C’è una cosa che ho imparato studiando le lingue antiche: i greci, prima di decidere quando accade qualcosa, decidevano come accade. Prima del tempo, l’aspetto. Prima di collocare un’azione nel flusso del mondo, ne coglievano la forma: se era un processo aperto, un’azione con inizio e fine, un evento puntuale senza bordi.

L’aspetto imperfetto, l’infectum, descrive qualcosa che si svolge, che non è ancora compiuto, che respira. Il perfetto, il perfectum, dice che qualcosa è accaduto e che il suo effetto persiste, ancora presente nel momento in cui parlo. E poi c’è l’aoristo, il più misterioso, il più discusso nelle grammatiche e nei seminari. Il suo nome viene dal greco aóristos: indefinito, senza bordi, senza contorni temporali. L’aoristo non si situa nel presente né nel passato. Non dice né “stavo camminando” né “ho camminato e ne sento ancora le gambe stanche”. Dice solo: l’evento è accaduto. Sospeso. Avulso dal tempo.

Calandomi quotidianamente nel mondo algoritmico, tra i reel1 nel doomscrolling2 ormai inevitabile di Instagram e le raccomandazioni da cui sono bombardata, ho iniziato ad avvertire qualcosa di simile a un fastidio grammaticale. Come leggere una frase in cui tutti i verbi sono all’aoristo. Un articolo di due mesi fa presentato come notizia di questa mattina. Un dibattito di settimane fa riproposto come urgente, attuale, arrabbiato. Una scoperta scientifica di anni fa restituita come rivelazione. 

Il contenuto esiste, l’evento è avvenuto: ma quando? Dove si colloca nel flusso? L’algoritmo non lo dice. Non gli interessa. L’algoritmo parla quasi sempre all’aoristo.

Sono quasi due anni che dedico un terzo della mia vita a plasmare agenti di intelligenza artificiale. Li ho progettati, testati, rotti e ricostruiti. Li ho addestrati a rispondere, a classificare, a ricordare. E la cosa che mi ha colpito di più non è stata la loro capacità, ma la loro temporalità. Un modello linguistico non ha un presente. Ha un taglio di conoscenza: una data entro cui ha visto il mondo, oltre la quale brancola. Ma soprattutto: non sa quando sei tu, adesso, a parlargli. Non sa se è ieri o domani. Risponde dall’aoristo: l’azione è avvenuta, il sapere esiste, ma senza àncora.

E il feed algoritmico dei due social network più popolari (Instagram e Tiktok) non è molto diverso. La sua logica non è cronologica, è energetica: ti mostra ciò che ha più probabilità di tenerti ferma, di farti scorrere ancora un po’. Il tempo non è una variabile rilevante nel suo calcolo. La freschezza lo è solo nella misura in cui eccita, e ciò non toglie che a eccitare possa essere anche qualcosa di vecchio, se è abbastanza arrabbiante, abbastanza commovente, abbastanza vicino a ciò che hai già guardato ieri. Il passato e il presente si appiattiscono in una superficie continua di stimoli aoristici.

Il femminismo ha sempre avuto una relazione speciale con il tempo, almeno ai miei occhi. Non con il tempo lineare della carriera, del progresso, dell’accumulo. Ma con il kairos: il momento opportuno, il tempo giusto per ogni cosa, il tempo che non si misura ma si riconosce. E con l’imperfetto: le pratiche di cura, la costruzione delle relazioni, tutto ciò che non si finisce mai davvero, che non ha un output misurabile, che esiste nel farsi continuo.

L’intelligenza artificiale, nella sua versione accelerazionista, è invece profondamente aoristico-futurista. Pretende di portarci al futuro più velocemente, ma lo fa svuotando il presente. Risponde in millisecondi, genera in secondi, consegna prima che tu abbia finito di chiedere. E da sviluppatrice combatto continuamente con quella che in gergo tecnico è definita latenza: l’attesa tra un invio e una risposta, tra una generazione e un’altra. Un’attesa che deve essere sempre ridotta di più, fino a scomparire agli occhi dell’utente. E in questo tempo di non-tempo, qualcosa si perde: la gestazione, l’incertezza produttiva, il momento in cui non sai ancora e stai ancora cercando.

Io lo sento su di me. Lo sento nel modo in cui adesso faccio più fatica ad aspettare. Nel modo in cui la lentezza mi crea un’ansia che non avevo prima. Nel modo in cui mi sorprendo a voler sapere subito, concludere subito, avere la risposta prima ancora di aver formulato bene la domanda. La gratificazione istantanea, aoristica.

Ho scritto nei miei appunti su questo testo, in un momento di stanchezza e di chiarezza insieme: per il mio futuro desidero vivere il mio presente nel suo tempo imperfetto.

In questo semplice appunto forse volevo racchiudere anche qualcos’altro. Un concetto grammaticale che mi ha sempre affascinato: il futuro desiderativo, categoria grammaticale arcaica, che esprimeva un desiderio proiettato in avanti, ma radicato nel presente. Non “voglio” e basta, non “vorrò”. Ma qualcosa come: che io possa, un giorno, ancora desiderare questo. Un atto di cura verso il proprio tempo futuro.

Vivere nel tempo imperfetto significa accettare di essere in mezzo. Significa tollerare di non sapere ancora, di non aver ancora finito, di essere ancora dentro il processo. Significa opporre alla superficie aoristico-algoritmica una profondità di presente che fa resistenza. È una scelta che fa sorgere una domanda più sottile, forse: con quale aspetto voglio vivere? In quale forma voglio che la mia esperienza accada? Come qualcosa di puntuale, senza contorni, sospeso nell’indefinito? O come qualcosa che si svolge, che dura, che lascia traccia mentre è ancora in corso?

L’aoristo descrive ciò che è accaduto senza dirci nulla di come ci è arrivato. Io voglio ancora sapere come ci arrivo. Voglio ancora l’imperfetto, il tempo di chi non ha ancora finito, di chi è ancora, faticosamente, nel mezzo delle cose.

  1. Reel: formato video breve e verticale, tipicamente dai 15 ai 90 secondi, introdotto da Instagram nel 2020 in risposta alla diffusione di TikTok. Pensato per la fruizione rapida e seriale, il reel è l’unità base del consumo algoritmico contemporaneo. ↩︎
  2. Doomscrolling: termine entrato nell’uso comune durante la pandemia del 2020, indica la pratica compulsiva di scorrere indefinitamente feed di notizie e contenuti digitali, spesso negativi o ansiogeni, anche in assenza di un obiettivo preciso. La parola fonde doom (rovina, destino funesto) e scrolling (lo scorrimento del dito sullo schermo). ↩︎

Sabato scorso GenerAzioneD è stata invitata da Arcilesbica a Milano per intervenire nell’ambito del convegno “Femminismo fortemente sconsigliato (ma necessario)”, promosso dalla Rete femminista Dichiariamo.

L’evento è nato con l’obiettivo di creare uno spazio di confronto pubblico sui temi del femminismo contemporaneo, dell’autodeterminazione e delle politiche di genere, coinvolgendo attiviste, studiose e realtà associative provenienti da diverse città italiane. Un incontro aperto e senza censure tra donne, per favorire il dialogo su temi controversi relativi all’esistenza femminile, alla sua oppressione e alla sua libertà.

Tra i tanti temi controversi che riguardano i corpi delle donne, GenerAzioneD, attraverso la testimonianza di una nostra mamma, ha portato all’attenzione il tema scomodo – ma necessario! – della sofferenza di genere in età evolutiva e dell’instradamentoverso percorsi di affermazione e medicalizzazione precoce.

La testimonianza di Nora (qui la sua storia), che ha parlato col cuore del percorso della figlia, ha catturato l’attenzione di molte ed è stata così sentita da suscitare diversi commenti e domande.

La figlia di Nora, adolescente, si è trovata a vivere una sofferenza di genere nel periodo della pandemia. Senza che ancora la famiglia fosse informata, la ragazza è stata immediatamente affermata da tutti (amici e professori) come ragazzo trans. Anche la psicologa affermativa aveva ormai stabilito che “era un ragazzo”, senza occuparsi degli altri disagi in essere. Dopo tre anni in cui la famiglia l’ha sostenuta con amore e dedizione, e dopo un percorso con professionisti che hanno saputo vedere la vera origine del dolore, la ragazza ha capito di essere stata influenzata nell’aderire a un’identità che non era sua, ed è tornata a riconoscersi femmina. Gli stessi amici che l’avevano messa sul piedistallo l’hanno a quel punto scaricata, perché non era più interessante. Una storia di sofferenza e dolore che ha portato al superamento della crisi e del ritrovamento di sé, del proprio corpo e del proprio essere femmina.

Ringraziamo Arcilesbica e la Rete Dichiariamo per averci invitate a portare all’attenzione un tema che è davvero fortemente sconsigliato: la disforia di genere nell’età evolutiva e l’instradamento precoce alla medicalizzazione dei corpi come risposta immediata.

La storia portata da Nora non è un caso isolato. L’aumento esorbitante del numero di ragazze che si rivolgono ai centri per la disforia ci parla di un disagio che non può essere ignorato: una fuga verso il maschile che promette più libertà e ripara dalla prospettiva di un corpo – quello di donna – pericoloso da abitare. Ma a che prezzo? Comprimere il seno, rimuovere il seno, assumere ormoni a vita, sottoporsi a continui controlli medici, rimuovere l’utero, diventare sterili.

Non sono mancati gli interventi di donne lesbiche, con un vissuto di ragazze mascoline, che hanno raccontato la loro infanzia, consapevoli che, se fossero state adolescenti oggi, avrebbero rischiato una transizione inappropriata.

La maggior parte di queste ragazze non sono trans, eppure vengono portate verso percorsi di transizione sociale e poi medica con allarmante facilità, perché indagare il loro disagio sarebbe considerato transfobico. Il numero di detransitioner in crescita ci dice che questo sta accadendo davvero.

Esistono famiglie che accolgono la sofferenza dei propri figli e scelgono di accompagnarli senza accelerazioni e senza risposte preconfezionate. Esistono professionisti che non vedono etichette, ma persone. Esistono ragazze che desistono silenziosamente e ritrovano sé stesse, senza rientrare in alcuna statistica.

GenerAzioneD accoglie molte famiglie messe alla prova dalla solitudine, dal giudizio sociale e da un futuro in salita che sembra già tracciato per la propria figlia o il proprio figlio che soffre. Siamo la prova che non esiste una sola strada, ma tante strade quanti sono i nostri ragazzi.

(GenerAzioneD, 19 maggio 2026)

«L’uomo è involuto in sé stesso, nel suo passato, nelle sue finalità, nella sua cultura. La realtà gli sembra esaurita, i viaggi spaziali ne sono la prova. Ma la donna afferma che la vita deve ancora iniziare per lei sul nostro pianeta. Vede dove l’uomo non vede più.»

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel

A fine aprile abbiamo potuto ammirare le immagini della missione nello spazio Artemis II della Nasa che ci hanno mostrato la terra vista dalla luna. Nel 1958 Hannah Arendt apre The Human Condition chiedendosi perché l’umanità abbia salutato con sollievo il primo lancio di un satellite sovietico nello spazio. Arendt introduce il testo come un’analisi storica delle ragioni e delle radici del desiderio che spinge l’uomo ad evadere dalla terra, «la vera quintessenza della condizione umana», e a ribellarsi all’esistenza umana come gli è stata data per scambiarla «con qualcosa che lui stesso abbia fatto». Il modo in cui decidiamo di utilizzare le conoscenze scientifiche e tecniche si pone per Arendt come «questione politica di prim’ordine», insieme alla prospettiva paradossale di una società di lavoratori progressivamente affrancata dal lavoro.

Nelle prime pagine de L’enracinement (1943) Simone Weil definiva bisogni “terrestri” quelle esigenze vitali dell’anima che si distinguono dai bisogni fisici ma sono altrettanto necessari alla sopravvivenza e si distinguono dai desideri, inessenziali e accidentali. Weil accosta qui i bisogni fisici vitali e i “bisogni dell’anima”: entrambi sono necessari «alla vita terrena», entrambi – se non soddisfatti – fanno cadere l’uomo in uno stato vegetativo. I bisogni dell’anima, però, sono molto più difficili da riconoscere, eppure ognuno ne riconosce l’esistenza: «ognuno ha coscienza che vi sono crudeltà che toccano la vita dell’uomo senza toccare il suo corpo. E sono queste che privano l’uomo di un certo nutrimento necessario alla vita dell’anima».

La più importante esigenza dell’anima, afferma, è il radicamento che intende in senso ampio come «partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro». Certo, la proposta di Weil di ricostruire le basi dell’Europa postbellica sul radicamento proprio nel mezzo della tempesta scatenata da una ideologia improntata su terra e sangue (Blut und Boden) può risultare perturbante. In realtà Weil legge il nazismo proprio come la risposta illusoria alle esigenze dell’anima insoddisfatte, come un surrogato, un veleno che l’anima cerca quando non trova corrispondenza ai suoi bisogni nella società. Per definire il radicamento procede innanzitutto descrivendo il suo opposto, lo sradicamento che deriva dalla conquista militare e dalla dominazione economica e trova il suo apice nella condizione operaia e contadina a lei contemporanea. A questa condizione contrappone la visione utopica del lavoro fisico come centro della spiritualità, meglio retribuito e socialmente riconosciuto rispetto al lavoro intellettuale, immagina un lavoro mai sradicato, in cui operai e contadini siano istruiti e padroni del senso del processo lavorativo cui prendono parte. In The Human Condition Arendt offre una concezione diversa, per certi versi negativa, del lavoro fisico che reputa, comunque, ineludibile. Tre le situazioni costitutive dell’esistenza umana: il lavoro corporeo destinato ad un eterno consumo, l’opera delle mani che produce oggetti durevoli, l’azione che si colloca nello spazio della città, delle relazioni plurali, in quanto «la pluralità è la legge della terra».

