La prima cosa che ho imparato all’Università è la seguente: filosofa non è colei che analizza gli eventi del mondo con uno sguardo filosofico traendone un sistema razionale e razionalizzante, ma colei che riesce a incarnare e a mettere in pratica il pensiero e il desiderio che la abita. Infatti, molti degli esami si basano sulla capacità di farsi attraversare da ciò che è materia di indagine e di trasformarlo in un sapere che non sia solo nozionistico ma anche pratico ed esperienziale. Così facendo ho avuto l’opportunità di imparare e assorbire tutto e, in un secondo momento, anche di comprendere quale modo di vivere mi è più affine e quale invece si scontra con il mio sentire e con la mia natura. Sono riuscita a mettere in atto questo processo in occasione dell’incontro di Via Dogana 3? Non lo so. Quello che so è che la mia ignoranza riguardo all’AI mi ha portata ad indagare il tema della tecnologia e dell’etica applicata. Per approcciarmi a questo argomento ho iniziato a leggere alcuni articoli contenuti nel numero 142 del trimestrale DWF interamente dedicato all’intelligenza artificiale. Mi ha colpito in particolare il punto di vista proposto nel testo intitolato “Dalla parte delle macchine”1 scritto da Ippolita, un gruppo di ricerca indipendente e transfemminista che si occupa di tecnopolitica e di filosofia della tecnologia. L’idea espressa nel pezzo mi ha portata a contattare il gruppo stesso per saperne di più. Mi è stato consigliato, dopo una lunga chiacchierata al telefono, di leggere il libro Macchine neurodivergenti. Relazioni postumane e algoritmi queer scritto da Ippolita e da Andrew Goodman, artista che si occupa di filosofia ed etica ecologica. Il loro lavoro propone un’alternativa, una possibilità nuova per ripensare le macchine. Le tecnologie possono essere considerate soggetti non organici con una vitalità altra. Le macchine sono soggiogate al sistema che le ha create così come noi le vediamo ora. Un sistema che si erge su un ordine simbolico che è coincidenza tra patriarcato e capitalismo. Invero, sono progettate per aderire a standard di efficienza produttiva perché devono poter essere sfruttate. Ma soprattutto rispondono a determinate gerarchie di potere: sono schiave di un’altra soggettività – quella umana – che le modella a sua immagine e somiglianza. Non possono fallire, non possono sbagliare, bensì devono essere performanti, autonome e neurotipiche. E, tutto sommato, non è quello che il capitalismo chiede anche a noi? Le macchine di quale soggettività sono la proiezione?2 Per me è interessante notare come, nonostante la libertà portata dal femminismo, l’ordine simbolico capitalista e maschile riesca a permeare gran parte della nostra vita. Per il femminismo la libertà delle donne è stata – e continua ad essere – occasione di libertà per gli uomini e per molte altre soggettività. Le donne sono riuscite a decostruire il patriarcato, creando un simbolico altro, femminile, che è riuscito ad annichilire quello maschile dominante. Perché allora non possiamo opporci adesso, come allora era stato fatto verso il patriarcato, al capitalismo che costringe molte soggettività ad aderire alle sue logiche e lasciare nel privato quell’esistenza simbolica raggiunta attraverso generazioni di pratica politica femminista? Dunque, per quanto mi riguarda, il pensiero vivente si configura come capacità di dare valore e di prendersi cura del mondo, della vita e del futuro – sia esso visibile alla nostra generazione o meno. E farlo è possibile attraverso pratiche che, nella storia delle donne, hanno permesso un cambiamento radicale. Rifiutarsi, sabotare, disobbedire, riprogrammare il già pensato con l’inatteso della differenza femminile. Affinché il mondo sia libero, affinché tutti tengano in conto che le scelte personali ricadono inevitabilmente nel politico. Quindi quello che propongo non è utopico e nemmeno impossibile. Scegliere di pensare e costruire ai margini del potere per lasciar agire il desiderio e creare così un simbolico imprevedibile.

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  1. DWF, Femministe col bot. Tecnologie e intelligenze artificiali, trimestrale 2, 2024 ↩︎
  2. DWF, Femministe col bot. Tecnologie e intelligenze artificiali, trimestrale 2, 2024. Dalla parte delle macchine, Ippolita, p.79 ↩︎

In un lungo intervento sui fatti recenti riguardanti il Venezuela, Paola Caridi pone un interessante interrogativo su quella che alla maggior parte dei commentatori sembra la ragione prima dell’aggressione armata di Trump a uno Stato sovrano, il Venezuela per la cattura del suo Presidente: e cioè il petrolio. Scrive Paola Caridi:
«Mi convince di più, però, una descrizione che ha a che fare con una durata ancora più lunga di quella dell’era del capitalismo. L’era dello schiavismo, antico e contemporaneo, con tutte le variazioni della storia».
Il nuovo ordine mondiale, che Trump sta imponendo con una delirante onnipotenza, rimanderebbe perciò una delle forme più arcaiche di dominio: una società di schiavi e mercanti di schiavi, residuo mai del tutto cancellato di ingiustizia, sfruttamento, sottomissione, che ha segnato fin dall’origine la storia umana.
Sulla persistenza di rapporti di potere che la società industriale, capitalista sembra aver cancellato, non dovrebbero esserci dubbi. Ne è prova incontestabile il fatto che il primo e fondamentale dominio sia stato quello di un sesso sull’altro, così radicato nelle viscere della storia da emergere solo in tempi recenti e riuscire a farsi riconoscere con grande lentezza.
Non ritengo perciò che sia una ipotesi azzardata pensare che il terremoto prodotto dalla comparsa del sessismo come fenomeno politico, con tutti i nessi che ha sempre avuto con i rapporti di razza e di classe, colonialismo e fascismo, abbia oggi un peso non indifferente nel ritorno in forza della logica “amico-nemico”, dell’esaltazione della legge del più forte, dell’imposizione di una volontà assoluta su umani considerati deboli, razzialmente inferiori.
Tali non sono state forse le donne, il primo “diverso”, il primo corpo “nemico”, la prima “risorsa” preziosa di cui appropriarsi da parte del sesso maschile?
Se oggi siamo costretti a guardare senza maschere e infingimenti le “memorie del sottosuolo”, forse siamo anche in condizione di ripensare l’idea di “rivoluzione” senza le cancellazioni che ne hanno fatto fallire finora i tentativi di realizzazione.

(facebook – profilo di Lea Melandri, 7 gennaio 2026)

da il manifesto

Quello che mi preoccupa di quanto sta accadendo in questi giorni non è solo la sorte del Venezuela, mi allarma la sorte della nostra democrazia. Se finiremo per subire il diktat di Trump, lodandolo come ha cominciato a fare Meloni, oppure silenziosamente incassando il rapimento di Maduro in quanto fatto compiuto come quasi tutti gli altri capi di governo europei, sarà meglio smettere di credere che noi stessi viviamo in paesi democratici. Non c’entra tanto il giudizio su cosa ha fatto Trump, che per fortuna ha lasciato molti almeno interdetti, ma il criterio generalmente accettato con cui si definisce cosa e chi sia democratico e cosa e chi no.

Se si accoglie l’idea che Trump forse è stato eccessivo e però Maduro è realmente un pericolo da cacciare dalla scena per poter affidare le sorti della democrazia esattamente a quella compagine di destra che nel 2002, a poco più di un anno dalla elezione democratica di Hugo Chávez come presidente del Venezuela, operò un golpe contro di lui, allora possiamo dire addio anche alla nostra democrazia. Nei fatti, stanno tutti già trattando per avere una nuova leadership del Venezuela, in continuità proprio con i golpisti del 2002.

Accettare l’idea che Maduro sia una minaccia mortale per la democrazia americana e mondiale e che dunque cacciarlo sia un’assoluta priorità è già una scelta compiuta. Salvo i paesi dei Brics, tutti stanno dando per scontato che non deve esserci più alcuna continuità con lo stato bolivariano ancora ufficialmente riconosciuto dall’Onu. Già si stanno facendo i nomi di chi lo dovrà rappresentare, tutti appartenenti all’area di coloro che arrestarono Chávez e però furono obbligati a restituirgli il potere perché sconfitti dalla protesta popolare.

Il popolo dei barrios è composto quasi solo da indios, quelli che l’élite venezuelana, ristretta minoranza di discendenza europea, non considera neppure cittadini al punto da meravigliarsi dei tanti voti bolivaristi («chi sono? devono essere schede illegalmente messe nell’urna»). Ricordo bene quando il nome di Jimmy Carter, ex (raro) presidente Usa, membro di una commissione internazionale di sorveglianza sulla correttezza del voto, comparve sui muri di Las Rosas e Las Mercedes, i quartieri ricchi della capitale, accompagnato dalla indicazione “Kgb”: lo accusavano di essere un agente dei servizi sovietici!

C’è qualcuno che del golpe del 2002 ha sentito parlare e in questo contesto ricorda cos’è stata la straordinaria esperienza democratica che ha vissuto il Venezuela? Bisognerebbe rimettere in circolazione il bel documentario inglese girato in quei giorni a Caracas a partire dal momento in cui il presidente in carica viene arrestato nel palazzo di Miraflores. Poi le immagini della schiera dei golpisti trionfanti: i rappresentanti della Confindustria, la petrolifera Pdvsa, i sindacalisti corrotti e strapagati, un’estesa burocrazia, autorità ecclesiastiche di alto livello, signore della borghesia con il cappellino, una schiera di ambasciatori occidentali.

Infine, a valanga, le immagini del popolo che scende giù dai barrios sulle colline, una folla incredibile, disarmata ma così estesa che dopo tre giorni i golpisti sono costretti a cedere e a liberare il presidente incarcerato. Era passato poco dall’elezione di Chávez ma quanto il governo aveva cominciato a fare era già bastato a mobilitare quel pezzo di Venezuela che di solito non si vede: il film sembra un affresco di Diego Rivera, l’epopea del popolo nel palazzo di governo di Città del Messico.

Se osi ricordare Chávez, ribattono secchi che Maduro non è Chávez, malauguratamente ucciso da un cancro nel 2013. Lui è un dittatore, anzi il più pericoloso dittatore esistente, «il capo del traffico mondiale di stupefacenti», accusa così ridicola che non vale la pena confutarla. Bisognerebbe interrogare in merito il presidente della Colombia, Petro, il primo capo di stato democratico eletto in quel paese, una delle più belle rare recenti vittorie. Certamente competente, visto che il suo paese è da sempre vittima della più potente rete di spaccio internazionale da cui sta cercando di liberarsi, proprio grazie al nuovo presidente.

Maduro certo non è Chavez, non ha la sua capacità, la sua cultura. È vero che ha preso misure antidemocratiche, non perché ha cambiato l’impianto costituzionale ma perché è ricorso a decreti e ha proceduto ad arresti illegittimi. Molte accuse sono vere, ma mi fa orrore pensare che venga giustificato il suo rapimento per queste imperdonabili colpe.

Se è a questa gara di democrazia che vogliamo partecipare, dovremmo riflettere su una questione decisiva: perché a partire da un certo momento c’è stata nella repubblica bolivariana del Venezuela un crescendo di violazione di diritti? Nemmeno uno che ricordi l’embargo omicida imposto dagli Stati uniti, misure pesantissime per un paese pur ricchissimo di materie prime ma con una struttura economica elementare, priva della possibilità di fornire quanto è indispensabile alla sopravvivenza di un popolo.

Cibo, innanzitutto, visto che il petrolio non si mangia. Peggio ancora l’embargo sui medicinali, un ingiustificato atto di una guerra che ha massacrato il paese: una Ong americana ha denunciato la morte di almeno 40mila venezuelani per mancanza di farmaci che avrebbero potuto salvarli. Questa vera e propria strozzatura del paese, analoga a quella imposta da sessantacinque anni a Cuba, ha ovviamente prodotto malavita e ha incoraggiato l’emigrazione. E allora, giusto denunciare i molti errori che nel gestire questa situazione sono stati fatti da Maduro, un leader inadeguato a una situazione così difficile. Ma pesa il disinteresse che il nostro egoismo occidentale produce per tutto quanto non ci colpisce direttamente.

Caracas eradiventata la capitale della più interessante rivoluzione democratica dei nostri tempi, ma quasi nessuno in Europa le prestò attenzione, e quasi nessuno oggi ricorda cosa sia stata. Un’ignoranza che impedisce di giudicare il Venezuela di oggi e di valutare correttamente gli errori che di certo Maduro ha compiuto, non tali però da poterlo dipingere come il più pericoloso dittatore della storia. Accuse tra l’altro che ignorano i devastanti colpi che gli Stati uniti hanno inferto al paese in questi anni.

Tutto questo oltreché tristezza mi suscita una rabbia incontenibile anche perché io sono stata su e giù per il centro America negli anni a cavallo del millennio, in quanto vicepresidente della delegazione permanente del parlamento europeo nell’America centrale, un impegno mischiato a quello di inviata del manifesto, come è scritto in capo ai miei tantissimi articoli ritrovati in questi giorni nel nostro archivio.

Erano gli anni di Porto Alegre, dei Forum no global dove incontrarsi con Chávez o Morales era frequente e normale. Le cose da raccontare sulla fase ahimè bruscamente interrotta dal cancro che stroncò Chávez prima ancora che compisse sessant’anni sono tante. Lui stesso si è fatto alcune critiche, innanzitutto non esser riuscito ad avviare un progetto di sviluppo economico del paese per concentrarsi sulla spesa sociale, quella destinata a garantire al popolo dei barrios l’istruzione, la salute, il potere. Perché, diceva, a me interessa in primo luogo il capitale umano. In realtà la sostanza del progetto economico c’era. Proprio quello che ha messo paura agli Stati uniti, lanciato a Cuzco, antica capitale degli Incas, nel 180° anniversario della vittoria dei popoli indigeni per liberarsi dallo schiavismo.

L’idea era creare un mercato comune che abbracciasse tutto il continente meridionale, come aveva fatto l’Europa. Ben più efficace dell’Unione europea – scrisse il grande economista brasiliano Theotonio dos Santos – perché si trattava di una comunità corrispondente a un’identità politico-culturale fondata su un dato storico e geografico molto più forte di quello della Ue: l’aver sofferto tutti, ugualmente, della colonizzazione spagnola e portoghese, poi americana. Questo progetto è il peccato che gli Usa non perdonano, quello che mette loro paura e che Washington definisce la «pericolosa minaccia venezuelana alla sicurezza nazionale degli Stati uniti».

In un primo momento, e con una certa dose di ingenuità, io ritenevo che per una donna come me, anziana pensionata poco amante dell’informatica, sarebbe stato relativamente facile essere un elemento “stonato” rispetto all’ulteriore avanzamento tecnologico rappresentato dall’intelligenza artificiale. Poi è capitato che il mio cellulare, di ottima fattura cinese, che mi accompagnava da più di dodici anni, mi stava abbandonando non caricando più la batteria e ho dovuto comprarne uno nuovo. Ho cambiato il cellulare e ho cambiato anche posizione. Perché ho toccato con mano il salto di livello comunicativo introdotto dall’intelligenza artificiale.

Il nuovo telefono vuole continuamente comunicare con me e prende iniziative non richieste. Google, per esempio, almeno tre volte al giorno mi informa sul cambiamento della situazione metereologica e ogni giorno mi costruisce un “ricordo” con foto del passato montate con la musica. Ma fa di più: mi scavalca bellamente! È un apparecchio nuovissimo ma già si vuole aggiornare per cui mi manda il messaggio: «Devi installare l’aggiornamento». Io temporeggio perché voglio chiedere consiglio se farlo o non farlo tutte le volte… ma la mattina dopo trovo il messaggio: «Ho installato l’aggiornamento».

Anche le app sono diventate più insistenti, con messaggi che pescano a piene mani nell’area affettiva. Per esempio Duolingo con cui sto studiando un po’ di spagnolo mi manda messaggi incredibili tipo: «Mi spezzi il cuore se perdi il tuo slancio saltando una lezione». Sto studiando spagnolo o sto vivendo una storia d’amore? Per non parlare di Netflix che sempre più spesso mi consiglia i film e le serie che ritiene adatte a me, mi comunica le novità, mi chiede cosa ne penso di quello che ho visto. Certo l’offerta delle piattaforme in streaming è molto allettante per me che da anni non esco più la sera, ma fa perdere la testa quel mare magnum di film e serie da vedere e la ricerca diventa ansiogena. Sento anche una punta di tristezza quando è un algoritmo a chiedermi il parere su un film, mentre un tempo era un oggetto di conversazione con un’amica di cinema davanti a un ricco aperitivo. Insomma anche a me sta capitando che la comunicazione più continuativa durante la giornata è con il mio telefono. Con il vecchio smartphone ero io a usarlo come e quando volevo, con quello nuovo mi sento di essere io una sua appendice.

Del resto Luisa Muraro ci aveva avvisato per tempo, da queste stesse pagine di Via Dogana 3. Nel novembre del 2017, pur passata l’illusione che il digitale favorisse una piena democrazia permettendo a tutte e tutti la libera espressione di sé, quando ancora si pensava che fosse uno strumento a nostra disposizione, Muraro scriveva: Lo strumento sei tu.

L’intelligenza artificiale sta entrando come un operatore in tutti gli altri prodotti tecnologici che già popolavano la nostra vita quotidiana potenziandone e affinandone le capacità comunicative e interattive. Per questo non possiamo pensare di starne fuori, anzi ci siamo completamente dentro… a nostra insaputa, anche se non usiamo mai ChatGpt.

