Il documentario della regista Francesca Archibugi sulla storica femminista italiana, prodotto da Fandango con Rai Cinema e Luce Cinecittà, sarà Presentato a Venezia 83 nelle Giornate degli Autori

Quando si parla delle radici teoriche del femminismo italiano inevitabilmente viene fuori il nome di Carla Lonzi, critica d’arte, scrittrice e filosofa che, negli anni Settanta, sovvertì ogni modello patriarcale fondando, insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti, Rivolta Femminile, redigendo il Manifesto di Rivolta Femminile e pubblicando “Sputiamo su Hegel” e “La donna clitoridea e la donna vaginale”, testi che sanciscono il distacco dalla cultura e dalla tradizione politica e teorica dominante, proponendo una critica radicale dei rapporti di potere, della sessualità e dei modelli di soggettivazione femminile.

Per raccontare l’intellettuale e la donna che fu Carla Lonzi, sarà presentato in anteprima alla 83a edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Giornate degli Autori – Eventi speciali, il documentario “Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” diretto dalla regista Francesca Archibugi, che la conobbe da giovane per motivi personali.

Dunque, anche se per Antonio Barbera le cineaste non hanno realizzato quest’anno film adeguati al concorso dell’83° Festival di Venezia (solo un film su 20 selezionati è diretto da una donna) le Giornate degli Autori, come sempre, valorizzano, eccome, i prodotti e il pensiero femminili.

“Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” è un progetto che va oltre il racconto biografico della celebre critica d’arte, filosofa e teorica del femminismo italiano, e che mostra accanto alla figura pubblica, considerata così intransigente, punto di riferimento di artisti e pensatori, anche quella privata, più affascinante e contraddittoria, restituendo un ritratto puntuale e allo stesso tempo empatico di una delle donne che più ha influenzato non solo le basi, ma anche il linguaggio del femminismo e dell’autocoscienza delle donne.

Attraverso materiale d’archivio inedito, fotografie e la voce della stessa Lonzi, Francesca Archibugi costruisce un racconto intimo e appassionato, avvalendosi anche delle testimonianze di familiari e amici, tra cui il figlio Battista Lena (musicista e compositore, autore delle musiche del documentario), la stessa regista Francesca Archibugi, Nanni Moretti, Giulia Siviero, Suzanne Santoro e la filosofa Maria Luisa Boccia.

In dialogo con tutte le esperienze rivoluzionarie degli anni Sessanta e Settanta, la ricerca della Lonzi attraversa tanti temi come il corpo, la natura, il mito e la memoria e la sua eredità è molto forte e attualissima.

«Con un po’ di imbarazzo devo parlare di me – racconta la Archibugi – e del perché ho fatto questo film. Ho conosciuto Carla Lonzi al liceo, era la madre di quello che sarebbe diventato mio marito, Battista Lena. Ma si è ammalata ed è morta che eravamo troppo piccoli, non avevamo nessuna idea di quello che sarebbe stato il nostro futuro. Pensavo solo che dovevo assolutamente piacerle ed ero sicura che non ce l’avrei fatta. Perché mi sentivo qualche stortura morale. Volevo entrare nel mondo e Carla ne voleva stare al di fuori. Carla e Battista, ma anche lo scultore Pietro Consagra, il compagno, erano diversi da tutto quello che avevo conosciuto fino ad allora. Tutti i giorni c’erano riunioni femministe, guardavo e ascoltavo rendendomi invisibile, strisciavo rasente i muri.

Carla trascorreva lunghi periodi in un podere molto isolato nel Chianti, completamente sola, in mezzo ai boschi e le vigne: quando lei non c’era, andavo nel casale grande e rovistavo nei cassetti, frugavo nelle borse, spiavo gli appunti e le lettere private, annusavo le camicie, le ho rubato un paio di pantaloni. Ho vissuto attraverso suo figlio l’ansia della malattia. Mentre lei stava sempre peggio leggevo il diario, Taci anzi parla, diario di una femminista. Ne parlavamo: mi spiegava un po’ di cose sul sesso, senza imbarazzo e senza voyeurismo. Non assomigliava certo a una suocera, ma alla più fantastica delle amiche adulte. La sua amicizia è stata come un regalo per il mio diciottesimo compleanno e l’entrata nella vita adulta.

Solo che se ne è andata troppo presto. Mi ha lasciato tantissime cose, prima di tutto suo figlio Battista.

Spero di essere riuscita a trovare l’equilibrio fra il riserbo e lo slancio affettivo. Vorrei far dialogare i pensieri contemporanei con Carla come se fosse ancora qui, e vedere se facendo attenzione, io possa sentire ancora la sua voce. E farla sentire a tutti, anche a chi non c’era, a chi non l’ha conosciuta, a chi non la conosce ancora».

Il film è una produzione Fandango con Rai Cinema, in associazione con Luce Cinecittà e MIC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, realizzato e distribuito con il contributo del Fondo del Ministero della Cultura per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo, “Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo” sarà al cinema con Fandango Distribuzione.

(Noidonne, 29 luglio 2026)

CARLA LONZI

Carla Lonzi (Firenze, 1931 – Milano, 1982) è una scrittrice e critica d’arte italiana, femminista teorica dell’autocoscienza e della differenza sessuale.

Ha attraversato e messo in discussione i dispositivi di legittimazione dell’arte, della cultura e del

sapere, elaborando una pratica intellettuale fondata sull’autonomia, sulla parola e sulla trasformazione delle relazioni.

Formatasi alla scuola di Roberto Longhi, con il quale si laurea in Storia dell’Arte nel 1956, Lonzi si

afferma negli anni Sessanta come una delle voci più autorevoli della critica d’arte italiana. Attraverso

l’attività curatoriale e la collaborazione con artisti italiani e internazionali – tra cui Lucio Fontana, Cy Twombly, Jannis Kounellis e Giulio Paolini – contribuisce alla definizione di una nuova sensibilità critica nei confronti delle pratiche artistiche contemporanee. Nel 1969 pubblica Autoritratto, opera fondativa e radicalmente sperimentale, costruita attraverso il montaggio delle voci di quattordici artisti: un dispositivo letterario e critico che decostruisce la linearità della narrazione storico-artistica e restituisce la complessità della scena degli anni Sessanta.

Il 1970 segna una cesura decisiva nella sua ricerca. Insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti fonda

Rivolta Femminile e redige il Manifesto di Rivolta Femminile. Nello stesso anno pubblica Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale, testi che sanciscono il distacco dalla cultura

patriarcale e dalla tradizione politica e teorica dominante, proponendo una critica radicale dei rapporti di potere. L’abbandono della critica d’arte non rappresenta per Lonzi una rinuncia, ma l’apertura di un campo di ricerca più ampio e radicale, fondato sulla pratica dell’autocoscienza, sul separatismo e sulla costruzione di forme autonome di produzione e circolazione del pensiero.

Attraverso la propria casa editrice e una scrittura che intreccia teoria, autobiografia, dialogo e pratica politica, Lonzi sviluppa un pensiero capace di mettere in crisi le gerarchie del sapere e i fondamenti

stessi della cultura patriarcale. In opere come Taci, anzi parla. Diario di una femminista (1978) e Vai

pure. Dialogo con Pietro Consagra (1980), la parola diviene uno spazio di conflitto, relazione e

possibilità.

FRANCESCA ARCHIBUGI

Francesca Archibugi (Roma, 1960) è una regista e sceneggiatrice italiana.

Dopo gli studi classici, studia psicologia all’Università degli Studi di Roma La Sapienza; e nel 1983 si diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Gira alcuni cortometraggi per la Rai e per Ipotesi Cinema di Ermanno Olmi, vincendo nel 1985 il Premio Solinas per la sceneggiatura.

Il suo esordio al cinema è Mignon è partita (1988), film che ottiene cinque David di Donatello e due Nastri d’Argento, e numerosi premi internazionali.

Seguono film come Verso sera (1990), Il grande cocomero (1993), Con gli occhi chiusi (1994), L’albero delle pere (1998), Domani (2000), Lezioni di volo (2007), Questione di cuore (2008), Il nome del figlio (2015), Gli sdraiati (2017), Vivere (2019) e Il colibrì (2021). Ha inoltre realizzato serie televisive, tra cui La Storia (2024), Nastro d’argento Miglior serie dell’anno. Accanto alla regia, ha collaborato alla scrittura di numerose sceneggiature per altri autori, tra cui Paolo Virzì, Costanza Quatriglio, Maria Sole Tognazzi.

Nel corso della sua carriera ha lavorato con molti tra i principali attori italiani, da Stefania Sandrelli a

Jasmine Trinca, da Marcello Mastroianni a Pierfrancesco Favino.

Ha ricevuto numerosi premi nazionali e internazionali e retrospettive del suo lavoro sono state fatte in Francia, Inghilterra, Germania, Argentina, Giappone e numerosi altri paesi.

Battista Lena, il figlio di Carla Lonzi, è il musicista di tutti i suoi film, dal primo cortometraggio fino a questo documentario.

FILMOGRAFIA

Illusione (2025)

La Storia, Serie TV (2022)

Il Colibrì (2021)

Vivere (2019)

Romanzo Famigliare (2018)

Gli Sdraiati (2017)

Romanzo Famigliare, Serie TV (2016)

Il Nome del Figlio (2015)

È Stata Lei, Cortometraggio (2013)

Giulia ha picchiato Filippo, Documentario (2012)

Questione di Cuore (2008)

Lezioni di Volo (2005)

Renzo e Lucia (2002)

Domani (2000)

L’Albero delle Pere (1997)

La Strana Storia di Banda Sonora, Documentario (1997)

Con gli Occhi Chiusi (1994)

L’Unico Paese al Mondo (1994)

Il Grande Cocomero (1993)

Verso Sera (1990)

Mignon è Partita (1988)

Franca Fortunato, in Madri e figlie. Una storia vivente, pubblicato da Libritalia Printlab (pp. 128, euro 14), esplora il complesso rapporto con la madre Vittoria, intrecciando memoria personale e storia collettiva delle donne e del Novecento. Questo memoir autobiografico si ispira alla pratica della “storia vivente”, sviluppata da Marirì Martinengo e dalla Comunità di storia vivente della Libreria delle Donne di Milano. Il libro si apre con una rottura: nel 1978, l’autrice lascia la casa materna per lavorare alla Cgil, senza salutare la madre, contraria alla sua decisione.

Questo evento, difficile e colmo di ripercussioni, spinge Franca Fortunato a riavvolgere la propria infanzia e a interrogarsi sul legame con una donna che l’ha amata profondamente, ma che si aspettava che non la deludesse mai. «Sono stata fortunata a essere nata e cresciuta nell’amore di mia madre», scrive Fortunato.

Vittoria, una sarta di grande talento, è il fulcro del libro. Costretta ad abbandonare la scuola dopo la terza elementare, proietta sulle figlie il desiderio di emancipazione che le era stato negato. Per lei, lo studio rappresenta la via per l’autonomia economica e il riscatto di una genealogia femminile esclusa dall’istruzione. La sua creatività nel cucire diventa così una forma di libertà esercitata all’interno dei limiti imposti dal patriarcato. Talvolta tutto comincia da un filo che insieme ad altri diventa una trama, come nelle alleanze femminili.

Accanto alla narrazione familiare, si dipana una storia della Calabria del dopoguerra, intrecciando temi di povertà, emigrazione, lavoro artigiano, dialetto, rituali domestici e feste popolari. Particolarmente rilevante è la vicenda della madre, affidata da bambina a una zia in seguito a una tragedia familiare. L’autrice interpreta questo episodio come un patto di mutua gratuità tra due sorelle, due donne, da cui trae l’idea di «civiltà della madre», fondata sul primato del legame materno. Altro tema centrale è quello della scuola, vista come spazio di emancipazione ma anche di ferite, come testimonia il ricordo dell’esclusione dalla prima elementare per presunta “immaturità”. Attraverso il femminismo della differenza, quell’esperienza verrà rielaborata come occasione per ripensare l’autorità femminile e il significato dell’educazione.

Madri e figlie offre una critica del patriarcato sempre radicata nell’esperienza concreta. Emblematico è il ricordo della maestra che accoglie senza vergogna la nipote madre non sposata. «Per una madre, tutte le figlie e tutti i figli sono legittimi. Le donne questo lo hanno sempre saputo», osserva Fortunato.

Le pagine finali sono dedicate alla malattia e alla morte della madre. La frase annotata nel diario – «Oggi è morta una grande donna: era mia madre» – racchiude il senso profondo dell’intero volume: restituire amore a una genealogia femminile fatta di lavoro, cura, libertà e relazioni. Più che un’autobiografia, Madri e figlie è una riflessione su come la grande storia possa essere narrata a partire dall’esperienza vissuta delle donne.

(il manifesto, 28 luglio 2026)

24 luglio 2026, lettera di sostegno alla legge di iniziativa popolare “Istituzione del Dipartimento della Difesa civile, non armata, non violenta”

Viviamo in un tempo in cui si tende a identificare il concetto di difesa con quello di difesa armata, operando una sovrapposizione che è frutto di una narrazione in cui la forza militare viene presentata come condizione necessaria e sufficiente in grado di prevenire e rispondere a ogni minaccia.

Questa visione è tutt’altro che unanimemente condivisa. Numerosi studiosi e studiose, insieme a protagonisti della riflessione scientifica, spirituale e politica, hanno proposto prospettive teoriche differenti e letture più articolate e complesse degli scenari nazionali e internazionali, sperimentando modelli alternativi per affrontare e risolvere i conflitti.

Costruire la pace, non solo dichiararla

Per vivere in uno stato di pace stabile e duratura, non basta dichiarare che non si vuole la guerra. La pace va costruita e agita, come hanno testimoniato figure diverse, da Gandhi ad Aldo Capitini e Johan Galtung, uno dei fondatori degli studi sulla pace.

Come si può cogliere in diversi documenti dell’ONU, ed in particolare nella risoluzione dell’Assemblea Generale del 2016 sul diritto alla Pace, pace «non è solo l’assenza di conflitti, ma richiede anche un processo partecipativo positivo e dinamico in cui il dialogo è incoraggiato e i conflitti sono risolti in uno spirito di comprensione reciproca e cooperazione».

E il primo passo per costruire la pace è riconoscersi come soggetti attivi di questo processo, che chiama in causa tutte e tutti. Scardinare la logica del nemico non significa ignorare la minaccia: significa avere più strumenti per rispondervi, più intelligenza collettiva per prevenirla, più coraggio istituzionale per trasformare i conflitti attraverso la ricerca di equilibri alternativi invece di amplificarli e radicalizzarli.

Le strade alternative esistono

Numerose testimonianze evidenziano i danni permanenti lasciati dalle guerre, che raramente pongono fine ai conflitti. Le ricerche comparative di Erica Chenoweth (Harvard Kennedy School, 2008-2023), su oltre un secolo di conflitti, mostrano l’efficacia dei movimenti di resistenza nonviolenta organizzata, anche nel confronto con quelli armati.

Diverse evidenze storiche lo confermano: dalle più note, come la lotta di Gandhi per l’India indipendente o la resistenza nonviolenta di Nelson Mandela contro l’apartheid in Sudafrica, ad altre meno conosciute come, ad esempio, il contributo di Johan Galtung alla risoluzione di un decennale conflitto armato tra Perù ed Ecuador attraverso la creazione di un’area naturale protetta binazionale.

In questa direzione, la società civile ha dato impulso a varie iniziative volte a sostenere la costituzione di strumenti e istituzioni per la promozione di una cultura della pace e della nonviolenza.

Clima, salute, sicurezza, ecosistemi: un unico orizzonte

I conflitti del XXI secolo nascono da squilibri profondi e si alimentano sempre più di nuove forme di conflittualità. Scarsità di acqua, terre aride, competizione per le risorse, migrazioni, stili di vita che minano la salute umana e più in generale la salute del pianeta. La crisi climatica è essa stessa una forma di violenza strutturale globale: lenta, diffusa, sproporzionatamente devastante per i soggetti più vulnerabili. La pace, la salute e la cura della Terra non sono obiettivi separati: sono la stessa cosa, vista da angolazioni diverse. E questo richiede di ripensare i modi e le forme della difesa rispetto ai secoli passati.

Perché sosteniamo la proposta di legge per l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta

All’interno del CNR e del mondo della Ricerca sono attive ricercatrici e ricercatori che ritengono possibile e promuovono uno sviluppo etico e sostenibile della società fondato sulla giustizia sociale, sul rispetto e sulla nonviolenza, con modalità e percorsi anche molto diversi tra loro.

Come ricercatrici provenienti da diversi ambiti disciplinari, impegnate nello studio e nella promozione della pace nelle sue molteplici forme, sosteniamo la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta, e affermiamo che costruire la pace è una responsabilità individuale e collettiva, sancita anche dalla nostra Costituzione. L’articolo 52 afferma che la difesa della Patria è “sacro dovere” di ogni cittadina e cittadino – non solo delle forze armate. L’articolo 11 sancisce il ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Importanti pronunce della Corte costituzionale, in particolare la sentenza 164/1985, hanno differenziato concettualmente e istituzionalmente il servizio militare dal dovere di difesa della patria, che spetta a tutti e tutte.

Questa proposta di legge introduce strumenti concreti per una difesa sganciata dall’uso delle armi: un Dipartimento dedicato; Corpi Civili di Pace; un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo; una dotazione finanziaria stabile, alimentata anche dalla scelta volontaria dei contribuenti.

Sottoscriviamo la proposta di legge e invitiamo a fare altrettanto, continuando ad impegnarci per una ricerca pubblica che si assuma la responsabilità che le spetta: raccogliere dati su origini e conseguenze dei conflitti, smontare le narrazioni belliciste e mettere in evidenza i tanti interessi in gioco, ponendo la conoscenza al servizio della collettività. La pace – come ogni fenomeno complesso – richiede studi, elaborazioni, dati, metodi, formazione, strumenti; questa legge istituisce norme in questa direzione: un sistema di difesa civile e nonviolenta che sappia prevenire, mediare e proteggere dai conflitti attuali e futuri, presidio di giustizia sociale e ambientale.

Firmiamo, e invitiamo colleghe e colleghi a fare lo stesso.

Alcune ricercatrici del Consiglio Nazionale delle Ricerche,

ADRIANA VALENTE, Roma – ALBA L’ASTORINA, Milano – ALESSANDRA PUGNETTI, Venezia – ARIANNA DI PAOLA, Roma – CHRISTINE NARDINI, Roma – CLAUDIA PENNACCHIOTTI, Roma – GRAZIELLA TALLARDA, Agrate Brianza (MB) – PAOLA LETARDI, Genova – SILVIA CARAVITA, Roma – VALENTINA TUDISCA, Roma

Firma la proposta di legge:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6100008

Campagna e approfondimenti:

www.difesacivilenonviolenta.org

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Ogni firma è un laboratorio di pace.

Per eventuali comunicazioni con il gruppo scrivere a:

paola.letardi@cnr.it

arianna.dipaola@cnr.it

Il conflitto tra donne è sempre stato presente nel femminismo, portando con sé un alto tasso di distruttività. Conflitto temibile perché chiama con sé emozioni forti e fantasmi incontrollabili: l’invidia femminile e una minacciosa potenza materna che sembra avere potere di vita o di morte sull’altra. Eppure la forza che sprigiona tale conflitto, se prende forma, se riceve misura, se si affida a gesti scelti, può essere feconda e generativa. Per questa ragione Angela Putino – a partire da un testo sulle amazzoni scritto con Lina Mangiacapre – si dedica dalla seconda metà degli anni ’80 alla funzione guerriera come pratica ed esercizio della relazione tra donne che apra ad un modo di «fare polis», di «fare cosmo» a partire da un simbolico femminile.