Negli ultimi anni l’ingresso prepotente dell’intelligenza artificiale nelle nostre vite e nel mondo del lavoro, insieme ai progressi crescenti nel campo dell’automazione, fanno prefigurare a molti un orizzonte di “fine del lavoro”. Ma la rinnovata centralità strategica delle «materie prime», il fatto che il lavoro fisico e materiale (sfruttato, mal pagato, misconosciuto) continui ad essere alla base della produzione globale, l’ineludibile corporeità dei lavori di cura fanno capire che la fuga dalla fatica del lavoro rappresenta solo un’illusione. Casomai quello che rischia di venire soppiantato è il lavoro intellettuale o immateriale, ma la «fatica» di portare avanti la vita non scomparirà.

Sarebbe ora di prendere in mano le scelte sulle «questioni politiche di prim’ordine» e mettere in discussione la direzione degli investimenti economici, volti perlopiù alla distruzione o alla fuga dal pianeta. Rovesciare la prospettiva, dare dignità simbolica ed economica al lavoro fisico, mostrare cura verso il pianeta e attenzione verso la «condizione umana»: ecco una agenda politica utopica, forse, ma avvincente!

(L’Imprevista, 19 maggio 2026)

Un progetto ideato e curato da Mili Romano in collaborazione con Coxo Spaziale

Protected Area è un progetto in progress. Ha avuto inizio, come appello aperto a tutti, il 9 marzo ed è cresciuto di giorno in giorno, grazie anche alla collaborazione con Coxo Spaziale e con Radio Città Fujiko.

Dice Mili Romano:

«L’audio originale Protected Area era stato presentato nel gennaio 2026 in occasione delle tre giornate di apertura della nuova sede, a Bologna, della galleria Neon. Il brano è nato come una mia reazione personale a quelle guerre e atrocità senza senso che da troppo tempo ci accerchiano, travolgendo le nostre vite, ma rischiando anche di farci diventare spettatori impotenti, assuefatti, indifferenti. In febbraio l’ho proposto alla radio chiedendo che quell’audio fosse trasmesso ripetutamente in forma anonima, senza alcuna autorialità, come una sorta di intermezzo fra le musiche e le chiacchiere della normale programmazione. Così è stato da lunedì 23 febbraio. Poi, dalla trasmissione del 9 marzo quel mio grido solitario è diventato un appello per un’azione corale: si chiedeva un minuto, non di più, in cui un pensiero, un sogno, una citazione, una musica si allargassero, come le onde di un sasso lanciato in uno stagno, nella speranza di superare insieme indifferenza e cecità. Chiunque dunque avesse voluto far dono di un suo minuto contro la guerra avrebbe potuto inviare un file audio all’indirizzo di Coxo Spaziale o a un mio numero dedicato. Tante voci per una voce unica. Forse un grido nel deserto? Chissà…

Dall’appello di quel giorno sono arrivati tanti messaggi e ogni lunedì, nel corso del programma Coxo Spaziale, alcuni di questi interventi sono stati inseriti nella normale programmazione. Il 5 aprile, giorno di Pasqua, tutti i primi interventi sono stati trasmessi. Adesso, riuniti tutti in un unico tessuto sonoro, una polifonia di voci è ascoltabile in podcast su Radio Città Fujiko. Il 18 giugno, ritornando nello spazio per il quale era stato creato, Protected Area sarà alla Galleria Neon in via San Donato 24. Da quella data ci piacerebbe che nei prossimi mesi questa polifonia circolasse, installata e diffusa, in maniera molto semplice e in ogni spazio con i propri mezzi, in spazi chiusi e/o in spazi aperti: gallerie, musei, biblioteche, luoghi dell’arte, della cultura e della vita.»

In quelle occasioni, allargandosi sempre più, ancora nuove voci potranno aggiungersi inviando un vocale al numero 334 3460891 o all’indirizzo coxospaziale@gmail.com.

A questo link si può ascoltare l’audio di Protected Area e la puntata di Coxo Spaziale con Mili Romano:

https://www.radiocittafujiko.it/protected-area/embed/#?secret=LLwsAI011c#?secret=4OgaM4zYJA

(Radiocittà Fujiko, 18 maggio 2026, montaggio audio di Davide Paradisi)

Tessere la pace, custodire il futuro: il 21 giugno in piazza per interrompere l’economia di guerra

In questo tempo terribile di futuro sospeso, di guerre vicine e lontane, di morti contati ogni giorno, di città distrutte, di case sventrate, in Italia donne di molte città si sono incontrate in 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace.

Hanno preso la parola per dire no alla guerra come destino inevitabile.

Per rompere il silenzio che la rende possibile.

Per interrompere l’economia della guerra.

Per rendere visibile ciò che viene cancellato.

Partono da gesti quotidiani, femminili, antichi – cucire, tessere, riparare – pratiche marginalizzate, declassate, invisibili. E le rovesciano. Le trasformano in azione politica pubblica.

Fuori dalla logica della forza. Fuori dalle forme consuete del dissenso.

Con fili, tessuti, mani e corpi danno forma a una pratica collettiva: tessere la pace come gesto politico. Non è solo un gesto simbolico, è azione.

Occupa lo spazio pubblico, crea legami.

Sposta il senso del possibile. Riporta al centro ciò che la guerra cancella: corpi, vite, relazioni.

Da oltre 170 città e contesti diversi questa pratica si diffonde. Come rete viva, non prevista, non controllabile.

Queste donne andranno tutte a Roma il 21 giugno. Porteranno i loro lavori e li stenderanno in piazza del Campidoglio e sulle scalinate. Chissà se lo spazio basterà. Non sarà un’esposizione. Sarà una presa di posizione collettiva.

Noi ci saremo.

L’appello, rivolto “alle donne e agli uomini di pace”, è nato dalla comunità diffusa 10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace ed è stato sottoscritto da 320 scrittrici, registe, giornaliste e intellettuali. Tra le prime sostenitrici figurano: 

Dacia Maraini, Nadia Terranova, Margarethe von Trotta, Emma Dante, Fiorella Mannoia, Ginevra Bompiani, Serena Dandini, Marisa Laurito, Monica Guerritore, Alessandra Bocchetti.

Ora è possibile aggiungere la propria firma anche su “Io scelgo”, la piattaforma di petizioni del Fatto Quotidiano: https://www.ioscelgo.org/petizioni/tessere-la-pace-custodire-il-futuro-il-21-giugno-in-piazza-per-interrompere-leconomia-di-guerra

(facebook.it, 18 maggio 2026)

In che tempo siamo quando ci connettiamo ai social e ai software di intelligenza artificiale? In quale dimensione entriamo? E che effetti ha esistere in quella dimensione?

Quando sfioriamo le icone sul nostro telefono – per connetterci a Instagram, Facebook, TikTok e persino Whatsapp o Telegram – ci si apre letteralmente una porta. L’icona si espande in una frazione di secondo, come se, appunto, si aprisse una porta e attraversassimo un tunnel. E con quel tocco accediamo al vuoto. Detta così sembra un’esagerazione; sembra una frase a effetto, anche un poco moralista. Il punto è che non lo è, è un aspetto con cui bisogna fare i conti.

Nel linguaggio comune il vuoto indica uno spazio ed è inteso come privazione, mancanza, assenza. Un bicchiere vuoto, un’aula vuota, un discorso vuoto. Eppure da millenni il vuoto indica un’altra cosa che non ha a che fare con lo spazio ma col tempo. Posto che tempo e spazio siano in qualche modo separabili. Se pensiamo ai miti sull’origine del mondo, ma anche la teoria della relatività è più o meno dello stesso avviso, il vuoto è ciò che esisteva prima che le cose esistessero. È la dimensione senza tempo.

Nelle culture sia antiche sia contemporanee di Abya Yala (che i colonizzatori europei hanno poi chiamato America/Americhe) una delle immagini ricorrenti è il vuoto pensante. Nella cultura dell’antica Grecia il vuoto (chiamato kaos) è ciò da cui emergono Notte e Tempo, cioè le entità che generano l’universo. Le religioni abramitiche chiamano quel vuoto pensante dio. Il vuoto e il divino sono quindi senza tempo, cioè non hanno un inizio e quindi non hanno una fine. Sono eterni. La mente umana non è capace di pensare né il vuoto, né dio, né l’eternità; eppure le persone sono in grado di percepire il vuoto, l’eternità e, chi è teista, dio. Percepiamo queste cose con quel senso che non è uno dei cinque sensi. Cosa ha a che fare tutto questo con internet, i social, e le intelligenze artificiali? Anch’esse sono realtà senza tempo. Infatti esse non sono solamente dematerializzate, cioè non sono uno spazio fatto di materia; sono anche detemporalizzate. Si può affermare che chi ha pensato, costruito e generato (non creato) la realtà odierna di internet, ha di fatto generato un vuoto sintetico, un’eternità sintetica e persino una sorta di divinità sintetica. Oggi è innegabile che buona parte della specie umana trascorra un’enorme porzione della vita, libera dal lavoro e dallo studio, proprio in questa dimensione senza tempo, nel vuoto sintetico. Possiamo raccontarci quanto vogliamo che si tratti in fondo di una realtà simulata (virtuale); possiamo persino chiamarla finzione e far notare che altro non sono che server sotterrati chissà dove. Il punto è che sono realtà umana, che non è fatta solo di materia, perché la condizione umana non è solo materiale. Contrappore reale e virtuale significa fare una distinzione che suona molto come il dualismo mente-corpo. Se non fossimo materia-in-relazione, se non fossimo alla perenne ricerca di senso e di significato – anche in modo inconsapevole – i social e internet non esisterebbero, come non esisterebbero le religioni, gli affetti e persino la parola tempo. Il tempo è un marcatore di senso, cioè la piena avvertenza dell’inizio.

Sui social il tempo non esiste, in nessuna forma (circolare, rettilinea, ciclica). Si passa da fatti appena accaduti, a cose accadute giorni e persino mesi prima. Tempo fa mi sono ritrovata un reel su Instagram che mi mostrava un fatto accaduto in Francia e che mi aveva impressionata, così sono corsa a verificare la veridicità della cosa. La notizia era vera, solo che non era una notizia ma un fatto risalente all’anno precedente. Instagram però me lo stava presentando come attuale. Sui social tutto accade adesso: il passato accade adesso, il presente accade adesso, il futuro accade adesso e accadono cose che non sono accadute. Con quest’ultima cosa mi riferisco ai contenuti generati con l’intelligenza artificiale che letteralmente emergono dal vuoto. In sostanza connetterci riempie le nostre vite di vuoto ed eternità.

Ci fa fare un’esperienza sintetizzata di qualcosa che almeno come massa non avevamo sperimentato. L’accesso alla connessione è una forma sintetica di estasi, di meditazione, che viene indotta sfiorando le icone delle app.

Per le cose che ho scritto fin qui, ritengo che le analisi che parlano di horror vacui digitale, di vuoti riempiti dai social, abbiano un limite e che è un limite di prospettiva. L’espressione horror vacui digitale indica il virtuale come pieno e la realtà materiale come vuoto. Secondo questa prospettiva disconnettersi significherebbe sperimentare il vuoto. Dal mio punto di vista, invece, è l’esatto opposto.

Disconnettersi significa reincarnarsi, tornare consapevoli della materia e la materia è inizio, è tempo. Il motivo per cui passiamo tanto tempo connessi è l’horror pleni. La paura dell’essere pienamente umani. Ciò che, disconnettendosi, diventa insostenibile è il tempo, la vita, le relazioni incarnate (cioè fra i corpi). La condizione umana è ciò che ci getta nello sconforto.

Quel pieno che sono i corpi ci fanno chiedere: che senso ha essere questi corpi? Che senso ha questa vita? Un attimo prima eravamo in un mondo in cui tempo e spazio non esistevano, in cui tutto era possibile. Un mondo in cui puoi cambiare arredamento ogni giorno e contemporaneamente combattere contro il patriarcato, il cambiamento climatico, la guerra e le ingiustizie e tutto questo mentre hai dei capelli meravigliosi grazie alla giusta routine (sì, ora sapete cosa appare principalmente nel mio feed). Ma torniamo al vuoto, all’eternità, al divino e alla dimensione immateriale della vita umana (affetti, emozioni ecc. ecc.). Queste cose vengono percepite da quel senso che non è uno dei cinque sensi e che potremmo chiamare il senso della relazione. I social, internet e l’IA hanno successo non perché le persone siano stupide, prive di cultura o istruzione; hanno successo perché si connettono e parlano al senso della relazione. Lo fanno però togliendoci quell’incomodo che sono i corpi, l’inizio e il tempo. Ci facciamo reindirizzare verso la porta e il tunnel che conduce al vuoto sintetico perché prima ancora dei soldi, del successo o della visibilità sfiorare quelle icone ci promette di liberarci da quel garbuglio complicato e faticoso che è essere persone e avere a che fare con altre persone.

È un piano astrale sintetico.