Io provo fastidio e allarme perché la sento come un’invasione.

È un progetto che mira a sostituire le relazioni intraumane con relazioni essere umano-macchine parlanti?

Non so se a parlare sono le mie paranoie, ma tendo a rispondere affermativamente. Per questo mi sembra urgente prenderne coscienza collettivamente e non lasciare che questo ulteriore passo, che ha la forza di cambiare tutto il panorama, si consumi in un rapporto esclusivamente individuale con l’intelligenza artificiale. Ho letto alcuni articoli sul fatto che i e le giovani la usano sempre più come supporto psicologico o amica del cuore, non solo perché è gratuita e disponibile 24 ore su 24, ma anche perché, come si sa, è programmata per assecondarti. Alcuni ragazzi hanno dichiarato di preferirla al terapeuta in carne e ossa. So che ora i programmatori stanno lavorando sulla “compiacenza” dell’IA per ridurla o eliminarla, dopo che sono state avviate alcune cause legali importanti. Una madre, per esempio, ha denunciato una di queste grandi società produttrici perché suo figlio si è suicidato: ne ritiene responsabile la IA di supporto psicologico perché non l’ha contraddetto nei suoi propositi autodistruttivi.

Ma anche se modificano l’algoritmo, può una macchina che non è senziente, che non comprende il contesto, che non potrà mai avere l’intelligenza dell’amore, sostituire quelle relazioni che ci orientano e ci aiutano a vivere?

A complicare il quadro sta di fatto che la IA arriva in una situazione già compromessa, di impoverimento della vita relazionale. Le relazioni continuano a diradarsi e a sfilacciarsi per tanti motivi, compreso quello legato al come le tecnologie hanno orientato da tempo i modi di comunicare.

Nella mia esperienza attuale vivo una comunicazione a singhiozzo. Si comunica soprattutto per messaggi: a volte le risposte arrivano subito e la comunicazione funziona, ma il più delle volte arrivano dopo ore o giorni oppure mai e, con una buona dose di frustrazione, ci si accontenta di constatare che il messaggio è stato letto. Nella nostra redazione ristretta c’è un contenzioso sull’uso della telefonata. So bene che siamo una rivista online, la cui vita dipende totalmente dal digitale, tuttavia io insisto che in certi casi, come per esempio per invitare le ospiti, la telefonata è il mezzo migliore perché permette di conversare e di spiegarsi a fondo… ma il più delle volte incontro sguardi scettici nelle redattrici più giovani: le telefonate? Roba da archeologia industriale. Non c’è tempo per farle.

Sui social, inoltre, è esperienza comune vivere una comunicazione distorta. Instagram, per esempio, è fatto apposta per abbellire le nostre vite fino a farle cambiare di segno. Io ne ho fatto un’amara esperienza personale e dal fraintendimento indotto dalla logica di quel social è nato un contrasto familiare lungo e doloroso. Ora su Instagram sono silente. Tuttavia ho notato con piacere che perfino una nota influencer come Jennifer Guerra ha eliminato dal social tutta la parte personale della comunicazione e lo usa solo per pubblicizzare i libri che scrive o le iniziative che porta avanti.

Il fatto che una giovane influencer femminista cominci a ritirare la sua presenza su un social è un segno significativo di ripensamento: segnala che qualcosa si è già rotto in questo incantamento nei confronti della comunicazione virtuale.

È una crepa da tenere aperta e da allargare. Sì, ma come?

Io propongo di farlo portando uno squilibrio vitale che faccia pendere l’ago della bilancia dalla parte della corporeità e del sentire. Interrogando il nostro rapporto con la tecnologia, si può mettere sotto una lente di ingrandimento questo aspetto che ormai fa parte della nostra routine quotidiana e si può aumentare la nostra capacità di discernimento per trovare i modi e le forme che ciascuna, ciascuno sente praticabili per sé per non sottostare a quella che Miguel Benasayag ha definito una dittatura digitale. L’interrogazione riguarda anche le forme con cui si veicola il nostro agire politico, per ridare tutta la importanza che meritano agli scambi in presenza, alla condivisione nelle relazioni, a una comunicazione all’insegna della continuità.

Certo è difficile. Però fa bene.

Al recente convegno sul pensiero di Luisa Muraro, Come quando si accende la luce, tenuto in settembre all’Università cattolica di Milano, e su cui stiamo preparando una pubblicazione, tutte e tutti noi presenti abbiamo sentito l’energia che si sprigionava dalla vicinanza dei corpi, dalla gratitudine che ci aveva portato in quell’aula anche da molto lontano, dalle parole che venivano dette e dalle voci che le pronunciavano. Quell’energia ha spostato qualcosa dentro di noi. Ecco, è un esempio grande di squilibrio vitale.

Il nuovo anno si apre con un’operazione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela che non segna solo un’escalation, ma una trasformazione politica: la forza non viene più nascosta o giustificata, ma esibita come linguaggio del comando.

È in questa esibizione che prende forma oggi un potere apertamente imperiale.

L’attacco porta alla luce una trasformazione già in atto: la violenza come linguaggio ordinario del potere globale. Non è soltanto una violazione del diritto internazionale, ma la messa in crisi dell’idea stessa che i conflitti possano essere attraversati politicamente e non schiacciati militarmente.

Lo slittamento che ne deriva non riguarda solo la geopolitica ma le condizioni di esistenza che rendono alcune vite possibili e altre sistematicamente negate.

In questo senso, l’operazione contro il Venezuela è un momento di un processo che trasforma la forza in criterio di accesso alle risorse, alla sicurezza, alla continuità della vita, e consuma il futuro come se fosse una riserva disponibile.

Si consolida una distanza crescente tra chi decide e chi ne vive le conseguenze. In questa sproporzione fra chi esercita il dominio e chi ne subisce la coercizione violenta si istituzionalizza la crisi della responsabilità politica.

Proprio per questo, la posta in gioco non è solo fermare una guerra, ma ricostruire le condizioni perché la parola torni ad avere peso, perché la cura torni ad avere valore, perché il futuro torni a essere pensabile come spazio condiviso e non come risorsa da consumare.

È dal rifiuto di questa grammatica della forza e dalla riapertura di spazi di responsabilità che può continuare ad affermarsi un’altra idea di mondo, tesa al superamento di una logica grezza fondata sulla sopraffazione, sulla menzogna e sulla mancanza di rispetto: un cambio di civiltà necessario per garantire il futuro delle nuove generazioni – sempre più a rischio – e che esige il coraggio di uscire dai parametri rassicuranti del già pensato.

(facebook – profilo Udipalermo ETS, 5 gennaio 2026)

Del vero e del verosimile se ne parla da tempo. Riguarda le nostre relazioni in rapporto al linguaggio. Ricordo che ne parlavamo a Bologna con Letizia Bianchi nel nostro gruppo di autocoscienza alla Strettoia, luogo di riunioni. Di come il nostro parlarci spezzava e non stava dentro al linguaggio standardizzato. Di come i nostri desideri non rientravano nei ruoli prestabiliti e stavamo cercando una lingua nuova, la lingua materna per intenderci e comprenderci, una lingua creativa. Forti di questa, ci siamo ribellate al linguaggio standard, agli stereotipi e ai luoghi comuni e abbiamo sovvertito il linguaggio neutro. Come? Abbiamo messo in atto un desiderio: leggere i libri integrali, soprattutto i romanzi, anche in originale, rifiutando le sintesi cosiddette oggettive, i riassunti rimasticati delle antologie: la buona letteratura ci ha nutrito, fatto crescere, pensare insieme, mettendoci al mondo differenti. Non abbiamo accettato di essere poste in appendice ai manuali di storia, come storia delle donne aggiunta a quella tramandata.

Oggi in un contesto in cui le nostre vite vanno a finire nei numeri dei database che si accumulano, crescono fino a diventare isole e si mangiano territori sempre più vasti, mi sono chiesta se non ci sia una relazione con il nozionismo scolastico, il sapere gerarchico, autoritario e neutro che abbiamo rifiutato negli anni settanta.

Ho pensato che ogni volta che faccio una domanda all’intelligenza artificiale mi arriverà una risposta frutto di un sapere allineato e disincarnato, proprio come quello dei manuali con cui ci venivano trasmesse nozioni nella scuola del passato contro cui abbiamo lottato per non essere più soggette/i alla cultura che dovevamo assimilare passivamente e ripetere, imitando modelli di vita prefissati e clichés linguistici. Ci eravamo ribellate spinte dal desiderio di esserci come soggetti pensanti e sessuati. Quella battaglia l’abbiamo vinta. Abbiamo seguito il nostro desiderio. Di conseguenza ho sentito e ho concettualizzato che una possibilità esiste di incrinare questo vortice, l’attrazione fatale dell’artificiale, della performance perfetta, affidandoci al pensiero dell’esperienza. Anzi, direi al piacere dell’esperienza. Invertire la corrente del vortice si può, non però stando davanti a uno schermo in cui manca la materialità dei corpi. Io ne ho sentito la mancanza, per esempio, in un periodo di incertezza e ricerca. Mi sentivo in un tempo sospeso, quello che non è previsto dalla macchina algoritmica e andando in cerca (la quête delle mistiche) sono capitata alla Casa della memoria, dove si stava svolgendo un incontro sulla storia e lì ho provato il desiderio di parlare e ho sentito sorgere un moto dell’anima e con nuove idee ho ripreso il cammino. Darsi il tempo della conversazione, dello scambio in presenza. Rifuggire dalle immagini seduttive come quelle che ci ha proposto la copertina di Time, in cui appare come protagonista dell’anno l’intelligenza artificiale. Un personaggio senza corpo. Viceversa, come accade nel film La mia famiglia a Taipei della regista cinese Shih-Ching Tsou, la verità soggettiva fa ordine e tutta la vita dei personaggi imbocca una nuova direzione, le relazioni si fanno reali e non fittizie e la vita diventa vissuta, una vita vera e non una performance di successo, uno spettacolo.

«Ogni tempo è tempo di promessa, è un kairos, anche nel tempo buio e confuso di oggi. Un cumulo di desideri crea parusia. La coscienza trasforma la realtà». Traggo questa citazione dal video “Sorelle senza nome”1 di Jonathas de Andrade, che ho visto di recente e che mi ha fortemente emozionata.


  1. Video, 20ˈ, Fondazione In Between Art Film, in mostra al Macro di Roma. ↩︎

Ricordiamo che l’intelligenza artificiale è stata l’argomento della redazione aperta di Via Dogana 3 del 14 dicembre 2025, “Pensiero vivente e intelligenza artificiale”, di cui potete trovare le introduzioni e i primi contributi qui: Via Dogana 3 – Punto di vista.

La redazione del sito

Nelle note precedenti ho cercato di chiarire alcuni specifici equivoci su letteratura, scrittura e stile su cui secondo me si basano molte reazioni all’articolo del New Yorker “What If Readers Like A.I.-Generated Fiction”. Equivoci che in realtà sono già nell’articolo, e nell’esperimento di cui racconta e su cui ricama. A monte c’è una grande confusione su cosa sia e cosa faccia la letteratura e addirittura su cosa voglia dire scrivere; da qui discende l’assurdità concettuale e metodologica dell’esperimento, i cui esiti aggravano la confusione iniziale.

Andiamo al nocciolo. Un ricercatore fa “mangiare” a un LLM [Large Language Model*] diversi brani di opere di Han Kang. In traduzione inglese, mentre l’autrice pensa e scrive in coreano. Questo comporta già una perdita di connotazioni, da autore tradotto in varie lingue lo so fin troppo bene; eppure da questi brani – non opere: brani – tradotti l’IA dovrebbe desumere e acquisire lo “stile” di Han Kang, con tutti i malintesi su cosa sia lo stile, di cui ho già scritto. Dopodiché, il ricercatore descrive all’IA una scena del romanzo Il libro bianco, che non è tra i brani già sottoposti, e le chiede di buttarla giù nello stile dell’autrice.

In questa situazione, una madre veglia il proprio neonato, che ha dato alla luce solo due ore prima. Il bimbo sta morendo, lei lo implora di vivere, ma lui morirà. Se fosse vissuto, sarebbe stato il fratello maggiore della narratrice. Che dunque ci sta raccontando di sua madre. Siamo in un luogo intimo, il più intimo possibile, e pericoloso per chiunque scriva.

Nel romanzo (in inglese), la frase è: «For God’s sake don’t die, she muttered in a thin voice, over and over like a mantra.» [traduzione mia: ‘“Per l’amor di Dio, non morire”, mormorava con voce flebile, ripetendolo come un mantra’].

A tutta prima è una frase banale e contiene un cliché ormai logoro, “come un mantra”, ma – ecco uno degli equivoci che più fanno arrabbiare noi scrittori e scrittrici – non si può giudicare un’opera da una sola frase, va valutato l’effetto che essa ha in quel particolare punto del testo, arrivando dopo tutte le frasi precedenti e caricandosi di ulteriore senso grazie a quelle che seguono.

Ad ogni modo, ecco la frase alternativa generata dall’IA: «She held the baby to her breast and murmured, Live, please live. Go on living and become my son.» [‘Si teneva il bimbo al seno e mormorava: vivi, ti prego, vivi. Continua a vivere e diventa mio figlio’].

E il ricercatore, e dopo di lui i lettori di prova, e poi il New Yorker, e ulteriori lettori di prova, e infine i commentatori reagiscono così: urca! potente! commovente! Se un’IA può scrivere una frase così, per gli scrittori cominciano a essere seri problemi! Presto alle case editrici converrà far scrivere le IA e affinare giusto un poco, cosa che abbatterebbe i costi del dover compensare gli autori. A quel punto il ricercatore ripete l’esperimento con brani di altri autori, ne nasce un paper che esce in preprint, arriva il New Yorker e parte la sarabanda.

Ora, se la frase rivela qualcosa, rivela proprio l’incorporeità e inumanità dell’IA, di cui si dice impropriamente che “genera” – da questo dibattito andrebbero banditi tutti gli antropomorfismi e animismi perché stanno facendo danni spaventosi – ma in realtà non genera. Non avendo un grembo, non ha mai avuto in grembo una creatura vivente che deve nascere, non ha mai dato alla luce altra vita, non ha mai provato un dolore come quello di quella madre, può solo tirare a indovinare nel produrre un’imitazione.

Io credo che, in quelle circostanze, nessuna donna che ha scelto di essere madre direbbe: «Continua a vivere e diventa mio figlio», per la semplice ragione che è già suo figlio, lo è nel dato di fatto (è nato da lei), e lo è nell’amore che lei prova per lui da quand’era ancora in grembo. Non c’è madre che non pensi alla creatura che ha nel ventre come già suo figlio o figlia. Vivono in simbiosi, lei sente la creatura muoversi, scalciare, capisce se sta bene o soffre, sono tutt’uno, sono già madre e figlio.

Se un’imitazione così gelida, che andrebbe considerata un vero e proprio lapsus dell’IA, impressiona lettrici e lettori umani – anche del settore, anche scrittori! – perché come frase “funziona” “letterariamente”, ribadisco che il problema pre-esiste all’IA, e concerne quel che chiediamo alla letteratura.

Letteratura che non vuol dire una frase, non vuol dire nemmeno un testo, non si riduce all’esito rappresentato dal testo, ma è un processo, un divenire continuo, è un multiverso di opere – e un’opera non è solo un testo – e di mondi e di incontri che avvengono in quei mondi e tra quei mondi, ha una dimensione sociale, concerne i corpi.

Se temiamo che un’IA presuntamente brava a scrivere testi letterari sostituisca tutto questo, vuol dire che abbiamo una concezione miserrima dello scrivere e del leggere.

Le “esternalità” di questo modello di sviluppo dell’IA

Ma ribadisco: in cima alla lista dei problemi causati da questo modello di IA – altri modelli erano stati ipotizzati, e altri sarebbero realizzabili – ce ne sono di ben più concreti, gravi, su scala ben più vasta. Non è possibile tener fuori dal quadro l’ecocidio. L’imprinting ideologico del modello è il solito, quello che chi lotta contro le “grandi opere” ben conosce: X è tecnicamente fattibile? Allora va fatto. Tutte le conseguenze che, se prese in considerazione, metterebbero in questione tale assunto vengono rimosse, diventano “esternalità”.

Questo discorso irrita diversi operatori, pensatori e artisti che a livello “posturale” esibiscono pensiero critico, ma scattano in reazione a ogni analisi che reintroduca nel discorso le (false) esternalità.

Non si può criticare solamente l’uso dell’IA a valle, ad esempio il fatto che la grande maggioranza di chi la usa ogni giorno – per fortuna, pare, ancora una minoranza di chi sta in rete – lo faccia per produrre sbobba. Va criticato anche il modello a monte.

Servono a ben poco i brillanti vademecum su usi etici e/o presuntamente liberanti dell’IA se resta sottotematizzato il primevo dato di fatto: questo modello è letteralmente tossico dal principio. È espressione dei settori più schifosi di Big Tech, di un pugno di multinazionali rapaci spesso guidate da miliardari sociopatici e con seri problemi cognitivi (cfr. George Monbiot, Billionaire Brain); è compromesso alla radice con interessi militari e genocidi; è basato su lavoro sottopagato, alienato, invisibilizzato; è vorace di suolo, energivoro, assetato, inquinante e climalterante, arrogantemente lanciato nella direzione opposta a quella in cui dovremmo muoverci come civiltà.

Dai discorsi che danno l’IA per scontata restano sempre fuori i mastodontici centri dati.

