Piazza d’Armi sono 42 ettari di terreno, pari a una sessantina di campi da calcio, nel Municipio 7 della città, lungo via Forze Armate, verso la periferia ovest. Per decenni questo è stato un luogo militare: prima, all’inizio del Novecento, ha ospitato il primo aerodromo di Milano e le attività legate ai dirigibili di Enrico Forlanini; poi è diventato parte della cittadella militare con la caserma Santa Barbara, i magazzini dell’Esercito e la vasta piazza destinata alle esercitazioni dei mezzi corazzati. Quando l’attività militare è cessata, negli anni Ottanta, uomini e soldati se ne sono andati e la natura si è ripresa lentamente lo spazio. Col passare degli anni quell’abbandono è diventato un ecosistema.

Pioppi, salici, robinie, biancospini, sambuchi, prati umidi e piccoli specchi d’acqua hanno creato un ambiente dove trovano rifugio decine di specie animali. Il simbolo di questo spazio riconquistato dalla natura è l’averla piccola, un passeriforme migratore protetto a livello europeo, tanto da dare il nome al Bosco dell’Averla (così ribattezzato dal comitato Associazione Parco Piazza d’Armi – Le Giardiniere nato ufficialmente nel 2015 per difendere l’area dalle speculazioni, ma già attivo da anni sul territorio), circa 1,7 ettari di vegetazione spontanea nel settore nord-occidentale dell’area. Accanto agli uccelli vivono insetti, pipistrelli, anfibi e numerose specie botaniche censite negli ultimi anni.

È attorno alla riqualificazione – o rigenerazione, come si usa dire ora – di quest’area naturale che si è acceso uno dei numerosi conflitti cittadini tra gli abitanti che chiedono una riapertura dall’area al pubblico rispettosa della natura e l’amministrazione comunale che ha dato il via libera al progetto di Invimit che, dopo una serie di modifiche, prevede sì aree verdi sull’80% della superficie, ma anche nuovi palazzi, spazi commerciali e sportivi. 

La vicenda politica e il conflitto con gli abitanti iniziano oltre dieci anni fa. Nel 2014 Comune, Demanio e Ministero della Difesa avviano il percorso per “valorizzare” l’ex area militare. Nel 2016 la proprietà passa a Invimit, la società del Ministero dell’Economia incaricata di valorizzare e monetizzare il patrimonio immobiliare pubblico. Arrivano i primi masterplan, ma il progetto si arena. Nel frattempo cresce la mobilitazione dei residenti e il nuovo Pgt, il Piano di Governo del Territorio, cambia l’impostazione, imponendo una revisione complessiva dell’intervento.

Ci sono due vincoli messi dal Ministero della Cultura, tramite la Soprintendenza, che pendono sull’intera area: il primo è un vincolo diretto che interessa il grande spazio verde aperto, considerato un raro esempio di paesaggio storico. Qualsiasi trasformazione deve quindi essere autorizzata e rispettare il carattere autentico dell’area. La seconda è un vincolo indiretto che riguarda gli ex Magazzini di Baggio, l’area destinata a ospitare le nuove costruzioni nei progetti di Invimit. In origine prevedeva limiti molto severi alle altezze degli edifici e alla loro disposizione, per non alterare il rapporto con il complesso storico.

Nel 2025, però, il Ministero rivede proprio quest’ultimo vincolo, rendendolo più flessibile e consentendo edifici più alti nella parte più distante dai fabbricati storici. È una modifica ritenuta necessaria per rendere realizzabile il nuovo masterplan di Comune e Invimit, ma che per il comitato Le Giardiniere rappresenta un arretramento delle tutele, «è la prova che gli intenti sono speculativi» ci dice Maria Castiglioni, infaticabile attivista del comitato.

Per questi motivi Le Giardiniere hanno presentato un ricorso al TAR della Lombardia, col quale chiedono di annullare la revisione del vincolo e ripristinare le prescrizioni originarie. È anche su questo terreno, oltre che su quello politico e ambientale, che oggi si gioca il futuro dell’ex Piazza d’Armi. Il ricorso è ancora in attesa di giudizio del TAR, «ci auguriamo non intendano fare altre manovre sull’area, bisogna attendere la valutazione del ricorso».

A dicembre 2025 Comune e Invimit hanno firmato l’ultimo protocollo d’intesa e si arriva così al progetto che prevede l’80% della superficie a verde – un grande parco urbano nelle intenzioni della giunta Sala – con dentro però 1.700 nuovi alloggi (di cui 700 in affitto a canone calmierato, secondo quanto dichiarato dall’amministrazione). Le volumetrie sono state ridotte rispetto alle ipotesi precedenti e il Comune promette la tutela del Bosco dell’Averla e della biodiversità esistente. Per l’amministrazione comunale e Invimit il progetto rappresenta un compromesso tra diritto alla casa e tutela ambientale. L’idea è costruire un nuovo quartiere limitando il consumo di suolo e trasformando la maggior parte dell’area in un parco pubblico. Per Le Giardiniere, invece, quel compromesso non esiste e hanno presentato un progetto alternativo di parco elaborato insieme a università, associazioni ambientaliste e tecnici.

La loro richiesta è tanto semplice quanto radicale, in una città come Milano, di questi tempi: nessuna nuova edificazione. Tutta l’area dovrebbe diventare un’infrastruttura ecologica, collegata al Parco delle Cave, al Bosco in Città e ai grandi sistemi verdi dell’ovest milanese, «sottratta a ogni logica di profitto e speculativa» dice Maria Castiglioni. Secondo il comitato, il rischio è che il futuro parco pensato da Invimit e dal Comune sia un «parco addomesticato»: prati rasati, vialetti, attrezzature e una biodiversità molto più povera dell’attuale bosco spontaneo.

Per Le Giardiniere l’area dell’ex Piazza d’Armi è «un’infrastruttura ecologica» e non una semplice area da sistemare a verde, e chiedono che venga preservata nella sua evoluzione naturale. Comune e Invimit replicano che il progetto sarà sviluppato nel rispetto dei vincoli della Soprintendenza, con un concorso pubblico per il disegno del futuro parco e che il parco che nascerà sarà il secondo più grande parco della città.

L’iter, però, non è ancora concluso, «quanto abbiamo visto a maggio 2026 con il disboscamento del frutteto storico erede degli orti di guerra non ci rassicura, anzi», ricorda Castiglioni. Dopo il protocollo d’intesa, devono essere definite la convenzione urbanistica, gli strumenti attuativi e il progetto definitivo. Solo allora potranno partire i cantieri. Nel frattempo, questa Piazza d’Armi che non sembra Milano, continua a vivere in un equilibrio naturale e sospeso.

(il manifesto, 23 luglio 2026)

Tutto nasce dall’esperienza: “partire da sé e non farsi trovare”, diceva la filosofa appena scomparsa che ha reso visibile ciò che era stato occultato, ha aperto spiragli, consentendoci di disfare, decostruire l’ordine patriarcale. Insieme a Lia Cigarini ha fondato la Libreria delle donne

Non so spiegare l’impulso, l’inquietudine o semplicemente il moto di insofferenza che mi ha spinto, letto il pamphlet di Serughetti, Guerra, Braidotti – libro che ripete e riassume quanto le autrici hanno scritto con grande profondità in altri lavori – ad approfittare della notizia di una redazione aperta di Via Dogana dal tema C’era una volta la differenza e c’è ancora.

La data si è rivelata a posteriori, per me, connessa ad un movimento dell’inconscio: il bisogno di fare i conti con un discorso lasciato indietro per altre scelte, altri contesti di interlocuzione femminista ma anche con un’esperienza di relazione e di pensiero per me fondativa. A giugno 2026 cadono i venti anni dalla morte della donna, l’amica, che più ha contribuito a dare significato e profondità al mio femminismo, Eloisa Manciati. A giugno, il 13 giugno, mentre sono già a Milano, in attesa dell’incontro del giorno dopo alla Libreria delle donne, si spegne Luisa Muraro.

Non parlerò dell’incontro, intensissimo, che si è tenuto ugualmente «perché così avrebbe voluto Luisa», né delle belle relazioni introduttive di Traudel Sattler, Vita Cosentino, Jennifer Guerra e Chiara Zamboni.

Non parlerò del gesto che mi sono resa conto di compiere perché non voglio aderire alla frantumazione del femminismo mentre sento di far parte di una pluralità di femminismi, che attraversano sia le nostre storie e culture personali che il mondo già dilaniato e danneggiato.

Parlerò, a partire da me, dell’incontro con il pensiero di Luisa Muraro. E di come abbia appreso da lei quanto, una volta partite da sé, sia importante non farsi trovare là dove ci aspetterebbero.

Femminista fin dai primi vagiti di autonomia – fine liceo, università – mi sentivo tale in risposta all’evidente condizione di disparità con gli uomini.

Frequentavo Filosofia a Roma e nel fermento esaltante e talvolta persino efferato di quelle aule occupate si ergevano maschi che già sapevano tutto. Questo mi sbalordiva: non la rivoluzione, che volevo fare anch’io, ma la certezza, che ostentavano, di tutti i passi che ci avrebbero condotto dritto dritto dentro un’altra idea di società.

Le donne, le studentesse che erano là, come me, tacevano. Solo al ritorno nella mia piccola città il mio bisogno di rivoluzione ha preso forma nelle pratiche femministe. Esplorazioni, passi falsi, sorellanza, impegno concreto: consultori, contraccezione, aborto, self-help, autocoscienza. Che fare di questo bagaglio di esperienza così peculiare? Come dirlo, come farne pensiero. Come farne episteme.

Quando ho incontrato il pensiero della differenza, con Irigaray ma specialmente con Muraro, le pratiche politiche femministe con le altre hanno guadagnato l’autorità del discorso mentre il pensiero non mi cancellava nell’astrattezza del logos, perché tutto nasceva dall’esperienza che imparavamo a dirci. La mia esperienza nella relazione con le altre trovava la sua misura; era pensiero del mondo che non ci faceva nascondere dietro le parole della teoria di pensatori, politici, grandi uomini che incombevano su di noi.

Al mio attivismo non più solo legato al tentativo di un mondo meno ingiusto si coniugava la scommessa di rifarlo daccapo attraverso un altro sguardo. Rendere visibile ciò che era stato occultato, aprire spiragli, agire possibilità impreviste, disfare, decostruire un ordine patriarcale. E, talvolta in modo ravvicinato, più spesso a distanza, attraverso libri e incontri, lo scambio con Muraro contribuiva a nutrire il pensiero e l’esperienza.

Tutte le parole di Muraro, parole di rara forza epistemica, di passione visionaria, di rigore filosofico, mi sono servite. Non tutte le ho condivise ma l’ostacolo che ponevano al mio modo di sentire mi ha aiutato a scavare di più, a pensare al femminismo come qualcosa che, proprio come ha sostenuto Muraro richiede di «partire da sé e non farsi trovare».

Le pratiche contano. Il femminismo ha bisogno di viandanza più che di una protettiva comunità. Ha bisogno di misurarsi con l’indistinto della materia, con la crisi ecologica, con i corpi mutanti che abitiamo. Ci è necessario il pensiero che scaturisce dalla presa di parola e dall’esperienza di soggettività impreviste. Un pensiero che sia attraversamento del reale, risignificazione, riscrittura; un pensiero che non si accontenti dell’antagonismo. Nella presunta distanza con il femminismo dell’uguaglianza, occorre tenere presente, con forza, politicamente, che la differenza è esattamente il modo di sottrarsi – la schivata di Luisa – all’ordine del discorso e che nelle forme di questa sottrazione agisce la soggettività libera(ta) di ciascuna/o.

(*) Elvira Federici è nata e vive a Viterbo. Laureata in filosofia alla Sapienza, ha insegnato nelle medie e nei licei, ha fatto la preside (poi dirigente scolastica) in istituti medi e superiori impegnandosi sui temi del genere e della differenza; dal 2007 al 2011 ha lavorato in Brasile per conto del M.A.E.. È cultrice della materia per Linguistica Italiana – Università della Tuscia ed è stata contrattista per Didattica delle lingue moderne. Ha pubblicato due manuali scolastici per Mondadori e Mursia. Ha scritto per Riforma della Scuola, Insegnare, Il Filo, Mosaico (Comunità Italiana in Brasile). Nel 2005 ha pubblicato per la IDC PRESS di Cluj-Napoca (RM), la raccolta di versi “Oriente Domestico”. Collabora con la rivista Leggendaria. Di recente, oltre all’organizzazione del ciclo di filosofia “Lineamenti di femminismi, genere, differenza”, con Federica Giardini e le docenti del Master pari titolo di Roma 3, ha progettato e curato per la Biblioteca Consorziale di Viterbo il ciclo “Elogio della Poesia”, incontri con undici grandi poeti e poete della contemporaneità. È femminista e ha attraversato il movimento a partire dalla differenza sessuale. Trova stimoli di fronte alla complessità emozionante del mondo, anche nel pensiero di Gregory Bateson, che frequenta da anni con il Circolo omonimo.

(Letterate Magazine, 16 giugno 2026)

Nata nel 1975, la Libreria delle donne di Milano testimonia che la politica nasce dalle relazioni e può trasformare la realtà. Da 51 anni, tra comunità e rete, ecco la vita della Libreria delle donne

L’esperienza della Libreria delle donne di Milano ha caratteristiche proprie in quanto è allo stesso tempo un’impresa economica e un luogo politico femminista. È quindi difficilmente inquadrabile in categorie predefinite come possono essere quelle di comunità e community, tuttavia le attraversa e ci si misura come mi accingo a mostrare.

La Libreria apre i battenti nell’ottobre del 1975 in via Dogana 2 in centro, vicino al Duomo, in una Milano in pieno fermento culturale, con un movimento delle donne ricchissimo di gruppi di autocoscienza, di collettivi femministi, di iniziative di piazza e di confronto. È già operante la casa editrice fondata da Carla Lonzi, Scritti di Rivolta femminile, e in quello stesso anno si aggiunge La Tartaruga per volere di Laura Lepetit.

L’intento delle fondatrici è raccontato nel volume collettivo Non credere di avere dei diritti, in cui, riprendendo un volantino del 1974, scrivono: «La libreria sarà dunque “un centro di raccolta e di vendita di opere delle donne”. Alle “opere (già) fatte” la libreria si propone di unire l’opera in corso della mente femminile. Come tale, essa sarà anche “luogo in cui si raccolgono esperienze e idee da far circolare”»1.

In queste poche parole si condensano i tratti essenziali che permangono nel tempo: la Libreria come negozio aperto sulla strada, in cui chiunque può entrare, è dunque un’impresa economica, creata non per trarne profitto seguendo le leggi capitalistiche e la mercificazione della cultura, bensì creata per valorizzare le opere scritte dalle donne, allora introvabili; allo stesso tempo la Libreria è un luogo politico, perché lo stare tra donne è l’inizio della politica delle donne: qui si possono incontrare liberamente per continuare a produrre pensiero ed esperienze da mettere in circolazione.

Il manifesto che ne annuncia l’apertura – tuttora visibile in Libreria – si conclude con queste parole in grassetto: «Abbiamo voluto fare incontrare nello stesso luogo l’espressione della creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte».

Così è cominciata la vita della Libreria. Uso non a caso la parola vita perché di questo si tratta: una forma di vita e di socialità femminile in cui si incrociavano e si incrociano lavoro volontario, amicizia, convivialità, svolte esistenziali, amori, desideri, progetti, in rapporti tra donne di varia età e provenienza sociale, liberamente scelti. Al centro la relazione tra Luisa Muraro e Lia Cigarini, figure di spicco del femminismo italiano, che per cinquant’anni ne sono state il cuore pensante. Infatti alla base dell’esistenza della Libreria e della sua politica ci sono le pratiche di relazioni tra donne, come differenza, disparità, affidamento, che la strutturano e che precedono la teoria. Come ripeteva spesso Lia Cigarini, «la teoria è la pratica messa in parole».

Per questo suo impianto la Libreria fin dall’inizio eccede sia la forma economica che quella organizzativa previste nella nostra società. C’è sì una responsabile retribuita, ma buona parte dell’attività si regge sul lavoro volontario. Le “turniste” danno la loro presenza mezza giornata a settimana per la vendita di libri e si riuniscono mensilmente per segnalare quelli da ordinare e per scambiarsi informazioni.

La politica del partire da sé e della relazione crea una struttura reticolare in cui il processo decisionale da una parte è affidato alla singola relazione o rete, seguendo il principio per cui “chi fa decide”; e dall’altra parte – quando si tratta di decisioni riguardanti scelte in comune per l’intera Libreria – ci si riunisce per parlarne. Si procede non per votazione o per costituzione di maggioranze, ma attraverso la circolazione della parola che assume autorità quando è capace di trovare la mediazione possibile e necessaria per tutte le altre. Le discussioni possono essere anche aspre ma ricomponibili, una volta chiariti i punti di vista contrastanti a partire da sé. È tuttavia anche capitato nel corso degli anni che ci siano stati conflitti non sanabili o inespressi, per cui qualcuna ha deciso di allontanarsi.

Agli inizi, le riunioni politiche si tenevano nel sottoscala della Libreria con donne sedute fin sulle scale di accesso per quanto erano gremite e tutte fumavano, come si usava in quegli anni, in un locale privo di finestre… Pure in quelle condizioni, che oggi definiremmo inaccettabili, sono nate idee che hanno fatto della Libreria delle donne di Milano uno dei maggiori centri di elaborazione del femminismo della differenza, conosciuto e apprezzato a livello internazionale.

La vocazione della Libreria alla produzione di pensiero e di scrittura ha fatto sì che presto diventasse anche casa editrice indipendente. Accanto ai primi cataloghi usciti tra il ’78 e l’88, segnalo Aspirina, rivista satirica creata da Pat Carra, e un foglio aperiodico del movimento, Sottosopra, che viene ripreso dalla Libreria quando c’è una importante questione da proporre. Nel 1996, per esempio, ha fatto molto discutere il Sottosopra rosso È accaduto non per caso, che annunciava la fine del patriarcato.

