L’intelligenza artificiale vive di impulsi elettromagnetici che viaggiano in frequenze attraverso antenne e ripetitori. Mettersi un’antenna in casa vuole dire essere a disposizione, più che avere vie di comunicazione. Se la spegni altri te la riaccendono, non sei tu a gestire le tue connessioni. Avevo contratti che usavano la linea telefonica direttamente (senza WI-FI) per il computer; per i caloriferi un addetto veniva una volta l’anno a rilevare i consumi invece di farmi attraversare lo spazio da raggi elettromagnetici ogni tot secondi, anche la sera e all’alba mentre dormo. È successo unilateralmente dopo anni: hanno acceso le antenne incorporate e non le spengono più. Da mio nipote si immettono le voci dell’intelligenza artificiale nelle nostre conversazioni. Aumenteranno le antenne in casa per molti scopi e non saranno più tacitabili, me lo hanno detto. Io lo chiamo “stupro” perché sono a conoscenza dei danni alla salute che gli impulsi elettromagnetici e le linee elettriche agiscono, me ne volevo tenere un poco protetta almeno in casa.

Ogni infrastruttura come ogni altro consumo ha costi soprattutto per il corpo, per la sua salute e quella di ogni forma vivente: facciamo mente locale. Il dominio è soprattutto una appropriazione di parte della salubrità degli organismi. Questa attenzione politica non è per nulla sviluppata in noi. La paura ci fa evitare di conoscere, ma ormai il femminismo deve varcare questa soglia.

Essendo sociologa, avendo fatto studi e ricerche sulla società, anch’io ho visto alla riunione di Via Dogana 3 (del 14 dicembre 2025) che il dominio diventa sempre più totalizzante, sempre più forte, e ci irretisce proprio nell’egoismo. Sanissimo l’egoismo di ciascuno, è evidente che ci sposiamo al lavoro sia per socialità che per attivarci, e bene se ci pagano. Ma quale egoismo possiamo contrapporre a questo che è vitale? La politica si deve porre il problema di come l’egoismo collettivo ci può unire con esiti positivi invece che negativi.

Studiando gli inquinanti di tutti i tipi, che vengono taciuti dal potere e da noi assorbiti, e ignorati per non avere troppe preoccupazioni, decisi che il massimo sfruttamento che tutti subiscono è quello della nostra salute. Penso che la salute fisica e quella mentale siano la cosa da indicare per un egoismo sociale e collettivo. Molte donne lo sanno e lo fanno di già.

La redazione aperta di Via Dogana 3 sull’intelligenza artificiale ha illustrato esempi politicamente negativi dello sviluppo e dell’impiego di questa tecnologia. Gli esiti sembrano essere lo sviluppo del dominio delle forze economiche teso a massimizzare i profitti di una parte della popolazione contro la maggioranza restante. È un dominio che si totalizza nei confronti della libertà delle persone, con il controllo reso possibile – aggiungo io – dall’estensione mondiale di una infrastruttura di antenne e ripetitori di onde elettromagnetiche imposta dal potere economico e finanziario.

Il consenso della popolazione è anch’esso obbligato nei fatti dall’organizzazione sempre più capillare di ogni comunicazione sociale, ma anche dall’entusiasmo personale e collettivo che ha suscitato questa nuova potenza tecnologica. Ne è complice la censura sui danni alla salute che la fitta rete di campi elettromagnetici procura, nella informazione autorevole delle istituzioni.

Anche il silenzio di tutti i partiti conta, questi evitano di farne contenzioso tra loro per l’enorme responsabilità che si troverebbero a dover gestire nell’andare controcorrente a un potere che ha travolto anche loro.

Molte ricerche scientifiche da anni affermano la gravità delle ricadute sulla salute.1

Il meccanismo utilizzato per tacitare le denunce della ricerca scientifica indipendente da quella finanziata dai produttori delle tecnologie è quello di imporre il superamento della metà più una delle ricerche complessive per dimostrare una ricaduta epidemiologica negativa. Non è sostenibile lo scalzare il dubbio e la probabilità che la metà delle ricerche dimostra, e che per legge dovrebbero far proteggere la salute pubblica con misure di prevenzione dell’implementazione di prodotti e infrastrutture di cui non sia dimostrata la innocuità. In pratica quelle finanziate dal potere e dai suoi sostenitori sono sempre abbondanti e affrettate: «Abbiano già assistito a come il nessun rischio dichiarato ad esempio per il DDT, i raggi X, la radioattività, il fumo, l’amianto, la BSE,l’esposizione a metalli pesanti, all’uranio impoverito, ecc. […] prima di una seriaconoscenza del fenomeno, abbia portato alla sofferenza di molti esseri umani» (Johasson2013). La tendenza speculativa tacita i risultati della ricerca sulle ricadute per la salutedi prodotti, infrastrutture e sostanze che molti medici e scienziati hanno raggiunto oaccetta di bilanciare i loro risultati con ricerche mal condotte proprio per non faremergere nulla (Tomatis 2007; Levis 2009; Johasson 2013; in Nappi Antonella, Le prospettive delle donne nella scienza possono essere politiche: la difesa della salute, Università degli Studi di Milano, in “Scienza, genere e società. Prospettive di genere in una società che si evolve”, a cura di Sveva Avveduto, Maria Luigia Paciello, Tatiana Arrigoni, CristinaMangia, Lucia Martinelli, 2015. Roma: CNR-IRPPS e-Publishing, doi 10.14600-1/43/978-88-98822-08-9).

Questa cultura che ignora i corpi e al contrario li sacrifica, persino se è il proprio, la ereditiamo dal dominio maschile, con l’ambiguità e l’ipocrisia. Il corpo paga il benessere economico e quello soltanto deve sostenere. Le cure delegate alle donne nel privato materiale dell’esistere sono rimaste fuori dalla politica pubblica e dal valore sociale. Hanno un enorme peso economico, ma se lo intesta il potere e lo consuma.

È su questa esclusione del valore dei corpi dalla politica pubblica che si deve insistere nel decostruire e ricostruire la cultura, la politica, l’organizzazione sociale.

L’assenza del corpo e della sua cura dal contenzioso politico è il problema che dobbiamo continuare a modificare descrivendo dove e come intervenire alla politica. La salute deve diventare un campo di informazione che obbliga la politica istituzionale a studiare e ricercare, a prendersi delle responsabilità.

  1. Si veda il sito BioInitiative Report: A Rationale for a Biologically-based Public Exposure Standard for Electromagnetic Fields (ELF and RF): è in continuo aggiornamento. Vedi anche il testo di Fabia Del Giudice Smart SMOG, Edizioni SI – Scienza e Ambiente.
    Io stessa ho fatto una pubblicazione: Le prospettive delle donne nella scienza possono essere politiche: la difesa della salute, Università degli studi di Milano, in: “Scienza, genere e società in una società che si evolve”, a cura di Sveva Avveduto, Maria Luigia Paciello, Tatiana Arrigoni, Cristina Mangia, Lucia Martinelli (2015). Roma: CNR-IRPPS e-Publishing (doi 10.14600-1/43/978-88-98822-08-9).
    Ancora, la Associazione Italiana Elettrosensibili | Associazione Italiana Elettrosensibili. Anche le ricerche dell’Istituto Ramazzini di Bologna, diretto da Fiorella Belpoggi, quest’anno insignita del titolo di Cavaliere al merito, dimostrano la cancerogenità dei raggi elettromagnetici e la loro incidenza moltiplicativa degli effetti degli altri inquinanti, sui ratti: Istituto Ramazzini – Cooperativa Sociale Onlus. Finanziate dallo Stato, non so se siano state rese pubbliche, aspettavano di esserlo dal 2015. (https://ilgiornaledellambiente.it/inquinamento-ambientale-inquinanti/inquinamento-atmosferico-mondiale-italia/inquinamento-elettromagnetico/./). ↩︎

Cristina Campo scrive che esistono due mondi, lei viene dall’altro. “Mondo celato al mondo”, ecco perché non a tutti e tutte è dato comprendere. “Compenetrato” ma allo steso tempo “ignoto” al mondo. Cosicché per arrivarci davvero bisogna avere il desiderio e il coraggio di farsi attraversare dalla resistenza incarnata da una materia altra[1].

In questa situazione di straniamento e di disagio, c’è un verso di una famosa poesia di Wisława Szymborska, Ritratto di donna, che sono andata a cercare perché rimanda a una situazione di alterità e insieme di cammino: la fatica di essere compressa tra tante definizioni e mancanze apre, infine, spazio alla creazione. Sintetizza ciò che vorrei provare a dire sul tema della diseguaglianza economica, dello scambio sessuo-economico nonché sulla imprendibile, imprevedibile potenza delle donne, nonostante tutto.

Non sa a che serva questa vite, e costruirà un ponte.

Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka
[2].

Non intendo aggiungere un vero e proprio parere sul caso Epstein, dopo tante analisi di molte opinioniste importanti e intelligenti, per esempio, Maddalena Fragnito e Carlotta Cossutta, tra le altre.

Certamente, l’odierna guerra (28 febbraio 2026) contro l’Iran decisa da Trump, mentre i colloqui diplomatici erano ancora in corso a Ginevra, ha anche, tra altre ragioni imperiali, il significato di distrarre questo mondo dal terrificante affaire di uso e scambio di donne e bambine che coinvolge tutti i grandi del mondo e di stornare lo sguardo dello spettatore dagli “orrorifici cataloghi”[3] che ci tormentano, insieme a una sensazione di impotenza, di vivere “destini vicari” sui quali abbiamo perso il controllo. Intendo, come del resto intendeva Campo, il “destino” come immanenza affermativa che richiede sempre forme di sperimentazione e di relazione con altri corpi e affetti.

La vicenda Epstein si è arricchita della testimonianza imbarazzante di Clinton, con la solita, instancabile, Hillary che difende il marito e che rilancia, chiedendo di “ascoltare Trump sotto giuramento”. La scorsa settimana si erano avuti l’arresto (per 24 ore) di Andrea Windsor-Mountbatten, nonché dell’ex ambasciatore britannico negli Usa, Peter Mandelson. Non facile, certo, aggirarsi tra l’immensa mole di file desecretati in corrispondenza con una lunghissima indagine giudiziaria sul finanziere statunitense. Ma c’è un sito che simula Gmail, costruito da due sviluppatori, dove si trovano raccolti tutti gli scambi di Jeffrey Epstein sotto forma di semplice casella di posta elettronica. Per quanto mi riguarda, Epstein che consiglia a Larry Summers – ex segretario del Tesoro Usa e celebre economista, docente ad Harward, dimessosi dal suo ruolo nel consiglio di amministrazione di OpenAI dopo lo scandalo – di leggere il libro di Helen Fisher, Anatomia dell’amore[4], perché potrebbe “trovarlo divertente” mi è sembrato sufficientemente significativo e mi è bastato. Davvero tragicamente divertenti.

Detto ciò, vorrei insistere su un tema che ha a che vedere con questa storia. In parte mi sono convinta ad aggiungere qualche riga grazie alle, per me fondamentali, suggestioni derivanti da ciò che ha detto e poi scritto Ida Dominijanni.

Come è già stato notato, tutte e tutti noi viviamo in un mondo dove il controllo generale delle risorse materiali e simboliche, nonché dei mezzi di produzione e, ovviamente, del potere e del governo, con ciò che ne deriva in termini di repressione e di punizione, tende a rimanere nelle mani degli uomini. Paola Tabet[5] ha analizzato come le relazioni tra uomini e donne simulino i rapporti di classe. Le donne, nella maggioranza dei casi, stanno più in basso nella scala sociale, gerarchica e nella distribuzione dei redditi rispetto agli uomini.

Nonostante, come suggerisce Szymborska, le donne sappiano, se lo vogliono, costruire un ponte con una vite mai vista prima (le viti hanno una maggiore resistenza alla trazione), la concentrazione di capitali inestimabili, soprattutto nel settore hi-tech, rimane fortemente sbilanciata a favore degli uomini, mantenendo una distanza abissale tra il primo uomo e la prima donna in classifica ai vertici della ricchezza mondiale.

Se consideriamo alcune statistiche appena uscite[6], in termini generali la situazione lavorativa e retributiva delle donne italiane dimostra che sono più disoccupate, più precarie, più costrette a scegliere di lavorare part time per gestire anche casa e famiglia, che guadagnano circa il 30 per cento in meno rispetto agli uomini. Aggiungo che se si includesse il valore del lavoro domestico e di cura (non retribuito), il reddito orario effettivo delle donne crollerebbe al 32 per cento di quello degli uomini.

Insomma, non voglio stordire con i dati ma insistere sul fatto che questo determinante fattore di diseguaglianza va tenuto al centro. Anche perché, con buona pace del presidente Meloni, non si sta affatto migliorando, anzi. Secondo il World Economic Forum, l’Italia è all’85° posto nelle analisi comparative per disparità di genere tra 147 paesi, ultima tra tutti i Paesi europei, mentre per quanto riguarda la partecipazione economica e le opportunità delle donne (differenza tra i generi nel mercato del lavoro, inclusi tassi di occupazione, stipendi e posizioni di leadership), va anche peggio e siamo alla 117ᵃ posizione [7].