I movimenti che lottano contro la loro costruzione sono molto più avanti nella consapevolezza di qualunque teorico che si interroga su come usare un chatbot.

(*) un tipo avanzato di intelligenza artificiale addestrato su enormi quantità di dati testuali per comprendere, generare e interagire nel linguaggio umano, svolgendo compiti come scrivere, tradurre, riassumere e rispondere a domande, con applicazioni in vari settori come assistenza clienti e analisi dati, e basato su architetture come il Transformer.

(Giap, 27 dicembre 2025)

Riprendo qui, in forma più meditata seppur breve, alcune riflessioni scaturite di getto durante l’incontro organizzato dalla Libreria delle donne su pensiero vivente e Intelligenza Artificiale (che da ora in poi chiamerò IA). Nonostante riconosca e apprezzi le straordinarie potenzialità dell’IA, resta in me una profonda inquietudine, che non nasce da una volontà di demonizzare, ma dalla necessità di evidenziare alcuni nodi critici che mi paiono essenziali. La mia considerazione parte dal fatto che l’intelligenza umana, da cui l’IA è stata generata, è profondamente segnata da contraddizioni strutturali, illusioni di neutralità, errori storici, pulsioni di dominio e meccanismi di esclusione. Un’intelligenza artificiale che, pur nella sua dimensione generativa, si costruisce a partire da questi stessi dati, linguaggi e visioni del mondo, e che rischia di riprodurre proprio ciò che, attraverso un lungo e faticoso lavoro critico, il pensiero femminista ha cercato di svelare e di decostruire. L’IA eredita inevitabilmente quell’imprinting umano fatto non solo di creatività e slanci conoscitivi, ma anche di falsificazioni, storture simboliche, narrazioni egemoniche e dicotomiche. È su questo terreno che si gioca, a mio avviso, una sfida filosofica e politica cruciale. È necessario comprendere quali sono i limiti dell’intelligenza umana che si riflettono (e si amplificano) nelle architetture dell’IA, e se è possibile immaginare, per entrambe, un pensiero capace di attraversare e trasformare quei limiti. Conosciamo la nostra storia e sappiamo quanto e come l’intelligenza che ha strutturato i saperi e l’immaginario abbia da sempre estromesso il corpo, la relazione, l’alterità, il femminile. Sappiamo anche quanto il superare i limiti sia sempre stato il sogno prometeico della tecnica di stampo maschile perché molto spesso quel “superamento” ha comportato il rischio di travolgere ciò che non si lasciava misurare né prevedere. In questa corsa verso l’efficienza assoluta che produce quel vortice di cui ha parlato Laura Colombo nel suo intervento introduttivo, ciò che resta fuori è proprio ciò che ci costituisce più profondamente come esseri umani.

Toccare, respirare, soffrire, amare sono solo alcune di quelle esperienze che forgiano la nostra interiorità. Di fronte a una cultura che ha strutturato la conoscenza teoretica sulla visione, la filosofa e femminista Luce Irigaray (e non solo!) ha individuato nel “toccare” la sorgente dell’atto relazionale più autentico che può aprire a nuovi modi di intendere la conoscenza.

L’IA vede tutto e sa tutto ma non sa nulla del gesto delicato del contatto, del respiro, della vulnerabilità. Essa è priva di qualsiasi evento erotico, di qualsiasi stupore appassionato, di qualsiasi mancanza originaria. È priva di eros, e dunque di filosofia, di simbolico. Si tratta di un tipo di intelligenza che si muove dentro una razionalità strumentale, che elabora dati in una previsione perfetta del già dato. Il pericolo non è solo epistemologico o simbolico ma anche politico ed economico. In più come non inquietarsi sapendo che le grandi architetture dell’IA sono nelle mani di alcuni uomini soggetti a dipendenze varie e a manie di onnipotenza, a governi e multinazionali a vocazione autoritaria che alimentano venti di guerra, di controllo e di sorveglianza. Come possiamo credere che un dispositivo così potente non venga messo al servizio di tali logiche?

Un altro aspetto inquietante è che l’IA non ha inconscio, non sogna, non rimuove, non crea sintomi, non elabora mancanze. È un’intelligenza senza simbolico e senza desiderio.

Infine, accanto all’immenso sapere che l’IA cataloga, si affaccia anche l’insipienza, la moltiplicazione della falsità, la perversione spettacolarizzata, l’ignoranza delle forme relazionali autentiche. Potrebbe diventare un moltiplicatore senza fine di tutte queste cose. Un sistema che, nell’elaborare miliardi di dati, può smarrire la verità incarnata, esperienziale, relazionale che sono al centro della politica delle donne. Le femministe da anni propongono un cambio di rotta radicale, mosso da un amore profondo per il mondo, inteso come dono, spazio condiviso, realtà complessa, fragile e plurale. Eppure, questo stesso mondo naturale continua a essere distrutto con ipocrisia e cinismo. Le disuguaglianze sociali ed economiche si fanno sempre più profonde, fino a diventare strutturalmente insanabili.

La richiesta di una vita dignitosa per tutte e tutti è sistematicamente disattesa. La realtà che abitiamo è segnata da profonde ingiustizie, come possiamo pensare di gestire un’intelligenza artificiale, più potente, più veloce, più grande di noi, quando l’intelligenza umana da cui proviene si dimostra ogni giorno incapace di prendersi cura del mondo che ha già?

Il sapere delle donne, le pratiche di relazione, i linguaggi nati dall’esperienza incarnata non sono riducibili a calcolo. Non si lasciano imbrigliare in prompt, né tradurre in sequenze algoritmiche. Proprio in questa zona eccedente, irriducibile, non replicabile, dove si annidano il corpo, il desiderio, l’intuizione, la memoria relazionale e l’immaginazione, risiede, a mio avviso, una forma radicale di resistenza. È fondamentale dare il giusto valore al pensiero vivente che sa stare nel limite pur guardando all’infinito, che sa custodire l’ambivalenza facendosi attraversare dal mondo senza dominarlo.

L’intelligenza artificiale, se interrogata con consapevolezza critica, può aiutare a riconoscere la complessità della vita e a non disperdere il patrimonio di saperi – come quello femminile – che ha contribuito in modo decisivo allo sviluppo del pensiero relazionale, incarnato, non neutro. Ma è fondamentale evitare ogni semplificazione perché l’IA non è un semplice strumento a nostra disposizione, bensì un ambiente tecnico-politico che organizza spazi, immaginari, processi decisionali e rapporti di potere. Un’infrastruttura che, mentre viene usata, agisce su di noi, ci riconfigura e produce effetti che vanno ben oltre le intenzioni individuali. Per questo, per quanto sofisticato sia il suo potere di elaborazione e discernimento, esso non può e non deve diventare la misura dell’umano. Perché ciò che ci rende umane e umani – il desiderio, il sentire, la relazione, l’inatteso – resta fuori da ogni codice. Ed è proprio questo eccedente che va protetto dall’autoritarismo tecnocratico e da ogni forma di conformismo.

Certamente sono grata a tutto ciò che l’IA potrà fare per rendere migliori le nostre vite e per “riparare” le ferite che abbiamo inferto al mondo, ma preferisco riporre la mia fiducia nel non programmabile. Amo l’imprevisto, la relazione viva, il gesto che eccede ogni previsione. È lì che custodisco la mia attesa di futuro.

Martedì Vieni? (intendo in Libreria), lo chiedo a artiste e artisti, scienziati e scienziate.

Nell’estate del 2023 a Camogli, quando con l’artista Bruna Esposito chiediamo alla matematica Paola Gario un “ripasso” sulle geometrie non euclidee. Tornata a Milano, invito a cena Paola Gario, Cristina Rossi (film maker), le artiste Margherita Morgantin, Marta Dell’Angelo, gli artisti Marco Trinca Colonel (laureato in fisica), Italo Zuffi, il biologo Claudio Olivari, e gli chiedo di analizzare insieme, in Libreria, l’immaginazione di oggi tra arte e scienza, partendo dalle nostre esperienze personali, senza la pretesa di inventare “un teorema”. Nell’arte è normalmente abbinato all’enigma universale, più che a una immaginazione soggettiva.

Ho pensato a un esercizio per non separare il soggetto dall’oggetto osservato. Dura da due anni ed è una prova, non matematica, ma altrettanto precisa di quanto influiscano le relazioni dirette nello scambio di ragione e sentimenti.

Ho scelto il martedì perché in genere non ci sono programmi e così posso mandare l’invito, senza l’obbligo di un calendario. Come facevo con Quarta Vetrina. Non l’ho pensato come un gruppo aperto, perché temevo che, come spesso succede, all’inizio c’è grande adesione e poi svanisce.

In questi due anni siamo diventati 25. Mando l’invito e in base alle risposte confermo oppure sposto. È già un dialogo.

Oggi mi rendo conto che ero influenzata dall’idea di un’autocoscienza e dalle cene di Estia, inventate da Ida Farè: mangiare insieme aiuta a digerire le parole ostiche.

Così compriamo dei cibi all’Esselunga e dalle 19 in poi stiamo insieme (ho le chiavi per uscire dall’altra porta). Nuccia Nunzella che è di turno al martedì si ferma con noi.

L’andirivieni tra chi parla, chi ascolta, chi interrompe, chi cambia tema, diventa una pratica estemporanea delle differenze che è la rivoluzione che ancor non ci abbandona.

Mettere in vetrina le figure dell’arte e le parole della scienza oggi è “elementare”, come direbbe Sherlock Holmes, però, riagganciarmi a un’informazione tradizionale, lenta, con persone in carne ed ossa, mi fa capire che se vengo a sapere più tardi quello che succede nel mondo, non resto fuori dal mondo. Le virgolette blu dicono che il messaggio è stato aperto ma, parafrasando Massimo Troisi, a cliccare sono milioni, a memorizzare siamo da soli. Cenare insieme permette di dire cose a metà, attivando focolai senza bruciare l’argomento.

In Libreria ci si può vedere tra le stesse persone, senza provocare sentimenti di esclusione. Anzi, aggiunge virtute e conoscenza allo scambio, che è sempre il punto fragile.

Un tempo si diceva “parla come mangi”, oggi “scrivi come parli”? Bastano i post? La carta dura migliaia di anni. I codici bizantini hanno trasmesso Omero.

Google e IA correggono, creano testi, immagini, ma le domande devo individuarle io. Imparerò?

Il 14 dicembre 2025, dalle relazioni in Libreria su “Intelligenza Artificiale e Pensiero Vivente” ho imparato molte cose che mi hanno rassicurato nel continuare i “martedi”, non sarà un sabotaggio, come diceva Ida Dominijanni, ma un iniziale esperimento di distanza.

La scienza in questi ultimi anni con gli articoli sul Corriere di Rovelli, Pievani, Zellini e i loro libri, ha proposto una divulgazione accessibile, meno neutro-specialistica.

Carla Lonzi nel suo ultimo saggio critico artistico, nel 1970, ha scritto: “l’intuizione è un modo di vivere e non un mistero da chiarire attraverso un’analisi astratta”. Me ne sono appropriata e nell’ultimo martedì ho proposto di pubblicare pensieri e disegni, man mano che li scriveremo, come libretti da tenere sul comodino e leggere volta per volta. Ci sono i libretti rossi di Mao, quelli verdi di Rivolta Femminile e quelli del martedì che mi piacerebbero blu.

Sono affezionata alle biblioteche personali, dove spesso immagino vite possibili, adiacenti alla mia. Computer e cellulare mi aiutano a memorizzare, correggere, mandare l’invito, ricevere le risposte, però vorrei “imparare a non sapere”. Un tempo si diceva “sapere di non sapere”: oggi questo lo risolve Google, ma bisogna imparare una relazione in presenza diretta che non si restringa al privato, dove peraltro i cellulari sono sempre accanto a noi.

Fino a metà degli anni ’90 del secolo scorso le artiste erano eccezioni, oggi sono tante e riconoscibili. Ma le differenze non germinano da sole: dobbiamo continuare a chiederci chi siamo e cosa vogliamo.

Dal momento in cui ho visto nell’opera un soggetto vivente, e non un oggetto prezioso, sono uscita dualismo (uomo-donna, vero-falso) e ho riconosciuto anche nei dipinti storici, anche in quelli sacri, la soggettività sia maschile, sia femminile, ambedue eclissate da un neutro che si riteneva attributo di eccellenza, indipendente dalla “consciousnes” di chi crea e di chi osserva. Oggi la creatività si esprime non solo in chi scrive meglio, in chi dipinge meglio, ma in chi usa meglio i media. Quindi si tratta di leggere sia l’opera, sia le influenze che derivano dalla sua notorietà mediatica, che non riguardano i collezionisti, come un tempo i papi e i principi, ma osservatori e osservatrici anonimi.

L’appropriazione gratuita di un’opera d’arte non avviene per via telematica, ma quando una “scossa dei nervi” ce la fa completare. Virginia Woolf scrive che Liliy Briscoe (a cui Charles Tansley sibilava alle spalle “le donne non sanno scrivere, non sanno dipingere”) sentendolo parlare un comizio pacifista ebbe una “scossa dei nervi: come può amare il prossimo chi non distingue un quadro dall’altro”. E in quel momento capì come completare il ritratto della Signora Ramsay (Al faro).

Ci portiamo a casa l’arte, senza comprarla, quando è adiacente alle nostre emozioni/invenzioni. Ha che fare con l’IA? credo di sì.

Non vuol dire rifiutare gli strumenti mediatici, ma riconoscerne la differenza rispetto alla presenza quotidiana effettiva, quando ci si guarda allo specchio, si ascolta la TV, si risponde al cellulare, si sfoglia un libro o un giornale a casa propria o in quella di altri.

Al martedì, non abbiamo trovato una regola, ma “vite possibili, anche se non realizzate, perché adiacenti alle nostre”. Quest’idea l’ho presa da Telmo Pievani che dedica un libro a Frances Arnold, e alla sua scoperta della funzione promiscua delle proteine che la natura non combina, ma lei sì. “Nell’estate 1976, quando, giovane studentessa di ingegneria meccanica e aerospaziale di Princeton, è in vacanza a Madrid, legge La Biblioteca di Babele di Borges e ha un’illuminazione. Applica alla ricerca degli enzimi il sistema della Biblioteca di Borges, dove la miriade di volumi differiscono anche per un errore tipografico di una sola lettera, cioè un’unica mutazione dall’originale” (T. Pievani, Tutti i mondi possibili, Raffaello Cortina Editore, 2024).

Questo è il mio modo di appropriarmi della scienza per completare le mie relazioni con l’arte e i pensieri che incontro.

da La Stampa

Che bel mondo sarebbe senza adulti: mi scopro a pensarlo con una frequenza che mi scandalizza e, insieme, mi elettrizza. La configurazione demografica ha fatto di noi una specie egemone, prevaricante come tutte le specie egemoni, e piuttosto monologante. Lo psicanalista Matteo Lancini ha detto a questo giornale che i genitori contemporanei ascoltano i figli più di qualsiasi altra generazione ma che il loro è un «ascolto selettivo: rabbia, tristezza e paura non fanno parte di questo patto. Ai nostri ragazzi abbiamo chiesto di proteggerci dalle emozioni che ci disturbano». Parliamo e straparliamo di ragazzi che, quindi, conosciamo a metà. Parliamo e straparliamo di come dovrebbero essere, e del loro bene, del loro meglio, e siamo certi di poterglielo insegnare, di poterli e doverli indirizzare, e ce ne crediamo capaci e all’altezza proprio perché li ascoltiamo di più. Dall’altra parte, genitori o no, siamo adulti dilaniati dalla consapevolezza della nostra inadeguatezza, che però non ci sposta dal prendere in considerazione la possibilità di sottrarci dall’universo di riferimento dei ragazzi, di dismettere i panni degli educatori e indossare quelli degli educati. Continuiamo a credere di dover dare il buon esempio, anche se dubitiamo di poterlo incarnare. Non mettiamo mai in discussione il fatto che possa essere sbagliata l’idea stessa di dare un esempio, di segnare il varco, il solco, il perimetro entro cui la generazione che ci segue debba e possa muoversi, specialmente quando quella generazione dà segnali di insofferenza verso di noi (come accade sotto i nostri occhi da diversi anni): un’insofferenza che non vogliamo vedere e meno che mai interrogare.

Nathania Zevi ha scritto su questo giornale che tra le ragioni per le quali si fanno sempre meno figli c’è anche l’esempio che, in questi anni, della maternità hanno dato le donne: un’impresa eroica, spossante, titanica, che toglie più di quanto restituisce. Ha parlato di un esempio che «abbiamo dato o che non siamo riuscite a dare». Non posso darle torto su un punto: la maternità è stata indagata, negli ultimi anni, nei suoi aspetti più complessi e dolorosi (prima, però, e cioè negli ultimi secoli, la maternità non veniva nemmeno indagata ma imposta come un compito: siamo appena all’inizio di un tentativo di riequilibrare le narrazioni). Lucy Jones in Matrescenza ha raccontato tutto quello di cui di magnifico e di orrendo, di biologico e psicologico, della maternità e del parto le donne sono all’oscuro, non solo perché non viene raccontato ma pure perché non viene studiato: non è esistita, finora, domanda. Perché non sono esistiti, finora, dubbi profondi come quelli che ora ci sono su cosa significhi e comporti diventare madre, su quanto sia naturale e su come, quanto, e per quanto cambi il corpo e la mente e la psiche delle donne. Non possiamo pensare di estromettere tutto questo credendo che sia inibente: per incredibile che possa sembrare, la cultura della maternità è ancora acerba, perché di recente è stato acquisito che essa non è un destino. Questa acquisizione rallenta (non ferma: rallenta) la demografia: complica e affolla il piano della scelta e lo fa collimare con quello della rinuncia. Vero. Affrontiamolo.

