Nell’ambito della campagna a sostegno delle curde e dei curdi del Rojava lanciata a fronte dell’attacco lanciato contro di loro a inizio gennaio (Women Defend Rojava), un gruppo di femministe e artiste francesi – tra cui Ariane Ascaride, Annie Ernaux, Lio e Sepideh Farsi – ha scritto un appello a loro sostegno, pubblicato su Libération il 31 gennaio, giornata di mobilitazione internazionale. “La situazione oggi è in parte migliorata, ci dice Pinar Selek, attivista turca da sempre impegnata in questo ambito, dopo l’accordo raggiunto tra le FDS [Forze Democratiche Siriane, l’esercito multietnico a guida curda] e il governo transitorio siriano. Ma come raccontano anche le donne di Kongra Star[l’organizzazione ombrello del movimento delle donne in Rojava] nel “messaggio alle donne del mondo” che Pinar ci ha inoltrato e che pubblichiamo su questo sito, “sappiamo che non esiste una vera pace. Se oggi sono pronti a fare delle concessioni, è solo perché non hanno scelta. E non abbiamo fiducia nel fatto che proteggano i diritti delle donne”. Perciò, sostengono, “non smetteremo di lottare” e invitano a “restare vigili e attive”.
(Silvia Marastoni)
(Libération, 31 gennaio 2026)
Nella discussione sulla violenza politica e negli interventi di Claudio Vedovati e Stefano Ciccone è stata evocata, direttamente o indirettamente, la questione di un profondo cambiamento della società, dell’economia e delle relazioni sociali, in particolare di quella tra uomini e donne, che trovi nella nonviolenza la propria pratica.
Nel volume La rivoluzione nonviolenta*, Piero P. Giorgi, riflettendo sul significato profondo della parola “rivoluzione”, la rilegge come il passaggio necessario da una società fondata sulla violenza a una società nonviolenta e, proprio per questo, davvero umana. L’autore invita a riconoscere che la violenza non è solo quella evidente delle guerre o delle aggressioni, ma è spesso nascosta nelle strutture sociali, nelle disuguaglianze, nei rapporti di potere, nel linguaggio e nei comportamenti quotidiani. È una violenza che viene accettata come normale e che finisce per plasmare il modo in cui viviamo insieme.
Giorgi parte da una rilettura delle basi biologiche del comportamento umano, opponendosi alla visione tradizionale che considera aggressività e competizione come tratti inevitabili della natura umana. Le neuroscienze contemporanee, e in particolare gli studi sull’empatia, sui neuroni specchio e sulla cooperazione, mostrano che la nostra mente è strutturalmente orientata alla relazione e all’altruismo. La violenza, secondo l’autore, è piuttosto un prodotto culturale e storico, amplificato da modelli sociali gerarchici e patriarcali.
In questo senso, la nonviolenza non è un ideale etico astratto, ma una condizione naturale possibile, che può essere recuperata attraverso l’educazione, la consapevolezza e la riforma delle istituzioni sociali. L’autore propone di fondare su basi neuroscientifiche una nuova etica della responsabilità, capace di integrare le dimensioni emotive, cognitive e sociali dell’essere umano.
La “rivoluzione” evocata dal titolo non implica un capovolgimento violento dell’ordine esistente, ma una conversione etica e antropologica orientata alla cooperazione, alla cura e alla giustizia relazionale. Una società costruita sulla forza, sul dominio e sulla competizione non può essere considerata pienamente umana. La violenza promette ordine e sicurezza, ma in realtà produce paura, esclusione e nuovi conflitti. Per questo la nonviolenza non è una scelta ingenua o moralistica, né una forma di passività: è invece una risposta attiva e radicale, capace di mettere in discussione le basi stesse della convivenza sociale concorrendo ad evitare l’estinzione dell’umanità che l’attuale violento modo di vivere potrebbe comportare.
La rivoluzione nonviolenta non riguarda solo le leggi o le istituzioni, ma anche le persone. Non può esistere un cambiamento collettivo senza un cambiamento individuale. La nonviolenza diventa così uno stile di vita, un modo di pensare e di agire che coinvolge le relazioni, la politica, l’economia e l’educazione. Essa propone una diversa idea di potere, non inteso come imposizione sull’altro, ma come capacità di cooperare, dialogare e costruire insieme soluzioni giuste.
Un aspetto centrale della società nonviolenta è il modo di affrontare i conflitti. Giorgi sottolinea che il conflitto è inevitabile e fa parte della vita sociale, ma non deve necessariamente trasformarsi in violenza. La nonviolenza insegna a gestire i contrasti senza distruggere l’altro, cercando risposte che rispettino la dignità di tutte le persone coinvolte. In questo senso, essa diventa una pratica concreta di giustizia e responsabilità.
La rivoluzione nonviolenta non è un traguardo immediato, ma un processo lungo e fragile. Richiede impegno, partecipazione, educazione e vigilanza continua, perché la tentazione di tornare alla violenza è sempre presente. È però proprio questo cammino a rendere possibile una società più giusta, solidale e umana, fondata non sulla paura, ma sulla cura delle relazioni e sul riconoscimento reciproco.
Ampio spazio è dedicato nel volume al ruolo delle donne nella trasformazione nonviolenta, in cui si attribuisce loro una funzione storica e culturale decisiva, non per ragioni essenzialiste, ma per la continuità di saperi relazionali e pratiche di cura che le donne hanno preservato nel tempo, spesso in opposizione ai modelli dominanti di potere.
La capacità di generare e custodire la vita, di mantenere reti sociali e comunitarie, di valorizzare l’empatia come forma di intelligenza e di gestione dei conflitti rappresenta un punto di partenza per un nuovo paradigma di civiltà. In questa prospettiva, la “rivoluzione nonviolenta” non può prescindere da una rivoluzione femminile, intesa come pieno riconoscimento del contributo storico e contemporaneo delle donne alla costruzione di una cultura della pace. La loro esperienza costituisce una risorsa essenziale per “riumanizzare” la società tecnologica e ricostruire un equilibrio tra mente, corpo e ambiente.
Pur riconoscendo che la rivoluzione nonviolenta è una risposta attiva e radicale, le argomentazioni di Giorgi lasciano in secondo piano una questione cruciale: un cambiamento nonviolento radicale non può limitarsi a un mutamento degli atteggiamenti personali o a un lavoro educativo di lungo periodo come l’autore sembra talvolta individuare come strategie del cambiamento. Come hanno insegnato e praticato pensatori della nonviolenza quali Lidia Menapace, Maria Pastore, Danilo Dolci, Aldo Capitini e altre/i, esso richiede anche azioni di disobbedienza civile, scioperi, sit-in, boicottaggi, ecc., che spesso comportano repressione da parte delle istituzioni statali e costi personali elevati per chi sceglie queste forme di lotta.
Gli esempi storici (vedi l’esperienza di Gandhi prima in Sudafrica e poi in India) quelli più recenti, come “Extinction Rebellion” in Europa o “Palestine Action” in Gran Bretagna, il movimento iraniano “Donna, vita, libertà” e, ancora, le manifestazioni e le azioni delle cittadine e dei cittadini statunitensi che, nelle città, si oppongono ai soprusi dell’ICE contro i migranti, mostrano che azioni che vanno oltre la semplice testimonianza simbolica vengono frequentemente represse dalle forze dell’ordine, pur mantenendo un carattere nonviolento. E chi si pone in una prospettiva nonviolenta non può esimersi dal discutere come affrontare tale repressione che è anche violenta. Si tratta di questioni che andrebbero discusse più a fondo da chi non intenda ridurre la nonviolenza a una sola testimonianza etica e morale, per quanto importante.
(*) Piero P. Giorgi, La rivoluzione nonviolenta. Lo studio della natura umana può evitare una rapida estinzione, Il Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (Verona), 2019.
(www.libreriadelledonne.it, 6 febbraio 2026)
La rete nazionale 10 100 1000 piazze di donne per la pace (facebook – instagram) organizza per sabato 28 marzo una manifestazione da fare in contemporanea in tutte le città e invita le donne a tessere, cucire, ricamare in piazza un arazzo o una rete o un tappeto o una grande bandiera per testimoniare la volontà di pace e l’opposizione ad un sistema di potere, di cui sono artefici anche donne di governo, che vuole convincerci della necessità della guerra. La guerra non è inevitabile, è una scelta politica che riduce la nostra umanità. Alla fine degli anni ’40 le donne dell’UDI (Unione donne in Italia), nelle città e nelle campagne, raccolsero 3 milioni di firme che consegnarono all’ONU e cucirono a mano drappi di arcobaleno, le bandiere della pace, utilizzando il materiale che trovavano, contro la bomba atomica e il riarmo. Vivo era il ricordo delle tragedie provocate dalla seconda guerra mondiale. Oggi siamo sconvolte per quello che non avremmo immaginato potesse nuovamente accadere. Abbiamo paura che la guerra possa estendersi, anche per un errore diventare nucleare e causare la fine della vita sulla terra. Siamo addolorate per la sofferenza delle popolazioni civili, per la strage di bambine e di bambini, di donne e uomini inermi, per i giovani mandati a morire per la sete di dominio dei potenti e per fare arricchire costruttori e trafficanti di armi.
Siamo profondamente preoccupate per il presente che stiamo attraversando e per il futuro che stiamo consegnando o peggio non consegneremo a figli e nipoti.
Tessere, cucire, rammendare, ricamare sono attività che richiedono pazienza e competenza, utili per la bellezza e per la vita, il contrario di demolire, strappare, distruggere. Fanno parte dell’esperienza storica femminile di attenzione e cura delle relazioni umane, esperienza di cui siamo orgogliose e che dobbiamo far valere contro la logica della forza e del dominio che rischia di annientarci. Conosciamo meglio degli uomini il valore della vita perché noi donne possiamo darla non senza difficoltà, rinunce e, a volte, sofferenze e la curiamo giorno dopo giorno. Dobbiamo far valere la nostra differenza! È arrivato il momento di dire con fermezza Basta! Basta al delirio distruttivo del sistema di potere maschile che fa della menzogna e dell’uso della violenza una pratica quotidiana e che si manifesta con sempre maggiore arroganza e ferocia. Sentiamo la responsabilità, il dovere di agire, qui e ora, prima che sia troppo tardi in tutti i modi possibili, inventandone anche dei nuovi. Siamo convinte che se saremo tante saranno costretti ad ascoltarci. Per questo vi chiediamo di unirvi a noi sabato 28 marzo. È l’inizio di un percorso che continuerà con altre iniziative fino ad arrivare ad una manifestazione nazionale.
Insieme ce la faremo!
(facebook, 3 febbraio 2026)
Da Pinar Selek, sociologa, femminista e attivista turca, da molti anni impegnata anche nella difesa dell’esperienza del Rojava e, in particolare, in stretta relazione con le donne che ne sono protagoniste, riceviamo questo testo, che pubblichiamo (Silvia Marastoni).
Care amiche, compagne e sorelle,
vi salutiamo con un nuovo aggiornamento dal Rojava. Oggi è sabato 31 gennaio. È la giornata di mobilitazione nell’ambito della campagna “Women Defend Rojava” (le donne difendono il Rojava). La maggior parte di voi avrà sicuramente partecipato a manifestazioni e azioni. Anche noi eravamo in strada con le donne, qui, in Rojava. In tempo di guerra, la situazione cambia da un giorno all’altro. È impossibile pianificare o preparare qualsiasi cosa. Ma a volte, le cose si incastrano a meraviglia. Come oggi. Cosa sarebbe potuto accadere di meglio che scendere in strada come donne proprio nel giorno dell’annuncio di un accordo tra le FDS [Forze Democratiche Siriane, l’esercito multietnico a guida curda che ha sconfitto l’ISIS, ndr] e il governo transitorio siriano! In questa giornata riaffermiamo la nostra certezza: noi donne difenderemo la nostra Rivoluzione.
Dall’accordo di cessate il fuoco, possiamo dire che la situazione al fronte sembra più o meno calma. Ma sappiamo che non esiste una vera pace con il governo di transizione. Quando volgiamo lo sguardo verso le altre regioni della Siria, vediamo attacchi e assassinii incessanti.