La rivista di pratica politica Via Dogana comincia le sue pubblicazioni nel 1991 grazie a un finanziamento dato a Luisa Muraro da Rosetta Stella e prosegue per 111 numeri fino al 2014, quando si trasferisce online con il nome di Via Dogana 3.

Dal 1995 cominciano le pubblicazioni dei Quaderni di Via Dogana. L’ultimo pubblicato, dal titolo Esserci davvero, è una preziosa intervista-conversazione che Clara Jourdan fa con Luisa Muraro, spaziando tra le esperienze e gli incontri della sua vita e la genesi dei suoi libri. Inoltre nel volume è riportata la sua amplissima bibliografia. Questo libro ha ispirato un partecipato convegno sul pensiero di Luisa Muraro tenuto a Milano, in Università Cattolica, dal titolo Come quando si accende la luce2. È stata una delle iniziative attuate nel 2025 per il cinquantenario della nascita della Libreria, assieme all’altro importante convegno tenuto nella sala Alessi del Comune di Milano, dedicato a cinquant’anni di femminismo con Lia Cigarini: Aprire la porta alla parola e alla libertà, di cui sono in corso di pubblicazione gli atti.

Attorno alla metà degli anni Ottanta, a seguito della proposta politica contenuta nel Sottosopra verde Più donne che uomini, le pratiche di relazione vengono portate nei rapporti sociali, cioè nelle scuole, nei tribunali, nelle fabbriche, negli uffici, nelle amministrazioni comunali, nei quartieri, nelle università, in qualunque luogo ci siano donne pronte a scommettere di trasformare il mondo a loro misura, significando la differenza sessuale.

Io sono arrivata in Libreria nel 1983 a seguito della lettura di quel testo perché conquistata dalla libertà e dalla leggerezza di un’idea di politica basata sulle relazioni duali: bastava essere in due per esserci nel mondo e trasformarlo. Non si pensi che sia una politica di piccoli passi o di ambiti ristretti. Proprio la mia esperienza mostra come si tratti di ben altro.

Di mestiere insegnante, ho cominciato a portare le pratiche di relazione femministe a scuola e a scambiare con le altre, incontrandoci in Libreria. Ugualmente succedeva in altre città come a Verona, dove si era appena formata, presso l’Università, Diotima, la comunità filosofica femminile. Così, di relazione in relazione, ha preso vita la Pedagogia della differenza. Pochi anni dopo negli anni ’90 ho promosso con altre e altri l’Autoriforma gentile, un movimento di donne e uomini per molti anni presente e attivo a livello nazionale nelle scuole e sui media con una parola propria. Abbiamo lavorato soprattutto sul senso del nostro mestiere, organizzando convegni, pubblicando libri e producendo anche un film documentario, L’amore che non scordo. Storia di comuni maestre (2008) ora fruibile liberamente su YouTube, ancora molto parlante sulla qualità della scuola.

Da quegli anni in Libreria c’è stato un fiorire di gruppi che ancora si riuniscono e si collegano con altre realtà in Italia. Li chiamo gruppi, ma sarebbe meglio dire reti di relazioni attorno a un progetto, e producono esperienze, pensiero, scrittura, partendo dal desiderio e dalla passione delle singole. In anni più recenti alcuni progetti sono stati molto significativi sul territorio cittadino: penso, ad esempio, all’Agorà del lavoro che ha coinvolto per vari anni, in uno spazio del Comune di Milano, numerose donne di provenienza diversa con appuntamenti mensili, mettendo al centro un pensiero femminile sul lavoro e l’economia; oppure penso alla mostra Vetrine di Libertà3 alla Fabbrica del Vapore (2019),con le opere di trenta artiste contemporanee. Evento arricchito da momenti di dibattito tra cui significativo quello sull’ecofemminismo con la presenza di Vandana Shiva.

Agli inizi del 2000 accadono in contemporanea due importanti cambiamenti per la Libreria: il trasferimento in via Pietro Calvi 29, con annesso un ampio locale attrezzato per gli incontri del Circolo della rosa; e l’inizio della sua presenza sulla piazza virtuale, soprattutto ad opera di Laura Colombo e Sara Gandini, che verrà accompagnata da riflessioni e scritti.

Il desiderio di esserci in rete con un proprio sito veniva dalle donne più giovani che già si muovevano in quell’ambito e vi vedevano la possibilità politica di prendere la parola con modi e ritmi diversi. C’era l’entusiasmo degli inizi, quando la rete sembrava uno strumento democratico che ampliava e velocizzava la presa di parola di tutte senza aspettare i tempi della carta stampata… saranno poi libri come Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff4 a far prendere coscienza di quanta incidenza abbia nelle nostre vite la potente trasformazione in corso.

La presenza virtuale della Libreria comincia con una condizione posta da Luisa Muraro, che già ne vedeva potenzialità e rischi: la creazione di una redazione ironicamente chiamata “carnale” per far sì che l’incontro in presenza fosse parte costitutiva del lavoro sui canali virtuali, che dopo il sito si ampliano in Facebook e Instagram. Questa condizione sarà quella più capace di preservare la Libreria dai due maggiori rischi che la rete comporta: da una parte l’individualismo narcisistico e dall’altra la logica dello schieramento. Ogni giovedì da venticinque anni si riunisce la redazione del sito e sia Instagram che Facebook hanno una propria redazione. Anche la rivista on-line Via Dogana 3 per la realizzazione dei singoli numeri si basa su un incontro pubblico, la cosiddetta “redazione aperta”, convocata al Circolo della rosa su un tema proposto dalla redazione “ristretta”.

Le sfide del presente sono molteplici e davvero impegnative. La prima, per nulla scontata, riguarda la stessa esistenza della Libreria. In un periodo in cui chiudono librerie affermate come la Hoepli o Tarantola, in cui la concorrenza di Amazon abbatte le vendite, tenere aperta la Libreria delle donne di Milano è una sfida che ci impegna ogni giorno, perché rimanga vivo un luogo di incontro e di pensiero femminista, che continui a contribuire a un orizzonte di trasformazione del mondo. Ne abbiamo discusso in un recente numero di Via Dogana 3 dal titolo Fare impresa femminista5 e stiamo mettendo a punto le modalità che ci permettano di continuare.

La seconda sfida portata avanti soprattutto dalle donne più giovani, riguarda come abitare la realtà virtuale. Ne parla approfonditamente Laura Colombo in Non è uno strumento che introduce il numero della rivista dal titolo Pensiero vivente e intelligenza artificiale66. Per lei la sfida è abitare questa realtà «senza smettere di pensare e di stare in relazione; non partiamo dalla tecnologia, partiamo da ciò che ci accade con la tecnologia, dall’impatto che ha sul nostro modo di stare al mondo».

Con queste sfide comincia il cinquantunesimo anno della Libreria delle donne di Milano.

1Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Torino 1987, p.102.

2I contributi sono raccolti inLaura Colombo, Vita Cosentino, Wanda Tommasi, Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro, Mimesis, Sesto San Giovanni 2026.

3Francesca Pasini, Chitra Cinzia Piloni (a cura di), Vetrine di libert. Libreria delle Donne di Milano, ieri, oggi, Nottetempo, Milano 2019.

4Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma 2019.

5https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3 giugno 2025

6https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3 dicembre 2025

(Pedagogika, n. 4 luglio/agosto 2026)

In questo testo vorrei parlare della qualità e delle caratteristiche della presenza di Luisa Muraro all’interno dell’università di Verona, ma prima presento brevemente il suo percorso in università.

Nel 1975, con l’aiuto del filosofo Bontadini che aveva molta stima del suo pensiero radicato nel movimento delle donne, vinse un contratto di ricerca inizialmente a Padova e poi a Verona, dove continuò ad insegnare fino al 2005.

Nel 1984 con Adriana Cavarero, Wanda Tommasi, Annamaria Piussi, Diana Sartori e molte altre, tra cui anch’io, fondò una comunità di filosofia femminile dal nome Diotima, pensandola e facendo in modo che fosse parte costitutiva dell’università di Verona. Nel 1987 ha voluto fortemente e partecipato al libro di Diotima intitolato Il pensiero della differenza sessuale. Mi fermo un attimo su questo libro perché ha segnato tutto il percorso successivo non solo di Diotima, ma del pensiero stesso di Luisa. La chiave per comprenderlo è l’espressione passione per la differenza sessuale, che porta con sé due significati. Il primo si riferisce alla passione di portare il peso della differenza sessuale, già ampiamente codificata, che impedisce perciò di vivere liberamente la differenza femminile. Il secondo significato, che si incrocia con il primo, si riferisce all’aver passione per la differenza libera di essere donna, sperimentando soggettivamente e in relazione ad altri la scoperta di nuovi significati del significante donna. Del tutto imprevisti.

In tutti i suoi libri successivi Luisa Muraro è rimasta fedele alla differenza sessuale assunta come pensiero soggettivo, che non è oggetto di discorso, ma costituisce una via sessuata di leggere e interpretare il reale. Per le sue opere rimando all’amplissima bibliografia curata da Clara Jourdan nell’interessante intervista intitolata Esserci davvero.

Vorrei ora dire del suo modo di abitare l’università, così diverso dal mio. Proprio questa differenza mi aiuta a darne conto. Se io ho considerato fin da subito l’università come la mia casa, non era affatto così per Luisa Muraro che lavorava all’università facendo ricerca e insegnando – pratiche a cui teneva moltissimo – ma che sicuramente non si sentiva per niente a casa nei consigli di istituto e poi di dipartimento e del resto veniva considerata come una diversa, per certi segnali indiretti che però era facile avvertire. Certo lei veniva da anni di esperienze di autocoscienza, di pratiche dell’inconscio sperimentate nell’alveo del femminismo milanese, un femminismo che si radicava nelle relazioni e non aveva debiti di sorta con le istituzioni. L’università di Verona le permetteva la ricerca e l’insegnamento, ma a prima vista non c’era nessun ponte tra la realtà del movimento e quella istituzionale.

Per questo considero la fondazione di Diotima, una comunità di filosofe che hanno seguito la scommessa di trasformare dall’interno il corpus filosofico criticando il soggetto maschile-neutro e aprendolo allo sguardo significante femminile, come il primo passo da parte sua per creare un ponte fertile tra le pratiche politiche femministe e l’ambito delle pratiche più valorizzate all’università, cioè quelle che costituiscono la ricerca filosofica, a cui Luisa teneva molto. È stato un modo per far giocare assieme due parti di sé e della propria vita, che fino a quel momento restavano separate.

Accanto a questa, c’è un’altra esperienza in cui Luisa ha messo a frutto il suo sapere maturato nella politica delle donne aprendo uno spazio simbolico e politico all’università. Mi riferisco a quella che abbiamo chiamato “Autoriforma dell’università”. L’idea che ha guidato Luisa Muraro, Riccardo Ghidoni – un ordinario di Chimica biologica – e me è stata quella di considerare l’università certo come un luogo di poteri frammentati e allo stesso tempo gerarchici, di cui tutti sono consapevoli e ne partecipano direttamente o indirettamente, ma anche come un luogo amato per la cultura che vi circola e che è quello per cui studentesse e studenti vi si iscrivono al di là della pura e semplice formazione professionale, che pure è importante. Come far emergere questa università amata accanto e all’interno dell’università delle decisioni interessate e dei piccoli e grandi poteri?

Luisa Muraro proponeva di valorizzare le relazioni tra docenti e studenti e tra i docenti stessi in cui questa università amata si creava via via in un percorso di pratiche che in qualche modo erano già seguite ma rimanevano silenti, invisibili ai più. Persino a quelli che le praticavano, ma non si interrogavano su quello che facevano. Una leva per fare questo era il senso di un’autorità libera e circolante da riconoscere e riconoscersi e a cui poter attingere.

Cito un brano di Luisa Muraro dal libro che ha raccontato l’autoriforma e pubblicato nel 1996, Lettere dall’università, a cura di Luisa Muraro e Pier Aldo Rovatti, Filema ed., Napoli. Dà conto di come Luisa volesse fortemente far emergere dall’università ciò che più amiamo in essa: «Questo libro vuole essere altro, e insieme alla denuncia raccontare un’altra ovvietà sepolta e in genere muta. Che lì [nell’università] passa il sapere e con il sapere il desiderio; e che dentro a questa scassata comunità c’è un gioco interattivo di attese e risposte, dentro e attraverso i giochi di potere. Non tutti quelli che vi insegnano vi partecipano, ma certo in varia misura tutti gli studenti. Questa “cultura” che alla lettera fa esistere l’università, e anche l’università italiana, manda pochi messaggi e magari nessuno, come se non avesse abitudine a scriversi, come se non si ritenesse degna di essere pubblica. Il nostro libro comincia a raccogliere alcuni di questi messaggi inabituali. Si dice che l’università abbia perduto la sua “idea” ma cosa facciamo per farci un’idea dell’università? […] Sospettiamo che […] molti docenti e tutti gli studenti ce l’abbiano, e che sia in forza di essa che fanno l’università: l’università infatti non c’è, si fa. Bisognerà pure cominciare a dirlo, a dirselo» (p. 5).

L’autoriforma dell’università, cioè l’idea che l’università non ha bisogno di riforme istituzionali per trasformarsi in meglio ma fare riferimento alla fertilità di pratiche che “si fanno”, è stata sia il regalo più grande, che Luisa ha fatto all’università, sia il modo per poter vivere dall’interno l’università amandola, sia la via per seguire una politica delle relazioni e delle pratiche nel contesto del lavoro, che si differenzia radicalmente da una politica istituzionale di riforme legislative.

(*) Già docente di Filosofia teoretica nel dipartimento di Scienze umane

(Univrmagazine, 3 luglio 2026)

Volantino di invito al presidio per la pace di venerdì 24 luglio 2026 a Palermo, in piazza Massimo, dalle 18.00 alle 20.00

In questi giorni il caldo toglie il respiro. Le città diventano fornaci, i boschi bruciano, la siccità avanza. La crisi climatica non è più una minaccia lontana: è il nostro presente.

Eppure c’è una fonte di emissione di cui si parla pochissimo: quella prodotta dalle guerre e dalla corsa al riarmo. Mentre i governi europei e la NATO rilanciano gli investimenti negli armamenti, una domanda resta fuori dal dibattito: chi paga davvero il costo delle guerre?

Lo pagano le popolazioni colpite, i territori devastati. Ma lo paga anche la Terra.

Ogni bombardamento libera nell’atmosfera enormi quantità di gas serra, incendia foreste, contamina acque e suoli, distrugge ecosistemi e lascia macerie la cui ricostruzione richiederà ancora energia, cemento, acciaio e nuove emissioni.

Siamo abituati a contare le persone morte, ferite o costrette alla fuga. Oggi la ricerca scientifica ci invita a contare anche ciò che non si vede: le emissioni di gas serra e la devastazione degli ecosistemi. Studi coordinati dall’Initiative on Greenhouse Gas Accounting of War e pubblicati anche sulla rivista One Earth hanno iniziato a misurare il costo invisibile dei conflitti ancora in corso.

[…]

Le guerre non sono soltanto una catastrofe umanitaria: sono anche una gigantesca fonte di emissioni che alterano il clima. Eppure le attività militari restano in gran parte escluse dalla contabilità internazionale del clima.

Mentre a cittadine e cittadini si chiedono sacrifici per ridurre le emissioni, i governi investono somme sempre maggiori nella produzione di armi.

Non possiamo affrontare la crisi climatica alimentando le guerre che la aggravano.

Rachel Carson lo aveva già intuito nel 1962: «L’essere umano fa parte della natura e la sua guerra contro la natura è inevitabilmente una guerra contro se stesso».

Nel 2004, ricevendo il Premio Nobel per la Pace, Wangari Maathai ricordava: «Riconoscere che sviluppo sostenibile, democrazia e pace sono indivisibili è un’idea il cui tempo è arrivato».

Se pace, democrazia e sviluppo sostenibile sono davvero indivisibili, allora anche la lotta contro il riarmo riguarda il futuro della Terra. È questa la convinzione che ha animato il 21 giugno, a Roma, la manifestazione nazionale “Tessere la pace” promossa da 10, 100, 1000 Piazze di Donne per la Pace.

Non c’è futuro per il pianeta dentro un’economia di guerra. Anche quando tacciono le armi, la Terra continua a portarne le ferite. Disarmare significa proteggere la vita, oggi e domani.

(*) Il Presidio Donne per la pace di Palermo è promosso da: UDIPALERMO; Le Rose Bianche; Donne CGIL Palermo; Coordinamento donne ANPI; Emily Palermo; Governo di Lei; CIF; Le Onde; Arcilesbica; Donne della Comunità dell’Arca; Donne del Movimento nonviolento; Donne del Circolo Laudato si’.

(Pressenza, 16 luglio 2026)

Nell’incipit preistorico di 2001: Odissea nello spazio il primo utensile è una clava, un lungo osso che si rivela utile per uccidere prede, assassinare il capo di un gruppo rivale di ominini e, infine, essere lanciato in aria prima di un drammatico stacco di montaggio. Secondo questa lettura, il primo utensile fu un’arma. È un’interpretazione che si adatta bene ai primi strumenti di pietra. Le pietre tonde erano usate per colpire, quelle affilate per tagliare e trafiggere: immaginiamo che servissero ad aprire, spaccare, cacciare o uccidere. Ma le popolazioni preistoriche probabilmente usavano anche tipi diversi di utensili, fatti con altri materiali. Materiali vegetali come il legno dovevano essere impiegati di continuo, è solo che hanno meno probabilità di conservarsi. L’età della pietra fu anche l’età botanica. È un’ipotesi che apre molte altre possibilità, e una delle più stimolanti è quella dei contenitori. E se il primo strumento fosse stato un oggetto capace di contenere qualcosa di prezioso, così da poterlo trasportare o conservare? A pensarci, un contenitore è una delle cose più utili da avere. «Risolve un sacco di problemi», dice il paleoantropologo Marc Kissel, dell’Appalachian State University, in Carolina del Nord. «Apre una nuova nicchia ecologica». Insieme ad altri colleghi Kissel ha compilato un database dei contenitori preistorici. Gli esempi sono centinaia e coprono un arco di più di centomila anni, ma loro sostengono – credo a ragione – che si tratti solo di una minuscola frazione di quelli realmente esistiti. Il contenitore, oltretutto, è stato uno degli utensili più importanti. «È una delle cose che hanno permesso agli esseri umani di avere tanto successo», dice Kissel.