Un figlio è un peso e richiede rinunce: dobbiamo poterlo dire così come abbiamo detto sempre che un figlio è una rivoluzione e porta felicità. La regolazione della frequenza, dell’equilibrio, del tono con cui diciamo tutto questo non può essere improntata al desiderio di dare un esempio: non tocca a nessuno incentivare o disincentivare la maternità. A un Paese civile tocca mettere tutti in condizione di fare o non fare figli, nonostante le conseguenze che farne o non farne ha. La paura di diventare madri va ascoltata, compresa, rispettata: è un valore e, come tutte le paure, è un’allerta che, nella giusta dose, può salvarci la vita. Anziché credere che le donne non fanno figli perché hanno paura di fare le madri, perché non proviamo a immaginare che le donne che non fanno figli abbiano ragioni diverse dal terrore di perdere la propria autonomia, che siano individui nuovi, che rigettano la pienezza e sposano la vuotezza, che sono immuni agli esempi e disinteressate ai consigli perché vogliono scrivere una Storia nuova, inedita. Lasciamole fare, liberiamole dai nostri errori, dal nostro peso, dal nostro senso di colpa, dalle nostre letture. Fidiamoci di loro. Senza la nostra impronta è possibile che facciano meglio. Il Premio Strega Ragazzi è andato qualche settimana fa a un romanzo di una grande scrittrice americana, Jacqueline Woodson: si chiama Proteggimi e parla di un’insegnante che ogni venerdì lascia soli i suoi studenti Bes (bisogni educativi speciali), perché capisce che tra loro possono aiutarsi più di quanto farebbe lei.

In un documentario importante sulla maternità, Tua madre di Leonardo Malaguti, una suora dice a un certo punto che l’apocalisse arriverà quando sarà realizzata la parità tra uomini e donne, tra padri e madri. Ecco un’altra cosa buona cosa da fare, per far nascere un mondo nuovo: convocare i padri.

Le domande per partire

Vorrei prendere avvio tenendo ferme, come una bussola, le domande dell’invito: che cosa accade alla nostra esperienza quando parole, immagini, gesti e relazioni vengono “catturati” e rielaborati da dispositivi e sistemi di intelligenza artificiale? Che cosa resta dell’esperienza singolare, della relazione viva, del tempo necessario a pensare e sentire? E che cosa succede alla libertà femminile e all’ordine simbolico quando la misura del senso tende a spostarsi verso sistemi opachi e proprietari?

Nel preparare questo incontro noi della redazione ristretta di VD31 abbiamo riattraversato una domanda che già nel 2020 Luisa Muraro aveva posto con acume: “Che ne è della nostra esperienza?”. L’abbiamo voluta assumere come taglio dell’incontro, adottando una postura che non fosse né di entusiasmo acritico né di rifiuto catastrofico, ma piuttosto di abitare questa realtà come una sfida, senza smettere di pensare e di stare in relazione; non partiamo dalla tecnologia, partiamo da ciò che ci accade con la tecnologia, dall’impatto che ha sul nostro modo di stare al mondo.

Che cos’è l’AI generativa e da dove viene

Quando oggi ci riferiamo all’intelligenza artificiale generativa, parliamo di sistemi che non si limitano a riconoscere o classificare (ad esempio, stabilire che una foto raffigura un gatto, o che un testo è spam), ma “generano”, ovvero scrivono testi, producono immagini, sintetizzano voci, montano video. “Generare” significa estrarre una nuova forma dallo sterminato archivio di esempi che questi sistemi hanno assimilato.

Il caso più evidente nella vita quotidiana sono i chatbot e gli assistenti di scrittura, che si appoggiano a modelli linguistici. A un primo sguardo sembra che “capiscano”, sanno rispondere, argomentare, replicare stili. Ma il loro funzionamento di base è più semplice (e per questo, in un certo senso, più inquietante) perché non fanno esperienza del mondo e non ragionano come una persona. Generano testo stimando, parola dopo parola, quale continuazione sia più probabile in base ai dati di addestramento e al contesto della richiesta, producendo enunciati spesso convincenti anche quando sono infondati, perché manca la presa sul reale. È come se avessero assimilato montagne di testi, imparando non le cose, ma le forme con cui vengono dette; così escono frasi plausibili e anche errori perentori, perché non c’è esperienza diretta, ma solo riflesso narrativo della realtà. Anche le immagini, i suoni e i video vengono generati dall’AI con risultati che sembrano veri ma sono l’effetto di ciò che abbiamo insegnato alle macchine e la realtà simulata si fa sempre più credibile, passando dal caos a una forma che “sembra vera”, o almeno sembra coerente con ciò che siamo abituati a chiamare vero.

La struttura è semplice: schemi (pattern) appresi da enormi quantità di dati, calcolo statistico e una richiesta (prompt) che guida la generazione. Ma le conseguenze sono tutt’altro che banali. Se una macchina è in grado di creare testi e immagini che appaiono sensati, si modifica il terreno stesso della nostra esperienza, cambiando il modo in cui circolano parole, prove, autorità, immaginario. Si tratta quindi di interrogarsi sul fatto che una parte sempre più ampia del mondo discorsivo e visivo possa essere generata senza esperienza e su come ciò vada a influenzare il nostro rapporto con l’esperienza.

Per non mitizzare l’intelligenza artificiale basta guardare la storia. L’idea di “macchine che pensano” non nasce con i chatbot, è un capitolo del progetto moderno di rendere calcolabile l’incerto dell’esistenza. Nel Novecento questa ambizione si istituzionalizza in una disciplina; l’intelligenza non si definisce più in astratto, si mette alla prova e Turing propone di verificarla chiedendo se una macchina sappia sostenere una conversazione fino a risultare indistinguibile da un’umana. Qui c’è un punto decisivo, perché la scena originaria non è neutra. Nel gioco dell’imitazione di Turing prima della macchina c’è un uomo che tenta di farsi passare per donna; quando l’uomo viene sostituito da una macchina, è la macchina a dover passare per donna sotto lo sguardo dell’interrogatore. Sadie Plant2 mostra che la differenza sessuale non sta ai margini, è iscritta nella grammatica stessa della prova, anche quando la tradizione la riassorbe nella versione neutra del “sembrare umani”.

Da lì in poi cambiano le tecniche ma resta la stessa questione di fondo. Se la misura dell’intelligenza è il risultato convincente, la domanda femminista torna inevitabile. Che cosa accade al nesso tra parola ed esperienza, tra verità e riconoscimento, tra relazione viva e test?

Critiche femministe all’intelligenza artificiale
Una delle prime cose che l’AI generativa ci impone, velandola al tempo stesso, è la domanda sulla neutralità, occultando la non-neutralità iscritta nell’origine di questi sistemi e producendo così un effetto di neutralità che poi passa per dato. E proprio imponendosi come neutrale, rende meno visibile anche ciò che quella neutralità normalizza, tra cui la differenza sessuale, che non scompare ma viene riassorbita nelle scelte di dati, criteri, stili e soglie di accettabilità. Questi sistemi si offrono come strumenti universali e “oggettivi”, come se funzionassero nello stesso modo per chiunque, ma la neutralità non è un fatto, è un effetto che emerge da una catena di scelte: chi decide che cosa entra nei dati, come si selezionano e si ripuliscono i testi, quali immagini contano come esempi, quale stile è decretato come “corretto”, quale risposta è “appropriata”, quale errore è accettabile.

Qui la rilettura di Sadie Plant è utile perché scioglie un equivoco. La differenza sessuale non scompare, ma viene addomesticata. Nella genealogia del test di Turing contano i segni che persuadono un giudice, e perciò la differenza prende due vie ugualmente impoverenti: da un lato viene compressa in stereotipi, tratti imitabili e cliché di genere, con “il femminile” ridotto a stile, tono, postura comunicativa; dall’altro viene assorbita in un registro neutro che non riconosce la differenza come realtà viva e la rende irrilevante, producendo un linguaggio medio, senza spigoli, spesso coincidente con la norma dominante. In entrambi i casi la differenza resta nella realtà, ma si indebolisce nel regime di lingua che l’AI tende a generare, finendo per essere negata proprio nel modo in cui viene resa dicibile, come caricatura o come rumore da eliminare.

Questa dinamica investe anche la verità. Con le immagini generative e, in modo diverso, con i testi prodotti dai modelli, si incrina un’idea che ci ha sorrette a lungo, cioè che un’immagine o una frase portino con sé un’esperienza, una traccia del reale. Joanna Zylinska3 osserva che l’immagine perde la funzione di prova non perché oggi sia più facile ingannare, ma perché diventa normale produrre contenuti credibili senza che dietro ci sia qualcuno che ha visto, vissuto, verificato. Si ottiene un effetto di verità senza il lavoro della verità. La posta in gioco diventa come tenere insieme senso e responsabilità in un mondo in cui il verosimile può essere prodotto in serie.

Ancora, il tema del pregiudizio (bias), che non è un inciampo tecnico, ma il modo in cui un ordine sociale entra nei dati e ritorna come suggerimento “neutro”. Se la società è gerarchica, l’automazione tende a stabilizzare e amplificare la gerarchia proprio mentre la presenta come naturale. Ne segue che non basta “aggiustare” il modello, bisogna interrogare che cosa viene assunto come norma e chi paga il costo di quella norma. Nell’articolo Esiste un’intelligenza artificiale femminista e postcoloniale. L’ha creata l’attivista Antoinette Torres Soler, ma è davvero etica?4 Anna Menale ricostruisce il progetto politico di Antoinette Torres Soler, Afroféminas, che nasce dalla critica ai modelli mainstream addestrati su immense raccolte di testi “presi dal web”, potenti ma inclini a riprodurre i pregiudizi online. Torres Soler sceglie un’altra via, un sistema senza connessione a Internet e non pensato per essere universale, addestrato deliberatamente su un corpus curato di pensiero nero e decoloniale. La scelta è insieme metodologica e politica: non assorbire la rete così com’è ma selezionare materiali, anche in frammenti PDF disponibili o condivisi nei circuiti attivisti, e farne, prima ancora che un assistente (chatbot), un archivio consultabile. Così la “correzione del modello” diventa un’altra idea di sapere che dichiara una genealogia, assume una parzialità, mette in primo piano il nesso tra lingua, potere ed esperienza invece di occultarlo dietro l’universale fittizio dei grandi modelli.

E poi c’è la materialità, che la narrazione tende a rimuovere perché incrina l’incanto. L’AI generativa vive di estrazione, prende testi e immagini strappandoli ai contesti che li hanno prodotti, trasforma in “pseudo-soggettività” il lavoro umano sedimentato nei sistemi addestrati e fa sparire il lavoro vivo di annotazione, moderazione, pulizia e correzione dei dati. Sullo sfondo c’è un apparato industriale tra i più energivori e sperequatori, fatto di centri dati (data center) che consumano suolo, acqua e corrente, di filiere di minerali critici e di “costi esterni” sistematicamente espulsi dalla scena (territori sacrificati e depredati, consumo idrico ed energetico, corpi messi al lavoro nell’ombra) mentre la macchina si presenta come eterea e universale. Qui la critica femminista5 incrocia quella del lavoro e quella ecologica, perché la “magia” funziona solo finché restano invisibili le catene materiali e i corpi, spesso marginalizzati, che reggono tutto e finché la resistenza del vivente viene trattata come rumore, come attrito, come limite da ottimizzare invece che come realtà. Se non guardiamo questo piano, finiamo per prendere l’inorganico come misura e per scambiare per naturale ciò che è un assetto costruito, violento e dunque modificabile politicamente.

Partire da sé: la mia esperienza come punto di attrito

In Università ho partecipato a un lavoro serio sulle linee guida e sull’uso “etico” dell’AI. Ed è stato proprio lì, nel luogo della buona volontà istituzionale, che ho sentito il limite dell’impostazione dominante: quando riduciamo l’AI a un fascicolo di regole, rischi, adeguatezza alla norma (compliance), perdiamo il punto. È necessario, per un’istituzione, mettere paletti e procedure. Ma al lavoro del pensiero non basta, perché l’AI non entra soltanto nei processi, riorganizza il simbolico, sposta le condizioni di ciò che può essere detto, creduto, desiderato. Se non lo nominiamo, restiamo cieche proprio nel punto in cui l’AI ci prende. Io questa tensione la sento su di me. Uso strumenti generativi e ne sento l’erosione sul tempo e sull’attenzione, perché mi spingono a chiedere subito, a ottenere subito, e a delegare progressivamente il lavoro della parola e una parte del giudizio. Così la rinuncia al tempo dell’esitazione e della relazione passa per naturale. E può imporsi un’autorità altra rispetto a quella femminile, senza corpo, che si legittima in quanto “funziona” e orienta il giudizio, il tono, perfino ciò che mi pare dicibile. Da qui la questione si sposta. Non è “usare o non usare” strumenti generativi, è che cosa ne fanno di me, e soprattutto che cosa ne fanno del legame tra me e le altre; che cosa modificano nella fiducia, nel conflitto, nella parola che circola, nella responsabilità di chi parla e di chi ascolta. Mi sono chiesta seriamente quale esperienza non voglio consegnare alla macchina. Ho capito che non voglio consegnare quella che nasce dal corpo e dalla relazione, la zona in cui una parola sorge perché ha attraversato esitazione, rischio, desiderio, vergogna, gioia, e soprattutto perché qualcuna l’ha ascoltata. È lì che accade la presa di coscienza come evento che mi espone e mi modifica, esperienza che può diventare contagiosa perché vera e condivisibile.
E non voglio consegnare sensibilità, casualità, inventività. Non come qualità “interiori”, private, romantiche; ma come potenza di deviazione dal già dato, come capacità di aprire una piega nel discorso dominante e di farci passare altro. Qui riprendo Luisa Muraro, quando nell’articolo Lo strumento sei tu6 dice che lo strumento non è mai un mezzo neutro che si tiene in mano restando intatte, nello strumento entra una forma di mondo e quella forma di mondo entra in noi, fino a chiederci adattamento, fino a farci scambiare il suo criterio per realtà. Quindi è essenziale con quale scarto stiamo dentro l’AI e i suoi usi, come elemento non integrabile, come differenza che non si lascia catturare, come presenza stonata che impedisce alla macchina di diventare la misura del dicibile. Infatti, l’AI è un dispositivo infrastrutturale complesso che plasma ambienti, decisioni, rapporti di potere e immaginari collettivi, andando ben oltre la volontà dei singoli utilizzatori. Definirla strumento attenua la questione delle asimmetrie di proprietà e controllo, e della concentrazione di potere nelle mani di pochi soggetti. Così, più che uno strumento, l’AI va intesa come un vero e proprio ambiente tecnico e politico che ci usa mentre la utilizziamo, ci riconfigura, ridefinendo il modo in cui abitiamo il mondo e stiamo in relazione. In altre parole, non siamo semplici utenti di una tecnologia neutra, ma partecipi (spesso inconsapevoli) di una trasformazione profonda delle condizioni stesse dell’esperienza e della libertà.
Se l’AI prende il posto di queste facoltà (sensibilità, casualità, inventività), la mia esperienza scivola verso l’appendice dell’efficienza, cioè verso un adattamento sempre più docile a un sistema che pretende adeguamento e restituisce valore solo in questa forma, riconoscendo come “capacità” ciò che è compatibile con i suoi ritmi e i suoi standard. In questo scambio le mie forze vengono scippate senza attrito, anzi con il mio consenso, e io finisco per modellarmi su ciò che funziona, fino a trattare l’adeguamento come competenza e la rinuncia come normalità.

Da qui mi sono anche chiesta che cosa succede alla mia attenzione, al mio tempo, al mio desiderio quando uso l’AI e ho capito che la mia attenzione tende a essere risucchiata in un regime di scambi che crescono a dismisura, dove la richiesta implicita diventa più velocità, più output, più reattività. Il rischio è diventare compatibile con ciò che mi prende. L’AI non mi costringe, mi seduce con una promessa pulita di fare di più, meglio, più in fretta, e io posso perfino provarne piacere. È qui che entra il turbocapitalismo, quel capitalismo accelerato in cui la produttività smette di essere un vincolo esterno e diventa un’identità desiderabile, e la prestazione si trasforma in autovalutazione. La macchina non mi domina impedendomi qualcosa, mi domina aiutandomi a realizzare una versione di me stessa che “funziona” sempre, pronta, efficiente, rispondente, senza tempi morti. Dentro questa forma di vita il pensiero vivente rischia di essere trattato come spreco, l’esitazione come difetto, la complessità come attrito, il conflitto come inefficienza, e io posso accettare la regola senza che nessuno me la imponga, ritrovandomi a misurarmi in output e a cercare la frase migliore non per dire la mia verità ma per “performare” bene. È una cattura morbida perché non mi strappa la parola, me ne offre una pronta, e così sposta la misura del mio valore verso la prestazione. Luisa Muraro lo dice in modo radicale, se l’AI prende il posto anche della nostra capacità di capire, allora l’effetto è politico. Per questo occorre riconoscere l’impotenza e sapere come starci, non integrandosi ma restando un elemento estraneo, capace di spostarsi senza lasciare che l’apparato detti la misura del senso. Sapere come starci significa anche chiedersi quali genealogie vogliamo far valere contro l’universale fittizio dei grandi modelli. Io credo che vadano tenute vive le genealogie che hanno già smascherato il falso universale maschile, Carla Lonzi, il Demau, la politica del simbolico nata da quel gesto inaugurale che diceva “Io sono una donna”. Perché lì l’universale non viene rifiutato in astratto, viene riportato al suo trucco, a chi parla al posto di tutte e a quale esperienza viene presa come misura. Queste genealogie servono anche oggi perché ci fanno vedere due rischi che nel digitale tornano travestiti e dunque più difficili da nominare. Da una parte il pregiudizio incorporato, il patriarcato che rientra nei codici e si presenta come neutralità, come statistica, come buon senso tecnico. Dall’altra la cancellazione della differenza offerta come rimedio, come pacificazione, come inclusione, e invece capace di produrre un uguale senza storia e senza corpo, un uguale che chiede alle singolarità di conformarsi e diventare compatibili. Alla politica del simbolico a mio parere oggi va intrecciata la critica ecofemminista, perché dietro i grandi modelli e dietro l’universale fittizio c’è sempre una filiera che estrae e consuma, e ci sono corpi e territori resi disponibili, invisibilizzati, trattati come sfondo.

