di Federica Dragoni con introduzione di Federica Giardini


La Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica (Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini Luciana Tavernini) di Milano, continua la pratica dell’approfondimento della storia vivente, una storia che indaga sul vissuto interiore di ciascuna, passato o presente, e lo porta in superficie, convinta che dalle profondità del nostro essere vengano suggerimenti per un modo di “fare storia” a misura di donne e insieme in grado di registrare vita e pensiero di donne e uomini. Il mondo -parole e immagini che pulsa e si agita nelle nostre viscere, quasi sempre privo di voce- orienta anche su modalità temporali consone al sentire umano e all’esperienza quotidiana.

I testi di riferimento del nostro studio sono Donne in relazione di Maria Milagros Rivera Garretas (Liguori, Napoli 2007) e La voce del silenzio di Marirì Martinengo (ECIG, Genova 2005).

L’articolo di Federica Dragoni, Maria Zambrano: la donna e la storia, (presentato da Federica Giardini) apparso sull’ultimo DWF Femminismi d’Europa (2008, 2, pp. 69-67) conferma, con l’autorità della filosofa spagnola, la nostra ricerca e ci inserisce in una genealogia storiografica che “getta uno sguardo sull’interezza del vivere umano e sul valore stesso dell’esperienza”(p. 60).

È stata la stessa Federica Dragoni a proporre un lavoro su María Zambrano, una scelta che già diceva della finezza e attenzione con cui stava affrontando il suo percorso di studi. Qualità che ha continuato ad esercitare nelle ricerche, ha trovato la folla di testi disponibili dell’autrice e sull’autrice e ancora chiedeva indicazioni per meglio ripartire una bibliografia così articolata. Queste qualità le ritrovo ancora oggi, nel lavoro di scoperta e discussione che stiamo svolgendo insieme ad altre sulla forza ripensata per parte di donne. In Zambrano Federica ha trovato le parole per dire il valore politico di una certa inclinazione femminile all’attenzione, una postura che non si priva del vuoto del silenzio, conoscendone l’efficacia quando si sa fare osservazione della realtà. Ma, e anche, Zambrano che pensa la Storia, questo il tema della sua ricerca. È un tema di grande cogenza per il nostro presente, che chiama a un incontro di pensieri. Per almeno due motivi. La questione della storia per parte di donne appartiene, è il caso di dirlo, alla storia di DWF, incarnata dal lavoro che Annarita Buttafuoco pubblica sulla rivista tra il 1975, data di Il tempo ritrovato. Riflessioni sul mestiere di storica (1, 1975), e il 1993. Un lavoro, il suo, che si prolunga nel dibattito che da qualche anno insiste sulla questione se fare storia, e come, di quel periodo che, a partire dagli anni Settanta, sembra aver tracciato un solco profondissimo – nei due sensi dell’intensità ma anche dell’andamento lungo e sotterraneo – il periodo dei femminismi, del movimento e pensiero delle donne (v. Il femminismo degli anni Settanta, curato da Teresa Bertilotti e Anna Scattigno, Viella 2005). La complessità della questione è che non si tratta di un tempo che si fa ridurre negli argini della disciplina storica, un tempo incarnato in corpi e menti vive, che continua a scorrere al di sotto delle scansioni degli accadimenti istituiti, ma che continua pur sempre a scorrere e, dunque, con le sue metamorfosi deve fare i conti. Una delle linee di tensione, assieme a quella dell’utilità, rimessa in discussione, di una “storia separata”, è quella che corre tra il fare storia e le genealogie femminili, essendo queste l’incarnazione di legami simbolici che molto si affidano alla memoria, un’attività singolare che procede per elezioni e che tende a “ridare la vita che era stata attraverso la nostra stessa vita”, come dice Anna Rossi Doria – che tuttavia polemizza con il concetto di genealogia – nel suo testo introduttivo a A che punto è la storia delle donne in Italia (Viella 2003). Insomma, sembrerebbe che le genealogie – con la loro inclinazione all’anacronismo, al legare donne attraverso epoche tanto diverse, insieme al rimando che contengono a un tempo, quello della relazione tra madre e figlia, che contempla anche la ripetizione e non solo scansioni e avvicendamenti – portino il pensiero sul tempo, lontano, altrove, dalle esigenze della storiografia, della scrittura della Storia. Sembrerebbe quasi che la genealogia praticata per parte di donne operi piuttosto nel verso di una singolare destorificazione. Altro e tangente è il pensiero sulla storia aperto da quei non-soggetti di storia che sono le culture altre dall’Occidente: da Gayatri Chakravorty Spivak a Jack Goody, passando per Dipesh Chakrabarty, ritroviamo in queste voci la domanda su come fare storia rompendo il “sogno di potere di chi desidera chiudere il tempo fermandolo in un eterno presente”, come dice il testo poco sotto, quello dell’Occidente realizzato e dei suoi soggetti istituiti, monumentali. Il percorso che Federica Dragoni traccia attraverso l’opera di María Zambrano si presta a nutrire il pensiero sul fare storia, nel senso del nostro agire presente e nel senso dell’uso di una diversa ragione, capace di “distribuire luce nelle viscere”. (Federica Giardini) Leggere María Zambrano è in un primo momento disorientante perché ci troviamo di fronte ad una diversa modalità di fare filosofia volta a recuperare ed unire armoniosamente sentire e ragione, vita e pensiero. Quest’ultimo si rivela sempre frutto della concreta esperienza vissuta, del sentire che l’ha accompagnata e al contempo della riflessione teoretica sulla medesima. La ricchezza dell’opera zambraniana è data in tal senso dalla forza di un pensiero inteso essenzialmente come esercizio attento di ascolto, decifrazione e disfacimento della trama compatta del reale al fine di rivelarne i fili sommersi, nascosti o semplicemente dimenticati dal tempo. Seguire María Zambrano in questo cammino significa addentrarsi in un pensiero sempre incarnato in una soggettività concreta, in cui alla “pura forza definitoria del concetto” (Prezzo 1999, p. XIII) spesso si sostituisce la semplice e immediata chiarezza di un’immagine, di un simbolo, di una metafora che non definisce né spiega nulla, ma restituisce la realtà nel suo iniziale schiudersi al tempo, in quell’istante aurorale che Zambrano tenta costantemente di recuperare e far rivivere. Per questo, accostandoci a quella che è la riflessione zambraniana sulla Storia, credo sia importante partire da un’immagine, forse la più suggestiva tra quelle concepite da María Zambrano: l’Aurora, ora della fedele riapparizione della luce al termine della notte che inaugura ogni nuovo giorno. Come l’Aurora la Storia è per Zambrano continua nascita dell’uomo al tempo, ambito privilegiato di rivelazione dell’umano (Zambrano 2000b, pp. 29-30), “alba interminabile” che deve seguitare a compiersi in un cammino di costante apertura alla Speranza. Studiare la storia viene così a significare la possibilità di gettare uno sguardo sull’interezza del vivere umano e sul valore stesso dell’esperienza perché, scrive la filosofa andalusa: “sotto ai fatti storici continua a scorrere la corrente della vita che ha dato loro respiro” (Zambrano 2006, p. 90); il pensiero di Zambrano sulla storia è così un pensiero capace di indagare il concreto rapporto che l’uomo e la donna hanno costruito con il tempo e il suo scorrere a partire dalle diverse possibili modalità di abitare tale dimensione. A tal proposito c’è un’osservazione importante da fare: Zambrano lega costantemente assieme la storia collettiva con quella individuale, macrostoria e microstoria, creando un fecondo nesso e un continuo scambio tra “storiografia” e “biografia”. Questo è un elemento importante da considerare quando si indagano gli elementi che, nella lettura zambraniana, connotano la storia come tragedia e sacrificio che sembra non possa aver fine. Se la cifra essenziale della Storia è infatti l’apertura al tempo e alle sue trasformazioni, in un orizzonte di cambiamento, fluidità e incompiutezza, quando la volontà dell’uomo decide di fermare il tempo la storia si dà come fatalità, cerchio magico in cui la vita che è libertà, eccedenza, danza, non può più scorrere. Come la Storia di un popolo si fa tragedia quando si trova bloccata entro il sogno di potere di quegli individui che desiderano chiudere il tempo, fermandolo in un eterno presente – questo è ciò che accade negli assolutismi di ogni epoca – così la vita individuale si trasforma in inferno quando si dimentica