Questo accordo non significa un cambiamento del Governo Transitorio Siriano (GTS) o delle forze imperialiste che lo sostengono. Il loro obiettivo rimane l’annientamento della Rivoluzione. Se oggi sono pronti a fare delle concessioni, è solo perché non hanno scelta. Non abbiamo fiducia nel fatto che proteggano i diritti delle donne. Crediamo piuttosto nella capacità della società di difendersi.
Il futuro dipende dalla resistenza continua delle donne in tutto il mondo. Donne che si mobilitano affinché possiamo continuare a difendere e mettere in sicurezza le conquiste di questa Rivoluzione, affinché questo accordo porti a un’integrazione democratica e non a un’assimilazione all’interno delle strutture statali. I diritti delle donne non vengono menzionati nei negoziati, così come la liberazione delle nostre combattenti dell’YPJ [le Unità di Difesa delle Donne, ovvero le brigate femminili, ndr]. Una solidarietà e una resistenza incrollabili sono indispensabili, la lotta continua!
La sicurezza non può essere garantita da alcun cessate il fuoco con l’HTS [Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo militante islamista che controlla parti della Siria nord-occidentale], ma solo dalla nostra stessa forza. L’autodifesa ha molteplici sfaccettature. È quanto abbiamo potuto constatare in modo impressionante nelle ultime settimane. Le forze armate, le FDS, sono importanti. Ma la forte pressione esercitata dai milioni di curde/i e dalle persone solidali che sono scese nelle strade del Kurdistan e del mondo intero in queste settimane è altrettanto importante. Le istanze politiche si sforzano di aprire una via diplomatica, ma traggono la loro forza dal sostegno della popolazione. Ancora una volta, la società in Rojava dimostra che la migliore autodifesa è l’organizzazione. Una società organizzata, che ha coscienza di sé, che ha valori democratici e li difende con fiducia e determinazione, non si lascia reprimere. Ed è con questa chiarezza che guarda al futuro.
La guerra non è finita. Forse la guerra militare perderà intensità, ma abbiamo visto in queste settimane che questa guerra è condotta con altrettanto accanimento nei media e con tutti i mezzi della guerra psicologica speciale. È una guerra per l’informazione, per la diffusione dei punti di vista, per le nostre menti, i nostri cuori, la nostra morale. Anche quando i nostri corpi non sono colpiti dai proiettili, sentiamo l’impatto della disinformazione che mira a farci arrendere ancora prima di aver iniziato a lottare. In questo senso è fondamentale restare vigili. L’amministrazione autonoma del Rojava continua a esistere, la Rivoluzione delle donne è viva e non si lascerà smantellare da alcuna integrazione. Dobbiamo essere consapevoli che viviamo nella terza guerra mondiale e nel suo caos. Il capitalismo, il sistema degli Stati-nazione e la mentalità patriarcale hanno condotto il mondo in una crisi profonda alla quale le potenze dominanti reagiscono con sempre più violenza, più repressione, più guerra. Possiamo constatarlo in Medio Oriente, in Europa, in Abya Yala[il nome usato dai popoli indigeni per riferirsi al continente americano, ndr], in Asia, negli Stati Uniti. Per proteggere le nostre società, la vita su questa terra, da questa forza distruttrice, abbiamo bisogno di numerosi metodi di lotta. Abbiamo bisogno di autodifesa in tutte le sue forme.
Quasi due settimane fa Mazloum Abdi, in qualità di comandante in capo delle FDS, ha fermamente rifiutato il piano d’integrazione proposto dal governo transitorio siriano. Quell’accordo avrebbe portato a una morte lenta della Rivoluzione. Invece, la società ha deciso di resistere ancora una volta. Questa resistenza ha esercitato la pressione necessaria per dar luogo a un nuovo accordo, conforme ai valori dell’amministrazione autonoma. Le FDS rimarranno unite e saranno ufficialmente integrate nell’esercito siriano come divisioni e non come singoli individui. Nessuna forza armata dell’HTS entrerà nei villaggi e nelle città curde. Unità delle forze di sicurezza del ministero dell’Interno siriano saranno stazionate temporaneamente in basi a Hasaka e Qamishlo, per proseguire il processo di integrazione, e poi lasceranno nuovamente le città. L’accordo copre molti punti e altri dovranno ancora essere negoziati prossimamente. Inoltre non sappiamo per quanto tempo il governo rispetterà le decisioni prese. Ufficialmente la Francia e gli Stati Uniti sono i garanti di questo accordo e supervisionano il processo. Ma noi non ci fidiamo delle forze imperialiste. Abbiamo fiducia nella forza della società e nella solidarietà internazionale.
Una cosa è chiara: dall’inizio del movimento di liberazione curdo e dallo scoppio della Rivoluzione in Rojava, le potenze egemoniche, siano esse regionali o internazionali, hanno sempre avuto interesse a impedire ogni rivolta del popolo curdo, ogni alleanza tra i popoli democratici e ogni auto-organizzazione. Eppure, oggi, siamo qui. E siamo riusciti a sventare un nuovo tentativo di annientamento della nostra resistenza.
Il governo di transizione siriano, che beneficia di un sostegno militare e finanziario e gode di una legittimazione politica da parte di Turchia, Stati Uniti, UE, Israele e Gran Bretagna, non è riuscito a entrare nelle città curde. L’HTS e l’alleanza delle forze governative pensavano di poter distruggere la Rivoluzione delle donne con un unico attacco massiccio. È stato un errore. Sono stati costretti a tornare al tavolo dei negoziati e la pace è stata rimessa all’ordine del giorno.
Solo una lotta comune, una resistenza comune, garantisce la sopravvivenza della Rivoluzione delle donne – e questo, ogni volta.
La lotta continua. Dobbiamo restare particolarmente vigili e continuare a esercitare pressione nei prossimi giorni e settimane. Sappiamo di trovarci di fronte a un governo islamista e ai suoi alleati imperialisti che sono privi di valori e di umanità. Allo stesso tempo, sappiamo che qui in Rojava vivono migliaia di donne che non accetteranno mai più di essere ridotte in schiavitù. La resistenza delle donne è, soprattutto in questo momento, la linea rossa centrale che garantisce i principi della Rivoluzione. Sappiamo che non c’è nulla di più antinomico alla Rivoluzione democratica delle donne delle idee islamiste e fasciste. È per questo che la giornata di oggi era perfetta affinché noi donne scendessimo in strada insieme.
Come oggi ha chiaramente sottolineato Rihan Loqo, del comitato diplomatico di Kongra Star[l’organizzazione-ombrello del movimento delle donne in Rojava, ndr] a Qamishlo [città nel nord-est della Siria, al confine turco, considerata la capitale de facto dell’amministrazione autonoma curda del Rojava, ndr]: «Questo sistema che rivendicano e nel quale l’esistenza stessa delle donne è messa a repentaglio, non potranno imporcelo. […] Finché i diritti, l’esistenza, la Storia, la volontà delle donne non saranno garantiti, non smetteremo di lottare, non aspetteremo che il tempo passi e non accetteremo questo sistema. Scenderemo in strada Ogni giorno per le nostre conquiste, la nostra esistenza, la nostra Storia, la nostra Rivoluzione».
In questo senso, restate vigili, restate attive, la guerra non è finita e una lunga battaglia ci attende. La nostra lotta come donne ha una storia millenaria e un futuro altrettanto lungo. Saremo testimoni di molti cambiamenti, avremo bisogno di molte metodologie,ma ciò che è certo è che la nostra libertà, la nostra autodeterminazione, la nostra organizzazione comune non sono negoziabili.
Jin, Jîyan, Azadî (Donna, Vita, Libertà)
(email, 31 gennaio 2026)
Care sorelle nella lotta per i diritti delle donne!
desideriamo informarvi che il canale televisivo italiano RAI ha recentemente pubblicato un film dedicato a Olga Karach: un documentario di circa 20 minuti sulla sua storia e sulla sua attività civile e politica. Vorremmo molto poterlo condividere con voi e organizzare la sua più ampia diffusione possibile. Il film è disponibile a questo link: https://owdwezb.clicks.mlsend.com
Nella rubrica “Faccia a faccia”, questa settimana la giornalista Veronica Fernandes ha intervistato l’attivista bielorussa Olga Karach. Karach è stata una figura chiave della rivoluzione del 2020 in Bielorussia, repressa dal regime di Aleksandr Lukašenko, stretto alleato di Vladimir Putin e spesso definito l’ultimo dittatore d’Europa.
Nominata per il Premio Nobel per la Pace, Karach oggi vive in esilio in Lituania, da dove coordina una rete di attivisti dell’opposizione e di obiettori di coscienza al servizio militare. A causa della sua attività, il regime bielorusso l’ha condannata per terrorismo e ha tentato di sottrarle il figlio.
Vi saremmo profondamente grati se poteste diffondere questo film il più possibile, attraverso tutti i canali e le reti a vostra disposizione.
Cogliamo inoltre l’occasione per ringraziare in modo speciale la giornalista Veronica Fernandes per il suo lavoro straordinario, per la sua pazienza e per l’impegno di tutta la sua troupe. Un ringraziamento sentito va anche ad Agostino Zanetti e agli attivisti del movimento per la pace della città di Brescia, grazie ai quali questo incontro e questo film sono stati resi possibili.
Con sentimenti sinceri e riconoscenti,
il team di La Nostra Casa
(RaiNews.it, 30 gennaio 2026)
Leila, docente universitaria nell’Afghanistan occidentale, ha impiegato due anni a scrivere il suo manuale: verteva sul “project management”, cioè su come utilizzare in modo efficiente risorse come il tempo, il capitale e la manodopera. Il suo libro, così come quelli firmati da altre decine di donne, sono stati vietati sotto il regime talebano. «Avevo tradotto diverse fonti in inglese per completare il mio libro, che riguarda l’applicazione di standard di qualità grazie a strumenti e tecniche scientifiche finalizzati al successo di progetti nazionali e commerciali». Il libro era utilizzato come testo per gli studenti universitari. Ma dopo che i talebani hanno preso il potere, è arrivato l’ordine di ritirarlo. «Quando ho chiesto il motivo, mi hanno risposto che, poiché l’autore era una donna, doveva essere ritirato», racconta Leila. Da quando, nel dicembre 2022, è stata privata della sua cattedra all’università, dopo che i talebani hanno vietato la formazione alle ragazze, Leila è riuscita a pubblicare solo un articolo accademico su una rivista internazionale. Oggi confessa di non avere più la forza di scrivere: «Avrei uno studio da completare, ma non ho più motivazioni. Immaginate di trovarvi a un bivio buio, senza informazioni su quale strada prendere; in qualsiasi direzione guardiate, c’è solo oscurità».
Nella lista nera dei taleban ricercatrici e accademiche
Nell’agosto 2025 il Ministero dell’Istruzione Superiore dei talebani ha emanato due diverse direttive per le università di tutto il Paese, ordinando loro di interrompere l’insegnamento di 18 materie accademiche e di non utilizzare più 640 libri di testo e altri materiali didattici. Più di 140 titoli sono stati vietati solo perché le loro autrici erano donne. Una delle ordinanze afferma che le materie vietate «sono state ritenute contrarie alla sharia e alle politiche del governo e sono state quindi rimosse dal programma di studi». Tra le autrici inserite nella lista nera figurano accademiche con oltre trent’anni di esperienza nell’insegnamento e una lunga carriera nella ricerca. Molti attivisti sostengono che si tratti di un altro tentativo sistematico da parte dei talebani di cancellare la voce delle donne dalla vita pubblica. I libri di testo scritti da donne sfidano l’ideologia dei talebani, osserva un professore, a causa della loro stessa esistenza: «Come si può proibire a una donna di insegnare o di studiare, e nello stesso tempo consentire agli allievi di studiare su un suo libro?».