Difficile da definire

Creare un database dei contenitori preistorici non è semplice. Kissel e i suoi colleghi hanno passato più di un anno a setacciare la letteratura scientifica in cerca di esempi. Non potevano contare sulla presenza del termine “contenitore” o di un suo sinonimo, perciò hanno dovuto individuare tanti altri vocaboli che rimandavano a specifiche tipologie di contenitore. Nel 2025 hanno deciso di fermarsi, perché, racconta Kissel, «dovevamo smetterla di aggiungere materiale» e l’8 aprile hanno pubblicato sul Journal of Anthropological Archaeology un articolo con i dati raccolti. […]

Anche se hanno cercato quelli riferibili all’intero pleistocene, il periodo compreso tra 2,58 milioni e 11.700 anni fa, tutti gli esempi individuati sembrano risalire agli ultimi 500mila anni. Si tratta comunque di un notevole passo avanti nella nostra conoscenza del passato. Tradizionalmente, gli archeologi ritenevano che i contenitori fossero apparsi solo negli ultimi diecimila anni circa e li collegavano alla nascita dell’agricoltura e della vita sedentaria – la cosiddetta rivoluzione neolitica – e all’invenzione della ceramica. […] Ma secondo Kissel questa idea in larga parte era già stata abbandonata, perché presenta il neolitico come una cesura netta rispetto al passato, quando in realtà il cambiamento fu molto più graduale e frammentario. […] «Credo sia più utile pensare a una loro evoluzione progressiva», dice Kissel. […] Il contenitore più antico del database è un vassoio o piatto di corteccia. È stato trovato vicino alle cascate Kalambo, in Zambia, e ha tra i 400mila e i 500mila anni. Presso le cascate Kalambo sono stati rinvenuti alcuni straordinari oggetti in legno ben conservati: nel 2023 gli archeologi hanno descritto quelle che sembrano essere grandi strutture lignee, forse abitazioni, risalenti a 476mila anni fa. Tuttavia, la datazione del vassoio/piatto è meno chiara.

Vassoio di corteccia

Questo mostra un altro problema che il gruppo di Kissel ha dovuto affrontare: tanti di questi oggetti sono stati portati alla luce molto tempo fa, perciò le informazioni che li riguardano sono sepolte nella vecchia letteratura scientifica, spesso non disponibile online, e i metodi di datazione usati all’epoca oggi non sarebbero considerati adeguati. Il vassoio delle cascate Kalambo fu rinvenuto negli anni Cinquanta da un gruppo guidato dall’archeologo John Desmond Clark. La fonte principale su questo reperto è il Kalambo falls prehistoric site (1969), un’opera in due volumi di Clark, che contiene un capitolo di tre pagine del botanico Timothy Charles Whitmore dedicato a «corteccia e altri campioni». Esiste anche un articolo del 1958 che Clark scrisse per la rivista Scientific American. C’è ben poco materiale su cui lavorare.

Di conseguenza, anche se dai dati emergono alcune tendenze, Kissel avverte che rispecchiano soprattutto i limiti della documentazione archeologica piuttosto che la realtà della preistoria. […] Quello che comincia a emergere, dice Kissel, è quanto fossero diffusi i contenitori. In Europa, che è una regione ben studiata, gli esempi sono numerosi malgrado i problemi di conservazione, e questo ci fa capire che erano cruciali per la sopravvivenza umana.

Preistoria e femminismo

Uno degli usi più antichi dei contenitori, continua Kissel, era il trasporto dei bambini più piccoli, forse in fasce. Soprattutto le antropologhe lo sostengono da decenni. Tra le grandi scimmie antropomorfe come gli scimpanzé, i piccoli si tengono stretti alle madri, opportunamente ricoperte da una folta pelliccia che permette loro di aggrapparsi. Noi invece abbiamo perso quasi tutti i peli del corpo, e i nostri neonati sono così inermi da non riuscire ad aggrapparsi a nulla. Partendo da questa osservazione, Kissel suggerisce che i porta-bebè sarebbero stati utili quando gli ominini cominciarono a camminare su due gambe e persero gran parte della peluria corporea, diversi milioni di anni fa. «Gli australopitechi probabilmente usavano delle fasce», dice. Se è così, allora Lucy, la celebre Australopitheca afarensis, da neonata, 3,2 milioni di anni fa, probabilmente veniva trasportata in una fascia. Kissel ha insistito su un punto: nessuna di queste idee è nuova. Da decenni c’è chi sostiene ipotesi di questo tipo, ma stanno conquistando spazio lentamente, forse perché furono formulate per la prima volta nelle riletture femministe della preistoria, ingiustamente considerate stravaganti o poco realistiche. Nel 1976 le antropologhe Nancy Tanner e Adrienne Zihlman suggerirono che tra i primi utensili forse ci furono i cesti, usati dalle donne per trasportare cibo e altri oggetti. Si opponevano così a una visione della preistoria dominata dalla prospettiva maschile, che enfatizzava attività come la caccia ai grandi animali – erroneamente attribuita soprattutto agli uomini – e prestava poca o nessuna attenzione alle donne. La giornalista femminista Elizabeth Fisher suggerì qualcosa di molto simile nel suo libro del 1979 Woman’s creation: sexual evolution and the shaping of society, dove scriveva che «molti teorici ritengono che tra le prime invenzioni culturali dev’esserci stato un contenitore per conservare quanto veniva raccolto e un qualche tipo di fascia o rete per trasportarlo». La scrittrice Ursula Le Guin nel 1986 citò direttamente Fisher nel suo saggio The carrier bag theory of fiction. «Se non avete un posto dove metterlo, il cibo vi sfugge di mano – anche una cosetta pacifica e arrendevole come l’avena selvatica», scriveva. Un contenitore anche molto semplice consente di conservare un’eccedenza, il che significa potersene restare al riparo il giorno dopo se il tempo è brutto. Le Guin spinse questa idea molto oltre. Sosteneva che le nostre opinioni sulla storia e la preistoria sono dominate dall’azione e dalla violenza, come il primo strumento in 2001 e tutte le storie eroiche sulla lotta contro i draghi e i cattivi. Ma, diceva, esistono storie altrettanto legittime da narrare, storie incentrate su raccolta, cura dei figli, costruzione. Molte delle nostre storie parlano di «come Caino è caduto su Abele, la bomba su Nagasaki, e il napalm sui villaggi, e di quando i missili cadranno sull’Impero del Male e di tutti gli altri gradini nell’ascesa dell’Uomo», scriveva Le Guin. «Per timore che non ci siano più storie da raccontare, alcuni di noi, quaggiù tra l’avena selvatica e il grano alieno, pensano che sia meglio cominciare a raccontarne un’altra, che possa tramandarsi tra la gente quando quella vecchia sarà finita».

Reti di cooperazione

Mentre scrivo, riesco quasi a sentire certe lettere che alcuni stanno già preparando: diranno che la violenza ha sempre fatto parte della storia umana e che per capire la preistoria dovremmo attenerci ai dati. Il punto è che, per quanto mi è possibile, io mi sto attenendo ai dati. Sono sempre più numerose le prove che a rendere insolita la nostra specie non sono l’intelligenza, la creatività o l’aggressività – anche se indubbiamente possiamo avere tutte queste caratteristiche – ma la socievolezza, il bisogno di legami emotivi e la dipendenza reciproca. Ogni volta che una popolazione umana si è trovata isolata dalle altre, per esempio, è stata esposta a un rischio di estinzione molto maggiore: non aveva nessuno a cui chiedere aiuto. La nostra sopravvivenza dipende dalle reti di relazione e dalla cooperazione. Come, per esempio, condividere con un amico in difficoltà una parte del cibo che hai messo da parte usando quel pratico contenitore che ti sei costruito.

(Internazionale, 16 luglio 2026)

«Siamo partiti da un riarmo che doveva essere europeo e soltanto difensivo. Poi si è trasformato in un riarmo nazionale e in un sostegno all’Ucraina anche offensivo. Oggi si aggiunge un altro tassello: la costruzione di una minaccia russa permanente». Ida Dominijanni, giornalista e saggista, voce storica del femminismo italiano, usa un termine specifico: “costruzione”.

Crede che lo spauracchio di Putin sia stato creato dall’Occidente in modo volontario?

Non dico questo. Ma parlo di “costruzione” e “minaccia permanente” perché è stato deciso in modo lampante di entrare in una prospettiva di guerra definitiva con la Russia, calda o fredda che sia. E ascoltando quello che si dice sul riarmo, mi sembra molto più calda che fredda. La minaccia esiste, ma è stata largamente costruita.

Quando comincia questo processo?

Naturalmente l’invasione dell’Ucraina del 2022 è stata un atto in aperta violazione del diritto internazionale, anche se Putin non è stato certo un innovatore, penso ad esempio agli Stati Uniti in Iraq nel 2003. Quell’invasione si è poi saldata con la strategia di Biden di contrapporre democrazie e autocrazie, una lettura già allora discutibile e che oggi, con Trump – un leader dai tratti autocratici nato dentro una democrazia – perde completamente di senso.

È una strategia irreversibile?

Se si legge la dichiarazione finale dell’ultimo vertice Nato di Ankara, la Russia viene descritta come una minaccia di lungo periodo, quasi permanente. Ripeto: significa concretizzare una nuova guerra fredda. È una prospettiva che andrebbe motivata molto meglio. Io, da cittadina europea, vorrei sapere esattamente in cosa consiste questa minaccia. Non mi basta sapere che i Paesi baltici o quelli nordici si sentono esposti. Vorrei dati precisi, specifici.

Lei vede anche una contraddizione nel racconto pubblico sulla Russia.

Da una parte ci viene detto che Mosca sarebbe pronta a invadere l’Europa; dall’altra che fatica ad avanzare in Ucraina. Le due narrazioni non stanno insieme. Mi sembra un dibattito molto ideologico, popolato di fantasmi. Sulla Russia influisce ancora, forse, un immaginario che riguarda l’Unione Sovietica, l’anticomunismo. Naturalmente pesa anche il giudizio, che condivido, su Putin. Ma trasformare la Russia nel nemico strategico permanente dell’Europa è un salto che mi pare davvero poco motivato.

L’Unione europea era nata come progetto di pace. Si è votata ad altro.

C’è certamente un cambiamento del senso comune europeo. Oggi la vocazione pacifista europea sembra aver lasciato il posto al ritorno della deterrenza. Ma la deterrenza era un concetto del Novecento: apparteneva a un altro mondo, che oggi non esiste più.

In questa corsa bellica ha un ruolo decisivo anche la spinta economica dell’industria militare?

Certo. Oltre alle ragioni geopolitiche e ideologiche, ci sono interessi molto concreti. L’Europa attraversa una crisi industriale, è in ritardo sulle grandi sfide tecnologiche e il riarmo diventa un tentativo di rispondere ai problemi dell’economia. Ma è una scelta che inevitabilmente comprimerà il welfare e i servizi essenziali.

La discussione divide il centrosinistra italiano.

Su questo tema, da elettrice, pretenderei una vera discussione pubblica, che finora non c’è stata. Forse non ci metteremo mai d’accordo sulle cause della guerra, ma almeno dovremmo discutere delle prospettive. Qual è la strategia europea nei confronti della Russia? Io non l’ho capito. La sinistra europea continua a muoversi dentro uno schema ereditato dall’amministrazione Biden, ormai anacronistico. Servirebbe una proposta autonoma. E credo che proprio l’Italia, per la sua tradizione politica e culturale, avrebbe la responsabilità di promuovere una discussione aperta.

Questo dibattito a quali conclusioni dovrebbe aspirare?

Tre punti. Contenere il riarmo entro ciò che è necessario a una difesa comune. Riaffermare l’Europa come forza di pace. E tornare allo spirito della nostra Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Perché le armi non si accumulano per tenerle nei magazzini: prima o poi vengono usate.

(Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2026)

Le ragazze sono molto attive nella partecipazione alla vita pubblica, lo dimostrano i dati su referendum e iniziative popolari. Un impegno che si intensifica intorno a temi legati a diritti, welfare, ambiente e salute, ma che cala all’aumentare dell’età, quando carichi di cura, insicurezza economica e violenza di genere le fanno gradualmente “sparire” dallo spazio pubblico

Sessantotto per cento. Nella fascia tra i 18 e i 22 anni, quasi sette firme su dieci per referendum e iniziative popolari portano una firma femminile. Non è un’eccezione: tra i 23 e i 27 anni la quota resta attorno al 63%. Eppure nessuno ne parla. Il racconto pubblico sulla partecipazione giovanile in Italia – svogliata, disimpegnata, assente – ignora sistematicamente chi, in realtà, quella partecipazione la trascina.

I dati vengono dal progetto datiBeneComune, la collaborazione tra onData, ActionAid Italia e Transparency International Italia, che ha analizzato oltre 3,7 milioni di firme raccolte per 94 referendum e iniziative popolari. Il quadro che emerge ribalta uno stereotipo consolidato: le donne sono il 51-52% del totale delle firme, ma nelle fasce più giovani diventano una maggioranza schiacciante. E non solo al Nord, non solo nelle grandi città. Al Sud e nelle Isole la quota femminile media sale al 52-53%, sopra la media nazionale. La Sardegna, in diverse iniziative, supera il 58-60%. Calabria, Sicilia, Campania, Puglia: tutte sopra la media. Il Meridione, che nei discorsi sul disimpegno civico finisce quasi sempre sul banco degli imputati, qui non resta indietro.

C’è anche una distinzione che i numeri rendono nitida. Nelle iniziative su diritti, welfare, ambiente e salute la presenza femminile è sistematicamente più alta. In quelle su nucleare, legittima difesa, immigrazione, la bilancia si inclina verso gli uomini. Non una partecipazione generica, quindi: orientata, selettiva, consapevole.

L’onere della partecipazione o della cura

«Le donne si fanno carico non solo del lavoro di cura domestico, ma anche del lavoro di cura pubblico della democrazia». Rossella Silvestre, ricercatrice di ActionAid Italia, usa questa formula con precisione. Non è una metafora: è una descrizione funzionale di ciò che i dati mostrano.

ActionAid ha condotto un’indagine demoscopica nell’ambito di una ricerca più ampia sulla prevenzione primaria della violenza maschile contro le donne – uno studio sugli stereotipi di genere che attraversano gli spazi della vita quotidiana, compreso quello della partecipazione civica. Tra le donne della generazione Z (cioè nate fra il 1997 e il 2012), il 50% considera le decisioni collettive una responsabilità individuale. Tra gli uomini della stessa fascia d’età, il 39%. Tra le millennial (cioè nate tra il 1981 e il 1996): 55% contro 51%. «Gli uomini mostrano una visione più gerarchica» spiega Silvestre. «Delegano a chi occupa già un certo ruolo. Le donne vivono la partecipazione come un problema di tutte e di tutti, indipendentemente da chi siede a un tavolo istituzionale».

È probabilmente questa percezione diffusa di responsabilità collettiva a spiegare i numeri sulle firme. Le giovani donne non aspettano rappresentanza: si muovono direttamente. E lo fanno in modo trasversale, senza che la provenienza geografica incida in modo determinante. «L’essere giovane è di per sé un fattore» osserva Silvestre. «Questo vale al Nord come al Sud. La territorialità conta meno di quanto si immagini».

Il calo che spiega tutto

Le donne partecipano, poi però spariscono. Non tutte insieme, non di colpo. Ma dai 35 anni in poi la partecipazione femminile alla vita pubblica comincia a cedere, e continua a farlo fino alla soglia della pensione. È il momento in cui il lavoro di cura si fa più pesante – figlie e figli piccoli, genitori anziani, casa – e ricade in modo sproporzionato sulle donne.

I numeri dell’indagine ActionAid non lasciano margini di interpretazione. Il 74% delle donne si occupa da sola dei lavori domestici, contro il 40% degli uomini. Il 41% delle madri gestisce i figli e le figlie in autonomia: tra i padri, appena il 10%. La cura delle persone anziane pesa per il 37% sulle donne, per il 33% sugli uomini. Differenze che, sommate, producono un effetto preciso: le donne escono dallo spazio pubblico. Non perché cambino idea sulla democrazia, non perché smettano di sentirla come una responsabilità. Semplicemente, non hanno più tempo.

«Le vediamo sparire» dice Silvestre. «Non le vediamo più attraversare gli spazi pubblici, non le vediamo più attivarsi. E poi le vediamo riapparire quando quel carico di cura esce dalle mura domestiche». Il rientro nella partecipazione in età avanzata non è entusiasmo ritrovato: è il segnale che il peso si è alleggerito. I figli e le figlie sono cresciuti, i genitori sono venuti meno, è arrivata la pensione.