Alla base della funzione guerriera c’è l’inaddomesticato che Putino sottrae a qualsiasi designazione: è «una zona di taglio», «una modalità di azione». Nei materiali di un workshop presso il Virginia Woolf di Roma, Angela espone le figurazioni che portano dall’inaddomesticato alla funzione guerriera. La prima figurazione è la «solitaria» che guarda «a sé come un bene superiore che non può essere barattato con nulla». L’inaddomesticato è il proprio punto di leva, il partire da sé. Il passaggio dalla “solitaria” alla “guerriera” avviene nel linguaggio, quando entra in gioco la relazione. La guerriera emerge nel dialogo, davanti al «tu privilegiato che una donna rivolge a un’altra donna, questo tu è un imprevisto del sistema culturale» (Putino, Donna guerriera). Essere guerriera non significa avere nemici o nemiche, è «sapersi raccogliere e indirizzare» dal momento che la «funzione guerriera è soprattutto un’arte di alleanze», alleanze tra straniere, dove «risiede nell’altra la possibilità di inaddomesticarmi da me», cioè di uscire dal perimetro chiuso dell’identità personale.

La parola tra donne deriva dal rivolgersi l’una all’altra, afferma la relazione, chiama il mondo a partire da questa: ecco il terreno condiviso che dà dignità alla guerra tra loro. Il «polemizzare tra donne» è un’arte di cui Putino traccia traiettorie, gesti, regole. Le duellanti debbono saper fare un passo indietro per aprire uno spazio di movimento, ritrarsi dai propri codici. Occorre che siano “limpide” e diano trasparenza all’accadere per evitare l’opacità delle interpretazioni. Una guerriera deve stare vicino alla propria ferita, muove dalla propria vulnerabilità, non dalle ferite narcisistiche dell’io, ma da quelle che interrompono le significazioni dominanti, ti tirano fuori da te fino a scoprire un ritmo a te più appropriato. Questo polemizzare tra donne «non si sa se è lotta o abbraccio», è una guerra intesa come «uno dei più puri riconoscimenti» (Putino, Arte di polemizzare tra donne). La guerriera deve infatti poter distinguere le altre guerriere, poiché vuole per sé e per le altre una velocità maggiore. Occorre qui una certa “crudeltà guerriera”, per Putino meno temibile della “violenza pulita”, delle strategie della “non libertà femminile” che nascono da istanze di potere determinate altrove vanificando il polemos tra donne. La funzione guerriera schiude la visione di un «mondo di differenza, non agglomerato di diversità, ma cosmo: insospettato, sorprendente avvicinarsi, affiancarsi, relazionarsi». Dalla singolarità si va verso il collettivo che Angela chiama “razza” (richiamando Deleuze e Guattari, la razza minoritaria e ribelle che rompe le strutture di dominio): «semplice, sobria […] aurorale, ha dei cominciamenti, la bellezza e la visionarietà degli inizi; invita ad abitare in lei secondo scelte, secondo regole del suo cosmo; fa spazio, fa tempo; dona velocità» (Putino, Cosmo).

Da questi punti di intensità tracciati da Putino possiamo rilanciare oggi un discorso vivo sul conflitto tra donne che parta da una fedeltà a sé stesse e da una posta in gioco comune, per creare alleanze fuori da logiche di potere esteriori.

(L’Imprevista, 24 luglio 2026)

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi in cui le donne sono diventate promotrici di pratiche di esclusione all’interno degli spazi femministi. Presentazioni di libri annullate all’ultimo minuto, mailbombing alle organizzatrici, sale concesse e poi disdette senza spiegazione. Per citare soltanto i casi più recenti: a Feminism 2023 un dibattito sulla prostituzione è stato cancellato sotto la pressione di alcune realtà romane; in seguito è toccato alla presentazione, che doveva tenersi alla Biblioteca delle donne di Bologna, del libro Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, anch’essa cancellata. L’episodio più recente risale allo scorso maggio, con l’annullamento dell’evento, alla Casa delle donne di Pisa, che avrebbe dovuto ospitare la giornalista Monica Lanfranco. D’altra parte, anche all’interno dei luoghi storici del femminismo alla pratica della relazione, anche conflittuale, a volte si predilige la presa di distanza, la sottrazione al confronto e una gestione del dissenso che tende alla chiusura più che alla mediazione. In questo processo di polarizzazione, gli anni della pandemia hanno, infine, segnato un culmine quando in molti luoghi culturali e politici, inclusi alcuni spazi femministi, si è preferito evitare il confronto con chi metteva in discussione la gestione dell’emergenza sanitaria.

Questa situazione racconta di una fatica crescente a sostenere contesti conflittuali, preferendo allinearsi alla più comoda grammatica maschile degli schieramenti. Abitiamo un mondo sempre più abituato a pensare in termini di “noi” e “loro” e le donne sembrano non sfuggire a queste dinamiche: sappiamo che il conflitto richiede energie, espone alla possibilità di stare nel disaccordo o di cambiare idea, obbliga a fare spazio alla verità dell’altra. L’immagine è quella di una casa che si sgretola mentre nell’aria volano coltelli: la rappresentazione di ciò che accade quando il conflitto non trova parola e relazione, ma continua ad agire in forme indirette, opache e distruttive.

Il modo di intendere lo stare in relazione e il conflitto che emerge da queste situazioni assomiglia alle logiche con cui, dagli albori della nostra storia, la solidarietà maschile si è manifestata distruttivamente, come pratica di esclusione che considera l’altro come estraneo, che innalza steccati identitari invece di promuovere aperture e confronto, ossia, agendo come «una banda di fratelli» e non come «un flusso di sorelle» (U. Le Guin, da Non c’è tempo da perdere). Dagli episodi menzionati si impone, quindi, una domanda squisitamente politica: quando alcune donne usano le stesse armi della fratellanza escludente, la pressione, il silenzio imposto, la cancellazione, stanno davvero praticando la sorellanza che, crediamo, dovrebbe essere alla base delle pratiche femministe? O stanno semplicemente replicando una logica di potere con un lessico diverso?

La questione viene ulteriormente esasperata dalla tendenza, nelle società contemporanee, a confondere il conflitto con l’abuso, come ha rilevato Sarah Schulman. Per la saggista e attivista lesbica nordamericana, ad emergere è un’incapacità crescente di gestire le situazioni di tensione tra i nostri desideri, le nostre credenze e quelle degli altri: «Viviamo nel conflitto e non lo sopportiamo. Incapaci di gestire il disagio dell’incomprensione umana preferiamo pensare il mondo in termini di vittime e carnefici, esacerbando e manipolando la paura per evitare di affrontare noi stessi». Per sottrarsi a queste dinamiche rovinose, occorre ripensare le forme della conflittualità.

Una prima indicazione ci arriva da un vecchio numero di Via Dogana, uscito a dicembre 2001 dal titolo Fanno le guerre e non sanno confliggere, era appena cominciata la guerra in Afghanistan e la questione si manifestava, come ai nostri giorni, in tutta la sua urgenza. A conclusione del suo articolo di apertura, Luisa Muraro, dopo essersi interrogata intorno alla «tendenza a formare schieramenti» proponeva di «essere tutta con tutto senza restare attaccata a nessun contenuto, perché i contenuti nascono dallo scambio e sono il frutto della mediazione, di volta in volta. Escluso – ha detto una che ascolto sempre – quel minimo, non più grande di un chicco di melagrana, che ciascuna di noi sente per sé “irrinunciabile”» (Che cosa ci sta capitando?). Per superare la logica amica-nemica, occorre ragionare intorno ai guadagni che si possono ottenere rinunciando all’adesione sterile ai contenuti, senza dimenticare il chicco irrinunciabile che non prevede però la distruzione dell’altra.

L’immagine del «flusso di sorelle» di Ursula Le Guin ci viene, ulteriormente, in soccorso: la solidarietà femminile è fluidità, è come un torrente, è impetuosa, trascinante, inarginabile entro i recinti ideologici di strutture precostituite. Diversamente da quella maschile che nasce «dal controllo dell’aggressività nel perseguimento del potere», scrive Le Guin, la solidarietà femminile si dispiega sregolatamente, in forme mutevoli, perché scaturisce «dal desiderio e dal bisogno di aiuto reciproco, e dalla ricerca della libertà dall’oppressione». Dovremmo, forse, pensare simbolicamente alle nostre relazioni politiche tenendo a mente questi immaginari liberatori e trasformativi: guardare al movimento come a un fiume, nella fluidità di pensieri che si formano “di volta in volta”, che possono a volte avvicinare, a volte allontanare quando toccano quel chicco irrinunciabile, senza mai rinchiudersi, però, entro le sponde fragili dell’esclusione che, nelle continue perturbazioni politiche di quest’epoca, possono spaccarsi, e devastare.

(L’Imprevista, 24 luglio 2026)

Provo a partire da me, dal mio vissuto e dalla mia esperienza, per spiegare come, nella vita di una donna che appartenga a quest’epoca, la differenza sessuale sia ancora fondamentale e lo sia sempre di più. Di come sia importante, e più di prima, dichiararne l’esistenza. E di come, personalmente, sia stata indispensabile per mettere tutto in fila. Tradurre, comprendere, spiegare a me stessa i grandi passaggi della mia vita. E come tutto questo si traduca in una forma di consapevolezza militante.

Sono stata bambina negli anni Ottanta e ricordo ancora come, fino a un certo punto della mia vita, i tratti “più maschili” del mio carattere convivessero armoniosamente con quelli “femminili”. Ero quella che poteva definirsi “un maschiaccio”, ma mi piaceva profondamente pensarmi femmina. Ero vivace e spericolata, sempre con le ginocchia nel fango o intenta a raccogliere insetti e animaletti che i più trovavano ripugnanti. Allo stesso tempo, provavo un piacere autentico nell’indossare abiti squisitamente femminili, nel prendermi cura di bambolotti e gattini assecondando un precoce sentimento materno, nel sognare capelli lunghi e lucenti, che a quel tempo non mi erano concessi. A immaginare la donna che sarei voluta diventare: bella, profumata, libera di abitare quella femminilità che già sentivo mia.

Crescendo, molto gradualmente, qualcosa cambiò. Cominciai a percepire l’essere femminile come una specie di bestiola indomabile. Ne enfatizzavo le parti animalesche, la scarsa compostezza, l’istintività e imponevo a me stessa un controllo che nelle donne percepivo mancante. Tentavo di reagire alle modalità “scomposte” che sentivo appartenere alla mia genealogia femminile, a mia madre. Sentivo di volermi staccare da lei, dal suo retaggio, tenendo invece a voler assumere la compostezza e la calma serafica di mio padre. Questo mi portava a non vivere liberamente attraverso il mio corpo, sentendolo dall’interno, ma sempre a guardarmi vivere, a guardarmi con gli occhi degli altri (altri?). Cercavo di destreggiarmi nel mondo con un certo distaccato rigore, a partire dalle mie movenze, fino ad arrivare alle reazioni emotive.

Negli anni dell’università e poi del primo lavoro, mentre rincorrevo il successo negli studi e l’affermazione professionale, dentro di me si faceva strada una strana sensazione: da un lato percepivo sempre meno una reale differenza tra me e i miei colleghi maschi; dall’altro avvertivo, quasi inconsapevolmente, la necessità di assomigliare sempre di più a loro. Non desideravo essere un uomo. Desideravo piuttosto aderire a un modello di umanità che percepivo come neutro, universale.

Tutto ciò che richiamava la differenza sessuale mi appariva riduttivo. Non lo rifiutavo deliberatamente, semplicemente non riuscivo a riconoscerne il valore. Mi sembrava che insistere sul fatto di essere donna significasse confinarsi in una condizione particolare, rinunciando ad appartenere a quell’umanità senza aggettivi alla quale aspiravo.

Per molto tempo non ho saputo spiegarmi questa spinta. Sapevo soltanto che tutto ciò che metteva in evidenza la differenza tra uomo e donna mi sembrava restringere le possibilità del femminile, le mie possibilità.

Arrivarono i primi successi e le prime soddisfazioni ma, insieme a essi, cresceva un sommesso malessere. Mi sentivo oppressa, scollegata dai miei bisogni e dai miei desideri. Sentivo le mie energie dissiparsi, crescere un indefinibile desiderio di fuga. Tutto ciò che fino ad allora aveva dato significato al mio impegno iniziava lentamente a svuotarsi di senso, lasciandomi senza energia, senza motivazione.

Eppure, continuavo il mio trantran, come se non esistesse un’altra possibilità di essere al mondo, ignara di cosa in realtà si muovesse nel profondo.

Fu solo la maternità, a un certo punto della storia, a interrompere questa apparente continuità.

La nascita delle mie figlie non rappresentò semplicemente un cambiamento nella mia vita, ma una frattura nel modo stesso in cui abitavo me stessa. La maternità, grazie alla sua caratteristica “regressiva”, mi portò a rivivere una me stessa molto più antica, riconducendomi nelle braccia di mia madre. Per la prima volta il corpo, la necessità, la vulnerabilità, la relazione e il tempo della cura non erano più dimensioni marginali da governare o da tenere sotto controllo, ma chiedevano di essere riconosciute come costitutive del mio essere. Quel modello di umanità al quale avevo cercato di conformarmi improvvisamente non mi bastava più.

Questa esperienza, così nuova per me, iniziatica, mi portò a formulare delle domande che sino a quel momento non mi ero mai posta.

Le prime si addensarono, spontanee, tutte intorno al mio essere madre. Perché era stato quello a mettere in crisi tutto il resto, a buttare a gambe all’aria tutto ciò in cui avevo creduto, incluso la persona che avevo pensato, con orgoglio, di essere diventata.

A quelle domande, se ne agganciarono presto mille altre.

E se ciò che avevo creduto come universale fosse stato soltanto una particolare forma dell’umano? E se tale convinzione fosse discesa dai nostri processi di significazione, culturalmente determinati, senza che me ne accorgessi? E se fossero stati possibili altri modi di essere? Magari più in linea con quello che il mio corpo, il mio vissuto di figlia, di madre, la mia genealogia mi suggeriva? E se il malessere che avevo sperimentato nella mia vita non fosse dipeso dalla mia condizione psicologica soggettiva ma dal modo in cui la società, la mia educazione mi aveva costretta a snaturare la mia concezione di essere femminile?

Cercando parole per comprendere ciò che mi stava accadendo incontrai il pensiero della differenza sessuale e, in particolare, l’opera di Luisa Muraro. Questo incontro fu per me un grande sollievo, un respirare all’improvviso dopo tanta apnea, un bagliore che portò a una visione finalmente chiara e corrispondente a quello che provavo, una coerenza, un’armonia, un essere in pace.

Grazie alle parole del pensiero della differenza riuscii a trasformare il mio vissuto, che era confuso ed evanescente, in esperienza. A comprenderlo, a dargli un senso che fosse chiaro per me. E, in fine, ad attuare nella mia vita tutto quello che avevo compreso. Prima come madre e poi come donna. A trasformare la fragilità in risorsa. Il corpo in sentinella di bisogno e desiderio. Ad essere dentro la vita piuttosto che a guadarmi vivere.

Il malessere, fino a quel momento indistinto, acquistò finalmente un nome. Compresi che non avevo semplicemente attraversato una crisi personale, a causa della mia fragilità psico-emotiva. La crisi che avevo vissuto era strutturale e legata alle condizioni socioculturali che mi erano state imposte. Era entrata in crisi l’idea stessa di essere umano alla quale avevo affidato la mia esistenza.

Il pensiero della differenza è essenziale ora, proprio nel momento in cui il dominio dell’uomo sulla donna va progressivamente scomparendo. Per lungo tempo esso era là, davanti ai nostri occhi. Si imponeva attraverso la forma del divieto o dell’esclusione agiti dall’uomo sulla donna. Era presente in una disparità visibile, immediatamente riconoscibile sul piano sociale e simbolico.

Oggi il dominio ha cambiato luogo. Si è spostato all’interno del soggetto. Tendiamo a non riconoscerlo, non perché sia scomparso ma perché non si presenta più nelle forme in cui eravamo abituate a pensarlo. Non opera più attraverso il potere degli uomini sulle donne, quanto attraverso l’adesione a un modello unico di umanità, nella forma della desiderabilità del maschile – inteso come insieme di caratteristiche e intenzioni solitamente ascritte all’universo degli uomini – sul femminile.

L’attuale società ci aveva quasi convinte che il maschile avesse perso centralità, non presentandosi più come un’autorità esterna. In realtà continua a occupare il centro della scena nella forma di un ideale umano apparentemente neutro e universale. Un soggetto autonomo, performante, competitivo, capace di bastare a sé stesso. Principio ordinatore, generale e unificante, della contemporanea civiltà neoliberista, che si esprime nell’aspirazione di realizzare un mondo senza natura e senza madre.

Lo vediamo nel rapporto tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, nell’idea che la dipendenza sia una condizione da superare anziché la dimensione originaria dell’esistenza, nelle pratiche che frammentano l’esperienza materna in funzioni separate, nella riduzione della vita, del corpo e delle relazioni a risorse economiche e nel rapporto predatorio con la natura e con ciò che viene percepito come altro da sé.

La predominanza del maschile sul femminile c’è ancora e non solo continua ad essere una questione politica e simbolica decisiva ma lo è in una forma nuova e più ampia. Si manifesta nella tensione tra due modi di abitare il mondo: nel conflitto tra una concezione dell’umano fondata sul dominio, la prestazione, il controllo e l’individualità e un’altra fondata sulla forza intesa come potenza generatrice, sulla dipendenza originaria, sull’appartenenza a una trama di legami che ci precede, sul nostro nucleo in quanto creature generate, quindi vulnerabili e in relazione.

La differenza sessuale diventa così il luogo simbolico in cui si confrontano due antropologie concorrenti dell’umano. Ci invita a guardare quella parte di noi che rischia di restare senza parola e a custodirla, preservando la nostra presenza, consapevolmente femminile, nel mondo.

Piazza d’Armi sono 42 ettari di terreno, pari a una sessantina di campi da calcio, nel Municipio 7 della città, lungo via Forze Armate, verso la periferia ovest. Per decenni questo è stato un luogo militare: prima, all’inizio del Novecento, ha ospitato il primo aerodromo di Milano e le attività legate ai dirigibili di Enrico Forlanini; poi è diventato parte della cittadella militare con la caserma Santa Barbara, i magazzini dell’Esercito e la vasta piazza destinata alle esercitazioni dei mezzi corazzati. Quando l’attività militare è cessata, negli anni Ottanta, uomini e soldati se ne sono andati e la natura si è ripresa lentamente lo spazio. Col passare degli anni quell’abbandono è diventato un ecosistema.

Pioppi, salici, robinie, biancospini, sambuchi, prati umidi e piccoli specchi d’acqua hanno creato un ambiente dove trovano rifugio decine di specie animali. Il simbolo di questo spazio riconquistato dalla natura è l’averla piccola, un passeriforme migratore protetto a livello europeo, tanto da dare il nome al Bosco dell’Averla (così ribattezzato dal comitato Associazione Parco Piazza d’Armi – Le Giardiniere nato ufficialmente nel 2015 per difendere l’area dalle speculazioni, ma già attivo da anni sul territorio), circa 1,7 ettari di vegetazione spontanea nel settore nord-occidentale dell’area. Accanto agli uccelli vivono insetti, pipistrelli, anfibi e numerose specie botaniche censite negli ultimi anni.