di rinnovarsi ogni giorno in un doppio movimento che, per Zambrano, costituisce la trama ultima della storia: voltarsi indietro per recuperare il proprio passato, “sciogliere le amarezze trattenute nella memoria, mettere allo scoperto le piaghe nascoste” (Zambrano 2000a, p. 65) per poi protendersi verso il futuro, verso l’aurora di una nuova nascita. Il tempo non si dà come linea retta che punta decisa verso il futuro in un moto lineare e continuo, ma è propriamente “curvilineo” e “molteplice” (Marruz 2007, p. 17); come ricorda Marruz procede in avanti per poi inabissarsi nuovamente in un passato che talvolta torna prepotentemente a far sentire la sua voce. Questo è lo stesso movimento discontinuo della vita, un trascorrere che non può essere riassorbito in alcun movimento dialettico capace di ricomporre passato, presente e futuro in un’unità, poiché la vita è trascendenza inesauribile, continua eccedenza. A partire da questa peculiare modalità di intendere il tempo, per Zambrano si può cogliere la radice tragica di tutta la cultura occidentale. L’incapacità dell’uomo di tracciare un limite alla propria ansia di “fare” storia lo porta a credere di poter realizzare un Regno di perfezione in grado, paradossalmente, di far terminare la storia stessa perché “cominci la vita” (Zambrano 2001, p. 289), di bloccare il tempo, ricreando l’atemporalità di quel paradiso che l’uomo pone come sua origine. La violenza tragica della storia sta allora nel sogno di potere di personaggi – non più persone – che non accettano di attraversare le molteplici dimensioni del tempo, ma scelgono di creare un ordine nuovo attraverso l’uso di una Ragione in grado di sottomettere e ridurre ad unità la molteplice frammentarietà del reale; per questo, scrive Zambrano “l’assolutismo è un’immagine della creazione, ma al contrario. Creando fa il nulla: annulla il passato e nasconde il futuro. Un vero e proprio nodo che si vuole fare nel tempo. Per questo è un inferno” (Zambrano 2000b, p. 104). Qui l’individuo cessa di essere persona dotata di libertà per farsi personaggio, maschera tragica bloccata entro una storia apocrifa, fasulla da cui si può uscire solo accettando di ripercorrere gli inferni dimenticati del proprio tempo, svegliandosi dall’incubo introducendo quella discontinuità che caratterizza l’istante aurorale della nascita. Essere autenticamente persona significa infatti per Zambrano riscattare la tragicità della storia scendendo nelle entrañas, nelle viscere del tempo, del proprio tempo, aprendole nuovamente alla vita e al suo scorrere. La tragedia greca e, nello specifico, la triste vicenda di Edipo, diventano in tale prospettiva ambito privilegiato di riflessione per la filosofa andalusa che vede all’origine della tragedia un “mancato movimento”, un’incapacità di proseguire nel tempo la propria nascita. Edipo diventa emblema di colui che, ignorando la propria origine, l’oscuro mistero della propria provenienza, rimane attaccato a quella cecità iniziale che caratterizza il primo darsi dell’uomo al tempo; egli è invece chiamato, come ogni uomo e donna a compiere un movimento, a iniziare un cammino di distacco dal fondo oscuro da cui proviene – anche se quest’ultimo non potrà mai essere abbandonato del tutto – perché radice della stessa esistenza umana. Edipo al contrario non compie alcun movimento, non riesce a giungere a una visione reale della propria storia perché non accetta la “passione della luce” (Prezzo 2006, pp. 39-42), il lento cammino da compiere per completare la nascita e arrivare ad essere pienamente persona, diventando così personaggio prigioniero di una storia che si fa cerchio magico, pura fatalità in cui può commettere solo errori: egli si rivela infatti incapace di comprendere il vero senso dell’enigma postogli dalla Sfinge. La risposta che egli dà, “l’uomo”, mostra infatti una conoscenza dell’universale, ossia del che cos’è l’uomo, senza però realmente conoscere chi egli sia, poiché ignora la sua origine. La sua conoscenza, simile a quella proposta successivamente dalla filosofia, è quella astratta, disincarnata e pretenziosamente universale che non fa i conti con il vissuto individuale da cui il singolo uomo proviene; in tal senso Edipo diventa in parte emblema della stessa vicenda dell’uomo occidentale: sogno di pieno possesso della realtà, di divinizzazione del personaggio “che assume la tragedia di dover essere re, con tutto quanto simboleggia senza essere nato prima di tutto come uomo; di dover essere saggio immerso nella cecità; di dover scoprire la natura delle cose, senza nemmeno conoscere se stesso” (Zambrano 2002, p. 106). Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un profondo intreccio e intima connessione, messa in atto da Zambrano, tra storia individuale, la vicenda propria di Edipo, e la stessa storia collettiva della cultura occidentale che chiede di essere trasformata, da storia tragica in storia propriamente etica, finalmente umanizzata, in grado di accogliere in sé la Speranza. Anche a partire da questa brevissima esposizione su alcuni centrali elementi che caratterizzano la concezione zambraniana della storia, si intuisce come sia presente per la filosofa andalusa un doppio ordine, livello, che costituisce il darsi stesso della storia. La sua diversa modalità di fare filosofia arriva infatti a disfare quello che è stato il percorso dominante del pensiero occidentale: se quest’ultimo ci ha restituito l’immagine di una storia perfettamente visibile, comprensibile e razionale, come un grande arazzo in cui ogni filo si intreccia perfettamente con l’altro formando un disegno completo in ogni sua parte, Zambrano va invece a studiare il retro di questa immagine. Il suo sguardo dall’altro lato mira infatti a rinvenire i fili sommersi che non sono visibili nel disegno finale, ma che pure hanno svolto un ruolo importante nella sua costruzione. Questa attenta azione implica spesso la necessità di disfare parti del disegno per mostrare come ne sia stata possibile la realizzazione, i sacrifici e le vittime che vi si celano dietro. Il suo intento è pertanto quello di illustrare il rovescio di una Storia completamente e chiaramente visibile, lineare, volta verso un continuo progresso, per tracciare invece la storia delle viscere, di tutto quello che in questo cammino è rimasto celato, inespresso, privo di voce, divorato dalla furia di una ragione discorsiva che non ammette ombre. Trasformare la storia viene così a significare per Zambrano, la possibilità di creare un nuovo movimento capace di segnare un passaggio tra queste due diverse dimensioni, quella “sotterranea” e quella superiore, propriamente storica, che tuttavia si regge sulla precedente (Boella 1997). Perché il movimento sia possibile occorre che vi siano delle aperture, delle “porte” in grado di mettere in comunicazione queste diverse realtà aprendole ad un tempo nuovo. In tal senso è centrale la proposta zambraniana dell’uso di una diversa ragione, insieme materna, mediatrice, poetica in grado di rischiarare, di “distribuire luce nelle viscere” (Boella 1998, p. 87), districandone gli oscuri nodi. La natura “mediatrice” di questa ragione permette di svolgere un ruolo maieutico sulla storia, in grado di “trattare con il tempo”, di “mediare” con esso per portarne nuovamente alla luce i fantasmi dimenticati. E in questo lento cammino di nuova apertura del tempo, Amore Memoria e Pietà si delineano come potenze mediatrici il cui comune tratto è dato dalla trascendenza da intendersi, secondo la formulazione zambraniana, come continuo movimento che porta ad un “oltre” raggiunto paradossalmente addentrandosi maggiormente nelle profondità di quel viscere celeste che è il cuore umano, perché non c’è paradiso che si apra per l’uomo che non passi per una discesa agli inferi della sua anima. Scrive infatti Zambrano che “ogni inferno terrestre è viscere di un cielo ultraterreno” (Zambrano 2006, p. 71). La storia della donna viene sicuramente per Zambrano a iscriversi in questo lato viscerale e sommerso che deve oggi poter essere riscattato e portato nuovamente alla luce, per arrivare così a tracciare “una storia delle viscere della storia” (Zambrano 2000b, p. 75) in grado di raccontarci un diverso modo di abitare il tempo. Quella che Zambrano definisce “la radice guerriera di tutta la cultura occidentale” (Zambrano 1997, p. 68) ossia la volontà prettamente maschile di dar vita ad un ordine finalizzato a sottomettere l’intera realtà entro il proprio sogno di potere, non