La ricerca di ActionAid aggiunge un altro strato che completa il quadro politico e sociale del paese. Dalla sua analisi emerge infatti che il 52% delle donne ha provato paura negli spazi pubblici, contro il 35% degli uomini. Tra le giovani della generazione Z quella quota arriva al 79%. Gli uomini frequentano gli spazi pubblici più delle donne – 49% contro 44% – e la presenza femminile crolla con l’età: dal 62% tra le più giovani al 30% tra le boomer (cioè con più di sessant’anni). Il 47% delle donne si sente svalutata nei contenuti culturali; tra le under 25, questa affermazione è vera per sette donne su dieci. Online la situazione non cambia: il 40% teme reazioni sessiste, con un picco del 59% tra le più giovani.

Messi insieme, questi dati raccontano qualcosa di più di una difficoltà a firmare una petizione. Raccontano come la partecipazione venga compressa da più direzioni contemporaneamente: il tempo sottratto dalla cura, la paura nello spazio fisico, l’assenza di rappresentazione culturale, l’ostilità digitale. E così «perdiamo un’amplissima fascia della popolazione che ha interessi e bisogni completamente diversi da quelli degli uomini della stessa età» dice Silvestre. «È una perdita per la società, non solo per le singole persone che vorrebbero esserci e non possono».

Cosa si può fare è meno misterioso di quanto sembri, anche se politicamente più scomodo da ammettere. Più servizi pubblici che redistribuiscano il lavoro di cura – asili, assistenza alle persone anziani, tempo scuola – sono la condizione strutturale perché le donne abbiano tempo da dedicare anche all’impegno civico. Silvestre lo dice senza giri di parole: «Bisogna alleggerire il carico che ricade sulle spalle delle donne. Non è un discorso solo sul mercato del lavoro: è un discorso sulla possibilità di partecipare alla vita pubblica, economica, sociale, culturale e politica del paese». La situazione, aggiunge, è probabilmente peggiorata: le reti comunitarie e familiari che un tempo assorbivano parte del carico si sono assottigliate, e con esse si è ridotto anche il tempo sottratto alla partecipazione.

Dati taciuti, realtà invisibili

C’è un paradosso che rende tutto questo ancora più difficile da affrontare: i dati che permetterebbero di misurare con precisione il fenomeno non esistono ufficialmente.

Il Ministero della Giustizia, titolare del sito attraverso cui vengono raccolte le firme digitali per referendum e iniziative popolari, non pubblica in forma aperta i dati disaggregati per genere ed età. Le informazioni ci sono: ogni firma è associata a un codice fiscale, quindi a un’identità, un’età, una provenienza. Ma restano chiuse in un’interfaccia che le mostra a schermo, voce per voce, solo dopo il login con Spid o carta d’identità elettronica. Nessun file scaricabile. Nessuna serie storica. Nessuna possibilità di analisi senza un lavoro manuale che nessun cittadino o cittadina comune è attrezzata a fare.

«È un sito che nasce per raccogliere dati» osserva Andrea Borruso di onData. «Parla di partecipazione democratica, dell’opportunità per la cittadinanza di incidere sul paese. Eppure mancano elementi minimi per poterne ricavare informazioni utili: quante persone hanno firmato nell’ultima settimana? Da dove? Di che fascia d’età? Chi lo vuole sapere lo deve guardare a schermo, un numero alla volta, ogni giorno, senza poter vedere come cambia nel tempo».

La normativa italiana sui dati aperti obbliga le pubbliche amministrazioni a pubblicare in formati leggibili dalle macchine – file scaricabili, aggiornati, ben descritti, patrimonio comune fin dal momento della pubblicazione. Non succede. «La legge impone che i dati pubblici siano pubblicati in maniera adeguata, come un .csv, una tabella scaricabile» spiega Borruso. «Qui non avviene e questo è un paradosso per un ministero che le norme dovrebbe conoscerle bene» conclude.

I tentativi di sbloccare la situazione per via formale hanno prodotto una sequenza di rinvii. La Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi ha interpellato il Ministero della Giustizia, che ha risposto di stare “valutando” la pubblicazione. Poi nulla. La segnalazione al Difensore civico per il digitale – che in Italia è l’Agenzia per l’Italia digitale (AgID) – ha aperto un procedimento che per regolamento dura mesi, e si chiude con un passaggio di responsabilità alla stessa amministrazione segnalata. «Ti rispondono che la tua segnalazione non è sbagliata» racconta Borruso «per dirti che hanno passato la palla alla pubblica amministrazione, che ha a sua volta trenta giorni per rispondere. Il tempo aumenta, la certezza diminuisce».

Il problema di fondo, spiega Borruso, è normativo prima che burocratico. Gli obblighi italiani sulla trasparenza sono deboli: se una pubblica amministrazione non risponde a una richiesta Foia (acronimo di Freedom of information act, che indica il diritto di accesso civico generalizzato), entro trenta giorni, il cittadino o la cittadina può fare ricorso, ma l’unica strada concreta rimane il Tribunale amministrativo regionale (Tar), con tutti i costi economici, organizzativi e di conoscenza che questo comporta. «Quando un cittadino non rispetta certe scadenze ci sono sanzioni, conseguenze formali. Per la pubblica amministrazione no. Il calcolo rischio-beneficio è tutto dalla parte di chi non risponde». Nessuna norma scoraggia attivamente l’inerzia. E così l’inerzia prevale.

Tecnicamente, pubblicare quei dati sarebbe semplice. Aggregarli a livello provinciale garantirebbe il rispetto della privacy – la normativa richiede un minimo di tre soggetti per fascia perché il dato non sia identificabile, soglia facile da rispettare nella quasi totalità dei casi. Esistono anche strumenti come i token di accesso, piccole password speciali che permettono a organizzazioni esterne di scaricare dati in modo automatico e tracciabile, senza rischi per il sistema. «Non è fantascienza» dice Borruso. «È quello che già succede in molti altri ambiti. Sui sensori di inquinamento atmosferico i dati vengono aggiornati ogni ora. Sui femminicidi, sulle raccolte firme, sulla salute degli anziani nelle case di cura: mille richieste, mesi di attesa, forse il Tar».

Chi decide cosa è importante rendere pubblico, e cosa no, non lo fa per caso. È una scelta culturale prima che amministrativa, e produce effetti concreti. Il contributo delle giovani donne alla democrazia dal basso, già documentato con fatica da chi si è costruito strumenti di raccolta autonomi, rimane ufficialmente invisibile. Ciò che non si misura non entra nell’agenda. E ciò che non entra nell’agenda non cambia. 

(inGenere, 8 luglio 2026)

Mentre Milei smantella le protezioni nazionali, una provincia argentina riconosce il “chineo”, l’abuso sessuale a sfondo razziale, come reato d’odio

Nel pomeriggio del 16 aprile 2026, un piccolo gruppo di donne indigene è arrivato presso la sede del parlamento provinciale di Salta, una provincia nell’Argentina settentrionale, per assistere al dibattito e alla votazione dei politici su una proposta di legge. All’annuncio dei risultati, le donne hanno riso, pianto e si sono abbracciate. Erano riuscite a far riconoscere […], per la prima volta, l’esistenza del chineo: l’abuso e l’aggressione sessuale sistematici nei confronti di bambine, ragazze e donne indigene da parte di uomini criollos (non indigeni), che generalmente detengono un maggior potere economico, sociale o politico. Gli 1,3 milioni di indigeni dell’Argentina, che costituiscono appena il 2,9% della popolazione totale del Paese, continuano ad affrontare ingiustizie nonostante godano di alcuni diritti legali. Molte comunità lottano per proteggere le proprie terre ancestrali da progetti minerari, agricoli e di abbattimento delle foreste che danneggiano l’ambiente e minacciano il loro stile di vita. Subiscono inoltre discriminazioni, un accesso limitato ad assistenza sanitaria e istruzione di qualità, e più alti livelli di povertà. Per le ragazze e le donne indigene, il chineo è anche una minaccia costante che incombe da oltre 400 anni, fin dall’arrivo dei coloni. È ancora comune sentire uomini criollos dire «Vamos a chinear», spiega Fabiana Ibarra, una donna del popolo Wichí che è stata […] aggredita quand’era adolescente. «Intendono “uscire a cercare donne da abusare”». A Salta, l’approvazione della legge 8534 rappresenta una vittoria storica contro queste aggressioni. Gli indigeni costituiscono il 10% della popolazione della provincia – una percentuale molto più alta rispetto alla media nazionale – e le autorità locali devono ora riconoscere il chineo come un reato d’odio da prevenire attraverso la sensibilizzazione e l’educazione. La nuova legislazione è nota come “legge Octorina”, in memoria della defunta leader Wichí Octorina Zamora […]. Tra le donne presenti all’approvazione c’era la figlia di Zamora, Tujuay Gea Zamora, che sta portando avanti la sua battaglia contro il chineo. «Quando siamo uscite dal parlamento, ci siamo rese conto che era solo l’inizio», ha dichiarato Tujuay […]. «La legge non è un traguardo, ma un punto di partenza». Tujuay auspica ulteriori modifiche legislative che forniscano alle popolazioni indigene [anche] gli strumenti legali per difendere le proprie terre dal «disciplinamento coloniale». La legge Octorina non crea nuove fattispecie di reato – un potere riservato al Congresso nazionale argentino – né modifica le pene per i reati sessuali o le circostanze aggravanti per i reati d’odio […]. Mira a riconoscere una forma di violenza razzista e patriarcale che è stata storicamente resa invisibile. La legge prevede la creazione di un organismo per la lotta al chineo, che raccoglierà statistiche sul reato e svilupperà protocolli, campagne di prevenzione e meccanismi di tutela. Richiederà inoltre al governo e ai ministeri della Salute, dell’Istruzione e della Giustizia della Provincia di Salta di destinare risorse a campagne di sensibilizzazione multilingue, centri di assistenza interculturale, formazione dei dipendenti pubblici e sostegno completo alle vittime. […]. «Sappiamo che si tratta di una legge base; abbiamo deciso di approvarla perché ce n’era bisogno. È un primo passo», ha dichiarato il senatore provinciale Walter Cruz, del popolo Kolla, che in precedenza aveva presentato un ddl per contrastare il chineo che non era stato discusso nei tempi legislativi previsti. La nuova legge richiede inoltre alle autorità di mantenere una consultazione e un dialogo continui con le comunità indigene attraverso l’Istituto Provinciale dei Popoli Indigeni di Salta e consente alla Procura di intervenire come parte civile per conto delle vittime. «Con questa legge possiamo essere dei pionieri. Ma se non la applichiamo bene, resterà solo un bel pezzo di carta» […]. Cruz ritiene che la legge di Salta rivesta un significato ancora maggiore nell’attuale panorama politico argentino. Da quando il presidente liberista Javier Milei si è insediato nel dicembre 2023, le istituzioni e i fondi destinati a combattere la violenza contro le donne sono stati eliminati, e gli organismi legati ai diritti degli indigeni sono stati smantellati. Sebbene l’approccio di Milei renda improbabile che una legge simile venga adottata a livello nazionale nel breve periodo, il senatore spera che la legge Octorina possa diventare un precedente per legislazioni analoghe nelle province vicine o in tutto il Paese. «Sarebbe l’ideale che se ne potesse discutere anche a Chaco, Formosa, Jujuy o Santiago del Estero», ha affermato. «Il chineo non avviene solo a Salta».

Uno dei casi di chineo più noti degli ultimi anni è quello di Juana, una donna Wichí della comunità di Alto La Sierra nata con la microcefalia, una rara patologia neurologica che causa problemi nello sviluppo cerebrale. Nel 2015, all’età di dodici anni, Juana è stata [aggredita] e violentata. È rimasta incinta. […] Sebbene l’aborto nei casi di violenza sessuale sia legale in Argentina, le autorità sanitarie e giudiziarie locali hanno ritardato le procedure e negato a Juana l’accesso all’interruzione di gravidanza finché la sua storia non è diventata un caso di rilievo nazionale. […] Octorina Zamora aveva sostenuto la famiglia di Juana, come ha fatto con molte altre, anche a distanza di anni dall’abuso. […] La famiglia di Juana si è rifiutata di arrendersi e i suoi aggressori sono stati infine condannati a 17 anni di carcere nel 2019. Non si tratta di un esito comune nei casi di chineo; la maggior parte non arriva mai a processo o si arena tra barriere linguistiche, mancanza di interpreti o pressioni locali, come dettagliato in un’inchiesta ripubblicata lo scorso anno da openDemocracy.

«Un primo passo fondamentale»

Gran parte delle campagne per la nuova legge sono nate dal Movimiento de Mujeres y Diversidades Indígenas por el Buen Vivir (che riunisce almeno 36 comunità appartenenti a più di venti popoli indigeni e ha una portata nazionale). Il movimento si è formato ufficialmente nel 2012, ma affonda le sue radici in precedenti incontri tenutisi attorno ai falò comunitari, quando le donne percorrevano molti chilometri per incontrarsi e condividere i problemi che affrontavano nei loro territori, dalla mancanza di acqua potabile alla malnutrizione infantile. Nel 2019 ha lanciato la campagna #BastaDeChineo (‘basta con il chineo’), creando reti di protezione reciproca e delle proprie figlie, sostenere le vittime e aiutare chi non parla spagnolo a sporgere denuncia. In alcune comunità, le donne indigene si sono organizzate per denunciare ciò che stavano subendo. Nel 2022 le donne e le adolescenti della comunità Wichí di Misión Kilómetro 2hanno indetto una marcia e firmato una lettera aperta in seguito allo stupro e al femminicidio della dodicenne Pamela Flores. Con il sostegno di Octorina Zamora, hanno anche partecipato alla Prima Assemblea delle Donne Indigene della Ruta 81, dove hanno fatto sentire le proprie rivendicazioni alle autorità provinciali e nazionali. Nel maggio dello stesso anno, il Movimento […] ha organizzato il terzo “Parlamento Plurinazionale” annuale a Chicoana, Salta, a cui hanno partecipato oltre 36 delegazioni indigene provenienti da tutto il Paese [“plurinazionale” perché all’interno dello Stato coesistono più nazioni/popoli, ndt]. I delegati e le delegate hanno redatto il Rapporto Chicoana, che includeva la richiesta di misure urgenti contro il chineo; molte delle loro istanze fanno ora parte della nuova legge, [tra cui quella di] consentire alle comunità indigene di partecipare allo sviluppo delle politiche pubbliche. Zamora è morta una settimana dopo.

Poco dopo […], il senatore Cruz ha presentato un disegno di legge al parlamento provinciale di Salta per renderle omaggio e tradurre in legge alcune delle sue idee sul chineo, ma l’iter […] si è bloccato […]. Le attiviste e i gruppi per i diritti umani hanno deciso di adottare un nuovo approccio, presentando un nuovo disegno di legge e rimuovendo i riferimenti espliciti al termine chineo, [sostituendolo con] descrizioni […]. La parola chineo suscita dibattito e controversie ancora oggi [anche fra alcune donne indigene], sostiene l’attivista María Pía Ceballos, una donna trans Wichí Ava Guaraní della città di Tartagal, nella provincia di Salta. «Alcune […] [la considerano] una parola sporca, che le colpisce emotivamente. All’interno del Movimento spieghiamo che questo concetto descrive una pratica di violazione sessuale coloniale e patriarcale che deve essere chiamata con il suo nome» […].

Tra il 2023 e il 2025, il disegno di legge è stato discusso con le leader indigene, le organizzazioni femministe e gli attori dei diritti umani. L’organizzazione Na’ Nechepa (‘Alziamoci’), guidata da Tujuay Zamora, la Fondazione Juala e diverse leader locali hanno presentato emendamenti al disegno di legge. Sebbene accolga alcune delle loro richieste, […] «la legge ha subito diversi tagli su punti importanti, come la riparazione economica e giudiziaria», ha dichiarato Tujuay Zamora.

Una piattaforma di lotta

Il Rapporto Chicoana […] chiedeva [anche] che fosse vietato operare nei territori indigeni alle «istituzioni e ai gruppi religiosi […] complici» del chineo e alle aziende i cui dipendenti avessero commesso violenze. Pretendeva che gli agenti di polizia e il personale militare macchiatisi di chineo fossero perseguiti, condannati e congedati con disonore, e che i funzionari pubblici esecutori, complici o facilitatori del chineo fossero perseguiti giudiziariamente. Chiedeva inoltre che «tutti i beni degli stupratori» venissero confiscati e destinati alle vittime come risarcimento. Il rapporto affermava anche che le donne dovrebbero essere «le beneficiarie e le amministratrici dei programmi di assistenza alimentare e sociale», come Ceballos ha spiegato: «Abbiamo casi in cui i camionisti che trasportano gli aiuti alimentari arrivano nelle comunità e chiedono ragazzine in cambio della consegna delle provviste. E alcuni capi le consegnano». Tujuay Zamora ha ricordato che sua madre fu testimone di tali abusi negli anni ’80. «Durante il ritorno alla democrazia in Argentina, Octorina denunciò che quando venivano distribuite le scatole del Piano Alimentare Nazionale, alcuni camionisti palpeggiavano bambine di dieci anni […] o barattavano il cibo in cambio di sesso». […]

Donne che illuminano

La visione del mondo del popolo Wichí, antecedente alla colonizzazione spagnola, narra che le atsinay katés (donne stella) sono custodi della saggezza ancestrale e pilastri fondamentali della comunità. Fabiana Ibarra, membro del Movimento delle Donne e Diversità Indigene per il Buon Vivere, è una di loro. Nel 2006, quando Ibarra aveva tredici anni, fu fermata da un hätäy – la parola in lingua Wichí usata per indicare l’uomo criollo, che significa ‘demone bianco’ – [che ha abusato di lei]. Ibarra ha cercato di denunciare la violenza sessuale, ma si è scontrata con le barriere linguistiche [che esistono] con la polizia di lingua spagnola. «Nessuno mi capiva fino in fondo […]. Hanno raccolto la denuncia con quel poco che erano riusciti a comprendere, [ma] non c’è stato alcun seguito al caso». Il procedimento è stato archiviato; l’uomo aveva parenti tra le forze dell’ordine e Ibarra non ha mai ottenuto alcun risarcimento. Poco tempo dopo ha imparato lo spagnolo da autodidatta. Ciò che è seguito sono stati anni di lotta e dolore, che hanno iniziato ad attenuarsi quando ha incontrato altre sorelle Wichí che avevano vissuto esperienze simili. Oggi Ibarra è una donna stella che guida chi non riesce ad esprimersi in spagnolo davanti a medici, agenti di polizia o funzionari giudiziari, […] e afferma: «Mi sento la voce delle sorelle che non possono parlare».