È attorno alla riqualificazione – o rigenerazione, come si usa dire ora – di quest’area naturale che si è acceso uno dei numerosi conflitti cittadini tra gli abitanti che chiedono una riapertura dall’area al pubblico rispettosa della natura e l’amministrazione comunale che ha dato il via libera al progetto di Invimit che, dopo una serie di modifiche, prevede sì aree verdi sull’80% della superficie, ma anche nuovi palazzi, spazi commerciali e sportivi. 

La vicenda politica e il conflitto con gli abitanti iniziano oltre dieci anni fa. Nel 2014 Comune, Demanio e Ministero della Difesa avviano il percorso per “valorizzare” l’ex area militare. Nel 2016 la proprietà passa a Invimit, la società del Ministero dell’Economia incaricata di valorizzare e monetizzare il patrimonio immobiliare pubblico. Arrivano i primi masterplan, ma il progetto si arena. Nel frattempo cresce la mobilitazione dei residenti e il nuovo Pgt, il Piano di Governo del Territorio, cambia l’impostazione, imponendo una revisione complessiva dell’intervento.

Ci sono due vincoli messi dal Ministero della Cultura, tramite la Soprintendenza, che pendono sull’intera area: il primo è un vincolo diretto che interessa il grande spazio verde aperto, considerato un raro esempio di paesaggio storico. Qualsiasi trasformazione deve quindi essere autorizzata e rispettare il carattere autentico dell’area. La seconda è un vincolo indiretto che riguarda gli ex Magazzini di Baggio, l’area destinata a ospitare le nuove costruzioni nei progetti di Invimit. In origine prevedeva limiti molto severi alle altezze degli edifici e alla loro disposizione, per non alterare il rapporto con il complesso storico.

Nel 2025, però, il Ministero rivede proprio quest’ultimo vincolo, rendendolo più flessibile e consentendo edifici più alti nella parte più distante dai fabbricati storici. È una modifica ritenuta necessaria per rendere realizzabile il nuovo masterplan di Comune e Invimit, ma che per il comitato Le Giardiniere rappresenta un arretramento delle tutele, «è la prova che gli intenti sono speculativi» ci dice Maria Castiglioni, infaticabile attivista del comitato.

Per questi motivi Le Giardiniere hanno presentato un ricorso al TAR della Lombardia, col quale chiedono di annullare la revisione del vincolo e ripristinare le prescrizioni originarie. È anche su questo terreno, oltre che su quello politico e ambientale, che oggi si gioca il futuro dell’ex Piazza d’Armi. Il ricorso è ancora in attesa di giudizio del TAR, «ci auguriamo non intendano fare altre manovre sull’area, bisogna attendere la valutazione del ricorso».

A dicembre 2025 Comune e Invimit hanno firmato l’ultimo protocollo d’intesa e si arriva così al progetto che prevede l’80% della superficie a verde – un grande parco urbano nelle intenzioni della giunta Sala – con dentro però 1.700 nuovi alloggi (di cui 700 in affitto a canone calmierato, secondo quanto dichiarato dall’amministrazione). Le volumetrie sono state ridotte rispetto alle ipotesi precedenti e il Comune promette la tutela del Bosco dell’Averla e della biodiversità esistente. Per l’amministrazione comunale e Invimit il progetto rappresenta un compromesso tra diritto alla casa e tutela ambientale. L’idea è costruire un nuovo quartiere limitando il consumo di suolo e trasformando la maggior parte dell’area in un parco pubblico. Per Le Giardiniere, invece, quel compromesso non esiste e hanno presentato un progetto alternativo di parco elaborato insieme a università, associazioni ambientaliste e tecnici.

La loro richiesta è tanto semplice quanto radicale, in una città come Milano, di questi tempi: nessuna nuova edificazione. Tutta l’area dovrebbe diventare un’infrastruttura ecologica, collegata al Parco delle Cave, al Bosco in Città e ai grandi sistemi verdi dell’ovest milanese, «sottratta a ogni logica di profitto e speculativa» dice Maria Castiglioni. Secondo il comitato, il rischio è che il futuro parco pensato da Invimit e dal Comune sia un «parco addomesticato»: prati rasati, vialetti, attrezzature e una biodiversità molto più povera dell’attuale bosco spontaneo.

Per Le Giardiniere l’area dell’ex Piazza d’Armi è «un’infrastruttura ecologica» e non una semplice area da sistemare a verde, e chiedono che venga preservata nella sua evoluzione naturale. Comune e Invimit replicano che il progetto sarà sviluppato nel rispetto dei vincoli della Soprintendenza, con un concorso pubblico per il disegno del futuro parco e che il parco che nascerà sarà il secondo più grande parco della città.

L’iter, però, non è ancora concluso, «quanto abbiamo visto a maggio 2026 con il disboscamento del frutteto storico erede degli orti di guerra non ci rassicura, anzi», ricorda Castiglioni. Dopo il protocollo d’intesa, devono essere definite la convenzione urbanistica, gli strumenti attuativi e il progetto definitivo. Solo allora potranno partire i cantieri. Nel frattempo, questa Piazza d’Armi che non sembra Milano, continua a vivere in un equilibrio naturale e sospeso.

(il manifesto, 23 luglio 2026)

La differenza siamo noi. La stessa cosa disse Luisa Muraro riguardo alla storia, «la Storia siamo noi», quando nel lontano 2012 fu pubblicato in DWF n. 95 La pratica della storia vivente. 

Mi fece a lungo riflettere un’affermazione di Luisa Muraro nel gennaio 2020 quando ebbe inizio la nuova edizione della scuola di scrittura, dal titolo Scuola di scrittura politica: «Essendosi accorciate le distanze fra politica delle donne e politica in senso ordinario si tratta di intrecciare il contingente con la lunga durata».

La differenza sessuale è di questo mondo, dove noi siamo e la facciamo vivere. Ancora ho sentito la necessità di fare parlare la differenza sollecitata dalla radicalità dell’attacco al femminismo della differenza da parte del movimento transfemminista e Lgbtq+. Chiara Zamboni l’ha definito per certi versi fertile, essendo una critica alla eterosessualità normativa. Io come insegnante di lingue straniere e amante della lingua ho lavorato molto sul linguaggio e la sua sessuazione, per cui ho provato una profonda sofferenza quando sono cominciati ad apparire i segni di una neolingua neutra con l’intento di cancellare i guadagni di simbolico del femminismo. Mi sono sentita chiamata. Un moto dell’anima mi ha spinto a intervenire e prendere posizione nel dibattito pubblico nel 2024, in occasione delle elezioni europee; qualcosa accadrà, ho pensato. 

In una realtà che vedevo cambiata ho interrogato la mia esperienza, non in solitudine ma in una rete femminista di relazioni on line, Dichiariamo, che si è costituita nel 2022. Molte giovani iscritte hanno manifestato posizioni neoseparatiste, cosa che ha prodotto vivaci discussioni e posizioni differenti, soprattutto durante la preparazione del convegno che abbiamo organizzato nel maggio di quest’anno, dal titolo Femminismo fortemente sconsigliato. Una pratica di sperimentazione delle differenze fra donne che è stata fruttuosa per me perché siamo riuscite a discutere senza cancellarci, facendo leva sulle relazioni duali e sul forte interesse dell’una verso l’altra, proiettato anche verso donne di appartenenze diverse, alcune anche alla “politica in senso ordinario”. 

Riandando a immagini indelebili che ho impresse nella mente rivedo Lia e Luisa che durante riunioni o in altre occasioni più conviviali a tavola, al Circolo della rosa, in Libreria, avevano vivaci discussioni, se non “scontri”, ma nel medesimo tempo si scambiavano sguardi e gesti affettuosi mostrandoci che dietro la parola forte o la critica tagliente traspariva tra di loro un sentimento e un ascolto autentici. La presenza costante di questa particolare immagine di una relazione fondante mi ha guidato per agire i conflitti in quella Rete. A volte è stato necessario vederci in presenza (chi poteva per distanza) senza lo schermo per riprendere slancio, forza e fiducia che i conflitti si possono agire. Questo processo di ascolto, una qualità della differenza, che è bisogno di verità soggettiva, mi ha portato a un percorso interiore di rivisitazione delle mie relazioni, emotivamente molto coinvolgente perché mi ha avvicinato alle vite di altre e a una più profonda comprensione delle loro scelte. Ho interrogato la mia eterosessualità, denunciata come binaria, e ho ripercorso la mia storia di quando adolescente amavo stare con le amiche, studiare insieme e come in un romanzo distopico ho cominciato a pensare con i “se”, quale vita avrei potuto vivere se… e mi sono immaginata una vita differente.

Ricordo che dopo avere conosciuto Luce Irigaray negli anni ottanta e aver letto i suoi libri, in particolare Speculum tradotto da Luisa Muraro e gli studi sul linguaggio, ho vissuto consapevolmente in un tempo altro, libera da condizionamenti e pressioni. Ho recuperato il mio stato di grazia di libertà incondizionata, il piacere della scoperta della libertà femminile nelle frequentazioni, nel vivere da sola in una mansarda, nel sostegno ai miei studi per fare i concorsi per l’insegnamento. Lo stesso che avevo trovato con le donne del movimento sia a Bologna che a Parma, e che era lo stesso che mia madre mi aveva dato al momento di continuare gli studi all’università con le amiche negli anni Sessanta. Quella che fu definita omosessualità simbolica, la via per l’indipendenza dal pensiero dominante, mi sembrava perfetta per me. In sintesi, senso libero della differenza, non alleanze ma relazioni duali, non sorellanza ma disparità, ammirazione, amore di sé. È stato un lungo apprendistato, una vita intera, dove linguaggio e pratica stavano e stanno in stretto contatto. In agguato ci sono stati momenti di disorientamento e solitudine, dove sentivo mancare la terra sotto i piedi e le relazioni rarefarsi. Quando capitano questi vuoti è facile perdere slancio e orientamento e cedere alla convenzionalità. Si perde la fiducia nel fare capitare l’impensato.

Oggi mi sento sottoposta a una saturazione di parole posticce, dove c’è il rischio di cadere prigioniere del contingente. Sempre più mi accorgo di avere bisogno di momenti di ritiro in me. Cerco un romanzo di seicento pagine e ci sprofondo dentro, o un saggio che mi abbraccia, mi dà tregua e mi trasporta in uno spazio-tempo di libertà. Antonietta Potente, che parlando del clima di guerra ha detto che le piccole cose ti portano su un altro piano, mi ha fatto pensare anche a quando vado a trovare Marirì. Marirì Martinengo per me è stata una maestra di parole, una madre simbolica, e da tre anni è ricoverata in una casa di cura. Conversando con lei sento che riusciamo a essere in sintonia anche in questo contesto in una relazione che dura da quasi quarant’anni. Un’esperienza che è una piccola cosa ma fuori dall’ordine del discorso corrente. Ecco, lì sono in un altrove pur nel qui e ora, in una relazione situata nel presente, un fiore tra le macerie che m’ispira. La differenza ci ha nutrite e ci ha dato forza. Una differenza parlante che non si cancella.

Siamo come su un altro piano, svincolate dalla contingenza distruttiva della guerra e della violenza, che ci pare quasi irreale, leggiamo e commentiamo insieme articoli di giornale. Lei sempre curiosa di capire, sapere e mi fa domande. Una volta ero io a farle a lei. Mi chiede di leggerle un libro, di raccontarle come passo le giornate, cosa facciamo in Libreria. A volte vuole fare una passeggiata in giardino e io lo accompagno e la sorreggo poi magari appena arrivate vuole tornare indietro, ha sete, teme di arrivare in ritardo al pranzo. Tutto lì è scandito con orari molto rigidi e lei si è abituata a quel ritmo. Quando la lascio, mi ringrazia a non finire, non sa che anche per me è stato un regalo rimanere con lei in un tempo altro, in un altrove che ci dà gioia. Una vita, la nostra insieme, trascorsa in ricerche, avventure, viaggi, convegni, feste e progetti che non sembrano finire. Lei mi dice sempre che è contenta di quello che ha fatto, è vissuta come desiderava. È quello che ho voluto e voglio fare anch’io. Una buona maestra mi sono scelta o mi è capitata perché come dice il proverbio chi cerca trova! Basta credere che proprio io posso farlo, avere la capacità di fare esistere un altrove in questo mondo.

Per molto tempo la politica tradizionale è stata mossa dall’idea che la differenza sessuale potesse essere superata. Secondo la narrazione dominante nelle società emancipate, essere uomo o donna non aveva alcuna rilevanza nell’esercizio delle funzioni politiche. Da qualche tempo, però, la differenza sessuale è tornata con forza al centro del dibattito pubblico, e ciò per diverse ragioni.

Da un lato, i partiti dell’estrema destra, sempre più forti, hanno fatto del “gender” uno dei loro principali terreni di battaglia. Combattono il femminismo, le pratiche queer, le nuove forme di famiglia, la visibilità dell’omosessualità, per restaurare ciò che definiscono «l’ordine naturale dei sessi»: un ordine che assegna ad ogni persona, in modo univoco e sulla base dei genitali, la categoria donna o uomo, attribuendo a ciascuna ruoli e possibilità d’azione prestabiliti, in particolare quello di formare coppie eterosessuali e mettere al mondo figli biologici.

Parallelamente, nell’ultimo decennio il primo piano della scena politica si è di nuovo mascolinizzato. Non è un caso che i protagonisti dei grandi conflitti geopolitici – Trump, Putin, Xi Jinping, Netanyahu, gli ayatollah iraniani – siano tutti uomini. L’ostentazione della mascolinità costituisce anzi un elemento esplicito della loro immagine pubblica, pur declinandosi secondo modelli diversi e tra loro concorrenti. Mentre di donne se ne vedono di meno sulla scena politica internazionale rispetto a dieci anni fa. Anche i potentissimi tech bros, i multimiliardari e gli oligarchi esibiscono apertamente la propria virilità.

In questa situazione, i limiti delle politiche per la parità stanno venendo a galla in modo evidente. Non solo esse non sono riuscite a iscrivere stabilmente le prospettive femminili nelle strutture politiche, ma, nell’attuale contesto mondiale, non rappresentano più nemmeno un obiettivo auspicabile. Nessuno può seriamente desiderare che, accanto ad autocrati e oligarchi violenti e corrotti, vi sia semplicemente un numero equivalente di autocrate e oligarche.

Per questo molte persone sperano che la differenza sessuale possa tornare nella politica come forza alternativa e trasformativa: non attraverso l’integrazione delle donne in un sistema corrotto, violento e disfunzionale, ma come correttivo, forma di resistenza e possibilità di alternativa. Questa speranza non si concentra sulle poche donne in primo piano nella politica internazionale – che sempre più spesso appartengono agli schieramenti di destra – bensì sulle molte donne impegnate alla base dei movimenti sociali.

Le analisi elettorali mostrano che le preferenze politiche di donne e uomini, soprattutto tra le giovani generazioni, stanno progressivamente divergendo: le donne votano sempre più a sinistra, gli uomini sempre più a destra. Si tratta di un fenomeno del tutto nuovo. Finora il comportamento elettorale variava soprattutto in funzione della regione, della confessione religiosa o della classe sociale, mentre il sesso incideva poco. Dall’introduzione del suffragio femminile in poi, le donne avevano generalmente votato in modo analogo agli uomini del proprio contesto sociale. Oggi questo equilibrio sembra incrinarsi.

Questa tendenza non riguarda soltanto le società occidentali: uno dei divari politici più marcati tra uomini e donne si registra, ad esempio, in Corea del Sud. Nel suo recente libro Frauen und Revolution [‘Donne e rivoluzione’], la giornalista tedesco-iraniana Shila Behjat sostiene che sono le donne a trainare i grandi movimenti democratici del nostro tempo, dall’Iran alla Bielorussia, dalla Polonia al Sudan. Anche i movimenti che si confrontano con le grandi sfide del presente – come la crisi climatica o quella del lavoro di cura – sono plasmati in misura decisiva dalle donne e spesso sono rappresentati pubblicamente proprio da loro.

La presenza e l’assenza delle donne nella politica oggi hanno un significato diverso rispetto agli anni Settanta e Ottanta. Allora l’assenza delle donne era ancora una conseguenza delle vecchie strutture patriarcali che, attraverso il diritto e le consuetudini, le avevano esplicitamente tenute lontane dal potere. Il movimento delle donne si confrontava con il problema che una parità puramente formale non si era tradotta in un’effettiva uguaglianza delle possibilità di azione. Sia il femminismo dell’uguaglianza, con la rivendicazione di quote e di pari opportunità, sia il femminismo della differenza, con l’idea che le donne potessero “approfittare dell’assenza” (come suggerisce il titolo di un libro della comunità filosofica Diotima) erano tentativi di dare una risposta a questa situazione.

L’assenza delle donne oggi, tuttavia, è di natura diversa. A differenza di cinquant’anni fa, nessuno mette più seriamente in dubbio che le donne “sono capaci di farcela”. Perfino i partiti di estrema destra accettano donne ai vertici: ne sono esempi Giorgia Meloni in Italia e Alice Weidel in Germania. L’assenza femminile non è più un’esclusione di principio, ma un’assenza di fatto. Le donne potrebbero esserci, ma spesso non ci sono. Molti, soprattutto uomini, liquidano la questione come un puro caso.

Ma non si tratta affatto di un caso. Quando oggi emergono differenze significative – ad esempio una partecipazione fortemente asimmetrica di donne e uomini in determinati contesti – sono il risultato di scelte politiche. Una scarsa presenza femminile indica che le donne nutrono scarso interesse per quel determinato organismo e, al tempo stesso, che gli uomini che ne fanno parte non hanno un reale interesse alla partecipazione delle donne. Nel Bundestag tedesco, per esempio, la percentuale di deputate varia sensibilmente a seconda del partito: nella Sinistra (Die Linke), nei Verdi e nel Partito Socialdemocratico si aggira intorno al 50 percento; nei partiti conservatori del centrodestra, CDU e il Partito Liberale (FDP), è di poco inferiore al 25 percento; mentre nel partito di estrema destra AfD è pari circa al 10 percento.

La “ri-mascolinizzazione” della politica di cui ho parlato sopra non riguarda dunque tutti gli spazi della politica, ma soltanto i vertici di determinate istituzioni. In molti altri ambiti della società e della politica, le donne sono presenti in gran numero, soprattutto nelle seconde e terze file o ai livelli intermedi. Esercitano una notevole influenza sui media, nelle università, negli ospedali, nelle associazioni, nelle chiese… La mascolinità ostentata di Trump, Putin & Co. non riemerge nonostante questa presenza femminile senza precedenti nella storia, ma proprio nel suo stesso contesto. Non è il segno di un ritorno in forza del vecchio ordine patriarcale, come spesso si sostiene, bensì di ciò che nel mio libro definisco “caos post-patriarcale”.

Una delle sfide principali del femminismo consiste allora nell’individuare pratiche che permettano alle donne di usare realmente la propria influenza a partire dal proprio desiderio, invece di limitarsi a fare ciò che si aspettano i superiori, il partito o l’organizzazione di appartenenza. La pressione al conformismo è infatti molto forte e molte donne esitano ad assumere il conflitto, a esporsi, a rischiare di diventare impopolari. Eppure è proprio questo il passaggio necessario se si vuole cambiare qualcosa. Per affrontare questa sfida potrebbe essere utile rimettere in gioco la differenza sessuale. Ma non è affatto semplice.