La mia domanda è: quanto tempo ci vorrà prima che l’horror pleni diventi terror pleni? In sostanza, quanto tempo ci vorrà prima che la semplice idea di essere questo corpo, di avere un inizio, di essere consapevoli del tempo, diventerà qualcosa che fa così paura, è così doloroso che accetteremo qualunque cosa ci dia la parvenza di liberarci dei corpi? Magari facendo il “download delle nostre coscienze” da qualche parte.

Finirà la gioia di essere dei corpi? Anzi, il terrore di essere dei corpi sconfiggerà la gioia di essere dei corpi?

Se questo è il rischio del nostro rapporto con il tempo – la tentazione di liberarci dei corpi e della finitezza – allora la domanda diventa un’altra: esiste un modo di abitare il tempo senza fuggirlo?

Per rispondere a questa domanda parto da una parola che per me ha un ruolo fondamentale culturalmente e affettivamente. Saudade. Questo sostantivo, che appartiene alla cultura brasiliana, ha molte traduzioni in italiano – le più comuni sono mancanza e nostalgia – ma nessuna di queste traduzioni è in grado di restituirne il senso profondo. Forse il concetto occidentale che le è più vicino è l’eros, ma nel tempo e nel linguaggio comune l’aspetto sessuale di questo concetto ha preso il sopravvento. La saudade è ricordo che attraversa il tempo e che vive, tocca i confini del presente spingendoli in avanti. La saudade è una forma di memoria che non cancella la distanza e non elimina l’assenza. Al contrario: le lascia vivere nel presente. È contemporaneamente il senso dolce del perduto, di ciò che non c’è nel mondo materiale ma vive nel “qui e ora”. Essa è anche il senso vivo delle possibilità non vissute (saudades do que não vivemos). Non riguarda semplicemente un voler rivivere qualcosa che non c’è più, non è mera nostalgia, la saudade è un luogo in cui le cose sono vive nonostante lo spazio e il tempo. La saudade è il tempo che, senza travestimenti e misurazioni, si mostra come desiderio e come possibilità. Quando mia sorella mi scrive tô com saudade de você non mi sta semplicemente dicendo che le manco. È un invito. Esattamente con quelle parole mi dice sentiamoci, facciamo una telefonata perché tu sei viva nel mio spazio di ciò che è prezioso e importante per me. Proprio nella costruzione della frase diventa evidente che assenza e presenza coesistono e il tempo non è qualcosa di misurabile o remunerativo, non è frammentato. Il tempo della saudade non è qualcosa che va in una direzione, ma fa accadere le cose. La traduzione letterale della frase è: io sono con la mancanza-desiderante-vivente di te. Cioè “io sono in uno spazio in cui tu sei con me, anche se non ti ho materialmente accanto, anche se apparentemente non siamo connesse”. E infatti sono presenti due pronomi personali: l’io (che è sottinteso in estou) e il tu (você). Mia sorella potrebbe dirmi sinto sua falta – sento la tua mancanza – perché è un’espressione altrettanto comune, ma se lo facesse mi starebbe dicendo un’altra cosa.

Si può essere con saudade di molte cose: luoghi, persone, situazioni o possibilità. Questo sentimento, anche se chiamarlo sentimento è riduttivo, non porta ad accettare le cose così come sono. È una mancanza desiderante e non arresa. Il femminismo altro non è che il nome che abbiamo dato a quella diffusa mancanza desiderante in cui erano le donne e che si è trasformata in azione. Il desiderio di una vita piena, di essere viste come pienamente umane, di poter agire pienamente. Quando penso alla saudade mi vengono in mente due donne. Una è Carolina Maria de Jesus che dalla “stanza dei rifiuti” – ndr la favela – pur essendo povera in un modo che oggi in occidente è difficilmente immaginabile, pur essendo nera, con tre figli e la minaccia per la sopravvivenza che incombe a ogni ora, inizia a scrivere. Scrive il suo diario, scrive racconti. Scrive per rimanere viva e non arrendersi al fatto di dover solamente sopravvivere. Penso alla figlia e alla compagna di Marielle Franco che hanno fatto dell’assenza dolorosa una presenza viva e azione.

Fin qui la connessione fra saudade e il frapporsi al vuoto e all’horror pleni generato da internet può sembrare lontanissima. Ma cosa accade se al vuoto alterniamo la saudade? Se diffondiamo la saudade come quella pratica di assenza viva e desiderante? La saudade porta, se ben diretta, a un’interruzione, una deviazione, un inizio. Anche piccolo. Come il fare una telefonata al posto di scambiarsi reel e messaggi. O prendersi un caffè. In alcuni casi può diventare stimolo per organizzare incontri, fondare collettivi, iniziare progetti. La saudade è la gioia e la paura insieme, ma è prima di tutto fare consapevolmente propria la condizione umana, che è quella condizione che ci porta a fare i conti con l’inizio e la fine, le possibilità e i limiti ma che il desiderio trasforma in senso e azione. E forse potremmo persino dire che saudade e tempo coincidono.

Nel 2025 l’Università di Pisa ha modificato il proprio Statuto inserendo all’articolo 4 il seguente comma: «l’Università non sostiene e non partecipa ad alcuna attività finalizzata alla produzione, allo sviluppo e al perfezionamento di armi e sistemi d’arma da guerra». All’epoca della decisione, il rettore Riccardo Zucchi aveva così commentato: «In questi tempi drammatici in cui la vita e la dignità umana hanno subito pesanti attacchi, è indispensabile che l’Università dia un segnale esplicito della sua scelta di campo a favore della pace e si dissoci da ogni attività volta allo sviluppo di armamenti».

Potrebbe sembrare – a chi ha una certa idea d’università – un’iniziativa normale, quasi scontata, ma non è così: non solo, infatti, l’Università di Pisa è al momento l’unica università italiana (insieme all’Università per stranieri di Siena) ad aver preso così chiaramente posizione sul tema della ricerca militare, ma è anche una scelta che viene aspramente contestata sia dentro, sia fuori gli atenei.

Nell’attuale contesto italiano ed europeo di enorme aumento delle spese militari e di crescente militarizzazione della società non deve stupirci. Alle università, infatti, i governi europei e la stessa Ue assegnano un ruolo esplicito nella corsa verso una guerra data per prossima. Come ha detto il ministro della Difesa Crosetto lo scorso dicembre, ci vogliono «norme adeguate capaci di assicurare un ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia. In questa sfida siamo coinvolti tutti: difesa, industria, ricerca, università. È una responsabilità condivisa». È, quindi, naturale che tutti coloro che stanno cavalcando la svolta militarista reagiscano con sdegno al fatto che un’università voglia circoscrivere il perimetro delle sue attività.

Peccato, però, che le università non siano enti strumentali di nessuno: ai sensi della Costituzione, infatti, sono unicamente al servizio della conoscenza, intesa come libera ricerca e libero insegnamento. In questo contesto è quindi pretestuoso invocare il «sacro dovere della Patria» all’articolo 52 della Costituzione, e non solo perché c’è l’articolo 11, ma anche e soprattutto perché le università sono autonome ed è restando autonome che servono al meglio la collettività. E autonomia significa che le università possono benissimo decidere, seguendo i propri percorsi democratici interni, di non svolgere determinate attività.

C’è poi chi invoca la libertà di ricerca di cui all’art. 33 della Costituzione. Anche in questo caso, però, il riferimento è infondato: nessuno, infatti, impedirà mai a un professore/ssa o ricercatore/trice di fare libera ricerca individuale su un qualsiasi argomento. Tuttavia, non esiste alcun diritto soggettivo di fare contratti conto terzi usando le strutture dell’ateneo: il contratto, infatti, lo firma – a seguito di una decisione collegiale – l’università, non il singolo ricercatore o docente.

Perché la scelta di Pisa è importante e perché abbiamo proposto, con una lettera aperta diffusa qualche giorno fa, che il Politecnico di Torino ne segua l’esempio? In breve, perché crediamo che l’università, per adempiere alle sue missioni, debba rimanere uno spazio di libertà dalle pressioni e dai condizionamenti dell’economia e della politica. Nello specifico, la ricerca militare oltre a portare con sé – quasi per definizione – la necessità del segreto (con tutto ciò che comporta, soprattutto a livello di rapporti interpersonali tra colleghi/e e con studenti), fa entrare dentro gli spazi dell’ateneo le esigenze e il modo di pensare propri dell’ambito militare, che sono profondamente diversi da quelli del mondo universitario, basati sulla condivisione, la trasparenza e il rapporto tra pari.

Di fronte alla prospettiva della militarizzazione con conseguente drastico soggiogamento culturale e politico, le università, quindi, dicano: «I would prefer not to» [“Preferirei di no”, ndt], e, seguendo l’esempio di Pisa, si attivino piuttosto per promuovere in tutti i modi quella pacifica convivenza tra i popoli che è alla base della Carta delle Nazioni Unite del 1945.

(il manifesto, 16 maggio 2026)

Yahav Erez, +972 Magazine, Israele

Attiviste e studiosi israeliani e palestinesi promuovono l’idea di un futuro diverso, in cui si possa vivere insieme in armonia e riparare i torti del passato

Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025 tra Israele e Hamas dovremmo essere entrati nella fase del “giorno dopo” della guerra di Israele contro Gaza. Per quanto riguarda l’israeliano medio, quella guerra è finita. Ma chiunque presti attenzione alle immagini e alle testimonianze provenienti dai palestinesi nella Striscia può vedere chiaramente che, anche se i bombardamenti su larga scala sono diminuiti, l’espropriazione, l’espulsione e la cancellazione continuano in altre forme, con politiche che equivalgono a una Nakba perenne.

In queste condizioni, e mentre i palestinesi non sono liberi di tornare a casa o di ricostruire le loro vite in nessun modo, il linguaggio della “ricostruzione di Gaza” sembra distaccato, perfino volutamente. Eppure, nel discorso liberale sia all’interno di Israele sia nel resto del mondo, le conversazioni sulla ricostruzione procedono come se si trattasse di un progetto neutrale e tecnico – con scarsa attenzione per i diritti e i bisogni degli abitanti di Gaza – piuttosto che di qualcosa di vincolato da decisioni politiche.

La storia di questi tentativi non è incoraggiante. «Una delle cose che la storia della cosiddetta ricostruzione a Gaza ci insegna è che questa non è possibile sotto una politica di assedio e chiusura», spiega Dotan Halevy, storico di Gaza all’università di Tel Aviv. Halevy cita il Meccanismo di ricostruzione di Gaza, istituito dopo l’attacco israeliano all’enclave del 2014, che sottoponeva i materiali da costruzione a un rigoroso monitoraggio e coordinamento tra Israele, Hamas e le Nazioni Unite. Il risultato era prevedibile: “Invece di consentire il normale arrivo dei materiali, tutto è rimasto bloccato in un processo lento e controllato”, continua Halevy. “La popolazione è entrata nell’attuale guerra vivendo tra le macerie del 2014”.

Quindi, se la ricostruzione è impossibile senza la fine dell’assedio, cosa si propone esattamente per i più di due milioni di residenti di Gaza, molti dei quali sfollati, orfani, feriti e in lutto? In gran parte dell’opinione pubblica israeliana ha guadagnato terreno in modo allarmante la risposta presentata eufemisticamente come “emigrazione volontaria”, un’espressione più gentile per dire pulizia etnica. Eppure né l’isolamento a tempo indeterminato sotto l’assedio né l’espulsione altrove, entrambi gravi crimini, possono garantire altro che un futuro di ulteriore violenza e distruzione. Se esiste un’alternativa, probabilmente comincia con un ripensamento dei presupposti che abbiamo interiorizzato riguardo la stessa Gaza.

Come afferma Halevy, “esiste una Gaza oltre la Striscia di Gaza”, cioè quel pezzo di terra i cui confini sono stati plasmati dalla Nakba (catastrofe in arabo, quando i palestinesi furono cacciati dalle loro case in seguito alla nascita di Israele nel 1948) e dall’occupazione israeliana del 1967. “Storicamente, Gaza esisteva come parte di uno spazio più ampio e connesso. La ‘Striscia di Gaza’ è una condizione imposta e anomala, una sorta di gabbia che la isola dal suo contesto e dalle sue possibilità”. Prendere sul serio l’idea di andare oltre la morsa concettuale della “Striscia di Gaza” significa considerare possibilità politiche spesso scartate a priori, compreso il diritto al ritorno: non solo permettere ai palestinesi di tornare alle loro case distrutte all’interno di Gaza, ma anche alle loro case originarie in quello che oggi è Israele, insieme ai discendenti di tutti i 750mila palestinesi cacciati nella Nakba (che si commemora ogni 15 maggio).

Noi o loro

Per Omar al Ghubari, educatore palestinese di Zochrot – un’organizzazione senza scopo di lucro che opera all’interno della società israeliana per promuovere la consapevolezza e la necessità di rimediare alla Nakba – il ritorno si basa su due princìpi: «Pieno sostegno al diritto al ritorno, vale a dire che qualsiasi rifugiato che scelga di tornare ha il diritto di farlo. Allo stesso tempo, il ritorno non dovrebbe comportare la cacciata in massa di altri, anche se sono i tuoi colonizzatori».

A quasi ottant’anni dalla fondazione di Israele, il paesaggio è stato trasformato. Molti dei più di cinquecento villaggi palestinesi spopolati durante la Nakba sono stati completamente distrutti, mentre su altri sono stati costruiti nuovi centri. «I rifugiati che non sono più qui dal 1948 non riconoscerebbero i luoghi», spiega Al Ghubari. «Il colonialismo israeliano è riuscito a costruire qui tantissime città, insediamenti e istituzioni, e a cancellare quasi totalmente la vita e lo spazio palestinese».