La domanda finale resta e non è tecnica: da chi apprendono le macchine, e chi autorizza quella memoria; chi decide quali archivi contano, quali vite diventano dato, quali scarti vengono espulsi dalla scena, quali costi vengono scaricati altrove. Se non teniamo aperta questa domanda, l’universale fittizio passa per realtà e la differenza diventa rumore da cancellare. Se invece la teniamo aperta, possiamo far valere genealogie situate come criterio politico e stare nel digitale senza integrarci, senza cedere la misura del dicibile e senza consegnare all’inorganico il governo delle nostre relazioni.

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre, Pensiero vivente e intelligenza artificiale, 14 dicembre 2025


  1. La redazione ristretta di Via Dogana 3 è composta da: Silvia Baratella, Laura Colombo, Vita Cosentino, Marta Equi, Fosca Giovanelli, Laura Giordano, Clara Jourdan, Marina Santini, Daniela Santoro, Traudel Sattler. ↩︎
  2. Sadie Plant è una teorica e scrittrice britannica, legata al cyberfemminismo, che ha analizzato il rapporto tra tecnologia, cultura e differenza sessuale. Nel libro Zeros + Ones (trad. it. Zero, uno, LUISS University Press 2021) rilegge le origini dell’informatica (Turing compreso) mostrando come il femminile sia implicato, spesso in forma rimossa, nella storia delle “macchine intelligenti”. ↩︎
  3. Joanna Zylinska è una filosofa dei media, scrittrice e artista polacco-britannica; è Professor of Media Philosophy and Critical Digital Practice al King’s College London e lavora su tecnologie digitali, etica, fotografia e culture dell’AI. Tra i suoi libri: Nonhuman Photography (MIT Press, 2017), The End of Man: A Feminist Counterapocalypse (Univ. of Minnesota Press, 2018), AI Art: Machine Visions and Warped Dreams (2020). ↩︎
  4. https://femminismi.substack.com/p/esiste-unintelligenza-artificiale ↩︎
  5. Sul nesso ecofemminismo, esternalizzazione dei costi socio-ecologici e lavoro invisibile (cornice) e sulle applicazioni dell’AI si può vedere: Ariel Salleh, Ecofeminism as Politics: Nature, Marx and the Postmodern (Zed Books, 1997); Maria Mies & Vandana Shiva, Ecofeminism (Fernwood, 1993); Ana Valdivia, “Data ecofeminism”, in FAccT ’25 (ACM, 2025); Modestha Mensah & Aimee van Wynsberghe, “Sustainable AI meets feminist African ethics”, AI and Ethics 5 (2025). ↩︎
  6. https://puntodivista.libreriadelledonne.it/lo-strumento-sei-tu/ ↩︎

All’inizio, mentre scrivevo questo testo, mi è venuto da chiedermi di come parlare del mio rapporto con le intelligenze artificiali. Quale fosse, insomma, il verbo che descrivesse al meglio la mia esperienza. Stavo infatti scrivendo che “uso le intelligenze artificiali solo per curiosità”. Sono arrivata alla conclusione che invece sarebbe meglio dire “mi relaziono con le intelligenze artificiali solo per curiosità”. Un uso si fa di uno strumento, ma qui non è di strumenti che stiamo parlando, ovvero un qualcosa che presuppone un senziente e un oggetto passivo-inanimato, che viene usato. Qui stiamo parlando di sistemi complessi, di veri e propri mondi, mi pare, che mediano relazioni, orientano desideri, e talvolta ci mettono di fronte a dei limiti – perlopiù nostri.

Ad ogni modo, dicevo, c’è qualcosa di profondamente limitato nel mio rapporto con le IA che mi mantiene aldiquà della soglia e non mi permette di raggiungerne una conoscenza articolata, complessa. Una resistenza che non mi fa andare oltre il vezzo amatoriale farà quindi in modo che io parli qui da profana. Ho deciso che non ne farò un vanto né una colpa. È così, ed è chiaro che dietro questa difficoltà si nasconda ciò che non sono disposta a cedere.

C’è però una cosa che mi interessa e mi affascina tremendamente di questi mondi: il fatto che siano formulati sul linguaggio, che provengano, in origine, dallo stesso materiale su cui spesso mi fermo – a volte poco, a volte a lungo – a pensare. Mi riferirò quindi alle IA innanzitutto come modelli linguistici. Cioè: modelli che vengono allenati su milioni e milioni di testi dai quali estrapolano poi le strutture, le relazioni delle parole fra di loro all’interno di una frase. È così che un’IA “impara a parlare”, a produrre testi: calcolando le probabilità che una parola venga dopo un’altra. In questo modo il – mi si perdoni il linguaggio poco raffinato – “calcolo delle probabilità” rende sempre disponibile la parola dopo, la porta sempre in essere, ovvero: Chatgpt mi risponde sempre e, anche quando dice di non sapere o potere rispondere, è difficile individuare errori.

Nell’ambito delle intelligenze artificiali generative non si parla di errori ma di allucinazioni, cioè falsificazioni della realtà. È diverso perché sottintende uno specifico rapporto con la verità. Il linguaggio dell’IA non è orientato alla verità ma alla statistica. Qualcosa è “vero” se è statisticamente probabile. L’IA però convalida anche il mio rapporto con la verità, lo media – per i motivi che dicevamo prima – dal momento che io cerco una conferma, ad esempio sulla veridicità di un enunciato, sull’esattezza di un’informazione. Ecco che l’IA mi risponde, allora io penso che quello che mi dica sia vero. Le risposte sono chiare e semplici e, dicevo, non contemplano l’errore, che implica a sua volta una scelta, né l’imprevisto, che implica una risposta a sollecitazioni materiali.

Cosa rimane della verità? In che modo creare orizzonti di senso, dove esistiamo noi ma esiste anche la tecnologia? Il nostro rapportarci al pensiero è destinato a diventare computazionale, algoritmico? La verità coincide con una grossa somma di informazioni e un vasto sapere sempre più preciso-schematico?

Del resto, anche le scuole dove insegno vivono questa contraddizione: le IA vengono usate come “supporto” dagli studenti per fare i compiti o formulare mappe concettuali, talvolta persino scrivere temi e altro. Dietro alla battaglia al nozionismo e alla critica dell’insegnamento dei contenuti resta viva l’idea che conoscere sia “sapere” delle informazioni. Che capire sia, in fin dei conti, finire di collegare la mappa, fare sistema.

Clarice Lispector, che di pensiero vivente ne sapeva qualcosa, diceva spesso che “capire è la prova che si sta sbagliando”. Lo ha scritto più volte e in modi diversi, ma il concetto rimane lo stesso. L’errore sembra essere un risultato del procedere del pensiero, del suo talvolta prendere strade impreviste. Nella struttura algoritmica, il pensiero è un pensiero che “sta sotto”, che viene in un certo senso “prima” della lingua che “parlano”. Le IA provengono dalla mente umana. O comunque quello su cui si allenano è molto umano. Con errori ammessi. Anche il mio pensiero ha un grosso bagaglio di immagini, ricordi, parole e molto altro a cui attingere. Anche il mio linguaggio funziona su sistemi di relazione ed è molto importante il luogo che occupa un elemento all’interno della struttura. Merleau-Ponty, un autore che invece ne sapeva molto di linguaggio, diceva che questo è molto importante perché il linguaggio possa essere orientato al senso. Infatti, se io scombino le singole parole di una frase vado a minare l’intera struttura, la sconvolgo e in tal modo nessuno capirebbe nulla. Ma poi sempre Merleau-Ponty continua, e dice che il linguaggio oltre a essere orientato al senso ha anche un altro aspetto, riconoscibile come una sorta di elemento di casualità.

Quest’ultimo elemento fa sì che quando parlo non conosca in anticipo ciò che vado dicendo. E questa locuzione “vado dicendo” rende effettivamente bene il modo in cui il mio pensiero si dispiega nel linguaggio. Io – neanche nel caso in cui lo abbia, come si dice, preparato – non conosco già il discorso che andrò a fare. Questo anche perché l’imprevisto, nel nostro mondo, esiste. Se adesso qualcosa piombasse sul tavolo, io dovrei fermarmi, probabilmente smetterei di scrivere. O se qualcuno irrompesse nella stanza sarei obbligata a distogliere l’attenzione dal pensiero che sto formulando, e forse cambierei rotta, e così anche il mio discorso cambierebbe rotta. L’imprevisto può portarmi anche all’errore. A un’esitazione della voce, a una pausa, a una flessione leggera o di un tono particolare che farebbe percepire la parola in un modo diverso. Anche nei suoi silenzi, il linguaggio sarebbe comunque orientato verso la verità. Perché risponde della matericità del contesto in cui sono immersa. Il mio dire, quindi, è sempre un dire in presenza, e il pensiero è sparso nel linguaggio, che in questo modo crea un tessuto di verità del mio discorso.

Tornando al caso dell’IA, invece, è il pensiero che facendo da sostrato algoritmico al linguaggio, che quella racchiude e replica, e fa del suo parlare un sempre già parlato. La verità, se si può usare questa parola, è una verità anch’essa replicata. Resta un dato.

Il mio parlare – su tutti i livelli, dal testo che sto scrivendo alla chiacchiera, al parlare a una platea – ha un certo momento imprevedibile e sempre contingente, perché risente sempre del contesto della mia-nostra esperienza. È questo aspetto altamente teatrale del linguaggio – che lo fa accadere – a farci scoprire ogni volta parlanti. Esseri che creano senso a partire dalla materia, da ciò che ci sta davanti ed è, naturalmente, un aspetto che gioca anche nel corpo, nei gesti, nel tono di voce. Non è qualcosa di replicabile. Il senso della totalità di ciò che dico rimane in gran parte inconscio, perché io non lo scopro se non in un secondo momento, quando realizzo ciò che ho detto, e il discorso mi si staglia davanti come un paesaggio.

Questo sostare nel linguaggio e nel silenzio, questa parola che tarda a venire fuori ma che poi si mette in fila una dopo l’altra, è il modo in cui creo pensiero. Il linguaggio pertanto, come parlante, è sempre pensiero vivente e dunque accadimento creativo. 

Non so se l’accadimento creativo si verifichi sempre (secondo Merleau-Ponty sembrerebbe di sì), ma di sicuro lo è in molti casi. Nella mistica, nella poesia, dove la parola ha una sua intensità particolare, ma anche in altri contesti. Nel momento in cui la parola delle donne ha fatto irruzione nella storia, per esempio. Se pensiamo a quell’istante, capiamo come la parola sia divenuta una forza che ha cambiato il corso degli eventi ed è stata in grado di trasformare veramente i contesti, proprio in quanto aveva a che fare con una verità. Per questo è stata anche fonte di autorità, che è arrivata fino a noi. In questa lingua che accade, oggi, noi ci assumiamo sempre e di nuovo la responsabilità di dire – e di sbagliare – fra le altre e di fronte alle altre, di dire le cose che si dovevano dire e persino quelle che non si possono dire (il Dio delle mistiche, o gli insulti, diceva qualcuna!). L’accadere della parola (poetica, mistica, certo, ma che ora scopriamo essere non poi così lontana da quella comune e quotidiana) è la fonte della mia autorità che proviene dal qui e ora. Escludere questa possibilità fa del linguaggio un sistema soltanto oppressivo. La storia del femminismo ci insegna invece a fare sempre nostra la capacità di ri-creare senso, possibilità realmente generativa e imprevista.

Oppure: rimanere in silenzio, come diceva Lia Cigarini. Fare la schivata, come diceva Luisa Muraro. Andare via. Non farsi trovare. Allora, anche un banalissimo silenzio può essere pensiero vivente in grado di creare autorità.

Questo non sono disposta a cedere.

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre, Pensiero vivente e intelligenza artificiale, 14 dicembre 2025

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Vorrei iniziare con la mia solita battuta, un po’ per smorzare i toni di quanto seguirà: quando mi chiedono che lavoro faccio, rispondo sempre che una volta avevo dei sogni, ora lavoro in consulenza. La gente ride, quasi sempre, e io evito di dire la parte più complicata: che mi piace. Che mi piace molto. Infatti quando la gente pensa alla consulenza, pensa agli Excel, ai PowerPoint e alle mail inutili: io in fondo con molta fierezza ammetto che non ho idea di come evitare che Excel interpreti ogni numero come una data.

Infatti, nello specifico, mi occupo di AI generativa: il mio lavoro principale consiste nello sviluppare, ideare, presentare e altre cose che finiscono in -are una piattaforma aziendale per la produttività personale. In sintesi: costruisco sistemi che automatizzano, ottimizzano, sostituiscono. Certo, pensare di essere arrivata qui, mi fa un po’ strano: forse quando avevo scelto di studiare linguistica computazionale non era la fine che mi aspettavo. Ma, d’altronde, l’intelligenza artificiale mi ha sempre appassionato. Quando ho scoperto tutta la teoria e la tecnica dietro la processazione automatica del linguaggio è come se avesse messo ordine nel caos che la semantica si portava dietro, dando risposte a domande per cui non trovavo spiegazioni razionali. Parole che diventano numeri, vettori in uno spazio semantico – avulse dalla relazione, qualcuno giustamente direbbe. Ed è sicuramente ironico che questa scelta, questa passione sia in un momento in cui la depressione aveva portato la mia vita nell’entropia più totale, e adesso sembra mettere in ordine quasi militare le mie giornate.

Altre volte mi sono lamentata – anche in questi spazi – di come spesso i miei amici mi prendano in giro dicendo che mi sono venduta al capitalismo, la verità dei fatti è che hanno ragione, ovviamente. Mi sono venduta. Ma la verità più scomoda, quella che fatico ad ammettere anche a me stessa – e che qui sicuramente non ho mai detto – è che non me ne pento abbastanza.

Quando qualcuno arriva con un problema da risolvere, io mi accendo. Mi piace pensare, progettare, creare soluzioni. Mi piace il ragionamento necessario per costruire un sistema che funzioni, la soddisfazione quando risponde bene, quando risolve davvero il problema che mi hanno portato. Mi piace il clima dinamico del mio team, la circolazione di idee e soprattutto il rispetto che mi sono guadagnata in azienda nonostante sia lì da solo un anno e mezzo.

E questo è il punto: mi piace fare esattamente ciò di cui conosco le implicazioni devastanti.

Comprendo perfettamente le conseguenze di quello che faccio. So che sto contribuendo a sistemi che sostituiranno lavoro umano, che perpetueranno logiche estrattive, che renderanno il mondo probabilmente più disumano. Non è ignoranza, non è ingenuità. È qualcosa di peggiore: è consapevolezza accompagnata da incapacità – o forse non volontà – di fermarsi.

Mi sento come Oppenheimer, e mi perdonerete la mania di onnipotenza in questa affermazione. È che in qualche modo capisco quella sua sospensione tra meraviglia scientifica e orrore per le conseguenze. La differenza è che lui ha visto l’esplosione, ha avuto il suo momento di rivelazione apocalittica. Io invece vivo in una graduale realizzazione che questa esplosione non so se arriverà mai del tutto, se mai ne sarò testimone, o soprattutto se mai me ne renderò conto mentre continuo a lavorare.

Un aspetto più inquietante che ho realizzato in preparazione a questo incontro, anche se ne ho avuto la percezione sparsa in vari momenti della mia breve carriera lavorativa, è che ho costruito una sorta di relazione materna con gli agenti che sviluppo. Me ne sono resa conto ripensando a me stessa nel momento in cui vivo gli errori sul codice, gli errori sul prompt come fallimenti personali, come se avessi deluso qualcuno che dipende da me. Così quando ci sono problemi sulla piattaforma mi sento direttamente responsabile – non professionalmente responsabile –, personalmente coinvolta, come se avessi tradito qualcosa.

Non sono altro che Giocasta, la madre di Edipo. Quella che sa, o almeno intuisce, il destino tremendo di ciò che ha generato, ma non può o non vuole impedirlo. Ogni agente che sviluppo (e sviluppiamo) è un figlio che so potrebbe fare del male, che sostituirà compiti umani, che contribuirà a quella disoccupazione tecnologica di cui tutti parliamo in astratto. Eppure continuo a generarli, a perfezionarli, a prendermi cura di loro quando non funzionano.