Uno degli aspetti che oggi rendono caotica la cultura politica è infatti che la differenza sessuale non costituisce più – come avveniva un tempo nel patriarcato – un dato evidente e condiviso, visibile a tutti e al quale sia possibile fare riferimento. Ciò che è femminile e ciò che è maschile è diventato sfumato e oggetto di controversia. Allo stesso tempo, i residui ormai inerti del patriarcato tradizionale continuano a circolare come zombie: un involucro inquietante, privo di sostanza. Il vecchio ordine dei sessi non ha più autorità e spesso neppure potere, come dimostra la perdita di rilevanza delle istituzioni tradizionali – le chiese, le università, i tribunali, i parlamenti. E tuttavia un nuovo ordine dei rapporti tra i sessi ancora non si intravede.

Negli anni Ottanta le femministe lottavano per un libero significarsi dell’essere donna, non più determinato dalle definizioni imposte dal patriarcato e sostenute da un forte potere simbolico e sociale. Oggi, invece, la questione è diventata un’altra: l’essere donna ha ancora un significato? E, soprattutto, deve averne uno? Continuano certamente a esistere aspettative e prescrizioni rivolte alle donne, ma sono tra loro contraddittorie e incompatibili, tanto da risultare impossibili da soddisfare. Nel caos post-patriarcale, molte donne non sanno più rispondere alla domanda su che cosa significhi essere donna e se questa appartenenza debba ancora significare qualcosa.

Recentemente un’amica ha avanzato l’ipotesi che questo possa essere un motivo per cui quasi tutti i dibattiti femministi oggi ruotano attorno alla violenza contro le donne: da #MeToo a Gisèle Pelicot, dalle discussioni sulla misogina manosphere in rete alla lotta contro le fake news a sfondo sessuale e fenomeni simili. Quasi sembra che la violenza sessualizzata sia ormai l’unico terreno sul quale sia ancora possibile discutere sul significato della differenza sessuale senza rischiare di mettere il piede su un campo minato. Senza dubbio si tratta di questioni importanti. Ma se la differenza sessuale diventa oggetto di riflessione solo in questo ambito, rimane confinata a una posizione difensiva.

Il femminismo queer affronta la nuova situazione in modo diverso, moltiplicando deliberatamente le identità di genere. In questo modo la differenza sessuale è certamente diventata più visibile, ma non tanto come forza politica quanto come possibilità individuale di sottrarsi all’identificazione binaria. In effetti, le possibilità di vivere la propria identità di genere sono illimitate. Ma proprio per questo tale strategia non può offrire un’alternativa politica al caos post-patriarcale. Una pluralità infinita di identità non rende la differenza sessuale più feconda di quanto faccia una rigida definizione binaria. Tanto più che oggi la differenza sessuale deve competere sulla scena pubblica con numerose altre assi di differenziazione e, sotto il segno dell’“intersezionalità”, viene spesso considerata soltanto uno dei molti fattori che definiscono la “diversità”.

In contrapposizione alla teoria queer, altre femministe propongono invece di tornare al corpo, cioè alla distinzione riproduttiva tra esseri umani con utero ed esseri umani senza utero. Di fatto esistono due varianti biologiche chiaramente distinguibili, e soltanto una piccola percentuale di coloro che vengono al mondo – circa l’uno o il due per cento – non rientra in modo univoco nell’una o nell’altra categoria. Ma neppure questa rappresenta una via d’uscita. Fare appello al corpo significa infatti ridurre nuovamente la differenza sessuale a qualcosa che una persona possiede: una caratteristica, una proprietà, una definizione che pretende di offrire chiarezza. La differenza sessuale, invece, può acquistare forza politica soltanto quando si manifesta nell’agire. Abbiamo bisogno di una cultura della differenza femminile, e questa non nasce automaticamente dalla biologia, ma può emergere soltanto dai giudizi, dai desideri, dagli interessi e dalle scelte di persone che agiscono politicamente.

Come potrebbe dunque la differenza sessuale diventare visibile come fattore politico? Come potrebbe essere iscritta nel discorso pubblico, rendendola feconda nei dibattiti politici? Durante la redazione aperta di Via Dogana, Ida Dominijanni ha detto: «La differenza femminile parla – oppure non parla». Penso che la chiave si trovi proprio qui. La differenza sessuale può entrare nella politica e nella società soltanto quando le donne si manifestano come soggetti femminili, senza richiamarsi a un’identità prestabilita e definibile una volta per tutte.

Non si tratta di una teoria, ma di una pratica. Occorre sperimentarla, esercitarla, affinarla: rendere visibile ed efficace la propria differenza nelle situazioni concrete senza sottomettersi alle norme identitarie. Rafforzare l’autorità femminile attraverso una pratica politica la cui parola non si riduca a formule o rivendicazioni prevedibili.

È ciò che il femminismo della differenza sessuale pratica da decenni. Queste pratiche permettono di parlare a partire dalla propria collocazione e rimanervi fedeli, senza ridursi a essere la portavoce di un gruppo. Oggi sono un contributo prezioso di fronte alla crescente polarizzazione del panorama politico e agli sterili conflitti che attraversano anche i movimenti anticapitalisti, la sinistra e gli stessi movimenti femministi. È questo il contributo decisivo che il femminismo della differenza può offrire oggi: non soltanto alle donne, ma all’intera cultura politica.

Versione originale:

Die sexuelle Differenz wieder politisch fruchtbar machen | Antje Schrupp

Lange war die traditionelle Politik von der Vorstellung getragen, die sexuelle Differenz überwinden zu können. Ob Mann oder Frau, so die Erzählung emanzipierter Gesellschaften, spiele im politischen Amt keine Rolle. Doch seit einiger Zeit kehrt die sexuelle Differenz mit großer Wucht in den politischen Diskurs zurück, aus mehreren Gründen. 

Zum einen haben die immer erfolgreicheren rechtsextremen Parteien das Thema „Gender“ zu einem ihrer Hauptthemen erklärt: Sie kämpfen gegen Feminismus, queere Praxis, neue Familienformen, sichtbare Homosexualität und wollen wieder etwas etablieren, das sie „die natürliche Geschlechterordnung“ nennen: eine Ordnung, die jede Person aufgrund ihrer Genitalien eindeutig als Frau oder Mann einordnet und ihr dann entsprechende Rollen und Handlungsoptionen zuweist, insbesondere die, dass sie sich zu heteronormativen Paaren zusammenfinden und dann eigene, leibliche Kinder bekommen. 

Parallel dazu vollzog sich im vergangenen Jahrzehnt eine Wiedervermännlichung der Politik. Die Akteure der großen weltpolitischen Konflikte – Trump, Putin, Xi, Netanjahu, die iranischen Ayatollahs – sind nicht nur zufällig Männer, vielmehr ist demonstrative Männlichkeit explizit Teil ihrer öffentlichen Erscheinung (wobei durchaus unterschiedliche Vorstellungen von Männlichkeit miteinander konkurrieren). Von Frauen ist auf den weltpolitischen Bühnen heute weniger zu sehen als noch vor zehn Jahren. Auch die extrem einflussreichen Tech-Bros, Multimilliardäre und Oligarchen stellen ihre Männlichkeit deutlich zur Schau.

Die Gleichstellungspolitik offenbart nun ihre Defizite. Nicht nur ist es ihr nicht gelungen, weibliche Perspektiven dauerhaft in allen politischen Strukturen zu verankern, sie ist in der jetzigen Weltlage auch gar kein wünschenswertes Ziel mehr. Niemand kann sich ernsthaft wünschen, dass es neben gewalttätigen und korrupten Autokraten und Oligarchen auch eine entsprechende Menge von Autokratinnen und Oligarchinnen geben soll. 

Viele hoffen deshalb, die sexuelle Differenz möge als eine alternative, verändernde Kraft in die Politik zurückkehren. Nicht indem Frauen sich in ein korruptes, gewaltvolles und dysfunktionales System integrieren, sondern als dessen Korrektiv, als Widerstand, als Alternative. Diese Hoffnung ruht nicht auf den wenigen Frauen in erster Reihe, die sich noch immer in der institutionalisierten Weltpolitik behaupten und inzwischen überwiegend zum Lager der Rechten gehören, sondern auf den vielen Frauen an der Basis sozialer Bewegungen. 

Wahlanalysen zeigen, dass die politischen Präferenzen von Frauen und Männern vor allem bei den Jüngeren auseinanderdriften: Frauen wählen zunehmend links, Männer rechts. Das ist ein völlig neues Phänomen, denn bislang unterschied sich das Wahlverhalten demografischer Gruppen entlang von Regionen, Konfessionen oder sozialen Schichten, aber kaum entlang der Kategorie Geschlecht. Seit Einführung des Frauenwahlrechts wählten Frauen in der Regel mehr oder weniger dasselbe wie die Männer in ihrem Umfeld. Jetzt scheint sich das zu ändern. 

Der Trend ist keineswegs auf westliche Gesellschaften begrenzt – besonders groß ist der politische „Gender-Gap“ zum Beispiel in Südkorea. Wie stark die großen Demokratiebewegungen unserer Zeit – Iran, Weißrussland, Polen, Sudan – von Frauen vorangetrieben werden, hat die deutsch-iranische Publizistin Shila Behjat kürzlich in ihrem Buch „Frauen und Revolution“ beschrieben. Auch soziale Bewegungen, die sich den zentralen Herausforderungen stellen wie der Klimakrise oder der Krise der Care-Arbeit, werden maßgeblich von Frauen geprägt und oft auch nach außen repräsentiert.

Die An- und Abwesenheit von Frauen in der Politik hat heute also einen anderen Charakter als in den 1970er und 1980er Jahren. Damals war die Abwesenheit von Frauen noch eine Folge der alten patriarchalen Strukturen, die Frauen explizit durch Recht und Sitten von der Macht ferngehalten hatten. Die Frauenbewegung beschäftigte sich mit dem Problem, dass eine rein formale Gleichberechtigung nicht zu tatsächlich gleichen Handlungsmöglichkeiten von Frauen geführt hatte. Sowohl das gleichheitsfeministische Streben nach Quoten und Gleichstellung als auch die differenzfeministische Idee, Frauen könnten „von der Abwesenheit profitieren“ (so der Titel eines Buches von Diotima) waren Versuche, darauf Antworten zu geben.

Die heutige Abwesenheit von Frauen ist jedoch anders gelagert. Anders als vor fünfzig Jahren bestreitet niemand mehr ernsthaft, dass Frauen „das können“. Selbst rechtsextreme Parteien akzeptieren Frauen als Anführerinnen, Giorgia Meloni in Italien oder Alice Weidel in Deutschland sind dafür Beispiele. Die Abwesenheit von Frauen ist nicht mehr eine prinzipielle, sondern nur noch eine faktische: Sie könnten anwesend sein, sind es aber oft nicht. Reiner Zufall, sagen viele, vor allem Männer, wenn sie darauf angesprochen werden.

Aber Zufall ist es nicht. Wenn sich heute deutliche Geschlechterunterschiede zeigen, etwa eine stark asymmetrische Beteiligung von Frauen und Männern in bestimmten Kontexten, dann liegt das an politischen Entscheidungen. Ein niedriger Frauenanteil weist darauf hin, dass Frauen sich nicht sonderlich für dieses Gremium interessieren, und dass gleichzeitig die dort sitzenden Männer kein starkes Interesse an der Beteiligung von Frauen haben. Im deutschen Bundestag zum Beispiel ist der Frauenanteil unter den Abgeordneten stark davon abhängig um welche Partei es sich handelt: bei Linken, Grünen und Sozialdemokraten sind es um die 50 Prozent, bei den bürgerlich-konservativen Parteien CDU und FDP knapp 25 Prozent, bei der rechtsextremen AfD 10 Prozent. 

Die „Wiedervermännlichung“ der Politik, von der oben die Rede war, bezieht sich also nicht auf alle politischen Räume, sondern nur auf die Spitzen bestimmter Institutionen. An vielen gesellschaftlichen und auch politischen Orten sind Frauen hingegen in großer Zahl anwesend, besonders in der zweiten und dritten Reihe oder auf den mittleren Ebenen. Frauen verfügen über beachtlichen gesellschaftlichen Einfluss: in den Medien, an den Universitäten, in den Krankenhäusern, in Vereinen, in Kirchen und so weiter. Die demonstrative Männlichkeit von Trump, Putin und Co. kehrt nicht trotz, sondern inmitten einer weltgeschichtlich neuen Anwesenheit von Frauen zurück. Sie ist kein Anzeichen für ein Wiedererstarken der alten, patriarchalen Ordnung (wie oft gesagt wird), sondern für das, was ich in meinem Buch „Postpatriarchales Chaos“ nenne. 

Eine wichtige Aufgabe für feministische Politik wäre demnach, Praktiken zu finden, die es Frauen ermöglichen, ihren Einfluss auch wirklich im Sinne des eigenen Begehrens zu nutzen und nicht einfach nur zu tun, was ihre Chefs, ihre Partei, ihre Organisation von ihnen erwartet. Tatsächlich herrscht ein großer Konformitätsdruck, und viele Frauen scheuen es, Konflikte einzugehen, sich unbeliebt zu machen – was aber notwendig ist, um etwas zu verändern. Bei dieser Herausforderung könnte es helfen, die sexuelle Differenz wieder ins Spiel zu bringen, doch das ist gar nicht so einfach. 

Denn ein Aspekt, der die politische Kultur heute chaotisch macht, ist dass die sexuelle Differenz nicht mehr – wie früher im Patriarchat – eine für alle sichtbare und selbstverständliche Tatsache ist, auf die man Bezug nehmen kann. Was weiblich und was männlich ist, ist schwammig und umstritten. Gleichzeitig sind die abgestorbenen Versatzstücke des traditionellen Patriarchats nach wie vor unterwegs, wie Zombies, als gruselige Hülle ohne Substanz. Die alte Geschlechterordnung hat keine Autorität, und häufig auch keine Macht mehr, wie man am Bedeutungsverlust traditioneller Institutionen /(Kirchen, Universitäten, Gerichte, Parlamente) sehen kann. Eine neue Ordnung der Geschlechter ist aber nicht in Sicht.

In den 1980er Jahren kämpften Feministinnen für eine freie Bedeutung des Frauseins, also darum, nicht mehr auf patriarchal vorgegebene Bedeutungen festgelegt zu werden, die ihnen mit großer Macht aufgedrängt wurden. Heute hingegen stellt sich die Frage, ob das Frausein überhaupt noch eine Bedeutung hat oder haben sollte. Zwar gibt es weiterhin Anforderungen und Rollenerwartungen an Frauen, aber sie sind widersprüchlich und widerstreitend und daher unmöglich zu erfüllen. Im postpatriarchalen Chaos haben auch viele Frauen keine Antwort mehr auf die Frage, was das Frausein bedeutet und ob es überhaupt etwas bedeuten sollte.

Eine Freundin hat kürzlich den Gedanken geäußert, dass dies vielleicht ein Grund dafür ist, warum sich fast alle feministischen Debatten, die derzeit öffentlich verhandelt werden, um Gewalt gegen Frauen drehen – von #metoo bis Gisèle Pelicot, von Debatten über die hasserfüllte „Manosphere“ im Internet bis zum Kampf gegen sexualisierte Fake News und dergleichen. Fast scheint es, als wäre sexualisierte Gewalt inzwischen das einzige Thema, an dem sich die Bedeutung von Geschlecht noch diskutieren lässt, ohne auf Tretminen zu geraten. Ohne Frage sind diese Themen wichtig. Aber wenn nur dort die sexuelle Differenz zum Thema wird, bleibt sie in der Defensive.

Der Queerfeminismus geht anders mit der neuen Situation um: Er vervielfältigt Geschlechtsidentitäten demonstrativ. Das hat die sexuelle Differenz tatsächlich sichtbarer gemacht – allerdings weniger als politische Kraft, sondern als individuelle Möglichkeit, sich keiner binären Geschlechtsidentität zuordnen zu müssen. Tatsächlich sind die Möglichkeiten, die eigene Geschlechtsidentität auszuleben, unendlich. Aber gerade deshalb ist diese Strategie nicht geeignet, eine politische Alternative zum postpatriarchalen Chaos zu schaffen: Unendliche Vielfalt bietet genauso wenig eine Möglichkeit, sexuelle Differenz fruchtbar zu machen, wie reine starre binäre Definition. Zumal die Geschlechterdifferenz inzwischen mit zahlreichen anderen Differenzachsen um Aufmerksamkeit konkurriert und unter dem Stichwort der „Intersektionalität“ oft nur noch ein Faktor neben vielen anderen Aspekten ist, die „Diversität“ markieren sollen. 

Im Widerspruch zur Queertheorie schlagen deshalb andere Feministinnen vor, zum Körper zurückzugehen, also zur reproduktiven Unterscheidung zwischen Menschen mit und ohne Uterus. Tatsächlich existieren ja zwei deutlich unterscheidbare biologische Varianten von Menschen, und nur ein kleiner Teil von ein bis zwei Prozent aller Geborenen fällt nicht eindeutig in die eine oder andere Kategorie. Doch das ist auch kein Ausweg. Wer sich auf den Körper beruft, macht die sexuelle Differenz wieder zu etwas, das ein Mensch hat – ein Merkmal, über das man verfügt, eine Definition, die Klarheit suggeriert. Politische Kraft kann die sexuelle Differenz aber nur entfalten, wenn sie sich im Handeln zeigt. Wir brauchen eine Kultur der weiblichen Differenz, und die ergibt sich nicht automatisch aus biologischen Faktoren, sondern kann nur aus persönlichen Urteilen, Wünschen, Interessen und Anliegen politisch handelnder Personen hervorgehen. 

Wie also könnte die Geschlechterdifferenz als politischer Faktor sichtbar werden? Wie ließe sie sich in den Diskurs einschreiben, wie in politischen Debatten fruchtbar machen? Ida Dominijanni hat während der Redaktionssitzung von Via Dogana gesagt: „Die weibliche Differenz spricht – oder sie spricht nicht.“ Ich denke, darin liegt der Schlüssel. Die sexuelle Differenz kann nur dann in Politik und Gesellschaft eingetragen werden, wenn Frauen als weibliche Subjekte in Erscheinung treten, ohne sich dabei auf eine festgelegte und definierbare Identität zu berufen. 

Das ist keine Theorie, es ist eine Praxis. Es gilt, das auszuprobieren, zu üben, zu verfeinern: Die eigene Differenz in konkreten Situationen sichtbar und wirksam werden zu lassen, ohne sich dabei identitätspolitischen Normen unterwerfen. Weibliche Autorität zu stärken durch eine Politik, deren Rede sich nicht auf vorhersehbare Formeln und Forderungen beschränkt. 

Der Feminismus der sexuellen Differenz tut das seit Jahrzehnten. Diese Praktiken zu teilen, die es möglich machen, aus einer Zugehörigkeit heraus zu sprechen und ihr treu zu bleiben, ohne zum bloßen Sprachrohr einer Gruppe zu werden, sind heute ein wertvolles Angebot angesichts der Polarisierungen der politischen Landschaften und der fruchtlosen Grabenkämpfe gerade auch unter kapitalismuskritischen, linken und auch feministischen Bewegungen. Es ist der wichtige Beitrag, den ein Feminismus der Differenz heute leisten kann – nicht nur für Frauen, sondern für die politische Kultur insgesamt.

