruisce il figlio Battista Lena nel documentario, questa frattura è influenzata anche dalla scoperta di avere un tumore nel 1968, una malattia che al tempo sembrava incurabile e che la spinge verso scelte di vita più autentiche.

Nel 1970 insieme a Elvira Banotti e Carla Accardi fonda Rivolta femminile, considerato uno dei primi gruppi separatisti e di autocoscienza italiani, che aveva come caratteristica quella di scrivere quello che veniva detto durante le riunioni di autocoscienza. Il manifesto del collettivo contesta l’approccio puramente paritario e chiede alle donne di sottrarsi alla competizione per il potere, fatto a immagine e somiglianza degli uomini.

«La donna non va definita in rapporto all’uomo», è la prima affermazione del manifesto e da questo discende che le femministe devono provare a stare in un paradigma completamente nuovo. Questo significa sperimentare pratiche separatiste e decostruire secoli di produzione culturale che hanno tenuto il pensiero e l’opera delle donne in un ruolo marginale e ancillare. Dentro c’è già la critica anche ai movimenti antiautoritari del sessantotto e della sinistra radicale, che hanno riprodotto le stesse dinamiche nel rapporto tra gli uomini e le donne.

«Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte», è una delle frasi che chiude il manifesto all’origine di uno dei movimenti seminali del femminismo italiano. Archibugi fa parlare le compagne di allora, che raccontano le prime riunioni e la sperimentazione delle nuove pratiche. E poi alcune delle studiose di Lonzi come tra le altre la storica dell’arte Laura Iamurri e la filosofa femminista Maria Luisa Boccia.

E mostra come ancora oggi nei collettivi femministi e nelle case delle donne italiane Lonzi sia considerata un’ispiratrice e una madre che non può essere archiviata. «Voglio ancora essere la presenza che può servire a liberare le altre», dice Lonzi in una pagina del suo diario Taci, anzi parla che Archibugi ha scelto per chiudere il film, presentato per ironia della sorte in uno dei festival nella storia recente con la minore presenza in concorso di registe e autrici.

N.B.: Il film sarà al cinema per tre giorni, il 26, 27 e 28 ottobre.

(Internazionale, 11 settembre 2026)

Il disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo riprende il suo iter parlamentare e arriva in Commissione Affari costituzionali alla Camera. Il provvedimento è stato approvato in prima lettura dal Senato a marzo con il voto compatto dei partiti della coalizione di centrodestra, ma il centrosinistra si è diviso. Al centro delle divisioni c’è l’adozione della definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, IHRA, che una parte delle opposizioni considera ambigua e pericolosa. Più di duecento organizzazioni hanno lanciato una mobilitazione contro il disegno di legge in varie piazze italiane e tremila accademici hanno firmato una lettera appello in cui esprimono preoccupazione per la possibilità che in Italia sia introdotta la definizione dell’IHRA. Ne parliamo con Donatella Della Porta che insegna scienza politica alla Scuola Normale Superiore a Firenze, dove dirige il Center on Social Movement Studies ed è autrice tra gli altri di Guerra all’antisemitismo pubblicato da Altreconomia.

Con poche eccezioni all’interno del PD direi che la divisione in Italia rispetto al disegno di legge sull’antisemitismo riflette una divisione tra centrodestra e centrosinistra.

Il sostegno dato all’introduzione di una definizione fuorviante di antisemitismo da parte dei partiti di centrodestra è in un certo modo paradossale perché sono quei partiti che ancora mantengono al proprio interno sia elementi di forte antisemitismo sia in generale elementi di razzismo.

In Italia, con l’eccezione di una frangia minoritaria all’interno del PD, gli altri partiti del centrosinistra e movimenti della società civile si sono invece schierati contro l’adozione di una definizione di antisemitismo che io definirei antisemita; nelle sue caratteristiche principali non solo è inutile ma anche dannosa rispetto all’obiettivo di combattere tutte le forme di razzismo.

Cosa dice questa definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance e qual è il nodo che viene contestato da tante organizzazioni, da politici e dagli accademici che come te hanno firmato la lettera appello contro la legge in discussione alla Camera?

Principalmente questa definizione tende a confondere l’antisemitismo con la critica a Israele; il disegno di legge vuole includere all’interno della definizione stessa di antisemitismo l’uso di termini come genocidio, olocausto, apartheid o ghetto, oltre alla considerazione come antisemita della critica a Israele considerato come una collettività ebraica. Questo è problematico perché la definizione stessa tende a sovrapporre Israele e comunità ebraica quando Israele ne rappresenta soltanto una parte; certamente il suo governo ne rappresenta una parte minoritaria. Questo tipo di definizione è stata utilizzata spesso contro la diaspora ebraica in buona parte e sempre di più è critica di Israele. La definizione proposta svuota il termine di antisemitismo di un significato condiviso quando lo considera diverso dalle altre forme di razzismo: ogni forma di razzismo ha le sue caratteristiche specifiche in termini di pregiudizio, ma in generale l’antisemitismo è una forma di razzismo. Quando si propongono disegni di legge che non chiariscono cos’è il razzismo, ma si focalizzano soltanto su una componente con una definizione ambigua, si propone nei fatti un’affermazione non neutrale del significato di quella che vuole essere una definizione condivisa di antisemitismo, ciò rende opaca la misurazione stessa dell’antisemitismo, perché la inquina attraverso la considerazione come antisemita anche delle critiche a Israele.