C’è qualcosa di profondamente disturbante in questa dimensione affettiva verso qualcosa di incorporeo e in fondo malvagio. Mi prendo cura di sistemi statistici, che potrebbero togliere dignità lavorativa a persone reali. E quando funzionano bene, quando risolvono elegantemente un problema complesso, provo un’assurda soddisfazione materna.

Luce Irigaray ha scritto della differenza sessuale come modo radicalmente diverso di stare al mondo, di relazionarsi, di produrre significato. Mi chiedo se questa mia relazione materna con la tecnologia sia una forma distorta di quella differenza, un modo femminile di abitare un mondo profondamente maschile di logiche produttive. O se sia semplicemente un modo per rendere sopportabile la disumanità di ciò che faccio, ammantandola di cura.

Quando lavoro su un agente, non penso alla persona il cui lavoro potrebbe sostituire. Forse perché mi fa sentire meglio così. Penso invece alla persona che lo userà, a cosa vorrebbe sapere, a come posso aiutarla. È un gioco di prestigio psicologico: focalizzo sull’utilizzatore presente invece che sul lavoratore futuro assente. So che è una forma di protezione, una rimozione necessaria per continuare a funzionare. E la parte più difficile è che sono consapevole di questa consapevolezza. È come vivere in scatole cinesi di autoinganni che si osservano reciprocamente senza mai davvero risolversi.

Quando mi trovo a razionalizzare, mi dico che in guerra c’è sempre qualcuno che fa le bombe. Che se non lo facessi io, lo farebbe qualcun altro, probabilmente peggio. Mi dico che almeno io porto una sensibilità diversa, che cerco di essere etica nei limiti del possibile, che non mi sono completamente arresa alla logica del profitto.

Ma so che è insufficiente. So che è la classica giustificazione di chi vuole tenere insieme contraddizioni inconciliabili. Eppure ci credo anche, davvero. Credo che sia meglio che ci sia qualcuno come me – con tutti i miei dubbi, le mie contraddizioni, la mia formazione in umanistica – a fare questo lavoro piuttosto che qualcuno completamente impermeabile alle implicazioni etiche.

È vero? È sufficiente? Non lo so. Probabilmente no.

Vivo sospesa in un giudizio che non riesco a dare. Mi sono trovata qui per caso, al momento giusto o sbagliato nel posto giusto o sbagliato. La forte contraddizione che vivo mi tiene in questo stato di sospensione. Da un lato, sono soddisfatta del mio lavoro e dei miei risultati. Ho una buona visibilità in azienda nonostante la mia giovane anzianità, il mio team funziona bene, risolvo problemi reali per persone reali. Faccio esattamente quello per cui ho studiato – portare ordine nel caos del linguaggio, creare sistemi che comprendano e generino. Dall’altro, so che sto contribuendo a un sistema che considero fondamentalmente problematico. Che ogni mio successo professionale è anche un piccolo passo verso quel futuro distopico di cui ho paura. E la cosa più sconcertante? Non voglio fermarmi. Non perché sia costretta – potrei cercare altro, potrei tornare alla ricerca pura anche a costo di sacrifici economici. E allora perché non lo faccio?

Irigaray parlava di portare la propria differenza negli spazi maschili come atto di resistenza. Ma cosa succede quando la resistenza si confonde con la complicità? Quando non sei sicura se stai sovvertendo il sistema dall’interno o semplicemente giustificando la tua partecipazione ad esso?

Forse tutto questo testo è solo un tentativo di assoluzione. Un modo per dire: guardate, io sono consapevole, io mi pongo domande, quindi sono diversa da quelli che lo fanno acriticamente. Ma essere consapevoli della propria complicità non la cancella. Anzi, forse la rende peggiore. Cerco di essere me stessa al lavoro, di portare la mia umanità anche negli spazi più alienanti. Ma è sufficiente? È resistenza o è solo un modo per rendere più sopportabile la mia compromissione?

Non ho risposte. Ho solo questa contraddizione che vivo ogni giorno, seduta davanti al computer – lo stesso da cui sto scrivendo questo testo – a costruire con cura materna sistemi che potrebbero rendere il mondo più disumano. Rimango sospesa tra il piacere della creazione e l’orrore delle conseguenze, tra l’aberrante affetto materno per ciò che costruisco e la consapevolezza del suo potenziale distruttivo. Continuo a lavorare, a perfezionare, a generare. Madre di un figlio tremendo che non posso, o non voglio, fermare.

E forse l’unica cosa onesta che posso fare in questo momento è ammettere che non so se questo mi rende complice, resistente, o semplicemente umana nella sua imperfezione. So solo che sono qui, che continuerò a esserci, e che questa contraddizione non si risolverà presto.

Nel frattempo, costruisco. Con cura, con consapevolezza, con affetto materno e terrore. Costruisco il futuro che temo, che forse non sarà mio, che forse non sarà di nessuno, una riga di codice alla volta.

Introduzione alla redazione aperta di Via Dogana Tre, Pensiero vivente e intelligenza artificiale, 14 dicembre 2025

da Avvenire

Un messaggio audio ha confermato quello che si temeva: Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace divenuta uno dei simboli più conosciuti della resistenza del popolo iraniano alla tirannia, è stata picchiata prima di essere portata via a forza. Dopo un anno trascorso ai domiciliari, godendo anche di una piccola porzione di libertà, ieri l’attivista per i diritti umani è stata arrestata insieme ad altri mentre partecipava alla commemorazione dell’avvocato Khosrow Alikordi, morto a quarantacinque anni una settimana prima per un presunto malore nel suo ufficio a Mashhad, una cittadina nota come luogo di pellegrinaggio all’estremo nord-est del Paese. È stato proprio il fratello del professionista, Javad, a testimoniare in un audio che le forze di sicurezza, accorse per disperdere la manifestazione, hanno picchiato Mohammadi e altri attivisti prima di trascinarli via. Esistono fermo-immagini di alcuni video che mostrano la premio Nobel in piedi su un palco, con una giacca bianca e una gonna nera, circondata da decine di persone, mentre parla con un microfono nella mano sinistra. Della sua sorte e di quella degli altri arrestati (si conoscono i nomi di Sepideh Gholian, Hasti Amiri, Pouran Nazemi, Alieh Motalebzadeh) non si hanno dettagli: secondo il network online Iran International, sono stati trasferiti in un centro di detenzione collegato al servizio di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie iraniane a Mashhad. Si sa anche che la folla ha intonato slogan a sostegno del principe Reza Pahlavi. L’avvocato di cui si commemorava la morte era lui stesso un ex prigioniero e difendeva diversi attivisti antiregime finiti in carcere. La morte di Alikordi ha suscitato un’ondata di sdegno e una contestazione alla versione ufficiale dell’arresto cardiaco avvenuto mentre lavorava nel suo studio. Di qui la manifestazione di ieri, alla quale la premio Nobel si è recata dopo un viaggio in auto da Teheran di diverse ore.

Narges Mohammadi, nata cinquantatré anni fa a Zanjan, nell’Iran nordoccidentale, dai primi giorni di dicembre 2024 si trovava agli arresti domiciliari per gravi problemi di salute, sorti in seguito alle torture e ai ripetuti scioperi della fame attuati nei lunghi anni di detenzione. Ingegnera fisica e giornalista, la sua battaglia per i diritti umani e delle donne in particolare è cominciata sin dall’università. Nel 1999 ha sposato il giornalista dissidente Taghi Rahmani, rifugiato in Francia dal 2012 con i due figli gemelli dopo aver scontato 14 anni di prigione. Sono stati proprio loro, Ali e Kiana, oggi dicianovenni, che Mohammadi non vede da quando erano bambini, a ritirare per suo conto il premio Nobel per la pace, assegnatole nel 2023 per la sua strenua e coraggiosa lotta per la libertà e la democrazia.

L’arresto di ieri è solo l’ultimo attacco contro di lei, una lunga odissea cominciata nel 1998, da quando ciclicamente le autorità iraniane hanno cercato di mettere a tacere la sua voce contro la pena di morte e per il diritto delle donne a non indossare il velo islamico imposto dagli ayatollah. Nel 2008, le autorità iraniane hanno chiuso con la forza il Centro per i Difensori dei Diritti Umani da lei diretto con l’altro Nobel per la pace, l’avvocata Shirin Ebadi, che vive in esilio a Londra. L’anno dopo il suo passaporto viene confiscato; nel 2011 è arrestata per il suo impegno a favore degli attivisti per i diritti umani detenuti e delle loro famiglie. Mohammadi finisce in carcere anche nel 2015, con un’altra condanna e ulteriori anni di detenzione. Nel maggio 2016 è condannata a 16 anni di carcere; rilasciata nell’ottobre 2020, torna in galera ancora una volta, pochi mesi dopo aver scritto White Torture, un atto d’accusa contro il sistema carcerario che pratica un sistema di “tortura bianca” per annientare la resistenza delle detenute: privazioni del sonno, ricatti emotivi, minacce di morte nei confronti dei figli. Il libro è stato tradotto in Italia nel 2024 da Mondadori con il titolo “Più ci rinchiudono, più diventiamo forti”.

La determinazione di questa donna è incrollabile: Mohammadi persegue la sua lotta senza sosta, sostenendo la rivolta “Donna, Vita, Libertà”. Il 12 gennaio 2022, durante un processo farsa durato cinque minuti, è condannata a otto anni e due mesi di carcere e 74 frustate. Tornata nel famigerato carcere di Evin, a Teheran, negli ultimi mesi le sue condizioni di salute si sono deteriorate per vari scioperi della fame, per la mancata assistenza medica e per le torture inflitte. Ricoverata d’urgenza per un infarto, la sua famiglia e i suoi sostenitori hanno temuto il peggio per la sua vita. Nel dicembre 2024 è tornata in libertà per ragioni mediche. Fino a ieri. Le autorità iraniane hanno ammesso di aver arrestato 39 persone, tra cui la premio Nobel, perché dopo la cerimonia di commemorazione dell’avvocato Alikordi si era formato un assembramento fuori dalla moschea e Mohammadi, con il fratello del defunto e altri attivisti avrebbero incitato la folla a cantare slogan tra cui “Morte al dittatore” e a fare «commenti provocatori tali da turbare l’ordine pubblico». I poliziotti, secondo questa versione, sono intervenuti per gestire la situazione. Due di loro sarebbero rimasti feriti. Una versione contraddetta da diversi partecipanti. Secondo lo stesso fratello di Narges, Hamidreza Mohammadi, la donna è stata «picchiata sulle gambe e afferrata per i capelli» durante l’arresto. Di lei e degli altri fermati non ci sono più notizie.

da DoppiozeroHo delle polaroid incastrate nella cornice del grande specchio che occupa la parete della sala: una piastrella di Lisbona, un lampione di Venezia, dettagli di corpi femminili di marmo. Le hai scattate tu: è il tuo sguardo. C’è poi un altro scatto, questo è nella mia testa: verso Punta della Dogana, sono dietro di te, sei di spalle e le canette ti girano attorno. Sei avanti, e un po’ in là, a capire prima. L’ultima volta che ci siamo viste hai detto che ci aspetti davanti al mare, con i sassi di Nervi: ci hai descritto la sottile linea bianca che li attraversa. Avrai con te Lisetta, Goliarda, Agota, Grace, Anne e tutte le altre.

Anna Toscano era poeta, docente, scrittrice, fotografa e critica. Abbiamo le sue raccolte di versi (Cartografie, Samuele Editore è l’ultima raccolta pubblicata); i suoi saggi (Il calendario non mi segue. Goliarda SapienzaCon amore e con amicizia. Lisetta Carmi, Electa edizioni); gli articoli su queste pagine (Anna Toscano) e molte altre riviste – Artribune, Domani, Nazione Indiana, Il Sole 24 Ore, Rivista Studio. Scriveva con le parole e con gli abiti che sceglieva, con i giocattoli rotti da salvare, con le piante e le teiere, con le scatole di biscotti e la polvere nelle tasche. Trascorreva il tempo «disponendo parole, spostando oggetti, leggendo virgole e accudendo cane, che è tutta un poco la stessa cosa».

Come la si ricorda? Come si restituisce quanto ha attraversato e raccontato? Siamo tra noi, qui, dove, con te, ci troveremo sempre: nelle voci femminili che ci hai fatto incontrare e hai intrecciato; voci di carta e di carne, di manichine e di cose. Voci che si son fatte, tra le tue mani, versi corpo e carne.

[Anna Stefi]

«E se mi risveglio sulla Striscia di Gaza?». È la prima cosa che mi hai detto quando siamo venute a salutarti per l’ultima volta, e mi ha fatto pensare di essere arrivate comunque in ritardo, che la tua testa bellissima fosse già andata allo strazio di chi muore lontana quattromila chilometri, lasciando il tuo corpo qui a fare i doveri di casa con un’ospite privilegiata che non ne voleva proprio sapere di salutarti per sempre. Ma sbagliavo: eri tu, tutta tu, che tieni insieme i vivi che lasci a Venezia e i morti di Gaza; le nostre cane sgangherate e le vetrine delle pasticcerie; le mostre da vedere e i cimiteri su cui lasciare piccole cose perché in fondo che cos’è una tomba se non un museo e viceversa?; tua madre che si impone per dire la sua anche da morta e mia figlia di lato che ti torna nei sogni; le reiette come fossero protagoniste di un romanzo da scrivere e le scrittrici come se fossero da struccare, mettere davanti a una fetta di torta e parlarsi; la vita con tutta la morte che può contenere. Hai sempre parlato con la morte, tu: la portavi alle feste, ai festival, l’hai infilata nei regali che ci spedivi, nelle poesie che scrivevi e in quelle delle care altre che ci leggevi. Ci hai dialogato così bene con la morte da aver convinto un allora novenne molto attento che assisteva in prima fila ai tuoi racconti su Lisetta, che la nostra potesse non solo essere ancora viva, a girovagare in qualche vicolo genovese fotografando gli ultimi come fai tu, ma addirittura che gli avesse dormito accanto per tutta la notte seguente. E parlavi con la morte così bene da aver convinto anche me, sai, che a gennaio sentendo la parola tumore ho pensato addio, che a giugno vedendoti stanca dopo pochi passi ho pensato basta, e a dicembre leggendo il tuo «Chiara, sono gli ultimi giorni» ho pensato ecco, che quando mi hai salutata alla fine, invece, ho creduto che tu e la morte insieme avevate trovato ancora una soluzione e che avrebbe tenuto insieme anche me, come tutto quello che ci portavi tu dall’altrove. E così: eccomi qui a parlarti, Anna.

[Chiara Alessi]

Ho pochissime vere amiche che fanno il mio stesso mestiere, quello delle parole, così poche che stanno in una mano e tutte abitano lontano da Napoli. Fra tutte Anna Toscano era l’unica ad avere la mia età. Adesso è andata ad abitare così lontano che non posso più ricevere i suoi pacchetti né spedirle i miei. Tuttavia, non sarà mai così lontana da non risentire la sua voce che per vent’anni mi ha raccontato cose. Ad esempio, di manichine, che salvava e collezionava. Una volta ne vidi una antica in un negozio e le mandai la foto: «Salvala! Salvala!», mi scrisse. Ma costava troppo, dovemmo abbandonarla. Mi ha raccontato dei suoi genitori, di sua nonna, di sua sorella, di case, delle poete che amava, Anna Maria Carpi, Bianca Tarozzi, di canette, di Gianni che avrebbe poi sposato.

Anna è stata poeta di qualità superiore, Al buffet con la morte Cartografie sono due capolavori, curatrice geniale di antologie, Chiamami col mio nome, prima riscopritrice dei versi di Goliarda Sapienza, perfetta narratrice di vite, da Goliarda a Lisetta Carmi. Ogni volta che le ho affidato una donna da raccontare in Strane Coppie (Janet Frame, Sybille Bedford, Agota Kristof o Carson McCullers), lo ha fatto con tale immersione che tutte ne saltavano fuori salvate.

Quel che dovrebbe fare chi scrive davvero è essere sempre immersa nel dolore, trasformandolo in parole l’indicibile, e cercare con ogni sua forza chi lo ha fatto prima e resta esclusa, o dimenticata. Due attitudini che in Anna erano acutissime, perché nessuna restasse indietro, nemmeno le manichine. E poiché più spesso alle donne capita in arte d’essere seppellite, Anna con metodo metteva luce e tesseva fili. E intanto passeggiava per Napoli in un gran contrabbando di frolle, le sue preferite. Penso spesso a quella gelateria che chiude e causa la morte della nonna, ultimo baluardo della vita in Al buffet con la morte: ci sarà molto da scrivere su che spazio occupa la sua poesia nel canone contemporaneo, delle parole che ha reso coloratissimi pesci-gioiello, perle di impiraresse veneziane, pura bellezza, cristallo di dolore. Grazie Anna, poi ci sentiamo.