Tutto nasce dall’esperienza: “partire da sé e non farsi trovare”, diceva la filosofa appena scomparsa che ha reso visibile ciò che era stato occultato, ha aperto spiragli, consentendoci di disfare, decostruire l’ordine patriarcale. Insieme a Lia Cigarini ha fondato la Libreria delle donne

Non so spiegare l’impulso, l’inquietudine o semplicemente il moto di insofferenza che mi ha spinto, letto il pamphlet di Serughetti, Guerra, Braidotti – libro che ripete e riassume quanto le autrici hanno scritto con grande profondità in altri lavori – ad approfittare della notizia di una redazione aperta di Via Dogana dal tema C’era una volta la differenza e c’è ancora.

La data si è rivelata a posteriori, per me, connessa ad un movimento dell’inconscio: il bisogno di fare i conti con un discorso lasciato indietro per altre scelte, altri contesti di interlocuzione femminista ma anche con un’esperienza di relazione e di pensiero per me fondativa. A giugno 2026 cadono i venti anni dalla morte della donna, l’amica, che più ha contribuito a dare significato e profondità al mio femminismo, Eloisa Manciati. A giugno, il 13 giugno, mentre sono già a Milano, in attesa dell’incontro del giorno dopo alla Libreria delle donne, si spegne Luisa Muraro.

Non parlerò dell’incontro, intensissimo, che si è tenuto ugualmente «perché così avrebbe voluto Luisa», né delle belle relazioni introduttive di Traudel Sattler, Vita Cosentino, Jennifer Guerra e Chiara Zamboni.

Non parlerò del gesto che mi sono resa conto di compiere perché non voglio aderire alla frantumazione del femminismo mentre sento di far parte di una pluralità di femminismi, che attraversano sia le nostre storie e culture personali che il mondo già dilaniato e danneggiato.

Parlerò, a partire da me, dell’incontro con il pensiero di Luisa Muraro. E di come abbia appreso da lei quanto, una volta partite da sé, sia importante non farsi trovare là dove ci aspetterebbero.

Femminista fin dai primi vagiti di autonomia – fine liceo, università – mi sentivo tale in risposta all’evidente condizione di disparità con gli uomini.

Frequentavo Filosofia a Roma e nel fermento esaltante e talvolta persino efferato di quelle aule occupate si ergevano maschi che già sapevano tutto. Questo mi sbalordiva: non la rivoluzione, che volevo fare anch’io, ma la certezza, che ostentavano, di tutti i passi che ci avrebbero condotto dritto dritto dentro un’altra idea di società.

Le donne, le studentesse che erano là, come me, tacevano. Solo al ritorno nella mia piccola città il mio bisogno di rivoluzione ha preso forma nelle pratiche femministe. Esplorazioni, passi falsi, sorellanza, impegno concreto: consultori, contraccezione, aborto, self-help, autocoscienza. Che fare di questo bagaglio di esperienza così peculiare? Come dirlo, come farne pensiero. Come farne episteme.

Quando ho incontrato il pensiero della differenza, con Irigaray ma specialmente con Muraro, le pratiche politiche femministe con le altre hanno guadagnato l’autorità del discorso mentre il pensiero non mi cancellava nell’astrattezza del logos, perché tutto nasceva dall’esperienza che imparavamo a dirci. La mia esperienza nella relazione con le altre trovava la sua misura; era pensiero del mondo che non ci faceva nascondere dietro le parole della teoria di pensatori, politici, grandi uomini che incombevano su di noi.

Al mio attivismo non più solo legato al tentativo di un mondo meno ingiusto si coniugava la scommessa di rifarlo daccapo attraverso un altro sguardo. Rendere visibile ciò che era stato occultato, aprire spiragli, agire possibilità impreviste, disfare, decostruire un ordine patriarcale. E, talvolta in modo ravvicinato, più spesso a distanza, attraverso libri e incontri, lo scambio con Muraro contribuiva a nutrire il pensiero e l’esperienza.

Tutte le parole di Muraro, parole di rara forza epistemica, di passione visionaria, di rigore filosofico, mi sono servite. Non tutte le ho condivise ma l’ostacolo che ponevano al mio modo di sentire mi ha aiutato a scavare di più, a pensare al femminismo come qualcosa che, proprio come ha sostenuto Muraro richiede di «partire da sé e non farsi trovare».

Le pratiche contano. Il femminismo ha bisogno di viandanza più che di una protettiva comunità. Ha bisogno di misurarsi con l’indistinto della materia, con la crisi ecologica, con i corpi mutanti che abitiamo. Ci è necessario il pensiero che scaturisce dalla presa di parola e dall’esperienza di soggettività impreviste. Un pensiero che sia attraversamento del reale, risignificazione, riscrittura; un pensiero che non si accontenti dell’antagonismo. Nella presunta distanza con il femminismo dell’uguaglianza, occorre tenere presente, con forza, politicamente, che la differenza è esattamente il modo di sottrarsi – la schivata di Luisa – all’ordine del discorso e che nelle forme di questa sottrazione agisce la soggettività libera(ta) di ciascuna/o.

(*) Elvira Federici è nata e vive a Viterbo. Laureata in filosofia alla Sapienza, ha insegnato nelle medie e nei licei, ha fatto la preside (poi dirigente scolastica) in istituti medi e superiori impegnandosi sui temi del genere e della differenza; dal 2007 al 2011 ha lavorato in Brasile per conto del M.A.E.. È cultrice della materia per Linguistica Italiana – Università della Tuscia ed è stata contrattista per Didattica delle lingue moderne. Ha pubblicato due manuali scolastici per Mondadori e Mursia. Ha scritto per Riforma della Scuola, Insegnare, Il Filo, Mosaico (Comunità Italiana in Brasile). Nel 2005 ha pubblicato per la IDC PRESS di Cluj-Napoca (RM), la raccolta di versi “Oriente Domestico”. Collabora con la rivista Leggendaria. Di recente, oltre all’organizzazione del ciclo di filosofia “Lineamenti di femminismi, genere, differenza”, con Federica Giardini e le docenti del Master pari titolo di Roma 3, ha progettato e curato per la Biblioteca Consorziale di Viterbo il ciclo “Elogio della Poesia”, incontri con undici grandi poeti e poete della contemporaneità. È femminista e ha attraversato il movimento a partire dalla differenza sessuale. Trova stimoli di fronte alla complessità emozionante del mondo, anche nel pensiero di Gregory Bateson, che frequenta da anni con il Circolo omonimo.

(Letterate Magazine, 16 giugno 2026)

Nata nel 1975, la Libreria delle donne di Milano testimonia che la politica nasce dalle relazioni e può trasformare la realtà. Da 51 anni, tra comunità e rete, ecco la vita della Libreria delle donne

L’esperienza della Libreria delle donne di Milano ha caratteristiche proprie in quanto è allo stesso tempo un’impresa economica e un luogo politico femminista. È quindi difficilmente inquadrabile in categorie predefinite come possono essere quelle di comunità e community, tuttavia le attraversa e ci si misura come mi accingo a mostrare.

La Libreria apre i battenti nell’ottobre del 1975 in via Dogana 2 in centro, vicino al Duomo, in una Milano in pieno fermento culturale, con un movimento delle donne ricchissimo di gruppi di autocoscienza, di collettivi femministi, di iniziative di piazza e di confronto. È già operante la casa editrice fondata da Carla Lonzi, Scritti di Rivolta femminile, e in quello stesso anno si aggiunge La Tartaruga per volere di Laura Lepetit.

L’intento delle fondatrici è raccontato nel volume collettivo Non credere di avere dei diritti, in cui, riprendendo un volantino del 1974, scrivono: «La libreria sarà dunque “un centro di raccolta e di vendita di opere delle donne”. Alle “opere (già) fatte” la libreria si propone di unire l’opera in corso della mente femminile. Come tale, essa sarà anche “luogo in cui si raccolgono esperienze e idee da far circolare”»1.

In queste poche parole si condensano i tratti essenziali che permangono nel tempo: la Libreria come negozio aperto sulla strada, in cui chiunque può entrare, è dunque un’impresa economica, creata non per trarne profitto seguendo le leggi capitalistiche e la mercificazione della cultura, bensì creata per valorizzare le opere scritte dalle donne, allora introvabili; allo stesso tempo la Libreria è un luogo politico, perché lo stare tra donne è l’inizio della politica delle donne: qui si possono incontrare liberamente per continuare a produrre pensiero ed esperienze da mettere in circolazione.

Il manifesto che ne annuncia l’apertura – tuttora visibile in Libreria – si conclude con queste parole in grassetto: «Abbiamo voluto fare incontrare nello stesso luogo l’espressione della creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte».

Così è cominciata la vita della Libreria. Uso non a caso la parola vita perché di questo si tratta: una forma di vita e di socialità femminile in cui si incrociavano e si incrociano lavoro volontario, amicizia, convivialità, svolte esistenziali, amori, desideri, progetti, in rapporti tra donne di varia età e provenienza sociale, liberamente scelti. Al centro la relazione tra Luisa Muraro e Lia Cigarini, figure di spicco del femminismo italiano, che per cinquant’anni ne sono state il cuore pensante. Infatti alla base dell’esistenza della Libreria e della sua politica ci sono le pratiche di relazioni tra donne, come differenza, disparità, affidamento, che la strutturano e che precedono la teoria. Come ripeteva spesso Lia Cigarini, «la teoria è la pratica messa in parole».

Per questo suo impianto la Libreria fin dall’inizio eccede sia la forma economica che quella organizzativa previste nella nostra società. C’è sì una responsabile retribuita, ma buona parte dell’attività si regge sul lavoro volontario. Le “turniste” danno la loro presenza mezza giornata a settimana per la vendita di libri e si riuniscono mensilmente per segnalare quelli da ordinare e per scambiarsi informazioni.

La politica del partire da sé e della relazione crea una struttura reticolare in cui il processo decisionale da una parte è affidato alla singola relazione o rete, seguendo il principio per cui “chi fa decide”; e dall’altra parte – quando si tratta di decisioni riguardanti scelte in comune per l’intera Libreria – ci si riunisce per parlarne. Si procede non per votazione o per costituzione di maggioranze, ma attraverso la circolazione della parola che assume autorità quando è capace di trovare la mediazione possibile e necessaria per tutte le altre. Le discussioni possono essere anche aspre ma ricomponibili, una volta chiariti i punti di vista contrastanti a partire da sé. È tuttavia anche capitato nel corso degli anni che ci siano stati conflitti non sanabili o inespressi, per cui qualcuna ha deciso di allontanarsi.

Agli inizi, le riunioni politiche si tenevano nel sottoscala della Libreria con donne sedute fin sulle scale di accesso per quanto erano gremite e tutte fumavano, come si usava in quegli anni, in un locale privo di finestre… Pure in quelle condizioni, che oggi definiremmo inaccettabili, sono nate idee che hanno fatto della Libreria delle donne di Milano uno dei maggiori centri di elaborazione del femminismo della differenza, conosciuto e apprezzato a livello internazionale.

La vocazione della Libreria alla produzione di pensiero e di scrittura ha fatto sì che presto diventasse anche casa editrice indipendente. Accanto ai primi cataloghi usciti tra il ’78 e l’88, segnalo Aspirina, rivista satirica creata da Pat Carra, e un foglio aperiodico del movimento, Sottosopra, che viene ripreso dalla Libreria quando c’è una importante questione da proporre. Nel 1996, per esempio, ha fatto molto discutere il Sottosopra rosso È accaduto non per caso, che annunciava la fine del patriarcato.

La rivista di pratica politica Via Dogana comincia le sue pubblicazioni nel 1991 grazie a un finanziamento dato a Luisa Muraro da Rosetta Stella e prosegue per 111 numeri fino al 2014, quando si trasferisce online con il nome di Via Dogana 3.

Dal 1995 cominciano le pubblicazioni dei Quaderni di Via Dogana. L’ultimo pubblicato, dal titolo Esserci davvero, è una preziosa intervista-conversazione che Clara Jourdan fa con Luisa Muraro, spaziando tra le esperienze e gli incontri della sua vita e la genesi dei suoi libri. Inoltre nel volume è riportata la sua amplissima bibliografia. Questo libro ha ispirato un partecipato convegno sul pensiero di Luisa Muraro tenuto a Milano, in Università Cattolica, dal titolo Come quando si accende la luce2. È stata una delle iniziative attuate nel 2025 per il cinquantenario della nascita della Libreria, assieme all’altro importante convegno tenuto nella sala Alessi del Comune di Milano, dedicato a cinquant’anni di femminismo con Lia Cigarini: Aprire la porta alla parola e alla libertà, di cui sono in corso di pubblicazione gli atti.

Attorno alla metà degli anni Ottanta, a seguito della proposta politica contenuta nel Sottosopra verde Più donne che uomini, le pratiche di relazione vengono portate nei rapporti sociali, cioè nelle scuole, nei tribunali, nelle fabbriche, negli uffici, nelle amministrazioni comunali, nei quartieri, nelle università, in qualunque luogo ci siano donne pronte a scommettere di trasformare il mondo a loro misura, significando la differenza sessuale.

Io sono arrivata in Libreria nel 1983 a seguito della lettura di quel testo perché conquistata dalla libertà e dalla leggerezza di un’idea di politica basata sulle relazioni duali: bastava essere in due per esserci nel mondo e trasformarlo. Non si pensi che sia una politica di piccoli passi o di ambiti ristretti. Proprio la mia esperienza mostra come si tratti di ben altro.

Di mestiere insegnante, ho cominciato a portare le pratiche di relazione femministe a scuola e a scambiare con le altre, incontrandoci in Libreria. Ugualmente succedeva in altre città come a Verona, dove si era appena formata, presso l’Università, Diotima, la comunità filosofica femminile. Così, di relazione in relazione, ha preso vita la Pedagogia della differenza. Pochi anni dopo negli anni ’90 ho promosso con altre e altri l’Autoriforma gentile, un movimento di donne e uomini per molti anni presente e attivo a livello nazionale nelle scuole e sui media con una parola propria. Abbiamo lavorato soprattutto sul senso del nostro mestiere, organizzando convegni, pubblicando libri e producendo anche un film documentario, L’amore che non scordo. Storia di comuni maestre (2008) ora fruibile liberamente su YouTube, ancora molto parlante sulla qualità della scuola.

Da quegli anni in Libreria c’è stato un fiorire di gruppi che ancora si riuniscono e si collegano con altre realtà in Italia. Li chiamo gruppi, ma sarebbe meglio dire reti di relazioni attorno a un progetto, e producono esperienze, pensiero, scrittura, partendo dal desiderio e dalla passione delle singole. In anni più recenti alcuni progetti sono stati molto significativi sul territorio cittadino: penso, ad esempio, all’Agorà del lavoro che ha coinvolto per vari anni, in uno spazio del Comune di Milano, numerose donne di provenienza diversa con appuntamenti mensili, mettendo al centro un pensiero femminile sul lavoro e l’economia; oppure penso alla mostra Vetrine di Libertà3 alla Fabbrica del Vapore (2019),con le opere di trenta artiste contemporanee. Evento arricchito da momenti di dibattito tra cui significativo quello sull’ecofemminismo con la presenza di Vandana Shiva.

Agli inizi del 2000 accadono in contemporanea due importanti cambiamenti per la Libreria: il trasferimento in via Pietro Calvi 29, con annesso un ampio locale attrezzato per gli incontri del Circolo della rosa; e l’inizio della sua presenza sulla piazza virtuale, soprattutto ad opera di Laura Colombo e Sara Gandini, che verrà accompagnata da riflessioni e scritti.

Il desiderio di esserci in rete con un proprio sito veniva dalle donne più giovani che già si muovevano in quell’ambito e vi vedevano la possibilità politica di prendere la parola con modi e ritmi diversi. C’era l’entusiasmo degli inizi, quando la rete sembrava uno strumento democratico che ampliava e velocizzava la presa di parola di tutte senza aspettare i tempi della carta stampata… saranno poi libri come Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff4 a far prendere coscienza di quanta incidenza abbia nelle nostre vite la potente trasformazione in corso.

La presenza virtuale della Libreria comincia con una condizione posta da Luisa Muraro, che già ne vedeva potenzialità e rischi: la creazione di una redazione ironicamente chiamata “carnale” per far sì che l’incontro in presenza fosse parte costitutiva del lavoro sui canali virtuali, che dopo il sito si ampliano in Facebook e Instagram. Questa condizione sarà quella più capace di preservare la Libreria dai due maggiori rischi che la rete comporta: da una parte l’individualismo narcisistico e dall’altra la logica dello schieramento. Ogni giovedì da venticinque anni si riunisce la redazione del sito e sia Instagram che Facebook hanno una propria redazione. Anche la rivista on-line Via Dogana 3 per la realizzazione dei singoli numeri si basa su un incontro pubblico, la cosiddetta “redazione aperta”, convocata al Circolo della rosa su un tema proposto dalla redazione “ristretta”.

Le sfide del presente sono molteplici e davvero impegnative. La prima, per nulla scontata, riguarda la stessa esistenza della Libreria. In un periodo in cui chiudono librerie affermate come la Hoepli o Tarantola, in cui la concorrenza di Amazon abbatte le vendite, tenere aperta la Libreria delle donne di Milano è una sfida che ci impegna ogni giorno, perché rimanga vivo un luogo di incontro e di pensiero femminista, che continui a contribuire a un orizzonte di trasformazione del mondo. Ne abbiamo discusso in un recente numero di Via Dogana 3 dal titolo Fare impresa femminista5 e stiamo mettendo a punto le modalità che ci permettano di continuare.

La seconda sfida portata avanti soprattutto dalle donne più giovani, riguarda come abitare la realtà virtuale. Ne parla approfonditamente Laura Colombo in Non è uno strumento che introduce il numero della rivista dal titolo Pensiero vivente e intelligenza artificiale66. Per lei la sfida è abitare questa realtà «senza smettere di pensare e di stare in relazione; non partiamo dalla tecnologia, partiamo da ciò che ci accade con la tecnologia, dall’impatto che ha sul nostro modo di stare al mondo».

Con queste sfide comincia il cinquantunesimo anno della Libreria delle donne di Milano.

1Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Torino 1987, p.102.

2I contributi sono raccolti inLaura Colombo, Vita Cosentino, Wanda Tommasi, Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, Mimesis, Sesto San Giovanni 2026.

3Francesca Pasini, Chitra Cinzia Piloni (a cura di), Vetrine di libert. Libreria delle Donne di Milano, ieri, oggi, Nottetempo, Milano 2019.

4Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma 2019.

5https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3 giugno 2025

6https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3 dicembre 2025

(Pedagogika, n. 4 luglio/agosto 2026)

In questo testo vorrei parlare della qualità e delle caratteristiche della presenza di Luisa Muraro all’interno dell’università di Verona, ma prima presento brevemente il suo percorso in università.

Nel 1975, con l’aiuto del filosofo Bontadini che aveva molta stima del suo pensiero radicato nel movimento delle donne, vinse un contratto di ricerca inizialmente a Padova e poi a Verona, dove continuò ad insegnare fino al 2005.

Nel 1984 con Adriana Cavarero, Wanda Tommasi, Annamaria Piussi, Diana Sartori e molte altre, tra cui anch’io, fondò una comunità di filosofia femminile dal nome Diotima, pensandola e facendo in modo che fosse parte costitutiva dell’università di Verona. Nel 1987 ha voluto fortemente e partecipato al libro di Diotima intitolato Il pensiero della differenza sessuale. Mi fermo un attimo su questo libro perché ha segnato tutto il percorso successivo non solo di Diotima, ma del pensiero stesso di Luisa. La chiave per comprenderlo è l’espressione passione per la differenza sessuale, che porta con sé due significati. Il primo si riferisce alla passione di portare il peso della differenza sessuale, già ampiamente codificata, che impedisce perciò di vivere liberamente la differenza femminile. Il secondo significato, che si incrocia con il primo, si riferisce all’aver passione per la differenza libera di essere donna, sperimentando soggettivamente e in relazione ad altri la scoperta di nuovi significati del significante donna. Del tutto imprevisti.