Si deve aggiungere, inoltre, che nel capitalismo contemporaneo l’assioma del denaro e del profitto non paiono conoscere limiti, da cui la riattualizzazione e riformulazione del concetto di capitalismo antropomorfo che integra consumo e riproduzione, mirando a un assoggettamento sempre più intimo dell’individuo. E, nel buio di questa era, inserirei anche la nozione di capitalismo perverso che penetra sadicamente e contagia la soggettività, trasformandola a propria immagine e somiglianza.

D’altro lato, proprio la logica imperante di guerra totale, pervasiva, ininterrotta, per quanto “a pezzi”, che imprigiona questi tempi ci fa pensare a quanto la stessa categoria di umanità vacilli, soverchiata dalle armi, dalla violenza e dalla morte, dal riemergere – dagli orrori della storia – della attrazione per la distruzione di un intero genos, una intera stirpe, ritenuta nemica, nociva, rivale.

Se il quadro è questo, se la guerra, senza frase, senza trattativa, senza legge, senza appello, costruisce l’ordine del discorso contemporaneo, mi pare chiaro che, pur non nominando il patriarcato, siamo di fronte a un evidente regresso delle forme della socialità maschile e di involuzione nella costruzione sociale della virilità.

Non sostengo che esista un continuum senza crepe del dominio maschile dalla antichità al presente, ma in questo clima, e poiché le donne sono più povere, più in basso nella piramide sociale, più dipendenti, il carattere strutturale della mediazione del denaro nelle relazioni tra uomini e donne non può essere ignorato. Poiché, tra l’altro, proprio il denaro è alla base di questo rinnovato istinto bellico ed esso è più che mai forma di conferma del potere e con ciò di validazione sociale della virilità maschile. Striscia fuori dalla cripta il mito dell’uomo forte, guerriero, in divisa, del potente tra i potenti, con una intera isola di proprietà a disposizione. Si ripropone il nodo, mai veramente sciolto, del dover incarnare questi modelli per essere “veri maschi”, il cui sbandierato obiettivo è anche quello di salvare (e sottomettere) le donne oppresse dagli avversari.

Su tali aspetti è stata lucida e anticipatoria l’analisi di Ida Dominijanni nel libro Il Trucco, che ha individuato, già in epoca berlusconiana, la necessità di accettare per alcune donne:

“prestazioni relazionali più che affettive e sessuali; investimento su di sé più che resa al desiderio maschile connessi alla femminilizzazione postfordista del lavoro, senza per questo considerarlo un mestiere come un altro e anzi escludendo di trarne piacere o soddisfazione […]. Interna alla logica di mercato che orienta la sua vita, e alla logica del contratto che spaccia per scambio tra eguali ciò che immancabilmente si rivela uno sfruttamento tra diseguali” [8].

Da cui la necessità, tra altri imperativi, di essere giovane, per sempre giovane. Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane. Sollecitare il desiderio, non smettere di solleticare un rituale sessuale, di attrarre la fantasia e l’aspirazione maschile. Anzi, se possibile, essere sempre più giovani. E, ritornando al punto, naturalmente, non avere denari propri, essere sedotta da quelli altrui, doversene procacciare in ogni modo. Il problema che resta alla donna è immancabilmente avere soldi suoi per un viaggio lungo e lontano.

L’altro lato di questo racconto è, però, la possibilità della parola femminile di sgretolare sistemi, come è già successo in molti simili scandali sessuali.

Accade al potere di essere talmente preso da sé stesso da non accorgersi dei propri smottamenti. I quali potrebbero, ancora una volta, arrivare non da innovazioni straordinarie nelle tecnologie del sistema bellico prodotte da una delle parti in causa, nemmeno dal controllo completo delle fonti energetiche, ma da sottrazioni, smascheramenti, imprevisti “banali e fatali che d’un colpo gli strappano l’aura togliendo il monopolio della narrazione della realtà: ma non è un imprevisto inspiegabile”[9].

Ritorno allora all’estraneità sentita e vissuta con cui ho iniziato questo commento che nasce dal rifiuto di un incerto e violento assetto e dal desiderio di un mondo differente. Il desiderio è infatti, notoriamente, socialmente costruito, e un primo obiettivo sarebbe quello di fare respirare e coltivare altre modalità del desiderio. Anche per/tra gli esseri umani di sesso maschile.

Inoltre, se un ordine non esiste più non è detto che sia un male per forza per tutti e tutte, in tutti i sensi. Il femminile è rottura e il sistema che osserviamo non è frutto di nostre decisioni. Va abbandonata la nostalgia per ciò che è stato, evitando anche di farci fagocitare dalle immagini del presente. Siamo forti della consapevolezza che la riproduzione della vita ci allaccia a una profondità temporale che è capace di unire molti piani. È proprio quella che ci insegna le sorprendenti, infinite, possibilità del divenire, delle relazioni e dei corpi. Alla ricerca di nuove vie d’uscita, sempre alla ricerca di libertà.

Portiamo con noi una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.

NOTE

[1] Cristina Campo, “Diario bizantino” in La tigre assenza, Adelphi Editore, Milano 1991, p. 45.

[2] Wisława Szymborska, “Ritratto di donna”, da “Grande numero” (1976), in Wisława Szymborska, La gioia di scrivere., Tutte le poesie (1945-2009), (traduzione di Pietro Marchesani), Adelphi Edizioni, Milano 2009.

[3] Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi Edizioni, Milano 1987, p. 113.

[4] Helen Fisher, Anatomy of Love: A Natural History of Mating, Marriage,and Why We Stray, W. W. Norton & Co Inc, New York, 2016.

[5] Paola Tabet, Le dita tagliate, Ediesse, Roma 2014.

[6] Si veda in particolare il, Rendiconto di genere Inps uscito il 24 febbraio 2026. Utili confronti si possono ricavare con Inps – Rendiconto di genere 2024 ed Eurostat, Occupazione, statistiche annuali, Rapporto 2024.

[7] Word Economic Forum, Rapporto globale sul divario di genere, Analisi comparativa dei divari di genere, 2025

[8] Ida Dominijanni, Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse, Roma 2014, p. 79.

[9] Ivi, p. 71.

(Effimera, 3 marzo 2026)

Il diritto internazionale non ammette sconti, nemmeno quando il cielo si riempie di droni e missili: ogni potenza occupante è legalmente responsabile della vita della popolazione soggetta al suo controllo. È un principio che non sfuma e non si sospende, nemmeno in caso di conflitto con un paese terzo. L’occupante ha l’obbligo giuridico di difendere anche la terra occupata e chi la abita come se fossero i propri confini e i propri cittadini.

Mentre il nuovo picco di ostilità tra Israele e Iran segna la seconda escalation in meno di un anno, l’obbligo di protezione sancito dal diritto internazionale naufraga di fronte alla realtà dei territori occupati, dove la popolazione palestinese rimane priva di ogni difesa strutturale. Nelle città della Cisgiordania e tra le macerie di Gaza, i palestinesi guardano l’orizzonte senza schermi protettivi: non ci sono shelters in cui rifugiarsi, non risuonano sirene d’allarme che annuncino il pericolo imminente, non esiste una difesa per la popolazione palestinese.

Una protezione a geometria variabile

L’assenza di infrastrutture di sicurezza non è un caso logistico, ma l’esito di una precisa scelta politica e militare. Mentre nelle città israeliane il sistema Iron Dome e una rete capillare di rifugi offrono una protezione d’avanguardia, i palestinesi del ’48 – ovvero i cittadini palestinesi d’Israele – e i residenti dei territori occupati si ritrovano «fuori dalla bolla». Le cronache dell’ultimo conflitto con l’Iran avevano già riportato dati inquietanti: numerosi palestinesi del ’48 denunciarono all’epoca di essere stati chiusi fuori dai rifugi pubblici o di non avervi avuto accesso durante i lanci di missili balistici.

In Cisgiordania, la minaccia si fa fisica e immediata. Dal cielo cade una vera e propria «pioggia di metallo»: a giugno 2025 vari palestinesi dei territori occupati erano rimasti feriti sia dall’impatto diretto dei vettori iraniani che dai detriti delle intercettazioni avvenute sopra le loro teste. Frammenti incandescenti piovono su centri abitati deliberatamente lasciati privi di sistemi di allerta, trasformando lo spazio aereo in una trappola mortale per chi sta sotto.

L’apartheid tecnologica: la violazione della IV Convenzione

Questa asimmetria non è solo un’ingiustizia morale, è una violazione deliberata di articoli del diritto internazionale umanitario. La IV Convenzione di Ginevra (1949) e il I Protocollo Aggiuntivo stabiliscono obblighi che l’occupante sta sistematicamente ignorando.

Innanzitutto, l’obbligo di allerta (Early Warning): la potenza occupante che detiene il monopolio dei radar e dello spazio aereo ha il dovere legale di estendere i segnali di allarme a tutta la popolazione sotto il suo controllo effettivo. Negare le sirene ai centri palestinesi mentre le si aziona per gli insediamenti dei coloni a pochi chilometri di distanza configura una discriminazione sistemica che nega il diritto alla vita su base etnica.

E poi, la segregazione dei rifugi: l’articolo 58 del I Protocollo impone di adottare «le precauzioni necessarie» per proteggere i civili dagli effetti degli attacchi. Impedire ai palestinesi di edificare bunker (attraverso il blocco sistematico dei permessi edilizi in Area C) o non fornirne di pubblici espone arbitrariamente milioni di persone al pericolo di morte.

L’occupante agisce qui come un «amministratore fiduciario» che ha tradito il proprio mandato. Se si sceglie di intercettare un missile sopra Ramallah per proteggere Tel Aviv, ma non si fornisce alla popolazione di Ramallah né l’allarme né il riparo, si sta utilizzando il territorio occupato come una zona cuscinetto sacrificale.

Il garante venuto meno

Non solo. Come sempre, l’escalation regionale funge da formidabile dispositivo di distrazione di massa. Mentre l’attenzione del mondo è ipnotizzata dal duello balistico tra Tel Aviv e Teheran, la pressione internazionale per spezzare l’assedio di Gaza è evaporata. La fame e la crisi sanitaria sono già diventate note a piè di pagina.

Per il popolo palestinese, l’allargamento del conflitto significa invisibilità. Ogni nuovo missile tra Israele e Iran drena l’attenzione mondiale, svuotando di significato le richieste di accesso umanitario a Gaza. È la cronaca di un abbandono annunciato: mentre il mondo guarda altrove, la punizione collettiva contro i civili palestinesi prosegue, al riparo da occhi indiscreti.

Questo sebbene l’occupante sia responsabile di ogni sofferenza evitabile causata ai civili dalla propria negligenza nel proteggerli, a prescindere dal fatto che sia in guerra contro terzi o meno. L’onere che deriva dal fatto di aver privato un popolo della propria sovranità e dei propri mezzi di autodifesa.

Il principio cardine resta saldo, nonostante le violazioni: la potenza occupante non può sacrificare la popolazione occupata per preservare i propri interessi o i propri cittadini. Lasciare milioni di persone «scoperte» sotto un fuoco incrociato non è una fatalità della guerra: è un’omissione di soccorso elevata a sistema di governo, una violazione strutturale che la comunità internazionale non può continuare a ignorare mentre il cielo del Medio Oriente si infuoca.

(il manifesto, 3 marzo 2026)

La riflessione sul tempo ha occupato un posto significativo nel pensiero femminista. Dalle prime elaborazioni negli anni ’70 si è aperta un’esperienza comune a molte donne in cui il tempo lineare, misurabile e progressivo lascia spazio a forme di cura e di resistenza capaci di fluire in un tempo altro.  Eppure nella nostra epoca continua a dominare una concezione del tempo funzionale al successo individuale misurato dal denaro, e sempre nuove tecnologie – ora l’intelligenza artificiale con la sua enorme velocità di risposta – imprimono un’accelerazione progressiva a ogni aspetto della vita pubblica e personale, sottraendoci il tempo per le relazioni, la vita e per pensare creativamente. Specialmente nelle generazioni più giovani si parla di stanchezza, di esaurimento. Avvertiamo un forte desiderio di non starci che vuole trovare parole per dirsi. Si tratta di una rivolta intima, ma che ha come orizzonte il mondo tutto, la politica e questo angosciante presente.  Quali pratiche possiamo mettere in gioco per negoziare una sottrazione e per dare valore alle relazioni? Come rilanciare il kairos, tempo necessario e momento opportuno per ogni cosa? Come reagire alla frammentazione del tempo? Il femminismo riconosce valore politico al presente rifiutando di sacrificarlo a promesse di radioso avvenire: può diventare una strada per tutte e per tutti?

Introducono Silvia Baratella, Wanda Tommasi, Simone Autera.

Nel pomeriggio ci prenderemo il tempo per festeggiare insieme l’8 marzo. Per ricominciare da subito a fare kairos. Siete tutte invitate a fermarvi (tutti compresi).

Gli incontri di VD3 contano sullo scambio in presenza.  Poiché i posti sono limitati, prenotatevi all’indirizzo: info@libreriadelledonne.it.  

È possibile anche il collegamento in Zoom, sempre su prenotazione.