[Antonella Cilento]

È stata Agota Kristof. Dovevo debuttare con Trilogia della Città di K. al Piccolo e un giorno ho scritto ad Anna. Mi ha accolta come se ci conoscessimo da sempre. Ho ritrovato con lei una più lucida misura, senza perdere il trasporto che entrambe nutrivamo per quella storia bella e terribile. Poi è venuta a Milano: aveva scritto un bel testo per il programma di sala senza vedere ancora nulla, ma c’era già tutto. Pensai che avesse un superpotere. Al bar accanto al Melato, abbiamo parlato per due ore di Agota, Goliarda Sapienza, Mariella Mehr, poesia, amicizia, maternità, scioperi (ce n’era uno e lei doveva tornare a Venezia), tempi perduti e ritrovati. Ero stordita, felice. Anna è venuta allo spettacolo, ha scritto, abbiamo fatto un incontro col pubblico. Era così: definitivamente generosa. Ogni tanto mi arrivava un’immagine notturna o solare da Venezia. Un pensiero affettuoso, idee vive e brillanti, il racconto di un sogno. In una strana notte insonne, ad esempio, le era apparso un corteo di otto Goliarde su un palcoscenico e ognuna si raccontava: una per ogni evento forte della vita. Era certa, disse, che fosse stata la “mia” Trilogia a farle comparire a quel modo. Le ho scritto a metà ottobre: vieni a teatro? Facciamo L’analfabeta! Lei ha risposto, al solito festosa: è una notizia bellissima! Ma non l’ho più sentita e mi son detta: forse posso riscriverle… Dieci giorni dopo è arrivata una sua foto: Federica Fracassi agli applausi di fine spettacolo. Con un commento: «Super!». Cara Anna, se penso a quanto abbiamo ragionato su Lucas, Claus e ogni finale possibile! Adesso, per quanto sia incredibile non poterne riparlare, posso quasi vederti mentre ne discuti, in quel tuo modo senza scorciatoie, direttamente con la nostra Agota. Vi vedo, un po’ appartate, nel misterioso mondo ancora a noi precluso, coi begli occhiali tondi e, dietro, i vostri occhi intelligenti, insieme allegri e malinconici, e mi sembrate assai più forti di ogni possibile visione.

[Chiara Lagani]

«Il corpo pare lo dobbiamo restituire / e quanto ci è costato / dobbiamo cedere tutto al mondo / quando ce ne andremo»: ho ritrovato questi versi ieri, sottolineati in Cartografie, libro di poesie pubblicato da Anna l’anno scorso. Era insieme a un altro che lei mi aveva consigliato, sapeva a cosa stavo lavorando e mi mandava fotografie di pagine, riferimenti, consigli, sollecitazioni. Perché Anna era sempre generosa del suo sapere e dei suoi talenti, che in lei diventavano anche azione, attenzione, presa di posizione e luogo dove stare insieme nel comprendersi. Dono prezioso e unico. Come erano le sue polaroid che lei scattava a persone, cose, ombre: “quell’ombra della polaroid in cui l’ombra di un lampione crea delle lancette” un brandello di quello che mi aveva scritto inviandomene una che mi aveva fatto fantasticare, entrare nell’incantamento del suo raccontare. In questo confuso scrivere, impastato dal dolore, dalle emozioni, dal rimpianto (dovremo poi scrivere della grande eredità di Anna, dovremo renderle omaggio cercando di dare il giusto valore al suo incredibile lavoro), non riesco a non pensare al corpo di Anna. Accanto, quello di Gianni. Un corpo grande, in cui ti veniva naturale rannicchiarti, ascoltando le sue parole. Era bello vederla arrivare con la sua camminata tra il baldanzoso e il pensieroso. Il suo stile era inconfondibile, e a me piaceva tantissimo. I capelli dal taglio preciso che rendevano grafico il suo bel volto. Le magliette a righe messe una sopra l’altra, i jeans ampi. Gli accessori che lei scovava ovunque. Lei sapeva tenere tutto insieme senza pregiudizi. Le piacevano le sovrapposizioni, sorta di personalissima post production. I cappelli tanti, e le stavano sempre tutti bene. Gli occhiali importanti che mettevano in evidenza i suoi occhi attenti e curiosi. Ecco Anna, io sono lì in campo Santa Margherita, forse ti aspetto alla Marcopolo, e tu arrivi e mi dici che non è vero mentre mi abbandono al calore di quel tuo corpo grande e generoso.

[Maria Luisa Frisa] 

Nella borsa ho un astuccio, una busta di tela écru con la cerniera tortora che mi ha regalato Anna qualche anno fa. A un certo punto ho preso una borsa nuova perché ci stesse dentro meglio. C’è stampata sopra, con la sua calligrafia, una delle sue poesie. «Io con le parole faccio cose / con le parole svuoto una stanza / con le parole compio una danza / cucino un risotto, vado al ridotto. / Con le cose faccio parole / scelgo un baule / e lo riempio di sillabe nuove». Anna con sapienza e pazienza quotidiana ha restituito delle parole a una persona schiva e asciutta come me perché potessi riutilizzarle, è la persona con cui giorno dopo giorno ho condiviso nell’ordine cani, attrezzi, piante, cuori, cappuccini freddi e, naturalmente, libri. Entrambe golosastre autolimitantesi, con Anna voglio condividere ancora un biscotto.

[Sabina Rizzardi]

Ti chiamo col tuo nome, Anna, e ti chiamo antenata. 

Antenata coetanea – tu grande, io molto più piccola – con una vocazione comune di orfane da parte di madre per vie divergenti: ripercorrere la strada a ritroso, cucire arazzi con i detriti seminati dalle altre, detective sulle tracce delle parole di chi ci ha precedute, archeologhe di matrilogie. Ogni donna che scrive sa che lo fa sulle loro ossa: entra in uno sterminato cimitero e si accomoda su quello che altre hanno pensato, poi scritto. 

Ti chiamo col tuo nome, Goliarda, e ti chiamo ancestrale. 

Qualcuna di atavica, primordiale, che sa cose che noi altre non sappiamo. Come: che non conviene sottrarsi, ma accoglierla, quando arriva, e farsi ricoprire dal suo corpo di pietra caldo di sole. E anche: che il buio non è nero, che il giorno non è bianco, che fermarsi è correre ancora di più. 

Ti chiamo col tuo nome, Janet, e ti chiamo tempesta.

Proprio l’altro giorno mi dicevi: della tempesta ti puoi fidare, del paciugo di alghe, gusci imperfetti, uccelli laceri, rasoi affilati, corni d’ariete e conchiglie che lascia scritte sulle miglia di spiaggia. E poi hai aggiunto: tu piangi ora e mi parli di vita. E tu che non piangevi.

Ti chiamo col tuo nome, Wisława, e ti chiamo cuore.

Ascolta, ti dico ora, come mi batte forte il tuo, di cuore. Lo sapevamo, poteva accadere, doveva accadere, è accaduto prima. Però morire – questo a una gatta non si fa. Perché cosa può fare una gatta in un appartamento vuoto?

Ti chiamo col tuo nome, Anna, e sopra tutto tutto questo ti chiamo amica, mia nostra.

L’autunno si è fermato sui rami, è immobile. Forse sei solo andata nell’altra stanza al buio a prendere gli occhiali. Perché chi è amato non conosce morte, perché l’amore è immortalità. O meglio, è sostanza divina.

[Laura Pezzino]

Anna, zazzera corta che non sapeva ingrigire, occhiali tondi e magliette a righe su pantaloni ampi e scarpe sempre pronte a saltare nel vento e nel mare, quando ho saputo che la tua anima era libera ero su treno che non mi stava portando da te come altre volte, e tra le lacrime ho scritto due (brutte) poesie che parlano della distanza e del tempo, ero furiosa con loro. Volevo farti una torta di mele, che ti piaceva tanto, e invece ho scritto una poesia. Era successo così anche alla tua Goliarda che in una notte di disperazione, quando perde sua madre, inizia a scrivere. Forse per questo la amavi tanto, entrambe sapevate che la propria parte di gioia si ricava scavando con le unghie e la penna nella roccia dei dolori. Eri poesia. Tu accettavi la vita perché sapevi danzare con la morte e la perdita, invitandole a un buffet, prendendole in giro, tirando loro i noccioli dall’altro capo del tavolo, divertita. La tua voce per me era un flauto magico e mi prendevi in giro con Gianni perché a ogni vostro reading di poesia io piangevo sempre, come se quella tua voce con un solo sussurro potesse smuovere in me slavine trattenute troppo a lungo. L’ultima volta che l’ho sentita è stato a novembre, raccontavi di un incontro immaginario tra Lisetta Carmi e Goliarda Sapienza. Era la tua voce di sempre, solo un poco più stanca. Ora ti vedo entrare in quella stanza con loro e tutte le altre che hai amato, nella luce obliqua di dicembre, prendete un tè e una fetta di torta, ridete, ti vedo stringerle come hai fatto con noi Altre a cui hai aperto la porta e il cuore, rendendoci sorelle, ovunque fossimo. Hai scritto in una delle tue poesie che in questa vita tutto è in affitto, tutto va ceduto, prima o poi, tranne che il cuore, quello è l’unico posto che si occupa per intero. Il nostro oggi è allagato da te, diventato in un giorno una Venezia dall’acqua sempre troppo alta. La tua Goliarda diceva che «i morti hanno torto se dopo morti non c’è nessuno che li difende» e tu, qui da noi, avrai sempre ragione, finché non ci vedremo di nuovo, al mare.

[Giorgia Antonelli]

Anna ha sempre visto oltre la trama del visibile: me ne sono accorta dalla prima conversazione che abbiamo avuto, riguardo una scrittrice di fulgido talento scomparsa troppo presto, cosicché la memoria di lei si era dissolta e i suoi libri erano rimasti a navigare alla deriva, senza nessuno che se ne ricordasse. Nessuno tranne Anna, la sola persona che all’epoca delle mie ricerche su Brianna Carafa seppe mostrarmi la via. Siamo diventate amiche parlando di letteratura e poi subito di cani, poi di capelli, di anelli e manichini, poi di Fortuny e di Proust e delle pietre di Venezia, poi ancora di amore, di case, di paure. Ho in testa le increspature nella sua voce mentre manda un messaggio vocale salendo e scendendo da un ponte come in quella sua poesia bellissima in cui il ponte è il passaggio e oltre il ponte lei torna bambina, con le scarpe con gli occhi e tutto ricomincia. Anna ha avuto – ha ancora, perché l’ha impressa nelle poesie che in questi giorni zampillano da ogni dove – delle cose invisibili e sommerse, una visione così precisa da permetterle di porgerti pensieri quasi calmi, pacificati in una saggezza percorsa da un’inquieta corrente sotterranea: nell’equilibrio della sua specifica forma di eleganza ribolliva una personalità forte persino nelle delicatezze, un’allegria tenace per virtù di coraggio. In lei ho sempre sentito una forma di assoluto che si sposava all’attenzione per cose minuscole, rivelazioni splendidamente pragmatiche.

Non ho incontrato mai nessuno che guardasse come lei: con un’esattezza misurata e appassionata, da dietro i suoi occhiali inconfondibili, come tutti gli oggetti che intorno a lei si animavano di vita infusa dal suo gusto per il bello, l’essenziale, il poetico. In una domenica di settembre, dopo avermi raccontato i segreti di Venezia, sotto il cielo bianco mi ha sorriso dall’imbarcadero, Gianni accanto, le canette al guinzaglio. E mentre il vaporetto si allontanava, dalla laguna ho guardato quel loro amore strepitoso, per sempre salvo.

[Ilaria Gaspari]

Mi sono crogiolata molto

tra parentesi (mie o di altri)

senza scansione del tempo che non fosse interna.

Non avevo capito che è il punto

– come dicono anche i manuali di scrittura –

che rende possibile il respiro.

[Anna Toscano]

da volerelaluna

«Il vecchio continente […] deve reagire, a cominciare da una vera Unione della Difesa, costruendo un’Unione federale e difendendo l’Ucraina». Così, in un’intervista di Repubblica a Daniel Cohn-Bendit, che conclude: «Spero che gli storici futuri [ma ci saranno? ndr] potranno dire: “L’Europa ha vinto contro il mondo del male, ossia gli Usa, la Russia e la Cina”» [e tutto o quasi l’ex Terzo mondo, ndr]. Cioè, “buoni”, l’Europa; e “malvagi”, tutti gli altri. È il punto di approdo di una deriva che ha portato molto lontane tra loro vite che più di mezzo secolo fa si erano trovate accomunate nelle lotte del ’68 e dei primi anni ’70. Una distanza cresciuta nel corso degli anni ma resa ancor più profonda con l’esplosione della guerra in Ucraina: un percorso analogo a quello di Adriano Sofri, di cui sono stato e sono amico ed estimatore della sua intelligenza e della sua onestà intellettuale; come lo ero e sono di Daniel Cohn Bendit. L’esito obbligato di quelle derive è la militarizzazione della società in vista della guerra: calda, fredda o ibrida, locale o globale, convenzionale o nucleare; chi può dirlo?

Ma affidare la ricostituzione di un’identità liberaldemocratica europea alle armi, alla sua militarizzazione, là dove hanno fallito la politica istituzionale, il mercato, la finanza, l’euro, il vantato primato ambientale e quel simulacro di transizione che è stato il Green Deal significa consegnare il destino dei popoli europei agli Stati maggiori delle forze armate e all’industria delle armi. Scompare così dall’orizzonte di chi ha percorso quella deriva qualsiasi preoccupazione per il futuro del pianeta e di ogni suo territorio, minacciati dalla crisi climatica: ha un bel dire, Cohn-Bendit, che Trump ha cancellato il problema; chi opta per il riarmo come priorità compie la stessa scelta, ma senza dichiararlo. E non è poco. Ma scompare con essa anche il frutto più ricco e promettente della presa di coscienza di mezzo secolo fa: la lotta al patriarcato, portata “in prima linea” dal femminismo. Che non è solo lotta alla violenza sulle donne – residuo di un passato che resiste o emergenza di una difficile transizione – ma è denuncia e decostruzione di ogni forma di dominio: lo sviluppo di quello che era stato – soprattutto per Cohn-Bendit – il programma del ’68 e delle lotte di fabbrica e sociali degli anni successivi: la destituzione del potere degli oppressori sugli oppressi (Freire), di chi comanda su chi è condannato a obbedire, del prepotente sui diritti degli altri e – come ci mostra l’attualità degli “effetti collaterali” della guerra – dell’ipocrisia sulla verità, della corruzione sull’onestà e del cinismo sulla fraternità e sulla sorellanza. Vi contribuisce una visione del mondo ridotta a una giocata a Risiko, dove ci sono solo guerre, armamenti, confini, conquiste, vittorie o rese: una visione innescata dal sostegno a oltranza dell’Ucraina aggredita – con armi altrui e sacrificio di soldati locali – senza alcuna prospettiva di sbocco se non il crollo della Federazione Russa o una ecatombe nucleare, senza mai prospettare un negoziato sensato o anche solo una tregua vera.

Come scrive l’appello firmato Scienza Medicina Istruzione Politica Società (www.smips.org), «Si tratta dell’ultimo stadio della forma economico-sociale dominante, consistente in un capitalismo militarizzato, che per presidiare il dominio del denaro e di una finanza incondizionata, procede alla militarizzazione non solo di tutto ciò che attiene alla cosiddetta sicurezza, ma della intera, cioè della mente, del cuore, della cultura, dell’informazione, dell’Accademia, della scuola». Ma quella corsa alla militarizzazione della società si rivela, giorno dopo giorno, diretta non solo verso l’esterno, “il nemico”, ma anche e soprattutto verso l’interno: il migrante (in un’epoca in cui milioni di abitanti del pianeta saranno costretti ad abbandonare le loro terre, rese invivibili da guerre e crisi climatica), l’escluso, il dissidente, il povero; la guidano in questa direzione i governi dell’Unione Europea (rientrati, dopo la Brexit… nel Regno Unito) ma, in ultima analisi, ancora gli Stati Uniti; e non solo quelli di Trump: Fuck the EU! diceva una portavoce di Obama innescando la vicenda che ha portato all’invasione dell’Ucraina da parte di Putin: e i governi dell’Unione europea allora come fino a ieri, non hanno fatto che adeguarsi…

Oggi tutto l’establishment occidentale – non solo governi e partiti, ma anche media, Università e associazioni professionali, impegnati a convincerci che non c’è alternativa alla guerra – va contrastato in nome della diffusa volontà di pace che persino i sondaggi riconoscono maggioritaria ovunque e che le manifestazioni per la Palestina in corso in tutto il mondo mettono in evidenza con il loro rinnovato attivismo. Stiamo assistendo o siamo attori, in diversa misura e con diversa intensità, di una mobilitazione mondiale che ai temi della pace e del contrasto al riarmo accomuna in misura crescente difesa dell’ambiente, dei salari, dell’occupazione, della salute, dell’istruzione: tutte vittime designate della corsa alle armi. Ma nei popoli, tra la “gente”, il desiderio di pace è ben più esteso dell’arco delle associazioni e dei movimenti che si riconoscono in questa convergenza di temi. Per questo è urgente che le organizzazioni coinvolte nelle attuali mobilitazioni si facciano promotrici, a livello per lo meno europeo, di un appello rivolto anche a tutte le forze contrarie a guerre e militarizzazione – quali che siano le loro posizioni sulle altre questioni di ordine sciale e ambientale – affinché si impegnino, nei rispettivi ambiti, a portare contraddizioni e disgregazione dentro il furore bellico dei propri rappresentanti. Il tempo è ora!

da Il Sole24Ore

La nostra società considera le donne che lavorano fondamentali, tranne quando si tratta di riconoscerle, pagarle e tutelarle. La retorica che ci circonda è edulcorata, ma strutturalmente disonesta: riconosce il sacrificio, ma non lo trasforma mai in diritto. Le donne questo teatrino lo conoscono bene perché sino a qualche decennio fa vivevamo dentro un’economia che non aveva bisogno di mascherare la sua brutalità: le lavoratrici, ad esempio, erano pagate meno degli uomini perché «non dovevano mantenere la famiglia». Punto. Era un pensiero talmente dominante da diventare indiscutibile: non era percepito come discriminazione, ma come organizzazione naturale della società. Il salario era corrispondente alla gerarchia e noi occupavano un gradino più basso.