è stato condiviso dalla donna che rappresenta invece una concreta differenza e una singolare modalità di stare nel tempo e di abitare la storia. La donna segue un diverso percorso, trovandosi spesso a sostare in una zona di confine nel tempo storico in cui manifesta la sua più profonda attitudine, quella di “essere per l’amore” (ivi, p. 70; Buttarelli 2004), figura aurorale capace di riunire in sé, tramite il suo agire silenzioso, mondi e logiche diverse. La sua forza sta infatti per Zambrano nella natura “mediatrice” che la contraddistingue e che la porta a vivere intensamente la realtà in cui si trova, accettando di patirne anche le prove più dure rimanendo fedele al proprio sentire che sempre la guida. La relazione che si crea tra donne e storia è così singolare perché la donna appartiene alla storia, al proprio tempo, ma al contempo lo trascende, agisce in esso in nome di una diversa logica di Amore e di Pietà, di quella pietà che è in primo luogo per Zambrano capacità di “trattare adeguatamente con l’altro” (Zambrano 2001b, p. 188), con quella realtà stessa che ci si offre, in termini orteghiani, come resistenza. Ancora una volta risulta maggiormente efficace far ricorso ad una delle metafore chiave con cui Zambrano esprime la presenza e l’azione della donna nel suo tempo: l’acqua, elemento capace di dar nuovamente vita ad una storia irretita nel sangue e nella fatalità. L’acqua diventa simbolo della concreta possibilità di aprire un varco nella compattezza granitica di una Storia che si fa simile ad un sogno in cui il tempo è sospeso e in cui non sembra darsi nessuna uscita; l’acqua ha infatti in sé la forza di aprire nuove vie di passaggio grazie ad un agire paziente e costante nel tempo. È grazie all’acqua che Antigone, nella suggestiva rilettura zambraniana, inizia a riscattare la storia di sangue della sua famiglia, disobbedendo al decreto di Creonte lavando il corpo di Polinice. Il sangue raggrumato sul corpo senza vita del fratello diventa infatti emblema di una storia in cui la vita non può più scorrere, storia sanguinosa che continua a chiedere sangue e sacrifici e di fronte alla quale Antigone porta quel “filo d’acqua” capace di dar nuova vita al passato della sua famiglia, bloccato in una spirale di violenza. L’Antigone zambraniana è immagine femminile di un diverso modo di vivere la storia, perché creatura che con il suo gesto pietoso offre un sacrificio in grado di farle compiere un viaggio, mossa da Amore e da Pietà, per le zone infernali della storia umana, senza rimanere prigioniera in esse, ma trascendendole, riscattandole, dandogli un tempo e una luce nuova. L’Antigone zambraniana infatti non muore suicida nella sua tomba, ma continua a vivere in un tempo liminale, di confine tra la vita e la morte, in cui dialoga con tutti i personaggi della sua storia, entra in relazione con i diversi vissuti familiari che, amorosamente, districa e dipana assumendoli su di sé. Sono le creature come Antigone, la passione che esse incarnano, che attraversano ogni tempo e ricordano, con il loro sacrificio, la doppia struttura della storia, il suo essere metaforicamente formata dall’incrocio di due legni al cui centro, “patiscono il loro supplizio le vittime propiziatorie della storia umana” (Zambrano 2001a, p. 80). Sono queste vittime al centro della croce che permettono alla storia di muoversi, di non rimanere bloccata, di non consolidarsi in una realtà fissa e immutabile. Riconoscere il valore ultimo di questa storia viscerale, fatta di passione, deve per Zambrano poter portare a reintegrare questa essenziale esperienza nella superficie degli eventi, rivelando come il sacrificio della voci sommerse di tutti i tempi abbia contribuito ad aprire la possibilità dello schiudersi di una nuova vita storica (Boella 1997). Solo scoprendo il senso ultimo del sacrificio nella storia, dandogli un senso, la storia può aprirsi nuovamente alla speranza; solo gettando uno sguardo nella profondità degli eventi, riconoscendone le vittorie e i fallimenti, si intuisce come la storia non sia solo costruita ed edificata dalle grandi azioni dell’uomo, ma anche dalla passione di chi ne rimane ai margini. La donna per lungo tempo è stata nella storia una forza nascosta, sotterranea, viscerale, ma insieme creatrice e particolarmente attiva proprio in quei tempi di crisi che richiedono una trasformazione, un mutamento, una nuova apertura ad un presente in grado di ospitare in sé la novità della speranza. La donna può così agire nel proprio tempo orientandolo e guidandolo al cambiamento; in tale prospettiva la forza femminile sta, in parte, proprio nella sua mai completa visibilità, nell’essere quell’elemento viscerale della storia che compie un movimento di salita e comparsa al tempo per poi tornare nuovamente nei suoi inferni sotterranei, in fedeltà a quell’ “altro mondo” che sorregge e vivifica l’intera struttura del reale. La ragione poetica proposta da Zambrano può giungere a riscattare queste silenziose storie di donne che, legate fedelmente all’anima e al proprio sentire, non hanno partecipato all’avventura maschile dello spirito, della conquista della realtà. La riscoperta di questa differenza femminile di abitare la storia diventa così, per Zambrano, cifra ed emblema di una nuova e diversa possibilità di fare filosofia capace di concepire il sapere come frutto di un cammino personale nella concretezza della propria esperienza. Un sapere finalmente incarnato, capace di congiungere insieme sentire e ragione, anima e spirito, viene così ad essere al contempo il cammino indicato dalla filosofia per fare della storia una continua aurora, nascita perenne dell’uomo al tempo nella ricerca di una nuova libertà. Per questo la stessa invisibilità della donna sul piano storico, pubblico e politico deve per Zambrano poter essere riscattata al fine di portare nuovamente alla luce la ricchezza simbolica ed espressiva di un universo che spesso ci ha lasciato testimonianza di una “diversa maniera di creare” (Laurenzi 2005, p. 22). La donna ha infatti scoperto una differente modalità di partecipare alla creazione, alla libertà, seguendo la silenziosa via dell’Amore che la rende creatura aurorale, perché capace dell’ “offerta consapevole di sé che prelude l’atto creatore” (Dobner 2005, p. 9). Se l’origine della violenza europea è da rintracciarsi per Zambrano nella decisa adorazione di quel Dio veterotestamentario capace di creare il mondo dal nulla, la donna invece ci restituisce con il suo agire, un diverso modo di intendere la creazione. La donna non crea dal nulla, scegliendo di edificare un mondo perfetto, ideale, utopico, ma costruisce ponti di speranza partendo dalla concretezza della realtà in cui si trova a vivere, rimanendo fedele a quella materia dura e resistente che può essere trasformata e vivificata solo se la si percorre dall’interno. Allora, lo stare nella passività, atteggiamento che Zambrano lega all’esistenza della donna, diventa il primo passo da compiere per poter realmente creare una storia nuova; infatti, se “il primo modo di fare i conti con una realtà umana è sopportarla, subirla semplicemente” (Zambrano 2000b, p. 8), questa è la via in grado di portare successivamente l’uomo a prendere piena coscienza di essa. Partire dalla passività per poi giungere a trasformare, attivamente, la propria storia in cammino aurorale che ogni giorno si schiude, senza mai consumarsi, promessa di una verità che non si realizza mai del tutto; cammino di apertura a quella Speranza che si fa così emblema stesso dell’agire della donna nella storia: C’è una speranza, infatti, che non spera nulla, che si alimenta della propria incertezza: la speranza creatrice, quella che estrae la sua stessa forza dal vuoto, dall’avversità, dall’opposizione, senza per questo opporsi a nulla senza lanciarsi in alcun tipo di guerra. È la speranza che crea restando sospesa, senza ignorarla, al di sopra della realtà, quella che fa emergere la realtà ancora inedita, la parola non detta: la speranza rivelatrice, che nasce dal congiungersi di tutti i passi già indicati, perfezionati e accordati all’estremo, che nasce dal sacrificio che nulla spera di immediato ma che è gioiosamente consapevole del suo certo, superato, compimento. È la speranza che cresce nel deserto che si libera dell’aspettarci in quanto nulla si aspetta a tempo determinato, la speranza liberata delle infinità senza termine che abbraccia e attraversa l’intera estensione delle epoche. (Zambrano 1992, p. 118)