Zohra (nome di fantasia, come tutti gli altri in questo articolo) ha trentasette anni e scrive libri per bambini dal 2017. «Il mio obiettivo è aiutare i bambini afghani a prepararsi mentalmente ed emotivamente all’apprendimento di diverse materie prima di andare a scuola», racconta. I suoi libri utilizzano immagini di bambini e cartoni animati per rendere più facile l’approccio a materie come la matematica. Ma quando nel novembre dello scorso anno si è rivolta al ministero dell’Informazione e della Cultura, gestito dai taleban, per ottenere una licenza di stampa, le è stata negata. «Mi hanno detto che non potevo usare immagini di esseri viventi, in particolare di ragazze – ricorda. Mi hanno detto che se avessi inserito l’immagine di una ragazza, questa avrebbe dovuto indossare l’hijab islamico. Altrimenti, i miei libri non sarebbero stati stampati in Afghanistan». Nonostante i divieti e le limitazioni, Zohra continua a lavorare a nuove pubblicazioni. «Credo che questi libri rimarranno come eredità della resistenza delle donne nella storia dell’Afghanistan», conclude.
Nell’ottobre 2024 i taleban hanno distribuito ai librai un altro elenco di 433 libri vietati. Tra questi, 18 titoli sono stati scritti da donne, di cui nove da autrici afghane. Tra le scrittrici afghane vietate figurano Saeqa Hadiya Yazdanwali, Atifa Tayeb, Fatema Jafari, Marzia Mohammadzada, Shakiba Hashemi, Sohaila Aman, Sediqa Hosseini, Nawida Khushbo e Aqila Nargis Rahmani. Indipendentemente dall’argomento trattato, per ora i talebani hanno ritenuto le loro opere «contrarie agli interessi nazionali e alla sharia». Il divieto include anche libri di autrici internazionali come Rachel Hollis, Reshma Saujani e la biografia di Malala Yousafzai, “I am Malala”. In Afghanistan alcune donne continuano a scrivere, spesso correndo grandi rischi. Nazanin, venticinque anni, vive in una provincia vicino a Kabul e scrive racconti brevi e saggi. «A volte mi sembra che la canna del fucile dei taleban sia puntata direttamente alla mia gola», dice. «La città è così militarizzata che incontriamo uomini armati ad ogni passo. Per me, scrivere è resistenza, è rimanere salda. La mia situazione è molto difficile, ma voglio usare la scrittura per documentare per il futuro ciò che sta accadendo». Nel novembre 2024, il giornale online indipendente “Hasht e Subh Daily” (8 am Daily) ha riportato che i funzionari talebani della provincia di Kapisa avevano raccolto i libri scritti da donne dalle biblioteche delle scuole femminili.
Mana, trentaquattro anni: il mio romanzo prende forma nel silenzio
Suraya, un’insegnante di trentaquattro anni, conferma ciò che è accaduto un anno e mezzo fa: «Sì, i taleban hanno dato l’ordine di far sparire tutti i libri scritti da donne». In città come Kandahar (il cuore religioso integralista del Paese, da dove origina il potere dei taleban), le librerie raramente hanno in magazzino opere di scrittrici. «Nella nostra libreria, i libri scritti da donne sono quasi zero», dice un libraio che rimane anonimo per ragioni di sicurezza. «Anche la foto di una donna sulla copertina di una rivista può causare problemi». Mana, trentaquattro anni, poetessa e scrittrice che vive nell’Afghanistan occidentale, non ha smesso di lavorare nonostante i rischi. «Quando ho deciso di pubblicare il mio primo libro, non ho mai preso in considerazione gli editori afghani», dice. «Sotto il regime taleban, per un’autrice stampare un libro è pericoloso». Ora sta scrivendo il suo secondo romanzo, ma afferma che anche se il suo libro non è politico, «il solo fatto di essere una donna che scrive può costare caro». Per ora preferisce «continuare a scrivere in un angolo silenzioso». Le donne cancellate dalla storia.
Dopo il 7 ottobre 2023, la fumettista di Gaza Safaa Odah è stata sfollata più volte, ma dal campo profughi di Al-Mawasi continua a disegnare, usando le pareti della tenda quando la carta finisce. Safaa racconta due anni di genocidio attraverso immagini straordinarie dal tratto essenziale, cogliendo il dolore e la resistenza del popolo palestinese nei dettagli della vita quotidiana, e intrecciando emozioni diverse, sguardo femminista, senso dell’umorismo, forza della contro-informazione. Il libroSafaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza, pubblicato da Fandango a cura di Pat Carra, è disponibile in Libreria. Qui una presentazione in video.
(Erbacce, 28 gennaio 2026)
L’associazione Mai Indifferenti – Voci Ebraiche per la Pace, e i giovani del gruppo LəA – Laboratorio Ebraico Antirazzista,alla fine dell’incontro pubblico promosso a Milano il 19 gennaio scorso, dal titolo “Israele Palestina – a che punto è la notte”, hanno proiettato il video di un coro femminile che cantava una canzone sulle note di Bella ciao.
Sullo schermo si poteva leggere quanto segue: «Questa canzone nasce dal coro Rana in solidarietà con la coraggiosa lotta delle donne iraniane per la libertà. Ora è dedicata a tutte le donne che vivono in zone di guerra. Rana è un coro arabo-israeliano di donne cristiane, musulmane ed ebree, nato nel 2008, ha sede a Jaffa»
Sono seguite immagini molto belle delle donne del coro che hanno cantato, sul motivo di Bella Ciao, in farsi, arabo ed ebraico. Il video è sottotitolato in italiano a cura delle due associazioni promotrici dell’incontro e visibile al seguente link.
(www.libreriadelledonne.it, 27 gennaio 2026)
Di seguito la trascrizione del testo.
(Farsi)
Dal nostro profondo
sgorga dalle nostre voci
O Bella ciao, bella ciao, ciao, ciao
Ci siamo svegliate
in una notte di luna piena
E qualcuno gridava: oh umanità
O siamo tutte insieme o siamo tutte sole
resteremo sveglie finché
non arriverà il domani.
(Ebraico)
Puoi ridere
dei miei sogni
ma noi non resteremo in silenzio
e non ci arrenderemo
insieme, mano nella mano
la libertà nei nostri cuori
non sarà mai vinta.
Magari riderai
perché io credo nel genere umano
perché credo ancora in te.
(Arabo)
Resisterò, non mi arrendo
il mio corpo e la mia anima sono il mio dono
I miei pensieri sono liberi
li levo in alto come mia bandiera
senza paura della sofferenza e dell’orrore.
(Farsi)
La terra del grano
(Ebraico)
mano nella mano
(Farsi)
è nelle strade
(Arabo)
Non ho paura
(Farsi)
La nostra rabbia ha sete di pioggia
I nostri diritti non hanno prezzo
non ci metteremo in ginocchio
i nostri cuori non sono lontani
un nuovo mondo
questo è l’inizio
la finestra sui nostri sogni si è aperta.
(www.libreriadelledonne.it, 27 gennaio 2026)
Anche quest’anno l’associazione Mai Indifferenti – Voci Ebraiche per la Pace, e i giovani del gruppo LəA – Laboratorio Ebraico Antirazzista,hanno promosso a Milano un incontro pubblico dal bel titolo “Israele Palestina – A che punto è la notte”. Gli interventi sono stati ricchi di analisi sullo stato attuale della politica di aggressione di Israele nei riguardi dei palestinesi e sulle profonde differenze di giudizio che attraversano e lacerano le comunità ebraiche. La serata, lo scorso lunedì 19 gennaio al teatro Elfo-Puccini, è stata arricchita dalla lettura di opere di scrittori e poeti, dalle canzoni di giovani musicisti israeliani, da lettere e testimonianze di protagonisti, a vario titolo, della storia di Israele e dell’ebraismo. Il link riportato in fondo permette di riascoltare l’incontro nella sua interezza.
Quanto a me, sono stata particolarmente colpita dall’espressione “crollo di civiltà” utilizzata da Stefano Levi Della Torre per nominare l’esito dell’attuale politica dello stato di Israele e dei crimini commessi a Gaza. In altri interventi sono state utilizzate espressioni simili e tutta la serata è stata ricca di testimonianze che hanno ricordato che la violenza e la brutalità da cui è stato colpito indicibilmente il popolo ebraico risultano orrendamente simili a quelle di cui si sono macchiati i governi e l’esercito israeliano nei riguardi dei popoli arabi. Molti gli interrogativi. Quando si è persa l’ispirazione socialista che animava la vita politica e sociale di Israele? A partire dalla guerra dei sei giorni? Per alcuni già dalla fine della Seconda guerra mondiale si registrano segni inequivocabili di antiarabismo nella società israeliana. Levi Della Torre indica negli anni ’30 del secolo scorso il più chiaro esempio di crollo della civiltà, verso il quale rischiamo di essere nuovamente avviati. Qualcun altro trova decisi segni di barbarie già a partire dai gas asfissianti utilizzati nella Prima guerra mondiale e prodotti da uno scienziato di origini ebraiche che arriverà a sintetizzare il gas Zyklon A e poi B, di tristissima memoria. Le date si sono rincorse in un andirivieni senza sosta. Insomma, il crollo sta per arrivare o c’è già stato e quando? Di certo molti di noi sono stati al riparo, mentre altri sperimentavano l’orrore dell’energia atomica e del napalm, o venivano gettati dagli aerei in volo nel profondo degli oceani. Dall’Angola alla Palestina, recitava una canzone di lotta degli anni ’60. Dal Giappone alla Corea, all’Algeria, al Vietnam, alla Grecia, al Cile, ai Balcani, all’Ucraina, una sequela infinita di morte e violenza, per non guardare ai millenni addietro. Ma dunque la civiltà non è già, da sempre, crollata?
Molte donne sono state capaci di porsi questa domanda radicale. Per ricordarlo mi è parso utile fare un breve intervento che trascrivo di seguito e che si può trovare verso la fine della registrazione dell’incontro.
«Sono una socia della Libreria delle donne di Milano e sono qui invitata da Renata Sarfati, che mi risulta sia all’origine del primo gruppo che ha dato vita a Mai Indifferenti. Ho seguito quindi le vostre attività sin dall’inizio e vi ringrazio di questa opportunità che offrite a tutti di discussione. […] sono stata in particolare colpita dall’espressione che usa Levi Della Torre parlando di crollo di civiltà. […] a me pare che per uscire da questa ruota infinita di violenza, qui purtroppo tanto bene e tante volte evocata, bisognerebbe riflettere sul fatto che dire che c’è un crollo della civiltà vuol dire avallare che ci sia stata una civiltà degna fino in fondo di essere difesa. E questo non è. […] È la civiltà che poi ha portato alla Shoah, la civiltà che prima e dopo ha portato ad estrema violenza. Allora in maniera molto semplice – non potrei argomentare più che tanto alla fine di questa serata – voglio solo dire che alcune delle donne che hanno più riflettuto sullo stato delle cose, mi riferisco in particolare alle pensatrici che in Italia hanno alimentato quello che viene chiamato il pensiero della differenza sessuale oppure quella che viene auspicata come politica delle donne […] usano l’espressione “cambio di civiltà”. Certo si è minoranza, però se pensiamo che le donne sono la maggioranza dell’umanità e che questa idea che sorge dal pensiero delle donne, rivolta alle donne e agli uomini, è forse un’idea più luminosa, più capace di darci una speranza, potremmo secondo me lavorare un po’ più in profondità».
L’incontro si è chiuso con la proiezione del video di un coro arabo-israeliano, di donne cristiane, musulmane ed ebree, il coro Rana, impegnato nelle note di Bella ciao.
È un motivo che ci ricorda subito quanto gli uomini abbiano lottato per raggiungere una società di liberi ed uguali e quale contributo di sangue abbiano dato nelle lotte per il socialismo, nelle lotte di resistenza e di liberazione. Ma la storia ci mostra che l’orrore si ripresenta puntuale nei rapporti tra uomini. E le donne, che non hanno mancato di dare il loro contributo a quelle stesse lotte, sono state poi mantenute in soggezione fino a che non si sono sottratte al dominio.
Occorre ricominciare dalle donne, dunque. Nel mondo sembra stia accadendo.
Le donne del coro Rana, “in solidarietà con la coraggiosa lotta delle donne iraniane per la libertà”, con il loro testo in farsi, arabo ed ebraico, sul motivo di Bella ciao cantano una canzone nuova, sembra già quasi un cambio di civiltà.