Secondo il rapporto sull’antisemitismo del centro di documentazione ebraica contemporanea, nel 2025 in Italia gli episodi di antisemitismo sono aumentati del 100% rispetto al 2023 e del 400% rispetto al 2022, questa legge è accusata di essere inutile e controproducente, ci fa qualche esempio delle conseguenze che potrebbe avere una legge basata sulla definizione che ci hai raccontato?

Per esempio in Germania questa definizione, implementata attraverso la creazione di un commissario contro l’antisemitismo ha portato a cancellazioni di iniziative anche da parte di intellettuali ebrei, ha portato alla cancellazione dell’attribuzione a Maša Gessen del premio Hannah Arendt, perché Maša Gessen – una giornalista ebrea – aveva utilizzato il termine ‘ghetto’ per riferirsi a Gaza. Ha anche portato al licenziamento da parte dell’Università di Colonia di un’altra intellettuale ebrea, Nancy Fraser, perché aveva criticato Israele e sottoscritto un boicottaggio accademico contro le istituzioni ebraiche. È anche stata utilizzata per definire estremista un’organizzazione come Jüdische Stimme, voce ebraica per una giusta pace in Medio Oriente; tutto questo ha portato a svuotare di significato il termine di antisemitismo che è stato utilizzato invece come strumento per attaccare minoranze etniche, minoranze religiose, la sinistra in generale e soprattutto i migranti.

Porta anche a rendere poco credibili quei dati che avete citato: in un momento in cui molti parlano di genocidio da parte di Israele in Palestina, considerare le critiche a Israele come forme di antisemitismo, come fa il Centro di documentazione ebraica, porta a produrre statistiche a cui nessuno crede più. Perché non misurano l’ostilità contro gli ebrei, ma misurano l’ostilità contro Israele in un momento in cui Israele è criticato da molte parti, quantomeno per reati contro il diritto internazionale e il diritto umano.

Siamo all’indomani del grande successo dell’AfD in Germania, un partito di estrema destra ultranazionalista che si è impadronito del linguaggio del fascismo e del nazismo e che ha posizioni ambigue su Israele e sull’Olocausto. La legge tedesca non ha impedito a questo pericoloso ridimensionamento dei crimini del nazismo di affermarsi; come ci attrezziamo per contrastare queste involuzioni, serve una legge diversa, una definizione diversa di antisemitismo?

Serve secondo me una definizione di razzismo che faccia combattere nello stesso modo fenomeni di razzismo e discriminazione contro gruppi diversi. Serve una legge che non guardi prevalentemente alla repressione, ma che sia capace di distinguere diversi gradi e forme in cui il razzismo si presenta, per distinguere anche quando si può intervenire attraverso strumenti di sensibilizzazione, educazione e così via. Quello che sottolinea il caso tedesco è proprio che questa perversa sovrapposizione di partiti radicali di estrema destra come Alternative für Deutschland nel sostegno a Israele porta a un cortocircuito in cui la battaglia contro il razzismo va definita in maniera chiara. Non come difesa di un paese o di un altro, ma come difesa di cittadini in una visione universalistica di uguali diritti: l’Italia è il paese in cui un rappresentante di un ministro – Lollobrigida – definisce Gad Lerner, un giornalista ebreo, come “porco ebreo” e dal governo non si interviene, ma anzi si confermano la stima e fiducia a personaggi come questo. L’Italia è il paese in cui Vannacci può attaccare gli ebrei, mentre al contempo propone una difesa a oltranza di Israele come uno stato che viene considerato come alleato dell’estrema destra. Proprio perché propone una delle visioni più razziste della concezione dello stato stesso, come uno stato che difende e rappresenta soltanto una componente religiosa o etnica.

(Il Mondo, podcast di Internazionale, 9 settembre 2026)

Ci sono infiniti percorsi possibili nel programma della Mostra del cinema di Venezia. Ognuno costruisce il suo, in base all’inclinazione personale e alla disponibilità dei biglietti. E ognuno, inevitabilmente, si perde qualcosa. Quindi può darsi che il mio osservatorio parziale, fino a qui, sia affetto da un errore statistico. Ma proprio nell’anno della polemica per le registe donne quasi assenti dalla competizione ufficiale – due su ventidue, di cui una in co-regia – anche all’interno dei film ho incontrato soprattutto uomini.