Appuntamento: domenica 8 marzo 2026 ore 10.30 presso la Libreria delle donne via Pietro Calvi 29, Milano, tel. 02 70006265

Le modifiche introdotte dalla tecnologia nell’organizzazione del lavoro sono state al centro del mio lavoro sindacale, il mio stesso lavoro negli anni si è modificato con l’uso della tecnologia, e la discussione in questo numero di VD3 sull’impatto dell’intelligenza artificiale anche nel mondo del lavoro ripropone, in nuovi contesti, alcune domande ‘antiche’ ma sempre attuali che hanno attraversato la mia pratica politica e sindacale.

La prima riguarda la contraddizione messa in evidenza da Laura Colombo nella relazione introduttiva quando si «chiede seriamente quale esperienza non voglio consegnare alla macchina … ho capito che non voglio consegnare … la zona in cui una parola sorge»1; questo per me è un primo punto da cui partire.

Se il lavoro che fai presuppone l’utilizzo della intelligenza artificiale, in assenza di una pratica politica e di una dimensione collettiva il criterio che seguirai è quello che governa in generale il tuo modo di lavorare e, in questo senso, la scelta è ‘obbligata’ perché la nostra cultura del lavoro ci spinge a fare le cose bene e in modo efficiente e se questo comporta consegnare esperienza la consegneremo. L’ho visto accadere ai manutentori degli impianti e delle macchine del settore meccanotessile, il settore tecnologicamente avanzato che, per primo, ha incorporato tutto il lavoro operaio nella macchina.

L’introduzione dell’intelligenza artificiale ha reso possibile raccogliere, organizzare, codificare e utilizzare la loro esperienza, ha espropriato il loro sapere su come funziona e come si ripara la macchina (che ha già incorporato il lavoro manuale); oggi la manutenzione predittiva dell’intelligenza artificiale, sulla base dei dati e del calcolo statistico stima, programma, anticipa e supera la necessità dell’intervento di manutenzione in presenza.

L’altra contraddizione è quella messa in evidenza dalla relazione di Daniela Santoro, l’immedesimazione con quello che si produce – «il piacere della creazione…(di) una riga di codice alla volta» – che mette in scacco «l’orrore delle conseguenze».2

Dove si producono armi o altre produzioni che richiedono professionalità e competenze che pochi posseggono, le operaie e gli operai che ho conosciuto trasmettono un sentimento di orgoglio e di appartenenza, sono riconosciuti dalla comunità e anche dall’impresa; la soddisfazione che provano quando le cose funzionano non mi sembrano distanti dalla ‘cura materna’ raccontata da Daniela.

Anche se le cose che fanno sono tra loro distanti in fondo entrambi ‘fanno’ qualcosa che la maggior parte delle persone non sa e/o non riesce a fare e ne sono consapevoli.

Ho incontrato questi sentimenti un po’ ovunque nel mondo del lavoro, dalle produzioni con molto contenuto tecnologico al lavoro artigianale, dalle operaie tessile a chi fa un ‘mestiere’; è il ‘sapere’ che restituisce in parte il ‘valore’ che si crea a chi svolge le mansioni più semplici e a chi gestisce gli impianti industriali, le piattaforme digitali, le organizzazioni complesse.

Sono contraddizioni che in forme e con istanze diverse attraversano il mio lavoro e quello di tante persone con cui ho condiviso il mio fare sindacato, sono le contraddizioni da sempre al centro della riflessione nel pensiero e nella pratica politica e sindacale.

Siamo strette in questo intreccio: da un lato il sentimento ‘sovversivo’ e libero del nostro valore, del fare bene le cose e il piacere della creazione; dall’altro l’espropriazione del nostro sapere e la consapevolezza delle ricadute, dei costi sociali e ambientali provocati dall’uso dell’intelligenza artificiale.

Noi però abbiamo una pratica politica e possiamo ragionarne a partire dalle parole di Lia Cigarini: «la questione, per me centrale, dell’alienazione, cioè dell’identificazione di sé con il prodotto che si fa o si consuma, non è affrontabile (ed infatti cento anni di marxismo sono falliti su questo) se non con la pratica del partire da sé e della relazione».3

L’introduzione dell’intelligenza artificiale in ordine di tempo non è che l’ultimo salto in un processo che, da prima della rivoluzione industriale, è la condizione del progresso, oggi questo processo investe tutti i campi della vita e del sapere, non riguarda solo la manifattura.

Se faccio l’elenco di quello che fa l’intelligenza artificiale, io capisco meglio cosa sta succedendo.

So che impoverisce i contenuti del lavoro per ridurre i costi di produzione dei prodotti e dei servizi, standardizza produzioni e processi, individua soluzioni in serie a problemi complessi, sostituisce il lavoro umano nella validazione di procedure e nella erogazione di servizi che hanno a che fare con persone in carne ed ossa.

Quando però rifletto con mia figlia, che cura la gestione informatica dei processi in un’azienda manifatturiera, capisco che l’intelligenza artificiale può governare un impianto anche complesso ma non può affrontare l’imprevisto; può individuare le esigenze del processo ma se il dato è interpretato male o frainteso il danno che ne consegue per la produzione è grande.

Con l’intelligenza artificiale, la scomposizione, la parcellizzazione, l’automazione dei processi del lavoro si è espansa dal lavoro industriale a tutto il lavoro: al lavoro intellettuale, ai servizi e al lavoro di cura, alla cultura, alla creazione artistica.

L’uso della intelligenza artificiale parcellizza, incamera, sostituisce il lavoro manuale e quello ‘intellettuale’, lo espropria di sapere, relazioni, responsabilità e scelte.

Da un lato garantisce velocità e efficienza, dall’altro si espande nonostante manchino sistemi di controllo e manchi la trasparenza sulla validità delle risposte che fornisce, anche quando interviene in campi delicatissimi quali, ad esempio, quello che riguarda la salute.

Con l’introduzione dell’intelligenza artificiale si attenua, fino a sparire, la distinzione tra lavoro operaio (lavoro manuale) e lavoro intellettuale che fino a oggi ha governato il riconoscimento della professionalità, la struttura gerarchica e il riconoscimento sociale su cui si reggono tutte le organizzazioni, perché l’espropriazione del sapere e delle individualità interessa tutte le figure nel processo.

Fino a oggi, a ogni incorporazione del sapere umano da parte delle macchine è corrisposta la creazione di un’area – di servizio o di altre attività – necessaria al funzionamento della macchina e/o del processo, un’area occupata da donne e uomini che esprimono un sapere, una professionalità, sia sulla macchina che sul processo.

Questo sapere permette di riequilibrare il potere, altrimenti tutto spostato a favore dell’impresa; io sono cresciuta – sindacalmente – con la convinzione che «le possibilità di riappropriazione (di un minimo di saperi e di libertà) fossero per noi teoricamente più grandi che all’epoca della prima rivoluzione industriale»4; ho fatto sindacato con la pratica politica di una continua e in divenire riappropriazione collettiva di saperi e di libertà.

L’uso dell’intelligenza artificiale allontana ulteriormente l’orizzonte di produzioni e servizi che incorporano e socializzano la conoscenza e i saperi, che accrescono le opportunità delle persone che vi partecipano, e allarga a dismisura l’area del lavoro privo di potere e povero di saperi.

Rimane certo la possibilità del processo creativo, la possibilità di produrre qualcosa che prima non esisteva; quello che ci racconta Daniela Santoro nella relazione citata: «quando qualcuno arriva con un problema da risolvere io mi accendo»; ecco, io credo che questo ‘io mi accendo’ è un secondo punto da cui partire.

Sento anche l’urgenza e l’esigenza di ragionare collettivamente sulla potenza distruttiva dell’intelligenza artificiale e su quale è stato l’impiego di questi dispositivi nelle guerre recenti, a partire da Gaza, un territorio distrutto dalle armi e un esperimento a cielo aperto per le guerre del futuro.

Nei mesi scorsi un’inchiesta del “Guardian”5 ha svelato che l’Agenzia di sorveglianza militare israeliana, come molte agenzie di spionaggio in tutto il mondo, sfrutta i progressi dell’intelligenza artificiale e utilizza le intercettazioni per sviluppare e trasformare le sue capacità di intelligence. Dopo le rivelazioni del “Guardian” la Microsoft, a seguito delle proteste negli Stati Uniti e nei data center europei e della richiesta di attivisti e lavoratori di interrompere tutti i legami con l’esercito israeliano, ha interrotto l’accesso dell’esercito israeliano alla sua tecnologia.

L’inchiesta ha rivelato che la capacità di archiviazione e la potenza di calcolo di Microsoft erano utilizzate per riprodurre e analizzare il contenuto delle chiamate cellulari di un’intera popolazione e per gestire un potente sistema di sorveglianza; inoltre è emerso che Israele si è affidato alle principali aziende tecnologiche statunitensi per supportare i bombardamenti di Gaza.

In questo tempo barbaro Israele, ma non solo Israele, utilizza armi, fame e nuove tecnologie per la nuova frontiera del dominio: la sorveglianza sociale e il controllo totale sui territori, sulle persone, sulla popolazione civile.

Nel suo intervento alla redazione allargata di VD3, Ida Dominijanni ha condiviso un suo ragionamento su cui vorrei continuare a riflettere; Ida ci ha detto che, di fronte all’enormità di quello che accade, la resistenza individuale ed etica è un’illusione; che servono, e dovremo trovare, pratiche collettive, molto vaste, di conoscenza del meccanismo e di sabotaggio; che questi dispositivi andranno prima o poi collettivamente sabotati se abbiamo a cuore questo mondo.

Infine, vorrei ragionare non solo dell’alienazione come identificazione con quello che si fa ma dell’oppressione generata dalla espropriazione di sapere e di individualità: è il controllo o l’assenza di controllo sul processo, non la collocazione in cui ci troviamo all’interno del processo produttivo che definisce la possibilità di essere soggetti.

Vorrei ragionarne «a partire dal lavoro, anzi a partire dall’idea che il lavoro sia lo spazio pubblico per eccellenza. La vera polis» nella quale ognuna e ognuno di noi vive ogni giorno lo stato di necessità e il processo infinito della libertà e dove «siamo in presenza di un accumulo di esperienze lavorative in gran parte mute, non elaborate».6

Nel mio lavoro sindacale con le operaie e gli operai delle catene di montaggio ho imparato che è fondamentale avere il controllo sui tempi di lavoro assegnati per poter contrattare e incidere sulla condizione di lavoro; quando ricostruisci il tuo sapere puoi esercitare, unendoti agli altri, il controllo sul processo ed essere anche in grado di rallentarlo fino al limite di interromperlo se è necessario.

Ho sperimentato che per esercitare questo controllo devi conoscere le fasi del processo e ricomporre il sapere che l’automazione ha scomposto; oggi questa scomposizione e parcellizzazione, fino a ieri concentrata sul lavoro manuale, interessa anche il lavoro intellettuale, lo impoverisce e travolge, allarga e supera i confini della vecchia categoria di lavoro operaio.

Quello che vedo è che l’espressione della soggettività non è più ‘sicura’ nemmeno nei ruoli più o meno riconosciuti socialmente, né garantita da una determinata collocazione nel processo e che serve una pratica per ricomporre e riprendere il sapere, ora scomposto, per far valere il mio punto di vista, la mia soggettività, provando per questa strada a riequilibrare i poteri, ad essere un soggetto contrattuale.

  1. Laura Colombo, Non è uno strumento, in Pensiero vivente e intelligenza artificiale, VD3 dicembre 2025, https://puntodivista.libreriadelledonne.it/non-e-uno-strumento/ ↩︎
  2. Daniela Santoro, I miei figli malvagi: confessioni di una ‘madre’ al confine, in Pensiero vivente e intelligenza artificiale, VD3 dicembre 2025, https://puntodivista.libreriadelledonne.it/i-miei-figli-malvagi-confessioni-di-una-madre-al-confine/ ↩︎
  3. Lia Cigarini, Meteore?, in La politica del desiderio e altri scritti, Orthotes Editrice, Napoli 2022. ↩︎
  4. Bruno Trentin, Diari 1988-1994, Ediesse editore, 2017. ↩︎
  5. https://www.theguardian.com/world/2025/mar/06/israel-military-ai-surveillance; https://www.theguardian.com/world/2025/sep/25/microsoft-blocks-israels-use-of-its-technology-in-mass-surveillance-of-palestinians ↩︎
  6. Lia Cigarini, Un’altra narrazione del lavoro, “Critica Marxista”, Giugno 2006 (versione rivista della relazione tenuta al 12mo Simposio dell’Associazione internazionale delle filosofe IAPH, Roma 31 agosto-3 settembre 2006). ↩︎

Conti bloccati, sanità negata, casa confiscata: le misure restrittive contro la relatrice Onu e la sua famiglia sono pari a «una morte civile». E ora finiscono in aula

L.C. ha dodici anni, è cittadina statunitense nata da genitori italiani e ieri, attraverso i suoi avvocati, ha denunciato il presidente degli Stati uniti, Donald Trump. Insieme a lei, il padre Massimiliano Cali: il ricorso presentato ieri alla corte distrettuale di Columbia chiede un’ingiunzione per bloccare l’ordine esecutivo 14203. È l’ordine con cui sei mesi fa l’amministrazione Trump ha emesso sanzioni contro la madre di L.C. e moglie di Massimiliano, Francesca Albanese.