In tutti i suoi libri successivi Luisa Muraro è rimasta fedele alla differenza sessuale assunta come pensiero soggettivo, che non è oggetto di discorso, ma costituisce una via sessuata di leggere e interpretare il reale. Per le sue opere rimando all’amplissima bibliografia curata da Clara Jourdan nell’interessante intervista intitolata Esserci davvero.

Vorrei ora dire del suo modo di abitare l’università, così diverso dal mio. Proprio questa differenza mi aiuta a darne conto. Se io ho considerato fin da subito l’università come la mia casa, non era affatto così per Luisa Muraro che lavorava all’università facendo ricerca e insegnando – pratiche a cui teneva moltissimo – ma che sicuramente non si sentiva per niente a casa nei consigli di istituto e poi di dipartimento e del resto veniva considerata come una diversa, per certi segnali indiretti che però era facile avvertire. Certo lei veniva da anni di esperienze di autocoscienza, di pratiche dell’inconscio sperimentate nell’alveo del femminismo milanese, un femminismo che si radicava nelle relazioni e non aveva debiti di sorta con le istituzioni. L’università di Verona le permetteva la ricerca e l’insegnamento, ma a prima vista non c’era nessun ponte tra la realtà del movimento e quella istituzionale.

Per questo considero la fondazione di Diotima, una comunità di filosofe che hanno seguito la scommessa di trasformare dall’interno il corpus filosofico criticando il soggetto maschile-neutro e aprendolo allo sguardo significante femminile, come il primo passo da parte sua per creare un ponte fertile tra le pratiche politiche femministe e l’ambito delle pratiche più valorizzate all’università, cioè quelle che costituiscono la ricerca filosofica, a cui Luisa teneva molto. È stato un modo per far giocare assieme due parti di sé e della propria vita, che fino a quel momento restavano separate.

Accanto a questa, c’è un’altra esperienza in cui Luisa ha messo a frutto il suo sapere maturato nella politica delle donne aprendo uno spazio simbolico e politico all’università. Mi riferisco a quella che abbiamo chiamato “Autoriforma dell’università”. L’idea che ha guidato Luisa Muraro, Riccardo Ghidoni – un ordinario di Chimica biologica – e me è stata quella di considerare l’università certo come un luogo di poteri frammentati e allo stesso tempo gerarchici, di cui tutti sono consapevoli e ne partecipano direttamente o indirettamente, ma anche come un luogo amato per la cultura che vi circola e che è quello per cui studentesse e studenti vi si iscrivono al di là della pura e semplice formazione professionale, che pure è importante. Come far emergere questa università amata accanto e all’interno dell’università delle decisioni interessate e dei piccoli e grandi poteri?

Luisa Muraro proponeva di valorizzare le relazioni tra docenti e studenti e tra i docenti stessi in cui questa università amata si creava via via in un percorso di pratiche che in qualche modo erano già seguite ma rimanevano silenti, invisibili ai più. Persino a quelli che le praticavano, ma non si interrogavano su quello che facevano. Una leva per fare questo era il senso di un’autorità libera e circolante da riconoscere e riconoscersi e a cui poter attingere.

Cito un brano di Luisa Muraro dal libro che ha raccontato l’autoriforma e pubblicato nel 1996, Lettere dall’università, a cura di Luisa Muraro e Pier Aldo Rovatti, Filema ed., Napoli. Dà conto di come Luisa volesse fortemente far emergere dall’università ciò che più amiamo in essa: «Questo libro vuole essere altro, e insieme alla denuncia raccontare un’altra ovvietà sepolta e in genere muta. Che lì [nell’università] passa il sapere e con il sapere il desiderio; e che dentro a questa scassata comunità c’è un gioco interattivo di attese e risposte, dentro e attraverso i giochi di potere. Non tutti quelli che vi insegnano vi partecipano, ma certo in varia misura tutti gli studenti. Questa “cultura” che alla lettera fa esistere l’università, e anche l’università italiana, manda pochi messaggi e magari nessuno, come se non avesse abitudine a scriversi, come se non si ritenesse degna di essere pubblica. Il nostro libro comincia a raccogliere alcuni di questi messaggi inabituali. Si dice che l’università abbia perduto la sua “idea” ma cosa facciamo per farci un’idea dell’università? […] Sospettiamo che […] molti docenti e tutti gli studenti ce l’abbiano, e che sia in forza di essa che fanno l’università: l’università infatti non c’è, si fa. Bisognerà pure cominciare a dirlo, a dirselo» (p. 5).

L’autoriforma dell’università, cioè l’idea che l’università non ha bisogno di riforme istituzionali per trasformarsi in meglio ma fare riferimento alla fertilità di pratiche che “si fanno”, è stata sia il regalo più grande, che Luisa ha fatto all’università, sia il modo per poter vivere dall’interno l’università amandola, sia la via per seguire una politica delle relazioni e delle pratiche nel contesto del lavoro, che si differenzia radicalmente da una politica istituzionale di riforme legislative.

(*) Già docente di Filosofia teoretica nel dipartimento di Scienze umane

(Univrmagazine, 3 luglio 2026)

Volantino di invito al presidio per la pace di venerdì 24 luglio 2026 a Palermo, in piazza Massimo, dalle 18.00 alle 20.00

In questi giorni il caldo toglie il respiro. Le città diventano fornaci, i boschi bruciano, la siccità avanza. La crisi climatica non è più una minaccia lontana: è il nostro presente.

Eppure c’è una fonte di emissione di cui si parla pochissimo: quella prodotta dalle guerre e dalla corsa al riarmo. Mentre i governi europei e la NATO rilanciano gli investimenti negli armamenti, una domanda resta fuori dal dibattito: chi paga davvero il costo delle guerre?

Lo pagano le popolazioni colpite, i territori devastati. Ma lo paga anche la Terra.

Ogni bombardamento libera nell’atmosfera enormi quantità di gas serra, incendia foreste, contamina acque e suoli, distrugge ecosistemi e lascia macerie la cui ricostruzione richiederà ancora energia, cemento, acciaio e nuove emissioni.

Siamo abituati a contare le persone morte, ferite o costrette alla fuga. Oggi la ricerca scientifica ci invita a contare anche ciò che non si vede: le emissioni di gas serra e la devastazione degli ecosistemi. Studi coordinati dall’Initiative on Greenhouse Gas Accounting of War e pubblicati anche sulla rivista One Earth hanno iniziato a misurare il costo invisibile dei conflitti ancora in corso.

[…]

Le guerre non sono soltanto una catastrofe umanitaria: sono anche una gigantesca fonte di emissioni che alterano il clima. Eppure le attività militari restano in gran parte escluse dalla contabilità internazionale del clima.

Mentre a cittadine e cittadini si chiedono sacrifici per ridurre le emissioni, i governi investono somme sempre maggiori nella produzione di armi.

Non possiamo affrontare la crisi climatica alimentando le guerre che la aggravano.

Rachel Carson lo aveva già intuito nel 1962: «L’essere umano fa parte della natura e la sua guerra contro la natura è inevitabilmente una guerra contro se stesso».

Nel 2004, ricevendo il Premio Nobel per la Pace, Wangari Maathai ricordava: «Riconoscere che sviluppo sostenibile, democrazia e pace sono indivisibili è un’idea il cui tempo è arrivato».

Se pace, democrazia e sviluppo sostenibile sono davvero indivisibili, allora anche la lotta contro il riarmo riguarda il futuro della Terra. È questa la convinzione che ha animato il 21 giugno, a Roma, la manifestazione nazionale “Tessere la pace” promossa da 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace.

Non c’è futuro per il pianeta dentro un’economia di guerra. Anche quando tacciono le armi, la Terra continua a portarne le ferite. Disarmare significa proteggere la vita, oggi e domani.

(*) Il Presidio Donne per la pace di Palermo è promosso da: UDIPALERMO; Le Rose Bianche; Donne CGIL Palermo; Coordinamento donne ANPI; Emily Palermo; Governo di Lei; CIF; Le Onde; Arcilesbica; Donne della Comunità dell’Arca; Donne del Movimento nonviolento; Donne del Circolo Laudato si’.

(Pressenza, 16 luglio 2026)

Nell’incipit preistorico di 2001: Odissea nello spazio il primo utensile è una clava, un lungo osso che si rivela utile per uccidere prede, assassinare il capo di un gruppo rivale di ominini e, infine, essere lanciato in aria prima di un drammatico stacco di montaggio. Secondo questa lettura, il primo utensile fu un’arma. È un’interpretazione che si adatta bene ai primi strumenti di pietra. Le pietre tonde erano usate per colpire, quelle affilate per tagliare e trafiggere: immaginiamo che servissero ad aprire, spaccare, cacciare o uccidere. Ma le popolazioni preistoriche probabilmente usavano anche tipi diversi di utensili, fatti con altri materiali. Materiali vegetali come il legno dovevano essere impiegati di continuo, è solo che hanno meno probabilità di conservarsi. L’età della pietra fu anche l’età botanica. È un’ipotesi che apre molte altre possibilità, e una delle più stimolanti è quella dei contenitori. E se il primo strumento fosse stato un oggetto capace di contenere qualcosa di prezioso, così da poterlo trasportare o conservare? A pensarci, un contenitore è una delle cose più utili da avere. «Risolve un sacco di problemi», dice il paleoantropologo Marc Kissel, dell’Appalachian State University, in Carolina del Nord. «Apre una nuova nicchia ecologica». Insieme ad altri colleghi Kissel ha compilato un database dei contenitori preistorici. Gli esempi sono centinaia e coprono un arco di più di centomila anni, ma loro sostengono – credo a ragione – che si tratti solo di una minuscola frazione di quelli realmente esistiti. Il contenitore, oltretutto, è stato uno degli utensili più importanti. «È una delle cose che hanno permesso agli esseri umani di avere tanto successo», dice Kissel.

Difficile da definire

Creare un database dei contenitori preistorici non è semplice. Kissel e i suoi colleghi hanno passato più di un anno a setacciare la letteratura scientifica in cerca di esempi. Non potevano contare sulla presenza del termine “contenitore” o di un suo sinonimo, perciò hanno dovuto individuare tanti altri vocaboli che rimandavano a specifiche tipologie di contenitore. Nel 2025 hanno deciso di fermarsi, perché, racconta Kissel, «dovevamo smetterla di aggiungere materiale» e l’8 aprile hanno pubblicato sul Journal of Anthropological Archaeology un articolo con i dati raccolti. […]

Anche se hanno cercato quelli riferibili all’intero pleistocene, il periodo compreso tra 2,58 milioni e 11.700 anni fa, tutti gli esempi individuati sembrano risalire agli ultimi 500mila anni. Si tratta comunque di un notevole passo avanti nella nostra conoscenza del passato. Tradizionalmente, gli archeologi ritenevano che i contenitori fossero apparsi solo negli ultimi diecimila anni circa e li collegavano alla nascita dell’agricoltura e della vita sedentaria – la cosiddetta rivoluzione neolitica – e all’invenzione della ceramica. […] Ma secondo Kissel questa idea in larga parte era già stata abbandonata, perché presenta il neolitico come una cesura netta rispetto al passato, quando in realtà il cambiamento fu molto più graduale e frammentario. […] «Credo sia più utile pensare a una loro evoluzione progressiva», dice Kissel. […] Il contenitore più antico del database è un vassoio o piatto di corteccia. È stato trovato vicino alle cascate Kalambo, in Zambia, e ha tra i 400mila e i 500mila anni. Presso le cascate Kalambo sono stati rinvenuti alcuni straordinari oggetti in legno ben conservati: nel 2023 gli archeologi hanno descritto quelle che sembrano essere grandi strutture lignee, forse abitazioni, risalenti a 476mila anni fa. Tuttavia, la datazione del vassoio/piatto è meno chiara.

Vassoio di corteccia

Questo mostra un altro problema che il gruppo di Kissel ha dovuto affrontare: tanti di questi oggetti sono stati portati alla luce molto tempo fa, perciò le informazioni che li riguardano sono sepolte nella vecchia letteratura scientifica, spesso non disponibile online, e i metodi di datazione usati all’epoca oggi non sarebbero considerati adeguati. Il vassoio delle cascate Kalambo fu rinvenuto negli anni Cinquanta da un gruppo guidato dall’archeologo John Desmond Clark. La fonte principale su questo reperto è il Kalambo falls prehistoric site (1969), un’opera in due volumi di Clark, che contiene un capitolo di tre pagine del botanico Timothy Charles Whitmore dedicato a «corteccia e altri campioni». Esiste anche un articolo del 1958 che Clark scrisse per la rivista Scientific American. C’è ben poco materiale su cui lavorare.

Di conseguenza, anche se dai dati emergono alcune tendenze, Kissel avverte che rispecchiano soprattutto i limiti della documentazione archeologica piuttosto che la realtà della preistoria. […] Quello che comincia a emergere, dice Kissel, è quanto fossero diffusi i contenitori. In Europa, che è una regione ben studiata, gli esempi sono numerosi malgrado i problemi di conservazione, e questo ci fa capire che erano cruciali per la sopravvivenza umana.

Preistoria e femminismo

Uno degli usi più antichi dei contenitori, continua Kissel, era il trasporto dei bambini più piccoli, forse in fasce. Soprattutto le antropologhe lo sostengono da decenni. Tra le grandi scimmie antropomorfe come gli scimpanzé, i piccoli si tengono stretti alle madri, opportunamente ricoperte da una folta pelliccia che permette loro di aggrapparsi. Noi invece abbiamo perso quasi tutti i peli del corpo, e i nostri neonati sono così inermi da non riuscire ad aggrapparsi a nulla. Partendo da questa osservazione, Kissel suggerisce che i porta-bebè sarebbero stati utili quando gli ominini cominciarono a camminare su due gambe e persero gran parte della peluria corporea, diversi milioni di anni fa. «Gli australopitechi probabilmente usavano delle fasce», dice. Se è così, allora Lucy, la celebre Australopitheca afarensis, da neonata, 3,2 milioni di anni fa, probabilmente veniva trasportata in una fascia. Kissel ha insistito su un punto: nessuna di queste idee è nuova. Da decenni c’è chi sostiene ipotesi di questo tipo, ma stanno conquistando spazio lentamente, forse perché furono formulate per la prima volta nelle riletture femministe della preistoria, ingiustamente considerate stravaganti o poco realistiche. Nel 1976 le antropologhe Nancy Tanner e Adrienne Zihlman suggerirono che tra i primi utensili forse ci furono i cesti, usati dalle donne per trasportare cibo e altri oggetti. Si opponevano così a una visione della preistoria dominata dalla prospettiva maschile, che enfatizzava attività come la caccia ai grandi animali – erroneamente attribuita soprattutto agli uomini – e prestava poca o nessuna attenzione alle donne. La giornalista femminista Elizabeth Fisher suggerì qualcosa di molto simile nel suo libro del 1979 Woman’s creation: sexual evolution and the shaping of society, dove scriveva che «molti teorici ritengono che tra le prime invenzioni culturali dev’esserci stato un contenitore per conservare quanto veniva raccolto e un qualche tipo di fascia o rete per trasportarlo». La scrittrice Ursula Le Guin nel 1986 citò direttamente Fisher nel suo saggio The carrier bag theory of fiction. «Se non avete un posto dove metterlo, il cibo vi sfugge di mano – anche una cosetta pacifica e arrendevole come l’avena selvatica», scriveva. Un contenitore anche molto semplice consente di conservare un’eccedenza, il che significa potersene restare al riparo il giorno dopo se il tempo è brutto. Le Guin spinse questa idea molto oltre. Sosteneva che le nostre opinioni sulla storia e la preistoria sono dominate dall’azione e dalla violenza, come il primo strumento in 2001 e tutte le storie eroiche sulla lotta contro i draghi e i cattivi. Ma, diceva, esistono storie altrettanto legittime da narrare, storie incentrate su raccolta, cura dei figli, costruzione. Molte delle nostre storie parlano di «come Caino è caduto su Abele, la bomba su Nagasaki, e il napalm sui villaggi, e di quando i missili cadranno sull’Impero del Male e di tutti gli altri gradini nell’ascesa dell’Uomo», scriveva Le Guin. «Per timore che non ci siano più storie da raccontare, alcuni di noi, quaggiù tra l’avena selvatica e il grano alieno, pensano che sia meglio cominciare a raccontarne un’altra, che possa tramandarsi tra la gente quando quella vecchia sarà finita».

Reti di cooperazione

Mentre scrivo, riesco quasi a sentire certe lettere che alcuni stanno già preparando: diranno che la violenza ha sempre fatto parte della storia umana e che per capire la preistoria dovremmo attenerci ai dati. Il punto è che, per quanto mi è possibile, io mi sto attenendo ai dati. Sono sempre più numerose le prove che a rendere insolita la nostra specie non sono l’intelligenza, la creatività o l’aggressività – anche se indubbiamente possiamo avere tutte queste caratteristiche – ma la socievolezza, il bisogno di legami emotivi e la dipendenza reciproca. Ogni volta che una popolazione umana si è trovata isolata dalle altre, per esempio, è stata esposta a un rischio di estinzione molto maggiore: non aveva nessuno a cui chiedere aiuto. La nostra sopravvivenza dipende dalle reti di relazione e dalla cooperazione. Come, per esempio, condividere con un amico in difficoltà una parte del cibo che hai messo da parte usando quel pratico contenitore che ti sei costruito.

(Internazionale, 16 luglio 2026)

«Siamo partiti da un riarmo che doveva essere europeo e soltanto difensivo. Poi si è trasformato in un riarmo nazionale e in un sostegno all’Ucraina anche offensivo. Oggi si aggiunge un altro tassello: la costruzione di una minaccia russa permanente». Ida Dominijanni, giornalista e saggista, voce storica del femminismo italiano, usa un termine specifico: “costruzione”.

Crede che lo spauracchio di Putin sia stato creato dall’Occidente in modo volontario?

Non dico questo. Ma parlo di “costruzione” e “minaccia permanente” perché è stato deciso in modo lampante di entrare in una prospettiva di guerra definitiva con la Russia, calda o fredda che sia. E ascoltando quello che si dice sul riarmo, mi sembra molto più calda che fredda. La minaccia esiste, ma è stata largamente costruita.

Quando comincia questo processo?

Naturalmente l’invasione dell’Ucraina del 2022 è stata un atto in aperta violazione del diritto internazionale, anche se Putin non è stato certo un innovatore, penso ad esempio agli Stati Uniti in Iraq nel 2003. Quell’invasione si è poi saldata con la strategia di Biden di contrapporre democrazie e autocrazie, una lettura già allora discutibile e che oggi, con Trump – un leader dai tratti autocratici nato dentro una democrazia – perde completamente di senso.

È una strategia irreversibile?

Se si legge la dichiarazione finale dell’ultimo vertice Nato di Ankara, la Russia viene descritta come una minaccia di lungo periodo, quasi permanente. Ripeto: significa concretizzare una nuova guerra fredda. È una prospettiva che andrebbe motivata molto meglio. Io, da cittadina europea, vorrei sapere esattamente in cosa consiste questa minaccia. Non mi basta sapere che i Paesi baltici o quelli nordici si sentono esposti. Vorrei dati precisi, specifici.

Lei vede anche una contraddizione nel racconto pubblico sulla Russia.