(www.libreriadelledonne.it, 27 gennaio 2026)
Quando si avvicina il 27 gennaio, Giornata della Memoria, il pensiero corre subito alle vite spezzate e a un frangente della storia umana che non possiamo permetterci di dimenticare. In questo spazio tra ricordo e responsabilità si muove Anna Foa, storica di grande rilievo, figlia di Vittorio Foa, uno dei padri fondatori della Repubblica, già docente di Storia moderna all’Università “La Sapienza” di Roma.
Si è specializzata in storia della cultura, storia della mentalità e storia degli ebrei europei, con particolare attenzione alla condizione femminile nella Shoah. Tra le sue pubblicazioni principali: Ebrei in Europa (2004), Diaspora (2009), Portico d’Ottavia (2015) e La famiglia F. (2018). Il suo ultimo libro, Il suicidio di Israele (Laterza), ha vinto il Premio Strega per la saggistica 2025, mentre il nuovo volume di prossima pubblicazione, Mai più, sempre per Laterza, sarà dedicato all’antisemitismo.
Nel 2026 il Giorno della Memoria compie venticinque anni dalla sua istituzione in Italia e cade a oltre ottant’anni dalla liberazione di Auschwitz. Che significato assume oggi questa ricorrenza, così distante dagli eventi eppure immersa in un presente attraversato da nuove violenze di massa?
Il Giorno della Memoria continua ad avere un significato forte. Lo ha avuto fin dalla sua istituzione e non a caso è stata una delle poche ricorrenze civili condivise da tutti i Paesi dell’Unione europea. Naturalmente, come ogni ricorrenza, va riesaminata. Il tempo che passa e ciò che accade nel mondo ci obbligano a indagarne il senso alla luce dei mutamenti storici e sociali intervenuti nel frattempo. Le violenze del presente, compreso il conflitto tra Israele e Palestina, non possono restare fuori da questa riflessione. Il significato della memoria non va negato, ma messo in relazione con ciò che viviamo oggi.
Lei ha più volte sottolineato la necessità di distinguere tra memoria e storia. Qual è il rischio che il Giorno della Memoria si riduca a una ritualità svuotata di senso?
Il rischio è che la memoria diventi una pratica rituale, centrata sulla ripetizione del dolore e su immagini che finiscono per non interrogare più chi le ascolta. In questo modo si scivola facilmente nella retorica o in una rappresentazione puramente emotiva della violenza. Io credo invece che questa giornata vada riempita di storia, perché solo il lavoro storico può restituire profondità alla memoria. Esiste anche una storia della memoria, di come il ricordo della Shoah si è costruito nel tempo, di ciò che ha funzionato e di ciò che ha mostrato i suoi limiti. Riconoscere questo percorso, compresi gli errori, è essenziale per evitare che il “mai più” diventi una formula astratta. La memoria ha senso solo se resta aperta, capace di confrontarsi con il presente e di interrogare anche le nuove forme di violenza, senza trasformarsi in uno strumento automatico di lettura o di giustificazione del mondo di oggi.
Il peso del trauma della Shoah
A oltre ottant’anni dalla Shoah, quanto pesa ancora questo trauma sul mondo ebraico e sulle generazioni successive?
Pesa moltissimo. La Shoah è stata un pilastro della concezione del mondo ebraico dopo il 1945 e ha inciso profondamente anche nella costruzione dello Stato di Israele, nel modo in cui si è pensato e raccontato, ma anche nei suoi limiti e nei suoi errori. Il trauma si trasmette alle generazioni successive. Esistono studi importanti su questo passaggio della memoria, su come il ricordo funzioni all’interno delle famiglie. Anche chi non ha avuto parenti deportati è cresciuto in un ambiente segnato da quella esperienza. È qualcosa che continua a lavorare nel profondo.
La guerra a Gaza, a partire dal 7 ottobre 2023, ha riacceso un confronto durissimo. Come si può evitare che questa memoria venga usata come chiave interpretativa immediata del presente o come strumento di legittimazione politica?
È una strada molto stretta, perché la memoria può avere due funzioni opposte. Può aiutare a comprendere il peso del passato nel modo in cui il presente viene vissuto e interpretato, e questo è legittimo. Ma può anche essere usata in modo deformato, quando ogni evento che riguarda oggi gli ebrei viene letto come una ripetizione della Shoah. Dopo il 7 ottobre questo richiamo è stato spesso utilizzato per respingere qualunque critica alla condizione della guerra o alle scelte del governo israeliano, presentando tali critiche come antisemitismo. In questo caso la memoria smette di essere uno strumento di comprensione e diventa un argomento che chiude il discorso. È proprio qui che il lavoro storico diventa essenziale, perché solo distinguendo tra passato e presente si può evitare che la memoria venga ridotta a un uso automatico e strumentale.
Lei è fiduciosa rispetto a una prospettiva di pace stabile in Medio Oriente?
È difficile esserlo, ma non possiamo permetterci di rinunciare alla speranza. I tempi sono stretti, le sofferenze enormi, la distruzione devastante. Occorre mantenere acceso almeno un piccolo lume, anche se la strada è strettissima. Parlare oggi di pace sarebbe falso. Al massimo si può parlare di tregua, mentre la violenza continua a manifestarsi in forme diverse.
Negli ultimi anni si parla molto di un ritorno dell’antisemitismo. Lei come interpreta questo fenomeno nel contesto attuale?
Esistono certamente forme di antisemitismo che si inseriscono in un clima di forte indignazione per ciò che accade in Medio Oriente. Un’indignazione spesso legittima, che però può essere intercettata e deformata da linguaggi e stereotipi antisemiti, soprattutto nei contesti più estremi o meno informati. Detto questo, non credo che siamo di fronte a un’ondata senza precedenti, come spesso viene sostenuto. Colpisce piuttosto il modo in cui l’allarme sull’antisemitismo venga talvolta usato per spostare il fuoco del discorso. In questo momento storico, ciò che pesa maggiormente sul piano politico e morale è ciò che sta accadendo a Gaza. Una forma più insidiosa di antisemitismo è quella che si manifesta nel boicottaggio culturale e accademico, perché tende a colpire indistintamente e finisce per silenziare anche voci israeliane fortemente critiche nei confronti del proprio governo.
In questo scenario, che ruolo avrebbe potuto giocare l’Europa e perché oggi appare così marginale?
Mi sarei augurata un ruolo molto più incisivo. Per un breve momento è sembrato che l’Europa potesse assumere una posizione autonoma, capace di tenere insieme la difesa dei diritti e una pressione politica reale. Ma quella spinta si è rapidamente esaurita. Oggi l’Europa apparemarginale, schiacciata tra posizioni esterne e incapace di tradurre in scelte politiche la propria tradizione di mediazione e di diritto internazionale. Questa assenza pesa, perché lascia campo libero a una polarizzazione estrema del dibattito, in cui la memoria, l’antisemitismo e il conflitto rischiano di essere ridotti a strumenti di contrapposizione, invece che a problemi da affrontare con responsabilità storica e politica.
C’è un problema di definizione del termine antisemitismo nel dibattito pubblico?
La legislazione esistente è sufficiente. Tentare di introdurre nuove definizioni giuridiche rischia di comprimere la libertà di espressione e di rendere Israele l’unico Paese non criticabile politicamente. Questo produrrebbe l’effetto opposto a quello desiderato, alimentando nuove tensioni e nuove forme di antisemitismo.
Cosa si augura oggi per il futuro del Medio Oriente?
Se guardo all’utopia, spero nella fine del regime iraniano e nell’avvio di un processo democratico che cambierebbe profondamente l’intera regione. Per Israele e Palestina, nel breve periodo l’unica strada praticabile resta quella dei due Stati. Ma mi auguro che possa essere un passaggio verso qualcosa di diverso, una convivenza fondata su pari diritti per due popoli che vivono nella stessa terra. È un orizzonte lontano, forse utopico, ma necessario.
(Agenzia Italia – agi.it, 26 gennaio 2026)
Voglio parlare della mia esperienza in un ambito in cui l’intelligenza artificiale ha avuto un forte impatto: la traduzione. Ho insegnato questa materia per anni e ho tradotto in tedesco molti testi della Libreria delle donne e di Luisa Muraro. Da qualche tempo la mia attività didattica è terminata, e lo dico con un certo sollievo perché vedo come le professioni nel settore della mediazione linguistica cambiano con ritmi vorticosi e richiedono sempre più competenze tecnologiche: infatti, oggi non si formano più semplicemente traduttrici e traduttori, per essere competitivi ci vuole il Master per AI-Empowered Linguists (linguistipotenziati dall’IA).
Non è che la ricerca e la pratica di integrare lingue e tecnologia sia una cosa recente; da decenni sono stati sviluppati strumenti di traduzione assistita come glossari elettronici, risorse terminologiche per la comunicazione internazionale, soprattutto a livello UE. Le traduzioni prodotte per la comunicazione in tutte le 24 lingue ufficiali mi sembravano sempre piuttosto “brutte”, standardizzate e semplificate, tutte ricalcate sull’inglese. In un certo senso chi traduceva per l’UE aveva già anticipato ciò che l’intelligenza artificiale fa oggi: per togliere ambiguità dai testi e per garantire la coerenza tra migliaia di documenti, si usa un linguaggio del tutto asettico, il “translationese”.
Dalla traduzione assistita si è poi passato alla traduzione automatica che consente di tradurre istantaneamente grandi volumi di contenuti in modo rapido, all’insegna della velocizzazione e dell’aumento della produttività in quella che ormai è una vera e propria industria linguistica.
Ancora qualche anno fa io mi tranquillizzavo dicendo: non saranno mai in grado di tradurre testi complessi, testi letterari, allusioni, polisemie… Ho dovuto ricredermi e riconoscere la mia ingenuità di allora. «Tradurre tutto? Davvero?» «Sì. Tutto». Questo è quello che promette una grande piattaforma di traduzione, ammettendo però che si tratta di un obiettivo non del tutto raggiunto ma abbastanza vicino grazie alle tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale generativa.
Ed effettivamente si ottengono risultati notevoli, in pochissimi minuti si traduce un libro intero, e chi prima traduceva in ore e ore di lavoro ora si ritrova ridotto a fare il post-editing, la revisione dei testi già tradotti. Comunque, almeno per adesso, l’intervento umano continua a essere indispensabile.
A questo punto ho fatto un auto-esperimento per vedere che effetto fa su di me questa modalità di traduzione: ho preso il libro che sto traducendo (Luisa Muraro, Esserci davvero). Normalmente procedo in questo modo: dopo una lettura dell’insieme (preferibilmente in forma cartacea) procedo con il testo in formato digitale e ci scrivo “sopra” la mia traduzione, mettendo le due lingue in stretto contatto; passo dopo passo faccio risuonare le parole italiane in me e comincio a esplorare le risorse infinite della mia lingua materna per trovare le parole giuste. Lo sento come un atto creativo, che mi coinvolge emotivamente. Mi piace la mediazione tra un contesto e l’altro, ho presente chi ha scritto il testo, ho presente più o meno chi andrà a leggere la mia traduzione. Insomma, è un grande piacere, in un processo lento – magari solo cinque cartelle al giorno.
Adesso invece – zacchete! – basta inserire il testo originale nella piattaforma dedicata e mi trovo davanti più di cento pagine che pretendono di esserne la traduzione. La mia prima reazione è stato un senso di grande frustrazione, di espropriazione. Poi ho cominciato a spulciare il testo: molte parti non presentavano errori, ma sembravano come piatti, senza vita… In altri punti, interpretazioni insensate. E qui comincia un lavoro faticoso: invece di lavorare su un testo per produrne un altro nell’orizzonte aperto della mia lingua materna mi sento cacciata nell’orizzonte stretto di parole prodotte sulla base di calcoli di probabilità e devo lavorare su due testi, confrontando in continuazione l’originale e la traduzione automatica per produrne una terza versione. Altro che risparmio e di tempo e aumento della produttività! È stata una perdita di tempo, ma soprattutto una perdita di piacere. Quindi non ci sto più e torno al mio metodo precedente, almeno per i libri e documenti di questo tipo.