Relatrice Speciale delle Nazioni unite per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Albanese è sottoposta a rigide misure restrittive sulla base dell’EO 14203, emesso il 6 febbraio 2025 e dal raggio ben più ampio: nella rete è stata catturata la Corte penale internazionale, colpevole agli occhi di Washington di sottoporre a indagini l’alleato israeliano.

Sono piovute sanzioni contro giudici e procuratori e contro i soggetti che hanno collaborato alle indagini sui crimini commessi in Palestina, svariate ong palestinesi e – appunto – Francesca Albanese. Per lei si è mosso il segretario di stato Marco Rubio, il 9 luglio scorso, designandola Sdn (Specially Designated National) «per aver preso parte direttamente a qualsiasi tentativo della Cpi di indagare, arrestare, detenere o perseguire una persona protetta» (così sono definiti i cittadini statunitensi e di paesi alleati).

Gli effetti delle sanzioni hanno stravolto la vita non solo della relatrice ma anche della sua famiglia che a Washington aveva acquistato una casa, acceso un mutuo e aperto un conto corrente (il marito, Cali, lavora alla Banca mondiale). «La designazione SDN – si legge nel ricorso che il manifesto ha potuto visionare – vieta a Francesca di ricevere o dare, direttamente o indirettamente, fondi, beni o servizi ad altri; vieta inoltre ad altri di dare o ricevere fondi, beni o servizi a Francesca. Le sanzioni hanno causato e continuano a causare danni irreparabili alla famiglia Cali».

Seguono svariati esempi: l’interruzione dei rapporti di lavoro e delle relazioni professionali di Albanese (la fine delle collaborazioni con la Georgetown University e la Columbia University; la cancellazione di iniziative in altre istituzioni statunitensi e di viaggi aerei); il divieto a istituzioni finanziarie di fornire servizi alla famiglia (mutui, conti correnti, carte di credito); la cessazione dell’assicurazione sanitaria per l’impossibilità di pagarla e il rifiuto di quella del marito di coprire anche le sue spese; la confisca della loro casa.

E ancora, il divieto imposto a Albanese e a Cali di entrare negli Stati uniti, con tutto ciò che comporta in termini professionali per i lavori che svolgono (Onu e Banca Mondiale hanno la loro sede principale negli States). Infine i gravi danni ai diritti della figlia, L. C.: «L’EO 14203 non prevede eccezioni per i minori o i figli cittadini di una SDN – prosegue il ricorso – In virtù della sua cittadinanza statunitense, L.C. è esposta a responsabilità penale se dà o riceve qualcosa di valore dalla madre».

Misure punitive che, spiega lo studio legale Steptoe, «sono descritte dagli esperti come “morte civile”» e che sono di solito applicate a «terroristi, boss della criminalità organizzata, leader militari genocidari, e «non a individui con la cui voce pubblica il governo non è d’accordo». È lì il punto su cui si concentra il ricorso, con un lungo elenco di leggi e sentenze che l’ordine esecutivo viola. A partire dalla base fondativa della democrazia statunitense: la Costituzione e il suo primo emendamento che protegge la libertà di espressione.

«Francesca… raccogliefatti relativi al conflitto israelo-palestinese, li analizza, li riporta pubblicamente e formula raccomandazioni. Non ha alcun controllo sulle attività della Cpi. Sebbene il governo sia chiaramente in disaccordo con il suo punto di vista, sanzionarla allo stesso modo di terroristi, narcotrafficanti e oligarchi russi non ottiene altro scopo che intimidire coloro con cui il governo non è d’accordo. Questo non è un interesse statale impellente. Non è un interesse statale legittimo», concludono i legali. E soprattutto, Washington non può dimostrare l’eventuale efficacia delle sanzioni: sottoporre Albanese e la sua famiglia a simili durissimi restrizioni non avrà alcuna conseguenza sulle indagini dell’Aja.

Sull’altro lato dell’oceano, intanto, interviene la Francia: Parigi non muoverà più richiesta all’Onu di licenziare la relatrice, si limiterà a «un richiamo». Un passo indietro dovuto, si dice, alla mancanza di sostegno in Consiglio di Sicurezza.

(il manifesto, 27 febbraio 2026)

Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di questo Paese

NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!

L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca.

Nei 13 articoli del regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla ma solo di affari.

Con pochi paesi europei (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia), dittature come la Bielorussia, e Israele, questo gruppo si incontra per fare business in Medio Oriente, sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in Cisgiordania.

E mentre Kushner con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf (Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”, veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv vogliono confinare la popolazione palestinese1, l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere esclusa.

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati ed inquinanti che serviranno da “materiale da costruzione”?

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale?

Nei giorni scorsi avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito dell’umanità.

Lei, Presidente Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi Ministri, aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in Medio Oriente?

RingraziandoLa per l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello qui di seguito.

Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace Maiindifferenti6@gmail.com www.maiindifferenti.it

LƏA Laboratorio ebraico antirazzista è su Facebook e Ig laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com

APPELLO ALL’UMANITÀ

Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: BENVENUTI NELLA NUOVA GAZA

Così titolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su “Avvenire”. E bisogna specificare: nella Nuova Gaza del “Board of peace”.

Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo:

UNO SCEMPIO AMBIENTALE PERMANENTE, UNA SCELTA DEVASTANTE PER LA NOSTRA UMANITÀ

Durante il convegno del 19 gennaio al teatro Elfo Puccini a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.

Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura.

È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.

Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.

Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, di tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso.

Non dobbiamo permetterlo.

Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista, Widad Tamimi, scrittrice e attivista

Hanno già aderito: vedi in https://www.maiindifferenti.it

1 Da il Manifesto, articolo di Eliana Riva del 19 febbraio 2026.

(https://www.maiindifferenti.it, 26 febbraio 2026)

Parlano due artiste del fumetto: Safaa Odah, che dalla Palestina assediata ha continuato a postare i suoi lavori, e Pat Carra, che dall’Italia l’ha notata

Una illustrazione dal libro «Safaa e la tenda» (Fandango) di Safaa Odah
Una illustrazione dal libro Safaa e la tenda (Fandango) di Safaa Odah

Mentre i potenti si accordano su quella che chiamano pace, a Gaza il fuoco israeliano continua a imperversare e a mietere vittime innocenti. La popolazione locale, decimata, ha sperimentato ogni tipo di sofferenza eppure resiste.

L’illustratrice Safaa Odah- come altre prima di lei- lo fa disegnando e diffondendo il suo lavoro sui social. Qui da noi l’attenta e impegnata vignettista Pat Carra nota i suoi post. Tra loro nasce una profonda amicizia e un commovente scambio creativo. È Pat Carra a curare la versione estesa e tradotta in italiano del suo libro Safaa e la tenda (Fandango).

Pat, come hai incontrato il lavoro di Safaa, quali sono le tappe della vostra amicizia e collaborazione?

Ho incontrato Safaa Odah sui suoi social nel 2024, quando ha cominciato a disegnare sulle pareti della tenda perché aveva finito la carta. Mi hanno colpito l’energia e la dolcezza della sua testimonianza sul genocidio, e il suo tratto essenziale e morbido. Le ho chiesto subito di collaborare alla rivista Erbacce, che le ha dedicato la rubrica «Una tenda in Palestina».

Tra noi, nella continuità di messaggi via mail e whatsapp, si è stabilita nel tempo una relazione che tiene insieme amicizia, fiducia, coscienza femminista, lavoro. Un giorno, mentre Safaa attraversava un momento di grande angoscia, sono «entrata» in un suo fumetto disegnandomi accanto a lei: siamo sedute davanti alla sua tenda, che sembra volare.

Siamo a mezz’aria e tenendoci per mano sopravviviamo a un capitalismo che non è definibile con parole umane. I disegni a quattro mani si ripetono nel tempo ma raramente: accadono quando le parole non bastano più. Allora mi appello al fumetto, il linguaggio e la fede che abbiamo in comune, come per incarnare un incontro, e il nostro incontro diventa immaginario e reale nello stesso tempo.

Safaa, bentrovata. Come ti è venuta l’idea di rendere la tenda un personaggio delle tue storie?

Salve a tutti, mi chiamo Safaa Odah, sono un’artista palestinese, precisamente della striscia di Gaza, da dove rispondo a queste domande. Sono stata sfollata il 26 maggio 2024. Mi sono trasferita nell’area di Al-Mawasi, un luogo che non aveva alcun tipo di servizio, un deserto arido. Non avevo una tenda né altro. È stato un inizio molto difficile per me, uno shock psicologico, perché prima vivevo in una casa. È vero che stavamo già vivendo in guerra, ma essere sfollata ha reso la crisi insopportabile, perché abbiamo affrontato tante situazioni indescrivibili. Non avevo una tenda, nulla, in una zona senza alcun mezzo di conforto, solo dune di sabbia, piena di epidemie, insetti e cani. C’erano solo detriti di razzi ovunque. Era un’area insalubre e insicura, ma era tutto ciò che avevamo. Così è iniziata la storia. Ho cominciato con la tenda. Ho vissuto molte storie, crisi, dolori, oppressione e ingiustizia. Disegnavo già prima, ma con la tenda i miei disegni hanno iniziato ad affrontare temi più precisi, più dolorosi e più delicati. Con il tempo, la tenda è diventata testimone dei più piccoli dettagli. È stato naturale che questa tenda diventasse una parte importante del mio libro, La Tenda. Diciamo che la tenda si è imposta su di me.
Come entrano sentimenti come la speranza e la fede nel tuo lavoro?

Sono una credente, ma la mia fede è cresciuta ancora di più durante questa guerra. Dio ha creato dentro di noi un insieme di sentimenti e anche se siamo circondati dalla morte il più importante di questi è la speranza. L’odore della morte proviene da ogni parte, ma dentro di noi c’è sempre una voce che ripete: «Domani sarà migliore». Questo mi ha sostenuto durante questa guerra è la convinzione che domani sarà migliore. Siamo molto fedeli e crediamo che, per tutti i massacri, il dolore, la fame, le perdite e l’oppressione che questo popolo ha vissuto, Dio ci ricompenserà con il bene. Se una persona perdesse questa speranza, sinceramente preferirebbe la morte. Ma la qualità della fede dentro di noi è la nostra pazienza.

Sono cambiati i materiali che usi per disegnare?

Sì, naturalmente le cose sono cambiate. Prima usavo il tablet, come la maggior parte degli artisti. Dal 7 ottobre la situazione è cambiata a causa delle interruzioni di corrente. Non ho elettricità, quindi sono tornata a carta e matita.

Nonostante gli svantaggi e l’allontanamento dalla tecnologia, carta e matita hanno una bellezza speciale, e l’ho sentita riflessa nel mio lavoro. Non è stato facile: avevo solo carta e una matita, e in genere uso un solo colore. Non era facile trovare carta, e a un certo punto sono stata costretta a disegnare sui muri della tenda. Attualmente soffro per la scarsità di penne da disegno specializzate, che sono rare e costose. Anche la carta è limitata, e non c’è spazio per sentirsi liberi di sperimentare o sbagliare. Devo pianificare molto di più rispetto a quando usavo il dispositivo digitale. Nonostante tutto, considero questo cambiamento molto bello. Ho messo molte emozioni nei miei disegni e, grazie a Dio, sono riuscita ad andare avanti. C’era anche la paura che la pioggia o i topi danneggiassero il mio lavoro. Ma finché sono riuscita a trasmettere i miei messaggi, per me è stato un successo.
Cosa vuoi mostrare della vita delle donne in Palestina?

Le donne palestinesi sono molto forti. Siamo state sottoposte a un genocidio devastante i cui dettagli sono diventati estenuanti e dolorosi. È stata una crisi dopo l’altra e col tempo la pressione è diventata enorme. E chi affronta tutto questo? Le donne palestinesi, perché alla fine hanno una famiglia, un marito, dei figli. È vero che anche gli uomini hanno responsabilità, ma le donne hanno portato un peso molto, molto grande. La vita nella tenda non è facile. Come può una madre restare salda? Come può mantenere forti i suoi figli? Come può adempiere ai suoi doveri? Abbiamo sofferto la fame. Come hanno fatto le madri a trovare cibo dal nulla? Non avevamo gas per cucinare. Come hanno trovato legna da ardere quando non ce n’era e i prezzi erano altissimi? Come hanno cercato di mantenere i figli puliti quando dovevano trasportare l’acqua da lontano?

Alcuni codici a barre aggressivi entrano nei tuoi disegni. Che ruolo ha avuto l’economia nel genocidio?