Da una parte ci viene detto che Mosca sarebbe pronta a invadere l’Europa; dall’altra che fatica ad avanzare in Ucraina. Le due narrazioni non stanno insieme. Mi sembra un dibattito molto ideologico, popolato di fantasmi. Sulla Russia influisce ancora, forse, un immaginario che riguarda l’Unione Sovietica, l’anticomunismo. Naturalmente pesa anche il giudizio, che condivido, su Putin. Ma trasformare la Russia nel nemico strategico permanente dell’Europa è un salto che mi pare davvero poco motivato.

L’Unione europea era nata come progetto di pace. Si è votata ad altro.

C’è certamente un cambiamento del senso comune europeo. Oggi la vocazione pacifista europea sembra aver lasciato il posto al ritorno della deterrenza. Ma la deterrenza era un concetto del Novecento: apparteneva a un altro mondo, che oggi non esiste più.

In questa corsa bellica ha un ruolo decisivo anche la spinta economica dell’industria militare?

Certo. Oltre alle ragioni geopolitiche e ideologiche, ci sono interessi molto concreti. L’Europa attraversa una crisi industriale, è in ritardo sulle grandi sfide tecnologiche e il riarmo diventa un tentativo di rispondere ai problemi dell’economia. Ma è una scelta che inevitabilmente comprimerà il welfare e i servizi essenziali.

La discussione divide il centrosinistra italiano.

Su questo tema, da elettrice, pretenderei una vera discussione pubblica, che finora non c’è stata. Forse non ci metteremo mai d’accordo sulle cause della guerra, ma almeno dovremmo discutere delle prospettive. Qual è la strategia europea nei confronti della Russia? Io non l’ho capito. La sinistra europea continua a muoversi dentro uno schema ereditato dall’amministrazione Biden, ormai anacronistico. Servirebbe una proposta autonoma. E credo che proprio l’Italia, per la sua tradizione politica e culturale, avrebbe la responsabilità di promuovere una discussione aperta.

Questo dibattito a quali conclusioni dovrebbe aspirare?

Tre punti. Contenere il riarmo entro ciò che è necessario a una difesa comune. Riaffermare l’Europa come forza di pace. E tornare allo spirito della nostra Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Perché le armi non si accumulano per tenerle nei magazzini: prima o poi vengono usate.

(Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2026)

Le ragazze sono molto attive nella partecipazione alla vita pubblica, lo dimostrano i dati su referendum e iniziative popolari. Un impegno che si intensifica intorno a temi legati a diritti, welfare, ambiente e salute, ma che cala all’aumentare dell’età, quando carichi di cura, insicurezza economica e violenza di genere le fanno gradualmente “sparire” dallo spazio pubblico

Sessantotto per cento. Nella fascia tra i 18 e i 22 anni, quasi sette firme su dieci per referendum e iniziative popolari portano una firma femminile. Non è un’eccezione: tra i 23 e i 27 anni la quota resta attorno al 63%. Eppure nessuno ne parla. Il racconto pubblico sulla partecipazione giovanile in Italia – svogliata, disimpegnata, assente – ignora sistematicamente chi, in realtà, quella partecipazione la trascina.

I dati vengono dal progetto datiBeneComune, la collaborazione tra onData, ActionAid Italia e Transparency International Italia, che ha analizzato oltre 3,7 milioni di firme raccolte per 94 referendum e iniziative popolari. Il quadro che emerge ribalta uno stereotipo consolidato: le donne sono il 51-52% del totale delle firme, ma nelle fasce più giovani diventano una maggioranza schiacciante. E non solo al Nord, non solo nelle grandi città. Al Sud e nelle Isole la quota femminile media sale al 52-53%, sopra la media nazionale. La Sardegna, in diverse iniziative, supera il 58-60%. Calabria, Sicilia, Campania, Puglia: tutte sopra la media. Il Meridione, che nei discorsi sul disimpegno civico finisce quasi sempre sul banco degli imputati, qui non resta indietro.

C’è anche una distinzione che i numeri rendono nitida. Nelle iniziative su diritti, welfare, ambiente e salute la presenza femminile è sistematicamente più alta. In quelle su nucleare, legittima difesa, immigrazione, la bilancia si inclina verso gli uomini. Non una partecipazione generica, quindi: orientata, selettiva, consapevole.

L’onere della partecipazione o della cura

«Le donne si fanno carico non solo del lavoro di cura domestico, ma anche del lavoro di cura pubblico della democrazia». Rossella Silvestre, ricercatrice di ActionAid Italia, usa questa formula con precisione. Non è una metafora: è una descrizione funzionale di ciò che i dati mostrano.

ActionAid ha condotto un’indagine demoscopica nell’ambito di una ricerca più ampia sulla prevenzione primaria della violenza maschile contro le donne – uno studio sugli stereotipi di genere che attraversano gli spazi della vita quotidiana, compreso quello della partecipazione civica. Tra le donne della generazione Z (cioè nate fra il 1997 e il 2012), il 50% considera le decisioni collettive una responsabilità individuale. Tra gli uomini della stessa fascia d’età, il 39%. Tra le millennial (cioè nate tra il 1981 e il 1996): 55% contro 51%. «Gli uomini mostrano una visione più gerarchica» spiega Silvestre. «Delegano a chi occupa già un certo ruolo. Le donne vivono la partecipazione come un problema di tutte e di tutti, indipendentemente da chi siede a un tavolo istituzionale».

È probabilmente questa percezione diffusa di responsabilità collettiva a spiegare i numeri sulle firme. Le giovani donne non aspettano rappresentanza: si muovono direttamente. E lo fanno in modo trasversale, senza che la provenienza geografica incida in modo determinante. «L’essere giovane è di per sé un fattore» osserva Silvestre. «Questo vale al Nord come al Sud. La territorialità conta meno di quanto si immagini».

Il calo che spiega tutto

Le donne partecipano, poi però spariscono. Non tutte insieme, non di colpo. Ma dai 35 anni in poi la partecipazione femminile alla vita pubblica comincia a cedere, e continua a farlo fino alla soglia della pensione. È il momento in cui il lavoro di cura si fa più pesante – figlie e figli piccoli, genitori anziani, casa – e ricade in modo sproporzionato sulle donne.

I numeri dell’indagine ActionAid non lasciano margini di interpretazione. Il 74% delle donne si occupa da sola dei lavori domestici, contro il 40% degli uomini. Il 41% delle madri gestisce i figli e le figlie in autonomia: tra i padri, appena il 10%. La cura delle persone anziane pesa per il 37% sulle donne, per il 33% sugli uomini. Differenze che, sommate, producono un effetto preciso: le donne escono dallo spazio pubblico. Non perché cambino idea sulla democrazia, non perché smettano di sentirla come una responsabilità. Semplicemente, non hanno più tempo.

«Le vediamo sparire» dice Silvestre. «Non le vediamo più attraversare gli spazi pubblici, non le vediamo più attivarsi. E poi le vediamo riapparire quando quel carico di cura esce dalle mura domestiche». Il rientro nella partecipazione in età avanzata non è entusiasmo ritrovato: è il segnale che il peso si è alleggerito. I figli e le figlie sono cresciuti, i genitori sono venuti meno, è arrivata la pensione.

La ricerca di ActionAid aggiunge un altro strato che completa il quadro politico e sociale del paese. Dalla sua analisi emerge infatti che il 52% delle donne ha provato paura negli spazi pubblici, contro il 35% degli uomini. Tra le giovani della generazione Z quella quota arriva al 79%. Gli uomini frequentano gli spazi pubblici più delle donne – 49% contro 44% – e la presenza femminile crolla con l’età: dal 62% tra le più giovani al 30% tra le boomer (cioè con più di sessant’anni). Il 47% delle donne si sente svalutata nei contenuti culturali; tra le under 25, questa affermazione è vera per sette donne su dieci. Online la situazione non cambia: il 40% teme reazioni sessiste, con un picco del 59% tra le più giovani.

Messi insieme, questi dati raccontano qualcosa di più di una difficoltà a firmare una petizione. Raccontano come la partecipazione venga compressa da più direzioni contemporaneamente: il tempo sottratto dalla cura, la paura nello spazio fisico, l’assenza di rappresentazione culturale, l’ostilità digitale. E così «perdiamo un’amplissima fascia della popolazione che ha interessi e bisogni completamente diversi da quelli degli uomini della stessa età» dice Silvestre. «È una perdita per la società, non solo per le singole persone che vorrebbero esserci e non possono».

Cosa si può fare è meno misterioso di quanto sembri, anche se politicamente più scomodo da ammettere. Più servizi pubblici che redistribuiscano il lavoro di cura – asili, assistenza alle persone anziani, tempo scuola – sono la condizione strutturale perché le donne abbiano tempo da dedicare anche all’impegno civico. Silvestre lo dice senza giri di parole: «Bisogna alleggerire il carico che ricade sulle spalle delle donne. Non è un discorso solo sul mercato del lavoro: è un discorso sulla possibilità di partecipare alla vita pubblica, economica, sociale, culturale e politica del paese». La situazione, aggiunge, è probabilmente peggiorata: le reti comunitarie e familiari che un tempo assorbivano parte del carico si sono assottigliate, e con esse si è ridotto anche il tempo sottratto alla partecipazione.

Dati taciuti, realtà invisibili

C’è un paradosso che rende tutto questo ancora più difficile da affrontare: i dati che permetterebbero di misurare con precisione il fenomeno non esistono ufficialmente.

Il Ministero della Giustizia, titolare del sito attraverso cui vengono raccolte le firme digitali per referendum e iniziative popolari, non pubblica in forma aperta i dati disaggregati per genere ed età. Le informazioni ci sono: ogni firma è associata a un codice fiscale, quindi a un’identità, un’età, una provenienza. Ma restano chiuse in un’interfaccia che le mostra a schermo, voce per voce, solo dopo il login con Spid o carta d’identità elettronica. Nessun file scaricabile. Nessuna serie storica. Nessuna possibilità di analisi senza un lavoro manuale che nessun cittadino o cittadina comune è attrezzata a fare.

«È un sito che nasce per raccogliere dati» osserva Andrea Borruso di onData. «Parla di partecipazione democratica, dell’opportunità per la cittadinanza di incidere sul paese. Eppure mancano elementi minimi per poterne ricavare informazioni utili: quante persone hanno firmato nell’ultima settimana? Da dove? Di che fascia d’età? Chi lo vuole sapere lo deve guardare a schermo, un numero alla volta, ogni giorno, senza poter vedere come cambia nel tempo».

La normativa italiana sui dati aperti obbliga le pubbliche amministrazioni a pubblicare in formati leggibili dalle macchine – file scaricabili, aggiornati, ben descritti, patrimonio comune fin dal momento della pubblicazione. Non succede. «La legge impone che i dati pubblici siano pubblicati in maniera adeguata, come un .csv, una tabella scaricabile» spiega Borruso. «Qui non avviene e questo è un paradosso per un ministero che le norme dovrebbe conoscerle bene» conclude.

I tentativi di sbloccare la situazione per via formale hanno prodotto una sequenza di rinvii. La Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi ha interpellato il Ministero della Giustizia, che ha risposto di stare “valutando” la pubblicazione. Poi nulla. La segnalazione al Difensore civico per il digitale – che in Italia è l’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) – ha aperto un procedimento che per regolamento dura mesi, e si chiude con un passaggio di responsabilità alla stessa amministrazione segnalata. «Ti rispondono che la tua segnalazione non è sbagliata» racconta Borruso «per dirti che hanno passato la palla alla pubblica amministrazione, che ha a sua volta trenta giorni per rispondere. Il tempo aumenta, la certezza diminuisce».

Il problema di fondo, spiega Borruso, è normativo prima che burocratico. Gli obblighi italiani sulla trasparenza sono deboli: se una pubblica amministrazione non risponde a una richiesta Foia (acronimo di Freedom of information act, che indica il diritto di accesso civico generalizzato), entro trenta giorni, il cittadino o la cittadina può fare ricorso, ma l’unica strada concreta rimane il Tribunale amministrativo regionale (Tar), con tutti i costi economici, organizzativi e di conoscenza che questo comporta. «Quando un cittadino non rispetta certe scadenze ci sono sanzioni, conseguenze formali. Per la pubblica amministrazione no. Il calcolo rischio-beneficio è tutto dalla parte di chi non risponde». Nessuna norma scoraggia attivamente l’inerzia. E così l’inerzia prevale.

Tecnicamente, pubblicare quei dati sarebbe semplice. Aggregarli a livello provinciale garantirebbe il rispetto della privacy – la normativa richiede un minimo di tre soggetti per fascia perché il dato non sia identificabile, soglia facile da rispettare nella quasi totalità dei casi. Esistono anche strumenti come i token di accesso, piccole password speciali che permettono a organizzazioni esterne di scaricare dati in modo automatico e tracciabile, senza rischi per il sistema. «Non è fantascienza» dice Borruso. «È quello che già succede in molti altri ambiti. Sui sensori di inquinamento atmosferico i dati vengono aggiornati ogni ora. Sui femminicidi, sulle raccolte firme, sulla salute degli anziani nelle case di cura: mille richieste, mesi di attesa, forse il Tar».

Chi decide cosa è importante rendere pubblico, e cosa no, non lo fa per caso. È una scelta culturale prima che amministrativa, e produce effetti concreti. Il contributo delle giovani donne alla democrazia dal basso, già documentato con fatica da chi si è costruito strumenti di raccolta autonomi, rimane ufficialmente invisibile. Ciò che non si misura non entra nell’agenda. E ciò che non entra nell’agenda non cambia. 

(inGenere, 8 luglio 2026)

Mentre Milei smantella le protezioni nazionali, una provincia argentina riconosce il “chineo”, l’abuso sessuale a sfondo razziale, come reato d’odio

Nel pomeriggio del 16 aprile 2026, un piccolo gruppo di donne indigene è arrivato presso la sede del parlamento provinciale di Salta, una provincia nell’Argentina settentrionale, per assistere al dibattito e alla votazione dei politici su una proposta di legge. All’annuncio dei risultati, le donne hanno riso, pianto e si sono abbracciate. Erano riuscite a far riconoscere […], per la prima volta, l’esistenza del chineo: l’abuso e l’aggressione sessuale sistematici nei confronti di bambine, ragazze e donne indigene da parte di uomini criollos (non indigeni), che generalmente detengono un maggior potere economico, sociale o politico. Gli 1,3 milioni di indigeni dell’Argentina, che costituiscono appena il 2,9% della popolazione totale del Paese, continuano ad affrontare ingiustizie nonostante godano di alcuni diritti legali. Molte comunità lottano per proteggere le proprie terre ancestrali da progetti minerari, agricoli e di abbattimento delle foreste che danneggiano l’ambiente e minacciano il loro stile di vita. Subiscono inoltre discriminazioni, un accesso limitato ad assistenza sanitaria e istruzione di qualità, e più alti livelli di povertà. Per le ragazze e le donne indigene, il chineo è anche una minaccia costante che incombe da oltre 400 anni, fin dall’arrivo dei coloni. È ancora comune sentire uomini criollos dire «Vamos a chinear», spiega Fabiana Ibarra, una donna del popolo Wichí che è stata […] aggredita quand’era adolescente. «Intendono “uscire a cercare donne da abusare”». A Salta, l’approvazione della legge 8534 rappresenta una vittoria storica contro queste aggressioni. Gli indigeni costituiscono il 10% della popolazione della provincia – una percentuale molto più alta rispetto alla media nazionale – e le autorità locali devono ora riconoscere il chineo come un reato d’odio da prevenire attraverso la sensibilizzazione e l’educazione. La nuova legislazione è nota come “legge Octorina”, in memoria della defunta leader Wichí Octorina Zamora […]. Tra le donne presenti all’approvazione c’era la figlia di Zamora, Tujuay Gea Zamora, che sta portando avanti la sua battaglia contro il chineo. «Quando siamo uscite dal parlamento, ci siamo rese conto che era solo l’inizio», ha dichiarato Tujuay […]. «La legge non è un traguardo, ma un punto di partenza». Tujuay auspica ulteriori modifiche legislative che forniscano alle popolazioni indigene [anche] gli strumenti legali per difendere le proprie terre dal «disciplinamento coloniale». La legge Octorina non crea nuove fattispecie di reato – un potere riservato al Congresso nazionale argentino – né modifica le pene per i reati sessuali o le circostanze aggravanti per i reati d’odio […]. Mira a riconoscere una forma di violenza razzista e patriarcale che è stata storicamente resa invisibile. La legge prevede la creazione di un organismo per la lotta al chineo, che raccoglierà statistiche sul reato e svilupperà protocolli, campagne di prevenzione e meccanismi di tutela. Richiederà inoltre al governo e ai ministeri della Salute, dell’Istruzione e della Giustizia della Provincia di Salta di destinare risorse a campagne di sensibilizzazione multilingue, centri di assistenza interculturale, formazione dei dipendenti pubblici e sostegno completo alle vittime. […]. «Sappiamo che si tratta di una legge base; abbiamo deciso di approvarla perché ce n’era bisogno. È un primo passo», ha dichiarato il senatore provinciale Walter Cruz, del popolo Kolla, che in precedenza aveva presentato un ddl per contrastare il chineo che non era stato discusso nei tempi legislativi previsti. La nuova legge richiede inoltre alle autorità di mantenere una consultazione e un dialogo continui con le comunità indigene attraverso l’Istituto Provinciale dei Popoli Indigeni di Salta e consente alla Procura di intervenire come parte civile per conto delle vittime. «Con questa legge possiamo essere dei pionieri. Ma se non la applichiamo bene, resterà solo un bel pezzo di carta» […]. Cruz ritiene che la legge di Salta rivesta un significato ancora maggiore nell’attuale panorama politico argentino. Da quando il presidente liberista Javier Milei si è insediato nel dicembre 2023, le istituzioni e i fondi destinati a combattere la violenza contro le donne sono stati eliminati, e gli organismi legati ai diritti degli indigeni sono stati smantellati. Sebbene l’approccio di Milei renda improbabile che una legge simile venga adottata a livello nazionale nel breve periodo, il senatore spera che la legge Octorina possa diventare un precedente per legislazioni analoghe nelle province vicine o in tutto il Paese. «Sarebbe l’ideale che se ne potesse discutere anche a Chaco, Formosa, Jujuy o Santiago del Estero», ha affermato. «Il chineo non avviene solo a Salta».

Uno dei casi di chineo più noti degli ultimi anni è quello di Juana, una donna Wichí della comunità di Alto La Sierra nata con la microcefalia, una rara patologia neurologica che causa problemi nello sviluppo cerebrale. Nel 2015, all’età di dodici anni, Juana è stata [aggredita] e violentata. È rimasta incinta. […] Sebbene l’aborto nei casi di violenza sessuale sia legale in Argentina, le autorità sanitarie e giudiziarie locali hanno ritardato le procedure e negato a Juana l’accesso all’interruzione di gravidanza finché la sua storia non è diventata un caso di rilievo nazionale. […] Octorina Zamora aveva sostenuto la famiglia di Juana, come ha fatto con molte altre, anche a distanza di anni dall’abuso. […] La famiglia di Juana si è rifiutata di arrendersi e i suoi aggressori sono stati infine condannati a 17 anni di carcere nel 2019. Non si tratta di un esito comune nei casi di chineo; la maggior parte non arriva mai a processo o si arena tra barriere linguistiche, mancanza di interpreti o pressioni locali, come dettagliato in un’inchiesta ripubblicata lo scorso anno da openDemocracy.