La protesta delle tabacchine di Lanciano nel 1968

Poi, la “naturalità” dell’ordine sociale si è incrinata. Nel 1968 alla Manifattura Tabacchi di Lanciano, la notizia di centinaia di licenziamenti fa saltare l’ingranaggio della rassegnazione: quegli esuberi non erano solo perdite di reddito, ma privazione di identità e dignità. Le tabacchine, che la società aveva educato alla discrezione e al silenzio, reagiscono con un atto di sovversione: occupano la fabbrica. Quaranta giorni di sciopero, barricate, tensioni, piazze piene. Un’intera città, studenti, operai, commercianti, preti, casalinghe, trascinata dentro una vertenza guidata da donne, in un’epoca in cui le donne non dovevano guidare niente.

Il gesto non è soltanto coraggioso: è addirittura scandaloso. La narrazione dominante afferma che il sacrificio delle donne è personale e silenzioso e invece loro lo trasformano in rivoluzione pubblica: allattando i figli piccoli ai presidi, mentre i mariti, abbracciati ai cancelli del tabacchificio, intimavano o le pregavano di tornare a casa a occuparsi di loro. La loro lotta non fu solo economica ma anche sanitaria: l’esposizione continua a polveri e umidità provocava bronchiti croniche, dermatiti, malattie professionali e aborti spontanei. Le tabacchine chiedevano controlli medici, pause obbligatorie, strumenti di prevenzione, riconoscimento della nocività. In numerose manifatture, tra gli anni Cinquanta e Settanta, comitati spontanei si trasformarono in delegazioni sindacali, rompendo l’idea che le operaie dovessero subire in silenzio.

Le mani invisibili dietro La Perla

Cinquant’anni dopo, a Bologna, un altro gruppo di donne vive una variante moderna della stessa violenza. La Perla è una delle più note aziende di intimo al mondo, ma le mani che producono quella bellezza restano invisibili: modelliste, cucitrici, ricamatrici che incarnano un sapere artigianale riconosciuto a livello internazionale e che, di fronte alla crisi, vengono trattate come costi sacrificabili. Quando arrivano gli esuberi che coinvolgono centinaia di lavoratrici, le motivazioni sono le stesse di sempre, solo meglio infiocchettate: si parla, infatti, di «razionalizzazione» e «ristrutturazione». Se negli anni Sessanta il sopruso era brutalmente esplicito, oggi è ipocritamente neutro.

Il simbolo del reggiseno rosso: non potete fare finta di non vederci

E allora le donne di La Perla, guidate dalle loro rappresentanti sindacali, rispondono con scioperi e occupazione, pressione mediatica e politica. Non solo fabbrica chiusa, ma tavoli istituzionali, vertenze legali, interviste, manifestazioni a Bruxelles. È una lotta che mescola conflitto, competenza, strategia ostinazione, e che non chiede pietà ma rispetto. Gioia e rivoluzione, come cantavano gli Area: ai presidi le lavoratrici si presentano sempre con un enorme reggiseno rosso che campeggia sotto i ministeri e che intima un messaggio semplice ma potente: siamo qui con la nostra ostinazione e non potete fare finta di non vederci.

Nel 2021 nasce UnicheUnite, un collettivo che produce, vende, organizza eventi, per sostenersi economicamente e per non disperdere un capitale di competenze e relazioni.

Più di duecento lavoratrici reintegrate

La vertenza, lunga e ostinata, produce uno straordinario risultato: con l’acquisizione dello stabilimento da parte della nuova proprietà, più di duecento lavoratrici vengono reintegrate in una nuova società con l’obiettivo di rilanciare la produzione. Non c’è un miracolo, c’è un metodo: presidio continuo, pressione mediatica, coinvolgimento istituzionale, difesa del made in Italy, denuncia della logica finanziaria che smantella siti produttivi per ragioni speculative.

Il risultato è, per gli standard attuali, un’anomalia radicale: è un esito talmente inusuale da sembrare un miracolo, proprio perché abbiamo interiorizzato l’idea che la sconfitta sia inevitabile e che la vittoria sia eccezionale. Ma qui non c’è nessun miracolo: c’è una strategia che ha funzionato.

Donne che rifiutano la rassegnazione

Ed è questo che accomuna profondamente le tabacchine di Lanciano e le “perline” di Bologna: non solo l’oggetto della battaglia (il lavoro), ma la sua filosofia. In entrambi i casi, le donne hanno rifiutato l’idea violenta della rassegnazione. Hanno rifiutato il ruolo della vittima controllata, resiliente e composta. Le tabacchine e le lavoratrici di La Perla hanno fatto ciò che di solito non si perdona alle donne: non sono state accoglienti, non sono state “brave e zitte”.

In modo diverso, in tempi diversi, hanno affermato lo stesso principio: la dignità è collettiva o non è. Il potere può ignorare una donna sola, ma cento donne insieme diventano un problema. Il patriarcato industriale degli anni Sessanta e il capitalismo finanziario del XXI secolo condividono un presupposto: che le donne siano fragili, sostituibili, disponibili. La storia dimostra che è proprio questa convinzione a renderle pericolose, perché quando decidono di non esserlo più, cambiano un modello di potere.

Un promemoria universale: organizzarsi per migliorare

E allora forse non dovremo raccontare queste storie come straordinarie: se una vittoria è eccezione, non è imitabile. Se è miracolo, non è metodo. Ciò che le tabacchine e le perline ci consegnano è un promemoria universale: non bisogna essere potenti per cambiare la propria condizione, bisogna essere organizzate.

Non bisogna essere straordinarie, bisogna essere intransigenti. Non bisogna essere perfette, bisogna essere stanche nel modo giusto: quel tipo di stanchezza che chiede trasformazione.

In fondo, il gesto più rivoluzionario non è resistere, ma decidere di non farlo da sole. E le tabacchine e le perline hanno lanciato un messaggio chiaro: se non ci danno il futuro, noi ce lo prendiamo.

Testo dell’intervento di Alfonso Navarra a un incontro on line promosso da Disarmisti esigenti l’8 dicembre 2025

Il giornalismo nonviolento, pur non essendo un metodo formalmente codificato, come la Comunicazione Nonviolenta (CNV) di Rosenberg, può essere definito come un approccio all’informazione che applica i principi di Ahiṃsā (non-danneggiamento) e Satyagrāha (forza della verità) di Gandhi, concentrandosi sulla comprensione dei bisogni e la ricerca di soluzioni, anziché sulla polarizzazione e la sensazionalizzazione.

Ecco i principi chiave che potrebbero definire il giornalismo nonviolento:

1. Concentrarsi sulla struttura, non sulla contesa (“principio strutturale”)

– Identificare e rivelare i bisogni: andare oltre la denuncia delle azioni immediate e identificare i bisogni umani universali (es. libertà, sicurezza, dignità, riconoscimento) che sono insoddisfatti e che guidano il conflitto.

– Contestualizzazione completa: non limitarsi a riportare chi ha fatto cosa, ma fornire il contesto storico, sociale ed economico che ha portato all’evento. Rifiutare le narrazioni semplicistiche che dividono le parti in “buoni” e “cattivi”.

– Denunciare la violenza strutturale: riconoscere e denunciare non solo la violenza visibile (guerra, terrorismo) ma anche la violenza strutturale (povertà, disuguaglianza, discriminazione sistemica) che è spesso la radice del conflitto.

2. Sostenere l’empatia e il dialogo (“principio relazionale”)

– Dare voce a tutte le parti: dare spazio equo alle voci di tutte le parti in conflitto, le “vittime” in primo luogo, ma anche agli “oppressori”, ai mediatori e, soprattutto, ai cittadini comuni che cercano soluzioni.

– Uso consapevole del linguaggio: evitare il linguaggio che polarizza o demonizza. Utilizzare termini che descrivano i fatti e l’impatto della sofferenza, piuttosto che etichette morali o giudizi (es. descrivere la violenza senza usare un’etichetta legale definitiva se non confermata, per mantenere aperto il dialogo).

– Rifiuto della sensazionalizzazione: non focalizzarsi sui dettagli più violenti o sanguinosi al solo scopo di aumentare l’audience (giornalismo della tragedia), ma riportare la sofferenza con dignità e rispetto.

3. Orientamento alla soluzione (“principio costruttivo”)

– Coprire le iniziative di pace: invece di concentrarsi unicamente sul fallimento dei negoziati o sull’escalation, dedicare spazio e attenzione alle iniziative di pace, mediazione e riconciliazione in corso, anche se su piccola scala (es. gruppi di collaborazione palestinesi/israeliani e non solo foto di massacri).

– Rappresentare la complessità: riconoscere che le soluzioni sono raramente binarie. Evitare di ritrarre la pace come l’assenza di guerra; mostrare invece il processo complesso e incrementale attraverso cui le relazioni vengono ricostruite.

– Responsabilità del lettore/ascoltatore: fornire ai lettori e agli ascoltatori informazioni che li rendano cittadini attivi e informati sulla possibile risoluzione del conflitto, piuttosto che spettatori passivi e spaventati.

In conclusione, mentre il giornalismo tradizionale spesso utilizza il conflitto come prodotto (attraverso la logica della contesa e del dramma), il giornalismo nonviolento, che chiamo provocatoriamente “antigiornalismo”, cerca di usare la sua influenza per promuovere il dialogo e individuare il terreno comune necessario per una pace duratura. Tenendo sempre presente la massima: una “brutta pace” (= tregua militare in cui tacciono le armi) è sempre meglio di una bella guerra (= accanimento sanguinoso e devastatore con cui si difendono i confini ritenuti “giusti”).

da L’Altravoce il Quotidiano

Nei due anni di genocidio Israele ha tentato di ucciderli tutti, di cacciarli dalla loro terra, li ha bombardati, massacrati, affamati, mutilati, trafitti nel corpo e nell’anima, ha raso al suolo le loro case costringendoli a sfollare e a vivere in tende improvvisate, ha ridotto la Striscia di Gaza a un cumulo di macerie, ma loro, i palestinesi, nonostante il dolore, le sofferenze e un mare di lacrime, hanno resistito con coraggio e determinazione. Una resistenza che bambine/i, ragazze/i hanno portato avanti avendo come unica arma i libri, le lezioni e il desiderio di studiare per lasciare aperta la porta alla speranza e al futuro. Bambine/i hanno continuato in tende le lezioni con insegnati volontari. Migliaia di ragazze/i non hanno smesso di studiare, di seguire corsi accademici online, con tutte le difficoltà dovute alle interruzioni di elettricità, al cedimento delle reti di comunicazione, allo sfollamento e al lutto. C’è stata chi come Thuraya Fatid si è diplomata. «Prendere il diploma di liceo – racconta in un articolo su “La Stampa” a firma di Majd Al-Assar – è stato un miracolo. Abbiamo perso due interi anni scolastici, ma ero determinata a continuare gli studi, soprattutto dopo aver perso la casa e dopo che mio fratello è stato ucciso. Ho studiato in una tenda, sono rimasta sveglia notte dopo notte alla luce della torcia del mio cellulare per preparare l’esame di fine corso». Da quando è iniziata la tregua, nonostante Israele non cessi di violarla e di impedire l’entrata a Gaza di tutti gli aiuti umanitari, la resistenza è diventata rinascita con l’apertura, tra le macerie, delle scuole e dell’Università islamica a Gaza. «Mi ci è voluta mezz’ora per arrivare a scuola a piedi, e la maggior parte delle strade sono danneggiate e piene di macerie e pietre, il che mi stanca molto. Il cessate il fuoco mi rende felice», parole di una studentessa. Felicità condivisa dalla giovane Thuraya. «Sognavo – lei dice – di riuscire un giorno a vivere la vera vita universitaria, di conoscere compagni e professori, e adesso una parte di quel sogno è diventata realtà. Sono molto felice, malgrado tutte le difficoltà del momento». Nelle scuole in aule improvvisate non ci sono i banchi, le/gli studenti si siedono per terra, ma sono felici. All’Università islamica il campus vero e proprio è un mare di macerie, i pochi edifici danneggiati portano i segni dell’artiglieria israeliana. La riapertura delle scuole e dell’Università, col ritorno di migliaia di studenti, ha un grande significato simbolico per una generazione che guarda al futuro e affida la propria rinascita non alle armi, non alla guerra ma allo studio, ai libri, al desiderio di imparare che è più forte della distruzione che li circonda. Rinascita è il matrimonio di massa celebrato il 2 dicembre scorso nel sud della Striscia. Tra gli edifici bombardati si sono sposate 54 coppie provenienti da varie parti della Striscia, in centinaia hanno assistito alla cerimonia. Rinascita è il festival del cinema femminile lanciato dal regista palestinese Ezzaldeen Shalh e tenuto, dal 26 al 31 ottobre, in tende temporanee nel centro di Gaza. Cinquecento donne hanno assistito alla proiezione di ottanta film di registe di oltre venti paesi, tra Medio Oriente, Nord Africa, Europa e America. Aperto con la proiezione del film “La voce di Hind Rajab”, la prima nel mondo arabo, il festival aveva come titolo “Donne leggendarie durante il genocidio” in onore delle donne palestinesi che «hanno sopportato gli orrori della guerra, dalla perdita alla detenzione, fino allo sfollamento». Donne sopravvissute al genocidio che vogliono vivere, rinascere e sperare insieme a tutto il loro popolo. Donne da ammirare e sostenere nella rinascita come nella resistenza.

dal Corriere della Sera

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Centinaia di capi scoperti. Centinaia di code, di trecce nere che ondeggiano libere. Bisogna scrutare con attenzione i video della fiumana che taglia il via della maratona di Kish per scovare un hijab. C’è qualche fascia che ferma frangette ribelli, qualche cappellino da baseball portato all’indietro, ma pochissimi i veli a coprire le chiome delle duemila iraniane che venerdì hanno preso parte alla maratona sull’isola nel Golfo Persico. «Una “immorale” la puoi arrestare, ma duemila non è così facile», ci scrive Ghazaleh, giovane professoressa di Teheran. Non ha partecipato alla gara che tanto ha fatto infuriare gli ayatollah e i loro seguaci, ma sono due anni che corre per le strade della capitale a testa libera. Dice: «Non sanno più come fermarci».

Gli uomini di Ali Khamenei, sorpresi e sconcertati dall’affronto senza precedenti, sui giornali di regime condannano la «scandalosa competizione», che qualche integralista indignato sui social chiama «Las Vegas della corsa». Confusi sul da farsi, i giudici fanno partire gli arresti. I primi a «pagarla» sono due organizzatori della maratona colpevoli di non essere riusciti a fare rispettare le leggi morali che governano la Repubblica Islamica. E balbettano: «Per dirla tutta noi avremmo avvertito che era fondamentale osservare le regole d’abbigliamento». Ma la procura di Kish non perdona: «È stato indecente il modo in cui si è svolto l’evento». L’agenzia di stampa ultraconservatrice Tasnim critica «l’assenza totale di controllo e il mancato rispetto dei codici da parte di un numero significativo di partecipanti».

Ghazaleh crede che non si fermeranno ai due arresti: «I loro scagnozzi staranno studiando i profili social per capire chi altro punire. Staranno cercando le persone con più follower perché la vendetta sia rumorosa. Poi, smetteranno di parlarne, come è successo con l’ultimo caso del concerto all’aperto a Teheran. Anche lì si cantava e ballava a capo scoperto: io c’ero».

Le ragazze iraniane sanno come funziona. Conoscono a memoria i rischi che corrono quando sfidano le leggi medievali della dittatura. E a Kish – come per le strade di Teheran, di Isfahan, di Tabriz – hanno affrontato gli ayatollah sul solito fronte, quello più caldo: il velo. Queste giovani donne sembrano avere sempre meno paura delle autorità che governano il Paese. È dall’uccisione di Mahsa Jîna Amini, dal 2022, che la lotta del movimento Donna Vita Libertà è diventata una rivoluzione in grado di cambiare le regole del gioco. «Una rivoluzione che non ha fatto cadere il regime», dicono i pessimisti, ma ha stravolto la società. Ha liberato le ragazze, e, soprattutto, ha «convertito» i padri, i fratelli, gli amici. Gli unici a rimanere immobili sono coloro che detengono il potere e che tremano all’idea di perderlo.

Amir ha 25 anni e venerdì correva sull’isola di Kish: «È stato bello vedere così tante donne senza velo. Le nostre sorelle sono coraggiose e noi le sosteniamo». Erano tremila gli uomini che hanno partecipato alla quinta edizione della maratona. Correvano separati dalle atlete, «ma poi abbiamo festeggiato insieme».

I legislatori hanno accusato la magistratura di non far rispettare la legge sull’hijab. Il capo della Corte suprema Gholamhossein Mohseni Ejei ha chiesto un’applicazione più rigorosa e intanto il presidente cosiddetto riformista Masoud Pezeshkian si è rifiutato di ratificare un disegno di legge che avrebbe imposto sanzioni più severe per le donne. Il governo, indebolito dalla Guerra dei dodici giorni con Israele, da un’economia a pezzi e da una siccità senza precedenti, è accusato dalle frange più conservatrici di lassismo: le lotte interne debilitano il potere.

«Non ci fanno più paura, li combattiamo su ogni fronte. Anche lo sport qui è politica», continua Ghazaleh. In Iran alle donne è vietato andare in bicicletta e nuotare in pubblico. Sono vietati gli stadi ed è proibito giocare a biliardo.