È stato un aspetto molto importante, perché ci ha colpito duramente. Come è stato mostrato sui social e nei notiziari, abbiamo vissuto una carestia che ha occupato una grande parte della guerra. La guerra era dolorosa, ma la fame è stata una storia ancora più grande. Durante la carestia non avevamo letteralmente nulla da mangiare. La cosa più importante per noi — la farina — mancava. A volte si trovava solo un chilo. Considerate che la famiglia più piccola a Gaza ha almeno cinque persone. Un chilo di farina produce solo otto pezzi di pane, e costava non meno di cinquanta dollari, a volte anche di più. Pagare una cifra enorme per pochissimo pane che non bastava a sfamare la famiglia è stato devastante. La farina è stata una delle cose che ci ha divisi. Se avevi farina, la gente diceva: «Sei fortunato, sei quasi un borghese!». Non avevamo zucchero né altro cibo. A volte c’era riso, ma vivere solo di riso era estenuante. Un cucchiaio di zucchero poteva costare dieci dollari. Ricordo quando mio fratello portò farina e zucchero: sembrava una festa. Saltavo come una bambina. Era una reazione normale dopo tanta privazione. Molte persone sono state uccise mentre cercavano di ottenere aiuti, solo per un sacco di farina. È stato un periodo terribile. Anche solo ricordare la carestia mi spaventa. Prego che non torni mai più. Ora, quando vado al mercato e vedo farina e carne disponibili, ringrazio Dio e dico: «Non avrei mai immaginato di vivere abbastanza per rivedere queste cose.»

(il manifesto, 21 febbraio 2026)

Lettera di Sara Salah Ghaly Kodsy

Sono una ragazza egiziana che vive in Italia da molti anni. Ho concluso un percorso di studi di 3 anni che mi ha permesso di ottenere un diploma presso un istituto privato di Milano. Purtroppo per motivi legati alla perdita del lavoro non ho potuto saldare le ultime due rette. Ora questa scuola si rifiuta di consegnarmi il diploma creandomi difficoltà nell’ottenimento del permesso di soggiorno a sua volta legato al rilascio di questo diploma. L’articolo 34 della Costituzione è chiaro: «La scuola è aperta a tutti». Per me significa che l’accesso all’istruzione e il pieno godimento dei suoi effetti, compreso il rilascio del titolo di studio, non possono essere subordinati a condizioni economiche. Il diploma non è un favore che l’istituto concede: è un atto pubblico, con valore legale, che certifica un percorso formativo completato: non può essere trattenuto come garanzia di un credito. Il mancato pagamento delle rette, se esiste, è un debito per il quale l’istituto ha tutti gli strumenti per tutelarsi nelle sedi opportune. Un istituto scolastico, che dovrebbe educare alla legalità, non può permettersi di ignorarlo. Il punto, però, va oltre il tecnicismo giuridico. Una scuola che trattiene un diploma manda un messaggio devastante: che il valore formativo può essere subordinato alla solvibilità economica. Che il merito può essere sospeso in attesa di un bonifico. Che l’istruzione, anziché un diritto, è un servizio premium. Restituirmi il mio meritato diploma non è solo un obbligo di legge. È un atto di responsabilità civile. Perché l’istruzione non è una merce, ma un pilastro della nostra democrazia.

(Corriere della Sera, 21 febbraio 2026)

Il testo che segue nasce da un’iniziativa promossa da un gruppo di cittadine e cittadini di Nantes che ora lo sta rilanciando in tutta Europa.

Non siamo né tecnofobi né adoratori della tecnologia. Vogliamo semplicemente la libertà di usare o non usare Internet per gestire la nostra vita quotidiana. Vogliamo poter parlare con funzionari pubblici competenti o personale tecnico invece di affidarci a una “app”, una “chat”, un “chatbot”, o al robot di un call center che spesso non capisce la nostra domanda. Molte persone stanno perdendo l’accesso ai propri diritti per scoraggiamento di fronte a procedure amministrative online falsamente “semplificate”.

La connettività digitale dovrebbe essere un’opzione, non un obbligo.

La tecnologia digitale sta facendo sempre più presa, anno dopo anno, e allo stesso tempo le relazioni umane vengono minate. L’obsolescenza della nostra umanità viene programmata. L’uso diffuso del GPS ha ridotto il nostro senso dell’orientamento, le enciclopedie online stanno diminuendo la nostra capacità di memorizzazione, l’insegnamento basato sugli schermi abbassa il rendimento scolastico (secondo il rapporto PISA dell’OCSE), e l’intelligenza artificiale generativa o sintetica rischia di renderci inutili decidendo tutto per noi. L’ascesa dell’Internet delle Cose e dei Corpi (IoT & IoB), insieme ai progetti transumanisti per un’umanità “potenziata”, sono tutt’altro che rassicuranti. A poco a poco, stiamo diventando “foraggio di dati”, tracciati come merci o animali.Ogni pretesto – sicurezza, pandemie, terrorismo, abuso sui minori – viene usato per giustificare una sorveglianza e un controllo digitale sempre crescenti. La crescente centralizzazione dei nostri dati più personali in banche dati digitali è motivo di preoccupazione. Il passaporto biometrico e il Portafoglio di Identità Digitale aprono la strada a nuove forme di totalitarismo. La rete digitale non sta forse diventando la nostra prigione? Qualsiasi sistema interconnesso, centralizzato e obbligatorio, inoltre, non solo minaccia le libertà, ma comporta anche delle vulnerabilità.

La connettività è richiesta in quasi ogni aspetto della vita quotidiana: lavorare da remoto, ricevere un pacco, spedire una lettera, aprire la porta di un edificio, effettuare un’operazione bancaria, prenotare una visita medica o accedere ai servizi pubblici. Più recentemente, la soppressione dei biglietti ferroviari, la fine delle ricevute stampate, l’avvento della valuta digitale, fanno tutti parte di un processo che invia un flusso di informazioni a sistemi di archiviazione fuorvianti etichettati come “nuvola smaterializzata” che sono semplicemente dei centri di dati energivori che consumano acqua e invadono terreni agricoli su più continenti. La propaganda anti-cartaha plasmato le nostre menti a tal punto che crediamo in buona fede di agire nell’interesse del Pianeta ricevendo annunci online senza fine ed essendo automaticamente reindirizzati a piattaforme digitali, dimenticando nel frattempo l’enorme impronta ecologica che hanno la produzione e l’alimentazione dei dispositivi elettronici. La carta può essere riciclata sei volte, mentre un cosiddetto smartphone può a malapena essere riciclato! Vogliamo poter mantenere valuta fisica, assegni, biglietti del treno e del cinema, libri di testo e passaporti… su carta. Desideriamo preservare l’uso secolare di libri e documenti stampati, che sono stati il fondamento delle nostre civiltà, e mantenere il contatto umano. Siamo impegnati a mantenere una vera vita sociale senza smartphone.

In nome della comodità e del “progresso”, il mercato, guidato esclusivamente dal profitto a breve termine e cieco rispetto alle vulnerabilità comprovate dei bambini, sta spingendo l’innovazione tecnologica (come il 5G, e presto il 6G) e incoraggiando i clienti a cercare una connessione costante, manipolativa e che crea dipendenza. Alcuni affermano persino, cinicamente o ingenuamente, di servire in questo modo la “transizione ecologica”! Ma questa società iperconnessa di dipendenza e di controllo digitale, di fatto, è ecologicamente irresponsabile e insostenibile: perché sovraccaricare la rete elettrica con il rischio di blackout? Perché dovremmo sviluppare strumenti che esauriscono le risorse limitate del pianeta, inquinano e distruggono la biodiversità senza ridurre la nostra impronta di carbonio? Servono 183 chilogrammi di materie prime per produrre uno smartphone che pesa 170 grammi, e 32 chilogrammi per il circuito integrato di un microchip di 2 grammi. Possiamo accettare di deturpare il nostro pianeta per alimentare miliardi di dispositivi digitali? La guerra (globale) per metalli, terre rare e acqua è già iniziata; sempre più acqua sarà necessaria per fabbricare i nostri innumerevoli gadget digitali e raffreddare la proliferazione di data center e delle centrali nucleari.

Per avere comunicazioni sempre più veloci, reti di satelliti civili e militari ingombrano e danneggiano i cielicon detriti nonostante scienziati, astronomi e meteorologi abbiano lanciato l’allarme al riguardo. Noi vogliamo la PACE – e una maggiore saggezza nel mondo.

Il legame ben documentato tra la distruzione del pianeta e la perdita dei legami umani è vissuto come una catastrofe persino dalle generazioni più giovani, che sono le più connesse digitalmente. Questo disastro ci costringe a cambiare rotta: non è certo imponendo a tutti di sopravvivere e consumare tramite uno smartphone – o anche una connessione cablata – che salveremo l’umanità e il mondo vivente.

L’impatto della sovraesposizione agli schermi sulla salute mentale e fisica, sullo sviluppo e sul benessere emotivo di bambini e adolescenti è ben documentato. Sono loro i più vulnerabili agli effetti dannosi delle radiofrequenze senza fili e alla manipolazione dei social media.

Sul punto di essere imposta, la connettività universale può portare a discriminazione e disagio per coloro che sono colpiti da analfabetismo digitale, che non si sentono a proprio agio con Internet o che non vi hanno accesso, e per coloro che soffrono di sintomi di Ipersensibilità Elettromagnetica (EHS) o Sindrome da Radiazioni Elettromagnetiche (ERS), il cui numero è in costante aumento a causa dei sistemi di comunicazione senza fili e degli smart meter. Ridurre l’inquinamento elettromagnetico gioverebbe a tutti, comprese la fauna e la flora. Come nel caso dei pesticidi, dei neonicotinoidi, dei PFAS, degli interferenti endocrini, e di altri disturbi causati dalla nostra civiltà industriale, i problemi di salute associati alla radiazione a microonde pulsata che si accumula nel nostro ambiente sono deliberatamente sottostimati sotto la pressione delle lobby che seminano dubbi nonostante i numerosi solidi studi scientifici.

Gli attacchi informatici agli ospedali e il saccheggio dei dati sanitari aumenteranno in un interminabile gioco tra guardie e ladri. Dobbiamo finalmente accettare che non saremo mai pienamente protetti, nonostante la retorica rassicurante e interessata sulla sicurezza digitale.

La discriminazione colpisce le persone che:

– per consapevolezza ecologica rifiutano lo spreco energetico imposto dalla tecnologia digitale e l’obbligo di essere costantemente connessi;

– per consapevolezza economica rifiutano di acquistare dispositivi connessi ad alta tecnologia troppo rapidamente obsoleti e spesso inutili;

– per consapevolezza umanitaria rifiutano lo sfruttamento di lavoratori-clic impoveriti per arricchire i dati dell’IA e quello dei bambini nelle miniere di cobalto e terre rare iperinquinate in Congo e altrove, bambini che, lontano dai nostri occhi, stanno pagando un prezzo molto alto per il nostro comfort digitale;

– per consapevolezza politica resistono al controllo del Grande Fratello, all’estorsione del consenso, e agli eccessi della sorveglianza digitale di massa;

– a causa di una malattia ambientale rifiutano l’ubiquità dell’inquinamento elettromagnetico che mina i loro diritti fondamentali e la loro autonomia.

Il fascino per le tecnologie digitali che hanno i nostri rappresentanti eletti, i media e gran parte della popolazione ci ha accecati rispetto al suo potenziale devastante. Speriamo fortemente che ascoltino il nostro appello. Esiste la possibilità di ritrovare una vita desiderabile in un mondo vivibile. È semplice, economica e alla portata di tutti: è la libertà di SCELTA, ovvero di non connettersi o di disconnettersi. Questo passo indietro permetterebbe il ritorno della poesia, della convivialità e della coesione umana.

Prima che sia troppo tardi, è tempo di reclamare la nostra sovranità umanain un mondo saturo di tecnologia digitale, di allontanarci dall’assuefazione distruttiva nei confronti di un sistema economico fondato sull’estrazione intensiva delle risorse naturali e sulla produzione di rifiuti elettrici, e di abbracciare una vera sobrietà, iniziando con una drastica riduzione del nostro consumo digitale. Ciò riguarda la nostra salute fisica e mentale, il nostro libero arbitrio e la nostra capacità di discernimento – sempre più ridotti – così come il destino del nostro pianeta già malato.

C’è ancora tempo per tessere legami senza il filtro degli algoritmi e per reimparare l’autonomia umana. Si tratta di difendere le nostre libertà: difendere la nostra privacy, la protezione sociale, la salute, la qualità della vita e il riconoscimento delle minoranze. È anche un appello a riscattare la nostra immaginazione.

È tempo di completare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Rifiutiamo l’obbligo di essere connessi e la digitalizzazione della nostra vita sociale. Ci connetteremo quando e se, NOI, I CITTADINI, decideremo consapevolmente di farlo.In gioco vi sono lo spirito stesso della democrazia, il futuro delle nostre civiltà, e i valori di un nuovo umanesimo esteso a tutti gli esseri viventi.

Richiediamo l’istituzione di un DIRITTO UNIVERSALE E COSTITUZIONALE A ESSERE OFFLINE O ALLA DISCONNESSIONE.