Riferimenti bibliografici

Opere di María Zambrano:

Zambrano, María (1992) I beati (1990), Milano: Feltrinelli

Zambrano, María (1997) All’ombra del dio sconosciuto. Antigone, Eloisa, Diotima (1995), Milano: Pratiche editrice

Zambrano, María (2000a) Delirio e destino (1989), Milano: Raffaello Cortina

Zambrano, María (2000b) Persona e democrazia. La storia sacrificale (1958), Milano: Mondatori

Zambrano, María (2001a) La tomba di Antigone (1967), Milano: La Tartaruga

Zambrano, María (2001b), L’uomo e il divino (1955 ), Roma: Edizioni Lavoro

Zambiano, María (2002), Il sogno creatore (1965), Milano: Mondadori

Zambrano, María (2006) La Spagna di Galdós. La vita umana salvata dalla storia (1960), Genova-Milano: Marietti Letteratura critica:

Boella, Laura (1997) La passione della storia, in aut-aut, n. 279, pp. 25-38 Boella, Laura (1998) “María Zambrano”, in Cuori pensanti, Mantova: Tre Lune

Buttarelli, Annarosa (2004) Una filosofa innamorata. María Zambrano e i suoi insegnamenti, Milano: Mondadori

Dobner, C. (2005) Dalla penombra toccata dall’allegria. María Zambrano la donna «filosofo», Roma: OCD

Laurenzi, Elena (2005) Il sapere dell’anima. María Zambrano e José Ortega y Gasset, in Il pensiero di María Zambrano, a cura di L. Silvestri, Udine: Forum, pp. 11-27

Marruz, F. G. (2007) La spada intatta di María Zambrano, Genova – Milano: Marietti

Prezzo, Rossella (1999) Il cominciamento, introduzione all’edizione italiana a M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Milano: Raffaello Cortina, pp. VII-XXIV.

Prezzo, Rossella (2006) Pensare in un’altra luce. L’opera aperta di María Zambrano, Milano: Raffaello Cortina

(a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008)

scelte da Marirì Martinengo


Queste riflessioni sono in sintonia con la nostra pratica di storia vivente e ne dicono alcuni aspetti.


In questa certezza ci sostengono an
che le riflessioni e le pratiche delle donne che pensano la storia e la memoria: perché possa avvenire la grazia di un bagliore, vanno mobilitati persino i fili abbandonati delle nostre tradizioni, i traumi, le zone opache di cui non vorremmo sapere. Inaspettatamente, l’esperienza del divino non conduce sul terreno delle dicotomie (laicità e fondamentalismo, integralismo e relativismo dei valori, ecc.) dei dibattiti correnti, ma apre a un’eccedenza che disloca il linguaggio, la tradizione, attraverso l’esperienza femminile della relazione con il divino.

[Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, La cosa da pensare, p. 13]


Di questo lato inconscio dell’esperienza si può fare le
va politica di modificazione della realtà. Uso il termine politica non a caso. È stata la politica delle donne che negli anni Settanta – durante il femminismo – ha reso l’interrogazione dell’esperienza personale chiave di una modificazione corale, non solo personale, della realtà. È in questo senso che la voglio riprendere. Anche perché ho sperimentato il fallimento dei tentativi solo individuali di salvare la vita quotidiana dalla sua insensatezza sempre latente.

[Chiara Zamboni, La notte ci può aiutare, p. 61]


Vivendo il tempo nuovo con la capacità attiva dell’in
telligenza lucida per comprendere quel che accade, e contemporaneamente mettendo a frutto l’ascolto del lato passivo della nostra esperienza, avendo cioè attenzione al lato meno visibile, inconscio dei vissuti. Con la fiducia che da essi si possano risvegliare sensi imprevisti e, per così dire, dormienti, sui quali puntare a nostra volta e consapevolmente per una modificazione del reale.

[Chiara Zamboni, La notte ci può aiutare, p. 66]

di Comunità di storia vivente

Premessa essenziale

Nel 2005, anteponendo la pratica alla teoria (secondo il mio consolidato modo di procedere), senza pensarci più che tanto, ho pubblicamente esposto il grumo oscuro nascosto dentro di me (Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta”, ECIG, Genova 2005).

Milagros Rivera Garretas, in grazia della relazione che ci unisce, ne ha distillato la teoria: un frammento di simbolico (redenzione e riscatto in luogo di contrapposizione violenta) e un modo innovativo di “fare storia”.