(openDemocracy, 8 luglio 2026)

Domenica 14 giugno. Aspetto davanti al computer che venga autorizzato l’accesso allo Zoom per la redazione allargata di Via Dogana. Guardo girare la rotellina e penso alle primissime riunioni, all’entusiasmo e alla passione della differenza. Vedo il sorriso di Rosetta Stella quando aveva sostenuto, anche economicamente, la nascita della rivista di carta nel 1991. Ho l’accesso, compaiono i volti, alcuni a me molto cari; ascolto le voci, le inflessioni di cui so alcune cose… Torno al presente e provo – ancora una volta – gratitudine.

1)

La parola femminismo (anche la parola patriarcato) sono dappertutto. Femminismo di destra, di sinistra, ambientalista, bastardo, terrone, paritario, transfemminismo, e si può andare avanti. Teoria femminista, genealogie impiantate qua e là, perfino il romance con protagonista femminista. Aggettivato e plasmabile per appiccicarlo dove capita. Femminismo plastilina, non fa ingombro, tappa buchi di senso in discorsi già pronti, abusati. Provo una rabbia quasi insopportabile, vedo rosso, eppure mi capita di desiderare solo che si faccia il silenzio. Non mi capisco. Sarà questo un aspetto di quel “negativo della differenza” sul quale si interroga Ida Dominijanni?

2)

Per me – detto molto rozzamente – la differenza è “in” e il pensiero è quello che viene – a volte, senza garanzie – dalle pratiche e non si staticizza in teoria.

Ma adesso – e viene rimosso troppo spesso – c’è la guerra. La guerra ci attraversa in ogni attimo, si impianta e viene impiantata dentro di noi. Così le pratiche visibili sono quelle del tempo di guerra.

Impedire di parlare a chi è percepito come “nemico”. Disporre schieramenti, cioè accettare un minimo comune denominatore che unisce e dovrebbe produrre un campo di azione comune. Questo è il linguaggio della guerra. Non lo voglio usare, è una delle poche cose che posso fare per oppormi alla follia. Ciò non significa che mi manchino opinioni precise. Significa che voglio muovermi solo verso – e con – chi mi suscita desiderio, curiosità, interesse. È quello che ho già fatto, scegliendo tra le mie simili, ai tempi della “seconda ondata”. Mi si dirà: è riduttivo, oggi bisogna unirsi! Ma come? I modi vanno tutti bene? Vorrei, per quanto mi riguarda, rimanere fedele a me stessa e alle donne che ho amato, alle donne che amo. Cerco mediazioni, cerco di usarle bene, non sempre ci riesco. Ma non voglio produrre in me stessa una sorta di riadattamento a forme politiche di cui so che non funzionano.

3)

Ho disagio e diffidenza nei confronti della intersezionalità. Eppure, sono una figlia della classe operaia (si fa per dire, sono figlia materiale e simbolica della donna che mi ha messa al mondo) e non ho mai dimenticato da dove vengo. Non vedo – se è per questo – come avrei potuto farlo, visto che vivere mi ci ha fatto sbattere il naso una quantità di volte. So che ad alcune piacciono molto, in questo periodo, i cerchi di uguali in cui si parte dall’incrocio delle oppressioni per non lasciare indietro nessuno. A me sembra che così si corra però il rischio di fissare gli esseri umani – poverini, già così impauriti, feriti, maltrattati, perché le paure spesso sono male orientate, ma le ferite sono reali – alla loro condizione.

Continuo a pensare che sia più realistico continuare a provare a pensare e a sperimentare la disparità, e continuo a chiedermi perché in un mondo dove l’ingiustizia, la violenza, la legge del più forte sono così spaventosamente evidenti risulti così difficile mettere in tensione tra loro parità, disparità, uguaglianza, libertà. Cosa che forse aiuterebbe a riflettere sulla crisi delle democrazie più di tante altre.

Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno. Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Femminista, filosofa, scrittrice, docente, per tante di noi è anche stata una grande maestra, colei che ha messo al centro delle nostre vite il pensiero della differenza sessuale e con essa il partir da sé in relazione con altre donne, con la lingua materna e l’autorità femminile.

La scomparsa di Luisa Muraro è avvenuta a poche settimane da quella di Lia Cigarini, un’altra figura importante del femminismo italiano e sua compagna di vita e di pensiero. Insieme a lei Luisa Muraro è stata una delle protagoniste più lucide e coraggiose del femminismo italiano, un femminismo che rappresenta forse l’unica rivoluzione riuscita e pacifica del secolo scorso.

A lei dobbiamo in gran parte l’elaborazione del pensiero della differenza, un approccio che rifiuta l’idea di una parità basata sull’omologazione al modello maschile assumendo invece la differenza come punto di partenza politico e di pensiero.

Con Luisa Muraro perdiamo una donna speciale che non solo ha scritto cose importanti, ma ha anche sperimentato insieme ad altre donne forme nuove del vivere e del pensare, che non ha mai separato la teoria dall’azione, il pensiero dalla pratica e dalla politica, interrogando costantemente il linguaggio, il potere e lavorando incessantemente per far diventare le relazioni tra donne una pratica politica capace di modificare la realtà.

Per lei la filosofia è una riflessione che sorge dalla concretezza del vissuto, da relazioni e pratiche condivise a partire dal riconoscimento della madre come origine di ogni vita, da una genealogia di donne e da legami concreti. Questo significa radicare la riflessione nella propria esperienza, trovando parole fedeli a ciò che si vive “senza farsi trovare là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe”. Insieme a Lia Cigarini ed altre è stata la fondatrice della libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica femminile di Diotima, luoghi di vita in cui le donne hanno imparato a pensarsi fuori dai canoni che altri avevano costruito per loro.

Una vera maestra del pensiero e dell’anima. Colei che, tra migliaia di idee, colpi di genialità, svolte epocali, rimproveri epici, ironia pungente, pensieri illuminati, ci ha regalato il Dio delle donne, quel dio che a volte capita quando trova il pertugio nel cuore delle “anime semplici”, quelle che ascoltano e parlano in “lingua materna”, la lingua della libertà femminile che lei ha vissuto, proclamato e onorato fino all’ultimo respiro portando la felicità di essere donna… e una donna femminista!

La morte lascia sempre un sentimento di solitudine e smarrimento.

Luisa Muraro ha lasciato la scena della vita e della politica delle donne, uno spazio che ha abitato e trasformato radicalmente con l’acutezza del suo pensiero e la luce delle sue parole. Tuttavia, le maestre muoiono ma non ci abbandonano davvero: ci consegnano un testimone. La vera maestria, d’altronde, non sta nel possedere in esclusiva la Parola, ma nel farla sgorgare, suscitando nuovi pensieri e nuove menti pensanti.

Cara Luisa, ti salutiamo raccogliendo la tua eredità, pronte a continuare il nostro cammino come donne consapevoli del proprio corpo sessuato che prende parola nel mondo.

(Facebook Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne, 7 luglio 2026)




Sono molto grata a Luisa Muraro, a Lia Cigarini e ad altre donne della Libreria che hanno contribuito alla mia crescita politica. Nell’incontro on line, avvenuto il giorno dopo la morte di Luisa, ho cercato di ricordare il significato che hanno per me il pensiero e la pratica della differenza sessuale incontrati appunto attraverso la relazione con donne che facevano parte o si riferivano alla Libreria. Proverò a tracciare una breve storia che chiarisca il valore di questa pratica nella mia esperienza. 

Ho condiviso con altre donne, amiche e conoscenti, l’insoddisfazione nel tentativo di portare energia e pensiero ad aggregazioni di partiti di sinistra, e/o sindacati perché non si trovavano lì condivisione e ascolto. Abbiamo deciso di separarci e di esplorare il mondo di noi donne. Siamo negli anni ’80. Abbiamo letto insieme varie autrici femministe tra cui Luce Irigaray, Luisa Muraro e molte altre che abbiamo incontrato anche di persona organizzando eventi, corsi di formazione e incontri di studio. Molte di noi erano già in relazione tra loro perché si lavorava nella scuola, come insegnanti, utilizzando una pratica didattica condivisa nel movimento di cooperazione educativa. La pedagogia della differenza sessuale è stata il di più che cercavamo, ci è stata di aiuto e ha corrisposto al desiderio di esplicitare, attraverso il linguaggio, la metodologia e i contenuti della attività scolastica, la nostra appartenenza a quel soggetto imprevisto di cui parla Carla Lonzi. Abbiamo contagiato in quel periodo vari insegnanti, genitori e ragazze/i nell’invitarli all’uso di un linguaggio che rispettasse e nominasse il femminile, dalle bambine a noi adulte. Grande è stata la soddisfazione di trovare anche nelle circolari ministeriali l’uso del doppio plurale e del femminile. 

La realizzazione della Casa delle donne, negli anni 90, è stata la maggior esposizione e la naturale attuazione della pratica della differenza. Il partire da sé, il personale è politico, la relazione sono stati gli elementi fondamentali continuamente usati, studiati e analizzati. Hanno funzionato, mi viene da dire, perché sono trent’anni che stiamo insieme sia come socie fondatrici che con altre donne, più giovani, che via via hanno visto la Casa come loro punto di riferimenti o di lavoro. 

Nel 2001 abbiamo aperto il Centro Antiviolenza L’Una per l’Altra. La violenza maschile sulle donne si è resa evidente e sempre più chiara perché le numerose richieste di separazioni che giungevano alle nostre avvocate erano motivate da maltrattamenti e sopraffazioni. Abbiamo dovuto prendere atto che vi erano donne completamente invisibili come cittadine rispetto a una qualsiasi partecipazione. Nel tempo poi abbiamo dovuto prendere atto che erano veramente tante. Troppe. Le donne che hanno scelto di far parte del Centro come operatici si sono preparate attraverso una formazione specifica. Dopo un avvio non lineare è stato possibile radicarsi nel territorio e accogliere tante donne che subivano violenza. All’oggi abbiamo incontrato ben 4500 donne del territorio versiliese con una media di 200 donne ogni anno destinata a crescere. Facciamo parte, anzi siamo socie fondatrici di D.i.RE. Donne in Rete contro la violenza. Nell’associazione abbiamo conosciuto e apprezzato Marisa Guarneri, allora presidente di CADMI di Milano, con lei abbiamo stretto un’autentica relazione e le abbiamo affidato incarichi di formazione. 

Ma soprattutto vorrei mettere in evidenza le ragioni che mi hanno permesso di vedere, anche in questa nuova attività, l’efficacia del pensiero e della pratica della differenza sessuale. Già nella formazione di nuove operatrici presentiamo tre donne straordinarie: Edith Stein, Carla Lonzi, Virginia Woolf che ci aiutano a capire meglio il concetto di empatia, il partire da sé, il muoversi su un altro piano rispetto al mondo maschile. Mettiamo a confronto vari testi da cui ricaviamo concetti e principi utili per la messa a fuoco del contrasto alla violenza e per la prevenzione. Pratichiamo un ascolto attivo e attento, di genere, attraverso cui mostriamo da subito la bontà della relazione, essendo sempre due le operatrici nell’accoglienza con al centro la donna, protagonista del cammino che faremo insieme. Per capire bene il suo vissuto le restituiamo, di volta in volta, parte del racconto riferito senza alcuna pretesa di interpretare o giudicare. Lasciamo alla sua discrezione e libertà la prosecuzione o l’interruzione dell’incontro, sicure che la fiducia reciproca possa fare il resto. 

Come dice Clarice Lispector non vogliamo che “si tagli gli artigli” ma che al contrario conservi tutta la sua forza e, attraverso la relazione, semmai la moltiplichi. Solo quando si sentirà in grado di riconoscere la violenza e le discriminazioni e sarà consapevole del proprio valore di donna, potrà lasciare o interrompere il percorso se lo vorrà. Talvolta le stesse donne divengono agenti di cambiamento anche per altre. Nel gruppo di auto-aiuto si mette insieme la forza che proviene dal confronto reciproco, la messa a fuoco delle proprie risorse e le possibilità di usarle a fronte di tanto dolore sofferto. La relazione tra donne in realtà è il centro del lavoro contro la violenza ed è sempre più un modo di agire che ci porta a scoprire insieme i limiti e i guadagni che, alla fine, fanno parte della nostra vita. Attraverso l’esperienza viva riusciamo a cogliere l’opportunità di cambiare e trasformare. Il senso di realtà che ci comunicano le donne che subiscono violenza viene trasferito in una qualità diversa del fare politica che fa conto del presente, ma che orienta le azioni necessarie successive. Questa per noi è la politica che corrisponde alla vita e che fa a meno di astruserie ideologiche. La situazione dei centri antiviolenza con i giusti requisiti, quelli femministi associati in DiRe, non è adeguatamente sostenuta né come supporto finanziario né tantomeno come riconoscimento politico per cui tanto lavoro viene svolto in modo volontario. Quando però la motivazione femminista è solida, ci corrispondono completamente le parole di Carla Lonzi: «A me piace essere lo strumento di liberazione di un’altra e mi commuove saperlo mentre ancora lei non lo sa. Sentire questo passaggio che si compie in lei, poterne essere testimone e diligente esecutrice mi rende felice – avverto che si valuta meno, allora voglio essere quell’eccezione che le può permettere di avere un senso di sé più consono di come l’avrebbe avuto se altri non l’avessero avvilita. A me piace questa fase, può essere una gioia stabile della mia vita».

Ersilia Raffaelli è Presidente della Casa delle donne di Viareggio 

A Lacchiarella, in provincia di Milano, sabato prossimo [11 luglio, Ndr] ci sarà una delle prime manifestazioni contro la costruzione di un data center [centro elaborazione dati: un enorme magazzino di server informatici, ndr] in Italia, organizzata dal Comitato di Ciarlasco. Ultimo atto di un processo di organizzazione dal basso contro la diffusione incontrollata di centri di elaborazione dati che da mesi coinvolge l’intero territorio della Lombardia. Negli ultimi anni la regione è diventata, suo malgrado, il nuovo hub del Sud Europa per la costruzione di data center, impianti dedicati alla raccolta, archiviazione ed elaborazione dei dati per l’intelligenza artificiale.

Sono numerose le infrastrutture in fase di costruzione e progettazione, che si aggiungono alle 67 già attive in Lombardia, mentre gli operatori prevedono investimenti per 22 miliardi di euro in Italia nei prossimi cinque anni.

La concentrazione degli investimenti sulla Lombardia ha generato forti preoccupazioni per i rischi legati alla salute, al consumo di suolo, di acqua e all’impatto sulle reti elettriche, spingendo i residenti a organizzarsi. Lo abbiamo visto negli Stati uniti, dove, in pochi mesi, si è formato un imponente movimento popolare costituito da centinaia di gruppi locali che si sono mobilitati per fermare la realizzazione di strutture di iperscala. Un esito tutt’altro che scontato, se consideriamo che la maggior parte di questi impianti nasce nelle zone rurali, le più difficili da organizzare data la distanza geografica tra i residenti. È anche grazie al lavoro di queste comunità che abbiamo appreso la pericolosità di queste strutture.

Gli hyperscale, data center di grandi dimensioni progettati per sostenere un incremento continuo della domanda, sono strutture fortemente energivore che hanno un impatto dirompente sulla salute e il territorio. Di recente, il rapporto “Environmental cost of AI’s energy use: carbon, water and land footprints” della United nations university, ha reso noto che entro il 2030 i data center arriveranno a consumare 945 terawattora di elettricità all’anno, quasi il triplo del consumo combinato di Pakistan, Bangladesh e Nigeria (650 milioni di abitanti).

La quantità d’acqua necessaria al loro funzionamento è pari al fabbisogno idrico di 1,3 miliardi di abitanti. Per compensare l’impronta di carbonio, servirebbero 6,7 miliardi di alberi, il doppio degli alberi presenti nel Regno Unito. Questi pochi dati non sono che la punta dell’iceberg. Per Chiara Brocchetta, vicepresidente del comitato per la Tutela del territorio certosino, l’obiettivo è strutturare una rete capace di fare auto-formazione e informazione, oltre a interagire efficacemente con le amministrazioni. I comuni più piccoli, infatti, si trovano in una posizione svantaggiata quando negoziano con grandi investitori, disposti a pagare cifre elevate per costruire nei loro territori.

I comuni, inoltre, si trovano spesso a valutare progetti estremamente complessi, nei quali gli effetti sulla salute vengono sistematicamente minimizzati. Al contrario, uno studio del 2026 di Neha Gour e altri, che analizza per la prima volta l’impatto sanitario dei centri elaborazione dati in Virginia, mostra come le emissioni da gas naturale associate ai data center siano collegate a malattie cardiovascolari, respiratorie, neurologiche e oncologiche. La Lombardia, spiega Brocchetta, è già tra le aree più inquinate d’Europa. I rischi di queste strutture, pertanto, vanno valutati in modo cumulativo, considerando l’impatto degli inquinanti sulla situazione già critica del territorio.

Il caso di Lacchiarella è quello che preoccupa di più. In quest’area verde situata nel Parco Agricolo Sud, è stata approvata la costruzione del campus più grande d’Italia, con un investimento di 3 miliardi di euro per 5 data center collegati all’adiacente rete dell’alta tensione e un consumo annuo previsto pari a quello dell’intera città di Bologna. Secondo Enrico Duranti, fondatore del Comitato di Ciarlasco, l’eventuale impatto sociale, ambientale e sanitario della struttura sarebbe enorme.