Questa cancellazione – e la difficoltà che crea nell’immaginare il ritorno – serve a Israele per rifiutarsi di discutere in modo sostanziale il diritto al ritorno dei palestinesi. Le obiezioni pratiche spesso mascherano il rifiuto politico: l’affermazione “non hanno un posto dove tornare” si basa sul presupposto che la trasformazione del territorio renda impossibile il ritorno.

Ma quel presupposto può essere contestato. Salman Abu Sitta è un ingegnere e accademico che ha trascorso decenni a mappare la Palestina storica con l’obiettivo di pianificare il ritorno dei rifugiati. Nel 1948, quando aveva dieci anni, è stato sfollato con la forza dal suo villaggio di Ma’in Abu Sitta (oggi l’area di Kerem Shalom). Abu Sitta afferma che la maggior parte del territorio dei villaggi palestinesi distrutti rimane non edificata.

«Abbiamo scoperto che l’88 per cento degli ebrei in Israele vive su appena il 12 per cento del territorio israeliano, o addirittura meno», afferma. «Sono concentrati in tre cantoni: l’area di Tel Aviv-Jaffa, Gerusalemme ovest e Haifa». Gran parte del territorio rimanente è diviso tra i kibbutz – molti fondati dopo il 1948 sui siti dei villaggi palestinesi – e le zone militari.

Inoltre, secondo lui e altri, circa l’80 per cento del territorio dei villaggi distrutti è disabitato. «Si tratta di aree aperte, principalmente parchi del Kkl – Fondo nazionale ebraico o terreni agricoli», spiega Moran Barir, attivista di lunga data, facilitatrice di gruppi di dialogo ebraico-palestinese ed esponente del consiglio di amministrazione di Zochrot.

Questi dati mettono in discussione un’ipotesi comune. «Non si tratta del solito stereotipo di noi o loro. La gente si chiede: “Lascerò la mia casa in modo che i rifugiati palestinesi possano vivere qui?”. Sì, potrebbero esserci pochi casi in cui le persone dovranno trasferirsi. E non dico che i terreni agricoli non siano importanti, ma che la questione è molto più aperta alla trattativa».

Il tipo di negoziati che Barir ha in mente sembra inverosimile nell’attuale realtà politica israeliana. Ma se vogliamo costruire un futuro che non sia dettato dal passato – o definito dagli orrori del presente – dobbiamo esercitare l’immaginazione politica. «Rifiuto completamente l’idea secondo cui “è tutto terribile, non possiamo nemmeno pensare al futuro, dobbiamo solo affrontare quello che sta accadendo ora”», afferma Sari Bashi, avvocata per i diritti umani e cofondatrice del centro legale Gisha, focalizzato su Gaza, oltre che attuale direttrice del Comitato pubblico contro la tortura in Israele. «Chiunque abbia abbastanza da mangiare, chiunque non perda la casa sotto i bombardamenti, ha il privilegio e la responsabilità di immaginare un futuro».

A chi liquida il ritorno come irrealistico, chiede: «E quello che sta succedendo ora è realistico? O completamente assurdo?». Per anni, osserva, la destra dei coloni ha parlato di ripopolare Gaza espellendo tutti i palestinesi usando termini che suonavano “assurdi, perfino messianici”. «Oggi sta succedendo davvero». La lezione da trarne, suggerisce, è tanto strategica quanto morale: «Possiamo usare lo stesso metodo, ma con l’obiettivo opposto».

Per lei, sposata con un palestinese di Gaza con il quale ora vive in Cisgiordania, la questione non è astratta. La famiglia di suo marito, sfollata più volte, rimane nel campo profughi di Al Shati. Sua suocera, che è riuscita a partire circa due anni fa per l’Egitto attraverso il valico di Rafah prima che fosse chiuso, fu sfollata per la prima volta da bambina da Isdud (vicino a quella che oggi è la città israeliana di Ashdod) e da allora è stata sradicata ripetutamente. Di certo, dice Bashi, sua suocera vorrà tornare a Gaza quando la situazione lo permetterà, e chiederle se sceglierebbe di tornare a Isdud se potesse sembra un po’ superfluo di fronte all’angoscia che sta vivendo a causa del genocidio israeliano. «È molto più preoccupata per i suoi figli, nipoti e pronipoti, che sono tutti in pericolo», spiega Bashi.

Ma il fatto che al momento gli abitanti di Gaza possano essere concentrati quasi solo sulla sopravvivenza non rende irrilevante la questione del ritorno, insiste: «Abbiamo la responsabilità di pensare, immaginare e rendere concreto il ritorno, non limitandosi alla teoria. Gaza è in rovina e tutti i rifugiati – compresi i componenti della mia stessa famiglia – hanno il diritto di tornare alle loro case a Gaza. E hanno anche il diritto di tornare nei luoghi da cui sono stati espulsi nel 1948».

Mettere in pratica

Per altri, il ritorno non è affatto teorico. Alcuni palestinesi sfollati interni in Israele vivono a pochi chilometri, o perfino metri, dalle loro case d’origine. «Quanto vorrei che mia nonna tornasse nella vecchia Jaffa, e vorrei esserci anch’io», dice Yara Shahine Gharablé, attivista e dottoranda in storia del Medio Oriente all’università di Oxford. È cresciuta nel quartiere di Ajami a Jaffa, dove attualmente vive sua nonna e dove i palestinesi rimasti in città sono stati ghettizzati dopo la Nakba. È a pochi passi dalla città vecchia di Jaffa, che oggi somiglia a una colonia di artisti per israeliani benestanti. «Non è solo un’idea materiale, come rivendicare una proprietà», dice. «Penso che sia qualcosa di molto più profondo. Si tratta di capire come riconoscere questa ingiustizia, come vederla veramente, e come la giustizia possa assumere una forma reale e concreta, non solo esistere come uno slogan astratto».

Se serve una immaginazione politica, come si può metterla in pratica? Per alcuni questo lavoro comincia in piccoli spazi appositamente creati per lo studio e il pensiero collettivo. Circa un anno fa Sari Bashi si è unita a uno di questi gruppi organizzati da Zochrot, in cui i partecipanti hanno cominciato a riflettere sul paesaggio fisico.

Durante un tour a Jaffa, ricorda, hanno attraversato le rovine di Al Manshiyya dove ora sorge Tel Aviv, i resti di Ajami, le zone dove un tempo sorgevano le case palestinesi, e si sono fatti una semplice domanda: e se ora si montassero delle tende lì per le persone che attualmente non hanno un posto dove andare a Gaza? Il punto non era solo immaginare; si trattava di allenare la propria percezione. «Se guardi da vicino, su quelle belle colline puoi ancora trovare pezzi di quelle case. È tutto ancora lì, semplicemente non lo vediamo», dice Bashi. «Se le case si trovano proprio sotto questo verde ben curato, allora anche quel paesaggio potrebbe tornare a diventare un insediamento abitativo». Anche le proposte che sembrano dirompenti – trasformare parchi o aree costiere in aree residenziali – secondo lei sono meno improbabili di quanto sembrino. «Ci sono molti edifici pubblici a Jaffa. Prendiamo per esempio il museo Etzel», dice riferendosi alla struttura che commemora il gruppo paramilitare sionista precedente alla nascita di Israele responsabile di alcuni dei peggiori crimini della Nakba. «Si potrebbe trasformare in una bella casa, com’era un tempo, o in un centro comunitario. Quindi si può fare già molto con le strutture esistenti. Sì, bisognerebbe anche costruire, ma lo spazio non manca».

Gran parte del paesaggio, aggiunge Bashi, è stato intenzionalmente rimodellato. «Il regime sionista ha usato gli spazi verdi per cancellare la memoria dei villaggi palestinesi, prima demolendo le case, poi ricoprendo il terreno, piantandoci sopra gli alberi». La cura di questi spazi, sostiene, non può avvenire «a spese delle persone a cui è negato il diritto al ritorno».

Tuttavia uno degli ostacoli più immediati all’idea del ritorno non ha nulla a che vedere con la fattibilità o meno di una simile impresa. Riguarda la paura che il ritorno dei rifugiati palestinesi provochi la fine della collettività ebraico-israeliana, la paura di rinunciare ai privilegi che il sionismo ha concesso agli ebrei in questo paese e la paura della vendetta.

«Sono paure comprensibili», dice Barir. «Come israeliana, le capisco. Le ho provate anch’io». Queste paure affondano le radici in parte nel trauma storico della persecuzione delle comunità ebraiche – soprattutto in Europa – ma anche nella narrativa politica predominante di Israele, costruita intorno a una logica a somma zero. «Ci aggrappiamo con forza a questo schema, all’idea di noi o loro», continua. «E poiché è l’unico sistema che conosciamo, finiamo per pensare che sia l’unico modo in cui le cose possono esistere».

Apprendimento condiviso

Quello che l’immaginazione politica richiede, quindi, è un processo più profondo che consiste nel disimparare, riconoscendo che ciò che spesso sembra una realtà immutabile è, invece, qualcosa di costruito. Come dice Barir, si tratta di «tornare alle narrazioni con cui sono cresciuta e riconoscere dove sono distorte, dove certi fatti sono usati per raccontare un particolare tipo di storia».

In quest’ottica, è importante capire che la storia non è deterministica. «Da un lato diciamo che questo è il Dna dello stato sionista israeliano», continua Barir, «ma dall’altro sappiamo che in qualsiasi momento – in qualsiasi punto di svolta – le cose potevano andare diversamente. Questo cambiamento apre la possibilità di passare da un pensiero a somma zero a modelli di responsabilità collettiva per i crimini della Nakba e dell’attuale genocidio». Per gli attivisti e gli organizzatori, questo lavoro ha già cominciato a prendere una forma concreta.

«I primi gruppi che si sono occupati della questione sono nati circa dieci anni fa», spiega Al Ghubari. «Abbiamo cominciato ad affrontare il significato pratico del ritorno. Un gruppo si è concentrato su Jaffa e ha redatto un documento disponibile sul nostro sito intitolato “I documenti di Jaffa”. Un altro ha collaborato con un’organizzazione palestinese a Betlemme, Badil, e insieme abbiamo condotto discussioni e un processo di apprendimento condiviso».

Nel tempo questi sforzi hanno portato a una comprensione ricca di sfumature: non a un unico modello, ma piuttosto a molteplici modelli del ritorno. Come conferma Al Ghubari: «Non ha senso distruggere una città israeliana per riportare alla luce cinque villaggi palestinesi». Invece, dice, ogni luogo deve essere affrontato nella sua specificità.

In alcuni casi, per esempio dove la terra un tempo palestinese è ora ricoperta da foreste, la ricostruzione nella sede originaria potrebbe essere semplice. In altri, come Al Shaykh Muwannis, su cui sorgono l’università di Tel Aviv e i suoi dormitori costruiti sopra al cimitero, potrebbe essere necessario edificare nelle vicinanze, insieme a risarcimenti, riconoscimento e gestione condivisa. «C’è abbastanza terreno che un tempo apparteneva ad Al Shaykh Muwannis, che si estende fino al parco Yarkon», spiega Al Ghubari. «Ma l’università dovrà ammettere che è costruita sul terreno del villaggio. Dovrà chiedere il permesso agli ex abitanti palestinesi per continuare a operare sul loro terreno e pagargli un affitto». L’obiettivo, come lo descrive lui, è «essere creativi per realizzare il ritorno, ma senza commettere nuovi crimini contro le persone».

Le tracce del passato

Questa enfasi sull’attuabilità si estende anche ai dettagli della pianificazione. All’interno di Zochrot è cominciata la mappatura di quartieri e infrastrutture, identificando gli edifici esistenti in grado di ospitare i rifugiati e sviluppando quadri di riferimento su come potrebbe avvenire il ritorno senza causare sovraffollamento o nuove disuguaglianze. Altri hanno immaginato la trasformazione in modo più ampio, non solo all’interno dei confini attuali, ma in tutta la regione. Un partecipante anonimo al gruppo di studio ha detto di «pensare alla Palestina in un contesto regionale più ampio del Bilad al Sham», ovvero il Levante, per «sfidare la logica di Sykes-Picot e tutta la suddivisione del Medio Oriente moderno», riferendosi all’accordo coloniale anglo-francese che ha tracciato i confini attuali della regione.

Un altro ha immaginato il ritorno come un film che si riavvolge: «Vedo le carovane di profughi del 1948 – non più le stesse persone, ovviamente, ma la terza generazione – che si muovono attraverso spazi aperti, alcuni dei quali però sono diventati strade, autostrade, centri abitati e foreste, e penso che dobbiamo accoglierli a braccia aperte: “Siete a casa”».

Per Yosefa Mekayton, che vive nella città di Beersheva (un tempo Bir al Saba’), nel sud di Israele, questo senso di possibilità non si fonda tanto su concetti astratti quanto sulle tracce del passato visibili nel presente. «Non ci vuole nemmeno molta immaginazione», dice. In effetti, le tracce fisiche del passato palestinese della città rimangono sotto forma di edifici, strade e perfino la stazione ferroviaria, dove un cartello recita ancora “Bir al Saba”.

Quello che è andato perduto, per Mekayton, non è solo la memoria, ma la logica urbanistica. «Durante il tardo periodo ottomano questo luogo era un nodo centrale non solo per la Palestina, ma per l’intera regione». Bir al Saba’, continua, ha perso la sua logica con il sionismo. Ha perso la capacità di collegare Hebron e Gaza. Il compito, suggerisce, è semplice da enunciare, anche se difficile da realizzare: «Ricolleghiamo tutto. Colleghiamo i punti».