A partire dalla mia affermazione “C’è una storia vivente annidata in ciascuna/o di noi”, contenuta nel libro citato (p. 21) ho proposto alle componenti della Comunità di chiamare la nostra nascente pratica storia vivente (l’indagine interiore come motore di un modo di scrivere la storia da parte di donne, lo svelamento del soggetto che fa la storia, lo stesso soggetto come documento principale cui attingere).

Da qui (fine 2006) si è verificata una svolta nel nostro lavoro di gruppo.

 

Già dal 1988 come Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica avevamo fatto insieme un lavoro politico di storia, fondato su relazioni di affidamento e di disparità (vedi ad esempio il libro Libere di esistere, SEI, Torino, 1996 e il successivo ipertesto http://www.donneconoscenzastorica.it/testi/libere/apertura.htm; il convegno alla Casa della Cultura di Milano nel settembre 2001 Cambia il mondo cambia la storia. La differenza sessuale nella ricerca storica e nell’insegnamento, Atti a cura di Marina Santini, supplemento al N° 60/2002 di Via Dogana).

Con l’invenzione della pratica della storia vivente ci siamo incontrate periodicamente per arrivare alla scrittura femminile della storia che ha approfondito la relazione tra di noi, grazie alla narrazione di episodi che fanno ingombro dentro ciascuna di noi. In questi anni, durante i nostri incontri, ciascuna di noi ha cercato di scandagliare la propria interiorità, estraendo ed esponendo cose che non aveva mai detto forse nemmeno a se stessa, nodi irrisolti della propria storia. Abbiamo parlato, ci siamo ascoltate, non abbiamo scritto….

Operiamo in mediazione vivente ossia siano in presenza fisica, corporea dell’altra, corpi viventi che si parlano e si modificano dallo stare in presenza reciproca (parafrasato da Luisa Muraro, Al mercato della felicità, Mondadori, Milano 2009, p. 38). La modificazione avvenuta in alcune di noi ha effetti visibili: lo svelamento di quello che si nasconde in noi ci rende già oggi più libere e più capaci di aderire al vero. Anche la nostra parola pubblica diventa più forte.

Abbiamo adottato un tempo dilatato, fluido in modo tale che ciascuna abbia agio di scendere nella propria interiorità, di risalirne e di riannodare l’antico al presente mettendo tutto in parola, con un via vai che prefigura quello che pensiamo possa essere il tempo della storia.

Ci diamo il tempo largo del racconto e dell’ascolto. Il racconto è inizialmente della singola, esso però diventa a più voci, nel momento in cui l’una o l’altra, sentendolo risuonare dentro di sé, in analogia o per contrasto, lo colleghi al proprio vissuto del passato e/o del presente.

Alcuni racconti che riteniamo significativi sia per la singola che li ha espressi sia per le altre, vengono ripresi negli incontri successivi, rielaborati e analizzati da angolature diverse, spogliati del superfluo, raffinati e portati ad un livello tale da renderli validi per tutte e tutti.

Abbiamo anche promosso alcuni incontri al Circolo della rosa – Libreria delle donne di Milano in cui, a partire dal problema della scrittura della storia, abbiamo dialogato con alcune storiche e parlato pubblicamente della pratica della storia vivente.

Alla fine del 2008 Laura ci ha indicato l’articolo di Federica Dragoni María Zambrano: la donna e la Storia (DWF Femminismi d’Europa, 2008, 2) che ci ha fornito elementi di teoria zambraniana che appoggiano il cammino intrapreso.

Il progetto redazionale, che ha reso possibile tracciare la storia degli ultimi due anni della nostra Comunità – storia delineata attraverso la raccolta e la selezione dei testi che seguono – è stato ideato e realizzato da Marina Santini e da Luciana Tavernini.


Comunità di storia vivente

Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini, Luciana Tavernini

Consonanze tra storia vivente e il documentario Reynalda del Carmen, my madre y Yo di Lorena Giachino Torréns (85’,Cile, 2006) presentato al Festival Internazionale della regia femminile Esperienze di libertà femminile, ed.2008 organizzato da Trust. Nel Nome della Donna.

Presentazione per la serata di Immagine – Storia al Circolo della rosa – 15 novembre 2008

di Luciana Tavernini

Ho sentito una forte consonanza con il lavoro che come Comunità di storia stiamo facendo sulla storia vivente, dove la storia della storica, anzi la parte più oscura, quella che costituisce un nodo non ancora messo in parole non solo è il punto di partenza, ma, indagata, può portare a un nuovo simbolico, cioè a parole che possono illuminare il nostro presente. È una pratica usata e mostrata da Marirì Martinengo nel suo libro La voce del silenzio, ripresa da María Milagros Rivera Garretas sia qui che a Roma nel Convegno delle filosofe, i cui atti sono pubblicati nel volume Il pensiero dell’esperienza (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008)

È una storia dove si supera la separazione tra soggetto, chi è attivo e indaga nel passato, e oggetto passivo che si fa descrivere e definire, dove l’esperienza umana vissuta da chi scrive, e nel caso di Lorena Giachino Torréns fa un documentario e usa il linguaggio cinematografico, non è separata dalla storia che presenta. L’oggettività, che non va confusa con la fedeltà alle fonti e la loro valutazione critica, fa perdere il legame tra ciò che avviene e le donne e gli uomini che vivono e riferiscono quegli avvenimenti, un legame che invece nella vita è inscindibile. Fa sì che la storia ci appaia come qualcosa di morto e mortifero. In questo documentario, invece, autobiografia, biografia e storia collettiva sono in continuo vivificante dialogo.

Inoltre nessuno viene trasformato in personaggio, in icona conclusa, ma entrando nelle viscere del tempo, del suo tempo, la regista le apre di nuovo alla vita e al suo scorrere, smuovendo anche noi.

Qui il tempo non è una linea retta dal passato al futuro, non è neppure il tempo immobile di tutti gli assolutismi che ci vogliono inchiodare in un eterno presente, quello del sogno di potere del dittatore che non ne ammette altri, ma è un tempo curvilineo e molteplice, che si sposta in avanti per poi ritornare indietro in continui movimenti che si aprono all’essenza della vita che è continua apertura, trascendenza, eccedenza. Anche la nostra vita individuale diventa un inferno se dimentichiamo di rinnovarci ogni giorno “in un doppio movimento che, per Zambrano, costituisce la trama ultima della storia: voltarsi indietro per recuperare il proprio passato “sciogliere le amarezze trattenute nella memoria, mettere allo scoperto le piaghe nascoste”per poi protendersi verso il futuro, verso l’aurora di una nuova crescita” .

Quale capacità umana Lorena Giachino Torréns mette in gioco per costruire le relazioni che le hanno permesso questo suo lavoro. Mi affido di nuovo al pensiero di María Zambrano come ci è stato presentato da Annarosa Buttarelli. Usa la Pietà, cioè “il saper trattare adeguatamente l’altro”, senza schematizzarlo in un’astrazione. Oppure, con Edith Stein, possiamo parlare di empatia, una capacità complessa, ben analizzata da Laura Boella, che possiamo consapevolmente sviluppare. In parole semplici l’empatia è il sapersi mettere nei panni dell’altro, senza credere di diventare o sovrapporsi all’altro. Oggi sappiamo, grazie alla scoperta dei neuroni a specchio, che vi è una base neurologica ma non basta, richiede che sviluppiamo l’immaginazione non per immedesimarci ma per leggere più in profondità ciò che accade nell’incontro, per modificarci in modo imprevisto e libero, per salvarci dall’indifferenza e scoprire la nostra comune umanità.