Collectif nantais de veille citoyenne (CNVC) Nantes Citizens’ Watch Collective – dicembre 2025
https://internationaldisconnectionmanifesto.org/
https://internationaldisconnectionmanifesto.org/formulaire-form/
Per adesioni: colnantvigilcit@proton.me

(traduzione di Francesca Romana)

Avevo sentito il papa in televisione attaccare le donne come guerrafondaie per via dell’aborto. Si era appoggiato a Santa Teresa di Calcutta. Dall’attacco all’Irak, che ignorò milioni di pacifisti contrari in tutto il mondo, e dopo quello alla Libia di Gheddafi, che sino al giorno prima appariva nei media italiani come amico, sono diventata studiosa della difficile transizione ad una pratica politica di risoluzione pacifica dei conflitti nel mondo, già intrapresa con il femminismo. La Chiesa cattolica per molti aspetti valorizza una educazione umanitaria, la seguo con qualche speranza nei media, ma nei rapporti con le donne è regolarmente opprimente. Quando ho letto sull’Avvenire un articolo che riprendeva il nome della guerra legandolo all’aborto al link che segue

https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/aborto-il-nome-della-guerra-che-muoviamo-contro-noi-stessi_104046, ho voluto protestare perché della guerra vera le donne sono in più modi le principali vittime. Ho voluto parlare in nostro favore anche per noi stesse che ci muoviamo su fronti anche contrapposti nel prendere coscienza. Per questo con il sostegno della redazione pubblichiamo sia la lettera originale, che Avvenire ha pubblicato solo in parte e comunque in modo efficace, sia la versione riassunta con la risposta del giornalista, che si può leggere in calce.

Antonella Nappi

«Sono una lettrice di Avvenire. L’articolo di Roberto Colombo “Aborto: il nome della guerra che muoviamo contro noi stessi”, pubblicato il 3 febbraio,mi è sembrato un’attribuzione di responsabilità alle donne non verosimile per le guerre che oltraggiano la vita nel mondo.

Noi donne di figli ne abbiamo messi al mondo tanti nella storia dell’umanità in mezzo a guerre senza sosta. Non si è partiti dalle nostre gestazioni per fare guerra agli altri ma proprio dagli uomini, nati da donne di cui non hanno saputo riconoscere l’autorità di dare la vita. Accettate di confrontarvi con un potere che è nei fatti: le donne fanno i figli e dipendete dalla loro volontà per nascere. È questo riconoscimento dell’autorità femminile che dà una misura al potere maschile e questo confronto con l’altro è un limite decisivo per permettere la pace anche con tutti gli altri.

Senza misura di sé e dell’altro che ha il suo piccolo potere, le fantasie di pace non hanno valore. La vita è molteplice e anche agguerrita, in natura, in tutte le sue forme. Senza educazione alla misura e alla contrattazione tra i propri bisogni e quelli degli altri non c’è equilibrio. Non si arriva alla pace.

Sì, tuteliamo la maternità con il disarmo unilaterale, con l’assegno di vitalità ad ogni bambino nato dalla donna che lo ha creato in nove mesi di gravidanza e amato e alimentato.

Parlate di “ingiustizia nel grembo materno” quando parlate di aborto, ma le donne sono persone, non macchine per la vita, anche la loro vita va tutelata, come la nostra legislazione fa permettendo l’interruzione di gravidanza in tempi in cui ancora non si profila la realizzazione della persona umana. Imporre la gravidanza è profittarsi delle donne, non dare loro dignità.

Io credo che gli uomini dovrebbero rivolgersi agli uomini. Non insinuatevi con un “noi” nella vita delle donne, non siete “noi”, i maschi sono un altro corpo, un altro potere personale, un altro nato dal corpo diverso che ha la madre. Ditevi l’altro potere e veniamo a patti. Ripartite finalmente da voi uomini nel rispetto dell’altro che può fare la pace, dal riconoscimento dell’autorità femminile. Parafrasando Colombo: se voi maschi non farete la guerra a chi vi è vicino, alle donne che vi danno la vita, saprete mettervi al servizio della pace anche con chi vi sta lontano.

Evitare il concepimento, indossare una protezione se la donna ti domanda effusioni sono misure necessarie. Ma anche: i figli devono essere voluti per farli. Non siamo in un pianeta quasi disabitato come alle origini; siamo in un pianeta molto popolato che ha necessità di condividere le risorse e preservarle dal dispendio. Siamo in un paese armato da tutte quelle armi che si sono sommate nella storia e oggi ci possono uccidere tutti. La convivenza pacifica deve partire finalmente da un nuovo rispetto del secondo sesso da parte di quel primo che si è impadronito di ogni visione del mondo.

4 febbraio 2026

Antonella Nappi»

da Avvenire del 19 febbraio 2026

Sono una lettrice di Avvenire, l’articolo di Roberto Colombo “Se aborto è il nome della guerra che muoviamo contro noi stessi”, pubblicato il 3 febbraio, mi è sembrato un’attribuzione di responsabilità alle donne non verosimile per le guerre che oltraggiano la vita nel mondo. Noi donne ne abbiamo messi al mondo tanti di figli nella storia dell’umanità in mezzo a guerre senza sosta. Non si è partiti dalle nostre gestazioni a fare guerra ma proprio dagli uomini, nati da donne di cui non hanno saputo riconoscere l’autorità di dare la vita. Accettate di confrontarvi con un potere che è nei fatti, le donne fanno i figli e dipendete dalla loro volontà per nascere… Io credo che gli uomini dovrebbero rivolgersi agli uomini. Non insinuatevi con un “Noi” nella vita delle donne, non siete ‘noi’, i maschi sono un altro corpo, un altro potere personale, un altro nato dal corpo diverso che ha la madre… La convivenza pacifica deve partire finalmente da un nuovo rispetto del secondo sesso da parte di quel primo che si è impadronito di ogni visione del mondo.

Antonella Nappi

Ringrazio la gentile lettrice di Avvenire per aver preso in considerazione il mio commento alle parole di Leone XIV pronunciate il 31 gennaio. Hanno maggior titolo del mio il Santo Padre e la Santa Teresa di Calcutta, di cui il papa ha citato la frase oggetto di critica, per rispondere alle osservazioni della professoressa Nappi. Da parte mia, solo una brevissima nota. Le parole «il più grande distruttore della pace è l’aborto» sono uscite dall’animo e dalla bocca di una donna, Teresa, non di un uomo. Una donna la cui esistenza si è consumata al servizio delle donne (e non solo dei maschi) più povere e abbandonate di Calcutta e dei loro figli e figlie. Un servizio umile e gratuito che ha restituito alle donne, nei gesti concreti più che nelle parole, quella dignità di «persone, non macchine per la vita» che la docente chiede giustamente che sia riconosciuta. Una dignità umana che possiede anche chi vive per nove mesi nel ventre della madre.

Roberto Colombo

(www.libreriadelledonne.it, 20 febbraio 2026)

Piove. Piove ancora e ancora.

A Niscemi, ormai, guardiamo la pioggia con infinita tristezza.

Il 25 gennaio abbiamo dovuto fare i conti con l’ennesima frana.

Nel 1997 alcune famiglie persero la casa e una chiesa del Settecento venne distrutta.

Oggi ci troviamo di nuovo davanti allo stesso fenomeno, allo stesso disastro ambientale.

Molte famiglie hanno perso la propria casa.

Millecinquecento persone sfollate hanno dovuto dire addio non solo a un’abitazione, ma alla loro storia personale.

Perché una casa non è solo un alloggio: ogni casa del quartiere Sante Croci era lì da secoli e custodiva la memoria di generazioni.

Abbiamo ascoltato il racconto di amici e parenti: uscire di casa per andare a lavorare e non poterci più tornare. Mai più.

Le case, con tutto ciò che contenevano, sono scivolate giù nella vallata.

Una frana enorme, alta 55 metri, che lentamente e angosciosamente continua a inghiottire altre abitazioni.

È una frana lenta.

Odia le cose, non le persone.

Continuo a ripetermi che nessuno si è fatto male.

Le cose sono cose, si possono ricomprare.

Le persone stanno bene, ed è questo che conta davvero.

Niscemi è stata solidale.

La Sicilia è Sicilia: qui non si lasciano soli amici e parenti.

Anche se il palazzetto dello sport è stato subito attrezzato come dormitorio e punto di ristoro, nessuno ci è andato.

Tutte le famiglie sfollate sono state accolte da amici e parenti.

È questo che ci ha uniti ancora di più, nel dolore e nel disagio di chi ha perso tutto.

Niscemi è triste.

Siamo tutti sfollati, anche chi, come me, abita nelle cosiddette zone “verdi”.

Abbiamo perso una parte della nostra identità.

Il centro storico, la piazza, il Belvedere: ogni giorno vivono sotto il pericolo del crollo.

E anche se non crolleranno, non saranno più gli stessi.

Non saranno più il luogo delle feste patronali, delle serate estive affollate da chi tornava dalla Germania per le vacanze.

La nostra gioventù, quel parcheggio dove una volta c’erano le giostre accanto a una chiesa già scomparsa, oggi non esiste più.

Resta una strada interrotta che porta al nulla.

Un vuoto che stringe il cuore.

Un vuoto che ci avvicina ai nostri compaesani che non hanno potuto salvare nulla: le foto di famiglia, il gioco preferito di un figlio, il vestito indossato in un giorno speciale.

Tutto finito in quel burrone.

Oppure chiuso dietro una porta serrata per sempre, senza sapere se e quando si potrà riaprire per recuperare qualcosa.

Niscemi guarda la pioggia cadere copiosa, come se volesse fermarsi solo dopo aver trascinato tutto giù nella vallata.

Siamo tutti uniti, nel silenzio e nel respiro sospeso, nella consapevolezza di aver perso una parte della nostra identità e della nostra storia.

Eleonora Pedilarco, amica delle Città Vicine e artista-pittrice dei sentimenti e dell’impegno sociale (ha lottato per impedire il MUOS a Niscemi e salvare la secolare sughereta dove sorge), nonché insegnante della prima infanzia, su richiesta di Anna Di Salvo ha scritto per noi questa testimonianza.

(www.libreriadelledonne.it, 19 febbraio 2026)

A quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina. la guerra non è finita. È stata normalizzata. Non è più raccontata come emergenza, ma come condizione stabile del presente. Una guerra amministrata: con flussi di armi, dichiarazioni rituali, commemorazioni selettive e un linguaggio che separa ciò che è dicibile da ciò che deve restare impensabile. La responsabilità dell’aggressione russa è un fatto politico e giuridico chiaro. Ma fermarsi a questo significa accettare una narrazione che assolve il resto.

Perché, dopo quattro anni, la pace non è mai stata costruita come possibilità reale?

Nel discorso dominante occidentale, la guerra in Ucraina è diventata il paradigma della guerra combattuta in nome dei valori, della democrazia, dell’ordine internazionale. Ma proprio questa retorica ha permesso di sostituire la politica con la militarizzazione, la diplomazia con la deterrenza, la pace con una promessa sempre rinviata. La guerra viene sostenuta, resa sostenibile e prolungata mentre i costi reali vengono scaricati sui corpi, sulle vite quotidiane, sulle relazioni sociali di chi la abita.

Questa struttura discorsiva è la stessa che si riproduce in Palestina, dove la violenza coloniale e genocidaria viene giustificata come autodifesa; la stessa che agisce nel racconto dell’Iran, ridotto a minaccia astratta mentre vengono cancellate le lotte delle donne e dei movimenti che lo attraversano. Cambiano i contesti, ma la struttura e identica: alcune vite sono narrate come degne di protezione, altre come sacrificabili; alcune violenze sono chiamate crimini, altre necessità strategiche.

Si tratta di una logica selettiva che invoca il diritto internazionale quando serve, lo sospende quando ostacola; difende la sovranità di alcuni popoli, ne nega l’esistenza ad altri; parla di pace solo dopo aver reso la guerra irreversibile. In questo schema, la pace e una parola svuotata, buona per i discorsi, non per le decisioni.

Noi rifiutiamo questa narrazione, rifiutiamo l’idea che la guerra sia uno strumento inevitabile di governo del mondo. Rifiutiamo la separazione tra conflitti “giusti” e conflitti “indicibili”. Rifiutiamo che la pace venga trattata come una concessione all’aggressore invece che come una responsabilità collettiva.

A quattro anni dall’inizio del conflitto In Ucraina – e mentre tanti altri proseguono in altre parti del mondo – non si può lasciare che la guerra continui a governare il presente. Serve costruire disarmo, verità e responsabilità, sottraendo la politica alla logica della morte amministrata e restituendo centralità alla vita, ai corpi e alle relazioni.

Martedì 24 febbraio dalle 17.00 alle 19.00 il Presidio Donne per la Pace sarà in piazza Massimo.

UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI – Emily-Governo di Lei – CIF – Le Onde – Arcilesbica – Donne della Comunità dell’Arca – Donne del Movimento nonviolento -Donne del Circolo Laudato si’.

https://www.facebook.com/people/Presidio-donne-per-la-pace-Palermo/61575679581058/?_rdrhttps://www.instagram.com/presidiodonne_palermo/-

(Pressenza, 18 febbraio 2026, https://www.pressenza.com/it/2026/02/fuori-la-guerra-dalla-storia-quattro-anni-dopo/)

La violenza contro le donne resta ancora, nella maggior parte dei casi, IMPRESENTABILE.