Molte delle visioni che emergono da questi esercizi di immaginazione sono sorprendentemente ordinarie, come scuole condivise, istruzione bilingue, organismi di pianificazione congiunti e il riconoscimento pubblico delle violenze del passato. «È così semplice e ovvio che sembra quasi ridicolo doverlo dire», ha riflettuto un partecipante a un gruppo di Zochrot. Allo stesso tempo, altri sottolineano che un futuro simile richiederebbe processi più profondi di giustizia di transizione, meccanismi per affrontare i danni procurati, riconoscere il dolore e costruire nuove forme di convivenza.

Barir pensa che parte di questo futuro implichi l’abbandono di un presupposto fondamentale del sistema attuale: la necessità di una maggioranza ebraica permanente. «A un certo punto probabilmente diventeremo una minoranza, e penso che sia giusto», afferma. «Capisco il trauma degli ebrei di essere una minoranza perseguitata, ma si può creare un sistema in cui le minoranze siano tutte protette e uguali. Perché siamo così convinti che un gruppo debba dominare e imporre la propria identità?».

Anche Bashi colloca queste domande in un quadro storico più ampio. «Vivremo in un modo non troppo diverso da come si viveva in Medio Oriente prima del colonialismo», dice: imperfetto, ma multilingue e multireligioso. «A casa nostra parliamo tre lingue. A casa possiamo essere noi stessi».

Pazienza e apertura

Ma un futuro simile non è affatto scontato. Come osserva Bashi, la traiettoria attuale sembra muoversi nella direzione opposta. «Ci stiamo autodistruggendo, fisicamente, mentalmente, moralmente, dal punto di vista delle infrastrutture. Ci vorranno decenni per ricostruire Gaza, anche dal punto di vista ambientale, in termini di capacità di sostentamento».

Eppure è proprio nei momenti di collasso che si apre lo spazio per la trasformazione. «Penso che ci troviamo in un momento critico», insiste Bashi, «perché c’è una certa disponibilità a pensare che forse il problema non sta solo nell’attuale governo o negli ultimi due anni e mezzo, ma in qualcosa di intrinseco al progetto sionista che vuole mantenere una maggioranza ebraica in un territorio dove ciò non è possibile senza espropriazione». Questa consapevolezza, dice, offre un’opportunità di discussione.

Per gli attivisti, il compito ora non è ritirarsi in comodi silos, ma incontrare chi sta cominciando a mettere in discussione lo status quo. «Dobbiamo cominciare a parlare con le persone che pongono domande, con pazienza e spirito aperto», conclude Bashi, «perché sta succedendo qualcosa. Qui qualcosa sta cambiando».

(Internazionale, 15 maggio 2026)

Una piazza invasa dal tramonto, un piccolo gazebo a protezione del tavolo colmo dei buoni cibi portati da ognuno per condividerli con tutti: è il modo di stare insieme del Movimento NO TAV, il segno di una partecipazione collettiva, nata sui prati di Venaus accanto ai fuochi di resistenza del lungo inverno del 2005 e praticata ogni volta che serve ritrovarsi, per rabbia o per allegria, e riprendere insieme gli spazi materiali della lotta. Oggi siamo qui, nel cuore di Bussoleno, nella piazzetta dove si fronteggiano la casa comunale e la chiesa e ancora resiste, a sfidare i tempi, l’albero della libertà. Ci siamo per ricordare al paese che due compagne e concittadine, Ermelinda e Alice, sono da alcuni giorni recluse agli arresti domiciliari e richiederne l’immediata liberazione. 

La loro colpa? Essere attive e convinte antifasciste, far parte del Movimento NO TAV e opporsi con generosità al disastro sociale e ambientale legato alla grande, mala, inutile opera.

Restrizioni analoghe sono in atto ormai da lungo tempo anche contro Giorgio, con l’alternarsi di arresti domiciliari e sorveglianza speciale. Su di loro lo Stato, attraverso i suoi tribunali, applica il diritto penale del nemico per cui diventano reato il diritto alla critica, una visione del mondo conflittuale al sistema e l’opposizione allo stato di cose presente. Non a caso le restrizioni sono arrivate alla vigilia del 25 aprile: quest’anno, per Ermelinda e Alice, niente Festa della Liberazione, niente Primo Maggio né partecipazione allo spezzone sociale del Corteo torinese…

La serata si conclude con una passeggiata collettiva per le vie del paese fino alla casa di Ermelinda: nulla più che un breve saluto, noi in strada oltre il cancello, Erme a distanza, sul balcone. Ci vengono incontro festanti i suoi miti, dolcissimi cani. Alice è lontana, irraggiungibile in quest’ora che si fa notte: per oggi, non possiamo far altro che immaginarla, affacciata alla finestra della Meisonetta, l’antica casa di partigiani alta sul paese, tra boschi e rocce.

Si ritorna in centro costeggiando la ferrovia, accompagnati dallo sferragliare di un treno merci, lunga fila di pianali perfettamente vuoti, transitanti in una stazione deserta: la smentita concreta alle menzogne della lobby del TAV che, rappresentando la ferrovia esistente come ormai insufficiente alle necessità di trasporto, dichiarava indispensabile una nuova linea TAV, vaticinando delle “magnifiche sorti e progressive” di una modernità lanciata ad alta velocità sulle dorate vie del Mercato Globale.

Oggi che il mondo va in pezzi solcato dai venti di guerra, l’Europa di Maastricht riconverte in corridoi militari quelli che erano i progetti di trasporto per passeggeri e merci, ed a tale scopo moltiplica i finanziamenti. Il “Corridoio Mediterraneo per il trasporto di truppe ed armamenti da Ovest verso Est”, di cui è segmento la Torino-Lyon, costituisce uno dei progetti prioritari.

Il NO TAV della Valle che resiste diventa così opposizione chiara, concreta e intransigente contro la guerra del capitale ai popoli del mondo. E la lotta presente si riconnette alle lotte del passato che in essa tornano a rivivere: il sabotaggio partigiano al ponte ferroviario dell’Arnodera; gli scioperi dei quattrocento ferrovieri di Bussoleno che nel ’44 bloccarono la ferrovia Torino-Modane rendendola impraticabile ai trasporti nazifascisti; il rifiuto unanime a fabbricare armi, messo in pratica negli anni ’70 dagli operai della Moncenisio di Condove; le manifestazioni contro le guerre dell’Occidente imperialista e gli aiuti solidali alle Resistenze dei Paesi aggrediti…

Dunque esiste una ragione in più di metterci in cammino, non disdegnando il pessimismo della ragione che ci rende attenti alla via e praticando l’ottimismo della volontà che ci spinge ad andare avanti, nella consapevolezza che non siamo soli e che, insieme, “fermare il TAV si può, fermarlo tocca a noi”.

(Pressenza.it, 11 maggio 2026)

Delle ventuno donne elette su 556 deputati il 2 giugno del 1946, la prima a entrare a palazzo Montecitorio è Bianca Bianchi, socialista, professoressa di filosofia, che si è guadagnata a Firenze oltre 15mila voti di preferenza, più del doppio di quelli del capolista Sandro Pertini. Ma ciò che colpisce di più lo sguardo maschile è il colore dei capelli, tanto che viene subito soprannominata «la biondissima».

«Vestiva un abito color vinaccia, e i capelli lucenti che la onorevole porta fluenti e sciolti sulle spalle le conferivano un aspetto d’angelo. Vista sull’alto banco della presidenza ingentiliva l’austerità di quegli scanni». In questo eccezionale momento storico così la descrive il giornale Risorgimento Liberale, ma articoli simili escono su tutti i quotidiani e sottolineano l’aspetto fisico delle nuove deputate e le toilette scelte per l’occasione, come se si trattasse di una sfilata di moda o di una prima all’Opera. «Ecco Teresa Mattei, vestita di blu a pallini bianchi e con un bianco collarino. Ha molti bei riccioli bruni e due begli occhi vivi, e ha venticinque anni. (Non vien voglia di dire: beata lei?)». Leggendo la sua biografia faccio fatica a considerarla così beata.

Teresa – che per la sua giovane età chiamano la «ragazza di Montecitorio» – non è una scolaretta al primo giorno di scuola. Sebbene indossi un ingenuo colletto bianco, in aula porta anche una volontà ostinata e tenace, e la determinazione a cambiare con tutte le sue forze il corso della storia, insieme alle colleghe.

La sua famiglia è stata perseguitata dal regime fascista. Il fratello, torturato dai nazisti, pur di non tradire i compagni si è impiccato nel carcere di via Tasso, a soli ventisette anni. Lei stessa è uscita viva per miracolo dalle sevizie che le hanno inflitto per farla parlare: le hanno spaccato i denti, rotto un rene con il calcio del fucile e naturalmente l’hanno violentata, la prassi abituale per piegare le ragazze ostinate e ribelli.

Ma Teresa ora è lì, tutta intera, e con fierezza varca quel portone a schiena dritta, pronta a mettersi al servizio dell’Assemblea costituente, l’organo eletto dal popolo per redigere la Costituzione della neonata Repubblica italiana. Nonostante le donne rappresentino solo il 3,7 per cento del nuovo Parlamento, tutti gli occhi sono su di loro, quasi fossero il frutto di un’insolita mutazione sfuggita all’esperimento di uno scienziato pazzo. Stupore, sufficienza e scetticismo le circondano, e sulla carta stampata non mancano caricature e battutacce a doppio senso. Anni dopo Nadia Gallico Spano, una delle esponenti del Partito comunista, ricorderà che nel suo primo giorno da deputata, appena varcato l’ingresso di Montecitorio, venne fermata da un commesso. «“Pss pss, ma dove va lei?”. Timidamente risposi che dovevo entrare perché ero appena stata eletta. “Anche lei!” fu il commento desolato del commesso».

Si racconta che, durante i primi interventi alla Camera delle onorevoli, gran parte dei colleghi maschi si rifugiasse alla buvette per bersi un caffè, con una diffusa aria di supponenza: una perdita di tempo stare ad ascoltare quello che era considerato un inutile chiacchiericcio femminile. Non stupisce che tuttora ci tocchi assistere a episodi offensivi in aule comunali e non solo, dove politiche elette vengono zittite con arroganza e maleducazione da chi continua a considerarsi superiore e con licenza di mansplaining. O, in italiano, minchiarimento.

Se nel 2026 risuonano ancora frasi come: «Non mi faccio comandare da una donna», o l’intramontabile «Stai zitta tu… che ne vuoi sapere», è facile comprendere quanto allora quello sparuto manipolo di pioniere facesse paura.

Le cronache di palazzo cercano di ammorbidire la strana novità, che non a tutti è piaciuta. I giornali assicurano che le cosiddette «deputatesse» «in genere non fumano, e in maggioranza non si truccano e vestono con la più grande semplicità». Sono per lo più «buone spose e buone madri», e c’è chi aggiunge che, senza dubbio, lo «spirito femminile sereno e conciliante» si rivelerà una risorsa utile per addolcire le più aspre dispute politiche. D’altronde, non è questo da sempre il compito delle donne? Di tutt’altro avviso è la democristiana Filomena Delli Castelli, una delle ventuno deputatesse, abruzzese verace e decisa a far valere il suo mandato al di là delle previsioni più sdolcinate della stampa: «Eravamo consapevoli che il voto alle donne costituiva una tappa fondamentale della grande rivoluzione italiana del Dopoguerra. Avevamo finalmente potuto votare e far eleggere le donne. E non saremmo state più considerate solo casalinghe o lavoratrici senza voce ma fautrici a pieno titolo della nuova politica italiana». È evidente che molti avrebbero preferito aspettare ancora prima di «concedere» anche alle cittadine del nostro Paese il diritto di voto e, soprattutto, quello a candidarsi ed essere elette. Tant’è che in un primo momento ci fu un pasticcio, visto che la legge del suffragio universale aveva previsto per le donne solo la possibilità di votare, non quella di essere votate. Ci vollero più di un anno e le proteste di tante associazioni femminili per correggere il bizzarro inghippo, un’assurdità che rispecchiava l’anima più retriva della nazione.

Contro questa legge fondamentale aveva remato fino all’ultimo una propaganda serrata, fatta non solo delle solite vignette sarcastiche, ma anche da editoriali altisonanti. Solo un anno prima, per esempio, Il Resto del Carlino titolava: “Mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto alle donne”. Come spesso accade ancora oggi, quando si vogliono sminuire le rivendicazioni dei diritti più elementari c’è sempre qualcos’altro di più importante di cui parlare. In questo caso, poi, si trattava quasi di un paradosso offensivo, visto che proprio le donne avevano dovuto affrontare e stavano ancora combattendo le conseguenze della miseria causata dalla politica scellerata del fascismo.

A raccontare con passione ai microfoni della neonata Rai quei momenti memorabili è Anna Garofalo, giornalista intrepida che, per volontà delle forze alleate, già dal settembre del 1944 conduce una fortunata trasmissione radiofonica, “Parole di una donna”, la prima dedicata alla questione femminile.