Infine voglio sottolineare la modalità con cui la regista porta alla luce l’esperienza che ci mostra. È molto simile alla pratica politica delle donne di “raccontare l’esperienza”. Si tratta di narrare ad altre e con altre la propria esperienza con la fiducia di poterla interpretare. L’atto del narrare qui ed ora fa in modo che l’esperienza narrata possa prendere una nuova forma, uscire dalle modalità di interpretazione già date e costruire un nuovo simbolico, cioè contribuire a dare un senso diverso a quello che è capitato e ci sta capitando.

Come dice Luisa Muraro, la narrazione ha caratteristiche particolari: è un “evento di cui i partecipanti (le partecipanti, nel caso che ci interessa) fanno esperienza insieme, per cui all’esperienza vissuta, nell’atto di diventare esperienza raccontata subentra, insieme all’attività di ricordare, raccontare, ascoltare, anche l’esperienza vissuta, qui ed ora, dai partecipanti all’atto della narrazione”. Riferendosi all’esperienza femminista, Muraro fa presente che con questa pratica si è dato “libero corso al significarsi di un’esperienza altrimenti taciuta, ignorata o malintesa”. Anche qui vi è un’esperienza che viene significata in modo nuovo.

Vi invito a guardare questo documentario proprio per vedere se anche per voi modifica il senso di quegli avvenimenti, se vi apre nuove domande sull’oggi.

di Luciana Tavernini


L’intervento è stato presentato da María-Milagros Rivera y Garretas al XII Simposio dell’Associazione internazionale della Filosofe (IAPh) tenutosi a Roma dal 31 agosto al 6 settembre 2006, che invitiamo a leggere per intero [in Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, pp.343-357], perché ci ha fornito elementi di riflessione per mettere a fuoco la pratica della storia vivente.

L’autrice parte dalla costatazione che la storiografia femminista dell’uguaglianza o del genere non ha trovato un “nuovo inizio, un inizio che fosse la sua fonte di senso” per esprimersi con originalità e ha accettato di inserirsi nella genealogia paterna, basata sull’oggettività, a cui viene attribuita la capacità di stabilire la veridicità storica, in analogia con i metodi “oggettivi ed esterni” per stabilire la paternità, come l’ordalia del ferro rovente fino all’XI secolo e ora la prova del DNA, estranei alla relazione di fiducia nella madre.

La storiografia femminista si è “limitata a ripetere le interpretazioni del passato già esistenti, confrontando dialetticamente con esse l’esperienza umana femminile, senza aprire contraddizioni che possano arricchire e affinare il linguaggio della politica”. Così per le donne viene ratificata l’assenza, “assenza dalle metanarrazioni e dalla memoria, non dalla documentazione né dalla storia”. Addirittura la loro presenza diviene un ostacolo a far sì che l’essere donna sia fonte di senso in quanto siamo nella storia senza esserci veramente.

Quello che ha spinto a “dare per buona l’oggettività e la genealogia paterna” è stata “la speranza di imparare a significarci” con cui si è andate all’università. Vi fu conflitto intorno alle pratiche tra alcune studiose che volevano “che la scrittura della storia e la pratica politica camminassero separatamente” e altre, tra cui Milagros (e noi) che “volevamo che lo scrivere storia fosse una pratica di vita”. La speranza nell’università così com’era privò la storiografia femminista di originalità, facendola diventare una “storia domata, senza sorprese, senza la sorpresa della verità”. Rimanendo legata alla sua esperienza, l’autrice porta l’esempio delle interpretazioni della Guerra civile spagnola del 1936-1939 che restano legate allo “schema della contrapposizione”, della “guerra giusta e ingiusta”, dei “vincitori e vinte o vinti”, mentre il presente richiede “spiegazioni che «non riaprano ferite»” perché gli episodi traumatici del passato non diventino “fantasmi ricorrenti”, cioè pezzi di realtà che si ripresentano. Alla fine della dittatura franchista nel 1975 per scongiurare il fantasma della guerra civile, i partiti politici firmarono il «patto dell’oblio», così venne contenuto il fantasma della guerra civile ma venne generato quello della “mancanza di memoria storica” non potendo così “redimere, riscattare” quell’avvenimento traumatico.

Nel 2006 molti convegni e testi reclamano memoria storica ma, restando legati allo schema della contrapposizione, fanno sì che “dimenticare e ricordare” siano la “medesima operazione” in quanto “non c’ è interpretazione libera di sé”, ma ripetizione meccanica di uno schema (vincitori/vinti o «riconciliazione nazionale» per la Spagna e «legge del Punto finale» per l’Argentina). Occorre invece di un nuovo “inizio, che generi realtà, che faccia ordine e significhi la forza politica dell’esperienza nel luogo in cui l’esperienza è oggi”, un’interpretazione che dia senso e produca modificazione interiore che apra “a un altro ordine di rapporti” in cui “l’amore abbia un posto, per quanto piccolo, tra i sentimenti di colpa e i desideri di vendetta lasciati dietro di sé dagli episodi traumatici della storia”.

L’autrice cita alcuni traumi del passato come la Guerra civile spagnola, l’Olocausto, la scomparsa di donne e uomini nelle dittature, gli stupri commessi dai soldati, compresi quelli dell’ ONU che richiedono un’ interpretazione che ci redima e si chiede: “Come evitare la vendetta o la paralisi politica, conservando viva la memoria storica?”

Propone che le storiche cerchino un movimento personale, imprevisto e necessario, che ci permetta di “scoprire il senso dei conflitti che sfociarono in tragedia quando non fu più possibile praticare la parola, la relazione, il conflitto relazionale”.

Le vite «infinitamente oscure» non sono più quelle delle donne comuni o le molte figure e contesti femminili, recuperate “dal punto di vista della storia sociale e del pensiero della sinistra in generale” ma quelle delle stesse storiche. Riconosce di averlo scoperto leggendo il libro di Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donna «sottratta». Finora la storica “dava voce ad altre donne che prima non l’avevano.” Ora “è la storica a smettere di stare in silenzio, a parlare della propria storia e, partendo da lei, dalla sua esperienza, a interpellare e interpretare la Storia.” Riprendendo da Marirì Martinengo il concetto di storia vivente, l’autrice sostiene che tirar fuori la storia vivente della storica, “come si tiravano fuori e come si continuano a tirar fuori i demoni dal corpo con gli esorcismi”, “è una maniera interessante di scrivere storia partendo da sé”. Sa bene come questo apra ferite antiche, apra conflitti con la propria genealogia, la madre e il padre, ma pensa che da lì nasca “la storia, la storia vera, il simbolico nella scrittura della storia”.

Come dice María Zambrano, “la storia apocrifa – non per questo meno certa – (…) ricopre quella vera. E così, la storia apocrifa asfissia quasi costantemente quella vera, la storia che la ragione filosofica si affanna a rivelare e stabilire e la ragione poetica a riscattare”. Si tratta, come fa Marirì Martinengo nel suo libro, di riscattare non “per colmare un vuoto nella storia che c’è già”, né per giudicare ma per far sì “che l’amore entri nel vocabolario della storia e in questo modo entri nel vocabolario della politica”, dando ascolto al “richiamo delle viscere”, legame col primo amore, quello della madre che ci dato gratis corpo e parola. La proposta di Martinengo è di “partire dalla carenza, dalla trascuratezza e dalle lacune nell’interpretazione dell’esistente, senza prescindere dal silenzio del suo personaggio e dal silenzio intorno a lei, amalgamando tutto con il mercurio della propria relazione con Lei” .