Non c’è bisogno di arrivare alla questione del “consenso”, introdotto nel ddl Buongiorno, per sapere che sono le donne, per il pregiudizio atavico della ideologia patriarcale, a dover dimostrare che non “se la sono cercata”, che non sono state loro a “dare corpo” alla sessualità dell’uomo.

Di fronte alla violenza maschile in tutte le sue forme, invisibili – molestie sessuali, condizionamenti psicologici, ricatti lavorativi, dipendenza economica, ecc. – e manifeste – stupro, maltrattamenti, tentato femminicidio, segregazione, ecc. – sappiamo bene quanto sia difficile per una donna darne testimonianza pubblica, o arrivare alla denuncia. Quanto conta la paura della ritorsione vendicativa da parte dell’aggressore e quanto invece quella di dover affrontare una legge improntata da millenni allo stesso sessismo per cui si chiede giustizia? Quanto fanno da freno rapporti con datori di lavoro, legami affettivi con un familiare, l’idea di una “colpevolezza” già inscritta in un corpo identificato con la sessualità, la “caduta”, il “peccato”? Quanto è più difficile alzare la propria voce contro una aggressione sessista per la donna che, essendo conosciuta pubblicamente, sa di sollevare pettegolezzi, voyeurismo, spettacolarità, curiosità e dubbi sulla sua condotta?

Se il Me-too si è alzato all’improvviso e ingrossato rapidamente come l’onda anomala di un tifone marino, è perché era già il fondamento traballante, il “mare ribollente” di un vissuto quotidiano impossibile da “nominare”.

Per questo è importante che, oltre a manifestare e opporsi a leggi che rafforzano paure e silenzi, si torni a indagare fin dalle sue origini la cultura patriarcale, inscritta nelle istituzioni, nei poteri, saperi e linguaggi della sfera pubblica, e purtroppo anche “nell’oscurità dei corpi”, come dice Pierre Bourdieu. È da lì che va snidata per evitare che la vittima diventi col suo silenzio, forzatamente e suo malgrado, complice dell’aggressore.

“Non sei sola” deve voler dire che, oltre a contare sulla solidarietà di tante altre donne, si può fare riferimento a teorie e pratiche di un movimento di liberazione dal dominio maschile, la cui voce è diventata ormai incancellabile dal dibattito culturale e politico.

(Comune-info, 17 febbraio 2026)

Nella sede della “Società di Storia patria” esponenti dei vari gruppi femministi catanesi hanno presentato il libro Corpi e parole di donne per la pace, Navarra editore, curato da Mariella Pasinati. Il testo racconta l’esperienza di Palermo dove, allo scoppio della guerra in Ucraina, femministe dai differenti percorsi e pratiche – sulla spinta della “Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale Udi Palermo” – hanno deciso di tenere, una volta a settimana ai piedi del monumento ai caduti, un presidio permanente per invocare la pace e per elaborare pensieri e pratiche di pace. Un presidio che continua tutt’ora e che ha prodotto incontri, riflessioni, documenti, volantini, rappresentazioni artistiche e soprattutto una rete di relazione con donne pacifiste di tutta Italia. Donne talvolta in conflitto tra loro, anche sul tema della difesa del proprio territorio, ma unite dalla fedeltà al proprio genere e alla politica e alla pratica della differenza femminista che, tra l’altro, prevede la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo e la capacità di mediare, e mai con l’uso della violenza.

Donne per la pace che, come ha sottolineato Mirella Clausi, sono consapevoli della loro specificità anche rispetto ai maschi pacifisti che partono da un approccio geo-politico, mentre loro partono dai propri corpi che creano la vita – corpi troppo spesso oggetto di violenza – e dalla consapevolezza che la guerra è solo terribile strage e distruzione di tutto. Anche se oggi molte donne sono arrivate al potere e lo gestiscono secondo logiche maschili improntate al nazionalismo con l’accaparramento delle risorse e le gerarchie che questo implica, come denuncia Pina Mandolfo. Contro la logica di guerra queste femministe hanno scritto, in relazione con i gruppi di tutta Italia, una “Carta per l’impegno per un mondo disarmato” che punta sulla smilitarizzazione del pensiero e del linguaggio e sull’educazione basata sui principi pedagogici di Maria Montessori. Perché la guerra comincia prima, attraverso l’educazione alla competizione e la costruzione del nemico. Di qui – come ribadisce Giusi Milazzo – l’importanza della scuola, della storia e della memoria delle antenate pacifiste.

Queste donne sono convinte che se gli uomini potessero abituarsi a creare sfogando la loro aggressività nella creazione il mondo potrebbe cambiare. Da loro, con le parole della filosofa Luisa Muraro, la ricetta che prevede «quanto basta per combattere senza odiare, quanto basta per disfare senza distruggere, quanto basta per lottare senza farsi distruggere». E, su tutte, una parola d’ordine: «Fuori la guerra dalla storia». La Carta sarà presentata a Roma a fine mese. Intanto le donne per la pace hanno cominciato a tessere, ognuna nei propri contesti, un grande arazzo che porteranno in piazza in ognuna delle loro iniziative, un lavoro di tessitura artistico-artigianale che simboleggia la possibilità di ricomporre le ferite e le lacerazioni. Un telo protettivo che a settembre sarà portato e steso a Gibellina.

(La Sicilia, 17 febbraio 2026)

Il 15 febbraio del 1996, appena trent’anni fa, venne approvata la legge “Norme contro la violenza sessuale” che dopo quasi vent’anni e sei legislature riconosceva la violenza sessuale non più come un reato contro la morale e il buon costume, ma come un delitto contro la persona. Le donne cominciarono dunque ad essere al centro degli interessi legislativi come soggetti di diritto, al posto della difesa dell’istituzione familiare, del buon costume, della morale pubblica e, in definitiva, della proprietà maschile.

La modifica del Codice penale arrivò a conclusione di uno degli iter parlamentari più lunghi e difficili della storia della legislazione italiana, che accese discussioni e dibattiti dalla fine degli anni Settanta fino alla metà inoltrata degli anni Novanta, e che divise in modo aspro il movimento femminista. Ma prima che giudici e deputati si pronunciassero furono proprio i collettivi femministi a occuparsi della questione, dopo anni trascorsi a fianco delle vittime di violenza nei tribunali, nei centri antiviolenza autogestiti, che nacquero proprio in quel periodo, e nelle piazze. Facendo uscire dall’invisibilità la questione della violenza maschile e presentando infine, nel 1980, una legge di iniziativa popolare.

Dopo anni di lotta per il diritto all’aborto il tema della violenza, fino a quel momento negato o sottovalutato dall’opinione pubblica, dai partiti e dalle istituzioni, entrò nell’orizzonte politico dei femminismi nei primi anni Settanta. Nel 1975 il “massacro del Circeo” divenne uno dei fatti di cronaca più sconvolgenti della storia d’Italia di quegli anni. L’anno dopo a Verona si tenne un importante processo per stupro. Nel 1978 vi fu il processo di Latina poi trasmesso dalla Rai, che ebbe un’enorme risonanza mediatica e fu seguito da circa nove milioni di telespettatori. Nel mezzo ve ne furono altri ancora.

Ciò che li accomunava tutti era una nuova pratica avviata dai femminismi: la cosiddetta “politica dei processi”. Le femministe cominciarono cioè a occupare le strade, le piazze e le aule di tribunale a fianco delle donne stuprate, riuscendo a farsi riconoscere come parte civile e decidendo di conseguenza di trasformarsi in associazioni riconosciute, superando il loro carattere informale e accettando in qualche modo di misurarsi con le istituzioni.

Fu in questo periodo che in Italia nacquero i primi centri antiviolenza autogestiti. Nel 1979 il Movimento di Liberazione della Donna (Mld), inizialmente federato al Partito Radicale, fondò nel palazzo occupato di via del Governo Vecchio a Roma il Centro contro la violenza sulle donne, su ispirazione dei cosiddetti “rape center” già presenti negli Stati Uniti e in Inghilterra, che alcune attiviste avevano visitato.

Il Centro si fece carico di accogliere le tante donne che arrivavano a chiedere aiuto: ciò che le donne del collettivo offrivano era assistenza medica, legale, psicologica, spesso ospitalità nelle proprie case, ma al di fuori di una logica puramente assistenziale e di servizio. Piuttosto, con un obiettivo ampio e radicale: trasformare lo stupro e la violenza domestica in questioni politiche di fronte all’immobilità dei partiti e «di tutta la sinistra che è capace solo di farci dei bei funerali quando crepiamo violentate», come scrisse l’Mld in un bollettino del 1976.

Nel tentativo di capire la realtà del problema le femministe del Centro diffusero un questionario tra mille donne nei supermercati, al mercato o all’uscita dalle scuole. Attraverso le testimonianze raccolte con i questionari, presso il Centro e nelle aule di tribunale cominciarono a definire i contorni di una realtà fino a quel momento fumosa. Emerse che la maggior parte delle violenze non avveniva nello spazio pubblico, ma nelle case, in famiglia, al lavoro. Si identificarono le responsabilità della polizia e dei giudici, facendo emergere la violenza che le donne subivano in un secondo momento (e spesso ancora subiscono) nelle aule di tribunale passando dall’essere accusatrici ad accusate. Si inquadrò lo stupro non come un atto sessuale, ma come un atto di controllo e potere quotidiano, strutturale e trasversale. E si rivendicò la normalità dello stupratore: non un malato, non un mostro o un maniaco, ma un uomo, il figlio sano, così diceva lo slogan, del patriarcato.

Le conclusioni a cui le femministe arrivarono svelarono una situazione così drammatica da far ritenere che determinate norme del Codice penale dovessero essere riviste. Nei codici le donne erano considerate solo come mogli, madri, figlie e mai come soggetti di diritto: «Le leggi attuali servono soltanto a garantire agli uomini, ai padri, ai mariti, ai fratelli, che le loro figlie, mogli, sorelle sono loro esclusiva proprietà e che non possono essere impunemente usate da nessun altro», scrissero sempre le donne dell’Mld.

Il Codice penale in vigore, il Codice Rocco, promulgato durante il fascismo, considerava la “violenza carnale” come un reato contro la moralità pubblica e il buon costume. Imponeva la querela di parte, la non procedibilità d’ufficio dunque, e la pena prevista andava dai tre ai dieci anni. E distingueva tra “violenza carnale” e “atti di libidine violenta”, espressione nella quale erano compresi gli atti sessuali senza penetrazione, puniti con pene più leggere. Il Codice Rocco infine, pur riconoscendo il reato di rapimento a fini di matrimonio o libidine, prevedeva una clausola di estinzione in caso di successive nozze che sarebbero andate a ripristinare l’ordine sociale.

Questo inquadramento rendeva necessario verificare se ci fosse stata o meno penetrazione, e in quali forme. E nel caso di “congiunzione carnale” doveva essere provato che ci fosse stata violenza, che non ci fosse stata provocazione da parte della donna e che il corpo di lei ne portasse i segni. In questa prospettiva l’eventuale violenza carnale esercitata dal marito sulla moglie non era considerata un reato, risultando l’atto sessuale un “diritto” acquisito con il matrimonio.

Già allora le vittime non denunciavano quasi mai le violenze subite: perché sapevano che sul banco degli imputati ci sarebbero finite loro, che la loro condotta pregressa sarebbe stata minuziosamente inquisita e i loro organi genitali ispezionati. Non denunciavano a causa delle frequenti minacce degli aggressori, che la querela di parte innescava, e perché sulle vittime, nonostante fossero vittime, pesava lo stigma del disonore.

Per superare tutto questo l’Mld cominciò dunque a lavorare a un progetto di legge di iniziativa popolare per cui raccogliere 50mila firme, discutendone anche agli incontri femministi che in quegli anni si svolsero in Europa con centinaia di donne di ogni paese. La proposta fu poi fatta propria da buona parte del movimento e per sostenerla si costituirono centinaia di comitati promotori in tutta Italia.

Le femministe chiedevano che lo stupro fosse considerato un reato contro la persona e non contro la morale, l’equiparazione di violenza sessuale e carnale, l’eliminazione delle attenuanti, la procedibilità d’ufficio, l’estensione del reato anche all’interno del rapporto coniugale, la possibilità per le associazioni delle donne di costituirsi parte civile. Chiedevano anche processi per direttissima (più rapidi perché non prevedono l’udienza preliminare), dibattimenti a porte aperte con il consenso della vittima, una linea telefonica di emergenza attiva 24 ore su 24 per la violenza domestica e che lo stato fornisse case per creare rifugi per le donne vittime di violenza.

L’adesione superò le aspettative e nel marzo del 1980, con 300mila firme, il progetto di legge venne presentato al parlamento. Ma aprì, all’interno del movimento femminista, un conflitto soprattutto tra i gruppi più radicali, che non avevano fiducia né nel diritto né nelle istituzioni quali massime espressioni della cultura maschile: consideravano la procedibilità d’ufficio come una nuova imposizione alla vittima, la richiesta di potersi costituire parte civile come una sorta di assenso alla rappresentanza politica e pensavano che le donne, non essendo né un ceto, né una classe sociale, non potessero trovare una risposta univoca nelle norme.

A quel punto la violenza sessuale era entrata nel dibattito, sui quotidiani, in TV, nelle discussioni dei partiti e dei sindacati. E portò all’inizio di un iter che durò quasi vent’anni.