Indimenticabile la sua emozionante cronaca dell’esordio alle urne per le nuove elettrici: «Per la prima volta si domanda la nostra opinione. Avessimo potuto esprimerla quando si trattava di pace e di guerra! Tutte queste croci sparse nei cimiteri, questi invalidi, questi alienati e gli orrori dei campi di sterminio sono lì a testimoniare che non potemmo far niente. Da queste sventure, però, è nato il riconoscimento di oggi, che accomuna uomini e donne, alla pari. Prendiamone atto per darci coraggio… Stringiamo le schede come biglietti d’amore!». Parole che evocano il bellissimo film di Paola Cortellesi C’è ancora domani, che con grande poesia racconta questo appuntamento delle italiane con la storia al pari di un incontro amoroso atteso da tempo. Non a caso, per l’occasione la protagonista si cuce di nascosto una camicetta nuova, proprio come se dovesse raggiungere un amante segreto. Ma niente rossetto: dovendo umettare la scheda per chiuderla c’era il pericolo, senza volerlo, di sporcarla e rendere nullo il voto. «Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra, ma solo fuori dal seggio», raccomandava con paternalismo il Corriere della Sera sulla prima pagina del 2 giugno del 1946.

Un sacrificio da nulla davanti alla portata epocale dell’evento. E se c’era da aspettare, viste le lunghe file ai seggi, non importava a nessuno: alcune si erano portate delle sediette pieghevoli, come quelle che si usano in spiaggia, e altre qualche panino in più, da offrire alle nuove amiche.

E finalmente in un’assolata mattina di inizio estate, dopo quasi un secolo di battaglie, delusioni e speranze tradite, le prime parlamentari posano per le foto di rito, tra giornalisti e curiosi.

(la Repubblica, 11 maggio 2026)

La Corte d’Appello di Bari ha trascritto l’atto di nascita di un bambino nato in Germania perché uno dei due padri è italotedesco. È il primo riconoscimento in Italia di una genitorialità plurima per i padri, alternativa alla maternità surrogata

Per la prima volta in Italia è stato riconosciuto un bambino figlio di tre genitori: i due padri che lo crescono da quando è nato e la madre che lo ha messo al mondo. Lo ha disposto la Corte di Appello di Bari con una sentenza emessa a gennaio e ormai passata in giudicato, quindi definitiva.

La sentenza arriva dopo il divieto universale di maternità surrogata, è la prima di questo tipo nel nostro Paese e permette la trascrizione del certificato anagrafico di un bambino con due padri. Apre così a un nuovo modello di riconoscimento delle coppie di padri, alternativo alla maternità surrogata. «È una sentenza che dà tutela a nuove forme di genitorialità condivisa, offrendo la possibilità di riconoscere un modello di co-genitorialità allargata, diverso da quello della coppia sia tradizionale che omogenitoriale, ma che non è in contrasto né con la normativa italiana né con il superiore interesse del minore» dice Pasqua Manfredi, l’avvocata dell’associazione per i diritti lgbtq+ Rete Lenford che ha assistito i due padri.

Il bambino, che oggi ha 4 anni, è nato in Germania. Il padre biologico è sposato con un cittadino italotedesco con cui sta da oltre dieci anni, la madre è un’amica di lunga data della coppia di uomini e ha già altri figli. Il bimbo è stato concepito con un rapporto sessuale ed è stato riconosciuto alla nascita sia dalla madre che dal padre biologico, a cui è stato affidato. Il padre l’ha cresciuto da subito insieme al marito italotedesco, che dopo qualche tempo ha chiesto di riconoscere il bambino, visto che la Germania permette l’adozione del figlio del partner per le coppie dello stesso sesso (il bimbo peraltro aveva già il suo cognome italiano, perché il marito lo ha assunto con il matrimonio, passandolo al figlio).

I due padri hanno poi chiesto che l’adozione tedesca, e quindi l’attestazione che il bambino ha tre genitori, venisse trascritta anche in Italia, nel Comune pugliese dove il secondo papà italotedesco è registrato all’anagrafe degli italiani residenti all’estero. Il Comune però ha negato la trascrizione, ritenendo che dietro all’adozione ci potesse essere una maternità surrogata “nascosta”. E il caso è finito alla Corte d’Appello di Bari.

I due padri, assistiti dall’avvocata Manfredi di Rete Lendord, a quel punto, hanno dimostrato che non c’era stata maternità surrogata, pratica vietata anche dalla legge tedesca. E hanno fornito la relazione rilasciata dall’Ufficio dei Servizi Sociali tedeschi in vista dell’adozione del figlio del partner, in cui si afferma che «è stata effettuata una visita presso l’abitazione della coppia omoaffettiva; entrambi i “partners” esercitano la responsabilità genitoriale sul bambino, il quale, sin dalla nascita, vive insieme a loro; essi si dedicano “alla cura, l’assistenza, l’accudimento e l’educazione del minore, a partire dalla sua nascita”». Nella relazione si attesta che «la madre del minore acconsente all’adozione» e che i due padri «sognano un futuro insieme e condividono lo stesso progetto di vita. Entrambi si augurano prospettive sicure e chiare» per il bambino. I servizi sociali hanno anche accertato che «il minore è in contatto con entrambe le famiglie di origine, incluso il contatto con altri due fratelli e sorelle uterini che vivono dalla madre del minore» e che «le due famiglie si fanno visita regolarmente» pur vivendo in città diverse. Il rapporto tra le famiglie viene descritto come «caloroso e affettuoso» e i servizi sociali hanno riscontrato «una relazione familiare distesa» tra i due padri e il bambino, «la serenità dell’infante, la “medesimezza” del suo comportamento verso il padre ed il marito di questi, il quale, durante la visita domiciliare, si è comportato in modo attento, premuroso ed adeguato alla sua età». E quindi il giudice tedesco ha acconsentito alla richiesta del secondo papà «di esercitare gli stessi diritti e di assumere gli stessi doveri verso il figlio comune, onde rafforzare il senso di appartenenza alla famiglia».

Constatato che la madre biologica era favorevole al riconoscimento del secondo papà e che non c’era stata maternità surrogata né alcun tipo di «patto gestazionale» vietato,la Corte d’Appello di Bari ha dunque disposto la trascrizione dell’atto che riconosce tutti e tre i genitori anche in Italia. Anche nel nostro Paese, infatti, c’è un istituto giuridico che permette di riconoscere altri legami genitoriali oltre a quelli biologici, senza annullare per questo il rapporto legale con i genitori “di sangue”: è l’adozione in casi particolari. E i giudici hanno concluso che l’adozione tedesca era compatibile con il diritto italiano.

«Questa sentenza dimostra che, una volta esclusa la gravidanza per altri, non può ritenersi vietato dalla legge italiana un accordo di condivisione della genitorialità tra tre persone. In Germania, dove la maternità surrogata è vietata, molti padri gay sono genitori così. Non è un reato, ma il riconoscimento di una famiglia allargata» dice l’avvocata Manfredi. «È un precedente importante perché apre a forme di genitorialità plurale e condivisa. Un bambino può avere più figure genitoriali, se ciò risponde al suo superiore interesse e si basa su relazioni affettive autentiche, trasparenti e prive di sfruttamento».

(Corriere della Sera, 11 maggio 2026)

Partendo da un’idea nata dal confronto fra le donne del “Presidio di pace” di Palermo e le donne “Contro ogni guerra” di Pinerolo, è nata un’iniziativa che culminerà a Roma il 21 giugno quando gli arazzi, a volte giganteschi, verranno esposti al pubblico

Si può preparare la pace tessendo? Si possono comunicare pensieri di pace con tante mani che operano su tessiture dal segno gentile e arcaico?

Eppure è quello che stanno facendo tante donne in giro per il nostro paese partendo da un’idea nata dal confronto fra le donne del “Presidio di pace” di Palermo e le donne “Contro ogni guerra” di Pinerolo.

Non è che le donne siano portate per natura alla tessitura, ma la storia le ha costrette a questa arte casalinga mentre l’uomo andava a fare la guerra, a conquistare terre e donne in altri luoghi.

«L’arte della tessitura è una pratica millenaria che consiste nell’intrecciare fili perpendicolari detti ordito o trama per creare stoffe, arazzi, tappeti» spiega il vocabolario. «Questo antico mestiere coniuga abilità manuale, creatività e ingegneria, evolvendosi nel tempo da semplice necessità domestica a sofistica espressione di artigianato artistico».

Non si potrebbe dire meglio. In un tempo di consumismo in cui tutto si crea rapidamente, affidandosi a macchine anonime, ritrovare una manualità inventiva diventa un progetto non solo artigianale ma politico.

Stiamo vivendo dentro una cultura mediatica che scoraggia palesemente la memoria perché dobbiamo diventare tutti bravi compratori e bravi venditori, e il mercato non ama la memoria che suscita consapevolezza e coscienza storica. Per questo chi coltiva oggi la memoria fa resistenza.

Tante donne di città diverse hanno aderito all’iniziativa. Si è cominciato con Palermo e Pinerolo, poi seguite da Milano, Bergamo, Firenze, Perugia, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Catania, Siracusa e Messina, a cui si stanno aggiungendo tante altre città piccole e grandi.

Gli arazzi, a volte giganteschi, che narrano storie affascinanti, verranno esposti a Roma il 21 giugno.

«Con creatività e immaginazione abbiamo espresso l’amore per il genere umano», spiega Daniela Dioguardi, una delle iniziatrici del progetto.

E io aggiungo che dovremmo ascoltare di più la voce di chi si oppone con gesti umili alla diffusa pratica dell’odio e della prepotenza verbale e fisica.

(Corriere della Sera, 11 maggio 2026)

La libertà di parola è sotto attacco sia a causa delle logiche di profitto del mercato sia a causa del settarismo nello spazio pubblico. Si assiste a un generale impoverimento della ragione critica a favore di logiche da “tifoseria”.

Molte oggi si pongono nell’atteggiamento di chi si autoproclama “dalla parte giusta della storia”, che annulla ogni possibilità di confronto. All’opposto, si rivendica il coraggio di stare “dalla parte del torto” (citando Brecht) pur di mantenere l’indipendenza della propria coscienza. È necessario pertanto recuperare comportamenti non escludenti, a vantaggio del dialogo e dell’interazione anche conflittuale, ma costruttiva. Formule di boicottaggio e di allontanamento non dovrebbero appartenere alle pratiche e alla storia delle donne.

Si corre il rischio di sostituire la storica contrapposizione “uomo-donna” con la dicotomia “normali-anormali”, frammentando così i terreni di lotta comuni e imponendo logiche polarizzanti (“o con noi o contro di noi”) a cui si contrappone la pratica del pluralismo. Di questo e di altri aspetti abbiamo parlato con Cristina Gramolini, insegnante di Storia e Filosofia e presidente di Arcilesbica, a pochi giorni dal convegno “Femminismo fortemente sconsigliato ma necessario” che si terrà a Milano il 16 e 17 maggio presso CFUP, Viale Monza 140. Ricostruiamo pertanto la nascita di una rete e di una necessità che non poteva più attendere.

Com’è nata la rete Dichiariamo? Con quali obiettivi e urgenze?
È stata l’iniziativa di un gruppo di donne nel 2022. Ci conoscevamo per esserci incrociate in tanti momenti politici precedenti, ma stavamo e stiamo in gruppi diversi: ci siamo accorte che avevamo bisogno di unire le forze su alcuni temi inquietanti che sembravano essere in via di adozione a sinistra, come l’utero in affitto, il blocco della pubertà di minori ritenuti trans, la normalizzazione della prostituzione tramite lo slogan “sex work is work”, e soprattutto volevamo contrastare insieme l’impedimento a esprimere le nostre critiche ai suddetti obiettivi.

Femminismo fortemente sconsigliato ma necessario: come nasce l’idea di questo convegno?
Dopo tanto dibattito interno, redazione di testi, comunicazione online, ci è venuta voglia di trovarci e farci trovare. Il titolo esplicita che il nostro punto di vista è pericoloso, perché si viene liquidate come amiche del governo, ma è necessario perché non si può far finta di niente su temi di importanza estrema. Siamo tutte donne che si sono formate e impegnate a sinistra ma non siamo donne a disposizione di qualunque ordine di partito, non siamo “fedeli alla linea”.

Qual è il panorama del movimento delle donne attuale?
C’è di buono che è arrivata una nuova generazione, di non buono c’è che usa pratiche antagoniste, dall’estetica dei fumogeni e dei volti coperti agli slogan incendiari; molte femministe aspettano che le giovani di Nudm maturino, noi invece non facciamo del maternage, preferiamo criticare la loro riproposizione del neutro e degli altri moduli maschili.

Il conflitto fa parte delle relazioni tra donne, ma può essere costruttivo e generativo: con quali strumenti e basi?
Come minimo per un confronto costruttivo bisognerebbe parlarsi, invece le transfemministe adottano la convenzione ad escludere: buttano fuori dalle manifestazioni quelle che hanno cartelli a loro sgraditi, boicottano le iniziative di chi non la pensa come loro, l’ultima bravata di una lunga serie è il mailbombing di minacce alla Casa delle donne di Bologna che ha impedito a Olivia Guaraldo la presentazione del suo libro, a febbraio scorso (stendo un velo pietoso sulla Casa delle donne che si è piegata).

Quali saranno gli argomenti che affronterete?
Parleremo di impegno nella ricerca di modi originali di fare politica, non nel senso di inventiva fine a se stessa, ma di alternativa alla logica di schieramento, per l’aderenza al proprio sentire, per l’indipendenza dalle priorità e dalle classificazioni della tradizione; parleremo di pseudo-diritti come la Gpa, la self-id che pretende che maschi transidentificati gareggino negli sport femminili ecc. 

Se potessi incidere su un tema, su quale ti soffermeresti?
Se per incidere tu intendi la bacchetta magica, io la userei per infrangere il bisogno di approvazione maschile di cui le donne soffrono e che è all’origine di tutte le nostre sventure, proprio tutte. 