Far emergere la storia vivente “con un metodo capace di combinare l’erudizione critica con il pensiero che sa decifrare ciò che si sente (María Zambrano)” può generare un simbolico che non perpetui l’odio e la vendetta.

Pensando alla storia annidata in lei, l’autrice sente che “è la necessità di mettere al mondo una pace che non abbia come riferimento la guerra né l’assenza di guerra”. Che la guerra diventi impensabile è stato l’impegno di tutta la sua vita perché le storie della Guerra civile spagnola, ascoltate in casa, hanno reso evidente che la guerra aveva troncato i progetti di vita di sua madre e suo padre, allora ventenni, pur essendo tra i vincitori. Io sento questa esperienza simile a quella che Doris Lessing narra in Alfred e Emily, sulla vita dei suoi genitori (divenuti coloni inglesi in Rhodesia, oggi Zimbabwe), quella che avrebbe potuto essere senza la Grande guerra e quella che fu.

Milagros divenne dapprima incapace di imparare e spiegare le guerre e poi provava angoscia e frustrazione nello spiegare l’Olocausto perché, pur suscitando grande interesse e partecipazione nelle classi, sentiva che al fondo “rimaneva sempre l’odio verso il popolo tedesco per il delitto commesso”. Se l’odio prevale la storia può ripetersi, ma nelle classi non riusciva a portare un’interpretazione della storia che lasciasse passare l’amore, mettendo in gioco proprio l’esperienza personale che aveva a portata di mano e che espressa può andare “oltre- non contro- lo schema vittime/carnefici, superando il pensiero dominante “che ha come orizzonte la guerra o la sua assenza”. Questa modificazione interiore, aprendo la propria coscienza all’altro, serve a rendere pensabile un mondo senza guerre e permette di trovare mediazioni per dirlo.

di Luciana Tavernini


Care amiche della Redazione,

credo che nelle nostre vite sia nascosto un tesoro da scoprire. Penso che ora sia il tempo-kairòs, l’occasione storica per farlo.

Con l’autocoscienza abbiamo imparato che la nostra esperienza poteva essere narrata, che aveva senso il nostro disagio e che potevamo sperimentare pratiche e rapporti nuovi perché esisteva una società femminile che li accettava. Nelle “relazioni senza fine” con un’altra donna abbiamo trovato la capacità di vedere e inventare strade per realizzare i nostri desideri, abbiamo avuto la forza per creare imprese visibili che hanno trasformato il mondo (ad esempio la famiglia, la scuola, il lavoro). In incontri politici più ampi abbiamo messo in gioco parole che significavano questi cambiamenti. Ne abbiamo parlato, scritto ed è visibile in molte forme artistiche la differenza femminile.

Ma circola il desiderio di andare più a fondo e diversi interventi degli ultimi due numeri lo testimoniano: Marina Terragni, per evitare l’omologazione delle donne ai modelli maschili, sottolineava la necessità di portare alla luce elementi del simbolico femminile attraverso un ritorno a una sorta di pratica dell’inconscio; Emma Schiavon chiedeva di cominciare a diffondere i nostri racconti; Antonietta Lelario, pur infastidita dalle richieste “di dar parola a ciò che noi donne abbiamo fatto in questi anni”, sottolineava poi l’importanza “di chi è consapevole dello iato tra parole e cose e lavora perché le esperienze siano nominabili”.

Credo proprio che vi sia ancora molto da scoprire e da dire su ciò che permette a tante, sempre più, donne di vivere libere e anche su ciò che ci è di ostacolo.

Nella Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica da vent’anni abbiamo sentito la necessità di andare al passato perché riteniamo la storia il controcanto della politica, ciò che può darle profondità e spessore, perché sempre sono esistite donne libere. Dialogando con loro attraverso quello che ci hanno lasciato potevamo da un lato vedere e confrontare le loro pratiche con le nostre e dall’altro rafforzare noi stesse e le giovani donne, creando una genealogia femminile, e sviluppare negli uomini un’attenzione alla differenza, destrutturando la storia dei padri, vero pilastro fallico, piantato nei tempi dei tempi.

Poi Marirì Martinengo, la maestra della nostra Comunità, ha seguito il suo desiderio-bisogno di dar voce alla storia vivente che si annidava in lei e ha trovato la forza per portarla alla luce e, nel farlo, ci ha consegnato un guadagno per il presente. La tormentava da sempre il silenzio che nella sua famiglia circondava la nonna paterna, resa muta, in vita dall’internamento in una casa di cura e poi da morta dal tentativo di cancellarne la memoria. Si riproponeva in lei il dramma di molte donne, ma anche uomini, che, pur non essendo responsabili di violenze, si sentono colpevoli per non riuscire a impedirle, che non vogliono essere complici della congiura del silenzio ma che trovano inadeguata la risposta dell’odio contrapposto verso l’oppressore perché non va alla radice e avvertono quanto non intacchi la possibilità della ripetizione. E allora, a partire dalla carenza, dal vuoto di interpretazioni, Marirì ha scritto La voce del silenzio (ECIG, Genova 2005), indagando la contraddizione e il doloroso conflitto che si apriva in lei e, attraverso il lavoro complesso della costruzione del libro, ha redento se stessa da questo delitto, mostrandoci al contempo una via per riscattarci da episodi storici traumatici, una via dove entra l’amore e la relazione. Lo ha evidenziato María-Milagros Rivera Garretas in due occasioni, a Milano nell’incontro al Circolo della Rosa “Come raccontare vite infinitamente oscure?”, proprio a partire dal libro di Marirì, e successivamente a Roma al XII Symposium Il pensiero dell’esperienza.

Lei faceva l’esempio dell’Olocausto, come di un crimine del passato dal quale vorrebbe assolversi o essere redenta da un’interpretazione storica che faccia simbolico, che non sia ideologica. Rimaneva insoddisfatta, quando ne discuteva nei corsi, nonostante il grande interesse e impegno suscitato, perché sul fondo restava l’odio per il popolo tedesco. E “non c’è redenzione se l’odio prevale. E se non c’è redenzione la storia può ripetersi”. Non aveva saputo “trovare la porta stretta che lasciasse passare l’amore nell’interpretazione della storia” perché non aveva messo in gioco l’esperienza personale di un altro crimine, la Guerra civile spagnola, ereditato concretamente dalla storia di suo padre e sua madre. In Spagna nel 1975 si cercò di sanarlo col “patto dell’oblio” o all’inverso con testi di memorie che seguono schemi interpretativi dati, come quello di vincitori/vinti. Ma dimenticare e ricordare sono operazioni simili, perché non vi è interpretazione libera di sé e non si produce quella modificazione interiore che apre a un altro ordine di relazioni.

Noi stiamo sperimentando una pratica che scavi nei conflitti irrisolti, nei nodi problematici, celati nella storia personale di ciascuno e ciascuna, mostrandoli ad alcune altre a cui ci lega una relazione lunga, forgiata dall’aver realizzato insieme progetti, dall’aver superato conflitti. Non avendo condiviso l’autocoscienza, abbiamo lasciato in ombra il vissuto personale, che ora può essere messo in gioco in modo da far emergere elementi del simbolico che ci guidano. Non si tratta di un’autobiografia e neppure di storia orale perché la garanzia della verità è sentire corrispondenza tra le parole trovate e l’esperienza, in una relazione di affidamento alle altre.