Anche altre traduttrici hanno descritto i testi prodotti automaticamente come “corsetto”, come gabbia dalla quale non è facile liberarsi, anzi può influire negativamente il nostro uso della lingua perché non stimola la nostra capacità di esprimerci. La ricerca parla di priming, un apprendimento implicito, non consapevole, che favorisce la produzione di un linguaggio standardizzato anche da parte di chi avrebbe un repertorio molto più ricco.
Certo, ora trovo nella mia posta elettronica le pubblicità di piattaforme che promettono traduzioni sempre più “umane”, grazie all’IA, basta pagare la versione “pro”, “business”… a prezzo crescente a seconda la qualità garantita, ma la mia preoccupazione rimane la stessa: è come se consegnassimo la nostra competenza di parlanti alla macchina.
Io mi accorgo di questo rischio quando devo scrivere in lingue che non sono la mia lingua materna come l’inglese o il francese: talvolta ricorro alla traduzione automatica per comodità e per evitare eventuali errori di grammatica. Mi rendo conto che in questo modo riconosco autorità all’algoritmo e la tolgo a me – almeno fino ad un certo punto, mi resta comunque il controllo sul senso del testo.
Oggi Google Translate, Deepl e ChatGPT sono a disposizione di tutte e tutti, ed è anche positivo che permettano la comunicazione diretta (ma comunque mediata) tra persone che altrimenti non potrebbero parlarsi. Tuttavia, ho osservato che spesso vengono usati come se fossero calcolatrici, non c’è la consapevolezza che una traduzione non è un’equazione, ma per ogni frase in una lingua ci sono varie passibilità di resa, la macchina te ne offre una. Chi traduce in carne e ossa valuta contesti culturali, destinatari/e, connotazioni… So per esperienza che ogni lingua ti apre un mondo, ed è la radice relazionale stessa della lingua e il rapporto vivo con essa che mi dà misura.
Arrivano in Italia sole, spesso dopo aver studiato ma con diplomi e lauree che qui non possono usare. Lavorano nelle case dei milanesi senza contratto come colf, baby-sitter, badanti. Ma quando si ammalano, non hanno alcun medico di base a cui rivolgersi perché sono quasi tutte tagliate fuori dal servizio sanitario pubblico, «vivendo così in un limbo di precarietà legale, lavorativa e sanitaria» che le mette a rischio.
Racconta la salute invisibile delle donne migranti lo studio condotto dalla Bocconi e dal Naga, che mette per la prima volta sotto la lente 7.463 visite mediche di tremila donne senza documenti che fra il 2022 e il 2025 si sono rivolte al poliambulatorio dell’associazione di volontariato che fornisce assistenza sanitaria, sociale e legale agli stranieri. Si tratta della più ampia indagine mai realizzata in Italia su questo tipo di popolazione.
Una ricerca che mostra l’altra faccia della Milano del lavoro. «Donne che rappresentano un laboratorio estremo di disuguaglianza», spiega Carlo Devillanova, professore di Economia dell’università milanese che firma lo studio insieme ad Anna Spada, del Naga. «Sono istruite, spesso madri, ma intrappolate in lavori invisibili e in una rete di barriere che peggiorano la loro salute».
Più della metà delle donne del campione è disoccupata, il 55 per cento non ha una casa propria e vive ospite di amici o parenti. E la quasi totalità, il 92 per cento, non ha un permesso di soggiorno valido. Arrivano soprattutto dal Sud America e il 60 per cento ha almeno un diploma. «Donne che lavorano in case private o nell’economia informale senza alcuna tutela, spesso con orari massacranti e la paura di farsi vedere – spiega Devillanova – madri che si ammalano mentre tengono in piedi la vita quotidiana di altri».
Si presentano al poliambulatorio del Naga in buona misura per visite ginecologiche, seguite da richieste per disturbi alla schiena, ai muscoli o ai legamenti e in generale per problemi muscoloscheletrici. «Ma la cosa più preoccupante emerge nel tempo», sottolineano gli autori del lavoro. Perché a una donna su sette, tra quelle che alla prima visita non presentavano alcuna patologia cronica, ne viene diagnosticata una in quelle successive. Tra le più frequenti diabete, ipertensione oltre a patologie respiratorie. «La mancanza di un medico di base fa sì che i problemi spesso si scoprano tardi e si curino peggio». Tra le pazienti più anziane, si legge, il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari è trenta volte più alto rispetto alle più giovani, quello di patologie endocrine sei volte maggiore. «Eppure proprio le donne oltre i quarantacinque anni sono quelle che accedono meno alle visite preventive».
Da qui, la conclusione: «Escludere le migranti senza documenti dalla medicina di base è un errore di salute pubblica», sostiene il docente della Bocconi. Garantire a tutte il medico di famiglia ridurrebbe ricoveri evitabili e costi per il sistema. «Non una misura di carità – sottolinea Devillanova – ma di efficienza sanitaria».
(Repubblica Milano, 26 gennaio 2026)
L’associazione D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza) è stata tra le prime ad alzare la voce [qui il comunicato della rete D.i.Re., che raccoglie la maggior parte dei centri antiviolenza italiani] contro la proposta di riformulazione del ddl Violenza sessuale avanzata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento, che aggiunge una nuova fattispecie di reato nell’articolo 609-bis c.p.. Oltre all’attuale formulazione dello stupro, quella commessa mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, e punita con il carcere dai 6 ai 12 anni – che rimane – la proposta prevede un nuovo reato, considerato meno grave, che si configura sulla volontà contraria all’atto sessuale. In sostanza, che guarda al «dissenso» anziché al «consenso», contemplato invece nel testo approvato all’unanimità alla Camera, in prima lettura. Ne parliamo con l’avvocata della Rete D.i.Re.
Avvocata Elena Biaggioni, cosa pensa della proposta della senatrice Bongiorno?
Tutto il male possibile, perché è un arretramento rispetto all’attuale orientamento giurisprudenziale. Attualmente infatti tutta la giurisprudenza della Cassazione – senza alcun contrasto interpretativo – è già perfettamente allineata con le disposizioni della Convenzione di Istanbul sul modello del «consenso libero e attuale». Lo stesso rapporto del Grevio (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence, organo del Consiglio d’Europa, ndr) pubblicato a dicembre, lo dice chiaramente quando parla dell’Italia. Ora, nei processi, questo orientamento è legge, di fatto. Cambiando invece il 609-bis del Codice penale, necessariamente si dovrà creare una nuova interpretazione giurisprudenziale. Che sarà per forza diversa, in quanto la Cassazione dovrà sostituire al “consenso” il concetto del “dissenso”.
Secondo Bongiorno, nella sua proposta conta la volontà della donna. Tanto è vero, dice l’avvocata leghista, che è stato introdotto anche il reato di “freezing” che si compie quando la vittima non manifesta la propria volontà in quanto bloccata dalla paura. Assicura la senatrice che in questo caso si presume automaticamente il dissenso. Come a dire: consenso o dissenso, sempre di volontà della donna, si parla. Non è così?
No. Se si parla di “volontà” e non di “consenso”, significa che per provare il reato devo provare la volontà contraria. Faccio un esempio: casa nostra. Affinché si configuri il reato di una persona che si introduce in casa – sia con la violenza, con l’effrazione, con l’inganno o solo perché la porta è aperta – non si cerca di capire se io, padrone di casa, ho detto esplicitamente «no». Di base, a casa mia non può entrare nessuno a meno che non abbia suonato il campanello, chiesto permesso e io lo abbia invitato ad entrare espressamente. È tutta un’altra cosa, soprattutto nella fase delle indagini e del processo. C’è un’enorme differenza tra raccogliere le prove sull’intrusione o raccogliere le prove del mio «no».
Per questo qualcuno temeva, nel primo testo del ddl, l’inversione dell’onere della prova. È sbagliato?
È una mistificazione bella e buona: la parola della donna o della vittima, in questo tipo di reati, ha valore ma non è l’unica prova. Si valutano tutta una serie di circostanze di contorno. Non è l’imputato che deve provare di aver chiesto permesso, è il Pubblico ministero che deve raccogliere le prove.
Mentre così c’è il rischio di una vittimizzazione secondaria?
Sì, il focus è su quel dire «no» invece che sull’azione di chi ha commesso il fatto. E questo rischia tra l’altro di aprire tutta una serie di alibi, tipo «non ho capito», «il no non era abbastanza forte» o «abbastanza chiaro», ecc.
Lei dunque non aveva alcun dubbio sulla formulazione del reato basata sul «consenso libero e attuale»?
Non ne sentivo una grande esigenza ma se si fosse riusciti a scrivere la fattispecie secondo la Convenzione di Istanbul ne sarei stata contenta. D’altronde in molti Paesi europei è così: Spagna, Francia, Svezia, Belgio, Finlandia, Grecia, Croazia, Irlanda, Lussemburgo e molti altri. Non capisco tutto l’allarme suscitato dal testo licenziato alla Camera: se quella formulazione avesse intasato i tribunali dalle denunce delle donne, avrei anche capito. Ma sappiamo che lo stupro è tra i reati meno denunciati e che il tasso di condanna è particolarmente basso. Secondo l’Istat la metà dei casi di denuncia per violenza sessuale viene archiviato subito. E solo un quarto delle denunce arriva a condanna. Non c’è alcun allarme di processi ingiusti, di incarcerazioni o di denunce di massa.
Quindi meglio a questo punto lasciare la legge così com’è?
Molto meglio. Sarà piuttosto il caso di cominciare a fare un po’ di cultura.
Il ministro Salvini chiede di aumentare le pene.
Le nostre sono tra le pene più alte a livello europeo. A noi non interessa assolutamente la pena. Sicuramente non è la legge penale a far diminuire la violenza sessuale.
Idem per quella sul femminicidio?
Anche quella non era una mia priorità ma in quel caso il tema è ancora più ampio. La legge sul femminicidio, al di là di ogni demagogia da un lato e dall’altro, credo che abbia il pregio di guidare lo sguardo e di contribuire a considerare un disvalore il possesso e il controllo sulla donna. Anche così si fa cultura.
(il manifesto, 24 gennaio 2026)
Non solo serrande abbassate. La “Giornata della verità e della libertà”, convocata in Minnesota per dire “basta” ai raid dell’Ice contro gli immigrati, ha portato i cittadini di Minneapolis a sfidare, in strada, il freddo artico con temperature fino a meno 24 gradi. Si è tenuta all’aperto anche la manifestazione organizzata al Terminal 1 dell’aeroporto internazionale della capitale Saint Paul per dare voce all’indignazione contro i voli carichi di irregolari deportati.
L’appello a boicottare lavoro, scuola e acquisti è arrivato dopo le tese dimostrazioni sollevate dalla morte di Renée Good, l’americana uccisa il 7 gennaio da un agente dell’Ice durante un raid anti-migranti. La donna, lo ricordiamo, è stata raggiunta da tre colpi di pistola esplosi da una guardia che l’accusava di bloccare il passaggio. Il caso ha indignato l’opinione pubblica statale ed è diventato nazionale. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata dalla parte dell’agente che, questa è stato il ragionamento del vicepresidente J.D. Vance, avrebbe aperto il fuoco perché in pericolo. A gettare benzina sul fuoco delle proteste sono stati tanti altri episodi di “abuso” della forza e del potere che ha visto protagonisti gli uomini arruolati per eseguire i blitz contro gli indocumentados. L’ultimo, solo in ordine temporale, riguarda il piccolo Liam, cinque anni, usato dagli agenti dell’Ice come esca per far uscire la madre di casa. Caso su cui l’Ecuador, il Paese di origine della famiglia, ha chiesto spiegazioni a Washington tramite il ministero degli Esteri.
L’idea dello sciopero come strumento di protesta è legata al fatto che le tante attività commerciali gestite dagli immigrati sono state duramente colpite dall’attività dell’Ice: per mettersi al sicuro dai raid, molti gestori sono stati costretti a chiudere le proprie attività o a ridurre l’orario di lavoro al minimo indispensabile. All’iniziativa hanno aderito per solidarietà anche esercenti americani, e senza personale di origine immigrata. Adesioni sono arrivate pure da leader religiosi, sindacati e dirigenti d’azienda.