Uno dei nodi riguarda i generatori diesel di emergenza, la cui capacità di stoccaggio di sostanze pericolose supera i 4mila litri, facendo rientrare l’impianto nell’ambito della direttiva Seveso III. Sul fronte termico, si stima un aumento fino a 5 gradi centigradi nel raggio di due chilometri. La Lombardia è la regione più colpita in Italia, ma una analoga caccia al terreno sta avvenendo nella cintura di Roma. È anche per questo che lo scorso 4 luglio i comitati locali dei comuni di Certosa, Bollate, Abbiategrasso, Sant’Alessio, Siziano, Lacchiarella, Redecesio-Segrate, Buscate e Magenta, oltre alla Sindaca di Borgarello, Alberta Samuele, al Consigliere Regionale di Avs Onorio Rosati e al capogruppo della Lista Civica per Certosa, Enrico Battaglia, si sono riuniti a Certosa su iniziativa del comitato locale.

Sembra la battaglia di Davide contro Golia, quella dei territori rurali contro i data center. Eppure è una sfida possibile, come insegnano gli Stati uniti. È tempo che gli abitanti delle zone urbane vadano a dar loro man forte. Se le Big tech pensano di poter comprare la democrazia, sta alla società tutta impedirglielo.

(il manifesto, 9 luglio 2026)

Ci si sarebbe potuti aspettare che per Luisa Muraro non ci fossero solo necrologi. Che una conversazione con lei potesse prolungarsi oltre la sua dipartita. Ma non sembra avvenire. Sic transit gloria mundi! E allora volentieri riprendiamo una conversazione interrotta. Una bella conversazione (pubblicata sul sito di Libertà e giustizia), dove la differenza di approcci mette in valore l’opera di Luisa.

Luisa Muraro e il femminismo non sembrano due nozioni dissociabili.

Semmai, del femminismo, si sottolinea a ragione la specifica corrente di cui Luisa è stata inventrice e quasi universalmente riconosciuta capofila – la filosofia della differenza femminile. Ecco perché il ricordo di una conversazione aperta a un’altra possibilità, dove la differenza femminile si rovescia forse in una possibilità universale, indifferente al genere, potrebbe essere un contributo – ancorché minimo – alla riflessione che seguirà la sua improvvisa scomparsa, dolorosa e spiazzante perché interrompe tutte le conversazioni.

La filosofia comincia di domenica. Grosso modo così, nel lontano 1985, cercavo di introdurre l’idea di una sospensione provvisoria di tutti gli impegni presi col mondo, per indagarne l’oscura ovvietà, con cui sempre pare inaugurarsi il pensiero filosofico, a partire dall’uscita dalla caverna di Platone (L’ascesi filosofica, Feltrinelli 1985). Fui perciò profondamente colpita dall’incipit così accattivante de Il Dio delle donne (Mondadori 2003): «Questo libro nasce da un’esperienza di lettura che fu come un invito ad andare in vacanza per sempre». La vacanza in questione è la condizione della mente che si è svuotata di ogni occupazione e preoccupazioneper vacare Deo. Che in questo libro tanto si parlasse del divino non era forse una sorpresa, per le molte lettrici di Muraro che, partite da una qualche esperienza di femminismo tradizionale, si sono viste proiettate fra l’inferno e il cielo del desiderio di Dio dalla ricerca già allora quasi ventennale di Luisa Muraro sulla scrittura mistica femminile – o «teologia in lingua materna», come lei preferiva chiamarla.

Gradita sorpresa invece fu per me che, magari un po’ distratta, ero rimasta anche un po’ fredda nei confronti di ogni sorta di «ismo» subìto negli anni, femminismo compreso: «ismo» essendo – grosso modo – il suffisso dell’ideologia o pensiero tendenzioso, cioè del pensiero di chi vuole andare, e trascinare gli altri, da qualche parte. Voler andare e portare gli altri da qualche parte può essere sacrosanto se la meta è buona, e non c’è dubbio che ci furono e, a livello planetario, ancora ci sono sacrosante mete di giustizia da raggiungere anche per le donne. Ma una cosa è tendere e volere, altra cosa è sentire e pensare: l’una cosa, del resto, base dell’altra – come sentire l’ingiusto e vedere-pensare il giusto è motivo di volerlo e di lottare per averlo. Tanto più gradita fu la sorpresa di ritrovare in questo libro una Muraro che faceva rivivere quelle intelligenze serafiche di cui – come scopersi gettandomi a leggerla – da vent’anni a questa parte ormai si occupava: le sue beghine o religiose laiche che hanno illuminato il XIII e il XIV secolo di viva luce spirituale e purtroppo anche di roghi. Margherita Porete, Hadewijc di Anversa, Guglielma Boema; ma poi anche le figure della mistica propriamente monastica, come Angela da Foligno, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, e folla d’altre figure, fino agli angelici intelletti del XX secolo, Edith Stein, Simone Weil, Etty Hillesum. Una Muraro pensatrice, dunque – di cosa? Attraverso l’esperienza di tutte queste donne, proprio del divino, ma nella “persona” o nel senso per cui la nostra tradizione usa la parola Spirito. Quello «spirito» di cui si dice nel Nuovo Testamento che soffia dove vuole,che ricrea o fa rinascere, e non alla fine dei tempi ma ora, che dona la vita (dove la lettera invece uccide) e che, dove si trova, ivi è libertà.

Ecco: il regime dello spirito non è quello della motivazione e della ragione, della volontà e dell’intenzione, dello sforzo e della costruzione, ma appunto il regime ulteriore della gratuità o della grazia, della rosa di Silesio che «è senza perché, fiorisce per fiorire», e anche dello iam non ego, del «non sono più io a fare o volere, ma Altro in me», e anche della «morte dell’anima», nel senso della perfetta rinuncia ad ogni desiderio e volere e amore propri, compreso il desiderio di Dio. Facta sum non
amor, dice l’anima al colmo dell’amorosa via. Erano e restano pagine molto belle quelle in cui l’autrice coglie gli elementi fini di questa fenomenologia della vita interiore aperta sull’Altro in assoluto, il cui posto deve restare vuoto piuttosto che essere riempito di immagini, poteri, saperi: idoli. Quando parla ad esempio della rinuncia al possesso intellettuale, riassumendo la nozione di teologia simbolica (che per il Petrarca è «la poesia di Dio») nel grazioso gesto di «non dare una spiegazione alla fiaba, ma, viceversa, di dare una fiaba alla spiegazione»; quando parla del fragile inizio del Dio delle beghine, che è «il principio stesso di un vivere e di un dire…. Ma anche il loro frutto e la loro creatura». Quando parla del nostro tempo scadente, che «scade» appunto, o decade dall’attualità di questo vivere in presenza di Altro. («Noi decadiamo costantemente dall’attualità del vivere», avevo scritto anche io all’inizio di quel vecchio libro che ho citato sopra. Del resto, la stessa Muraro aveva dedicato una pagina molto bella de Il Dio delle donne alla mia raccoltina poetico-meditativa garzantiana, Le preghiere di Ariele, 1989). Quando legge l’iconografia dell’Annunciazione come il simbolo stesso della Lettura (quante Annunziate sono intente a leggere quando l’Angelo arriva!) – cioè del modo più quotidiano e segreto di essere in presenza d’Altro – come già notava Margherita Harwell, maestra di letture. Quando infine sembra riassumere tutti questi tratti in uno, per fare della gratuità di questo tipo di esperienza – con tratto teologicamente audace ma non illogico qui – una proprietà inaudita del divino – la sua «contingenza». Il suo accendersi, o accadere in noi.

Luisa era sinceramente stupefatta dalla neutralità di genere del termine che usavo per riferirmi a tutti noi umani, “persona”. Una parola veramente troppo asessuata, diceva… Ma appunto. Lei non vedeva in tutto questo il regime della gratuità e della grazia, cioè di quel livello della vita personale di ciascuno/a che può svolgersi al di sopra della motivazione e della ragione; il regime del «vivo volentieri», che si oppone a quello del «voglio vivere», come lo “spirito” alla “mente”, il soffio all’intelletto, le tante cose fra la terra e il cielo alle poche che si lasciano illuminare dalla filosofia. Lei vi vedeva non l’opposizione di due possibili e complementari regimi della vita di ciascuno, ma l’opposizione modale dei generi nel loro rapporto all’essere. La differenza femminile, insomma.

Ma cosa ne avrebbe detto Guglielma, la protagonista del libro forse più bello di Luisa: Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (La Tartaruga, 1985)? Correva voce infatti, nella Milano del 1300, che fosse un’incarnazione dello Spirito Santo: e probabilmente era una voce fondata. E cosa c’è di più “universalistico” dello Spirito Santo? Nulla. Con le parole stesse di Luisa Muraro: «Guglielma aveva infatti la capacità di essere per ciascuno una strada verso il vero nella fedeltà a sé… In lei trovò conforto chi non sapeva portare il peso della vita, slancio chi voleva di più. Essa infiammò gli entusiasti e lasciò in pace i tranquilli, non scandalizzò i semplici e sostenne gli audaci»

(Comune.info, 4 luglio 2026 https://comune-info.net/luisa-muraro-e-la-rosa-di-silesio/)

Un omaggio a Luisa Muraro, filosofa, femminista e cofondatrice della prima libreria femminista in Italia, la Libreria delle donne di Milano. Alternando il profilo intellettuale alla memoria personale, il testo ripercorre la sua attenzione, profusa nel corso di tutta la vita, al linguaggio come possibile spazio di libertà. La sua eredità viene presentata non come un programma per il futuro, ma come un invito ad approfondire il presente

“L’enigma è del nostro essere corpo e essere parola, insieme”

(Luisa Muraro 1998 [1991] p. 189)

La mattina di sabato 13 giugno è morta a Milano Luisa Muraro, filosofa e femminista. Perdiamo una delle voci più autorevoli del femminismo e della filosofia contemporanea e una testimone del momento dirompente e generativo che è stato il movimento delle donne degli anni Settanta. Già impegnata nel movimento per la pace in Vietnam, nel segno della contestazione studentesca lascia, da assistente e allieva di Bontadini alla Cattolica di Milano, la carriera accademica. Si dedica all’insegnamento nella scuola dell’obbligo, è ingaggiata con la pedagogia antiautoritaria e partecipa insieme a Elvio Fachinelli e Lea Melandri all’avventura editoriale de L’erba voglio. Muraro è tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano, la prima libreria femminista d’Italia, aperta nel 1975 negli storici locali di Via Dogana, in Piazza Duomo, sul modello di quella parigina del Mouvement de libération des femmes. La Libreria delle donne è senz’altro la forma più riconoscibile della fecondità della relazione con Lia Cigarini (1939-2026), avvocata, giurista e figura di spicco del femminismo italiano delle origini, anch’essa mancata poco tempo fa, a fine aprile [1]. Luisa Muraro è inoltre stata, insieme ad Adriana Cavarero e Chiara Zamboni e altre, iniziatrice, nel 1984, della comunità filosofica femminile Diotima all’Università di Verona, ateneo dove ha insegnato per molti anni. Il pensiero della differenza sessuale (edito dalla casa editrice La Tartaruga, allora diretta da Laura Lepetit) è il primo volume con cui si esprime Diotima (1987; 1996), che parla non solo attraverso i testi ma anche nella rivista online Per Amore del Mondo e in momenti di scambio in presenza pubblici quali il Grande Seminario annuale.

Muraro è forse conosciuta maggiormente per L’ordine simbolico della madre (Muraro, 1991), testo seminale dove mostra, intrecciando filosofia, psicoanalisi e racconto, l’originaria alleanza tra essere e logos disponibile alla specie umana in relazione alla madre, figura cardine nel suo pensiero. Figura, non metafora né del femminile né del materno, per dire che il pensiero di Muraro non conteneva alcuna idealizzazione della relazione materna, né normatività rispetto a essa. La pensatrice ha pubblicato moltissimi contributi, nei quali la sua penna non ha sostato solo su questioni di matrice filosofica e politica ma anche di storia (con particolare amore e attenzione alla storia delle mistiche medievali). Menziono La signora del gioco (Muraro, 1976), Maglia o uncinetto (Muraro, 1981), Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista (Muraro, 1985), Lingua materna scienza divina. La filosofia mistica di Margherita Porete (Muraro, 1995), Il Dio delle donne (Muraro, 2003), Al mercato della felicità (Muraro, 2009), Dio è violent (Muraro, 2012), Autorità (Muraro, 2013), L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (Muraro, 2016), fino al prezioso Esserci davvero (Muraro e Jourdan, 2025), conversazione con Clara Jourdan dove la sua bibliografia vastissima è ragionata e presentata. Il suo pensiero è stato tradotto in diverse lingue; a lei sono stati dedicati volumi di studio e analisi sul suo pensiero e, a sua volta, è stata traduttrice italiana delle opere di Luce Irigaray.

Il mio ricordo viene dal privilegio immenso, che condivido con molte altre e altri, di averla avuta come maestra. Muraro aveva a cuore la costruzione di un buon ragionamento, rigoroso, meglio se pungente e nuovo, meglio se espresso in una forma interessante e mossa, insieme all’essenziale: che chi parlava si facesse sentire e facesse sentire da dove parlava, ma in una tensione che da quel punto potesse spostarla. Il femminismo italiano della differenza lo ha chiamato partire da sé: con alcune differenze questa formula è parente di quella che forse si conosce di più, in quanto estera, delle standpoint epistemologies. Una maestra che voleva insegnare a tutte e tutti, con l’idea di accogliere ciò che c’era da pensare fuori dai templi del sapere costituito, fuori dalle soggettività costituite tradizionalmente come pensanti.

Capitava di incontrarci sul tram nove, che facendo la circonvallazione interna milanese porta a Piazza Cinque Giornate, dove è situata la sua Libreria delle donne, lei con un carrellino di quelli della spesa, colmo di libri e giornali. Se ti guardava con quegli occhi azzurri chiarissimi, sciacquati, ti sentivi vista fin dentro all’anima. Tante lo sanno: ti inchiodava a te stessa, anche con veemenza, e voleva per te che tu fossi più precisa, più vera, più ambiziosa, con le parole e con la tua pratica di vita. Anche insostenibile, quello sguardo e quella richiesta, alle volte.

Rigorosissima ma creativa, con un sapere intuitivo e ispirato che l’apparentava alle mistiche che amava e all’arte, lavorava sul crinale del dicibile, creando corridoi tra parole e l’immensità del silenzio. Insegnava a trovare uno spartito per muoversi con rigore, libertà e felicità nel dicibilmente vero della propria esperienza e così nel mondo. Come, c’è un modo per includere nel parlato anche tutto ciò che da esso sono stata istruita a tener fuori? Questo movimento la spinse più in là, fino alla pratica politica: cambiare il mondo. Così, è stata fautrice, come altre pensatrici, della rivoluzione simbolica e politica che ha contribuito a creare il soggetto femminile.

Oltre alla Scuola di scrittura pensante, per anni ha tenuto a Milano un’Accademia di filosofia per bambine e bambini, gratuita. Quella dell’insegnamento era per lei una vocazione, in obbedienza alla quale ha saputo praticare un modo di trasmettere ciò che non può essere insegnato. La convinceva questa formula, che nell’insegnare come si scrive, o come si può scrivere o come si può migliorare il proprio scrivere, si insegna altro: “perché la scrittura, la parola, attingono a un qualcosa di inesauribile, e quindi nell’insegnarle, nell’impararle, si va verso questo oltre…” [2].

Muraro ha sempre desiderato per il suo corpo studente, a partire dalle periferie desolate in cui ha insegnato decenni fa, che si liberasse anche grazie alla liberazione delle proprie parole. Detestava il conformismo. Il già pensato e il già detto ci assoggettano, ma la lingua che ci dice dove siamo ci fa schivare la cattura del potere. Sarebbe infatti un errore credere che lo spostamento interiore che le pratiche femministe possono provocare stia in una dimensione intimista e individualista; si tratta piuttosto di ristabilire in noi la piena facoltà di un’azione politica, chiarendone la sua radicale vicinanza a quella simbolica, tema che Muraro attraversa per esempio nel pamphlet Dio è violent (Muraro, 2012).

Non si può negare che la mancanza di Luisa generi un senso di perdita, ma la strada, una strada stretta ma dall’orizzonte ampio, è segnata. Non si tratta, potrebbe sorprendere, di un cammino di futuro, non, senz’altro, un futuro inteso come l’indefesso andare avanti, migliorativo, produttivo, orientato al risultato. Laura Colombo, nel commiato a lei dedicato, scrive: Luisa aveva smesso di usare la parola “andare avanti”. Lo disse in piena pandemia. Andare avanti è la parola del resistere, della tenacia, in fondo delle magnifiche sorti e progressive, e lei, che leggeva Leopardi come un grande pensatore, non ci credeva. Meglio andare più a fondo nel presente, diceva [3].

Andare a fondo nel presente significa farsene carico, con lucidità, ripudio per l’ingenuità e un poco di visionarietà. D’altra parte siamo dentro alla politica femminista, che si tramanda un’idea di politica prima (l’espressione è di Cigarini), cioè politica dell’impegno personale per cambiare qualcosa, a partire dalle proprie pratiche, radicate dove si è, non importa quanto circoscritte, mai astratte. Questa politica è giocata nel presente, il che non significa stare nell’economia del ritorno immediato ma piuttosto prendere sul serio la scommessa di cambiamento futuro tanto da renderla già all’opera nell’ora. Così il futuro sarà credibile solo se è all’altezza di un desiderio presente, anche di felicità. Felicità nel discorso politico, che fa corpo con la felicità soggettiva e collettiva: sembra incredibile oggi.