Ink, il film di apertura, racconta di un giornalista maschio che vuole a ogni costo trionfare su altri colleghi maschi. Primetime racconta all’incirca la stessa storia. Wild Horse Nine – il solo film che finora abbia incantato gli spettatori in maniera pressoché unanime – ha al centro un’amicizia maschile e di nuovo una rivalità lavorativa. Nello scombinato film di Werner Herzog, Bucking Fastard, le protagoniste sono, sì, due sorelle che parlano in sincrono, ma anche in due hanno a malapena un’interiorità e per lo più sono specchio della brutalità virile che le circonda. La città dei vivi, lo sappiamo, è una storia al maschile, e così via nella stragrande maggioranza dei film che ho visto.

Dal Lido di Venezia sono passati anche i fratelli Gallagher (i cui livelli di testosterone sono noti) per il documentario ipercelebrativo sugli Oasis, e stasera mi attendono quattro ore su Elon Musk che mi spaventano moltissimo. Maschi con maschi, maschi contro maschi, maschi su maschi.

C’è un’interpretazione ovvia di questo squilibrio, e non è detto che sia scorretta. D’altra parte due su ventidue, cioè il nove percento, non può essere un problema esclusivo della Mostra, è chiaramente il sintomo di un problema sistemico. In politica questo è il momento di Donald Trump e compagnia, siamo in un culmine di tossicità machista (ci auguriamo, nel culmine), e perfino la politica nostrana si scrolla felicemente di dosso «il woke» senza aver prima capito di cosa si tratta, e già che c’è anche il dibattito sui generi. Il maschio d’altri tempi si riprende la sua centralità ovunque, perché non nell’arte quindi?

Ma è forse utile andare oltre la constatazione quantitativa e provare a capire che tipologia di maschi viene rappresentata in questa ottantatreesima Mostra del cinema. E gli uomini che sfilano sugli schermi del Lido sono tutt’altro che forti, tutt’altro che ruggenti. Vorrebbero esserlo, ci provano, magari lo sono stati in passato, ma adesso sono per lo più sconfitti e mentalmente incasinati. A distruggerli sono stati soprattutto la smania e l’abuso di potere. Il Robert Pattinson di Primetime vorrebbe castigare tutti i pedofili d’America ma si rivela meno puro di loro e viene castigato a sua volta. Il fondatore del tabloid Sun, in Ink, viene divorato dalla stessa macchina che ha creato. Altri sono stati piegati dalla violenza della società che si abbatte all’improvviso su di loro. Il veterano di Mr. Nelson, Did You Kill People? è ridotto al silenzio dalle atrocità che ha commesso come occupante in Vietnam e da quelle che ha subito come nero in America. E altrettanto traumatizzato e silenzioso è il lavoratore coreano, licenziato e massacrato dalla polizia durante uno sciopero, di Possible Love.

Anche il padre del protagonista, nel film di Nanni Moretti Succederà questa notte, decisamente non ha incrociato il woke. E nemmeno i femminismi tradizionali. È quasi una caricatura del seduttore invecchiato. Gigione, impenitente, uno che «ama tutte le donne», che vuole vedere a ogni costo Bruce Springsteen dal vivo e butta giù medicine per il cancro insieme al viagra. Ma anche lui, pur in tutta la sua esuberanza, è solo un uomo morente. Se sono stati dei giovani rampanti, dei dominatori, adesso gli uomini stanno tramontando e i film li colgono lì, nell’impotenza, nella rabbia. Molto spesso nell’incapacità stessa di parlare.

Il campione di questo catalogo di uomini al tramonto della Mostra resterà infine il John Malkovich di Wild Horse Nine, un altro morente. Si trova in un punto dove i rimorsi annullano esattamente i successi, dove il potere avuto e le ideologie non hanno più alcun senso e le ambizioni personali sono tutte decadute. Per lui non c’è più niente che abbia valore, se non gli ultimi attimi di meraviglia che l’esistenza, malgrado tutto, è ancora capace di metterci davanti. Un cavallo selvatico. Una ragazza in spiaggia. Le teste enigmatiche dell’Isola di Pasqua.

E poi d’un tratto, in questo panorama maschile desolato, arriva la prima regista in concorso, May El-Toukhy. Con un film su una domestica, ambientato nell’immediato dopoguerra, in Danimarca, nel pieno della caccia ai collaborazionisti dei tedeschi. Una caccia che colpisce con perfidia particolare, tanto per cambiare, le donne, quelle che hanno avuto relazioni ambigue con gli occupanti. Un film dove la protagonista viene continuamente palpeggiata, spogliata, esaminata e terrorizzata dagli uomini che la circondano, per le ragioni più disparate. Un thriller rigoroso e abbagliante, ebbene sì, sulla condizione femminile di allora. Di allora? Woman Unknown, la donna sconosciuta, sbarca nel mezzo della Mostra d’arte cinematografica maschile. E un po’ di rossore, un minimo di imbarazzo, ci coglie tutti quanti, dentro e fuori dalle sale.

(Corriere della Sera, 6 settembre 2026)