In “Vietato a sinistra” [“Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su temi scomodi”, a cura di D. Dioguardi, Castelvecchi 2024, Ndr] di cosa ti sei occupata?
Ho scritto con Roberta Vannucci un contributo intitolato “La rivoluzione gentile non è più gentile”, dove abbiamo raccontato i metodi muscolari usati nel movimento Lgbt per tacitare le posizioni critiche di lesbiche come noi, pur attiviste di lungo corso: in un battibaleno siamo state bollate come traditrici e letteralmente espulse dalla sede comune, investite da un’ondata di odio. Per essere esaustive, occorre aggiungere che lo stesso trattamento è stato riservato anche a quei gay, a loro volta di lunga militanza, che non si sono allineati. È successo quasi dieci anni fa e da allora nessuno nel movimento Lgbt ha pensato di tornare a mente fredda su quella lacerazione, anzi vige la pratica di fare finta che attivisti divergenti non sono mai esistiti, non capiscono che sulla rimozione e sulla menzogna non cresce niente di buono. 

In questo saggio collettaneo le tematiche si intrecciano, quali nessi chiari intravedi maggiormente?
Il nesso tra tutti i pezzi è il richiamo alla sinistra, da cui tutte veniamo, a smettere di pensare solo al consenso facile delle piazze e a ricominciare a promuovere la riflessione seria. Il pensiero deve essere capace di tenere conto della complessità, nei temi della differenza tra i sessi occorre fare spazio a esperienze finora impensate e allo stesso tempo rispettare l’inviolabilità femminile. 

Quali sono gli elementi che oggi mettono a rischio l’autodeterminazione delle donne e la loro voce?
Gli ordini di scuderia, la fedeltà al marito-partito che impone di adottare il suo stile e ripetere i suoi slogan. 

Rivendicare uno spazio e un diritto di critica ha un suo costo?
Molto alto, che alcune sono disposte a pagare perché la propria coscienza vale più dell’appartenenza. 

Il corpo e le istanze delle donne sono tuttora un campo di battaglia. Qual è la posta in gioco?
Una nuova frontiera è quella del libero mercato che vuole impadronirsi del potere procreativo femminile e farne una merce lucrosa, come l’altra merce, quella del conforto sessuale, si cerca di regolamentarle. Poi c’è il lavoro gratuito di cura, rifugio dalla durezza della vita associata, da estorcere tramite il solito mito della femminilità oblativa, che fa risparmiare allo stato le spese sociali.  Quindi la risposta è no all’industria della riproduzione, no alla pornificazione di bambine e donne, no al familismo perbenista. 

La libertà di espressione è sotto attacco e a rischio di una rinnovata egemonia patriarcale alleata ai meccanismi del mercato capitalista?
La libertà di espressione è minacciata dal mercato e dal settarismo, il mercato dà voce a chi agevola i profitti, il settarismo dilaga nello spazio pubblico, abbiamo assistito al rifiuto del confronto in molti campi, dalla pandemia, alla guerra russo-ucraina a quella mediorientale. C’è un grande impoverimento della ragione critica a favore della tifoseria. L’espressione più detestabile è quella di chi si dichiara “dalla parte giusta della storia”, perché rende impossibile ogni interlocuzione. Io preferisco citare Brecht che si sedeva dalla parte del torto. 

Quali pratiche attuali del movimento LGBT+ e femminista rischiano di minare ed estraniare soggettività dalla lotta che dovrebbe essere comune? Cosa sta accadendo?
Il movimento Lgbt (con tutti i +) ha lottato contro i ruoli sessuali obbligatori, il femminismo contro ogni assoggettamento delle donne agli uomini, ci sono terreni comuni; tuttavia il transfemminismo sostituisce la contraddizione uomo-donna con quella normali-anormali e così i terreni comuni potrebbero non esserci più. Le logiche del prendere-o-lasciare, del o-con-noi-o-contro-di-noi fanno disamorare, noi pratichiamo il pluralismo.

(Dol’s, 10 maggio 2026, pubblicato con il titolo “Il femminismo rivendica la libertà di parola”)

Video di Freedom Cartoonists Foundation

La fumettista Safaa Odah, autrice sulle nostre pagine di Una tenda in Palestina, ha ricevuto il Kofi Annan Courage in Cartooning Award 2026. In Italia ha di recente pubblicato Safaa e la tenda (Fandango Libri, a cura di Pat Carra). Abbiamo scelto di accostare al video realizzato per il premio, un testo della Dr. Samah Jabr, sul tema dell’arte come ponte di resistenza e significato. (Redazione di Erbacce)

Video: https://www.erbacce.org/wp-content/uploads/2026/05/Safaa_web.mp4

Il ruolo delle istituzioni culturali e artistiche è quello di individuare persone che creano arte con sincerità e autenticità, e di sostenerle affinché questa voce rimanga viva e non si spenga. La vera arte nasce dall’esperienza quotidiana, dal dolore e dalla capacità di trasformarlo in significato; diventa un ponte tra le persone e un mezzo per trasmettere emozioni ed esperienze al mondo. E poiché alcuni dolori sono troppo grandi per essere espressi a parole, l’arte rimane uno spazio di espressione e sopravvivenza, specialmente per chi non ha parole.

Il testo è tratto dal podcast Cultura: ponte di resistenza e significato di Al-Qattan Foundation. La Dr. Samah Jabr, medica, psicoterapeuta e scrittrice palestinese, ha dedicato il suo lavoro all’esplorazione delle conseguenze psicologiche dell’occupazione. Tala Halawi discute con lei di come l’arte si trasformi da “sfogo momentaneo” di emozioni a “processo di guarigione collettiva” che nasce dalla società e dai suoi bisogni, lontano dai dettami dei progetti istituzionali e dai loro schemi, che potrebbero non rispecchiare i diversi strati della società.

Il video è in arabo con opzione di sottotitoli in tutte le lingue qui. Ringraziamo l’autrice e la Fondazione per la gentile concessione.

(Erbacce, 9 maggio 2026)

Il Consiglio dei ministri e delle ministre ha dato il via libera all’ampliamento della “legge organica per la protezione integrale dell’infanzia e dell’adolescenza contro la violenza” (LOPIVI), una riforma promossa dal Ministero della Gioventù e dell’Infanzia per rafforzare la tutela dei diritti dei minori nel nostro Paese. Si tratta di «uno strumento fondamentale» che «ci pone all’avanguardia nei diritti dell’infanzia», ha dichiarato Sira Rego durante la conferenza stampa successiva alla riunione della Moncloa.

La ministra ha spiegato che uno degli strumenti su cui si è basata la legge è la macro-inchiesta sulla diffusione della violenza contro l’infanzia, che «forniva dati piuttosto dolorosi, secondo i quali quasi la metà delle persone ha subito violenza psicologica durante l’infanzia, quattro su dieci fisica e quasi tre su dieci violenza sessuale». «Questa macro-inchiesta ha evidenziato un problema strutturale», ha insistito Rego.

L’obiettivo della riforma è fare in modo che le violenze «entrino a far parte della sfera pubblica, delle politiche pubbliche» e smettano di essere viste come qualcosa che attiene all’ambito privato, oltre a rompere con una cultura che le minimizza». […] «È importante riconoscere che la Spagna ha un debito nei confronti di molte bambine e bambini. Per anni si è dubitato della loro parola e sono state colpevolizzate e criminalizzate le madri protettive. La prima cosa che dobbiamo fare è riconoscere la realtà, nominarla, assumerla e chiedere scusa a tutte le bambine e i bambini che non sono stati ascoltati. Non possiamo essere neutrali di fronte alla violenza. La legge nasce da questa consapevolezza», ha rivendicato Rego. «La Spagna è il primo Paese a proibire per legge l’applicazione della Sindrome da Alienazione Parentale», ha rimarcato.

Alcune novità introdotte dalla riforma della LOPIVI

Tra le principali novità, la riforma riconosce il diritto di tutti i bambini e le bambine a essere ascoltati in qualsiasi procedimento che li riguardi, senza limiti di età. Fino ad ora, questo diritto era vincolato al compimento dei dodici anni.

Il testo ha inoltre rafforzato il principio del superiore interesse del minore, obbligando giudici e amministrazioni a giustificare in modo chiaro come le loro decisioni garantiscano il benessere fisico, emotivo e psicologico dei bambini e delle bambine. L’ampliamento della LOPIVI stabilisce che questo principio non può essere interpretato in modo tale da implicare la permanenza del minore con un aggressore o presunto aggressore.

Un altro dei punti chiave è l’espresso divieto dell’uso della cosiddetta sindrome da alienazione parentale (PAS) e di qualsiasi analogo approccio privo di base scientifica. La riforma impedisce che questo tipo di perizie venga utilizzato nei procedimenti giudiziari o amministrativi e consente di fare ricorso contro le sentenze che si siano basate su di esse, con l’obiettivo di proteggere sia i minori sia coloro che denunciano situazioni di violenza.

(Publico.es, 5 maggio 2026. Traduzione di Silvia Marastoni)

qui la versione originale.

Ha fatto discutere la cantante Delia al “Concertone” del Primo maggio: sostituire la parola “partigiano” con “essere umano” è parsa una cancellazione che snatura il senso della canzone “Bella ciao”, testimonianza cantata in tutto il modo della vittoria liberatrice della resistenza italiana contro il nazifascismo.

Delia si è difesa dicendo che voleva “allargare un po’”. Perché dato tutto quello che sta succedendo, la guerra, “essere umano” fa capire che non è soltanto qualcosa che riguarda il passato. Non è soltanto qualcosa che riguarda l’Italia con la resistenza ma è una cosa che purtroppo succede ancora oggi. L’intenzione, anche per me sbagliata, non sarebbe stata “cattiva”. Dare a quel canto un valore ancora più “universale”, contro i violenti potenti di oggi. Forse dobbiamo discutere sul significato di parole come “essere umano” e l’universalismo a cui allude.

Ho pensato al “restiamo umani” di Vittorio Arrigoni. Il senso di giustizia, di pace, e di lotte necessarie che quelle parole ci comunicano, penso sia legato alla straordinaria personalità e vita, e atroce morte, di chi le pronunciava. Quali prove abbiamo che l’“umanità” di per sé contenga quei valori? Siamo incontestabilmente la specie animale più violenta sul pianeta. Potremo presto distruggere anche noi stessi oltre ad avere già molto compromesso la Terra e provocato l’estinzione di moltissime altre specie viventi.

Il senso positivo attribuito alla parola “umanità” credo nasca proprio dal voler reagire a questa condizione tremenda. Si sono fatti anche pensieri, rivelatisi tragicamente errati, sulla formazione di un “uomo nuovo”, guarito dalle passioni aggressive e distruttive. D’altra parte la tensione verso una dimensione di vite e di culture “universalmente” condivise da tutte le civiltà umane, non resta un sogno che vale la pena sognare? Intendiamoci anche sulla parola “universalismo”. Ho sfogliato in edicola il libro appena uscito di Giovanni Brizzi, storico molto stimato in Italia e all’estero, “La terra del tramonto. L’Occidente, i suoi dèi e i suoi demoni” (Solferino, 2026).

Mi è sembrato assai interessante, una “carrellata” dalle origini fino ai giorni nostri, con l’idea, se non erro, che l’identità più forte, e preferibile, di questo Occidente oggi in piena e violentissima crisi di identità, sia l’“umanesimo”. Ci sono svariate pagine di bibliografia: ho scorso nomi di autori, di tutte le epoche, quasi, se non del tutto, esclusivamente maschi.

L’“universalismo” occidentale di cui facciamo sempre più fatica a andare fieri aveva, tra gli altri, questo difetto: era androcentrico. Chiudo provvisoriamente con due citazioni. Una ancora di Lia Cigarini: «…resta che la differenza femminile […] è mediatrice della differenza sessuale, quindi della differenza maschile. In altre parole, meno appropriate ma più chiare, la differenza femminile è mediazione universale (“universale” essendo un termine del linguaggio dell’uno, mentre ci servirebbe una parola relazionale)».

Dall’articolo Meteore, nel libro “La politica del desiderio e altri scritti” (Orthotes, 2022). Quella “parola relazionale” non l’abbiamo ancora trovata. Intanto è necessaria una battaglia linguistica contro parole che ci annebbiano la mente, come “identità”. Lo fa bene Stefano Sarfati su questo giornale, a proposito del ragazzo ebreo che ha sparato alla coppia dell’Anpi: «[…] non aderiamo al già pensato, non usiamo la parola identità per dire chi siamo. L’identità è una trappola pericolosa che oscura la tua soggettività e che, portata alle estreme conseguenze, ti fa fare cose che ti allontanano da te stesso e dalla tua umanità». 

(il manifesto – In una parola. La rubrica settimanale su linguaggio e società. 5 maggio 2026)

«Credo nella diplomazia e credo fermamente che la violenza generi solo altra violenza. Finora, non ho mai visto le sanzioni fermare le guerre. La Biennale di Venezia dovrebbe essere libera di dare spazio a qualsiasi controversia. Siamo paesi democratici e dovremmo seguire le nostre regole. Gli artisti, dunque, possono presentare le loro opere e opinioni. A chi non piace, può organizzare proteste, ma non chiudere i padiglioni o punire sanzionando. Così agiscono i regimi totalitari, non quelli democratici. Non sono bene accetti i funzionari che accompagnano gli artisti? Basta non concedere loro i visti. È semplice».