Alla fine degli anni Settanta comunisti, democristiani, socialisti, repubblicani, liberali, socialdemocratici e missini depositarono le loro proposte. Tutte concordavano sulla necessità di una modifica del Codice penale, ma alcune erano repressive, come quella dell’MSI, altre erano repressive e preventive insieme, come quella dei democristiani che dichiararono guerra alla pornografia. Quelle dei comunisti e dei socialdemocratici erano invece orientate alla tutela della libertà delle donne e quella dei socialisti guidati da Maria Magnani Noya, avvocata molto presente durante i processi per stupro degli anni Settanta, era la più vicina alle istanze del femminismo e l’unica che proponeva di spostare il reato di stupro nel capitolo dei delitti contro la persona. Quasi tutti i partiti scelsero comunque di non esplicitare il riferimento al consenso e di lasciare il concetto di costrizione e minaccia: questione ancora oggi in discussione.

Questo fu comunque solo l’inizio. Poi passarono altre cinque legislature, un tempo durante il quale vennero presentate molte altre proposte di legge, e un tempo in cui si tentò di nuovo di affermare che stuprare una donna fosse soltanto un’offesa alla morale. Di fronte a questo immobilismo, nel 1995 le parlamentari decisero di incontrarsi, discutere e confrontarsi al di fuori delle discipline partitiche per scrivere un testo comune e condiviso. Aderirono 74 parlamentari su 88. Il 23 maggio del 1995 la proposta di legge (firmata in ordine alfabetico da tutte loro per sottolineare l’elaborazione comune) venne consegnata alla Camera. Fu definitivamente approvata il 14 febbraio del 1996 e pubblicata l’indomani.

(ilpost.it, 15 febbraio 2026)

Nei giorni in cui il ciclone Harry devastava le coste della Calabria, della Sicilia e della Sardegna, dieci barche cariche di uomini, donne, bambine e bambini, erano state messe in mare, con la forza, dai trafficanti. Su quelle barche viaggiava una massa umana, travolta dalla furia del ciclone e inghiottita dal mare. Era partita da un porto della Tunisia, Sfax. Era diretta in Sicilia non per invaderci, per “islamizzarci” e realizzare la “sostituzione etnica”, ma per fuggire da fame, guerre, torture, miseria, povertà, persecuzioni, col sogno di “rifarsi una vita” altrove, in un paese accogliente, libero e democratico. Un altrove che da dieci anni a questa parte è stato bombardato, deriso, beffeggiato, manipolato, e che oggi con questa destra al potere sarebbe perduto per sempre se non fosse per le donne e gli uomini che resistono e tengono aperta la porta, come a Riace tornata a nuova vita con Mimmo Lucano sindaco. Quell’altrove è la nostra umanità verso altri esseri umani, è l’accoglienza per i vivi e la pietà per i morti, per i tanti lasciati annegare in quel mare trasformato da ponte tra culture in un cimitero sottomarino che cresce di giorno in giorno. Un cimitero su cui grava l’oblio colpevole di chi ha creato le condizioni affinché i naufragi si moltiplicassero e meno migranti arrivassero sulle nostre coste e in Europa. A costoro non interessa perché i naufragi si moltiplicano, dove e come vivono le/i migranti che non partono, ma sono tutti impegnati a lasciarli morire in mare per dissuaderli a partire e a progettare prigioni per chi arriva e respingimenti, “remigrazione” la chiamano. Tutto frutto di dieci anni di politiche migratorie volte ad alzare muri, a fare accordi che legittimano le violenze e le torture nei lager libici, a delegittimare le Ong che salvano vite, a tenerle lontane dalle barche che affondano, mandandole per lo sbarco in porti lontani. Se arriverà in porto il blocco navale, annunciato dal governo con il suo disegno di legge “antimmigrazione”, sarà eliminato qualsiasi intervento di salvataggio delle Ong. E così le barche continueranno ad arrivare e i naufragi ad aumentare.

Torno al grande naufragio nei giorni del ciclone Harry. Si parla di mille dispersi, la cui colpa grava su chi non li ha soccorsi o fatti soccorrere. Nulla sappiamo di quei morti annegati, di quei corpi, di quei visi scomparsi per sempre. Nessuno ci racconterà la storia, la vita, i dolori e le speranze di ognuna e ognuno di loro. Nulla sappiamo della paura, della disperazione, del dramma delle madri inabissate con le loro creature strette al seno. Nulla sappiamo delle bambine e dei bambini a cui è stato rubato il futuro, come ai 20.000 di Gaza, vittime innocenti di genocidio. L’unico superstite di quel naufragio ha raccontato, ancora sotto choc, che sulla sua barca erano in cinquantuno. Era rimasto aggrappato a un pezzo del barcone in balia delle onde per ventiquattro ore. Ha visto scomparire tra le onde tutti i suoi compagni di viaggio. Per due giorni erano rimasti in balia del mare con onde alte sette metri. Due giorni, una notte, un’alba e nessuno intorno a loro a salvarli. Le Ong tenute lontane. I soccorritori arrivati quando ormai la tragedia si era consumata, come per la strage di Cutro. Qualche giorno prima una donna arrivata a Lampedusa con altre sessantun persone aveva raccontato di aver perso in mare, durante la traversata dalla Tunisia, le sue due gemelline di appena un anno. Nessuno, se non quella madre, ha pianto per loro. Nessuno ha pianto per i mille morti. Il silenzio è calato su di loro. Un silenzio di indifferenza, complicità e disumanità in cui si avvitano sempre più l’Europa e l’Italia. Se non si arresta la deriva verso cui stanno spingendo l’umanità, prima o poi, anche in questa parte di oltre Oceano vedremo scene come quelle che abbiamo visto a Minneapolis di caccia all’emigrato casa per casa, di arresti di bambine all’uscita di scuola e di uccisioni impunite per strada.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 15 febbraio 2026)

11 febbraio, ore 21. A Milano, all’Anteo Citylife, la sala più grande è gremita. Oltre centoventi sale lo sono, in tutta Italia, per assistere in simultanea alla proiezione del documentario Disunited Nations, girato da Christophe Cotteret per l’emittente pubblica franco-tedesca ARTE, e disponibile sul canale youtube ARTE.tv Documentary, ma solo fino al 16 marzo prossimo.

Davvero un nuovo tipodi resistenza alla dismisura del male: alcune decine di migliaia di persone, unite in una sorta di immobile corteo cognitivo dalle Alpi alla Sicilia, a guardare con i loro occhi e ascoltare con le loro orecchie immagini e voci di quella «enorme frattura dell’ordine morale del mondo» (Didier Fassin, La filosofia di fronte al genocidio, Cronopio 2025) che è indissociabile dal destino della Palestina: la crisi dell’Onu. «Colpito al cuore», e non solo dalle inaudite sanzioni e minacce personali emesse a carico di alcuni fra i più prestigiosi rappresentanti del diritto internazionale vigente (come Karim Khan, il procuratore in capo della Corte penale internazionale, che in una scena indimenticabile del film ascolta un’intervistatrice scandire le ingiunzioni provenienti da un gruppo di membri del senato statunitense, con a capo il segretario di stato Marco Rubio: «Colpisci Israele, e noi colpiremo te»).

«Colpito al cuore», l’Onu, precisamente da quel “sistema” di attiva complicità e passivo consenso tramite il quale i leader della minoranza di Stati che siedono in permanenza nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite decidono il destino del mondo, contro l’immensa maggioranza dei 193 stati rappresentati all’Assemblea generale.

Quel «sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile», per usare le parole di Francesca Albanese – limpidissime – pronunciate pochi giorni fa a Doha e che esprimono al meglio anche il tema del documentario, sdipanato in una sequela di immagini, volti, parole – luminose o atroci – dei protagonisti e delle vittime della tragedia dai suoi inizi al suo indicibile compimento. Quel “sistema” che è anche al centro dell’ultimo rapporto della relatrice speciale per la situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, quello che aveva scatenato la fatwa di Marco Rubio anche nei suoi confronti.

Quel “sistema” è lo stesso che vediamo in azione nei momenti cruciali del film, lo stesso analizzato negli ormai innumerevoli dei rapporti di tutte le istituzioni che l’umanità si è data per vincolare l’arbitrio dei potenti, adeguare il controllo pubblico all’enormità dei poteri e interessi privati, estrarre tutta la verità disperata che grida vendetta al cielo dagli schermi dei nostri smartphone, e che gli algoritmi oscurano nell’infosfera.

Di queste istituzioni nate per salvare la nostra umanità dalla nostra ferocia, la più grande, l’Onu, oggi fa due cose. Muore. E mentre muore, lancia, attraverso i suoi organi di conoscenza e quelli di giurisdizione, un fiotto di luce mai visto prima sulla verità, perché non si cancelli l’evidenza di questa «rottura definitiva nella storia etica globale dopo il Ground Zero del 1945» (Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, 2025). È il “paradosso dell’Onu”, che il film insegue dal primo all’ultimo fotogramma: l’Onu che gestisce le conseguenze dei disastri politici, ma è incapace di prevenirli. L’Onu, nato con la partizione della Palestina, morirà con lei?

È questa la domanda fondamentale che il film pone e che crescerà nelle nostre menti: con il pensiero che sì, quel “sistema” che sta uccidendo il solo presidio legale della nostra fragile umanità, di questa umanità è nemico, come Francesca Albanese ha detto.

E voi, ministri di una politica europea che non sappiamo se più cieca o più ferina, voi non chiedete semplicemente ai funzionari dell’umanità di dimettersi e all’Onu di suicidarsi. Lo hanno fatto mercoledì la Francia, e ieri la Germania: entrambi hanno annunciato la prossima richiesta al Consiglio Onu per i diritti umani, il licenziamento di Albanese, accusandola di dichiarazioni peraltro non pronunciate.

Chiedete a tutti noi che non abbiamo voce di dimetterci dall’esercizio della ragione, dell’indignazione e dell’umana pietà. Sarà più onesta, la vostra infamia.

(il manifesto, 13 febbraio 2026)

In un contesto già genocidario

“Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore: benvenuti nella nuova Gaza”. Così si intitolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su Avvenire (https://puntodivista.libreriadelledonne.it/cadaveri-e-macerie-in-mare-per-cancellare-lorrore-benvenuti-nella-nuova-gaza/). E bisogna specificare: nella nuova Gaza del “Board of Peace”. Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo: uno scempio ambientale permanente, una scelta devastante per la nostra umanità.

Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura. È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.

Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.

Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso. Come esortano alcuni compagni in lotta per il posto di lavoro, la loro dignità e la salvaguardia dell’ambiente, la nostra parola d’ordine dev’essere INSORGIAMO!

Non dobbiamo permettergli una tale mostruosità.

Durante il convegno del 19 gennaio al teatro dell’Elfo a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele-Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.

Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, Widad Tamimi, scrittrice e attivista

Per aderire: maiindifferenti6@gmail.com

Vorremmo che questo appello per l’umanità non si concludesse con la semplice pubblicazione su [qualche] sito […]. Al contrario, vorremmo che a partire da tale testo si aprisse una riflessione sul senso dell’umano, del sacro, sul senso di pietas che albergano in ogni persona degna, con contributi scritti e momenti di incontro-confronto. E vorremmo che attraverso questa riflessione trovassimo insieme, pur nella propria specificità e grazie alla propria specificità, la strada per opporci all’urto tremendo della violenza scatenata dai poteri contro chi non vuole arrendersi alla logica della prevaricazione e della guerra.

(Pressenza, 10 febbraio 2026)

Segnaliamo in particolare l’analisi del caso da parte di Ida Dominjanni che mette fuori gioco l’illusione di “trasparenza” e fa luce su come conti di più la parola femminile dell’enorme quantità di files per comprendere il caos distruttivo del regime suprematista elitario.

(La redazione del sito)

Continuano a emergere pubblicamente nuovi documenti raccolti durante i procedimenti giudiziari a carico di Jeffrey Epstein, il finanziere newyorkese condannato nel 2008 per sfruttamento sessuale di minorenni. Arrestato nuovamente nel 2019 con accuse analoghe, Epstein è morto suicida in carcere circa un mese dopo il suo arresto.

Sono i cosiddetti “Epstein files”, circa tre milioni di documenti, formati da scambi e-mail, documenti finanziari, informazioni relative al traffico sessuale, messaggi, video e fotografie, che delineano la vasta rete di relazioni formata da un’élite politico-economica internazionale, fatta di maschi bianchi e potenti.

Di questo sistema, basato sull’intreccio tra dominio maschile, potere sessuale e neo-liberismo deregolati e senza limiti, parliamo con la filosofa femminista e giornalista Ida Dominijanni e con il giornalista Salvatore Cannavò, autore di un articolo da poco uscito su Jacobin Italia con il titolo “Epstein, una storia di dominio maschile”.

https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/alphaville/Epstein-e-il-sistema-di-dominio-maschile–3494581.html

https://drive.google.com/file/d/1Wcg0gNdRXecmdXSZHW7EGx_d3JSjuTiP/view

(RSI Radiotelevisione Svizzera – Alphaville, 10 febbraio 2026)