«Un primo passo fondamentale»

Gran parte delle campagne per la nuova legge sono nate dal Movimiento de Mujeres y Diversidades Indígenas por el Buen Vivir (che riunisce almeno 36 comunità appartenenti a più di venti popoli indigeni e ha una portata nazionale). Il movimento si è formato ufficialmente nel 2012, ma affonda le sue radici in precedenti incontri tenutisi attorno ai falò comunitari, quando le donne percorrevano molti chilometri per incontrarsi e condividere i problemi che affrontavano nei loro territori, dalla mancanza di acqua potabile alla malnutrizione infantile. Nel 2019 ha lanciato la campagna #BastaDeChineo (‘basta con il chineo’), creando reti di protezione reciproca e delle proprie figlie, sostenere le vittime e aiutare chi non parla spagnolo a sporgere denuncia. In alcune comunità, le donne indigene si sono organizzate per denunciare ciò che stavano subendo. Nel 2022 le donne e le adolescenti della comunità Wichí di Misión Kilómetro 2hanno indetto una marcia e firmato una lettera aperta in seguito allo stupro e al femminicidio della dodicenne Pamela Flores. Con il sostegno di Octorina Zamora, hanno anche partecipato alla Prima Assemblea delle Donne Indigene della Ruta 81, dove hanno fatto sentire le proprie rivendicazioni alle autorità provinciali e nazionali. Nel maggio dello stesso anno, il Movimento […] ha organizzato il terzo “Parlamento Plurinazionale” annuale a Chicoana, Salta, a cui hanno partecipato oltre 36 delegazioni indigene provenienti da tutto il Paese [“plurinazionale” perché all’interno dello Stato coesistono più nazioni/popoli, ndt]. I delegati e le delegate hanno redatto il Rapporto Chicoana, che includeva la richiesta di misure urgenti contro il chineo; molte delle loro istanze fanno ora parte della nuova legge, [tra cui quella di] consentire alle comunità indigene di partecipare allo sviluppo delle politiche pubbliche. Zamora è morta una settimana dopo.

Poco dopo […], il senatore Cruz ha presentato un disegno di legge al parlamento provinciale di Salta per renderle omaggio e tradurre in legge alcune delle sue idee sul chineo, ma l’iter […] si è bloccato […]. Le attiviste e i gruppi per i diritti umani hanno deciso di adottare un nuovo approccio, presentando un nuovo disegno di legge e rimuovendo i riferimenti espliciti al termine chineo, [sostituendolo con] descrizioni […]. La parola chineo suscita dibattito e controversie ancora oggi [anche fra alcune donne indigene], sostiene l’attivista María Pía Ceballos, una donna trans Wichí Ava Guaraní della città di Tartagal, nella provincia di Salta. «Alcune […] [la considerano] una parola sporca, che le colpisce emotivamente. All’interno del Movimento spieghiamo che questo concetto descrive una pratica di violazione sessuale coloniale e patriarcale che deve essere chiamata con il suo nome» […].

Tra il 2023 e il 2025, il disegno di legge è stato discusso con le leader indigene, le organizzazioni femministe e gli attori dei diritti umani. L’organizzazione Na’ Nechepa (‘Alziamoci’), guidata da Tujuay Zamora, la Fondazione Juala e diverse leader locali hanno presentato emendamenti al disegno di legge. Sebbene accolga alcune delle loro richieste, […] «la legge ha subito diversi tagli su punti importanti, come la riparazione economica e giudiziaria», ha dichiarato Tujuay Zamora.

Una piattaforma di lotta

Il Rapporto Chicoana […] chiedeva [anche] che fosse vietato operare nei territori indigeni alle «istituzioni e ai gruppi religiosi […] complici» del chineo e alle aziende i cui dipendenti avessero commesso violenze. Pretendeva che gli agenti di polizia e il personale militare macchiatisi di chineo fossero perseguiti, condannati e congedati con disonore, e che i funzionari pubblici esecutori, complici o facilitatori del chineo fossero perseguiti giudiziariamente. Chiedeva inoltre che «tutti i beni degli stupratori» venissero confiscati e destinati alle vittime come risarcimento. Il rapporto affermava anche che le donne dovrebbero essere «le beneficiarie e le amministratrici dei programmi di assistenza alimentare e sociale», come Ceballos ha spiegato: «Abbiamo casi in cui i camionisti che trasportano gli aiuti alimentari arrivano nelle comunità e chiedono ragazzine in cambio della consegna delle provviste. E alcuni capi le consegnano». Tujuay Zamora ha ricordato che sua madre fu testimone di tali abusi negli anni ’80. «Durante il ritorno alla democrazia in Argentina, Octorina denunciò che quando venivano distribuite le scatole del Piano Alimentare Nazionale, alcuni camionisti palpeggiavano bambine di dieci anni […] o barattavano il cibo in cambio di sesso». […]

Donne che illuminano

La visione del mondo del popolo Wichí, antecedente alla colonizzazione spagnola, narra che le atsinay katés (donne stella) sono custodi della saggezza ancestrale e pilastri fondamentali della comunità. Fabiana Ibarra, membro del Movimento delle Donne e Diversità Indigene per il Buon Vivere, è una di loro. Nel 2006, quando Ibarra aveva tredici anni, fu fermata da un hätäy – la parola in lingua Wichí usata per indicare l’uomo criollo, che significa ‘demone bianco’ – [che ha abusato di lei]. Ibarra ha cercato di denunciare la violenza sessuale, ma si è scontrata con le barriere linguistiche [che esistono] con la polizia di lingua spagnola. «Nessuno mi capiva fino in fondo […]. Hanno raccolto la denuncia con quel poco che erano riusciti a comprendere, [ma] non c’è stato alcun seguito al caso». Il procedimento è stato archiviato; l’uomo aveva parenti tra le forze dell’ordine e Ibarra non ha mai ottenuto alcun risarcimento. Poco tempo dopo ha imparato lo spagnolo da autodidatta. Ciò che è seguito sono stati anni di lotta e dolore, che hanno iniziato ad attenuarsi quando ha incontrato altre sorelle Wichí che avevano vissuto esperienze simili. Oggi Ibarra è una donna stella che guida chi non riesce ad esprimersi in spagnolo davanti a medici, agenti di polizia o funzionari giudiziari, […] e afferma: «Mi sento la voce delle sorelle che non possono parlare».

(openDemocracy, 8 luglio 2026)

Domenica 14 giugno. Aspetto davanti al computer che venga autorizzato l’accesso allo Zoom per la redazione allargata di Via Dogana. Guardo girare la rotellina e penso alle primissime riunioni, all’entusiasmo e alla passione della differenza. Vedo il sorriso di Rosetta Stella quando aveva sostenuto, anche economicamente, la nascita della rivista di carta nel 1991. Ho l’accesso, compaiono i volti, alcuni a me molto cari; ascolto le voci, le inflessioni di cui so alcune cose… Torno al presente e provo – ancora una volta – gratitudine.

1)

La parola femminismo (anche la parola patriarcato) sono dappertutto. Femminismo di destra, di sinistra, ambientalista, bastardo, terrone, paritario, transfemminismo, e si può andare avanti. Teoria femminista, genealogie impiantate qua e là, perfino il romance con protagonista femminista. Aggettivato e plasmabile per appiccicarlo dove capita. Femminismo plastilina, non fa ingombro, tappa buchi di senso in discorsi già pronti, abusati. Provo una rabbia quasi insopportabile, vedo rosso, eppure mi capita di desiderare solo che si faccia il silenzio. Non mi capisco. Sarà questo un aspetto di quel “negativo della differenza” sul quale si interroga Ida Dominijanni?

2)

Per me – detto molto rozzamente – la differenza è “in” e il pensiero è quello che viene – a volte, senza garanzie – dalle pratiche e non si staticizza in teoria.

Ma adesso – e viene rimosso troppo spesso – c’è la guerra. La guerra ci attraversa in ogni attimo, si impianta e viene impiantata dentro di noi. Così le pratiche visibili sono quelle del tempo di guerra.

Impedire di parlare a chi è percepito come “nemico”. Disporre schieramenti, cioè accettare un minimo comune denominatore che unisce e dovrebbe produrre un campo di azione comune. Questo è il linguaggio della guerra. Non lo voglio usare, è una delle poche cose che posso fare per oppormi alla follia. Ciò non significa che mi manchino opinioni precise. Significa che voglio muovermi solo verso – e con – chi mi suscita desiderio, curiosità, interesse. È quello che ho già fatto, scegliendo tra le mie simili, ai tempi della “seconda ondata”. Mi si dirà: è riduttivo, oggi bisogna unirsi! Ma come? I modi vanno tutti bene? Vorrei, per quanto mi riguarda, rimanere fedele a me stessa e alle donne che ho amato, alle donne che amo. Cerco mediazioni, cerco di usarle bene, non sempre ci riesco. Ma non voglio produrre in me stessa una sorta di riadattamento a forme politiche di cui so che non funzionano.

3)

Ho disagio e diffidenza nei confronti della intersezionalità. Eppure, sono una figlia della classe operaia (si fa per dire, sono figlia materiale e simbolica della donna che mi ha messa al mondo) e non ho mai dimenticato da dove vengo. Non vedo – se è per questo – come avrei potuto farlo, visto che vivere mi ci ha fatto sbattere il naso una quantità di volte. So che ad alcune piacciono molto, in questo periodo, i cerchi di uguali in cui si parte dall’incrocio delle oppressioni per non lasciare indietro nessuno. A me sembra che così si corra però il rischio di fissare gli esseri umani – poverini, già così impauriti, feriti, maltrattati, perché le paure spesso sono male orientate, ma le ferite sono reali – alla loro condizione.

Continuo a pensare che sia più realistico continuare a provare a pensare e a sperimentare la disparità, e continuo a chiedermi perché in un mondo dove l’ingiustizia, la violenza, la legge del più forte sono così spaventosamente evidenti risulti così difficile mettere in tensione tra loro parità, disparità, uguaglianza, libertà. Cosa che forse aiuterebbe a riflettere sulla crisi delle democrazie più di tante altre.

Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Femminista, filosofa, scrittrice, docente, per tante di noi è anche stata una grande maestra, colei che ha messo al centro delle nostre vite il pensiero della differenza sessuale e con essa il partir da sé in relazione con altre donne, con la lingua materna e l’autorità femminile.

La scomparsa di Luisa Muraro è avvenuta a poche settimane da quella di Lia Cigarini, un’altra figura importante del femminismo italiano e sua compagna di vita e di pensiero. Insieme a lei Luisa Muraro è stata una delle protagoniste più lucide e coraggiose del femminismo italiano, un femminismo che rappresenta forse l’unica rivoluzione riuscita e pacifica del secolo scorso.

A lei dobbiamo in gran parte l’elaborazione del pensiero della differenza, un approccio che rifiuta l’idea di una parità basata sull’omologazione al modello maschile assumendo invece la differenza come punto di partenza politico e di pensiero.

Con Luisa Muraro perdiamo una donna speciale che non solo ha scritto cose importanti, ma ha anche sperimentato insieme ad altre donne forme nuove del vivere e del pensare, che non ha mai separato la teoria dall’azione, il pensiero dalla pratica e dalla politica, interrogando costantemente il linguaggio, il potere e lavorando incessantemente per far diventare le relazioni tra donne una pratica politica capace di modificare la realtà.

Per lei la filosofia è una riflessione che sorge dalla concretezza del vissuto, da relazioni e pratiche condivise a partire dal riconoscimento della madre come origine di ogni vita, da una genealogia di donne e da legami concreti. Questo significa radicare la riflessione nella propria esperienza, trovando parole fedeli a ciò che si vive “senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe”. Insieme a Lia Cigarini ed altre è stata la fondatrice della libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica femminile di Diotima, luoghi di vita in cui le donne hanno imparato a pensarsi fuori dai canoni che altri avevano costruito per loro.

Una vera maestra del pensiero e dell’anima. Colei che, tra migliaia di idee, colpi di genialità, svolte epocali, rimproveri epici, ironia pungente, pensieri illuminati, ci ha regalato il Dio delle donne, quel dio che a volte capita quando trova il pertugio nel cuore delle “anime semplici”, quelle che ascoltano e parlano in “lingua materna”, la lingua della libertà femminile che lei ha vissuto, proclamato e onorato fino all’ultimo respiro portando la felicità di essere donna… e una donna femminista!

La morte lascia sempre un sentimento di solitudine e smarrimento.

Luisa Muraro ha lasciato la scena della vita e della politica delle donne, uno spazio che ha abitato e trasformato radicalmente con l’acutezza del suo pensiero e la luce delle sue parole. Tuttavia, le maestre muoiono ma non ci abbandonano davvero: ci consegnano un testimone. La vera maestria, d’altronde, non sta nel possedere in esclusiva la Parola, ma nel farla sgorgare, suscitando nuovi pensieri e nuove menti pensanti.

Cara Luisa, ti salutiamo raccogliendo la tua eredità, pronte a continuare il nostro cammino come donne consapevoli del proprio corpo sessuato che prende parola nel mondo.

(Facebook Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne, 7 luglio 2026)




Sono molto grata a Luisa Muraro, a Lia Cigarini e ad altre donne della Libreria che hanno contribuito alla mia crescita politica. Nell’incontro on line, avvenuto il giorno dopo la morte di Luisa, ho cercato di ricordare il significato che hanno per me il pensiero e la pratica della differenza sessuale incontrati appunto attraverso la relazione con donne che facevano parte o si riferivano alla Libreria. Proverò a tracciare una breve storia che chiarisca il valore di questa pratica nella mia esperienza. 

Ho condiviso con altre donne, amiche e conoscenti, l’insoddisfazione nel tentativo di portare energia e pensiero ad aggregazioni di partiti di sinistra, e/o sindacati perché non si trovavano lì condivisione e ascolto. Abbiamo deciso di separarci e di esplorare il mondo di noi donne. Siamo negli anni ’80. Abbiamo letto insieme varie autrici femministe tra cui Luce Irigaray, Luisa Muraro e molte altre che abbiamo incontrato anche di persona organizzando eventi, corsi di formazione e incontri di studio. Molte di noi erano già in relazione tra loro perché si lavorava nella scuola, come insegnanti, utilizzando una pratica didattica condivisa nel movimento di cooperazione educativa. La pedagogia della differenza sessuale è stata il di più che cercavamo, ci è stata di aiuto e ha corrisposto al desiderio di esplicitare, attraverso il linguaggio, la metodologia e i contenuti della attività scolastica, la nostra appartenenza a quel soggetto imprevisto di cui parla Carla Lonzi. Abbiamo contagiato in quel periodo vari insegnanti, genitori e ragazze/i nell’invitarli all’uso di un linguaggio che rispettasse e nominasse il femminile, dalle bambine a noi adulte. Grande è stata la soddisfazione di trovare anche nelle circolari ministeriali l’uso del doppio plurale e del femminile. 

La realizzazione della Casa delle donne, negli anni 90, è stata la maggior esposizione e la naturale attuazione della pratica della differenza. Il partire da sé, il personale è politico, la relazione sono stati gli elementi fondamentali continuamente usati, studiati e analizzati. Hanno funzionato, mi viene da dire, perché sono trent’anni che stiamo insieme sia come socie fondatrici che con altre donne, più giovani, che via via hanno visto la Casa come loro punto di riferimenti o di lavoro. 

Nel 2001 abbiamo aperto il Centro Antiviolenza L’Una per l’Altra. La violenza maschile sulle donne si è resa evidente e sempre più chiara perché le numerose richieste di separazioni che giungevano alle nostre avvocate erano motivate da maltrattamenti e sopraffazioni. Abbiamo dovuto prendere atto che vi erano donne completamente invisibili come cittadine rispetto a una qualsiasi partecipazione. Nel tempo poi abbiamo dovuto prendere atto che erano veramente tante. Troppe. Le donne che hanno scelto di far parte del Centro come operatici si sono preparate attraverso una formazione specifica. Dopo un avvio non lineare è stato possibile radicarsi nel territorio e accogliere tante donne che subivano violenza. All’oggi abbiamo incontrato ben 4500 donne del territorio versiliese con una media di 200 donne ogni anno destinata a crescere. Facciamo parte, anzi siamo socie fondatrici di D.i.RE. Donne in Rete contro la violenza. Nell’associazione abbiamo conosciuto e apprezzato Marisa Guarneri, allora presidente di CADMI di Milano, con lei abbiamo stretto un’autentica relazione e le abbiamo affidato incarichi di formazione. 

Ma soprattutto vorrei mettere in evidenza le ragioni che mi hanno permesso di vedere, anche in questa nuova attività, l’efficacia del pensiero e della pratica della differenza sessuale. Già nella formazione di nuove operatrici presentiamo tre donne straordinarie: Edith Stein, Carla Lonzi, Virginia Woolf che ci aiutano a capire meglio il concetto di empatia, il partire da sé, il muoversi su un altro piano rispetto al mondo maschile. Mettiamo a confronto vari testi da cui ricaviamo concetti e principi utili per la messa a fuoco del contrasto alla violenza e per la prevenzione. Pratichiamo un ascolto attivo e attento, di genere, attraverso cui mostriamo da subito la bontà della relazione, essendo sempre due le operatrici nell’accoglienza con al centro la donna, protagonista del cammino che faremo insieme. Per capire bene il suo vissuto le restituiamo, di volta in volta, parte del racconto riferito senza alcuna pretesa di interpretare o giudicare. Lasciamo alla sua discrezione e libertà la prosecuzione o l’interruzione dell’incontro, sicure che la fiducia reciproca possa fare il resto. 

Come dice Clarice Lispector non vogliamo che “si tagli gli artigli” ma che al contrario conservi tutta la sua forza e, attraverso la relazione, semmai la moltiplichi. Solo quando si sentirà in grado di riconoscere la violenza e le discriminazioni e sarà consapevole del proprio valore di donna, potrà lasciare o interrompere il percorso se lo vorrà. Talvolta le stesse donne divengono agenti di cambiamento anche per altre. Nel gruppo di auto-aiuto si mette insieme la forza che proviene dal confronto reciproco, la messa a fuoco delle proprie risorse e le possibilità di usarle a fronte di tanto dolore sofferto. La relazione tra donne in realtà è il centro del lavoro contro la violenza ed è sempre più un modo di agire che ci porta a scoprire insieme i limiti e i guadagni che, alla fine, fanno parte della nostra vita. Attraverso l’esperienza viva riusciamo a cogliere l’opportunità di cambiare e trasformare. Il senso di realtà che ci comunicano le donne che subiscono violenza viene trasferito in una qualità diversa del fare politica che fa conto del presente, ma che orienta le azioni necessarie successive. Questa per noi è la politica che corrisponde alla vita e che fa a meno di astruserie ideologiche. La situazione dei centri antiviolenza con i giusti requisiti, quelli femministi associati in DiRe, non è adeguatamente sostenuta né come supporto finanziario né tantomeno come riconoscimento politico per cui tanto lavoro viene svolto in modo volontario. Quando però la motivazione femminista è solida, ci corrispondono completamente le parole di Carla Lonzi: «A me piace essere lo strumento di liberazione di un’altra e mi commuove saperlo mentre ancora lei non lo sa. Sentire questo passaggio che si compie in lei, poterne essere testimone e diligente esecutrice mi rende felice – avverto che si valuta meno, allora voglio essere quell’eccezione che le può permettere di avere un senso di sé più consono di come l’avrebbe avuto se altri non l’avessero avvilita. A me piace questa fase, può essere una gioia stabile della mia vita».

Ersilia Raffaelli è Presidente della Casa delle donne di Viareggio