Chiusi, in tutto lo Stato, bar, ristoranti e negozi. Aperte le attività di chi ha invece deciso di mettersi al servizio dei manifestanti offrendo loro caffè gratuito e materiali per preparare i cartelli “Ice out” (Ice fuori). Decine le anche veglie di preghiera.
All’aeroporto internazionale di Saint Paul circa cento esponenti di varie denominazioni cristiane si sono inginocchiati in strada cantando inni e pregando per attirare l’attenzione anche sulla detenzione di lavoratori aeroportuali da parte dell’Ice e chiedere che le compagnie aeree smettano di collaborare con l’agenzia. Nonostante gli ordini di sgomberare la carreggiata, i manifestanti hanno continuato la loro protesta e le forze dell’ordine li hanno arrestati, e caricati su bus senza che opponessero resistenza.
Fa discutere il caso di una foto ritoccata dalla Casa Bianca per rendere più drammatico il fermo di un’attivista per i diritti civili. L’immagine originale era stata pubblicata dalla segretaria agli Interni Kristi Noem su X e ritraeva l’attivista Nekima Levy Armstrong mentre guardava serenamente davanti a sé, al momento del suo arresto. La donna è una delle tre persone fermate per l’irruzione in una chiesa a St. Paul domenica scorsa. Ma la foto modificata e pubblicata dalla Casa Bianca mostra l’attivista disperata, in lacrime. Uno dei portavoce ha provato a sminuire l’episodio parlando di un “meme”.
L’Ice sembra intanto acquisire ancora più potere. Una circolare interna autorizza gli agenti a entrare nelle case senza un mandato giudiziario. Una mossa che secondo gli esperti legali viola le garanzie sancite dal quarto emendamento della Costituzione. Anche in un’amministrazione che ha sempre promosso una visione espansiva della propria autorità in materia di applicazione della legge, la direttiva – secondo gli studiosi – si distingue per il modo in cui ignora i divieti di lunga data contro le perquisizioni senza mandato in proprietà private, un concetto giuridico che precede la creazione degli Stati Uniti e che è tra i principi fondamentali del Paese.
(Avvenire, 24 gennaio 2026, apparso con il titolo “Nelle proteste contro l’Ice arrestati anche 100 leader cristiani a Minneapolis”)
Incontro Noga Kadman, una donna israeliana che da circa un anno si è stabilita in Italia con i due figli, un ragazzo di quattordici anni e una bambina di sette, per lasciarsi alle spalle la guerra. Mi dice che è abbastanza alto il numero di israeliani che si trasferisce in un altro paese a causa del conflitto in corso, tanto che il Canada ha deciso di concedere un visto di tre anni a chi lascia Israele, così come ai palestinesi che riescono a espatriare.
Molti ebrei israeliani hanno anche la cittadinanza della propria famiglia d’origine e ne approfittano per andarsene. Sono numerose le organizzazioni di volontariato e gli studi legali che aiutano a procurarsi il passaporto del paese di provenienza.
Lei ci ha provato senza riuscirci, perché sua nonna ha rinunciato alla cittadinanza lituana quando si è trasferita in Palestina negli anni ’30 del secolo scorso. Quindi ha approfittato del passaporto del giovane figlio di padre italiano.
Sono le donne, le madri in particolare, a spingere per fare questa scelta? «Gli uomini non sono esclusi» tiene a precisare.
È vero che nelle scuole è forte findalla prima infanzia la spinta a immaginarsi combattenti in armi a difesa del proprio paese? «È sempre stato così, ma ora la pressione è più forte che mai. Nelle scuole, le maestre contrarie alla guerra, soprattutto quelle di origine araba, sono costrette a tacere».
Mi spiega che i militari sono una casta che ha potere e prestigio, e i giovani e le giovani pensano al servizio militare come a una grande occasione di impegno, di socialità, di successo. Per questo, aggiunge Noga, oltre a quella delle donne è molto importante la presa di posizione dei militari che si schierano contro l’attuale stato di cose.
«Di recente ha avuto molta rilevanza la lettera di dissenso di un gruppo di aviatori. Proprio alcuni di quelli che bombardano, che lasciano dietro di sé una scia di morti e macerie, vogliono che si smetta. Resta importante e insostituibile, però, il lavoro continuo delle organizzazioni di donne e di madri che chiedono il ritiro dei soldati e delle soldate dai territori palestinesi. Assieme a molte altre organizzazioni, aiutano e sostengono obiettori e obiettrici di coscienza politici e i giovani e le giovani che decidono di lasciare il servizio militare».
Noga mi racconta che in Israele c’è un grande precedente di forza nell’azione delle donne contro la guerra. Proprio le madri dei soldati infatti furono la componente più importante del forte movimento politico che nel 2000 costrinse il primo ministro laburista, Ehud Barak, a ritirare l’esercito che occupava il sud del Libano da diciotto anni.
Le chiedo se le pare che le donne, le madri in particolare, possano avere la stessa influenza oggi. «Le associazioni, le attiviste si fanno sentire e le manifestazioni contro il regime di Netanyahu sono forti, ma riguardano pur sempre una minoranza della popolazione. La maggioranza, anche se critica nei confronti dell’attuale governo, rimane indifferente, continua la propria vita che poco risente della situazione di guerra, e i principali mezzi di informazione in Israele non mostrano la distruzione di Gaza e la sofferenza dei palestinesi».
«Ho lasciato Israele perché non voglio far parte di un paese che commette crimini di guerra gravi a Gaza e in Cisgiordania, causando molto dolore a tanta gente. Non voglio far parte di una società in cui la maggioranza dei cittadini è indifferente a questa sofferenza, anche se non la giustifica e non vi partecipa. Non voglio che i miei figli si arruolino nell’esercito e partecipino a questi crimini. Non sono disposta a farli crescere in un ambiente in cui il razzismo è considerato normale. Ci sono poi molte altre buone ragioni per lasciare Israele. Molti, indifferenti alle motivazioni che hanno spinto me, se ne vanno perché vogliono vivere in un paese liberale, non in una dittatura religiosa come comincia a diventare Israele».
Ma, anche se ha lasciato Israele, Noga non si è certo disconnessa da ciò che accade lì. «La sofferenza a Gaza e il deterioramento della situazione in Israele sono sempre con me. Mi sento ancora parte e responsabile, e vorrei continuare anche da qui a protestare contro i crimini. Da tempo non credo più che il cambiamento possa arrivare dalla società israeliana, che ha interiorizzato una crescente disumanizzazione dei palestinesi. Con l’attuale amministrazione statunitense e la generale passività in Europa, sembra che nemmeno una pressione esterna possa portare a un cambiamento. L’unica speranza è un risveglio tra i soldati, che capiscano che si tratta di una “guerra” politica, che colpisce innocenti (inclusi gli ostaggi israeliani) e non porta né sicurezza né un futuro normale a nessuno. Un inizio di questo risveglio c’è già: migliaia di soldati hanno firmato lettere di protesta e una percentuale significativa non si presenta al servizio. Tuttavia, le forze contrarie sono ancora molto forti, e il servizio militare è considerato “sacro” dalla maggior parte degli israeliani».
Questa non è una “guerra”, di Noga Kadman
Credo che l’uso della parola “guerra” sia scorretto. Non si tratta di una guerra tra due eserciti armati, ma di una potenza militare che attacca principalmente una popolazione civile. Invece, il governo continua a presentarla – e molti israeliani la vedono così – come una guerra di difesa imposta su di noi. A un anno e mezzo dal 7 ottobre, questa narrazione è molto lontana dalla realtà. Il governo sfrutta la buona fede di molti soldati – credono davvero di proteggere i propri figli e di aiutare gli ostaggi – per conquistare, espellere, uccidere e insediarsi nella Striscia di Gaza.
(VDS – Via Dogana Speciale n. 2, giugno 2025)
Il piano visionato da “Avvenire” prevede di inabissare i detriti per ottenere un nuovo litorale (il doppio di Rimini). Tra le rovine anche armi e corpi. E fondi per allontanare 400mila gazawi
Il quartiere che si affacciava sul mare si è accasciato sulla bassa scogliera. Era la vista migliore di Gaza. Tra la battigia e le rovine non saranno neanche dieci metri. Verde smeraldo da una parte, polvere grigia dall’altra. «Possiamo spingerle in acqua e avremo risolto due problemi: sgomberare le macerie, ampliare la superficie». Il tecnico che nei giorni scorsi ci mostrava la bozza del piano Trump per Gaza metteva in guardia: «Non parleranno pubblicamente di inabissare i detriti, ma è quello che faranno». È il modo più rapido ed economico per mettere a posto le cose. Come quando bisogna ripulire la scena di un delitto. La conferma arriva dalle parole di Ali Shaath, ingegnere civile palestinese ed ex viceministro della pianificazione a Ramallah, indicato come coordinatore del comitato tecnocratico di quindici membri. «Se portassi dei bulldozer e spingessi le macerie in mare, creando nuove isole, nuova terra, potrei conquistare superficie per Gaza e allo stesso tempo sgomberare», ha detto nel corso di incontri a porte chiuse nei giorni scorsi. Prima, aveva aggiunto, «servono aiuti urgenti e costruzione di alloggi temporanei per gli sfollati».
Non è come usare le rocce per costruire frangiflutti. Diversi report Onu e di organismi internazionali spiegano che dentro ai cumuli di detriti e negli scheletri degli edifici possono esserci ordigni inesplosi, amianto, metalli pesanti, residui industriali e sanitari, e altre sostanze pericolose. Soprattutto, ci sono resti umani. Lo spostamento delle macerie senza un previo esame degli investigatori internazionali cancellerebbe ogni possibilità di ricostruire la catena delle responsabilità. Una colossale manomissione che dovrà scontrarsi anche con le aspirazioni dei gazawi che vorrebbero almeno una tomba su cui piangere i loro cari. Ma nel piano del “Board per la pace” di cimiteri non si parla. Solo grattacieli, alberghi, porti turistici, centri commerciali. Stime Onu parlavano di circa 39 milioni di tonnellate di detriti già a metà 2024. Poche settimane fa questo ordine di grandezza aveva superato i 60 milioni. Per Ali Shaath, «Gaza tornerà e sarà migliore di prima entro sette anni». Le Nazioni Unite ritengono invece che la ricostruzione, nella migliore delle ipotesi, andrà avanti fino al 2040.
I bulldozer sono al lavoro da settimane. I giganteschi D9 israeliani stanno ammassando milioni di metri cubi di detriti che poi vengono compattati. Le prove generali vengono svolte nel sud, tra Khan Yunis e Rafah, sul confine egiziano. Ma un trasferimento massiccio di macerie verso il mare, avverte una valutazione di Unep, l’agenzia per l’ambiente dell’Onu, solleverebbe un mucchio di domande: alterazione dei fondali, dispersione di sostanze contaminanti, erosione, danni alle risorse marine. Il “master plan” presentato a Davos dal genero di Trump esclude che ai palestinesi possano essere riservati quartieri popolari sul mare. La prima fila sarà a misura di ricchi e vacanzieri. Alle loro spalle, quei due milioni di gazawi che, secondo il progetto, troveranno facilmente occupazione: prima nella ricostruzione, poi in quella sorta di Las Vegas mediterranea “Made in Usa”. Una cosa non cambierà: il muro israeliano resterà al suo posto. La gente della Striscia potrà accogliere vacanzieri da mezzo mondo, ma continuerà a non poter andare e tornare da nessuna parte.
Al chiuso degli uffici della diplomazia immobiliare i conti sono freddi: fondali, volumi, tempi. «Con quella montagna di rovine la Striscia potrebbe spingersi verso il mare anche di 200 metri», dice un tecnico palestinese incaricato di tradurre le ipotesi in numeri. Duecento metri non sono una passeggiata in più: sono una fascia sulla costa profonda come due campi da calcio. Per circa 40 chilometri di litorale, vuol dire almeno doppiare il lungomare di Rimini. Terra nuova ottenuta spingendo avanti macerie e polvere. E, con loro, tutto ciò che quei cumuli possono ancora custodire. Tra i nomi più quotati per la spartizione di Gaza c’è “Great”, che vuol dire “grande”, ma sta per «Ricostruzione di Gaza, accelerazione economica e trasformazione». Il progetto mostrato ad Avvenire parla di «70-100 miliardi di dollari di investimenti pubblici, che generano 35-65 miliardi di dollari di investimenti privati». Uno dei più grossi affari immobiliari di sempre. «Il finanziamento – leggiamo – copre tutti gli aspetti, compresi 10 mega progetti di costruzione, assistenza umanitaria, sviluppo economico, generosi “pacchetti” per il trasferimento volontario e sicurezza di alto livello».