Emilia Kabakov ha le idee molto chiare in merito ai conflitti che hanno attraversato la Biennale in questi ultimi mesi. Lei, che per decenni ha lavorato insieme a suo marito Ilya, scomparso nel 2023, ha portato in Laguna il loro progetto dal titolo “Diario veneziano” (a cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, fino al 28 giugno): una sorta di confessione collettiva narrata sotto forma di oggetti d’affezione, che vedrà installazioni a Ca’ Tron e nel padiglione di Venezia ai Giardini.

Ormai americana da lungo tempo, assicura di non aver scontato esclusioni e posizioni pregiudiziali in questi anni di guerra. «Ilya e io siamo nati a Dnipropetrovsk, nell’Unione Sovietica, che ora è una città ucraina. – spiega – Abbiamo studiato e vissuto a Mosca, che era la capitale dell’Urss. Gli ucraini ora dicono che noi siamo artisti ucraini, i russi che siamo artisti russi. Noi decidemmo molti anni fa che siamo nati nell’Unione Sovietica/ nella Civiltà perduta/, viviamo in America e siamo creativi internazionali. La mia provenienza non ha creato problemi, anzi, sono stata invitata a fare una mostra al museo ucraino di New York».

Nella città lagunare ha immaginato un’opera partecipativa, chiamando a raccolta gli abitanti, che non si sono tirati indietro. «Ho invitato i veneziani a parlare di loro stessi, del rapporto con il luogo in cui vivono, delle loro storie famigliari e d’amore. – continua Emilia Kabakov – Ho anche chiesto a un’amica fotografa francese di aggiungere le sue foto di gondolieri veneziani, perché nessuno può immaginare Venezia senza di loro. Ha partecipato ogni tipo di persona: panettieri, persone impiegate negli hotel, artisti, madri, nonni, bambini, artisti, studenti. Il mio obiettivo era mostrare al mondo che questo è un luogo reale dove le persone vivono, lavorano, amano, hanno figli. E ne sono orgogliosi. Oltre cinquecento abitanti ci hanno consegnato i loro oggetti e storie. Abbiamo persino ricevuto email, racconti e oggetti da chi non vive a Venezia, ma la sogna. Molti, soprattutto tra le giovani generazioni, hanno scritto di salvare la città, parlato di ecologia e protezione. E poi ci sono bellissime storie di innamoramenti a Venezia, di genitori che si sono incontrati qui. O persone malate che hanno creato gruppi trovando il modo di remare nei canali: l’amicizia e questa attività hanno salvato loro la vita. Per comprendere la portata del progetto, bisogna venire a vederlo, leggere le confessioni, le pagine del Diario veneziano e scoprire i veri abitanti della città».

Essendo Venezia sempre a rischio, una città che si fonda sull’acqua e deve far fronte a una situazione ambientale precaria, forse questo “romanzo corale” può divenire un potente dispositivo per la memoria futura.

«In realtà, non sta a me attribuire alcun valore alle narrazioni veneziane. Vivono qui da secoli e anche adesso. Hanno intenzione di rimanerci per sempre. – specifica l’artista – Il progetto è un tributo alle voci che di solito non parlano in pubblico. Tutto ruota attorno a ricordi personali che si sono sempre uniti per poi trasformarsi in memorie condivise e creare la storia umana. Non c’è nulla di sentimentale. Sono esattamente ciò che il titolo suggerisce: diari veneziani. Con momenti divertenti, tragici oppure d’amore: tutto ciò che si può trovare in un album collettivo».

(il manifesto, 5 maggio 2026)

Le Pussy Riot sono tornate. Le attiviste antiputiniane si preparano a protestare contro la partecipazione della Russia alla mostra internazionale di Venezia. In queste ore, la leader del gruppo, Nadja Tolokónnikova, arrivata in Laguna, attacca la Biennale e pianifica una dimostrazione. «Non posso anticipare né dove né come per ragioni di sicurezza – risponde a Repubblica – ma pensi al nostro intervento alle Olimpiadi di Soči nel 2014». Lì il collettivo femminista si presentò con i cappucci colorati e fu fermato dalla polizia nell’area dei traghetti.

Nadja, che cosa pensa della partecipazione della Russia a Venezia?

«Per la Russia, la cultura è uno strumento di guerra. L’infiltrazione attraverso media, arte e lingua – il cosiddetto soft power – fa parte della strategia militare russa ed è un’operazione molto ben organizzata e finanziata. In Europa ci sono ancora “utili idioti” che si lasciano sfruttare cinicamente da Mosca e accolgono la propaganda di Putin proprio nel cuore culturale del continente: la Biennale di Venezia. Questo avviene nonostante la Russia abbia dichiarato apertamente guerra a quello che definisce “l’Occidente collettivo”, nonostante le fosse comuni e il terrore di massa».

Il Padiglione appartiene alla Russia, secondo le regole della Biennale. Si poteva fare qualcosa di diverso, secondo lei?

«Il presidente della Biennale, insieme al consiglio, ha il potere di prendere decisioni in merito. La partecipazione della Russia è illegittima a causa delle sanzioni europee. Secondo le ultime indagini governative, il presidente della Biennale, invece di escludere la Russia, avrebbe facilitato un sofisticato schema legato all’Fsb, l’intelligence russa – guidato da Anastasia Karneeva, figlia di un generale dell’Fsb, insieme ad altri – per individuare una scappatoia che permettesse alla Russia di partecipare. Noi definiamo i curatori del Padiglione russo “curatori con le mostrine” perché fanno parte della macchina di Putin, la stessa che guida la guerra in Ucraina».

Ma dalle indagini risulta che non c’è stato un invito della Biennale. Conosce gli artisti russi coinvolti?

«I russi presenti alla mostra non sono dissidenti: si tratta di persone collegate al governo russo e a figure vicine a Vladimir Putin. Non sono prigionieri politici e non sono emigrati. Ad esempio, Elizaveta Anšina è direttrice dell’ensemble russo Toloka ed è anche relatrice del progetto “Società Russa Conoscenza”, una piattaforma che ospita interventi di Denis Pušilin, capo dell’amministrazione filorussa nella regione occupata di Donetsk, dell’ideologo ultranazionalista Alexander Dugin e dei cosiddetti “eroi dell’operazione militare speciale”. Aleksej Khovalijg si esibisce nelle case degli ufficiali in tutta la Russia e ha espresso sostegno alla cosiddetta “operazione militare speciale”».

È vero che è in contatto con l’ex governatore del Veneto Luca Zaia?

«Non so se l’incontro avrà luogo. Ma trovo curioso che i vertici della Biennale abbiano tempo per collaborare con Karneeva ma non per incontrare me, in quanto rappresentante delle forze democratiche russe».

Ci sono altri Paesi “problematici” che non dovrebbero essere presenti alla Biennale, secondo lei?

«Sono esperta esclusivamente della Russia totalitaria».

(la Repubblica, 5 maggio 2026)

Essere giovani, soprattutto quando si può parlare al grande pubblico, non esime dalla responsabilità di riflettere bene prima di lanciarsi in operazioni di modifica delle parole

I fatti sono noti: dal palco del primo maggio romano, la cantante Delia sostituisce la parola “partigiano” della famosa Bella ciao in “essere umano”. Bufera social, la cantante motiva la sua decisione come personale e artistica: «Non è non prendere posizione, ma allargare il messaggio», dichiara.

Le arti, per loro natura e per convenzione, sono creativamente preposte per andare controcorrente, anche con modi, tempi e tecniche disturbanti: l’emozione, persino negativa nel suo impatto iniziale, è spesso utile per spingerci singolarmente e collettivamente verso l’eventuale acquisizione di sguardi diversi. Questi sguardi non sempre sono condivisibili, ma nella provocazione c’è un vantaggio: il fastidio e, al contrario, il sollievo che proviamo nell’impatto con l’urto della proposta inaspettata servono per asseverare la nostra visione, o per aiutare a farci cambiare prospettiva.

Nella scelta della cantante di modificare la parola chiave della canzone c’è una analogia con ciò che accade ormai da tempo a sinistra e in parte del femminismo: invece che discutere apertamente, e confliggere generativamente su cosa implichi cancellare le parole, o modificarle per (presuntamente) includere soggetti e situazioni, si operano in fretta e con leggerezza delle rimozioni, dando a questo processo il nome di inclusione. È successo per la parola donna, ovvero la definizione che coinvolge oltre la metà di chi abita il pianeta: siccome c’è grande confusione tra le categorie del sesso (i corpi reali), dell’orientamento (la preferenza sessuale) e del genere (le convenzioni e gli stereotipi sociali legati al sesso) parte del femminismo che ha messo “trans” dinnanzi ha decretato che fosse il momento di eliminare la parola per parlare di persone che mestruano, persone con utero e via dicendo.

Lo scorso anno, su questo blog, pubblicai la lettera aperta scritta dalla rete Dichiariamo che invitava il movimento delle donne a fare attenzione alle conseguenze della retorica sull’inclusione: «È una bella parola – scrivevano – Sembra aprire nuovi orizzonti di uguaglianza e amicizia, ma purtroppo le sue conseguenze non sono sempre così positive. Le soggettività hanno bisogno di spazi autonomi. Nel 2023, in nome dell’inclusione, associazioni femminili come Udi e ArciLesbica sono state messe di fronte a una scelta obbligata: o permettere l’iscrizione anche agli uomini, o non essere iscritte come associazioni di promozione sociale del Runts (registro unico nazionale del terzo settore) e declassate in una sezione diversa. Ecco cosa fa l’inclusione: per difendere il diritto di “tutti” (leggi: degli uomini) a partecipare a tutto, si discriminano le donne, il nostro diritto di associazione, riunione, espressione».

È lo stesso ragionamento sotteso alla scelta di Delia: partigiano non va bene perché significa “essere di parte”, quindi è escludente.

Ma come insegnava Lidia Menapace si è lottato contro il fascismo e la difesa della democraziastando da una parte: lo hanno fatto uomini e donne comuniste, socialiste, cattoliche, atee, colte, analfabete, abbienti, molto povere, con storie familiari lontanissime e visioni spesso divergenti. Partigiana o partigiano lo si è per sempre, diceva, è una scelta che segna e distingue.

Chi oggi propone, per allargare il messaggio, di cancellare alcune parole (non a caso donna, o partigiano) nei fatti opera una rimozione violenta della realtà dei corpi (nel caso di donna) e della storia (nel caso di partigiano). Mette a rischio la trasmissione della memoria, indispensabile per la costruzione del futuro collettivo e individuale.

Essere giovani, soprattutto quando si ha la possibilità di parlare al grande pubblico, non esime dalla responsabilità di riflettere bene prima di lanciarsi in operazioni di modifica delle parole, in buona o cattiva fede poco importa, perché gli effetti sono molto pericolosi. Non c’è solo il sacrosanto obbligo delle generazioni più adulte di trasmettere i saperi democratici e il pensiero critico: anche essere nipoti comporta responsabilità. Quella dell’ascolto, certo sempre critico, senza il quale però non si può cambiare il mondo, lo si peggiora. Le strade sicure che nonna e nonno hanno costruito con fatica vanno percorse, custodite, abbellite, allargate: non calpestate e vandalizzate.

(Il Fatto Quotidiano, 4 maggio 2026)

Cosa porta un ebreo, il 25 aprile, a sparare con una pistola ad aria compressa su due persone col fazzoletto dell’Anpi al collo? L’identità.

A volte si parla di identità collettiva ma l’identità è sempre tale: identità comunista, occidentale, patriarcale, milanista. È una dimensione comoda, che non ti obbliga a pensare chi sei, perché fai parte di una collettività e agisci non secondo il tuo sentire soggettivo, ma secondo slogan già pensati ed echeggiati in qualche spazio o iperspazio. È una dimensione simbolicamente potente ma intellettualmente povera.

Questo vale per le masse. Poi ci sono i capi, i politici di professione che la cavalcano proprio per muovere il sentire e l’agire collettivo. E parlando di 25 aprile e identità ebraica, a Milano ne abbiamo avuto una dimostrazione plastica.

Io perché mi definisco ebreo? Perché mi identifico con le vittime della Shoah e di rimbalzo nella potenza vendicativa israeliana? No, per me essere ebreo è legato alla storia della mia famiglia, più il mio vissuto, ossia l’elaborazione della mia esperienza. Quindi io e mia sorella abbiamo due diverse sensibilità ebraiche, cioè siamo ebrei diversi.

Senza la Shoah, probabilmente gli ebrei italiani, tedeschi e francesi si sarebbero quasi tutti assimilati, come già stava accadendo fino agli anni Venti del Novecento. È stata proprio la Shoah che ha risvegliato negli ebrei di questi paesi una coscienza ebraica, anche se poi quello che ha cambiato tutto è stata la nascita dello Stato di Israele. All’inizio, grazie anche a una grande battaglia ideologica per la quale il mondo arabo era allora impreparato, si sono diffuse idee come «una terra senza popolo per un popolo senza terra». Il mondo intero ha solidarizzato col desiderio degli ebrei di avere finalmente un loro Stato dove stare al sicuro. Ma così sono gli uomini, o almeno gli occidentali: prima si incuneano, poi si difendono, si consolidano, attaccano, e infine dilagano. Chiedere alle varie popolazioni aborigene del mondo per maggiori informazioni.

Ma almeno una cosa la possiamo fare: non aderiamo al già pensato, non usiamo la parola identità per dire chi siamo. L’identità è una trappola pericolosa che oscura la tua soggettività e che, portata alle estreme conseguenze, ti fa fare cose che ti allontanano da te stesso e dalla tua umanità.

(il manifesto, 3 maggio 2026)