Il femminismo italiano della differenza accorda un primato alle pratiche, questo significa tante cose, tra queste c’è il tener presente il contesto oltre al testo [4]. Esso è un antidoto all’ideologia e alla polarizzazione volgare delle posizioni. Confliggere, è stato detto, significa andare a fondo nel dibattito anche con radicalità senza, però, voler distruggere l’altra, ma c’è anche altro, io credo. Anche amare.

Amare le altre (e gli altri) nei loro difetti e nei loro limiti: anche i limiti delle teorie. Questa è una parte della sua eredità, per me, un’eredità senza testamento (Arendt, 1961; Padoan et al, 2002; Rossi-Doria, 2007), s’intende, e praticabile ancora solo se proteggiamo i luoghi che fanno comunità e ci contengono nel nostro farci e disfarci in relazione. Solo se ci pensiamo parte – protagoniste ma anche responsabili di un mondo comune che pur potendo procedere anche senza di noi, è fatto di noi: noi che non possiamo essere senza gli altri.

NOTE

[1] Di Lia Cigarini si veda, per esempio Cigarini, L. (2022). La politica del desiderio e altri scritti. Orthotes. [Prima edizione 1995 Pratiche editrice].

[2] Luisa Muraro in un dialogo con l’autrice, 2017.
[3] Laura Colombo, Per Luisa Muraro, Libreria delle donne di Milano.

[4] In questo ricordo vorrei sgombrare il campo anche dall’ingombrante malinteso che il femminismo della differenza sessuale sia un pensiero essenzialista. Radicato nel movimento delle donne degli anni Settanta – della seconda ondata, si direbbe secondo una formula storiografica comune ma non priva di problemi – e sviluppatosi poi nel corso degli anni Ottanta, il femminismo della differenza sessuale pone una questione insieme filosofica e politica: la rottura della dominazione del maschile come valore universale. Aprendo un piano alternativo, non complementare, nel discorso, attraversato dalla presa di parola del soggetto femminile, incarnato e in relazione, il femminismo della differenza prefigura anche la presa di parola di altre soggettività. Esso, inoltre, opera sia come lente per rileggere e recuperare vicende e voci minori della storia, sia come taglio per agire nel presente. Storicamente, questa tradizione prende avvio anche da un sentire l’orizzonte dell’emancipazione raggiunta o da raggiungere come insufficiente, e da una lettura dell’uguaglianza come terreno che disegna come desiderabile ciò che è già dato e già pensato, in una costruzione simbolica e politica il cui architetto è il soggetto maschile, assunto come misura unica dell’umano. Infine, ma dovrei dire innanzitutto, il femminismo della differenza si caratterizza per il suo radicamento nelle pratiche politiche, che costituiscono il primo referente e la prima misura del pensiero. Si configura così come una filosofia relazionale della pratica, nella quale l’atto del teorizzare e l’agire politico rimangono costantemente in dialogo e in reciproca trasformazione. La lettura essenzialista della differenza – purtroppo presente e talvolta appropriata da agende reazionarie – tradisce l’originaria natura critica di un’impresa che prende avvio da un corpo sessuato e sempre in relazione. Tale lettura non appartiene alle intenzioni di Muraro, che non è stata l’unica pensatrice della differenza sessuale, né a quelle di molte pensatrici radicali contemporanee che continuano a richiamarsi a questa tradizione come a una fonte di sapienza, anche in virtù del primato accordato alle pratiche politiche che l’ha mantenuta legata al movimento.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Arendt, H. (2006). Between Past and Future. Eight Exercises in Political Thought. Penguin Books [Prima edizione 1961 Viking Press].

Diotima, (1987). Il pensiero della differenza sessuale. La Tartaruga Edizioni.
Diotima, (1996). La sapienza di partire da sé. Liguori.
Muraro, L. (1976). La signora del gioco. Episodi della caccia alle streghe. Feltrinelli.
Muraro, L. (1985). Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista. La Tartaruga Edizioni. Muraro, L. (1998). Maglia o uncinetto. Manifesto Libri [Prima edizione 1981 Feltrinelli]. Muraro, L. (1991). L’ordine simbolico della madre. Editori Riuniti.

Muraro, L. (1995). Lingua materna scienza divina. La filosofia mistica di Margherita Porete. D’Auria. Muraro, L. (2003). Il Dio delle donne. Mondadori.
Muraro, L. (2009). Al mercato della felicità. Mondadori.

Muraro, L. (2012). Dio è violent. Nottetempo.

Muraro, L. (2013). Autorità. Rosenberg & Sellier.

Muraro, L. (2016). L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto. La Scuola.

Muraro, L. & Jourdan, C. (2025). Esserci davvero. Libreria delle donne di Milano.

Rossi-Doria, A. (2007). Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle donne. Viella.

Padoan, D. et al. (2002) Un’eredità senza testamento. Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano.

(AgenziaCult, 4 luglio 2026, https://www.agenziacult.it/letture-lente/equita-di-genere/in-ricordo-di-luisa-muraro-montecchio-maggiore-1940-milano-2026/)

Ho incontrato in un luogo rinomato di femministe di Catania, allora chiamato Se-No e poi Centro Agave, e successivamente Associazione Città Felice, la rivista Via Dogana alla sua prima uscita nel giugno 1991, e da allora non l’ho più lasciata, attraversando tutte le avventurose imprese della politica delle donne del Pensiero della Differenza Sessuale che ci hanno contraddistinte. In quel contesto e negli incontri di redazione della rivista ho conosciuto Luisa Muraro, Lia Cigarini e il mondo della Libreria delle donne di Milano. 

A quel tempo, come studente del Dipartimento di Matematica dell’Università di Catania, ero particolarmente sensibile alla critica femminista della scienza e perciò mi interessavo di epistemologia della scienza che, come sa chi ha pratica scientifica, è una parte molto insidiosa della filosofia, poiché è risaputo che la scienza è strettamente correlata all’andamento delle imprese militari e all’andamento dei profitti delle imprese di mercato. 

A partire da quel desiderio, la mia pratica del Pensiero della Differenza Sessuale resta sempre una pratica politica tuttora valida in quella capacità di interrogarsi, ovvero di interrogare il piacere, la felicità, il comportamento inconscio e tutto ciò che resta coscientemente realizzato, come soggetto agente al presente, laddove mi trovo, con chi mi trovo, in contesto, nelle condizioni e nelle possibilità di restare viva, a dispetto di chi ama invece tramutare in oggetto inerte, tutte le cose del mondo, sia animate che non animate. 

Il patriarcato trova fertile terreno sia nelle imprese militari che in quelle di mercato, e si ripropone con forme diverse ma sempre con la stessa sostanza, costituita prevalentemente da dimostrazioni di forza: le donne come gli uomini possono decidere di esercitarla o no. Niente altro che questo rappresenta per me semplicemente il fare la differenza, per restare umane e non cedere alle insidie dell’incoscienza. 

Qualsiasi tipo di lavoro è un servizio alla comunità, e chiunque lo espleti è in gioco e sa distinguere bene la differenza tra dare un servizio (nel pubblico o nel privato che sia) e l’esercizio di un seppur minimo dominio da infliggere, anche attraverso le più aggiornate sevizie informatiche, alla comunità intera. 

Così la guerra è la più diffusa e capillare modalità in cui emerge esplicitamente un ordine delle cose esploso oramai stretto nella morsa delle ripetitività senza senso. La guerra mostra non solo il punto di rottura di un ordine della ripetizione insensata delle cose, ma è l’esplosione delle strutture istituzionali irrigidite da abitudini ossessive e norme senza più contatto con la realtà delle cose umane. 

In questo dis-ordine esploso, il mio compito quotidiano è, dove occorre, rimettere a posto le priorità, e fare in modo che riemerga l’umanità affinché non resti inerme, muta e sommersa, ma che resti viva, rigogliosa e prodigiosa.
Sto sempre all’erta su questo baratro, sul quale si apre un vorticoso abisso fatto di abitudini e comportamenti di donne e uomini che sembrano non potere cambiare mai. 

Esercito tuttora la mia differenza in ascolto e con-tatto, i due sensi più trascurati nell’andamento del dominio delle immagini, dove anche il sapore e l’odore scompaiono, e lasciano spazio solo alla visione e all’immaginazione fuorvianti del tipico stile di vita pornografico. 

Cosa differente è lo sguardo attento e di cura rispetto alla visione per evasione e alla fantasia, quello sguardo che fa uscire dall’ombra e dall’oblio delle misconoscenze, che fa uscire dall’attribuzione di valore misogino e competitivo neoliberista che viviamo attualmente in società senza limiti nel raggiungimento di obiettivi a tutti costi umani e delle cose, come ci si spinge attraverso la modalità e l’uso del drone. 

Nella pratica artistica di pittrice ho sempre modo di esercitare e tenere vivo questo sguardo verso la realtà che mi circonda, restando sensibile alle criticità alle quali ci espone ciò che succede nell’economia e nell’organizzazione sociale della massima performatività. 

Lia e Luisa a un certo punto annunciarono esplicitamente a tutte che da tempo immemorabile il momento della differenza sessuale è già arrivato, molte e molti vivono tuttora sotto le macerie del patriarcato perciò occorre molta pazienza a non scoraggiarsi, a fare ordine simbolico dell’amore femminile della madre e dare un taglio netto con il passato delle maldicenze sulle donne. 

Studiando le innumerevoli scrittrici che sono emerse e che emergono ancora in tutti campi del sapere, ho intrapreso questo percorso ritrovandomi tuttora in libere conversazioni con donne e uomini, luoghi di imprescindibile esistenza simbolica lontani da quelli previsti come accademici, istituzionali e associativi. 

Il mondo con le sue tecnologie e istituzioni del controllo, perde colpi e mostra le sue crepe proprio lì, nel luogo delle libere conversazioni: spegniamo cellulari, usiamo carta e penna, libri stampati e cibo locale a km zero. Le dicerie dell’untore ai quale il cosiddetto mainstreming, ovvero l’orientamento dominante, ci vuole abituare, non le ascoltiamo affatto, ma sviluppiamo insieme il proprio sentire, il comune senso della vita. 

Questa irrinunciabile eredità ci hanno lasciato Lia e Luisa e tocca a ciascuna di noi custodirla nella propria originalità e autenticità, proprio come facciamo già con Virginia Woolf, Carla Lonzi e le altre, senza essere passive ripetitrici, ma abili, vivaci e ingegnose cultrici dell’essere donne sapienti del e nel proprio tempo. 

La libertà è tutta nelle nostre mani. Coraggio e pazienza: fili sapienziali che si intrecciano e prendono forme spesso impreviste ma adeguate e risolutive nel contesto. Spunteremo la lancia che ci si presenterà, anche questa volta, come sempre, con giochi di composizioni di parole, immagini e musica, e tutti gli strumenti a disposizione che troveremo laddove abitiamo, come succede da quando esiste il mondo che si fa e si disfa, restando vive e felici. 

Ho partecipato alla redazione aperta del 14 giugno e mi va di condividere un pensiero. Mi ha colpito nel testo l’osservazione di Jennifer Guerra [in “Fare il femminismo in una maniera nuova”, Ndr] per cui «il problema che mi ha posto di fronte questa scoperta, però, è che la mia generazione [quella delle trentenni o giù di lì] è una generazione di orfane». Il passaggio mi chiama in causa perché la generazione delle “madri assenti” dovrebbe essere quella delle cinquantenni, cioè la mia. Però anch’io scopro il femminismo nel pensiero della differenza adesso, dopo un vuoto, e mi domando dove siamo state fin qui.

Il ricordo va a un dettaglio della giornata del seminario sul pensiero di Luisa Muraro del settembre scorso: avevo approfittato della presenza a Milano per salutare un’amica che abita poco distante. Tra gli incastri delle faccende affaccendate, siamo riuscite a prendere un caffè giusto all’inizio del pomeriggio, così ho invitato la mia amica a fermarsi con me. E lei mi ha detto: «Ma perché? Io non ho bisogno del femminismo, per me, in casa con mio fratello, con mio marito, con mio figlio e mia figlia, con i miei amici, con i colleghi e i miei alunni non ho mai avuto problemi: maschi e femmine fanno le stesse cose, non c’è differenza» (poi è rimasta per farmi compagnia e ci siamo divertite tantissimo).

Lì per lì non ho fatto caso alla risposta, però adesso mi viene in mente che questo è il punto: all’inizio la disparità era tanto sul piano del fare, quanto sul piano dell’essere, con delle connotazioni molto concrete e visibili. Negli anni ’80/’90 alle giovani donne sembrava aperta ogni possibilità, ed effettivamente è stato (quasi) così: noi donne abbiamo iniziato a fare le stesse cose degli uomini, sul piano del fare si è conquistato un buon grado di parità, ma questo ha mascherato la disparità che continuava a esistere sul piano dell’essere. Il “vuoto” storico che si è creato nella genealogia femminile è della stessa natura del mio sentire di cinquantenne, che qualcosa non torna nel “fare lo stesso lavoro” che fanno gli uomini ed essere donna.

Ci siamo incontrate, tre generazioni di donne, intorno a questo vuoto. Un vuoto che forse è stato necessario per fare emergere con più chiarezza il punto da mettere a fuoco adesso, che l’essere donne è libero, indipendente, altro dal fare le stesse cose degli uomini.

Da qui si parte.

Luisa Muraro è morta a Milano il 13 giugno 2026 e con lei scompare una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Se ne va una maestra, un punto di riferimento per molte e molti. Ci lascia un pensiero vivo, che continuerà a orientare la ricerca di chi lo incontra, e un’eredità fatta di luoghi, pratiche, relazioni.

Con Lia Cigarini e altre aveva fondato, nel 1975, la Libreria delle donne di Milano, dove ha preso forma una politica inaudita: partire da sé, facendo dell’esperienza materia di pensiero e di politica; stare in relazione tra donne; praticare l’affidamento, fidandosi del sapere di un’altra.

Luisa Muraro ha visto il limite di un’emancipazione intesa come inclusione delle donne in un mondo già pensato dagli uomini. Per questo ha nominato la libertà femminile che non prende il maschile come misura e non attende dalla legge il permesso di esistere. Questa apertura di orizzonte ha permesso a molte – femministe, sindacaliste, scrittrici, insegnanti – di fare di quella libertà una pratica condivisa.

Ci lascia un’opera vastissima: libri, saggi, articoli, interventi, lezioni. La documenta la Bibliografia 1963-2024 curata da Clara Jourdan, seconda parte di Esserci davvero (Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, 2025), la conversazione in cui Luisa ripercorre la sua vita e la genesi delle sue opere.

Qui vorrei fermarmi su Dio è violent (Nottetempo), un testo breve e spiazzante, prezioso per una rivista che pensa la pace come conflitto aperto contro l’ingiustizia. Luisa Muraro interroga una nonviolenza pacificatrice, quella che si fa predica e invito a non usare la forza che pure abbiamo. La violenza va rifiutata, ma non al prezzo di rinunciare a quella forza. Il pericolo politico è disimpararla: consegnare al potere, allo Stato, agli apparati militari ed economici la prerogativa di agire e decidere, lasciando a chi subisce solo il compito di sopportare o testimoniare la propria innocenza.

Il suo pensiero tocca un nervo scoperto del presente. Oggi la violenza dei poteri si presenta come ordine necessario e sicurezza. A chi si oppone viene chiesto di non rompere la scena. Al contrario, Luisa Muraro invita a guardare quella collera, a non demonizzarla né lasciarla agire alla cieca. La rabbia non è buona in sé, diventa politicamente feconda quando trova misura e mediazioni.

È qui che entra in gioco la competenza simbolica femminile. Le donne sono state incluse nel patto sociale moderno in modo asimmetrico: incluse nella sfera pubblica, ma ancora esposte, nel privato, alla violenza maschile. Una posizione obliqua che ha prodotto un sapere: riconoscere i travestimenti della violenza anche quando si presenta come amore e protezione, e sapere quanto facilmente il giusto rifiuto della violenza scivoli nella rinuncia alla propria forza.

Luisa Muraro parla di una volontà non suicida né omicida: non andare a farsi massacrare, non assumere i mezzi del potere che si vuole disfare. Non per spegnere i conflitti in nome della moderazione, ma in un lavoro di mediazione più esigente: trasformare la rabbia in forza simbolica, trovare il “quanto basta” per combattere senza odiare, per disfare senza distruggere.

Da qui si può guardare anche alle pratiche disarmate del nostro tempo. Le donne e gli uomini della Global Sumud Flotilla che mettono in gioco i loro corpi per rompere un assedio sono disarmati e pieni di potenza. Le forme di disobbedienza civile che attraversano i movimenti per la pace mostrano lo stesso: l’azione disarmata non è passività, obbliga il potere a rivelare la propria violenza davanti al mondo. È la forza simbolica di chi disobbedisce, quella che disfa il potere meglio delle armi di chi comanda.

La pace è il lavoro difficile che impedisce alla forza di diventare dominio e alla nonviolenza di diventare rassegnazione. In questo crinale, scomodo e necessario, il pensiero di Luisa Muraro ci ha insegnato a stare.

(Mosaico di pace, rivista mensile di Pax Christi, luglio 2026)

Le straordinarie in mostra 4 - Straordinarie
Foto di Ilaria Magliocchetti Lombi

Luisa Muraro è morta la mattina di sabato 13 giugno. Ho avuto la notizia mentre ero in viaggio da Ravenna verso Milano, per partecipare alla redazione aperta di Via Dogana alla Libreria delle donne, luogo che Luisa co-fondò nel 1975 insieme ad alcune socie e che ha segnato la storia del femminismo italiano. Il tema dell’incontro sarebbe stato la differenza sessuale, cioè la questione su cui Muraro ha lavorato per tutta la vita, dando a questa parola un significato molto più aperto e diverso di quanto, da fuori, possa sembrare.