Al contrario di quanto prospettato a Davos, i piani interni visionati da Avvenire mostrano di scommettere sulla frustrazione dei residenti, che dovranno attendere anni per una vera casa, ospedali, scuole. Oppure accettare il “pacchetto” per togliersi di torno: «5.000 dollari a persona. Affitto sovvenzionato per 4 anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo anno, 50% nel terzo anno, 25% nel quarto anno). Sussidio alimentare per il primo anno». Secondo le stime dei futuri palazzinari della Striscia, «si presume che del 25% dei cittadini di Gaza che lasceranno il Paese, il 75% sceglierà di non tornare». In altri termini, quasi 400 mila abitanti in meno. E una riviera costruita su un cimitero.
(Avvenire, 23 gennaio 2026)
Partecipare alla redazione aperta di VD3 alla Libreria delle donne di Milano per me non è mai un ascolto passivo di relazioni e interventi interessanti, ma un modo di mettere la mia corporeità sessuata in relazione con altre e uno stimolo che agisce anche nei giorni successivi e mi suggerisce possibili interventi e riflessioni. Questo mi è successo ascoltando la discussione su “Pensiero vivente e intelligenza artificiale”, il più recente numero della rivista, che mi ha richiamato e permesso di mettere in pensiero e ora in un breve testo ascolti e suggestioni recenti.
Il confronto tra Cina e Stati Uniti sull’intelligenza artificiale, come emerso nell’episodio 138 intitolato AI, China vs USA del podcast Altri Orienti, scritto e raccontato da Simone Pieranni, offre uno spunto solo se non lo si legge unicamente nella logica della competizione geopolitica e lo si assume come indice di una trasformazione più profonda del modo in cui la vita viene governata e significata. Non è tanto questione di chi vinca la corsa tecnologica, quanto di che tipo di rapporto con il vivente si stia costruendo attraverso l’AI.
L’intelligenza artificiale si presenta oggi come una nuova promessa di ordine. Ordine dei flussi, dei comportamenti, dei desideri, delle relazioni. Un ordine che si pretende neutro perché fondato sul calcolo, sull’evidenza dei dati, sull’automatismo delle decisioni. Eppure, come ogni ordine, anche questo ha bisogno di una legittimazione simbolica. È qui che la differenza sessuale diventa una linea di rottura capace di far emergere ciò che il discorso tecnologico tende a rimuovere.
Nel modello cinese, l’AI appare come strumento esplicito di governo della vita. Lo Stato assume su di sé il compito di orientare, prevedere, correggere. La vita delle persone viene pensata come parte di un tutto da mantenere efficiente e stabile. In questa visione, non c’è spazio per l’imprevisto come valore: ciò che conta è la continuità, l’armonia, la riduzione del conflitto. Anche se, come raccontano bene altri episodi del podcast, il conflitto e le contraddizioni continuano a prodursi. L’intelligenza artificiale diventa così una macchina di rassicurazione, che promette sicurezza in cambio di trasparenza totale.
Ma questa trasparenza ha un costo simbolico. I corpi, anche quelli sessuati, vengono trattati come leggibili, disponibili alla classificazione. La differenza sessuale non viene negata, ma amministrata. Ridotta a funzione, a variabile biologica o comportamentale. Ciò che scompare è la differenza come relazione viva, come apertura all’altro e all’altra, come eccedenza rispetto a ogni schema. In questo senso, l’AI statale mostra il suo limite: pretende di governare la vita senza passare per il simbolico, senza fare i conti con ciò che nella vita resiste al suo governo.
Negli Stati Uniti, il quadro è diverso solo in apparenza. Qui non è lo Stato a presentarsi come garante dell’ordine, ma il mercato. L’intelligenza artificiale è incorporata nelle piattaforme che organizzano il quotidiano: lavoro, affetti, consumo, informazione. La promessa non è la stabilità, ma la personalizzazione. Ognuno e ognuna viene riconosciuta, profilata, “vista”. Ma questo riconoscimento è spesso una forma sofisticata di cattura.
In entrambe le prospettive ci troviamo di fronte a un processo, non certo iniziato con l’intelligenza artificiale, ma di più lunga durata, di incorporamento nelle macchine di lavoro vivo, e sempre più di lavoro cognitivo, atto unicamente alla valorizzazione e non certo a liberare tempi di vita e di relazione.
La differenza sessuale, in questo contesto, tende a essere tradotta in identità. Un attributo tra gli altri, da rendere visibile, rappresentabile, spendibile. L’AI diventa così una macchina che moltiplica le categorie senza interrogare il senso della differenza. Ciò che si perde è la possibilità di pensare la differenza sessuale come principio simbolico, come ciò che mette in questione l’idea stessa di un soggetto autosufficiente, calcolabile, prevedibile.
Da una prospettiva della differenza, ciò che accomuna i due modelli è l’illusione che la vita possa essere interamente tradotta in informazione. Che il sapere preceda la relazione. Che il calcolo possa anzi sostituire la relazione. Ma l’esperienza del femminismo insegna altro: che la vita si dà sempre in un rapporto, che non tutto è misurabile, che il senso nasce da un incontro e non da un algoritmo.
L’intelligenza artificiale, così come oggi viene pensata e implementata, sembra muoversi in una direzione opposta: ridurre l’incertezza, eliminare l’ambivalenza, negare il simbolico inteso come luogo di negoziazione permanente del significato. In questo processo, la differenza sessuale non è semplicemente marginalizzata: è neutralizzata perché rappresenta un punto di non chiusura, un’apertura che non si lascia governare.
Forse il vero nodo politico non è chiedere un’AI più etica o più inclusiva, ma interrogare quale ordine simbolico stia prendendo forma attraverso queste tecnologie. Un ordine che promette di funzionare senza relazione, senza conflitto, senza dipendenza. Un ordine che rimuove l’origine relazionale della vita.
Tenere aperta la questione della differenza sessuale significa, allora, non accettare l’idea che il governo della vita possa essere delegato alle macchine. Significa affermare che c’è un sapere che nasce dall’esperienza, dal corpo, dalla relazione tra donne e uomini, e che questo sapere non è traducibile in dati senza perdere qualcosa di essenziale. È in questo “qualcosa”, certo fragile, esposto, ma non calcolabile, che si gioca ancora una possibilità politica di libertà.
Alla Casa delle donne di Milano, mercoledì 21 gennaio si è tenuto un incontro organizzato dal gruppo di autocoscienza aperto a tutte le socie, dal titolo “Come liberarsi dal fascino del potere nelle relazioni tra donne?”.
Purtroppo mi sono ammalata e non ho potuto partecipare, ma avrei voluto dire delle cose e le scrivo qui. Avevo già avuto occasione di dire che l’espressione “fascino del potere” non mi corrispondeva.
Io ho un senso di responsabilità rispetto all’avere un potere su altri che mi pesa molto. Penso di aver avuto un potere: io ho insegnato agli adulti e facevo gli esami. Avevo sempre paura di non essere abbastanza stimolante per la loro discussione e ricerca di sapere, indipendente dalle mie opinioni. Per non approfittarmi dell’essere il motore dell’esperienza, con loro mi domandavo continuamente se avevo aperto a sufficienza, ancora e ancora, alla discussione delle loro idee, mentre con le amiche mi permettevo un confronto più schietto.
Lo penso anche per la Casa delle donne, approfittarsi per rinsaldarsi nelle proprie idee personali o di gruppo mi sembra terribile, bisogna guardare a uno scopo molto più alto: la creazione di un sapere che prima non c’era e che creiamo con materiali preziosi, di studio ed esperienza proprio assieme alle socie.
Il 17 gennaio, sempre alla Casa delle donne, ho assistito al film La battaglia di Algeri, primo della “Trilogia di resistenza” presentata da Maria Nadotti e dal gruppo Gaza. E sono ripiombata nei primi anni Sessanta e fino al femminismo della fine dei Sessanta. La violenza come pratica politica l’ho subita con la mia adesione alla piazza maschile, era l’unica contestazione che conoscessi, ma in effetti nel PCI si era più colti, sempre però estremamente maschilisti: esisteva solo la teoria; le nostre esperienze, i nostri sentimenti non erano mai argomenti di riflessione. L’autorità gerarchica negava lo sviluppo della mente e della relazione politicamente creativa. L’incontro tra donne per parlare di noi stesse e ricercare, parlare qualche volta di noi nello studiare la storia umana, è stato rinascere.
Alla Casa il 17 gennaio eravamo poche: trenta persone, non la folla dei bei film, pur essendo La battaglia di Algeri un film grandioso, cinematograficamente parlando. Il contenuto? Il sacrificio di sé, l’unità per arrivare allo scopo di vincere una battaglia di indipendenza dallo sfruttamento dell’imperialismo. Tortura, sofferenza, negazione del piacere possibile di vivere e lottare con modalità pacifiche per se stessi oltreché per i ricchi francesi sfruttatori. Solo contrapposizione e dolore fisico per vincere, vincere totalmente e presto. Il convincimento era quello della resistenza al dolore e alla morte. Mi sono guardata in giro, forse le nostre amiche pensavano fosse l’epoca a richiederlo o la lotta ancora tanto presente nel mondo maschilista? Io no, non sono proprio d’accordo ad essere senza corpo, né pensiero, né sentimento. Bisogna far crescere consapevolezze diverse senza forzare con violenza, ma forzare con sentimento la collaborazione. È, il mio, tutto il convincimento alla collaborazione possibile.
(www.libreriadelledonne.it, 21 gennaio 2026)
Capi di Stato di tutto il mondo sono stati invitati a far parte del “Consiglio di pace per Gaza” un organismo inizialmente concepito per supervisionare la ricostruzione della striscia di Gaza, presieduto da Trump. Finora i governi hanno reagito con cautela all’iniziativa che secondo molti osservatori potrebbe indebolire le Nazioni Unite. Ne parliamo con Paola Caridi, giornalista e presidente di Lettera 22.
Uno dei primi atti di questi giorni in cui la notizia è il Consiglio per la pace deciso da Donald Trump è la distruzione della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, la distruzione degli uffici della sede dell’UNRWA a Gerusalemme Est da parte delle autorità israeliane. Un fatto non solo gravissimo, ma che dice molto di quello che non solo da parte statunitense, ma soprattutto da parte israeliana si sta compiendo nei confronti delle Nazioni Unite. Per fare un esempio vicino al pubblico italiano è come se a Roma le autorità italiane avessero deciso di distruggere la sede della FAO, oppure quella del Programma Alimentare Mondiale, due agenzie dell’ONU che si trovano in Italia.
La scorsa settimana l’amministrazione Trump aveva nominato i membri fondatori e altri consiglieri di quello che è stato chiamato il consiglio esecutivo di questo board, di questo consiglio di pace. Adesso ci sono stati gli inviti, che segnali arrivano dalle nomine e dagli inviti ai vari governi che sono seguiti?
Sulle nomine e cioè su queste figure che devono far parte del consiglio per la pace voluto da Donald Trump, sulle figure la prima cosa che salta agli occhi è che non c’è neanche un palestinese e cioè che si tratta di figure che in parte sono quelle che hanno sostenuto il genocidio israeliano su Gaza. Parliamo di tutti gli esponenti dell’amministrazione statunitense, dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, dell’amico fraterno di Donald Trump, Steve Witkoff, immobiliarista non un diplomatico, non un esperto di relazioni internazionali, parliamo del segretario di Stato USA, Marco Rubio e poi di altre figure importanti dell’area che però non sono palestinesi e dunque il ministro degli Esteri turco e del capo dell’intelligence egiziana e cioè persone che sono importanti per dare un sostegno regionale al Consiglio di pace. Poi riguardo agli Stati, di inviti ne sono state fatti decine, forse una sessantina almeno, che da una parte sono inviti rivolti alle grandi potenze del mondo, la Cina, l’India, il Brasile, dall’altra a paesi amici e non è detto che siano paesi democratici. Un caso per tutti, la Bielorussia oppure la Russia stessa, cosa significa? Il tentativo è quello secondo me di creare un Consiglio, cioè un organismo che possa se non sostituire le Nazioni Unite, indebolirle a tal punto da rendere questo organismo voluto dal Presidente statunitense una sorta di direttorio del mondo, anacronistico visto che siamo nel 2026. Però allo stesso tempo è come se Donald Trump volesse mettere la retromarcia alla storia contemporanea e tornare a periodi nei quali erano pochi potenti a decidere le sorti più che della pace, delle relazioni fra gli Stati e di un ordine globale. Parlo di un periodo che potrebbe essere quello successivo alla Prima Guerra Mondiale o andare un secolo prima al Congresso di Vienna, un modo di concepire il mondo che fa veramente a botte con quella che è la realtà del mondo.
Il Presidente francese Emmanuel Macron infatti ha rifiutato l’invito di Trump proprio dicendosi preoccupato per i grandi poteri di questo cosiddetto Consiglio di pace e per il rischio di indebolire le Nazioni Unite. Quanto è reale questo rischio?
È altissimo questo rischio, ma è un rischio che non si deve tanto al Consiglio per la pace voluto da Trump, quanto alla politica degli Stati Uniti anche prima dell’elezione di Trump, alla politica di Israele, della Russia etc., l’elenco sarebbe lunghissimo, che sono state politiche contro le regole, contro l’architettura delle regole internazionali, contro il sistema internazionale, i risultati sono una marginalizzazione delle Nazioni Unite, e allo stesso tempo non si può non pensare al fatto che il Consiglio per la pace viene creato su Gaza, ma perché? Perché Gaza è il laboratorio di questa rottura delle regole, di questa violazione continua del diritto internazionale e umanitario, di qualsiasi convenzione, di qualsiasi regola, e allora come si risolve un genocidio? Lo si risolve uscendo dalle Nazioni Unite e creando qualcosa di completamente diverso che metta la parola fine, che metta una specie di punto su quello che si è compiuto, sui crimini, sul genocidio. L’idea è quella cioè che si possa ripartire da qui, che si possa ripartire da una cosa che non c’entra niente con l’architettura internazionale.
Tra l’altro gli stati candidati a un seggio permanente in questo Consiglio dovrebbero anche pagare un miliardo di dollari per farne parte, è vero però che è stato creato anche un comitato tecnico palestinese incaricato di amministrare temporaneamente la striscia di Gaza, anche se una delle critiche principali che vengono fatte a tutta questa iniziativa del Consiglio di pace è proprio lo scarso coinvolgimento dei palestinesi come dicevi anche tu prima, come mai?
Perché i palestinesi sono considerati oggetti, sono considerati subalterni, non sono considerati parte in causa nonostante siano le vittime. Spesso noi usiamo in questo periodo un linguaggio che non corrisponde alla realtà dei fatti e per esempio non parliamo dei palestinesi come vittime, non solo, come protagonisti in quanto popolo che si deve autodeterminare, ma noi abbiamo dimenticato il fatto che sono vittime di un genocidio e nonostante siano vittime di un genocidio loro e la loro terra li troviamo in un consesso, in questo comitato come esecutori. Non come coloro che dettano l’agenda, che decidono del loro destino, ma sono solamente esecutori e sono esecutori di una ricostruzione che peraltro non segue assolutamente nessuna delle regole che il sistema internazionale si dovrebbe dare e si è già dato, quando il capo del comitato, Ali Shaat, che peraltro fa parte della ANP e ha una lunga storia di relazione, di rapporto con Mahmud Abbas, con il presidente della ANP, dice nella prima intervista che l’idea è quella di prendere le macerie di Gaza e buttarle a mare, questo è contro qualsiasi salvaguardia non solo dei diritti, per esempio dei diritti dei morti che sono sotto quelle macerie, ma della salvaguardia dell’ambiente, del mare. Con l’idea che queste macerie siano come materiale inerte che si possano calare nel mare e costruire una nuova Gaza da quel momento in poi, dalla marina in poi e guadagnare qualche altro chilometro in più, ma questo cosa significa? Significa inquinare il mare prospicente Gaza; e che senso ha dal punto di vista della ricostruzione di Gaza? Questo è solamente uno degli esempi che si possono fare per far comprendere quanto non ci sia non solo visione, ma non ci sia l’idea della realtà sul terreno. Che sotto quelle macerie ci sono almeno diecimila cadaveri, che in mezzo a quelle macerie ci sono agenti chimici che hanno distrutto tutto ciò che poteva essere distrutto, gli agenti chimici che vengono usati bombardando e distruggendo un intero territorio. Questo è il Consiglio per la pace, questi sono gli organismi legati al Consiglio per la pace, questo è ciò che ci aspetta per il futuro, cioè soprattutto che le Nazioni Unite non esistano in questa storia, nonostante ci sia una rappresentante delle Nazioni Unite e cioè la rappresentante per il Medio Oriente Sigrid Kaag.
Come dicevi si parla male del futuro di Gaza e non si parla quasi per niente del presente, in realtà. Come si vive nella striscia a tre mesi dall’inizio del cessate del fuoco? Ricordiamo che il 1° gennaio Israele ha vietato l’accesso alla striscia a 37 organizzazioni umanitarie internazionali, citando motivi di sicurezza.
Per l’ennesima volta stiamo parlando di una situazione unica nella storia del secondo dopoguerra, cioè di un genocidio che si compie di fronte ai nostri occhi, seppur distanti di fronte ai nostri schermi virtuali. Non c’è neanche l’idea di fermare il genocidio, perché il genocidio è ancora in corso, vengono usati altri strumenti, per esempio ancora la fame, ancora la sete e cioè non entrano i container che sono fermi dall’altra parte di Rafah, nel sud della striscia di Gaza, non entrano non solo le ONG, ma le organizzazioni umanitarie. Perché Unrwa per esempio, la cui sede è stata appena distrutta a Gerusalemme, potrebbe sfamare la popolazione di Gaza per mesi, l’ha fatto per decenni. È un genocidio che si compie attraverso l’assenza di case e anche di case mobili che sono anche queste ferme dall’altro lato della frontiera, nel sud della striscia di Gaza e quindi come si vive a Gaza? Si vive morendo di freddo, continuando ad essere denutriti e malnutriti, sopravvivendo in una situazione completamente folle e vergognosa, in cui noi ci stiamo preoccupando della ricostruzione senza preoccuparci degli esseri umani, come se la ricostruzione potesse sanare una colpa e una responsabilità che invece deve essere oggetto della giustizia internazionale.
(Il Mondo [podcast dell’Internazionale], 21 gennaio 2026)
La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha portato a un’ondata senza precedenti di traumi psicologici e suicidi tra le truppe dell’IDF. Secondo il ministero della Difesa israeliano, dall’inizio del conflitto oltre 12.300 soldati sono stati inseriti nel programma di riabilitazione psicologica come disturbo da stress post-traumatico (post traumatic stress disorder, PTSD). Significa che sono colpiti da disturbi mentali, ansia, depressione.
Un numero molto più alto rispetto al passato: rappresenta «quasi il 40%» di tutti i militari mai trattati per traumi da guerra negli ottant’anni di storia dell’IDF. Secondo un’indagine interna citata dai media, solo dall’inizio del 2025 sono stati registrati 21 suicidi tra i soldati – parte di un conteggio che, complessivamente, parla di «circa 54» suicidi dall’ottobre 2023. Un rapporto del parlamento israeliano basato su dati ufficiali da gennaio 2024 a luglio 2025 – documenta 279 tentativi di suicidio tra i soldati. Inoltre, la maggior parte delle morti per suicidio recenti riguarda soldati combattenti: il 74-78% nel 2025, contro una media del 42-45% nel periodo 2017-2022.
I traumi che portano al suicidio
Questi numeri segnano un’impennata drammatica rispetto al passato: la media annuale di suicidi nell’IDF, nel decennio precedente la guerra, era di circa 13 suicidi l’anno. A dimostrazione del fatto che si può anche essere addestrati a fronteggiare qualunque ferocia, ma poi sotto la più formidabile ed equipaggiata divisa militare, non ci sono solo muscoli. Secondo un’inchiesta interna, la maggior parte dei suicidi è «direttamente collegata al trauma» vissuto durante la guerra: esposizione prolungata al combattimento, scene violente, perdita di compagni, stress psicologico cronico. I medici e terapeuti descrivono una forma di PTSD massiva: decine di migliaia di militari soffrono di disturbi psicologici, molti senza diagnosi, molti non curati.
Fenomeno fuori controllo
Un caso tipico riportato: un riservista, dopo aver prestato servizio a Gaza, rievocava costantemente odori di morte e riviveva flashback in momenti banali della vita quotidiana, perfino cambiando il pannolino al figlio. Le misure adottate includono l’invio di terapisti sul campo, linee telefoniche di emergenza, terapie di gruppo, ma gli esperti denunciano che il sistema è «in logoramento»: l’entità del fenomeno supera di molto la capacità di cura e riabilitazione.
In un rapporto divulgato alla fine del 2025, si legge che il Dipartimento di Riabilitazione del ministero della difesa israeliano ha ricevuto oltre 85mila soldati dall’inizio della guerra, di cui circa 28mila per problemi di salute mentale. Di questi 28mila, circa 9.800‑10.000 sono segnalati come affetti da disturbi da stress post-traumatico. Il governo ha aumentato il budget per la riabilitazione: il dipartimento riceve oggi circa 4,6 miliardi di shekel (oltre 1,25 miliardi di dollari) all’anno, di cui una quota significativa è destinata proprio alla salute mentale.
La guerra finirà, il trauma no
Gli esperti dichiarano che la portata del problema rimane oltre la soglia critica: molti soldati psicologicamente feriti non cercano aiuto, e tanti fra coloro che invece chiedono sostegno, ricevono cure inadeguate o troppo in ritardo. Secondo i terapeuti e le autorità, il trauma non si esaurirà con la fine del conflitto: molti veterani – specialmente riservisti – rischiano di convivere per anni con PTSD, depressione, senso di colpa, difficoltà di reintegrazione. La pressione psicologica, secondo alcuni esperti, potrebbe trasformarsi in una crisi sociale e sanitaria interna, con conseguenze non solo individuali, ma anche collettive.
Resta invisibile lo choc dei gazawi
Se per i soldati dell’IDF – pur in ritardo – esistono dati, cure, statistiche, per la popolazione di Gaza la situazione è ben diversa. In una guerra che devasta città, case, vite umane, decine di migliaia di civili subiscono lutti, perdita di case, sfollamenti, bombardamenti continui. Ma non c’è un sistema reale – ancora meno uno pubblico – che permetta di misurare l’impatto psicologico su larga scala: le ferite psichiche causate dal terrore quotidiano restano invisibili, senza diagnosi, senza cure, senza memoria ufficiale. Secondo l’Oms e Save the Children, oggi circa 1,2 milioni di persone a Gaza hanno bisogno urgente di supporto psicologico e psicosociale, e oltre il 90% dei bambini mostra segni clinici di trauma severo. Ma il Board of Peace presieduto da Trump non è interessato a questo aspetto, e tantomeno lo sono i componenti del Board, da Tony Blair, all’ immobiliarista Steve Witkoff, ai leader che girano intorno all’operazione, da Al Sisi a Putin, da Erdoğan a Giorgia Meloni.
Quando e se un giorno si proverà a fare i conti con questa guerra, si scoprirà che il numero di persone traumatizzate è molto più alto di quanto oggi evidenziano le statistiche militari o sanitarie. E non basteranno a sanarli i resort o i grattacieli che sorgeranno nel frattempo sulle macerie.
(Corriere della Sera, 21 gennaio 2026 – dataroom@corri)