Ho conosciuto il pensiero di Muraro mentre scrivevo il mio podcast Nemiche Geniali, in cui ragionavo del bello e del brutto dell’amicizia femminile. La differenza tematizzata da Muraro è infatti il riconoscimento di un’asimmetria non solo nella relazione maschile-femminile, ma anche e soprattutto nelle relazioni fra donne. Muraro ha tenuto insieme, non senza difficoltà, l’idea che c’è qualcosa che le unisce, il riconoscersi in un continuum, in uno spazio differente dall’ordine patriarcale, e qualcosa che le separa. Questa continuità fra donne non deve mai tradursi dal punto di vista politico in universalismo, nell’idea che le donne sono tutte uguali, che vogliono tutte le stesse cose, che aspirano agli stessi obiettivi. È una posizione difficile da difendere, che ha reso Muraro antipatica a molte, e che a volte si è tradotta anche in pratiche faticose e respingenti. Ma io la trovo anche una posizione incredibilmente liberatoria, immaginifica e produttiva. Mi piace perché resta aperta all’ignoto. 

Durante la redazione aperta di Via Dogana è stata detta una cosa che mi ha colpita molto. Per essere in disaccordo col pensiero di qualcuna, bisogna avere il desiderio di conoscerla. Questo desiderio si può chiamare amore. Simone Weil lo chiamava attenzione. Per Muraro è la differenza: sapere che siamo diverse, che pensiamo cose diverse, che abbiamo due vite diverse, è ciò che mi spinge verso di te. Se fossimo identiche, che bisogno avrei di fare un passo verso di te?

Io tre anni fa ho fatto un passo verso la Libreria delle donne di Milano, con grande pregiudizio e scetticismo. Mi si è aperto un mondo. Questo non vuol dire che io ora sia assimilata a questo luogo, o sia d’accordo con le posizioni che esprime, ma dopotutto l’identità, il coincidere, non è mai stato il suo obiettivo politico. Molte persone pensano che il femminismo serva a trovarsi, secondo me serve soprattutto a perdersi. Come diceva Luisa, partire senza farsi trovare.

(Sibilla. Newsletter di Jennifer Guerra, 1° luglio 2026)

Lectio di Luisa Muraro nell’ambito di Book Pride 2015, tenuta il 29 marzo 2015 ai Frigoriferi Milanesi a cura dell’Osservatorio degli Editori Indipendenti

Nel Manifesto di Rivolta femminile (1970) c’è scritto «Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale».

Metto queste parole sullo stendardo con cui scendo in campo per affermare che la differenza sessuale c’è. Ma attenzione a non intendere pan per polenta, come dicevano in veneto. Non ho detto che c’è differenza tra uomini e donne. Quel “tra” è un abbaglio. Tra i sessi c’è di tutto, usanze, mode, pregiudizi, leggi, c’è il diritto, il galateo, la scienza, ci sono anche muri, guardie, passaggi… Pensate a una linea di confine tracciata e vigilata da imperativi storici di diversa natura e forza. Questi imperativi hanno un certo potere d’imposizione, che varia da cultura a cultura, unito a un più insidioso potere di mediazione, che è di farci pensare e giudicare così o colà, interpretando anche la nostra personale esperienza. Ma non hanno il potere di arrivare al fondo dell’esperienza, al quale si arriva soltanto con qualcosa di vero. Quest’ultima affermazione prendetela per ora come un punto di resistenza che metto avanti, un avamposto.

La differenza sessuale non è tra, è in. Mi è interna, inerisce alla mia esistenza e io così la concepisco, così la vivo, come qualcosa da cui non posso prescindere, anche volendo. Io non voglio perché si dà il caso che sia femminista. Ma si dà anche il caso che vi siano innumerevoli donne che non sono femministe e non vogliono, neanche loro, prescindere da quello che sono, donne. La differenza, puoi mascherarla, nel senso di enfatizzarla, occultarla, adattarla, per sfida o in conformità, libera o forzata, consapevole o inconsapevole, a quegli imperativi del tra che dicevo. A volte bisogna farlo. A volte invece piace farlo e allora diventa recitazione.

La differenza che c’è, sono io e non sono io. Detto in breve, si tratta di una mancata coincidenza, di un differire di me da me, qualcosa che si vive come un eccesso e una carenza che non si compensano fra loro, uno stato somigliante al trovarsi nel bisogno dell’essenziale disponendo intanto di ricchezze superflue. Sento l’obiezione: ma questo è il proprio della condizione umana pari pari… Appunto! Secondo la veduta che sto esponendo, non si dà in primis l’essere umano, il famoso Uomo con la u maiuscola e poi la donna/l’uomo; l’umanità sono donne, l’umanità sono uomini. L’umanità sono altri e altre che vivono ciascuna/o a suo modo quella mancata coincidenza che ho detto, e non c’è teoria che possa sanarla.

Si fanno molte teorie della differenza sessuale. Le meno sbagliate sono quelle infantili, giustamente valorizzate da Freud. Freud ne ha ricavato la teoria della castrazione. Lacan ha precisato: castrazione simbolica, che riguarda anche gli uomini di sesso maschile.

Duemila e trecento anni fa Aristotele ha fatto una teoria che noi consideriamo sbagliata ma molto ben trovata, tant’è che è durata quasi fino ai nostri giorni.

Aristotele era un grande osservatore e grandissimo ragionatore, filosofo e scienziato (ma senza laboratorio). Nel trattato Sulla generazione degli animali scrive: «Il primo inizio è nascere femmina e non maschio», dice proprio così e aggiunge subito: «ma questo è necessario alla natura». Perché “ma”? è necessario, spiega, che nascano femmine, ma queste non nascono per necessità, nascono per un anomalo indebolimento del principio generativo (lo sperma, che in greco antico è letteralmente il seme). Che cosa vuol dire? l’anomalia che fa nascere le femmine non ha la necessità delle cose necessarie a raggiungere un fine, si tratta, parole sue, di una “necessità accidentale” (La donna e i filosofi: archeologia di un’immagine culturale, a cura di Silvia Campese e Silvia Gastaldi, Zanichelli, Bologna 1981, 79). In questa strana nozione traspare una lontana anticipazione della tesi darwiniana che soppianterà il lamarckismo.

Va detto che i traduttori di questo difficile passo non si sono ancora messi d’accordo.

Un’idea però mi pare chiara: le femmine sono necessarie, ma il sesso femminile non è normale. Detto in parole nostre: le donne sono diversamente umane.

Secondo me, come ho detto, le teorie della differenza sessuale sono tutte più o meno sbagliate. Tutte dicono qualcosa di vero, ma le teorie sono totalità coerenti, trasparenti a sé stesse, la differenza invece è un tema inesauribile, nella nostra stessa esperienza, e questo per un motivo preciso. La sessuazione, come noto, è un fatto primordiale, è un’invenzione della vita tesa di suo a durare. L’incontro del patrimonio genetico di due, uguali e differenti, pare che sia la mossa vincente. Ma c’è un imprevisto, che è l’umano. O, più precisamente, c’è che il fatto primordiale della sessuazione irrompe nella sfera della parola, cioè del vero/falso, del giusto/ingiusto, del bene/male. Irrompe e fa un disordine che, secondo certi testi sacri, sarebbe effetto del peccato originale e si estende anche alla natura. La questione diventa allora: è possibile rifare un ordine? E come?

Ecco svelato il significato del discorso di Aristotele, in quel punto del suo discorso in cui dice “ma”. La riflessione sulla riproduzione degli animali lo spinge a elaborare la nozione di una necessità che non è necessaria ma accidentale, in quanto non è finalizzata a…, come invece le nostre azioni consapevoli. Ma perché dice “ma”? Lo dice per separare l’ordine di cui le femmine sono il principio, cioè l’ordine naturale, dall’ordine giusto e vero delle cose, dove il primato è umano maschile. Ai nostri occhi Aristotele sbaglia in quanto considera l’ordine patriarcale come l’unico degno di essere chiamato ordine. Ma non sbaglia a considerare che la differenza dei sessi sia una questione tutt’altro che semplice. Aristotele infatti se la pone non soltanto come studioso del mondo animale ma anche e soprattutto come filosofo politico.

Tutte le civiltà, che io sappia, si sono misurate con la questione della differenza e le hanno cercato una qualche risposta, anzi una grande varietà di risposte, con la lingua, le arti, la moda, gli usi della buona creanza, i codici, i tabù, l’onomastica, i privilegi, le gerarchie, le esclusioni… Ricordo i miei soggiorni di fanciulla sull’altipiano d’Asiago con la vista delle bestie al pascolo che ci guardavano con grandi occhi e mi pareva di capire che fossero stupite di vederci come siamo, noi che saremmo loro parenti. Mi pareva che notassero soprattutto i nostri vestiti: braghette e gonne, capelli lunghi con il nastro, capelli corti quasi rasati, e mutande per nascondere l’innominabile intimità. Loro invece erano perfettamente nude, ma non si notava affatto tanto erano a loro agio nei loro corpi. Non si stupiscono solo le bestie, anche noi ci stupiamo di noi. Una mia studentessa adolescente ci raccontò che un giorno, tornata a casa prima del solito e salita in camera sua, vi trovò il fratello minore vestito con i suoi vestiti e truccato con i suoi trucchi, che si ammirava allo specchio: la sorpresa la paralizzò al punto che non gli saltò addosso, come avrebbe fatto con una sorella, e lui ebbe il tempo di mettersi in salvo.

La differenza sessuale è un imprevisto che falsifica le teorie, ultima la gender theory dei cinque generi. Due è per via della sessuazione, la vita che si biforca, ma se lasciamo la natura per la cultura, perché solo cinque? Potrebbero essere tanti e tante, quanti e quante siamo su questa terra. Che cosa cercava quel ragazzino in camera della sorella? Era un viaggiatore, anzi un esploratore, in cerca di altro per trovare se stesso.

Finalmente, nel suo Undoing gender (2004), recentemente riproposto in italiano con un titolo più vicino all’originale, Fare e disfare il genere (Mimesis, 2014), Judith Butler, nota proprio come teorica della gender theory, intitola così un capitolo: Fine della differenza sessuale? E così lo conclude: questa rimarrà una questione persistente e aperta. Con ciò, aggiunge, «intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente». Parole oneste e intelligenti, tanto più che ci arrivano per un passaggio molto significativo, che non è né teorico né ideologico, è “il fatto” (la parola è sua, io sottolineo) della sfida del soggetto femminile per la sua libertà sessuale (p. 284). Quanto alla ragione che porta la filosofa statunitense a considerare promettente il problema della differenza sessuale, concordo pienamente con lei: si tratta della «inestinguibile impossibilità di stabilire confini certi tra il “biologico” e lo “psichico”, il “discorsivo” e il “sociale”» (pp. 275-276). La civiltà moderna ha edificato e continua a coltivare un sistema di conoscenze scientifiche ordinandolo secondo precisi confini che separano il biologico e lo psichico, il discorsivo e il sociale. Vale a dire, facendo a pezzi ogni segreta o meno segreta ricerca soggettiva di un senso libero della differenza sessuale.

“Finalmente”, ho detto sopra, per una ragione precisa. Solo gli Usa possono correggere gli errori degli Usa: la disparità di potere e di prestigio rispetto a paesi come l’Italia è tale che essi, gli States, capiscono le nostre ragioni solo se diamo loro ragione. Sotto le apparenze di uno scambio culturale, c’è un piano inclinato a senso unico, anche tra femministe, come abbiamo potuto costatare con la sistematica opera di sostituzione del linguaggio sessuato da parte del linguaggio gender. Pensato per gli scopi della ricerca storica, il cosiddetto “genere” è dilagato come uno pseudonimo di “sesso” e come un eufemismo: il “genere” non fa pensare al femminismo e non suscita imbarazzanti associazioni sessuali. In breve, la differenza sessuale si avviava ad essere esclusa dalle cose umane, per essere sostituita da un travestitismo generalizzato, provvisto di diritti, senza ricerca soggettiva di sé, disegnato dalle mode e funzionale ai rapporti di potere. Insomma: l’insignificanza della differenza e l’indifferenza verso i soggetti in carne e ossa.

Ma a questo esito, piuttosto congeniale alla cultura neoliberale, non si arriva senza sfidare il movimento delle donne cominciato con il femminismo degli anni Sessanta-Settanta. Lo sostiene giustamente Ida Dominijanni nel suo recente Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi (ediesse 2014). E la sfida è ancora aperta.

In quegli anni si alzò, senza gradualismi, con la forza dell’imprevisto, un’ondata di rivolta femminile che ha rotto il corso otto-novecentesco dell’emancipazione. Riporterò qui un racconto che ne riassume molti, non ne esaurisce nessuno.

Stati Uniti, anno 1966: è cominciata la grande ribellione generazionale che si chiamerà Sessantotto. Nel corso di questa, in quello stesso anno, accadde qualcosa che annuncia la frattura femminista, quella che io chiamo la rivolta nella rivolta. Nel corso di un convegno di studenti di sinistra, avvenne il primo atto separatista: un gruppo di studentesse decise di abbandonare, seduta stante, il workshop misto dedicato alla Woman Question, per riunirsi tra sole donne (Elda Guerra, in Il femminismo degli anni Settanta, Viella, Roma 2005, pp. 31-32). Il loro gesto, poi ripetuto da innumerevoli altre, fino ai nostri giorni, ha un significato che apprezza solo chi sa vedere la grandezza che si presenta in modeste apparenze… Per esempio? I pastori di Betlemme nel Vangelo di Luca o il camionista siciliano in Cristina Campo, Les sources de la Vivonne (Gli imperdonabili). Il femminismo di Stato, quello della parità tra donne e uomini, sostenuto dall’Europa e da altre agenzie di potere, vuole farci dimenticare l’evento del 1966 con la sua radicalità. Cercano di farci passare dal vecchio femminismo ottocentesco al post-femminismo neo-liberale, senza soluzione di continuità. E si capisce perché: le iniziatrici della “rivolta nella rivolta” non erano in cerca di emancipazione, erano giovani donne emancipate, tendenzialmente promesse all’integrazione paritaria. Esse hanno interrotto questo processo di promozione per aprirsi un’altra strada. La loro esemplare presa di coscienza e di parola ha le caratteristiche di una ripresa, nella sfera dell’umano, del fatto primordiale della sessuazione. Accade così che il primato della vita si trapianti, ad opera di donne, nella polis, diventando politica, e nella soggettività umana.

Il “ma” di Aristotele inciampa così nell’imprevisto di un nuovo “ma” che mette in evidenza la storicità del regime patriarcale e ne decreta la fine. E più ancora. Il nuovo “ma” ha sostituito con la relazione di differenza quella che era la dualità gerarchica di natura/cultura, con le sue tante versioni, corpo/anima, cielo/terra, personale/politico, privato/pubblico, fino a quella tra madre che dà la vita e padre da cui vengono la parola e la legge.

La rivolta cominciata quarant’anni fa ha rivoltato la civiltà, l’ha rovesciata come un calzino facendo vedere il suo rovescio, che era la subordinazione femminile all’Uomo, e portando alla luce un sostrato di civiltà più elementare. Che vale per donne e uomini e come tale lo propongo qui. Quello che ho detto finora attingendo all’esperienza politica delle donne, arriva così al suo dunque nel presente, che lo mette alla prova dei difficili cambiamenti in corso. A suo tempo io e altre abbiamo parlato, per quel sostrato, di un ordine simbolico della madre (di cui bisognerebbe dire che, a un certo punto, fu intuito da Freud). Abbiamo sostenuto, in pratica e in teoria, che dalla donna che ci è madre riceviamo la vita e impariamo a parlare, una cosa non va senza l’altra. Dalla relazione fiduciosa con la madre o chi per lei dipende che impariamo a parlare, che possiamo dire io e metterci in relazione personale con gli altri e il mondo. Oggi devo aggiungere che questo fondo di una più elementare civiltà, non è roccia. È fatto di materia viva, sensibile e più fragile di quello che non pensassi: è fatto di relazioni e fiducia.

Proprio su questo terreno ci sono mutamenti temibili, a causa principalmente dell’attuale economia neo-liberista che di relazioni e di fiducia ha una fame estrema, pari al consumo devastante che ne fa a causa delle sue crisi ricorrenti. E che alla lingua materna sovrappone la circolazione della moneta, con effetti di perdita della competenza simbolica da parte nostra, comuni cittadini, e di autorità da parte della lingua materna. Si dice che perdiamo il controllo sulle nostre vite. Sì, ma la perdita di competenza simbolica esprime di più, perché riguarda la capacità di sottrarsi alla collocazione nel discorso dominante: capacità di essere altrove e altrimenti, come hanno detto quarant’anni fa quelle che erano parlate e sono diventate parlanti. Si tende a descrivere l’attuale regime in modo sbagliato, facendo un errore fatale secondo me. Gli si attribuisce come deteriori anche caratteristiche che, per se stesse, sono guadagni della politica delle donne. Mi riferisco all’intreccio tra vita e lavoro, alla caduta dei paraventi tra pubblico e privato, alla valorizzazione delle qualità relazionali, all’idea di un’autorità che non si confonde con il potere. Erano guadagni politici, ora sono parte della posta in gioco. Perciò, è il mio invito, non restate in quella postura sommaria dell’essere contro, il NO ripetitivo e sterile giustamente messo sotto accusa da Naomi Klein, e non fermatevi indefinitamente sulle vostre analisi critiche. Andiamo a combattere insieme a quelle donne e quegli uomini che già si trovano sul posto e che resistono alla perdita di competenza sulle loro condizioni di vita. Per parare alla crisi, non ci sono solo tagli, tasse e licenziamenti. Si stampa anche moneta da mettere in circolazione, per rafforzare la traballante fiducia che tiene in piedi il sistema economico. Se quelli stampano soldi, creiamo, noi, le condizioni che generano fiducia e presa di parola nel vivo dell’esperienza. È politica; se le cercate un nome, si chiama politica prima.