Ci pare che altre si trovino oggi in una situazione simile alla nostra, di donne che si sentono tranquillamente libere, che hanno costruito forti relazioni, che sono per questo in grado di indagare le situazioni che chiedono di essere interpretate in un modo che possa modificarci e quindi modificarle. Il passato, come suggeriva Sandra De Perini nell’incontro di Milano, contrariamente a ciò che si crede comunemente è reversibile in quanto si può cambiare la sua eredità, quell’interpretazione che ci può inchiodare nella ripetizione. Dunque è un invito a cogliere l’occasione presente, suggerendo questa pratica di parola, di relazione, di scavo e significazione.

Luciana Tavernini, a seguito delle discussioni con Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini.

di Marirì Martinengo

 

di María-Milagros Rivera Garretas (Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan)

Intervento introduttivo all’incontro promosso dalla Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica Come raccontare ‘ vite infinitamente oscure ‘?

Milano, Circolo della Rosa – Libreria delle Donne, 17 giugno 2006.

La storica Maria Milagros Rivera Garretas discute con Marirì Martinengo, a partire dall’ipotesi contenuta nel libro di Marirì La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna ‘sottratta’. Ricordi immagini documenti (ECIG, Genova 2005).

 

Dal 1985 tengo nella cucina di casa mia un manifesto intitolato “Tutte queste vite, infinitamente oscure, sono ancora da registrare, dissi io… Virginia Woolf” (la frase di Virginia Woolf viene da Una stanza tutta per sé, traduzione italiana in Per le strade di Londra, trad. di Livio Bacchi Wilcock e J. Rodolfo Wilcock, Milano, Il Saggiatore e Garzanti, 1974, p. 281). Ce l’ho messo affinché mia figlia, che allora aveva dieci anni, prendesse coscienza femminista, e perché il manifesto lo aveva fatto un’amica e compagna di università, e io volevo che mia figlia conoscesse la storia dei contesti relazionali delle donne della generazione precedente la sua.

Il manifesto è formato da dieci cartoline di una volta che la mia amica aveva in casa, ereditate dalla sua famiglia. Sono tutte foto di donne sfruttate del Sud del mondo, sfruttate nel lavoro, nella sessualità e nella maternità. Queste erano le donne che allora – vent’anni fa – consideravamo infinitamente oscure.

Quando nel maggio scorso ho riletto il libro di Marirì La voce del silenzio, mi sono resa conto che le vite infinitamente oscure sono, in realtà, le nostre; o meglio, la vita infinitamente oscura è la mia, quella delle donne della mia stessa genealogia, ma soprattutto la mia come storica, la mia – la mia vita – quando scrivo storia.

Questa rilettura del libro di Marirì su sua nonna paterna Maria Massone la associo con la mia esperienza personale della fine del patriarcato. Per anni ho vissuto e inteso la fine del patriarcato nel contesto delle mie relazioni con miei pari in età e condizione: con uomini amici e nemici, con colleghi più o meno indifferenti, con autori e politici, con capi e subordinati, con i miei fratelli… ma non con mio padre e con mia madre. Mia madre e mio padre tendevo a idealizzarli, come conseguenza – credo – di una lettura troppo letterale di un libro che è stato ed è molto importante per me: L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro (Editori Riuniti, Roma 1992, 2006). Varie recenti vicissitudini nella mia famiglia più vicina, e anche il lavoro di Diotima sul negativo (Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005) hanno fatto crollare in me una difesa che proteggeva mia madre, e proteggeva anche mio padre – come uomo da lei scelto per questa funzione – da un legame diretto con il patriarcato nel suo rapporto intimo e familiare con me. Caduta la difesa, è rimasta la nuda, e sola, pratica della gratitudine per mia madre e, in secondo luogo, per mio padre, per la vita e la parola ricevuta.

Non mi sto riferendo – ma un po’ anche – all’accusa alla madre di averci trasmesso il patriarcato, accusa che tanto si sentiva circolare nel femminismo degli anni settanta. Mi riferisco alla possibilità di scrivere storia partendo da me e cominciando là dove mia madre depositò un germoglio della storia, che è in me. Finora, la cosa più difficile del partire da sé mi sembrava fosse il separarsi da sé -il separarmi da me, dal mio attaccamento all’io- per andare all’altro, alla relazione. Adesso, il cominciare in me mostra la sua difficoltà. Nel caso di Marirì, il cominciare in lei ha richiesto quasi tutta una vita. Per questo -penso- scrive nel suo libro: “C’è una storia vivente annidata in ciascuna/o di noi, costituita di memorie, di affetti, di segni nell’inconscio; non penso che abbia valore storico solo quello che sta fuori di noi, che qualcun altro ha certificato, la famosa storia oggettiva. Io racconto una storia vivente che non respinge l’immaginazione, un’immaginazione che affonda le sue radici nell’esperienza personale, storia più vera” -aggiunge- “perché non cancella le ragioni dell’amore, non respinge le relazioni, dal suo processo cognitivo” (p. 21).

Penso che sia la storia vivente annidata in ciascuna storica ad essere ancora infinitamente oscura quando una studiosa accademica scrive storia. Tirare fuori questa storia e metterla in parole, come si tiravano fuori e si continuano a tirare fuori i demoni dal corpo negli esorcismi e nelle terapie catartiche, è una maniera ben interessante di scrivere storia partendo da sé.

Fare questo apre in me ferite antiche, e così apre in me un conflitto esplicito e temibile con la mia genealogia più vicina, con la mia origine, con mia madre e con mio padre. Se dalla contraddizione e dal conflitto nasce la politica, penso che nasca da lì anche la storia, la storia vera, il simbolico nella scrittura della storia. Perché credo che il conflitto nasca dalla mia idealizzazione di mia madre, dal mio non voler ricordare di lei altro che la felicità dell’infanzia, senza affrontare la storia successiva, senza affrontare ciò che mi ha portato a contribuire alla fine del patriarcato, separandomi da lei per anni. Allo stesso tempo, riconosco che è dal legame con le fonti dell’infanzia – dal legame adulto con l’origine – che nascono la creazione e la creatività.

La domanda sulla storia vera è una domanda soprattutto femminile, rispetto alla domanda sull’obiettività, che – che io sappia – non ci ha mai interessato. María Zambrano, della storia vera ha detto: “… la storia apocrifa – non per questo meno certa – […] ricopre quella vera. Perché, sì, la storia apocrifa asfissia quasi costantemente quella vera, la storia che la ragione filosofica si affanna a rivelare e stabilire e la ragione poetica a riscattare”. (María Zambrano, La tomba di Antigone. Diotima di Mantinea, trad. e introd. di Carlo Ferrucci, con un saggio di Rosella Prezzo, La Tartaruga, Milano, 1995, pp. 49-50).

Di riscattare tratta costantemente il libro di Marirì: riscattare non per aggiungere né per colmare un vuoto nella storia che già c‘è, e nemmeno per giudicare -come dice essere stata la sua prima tentazione- ma per redimere pensando con amore, per dedicarsi all’amorosa conversazione, per far sì che l’amore entri nel vocabolario della storia, e in questo modo entri nel vocabolario della politica.

Penso che in ogni vita umana ci sia un filo che lega al primo amore e che questo filo si faccia notare nel richiamo delle viscere. “Mi ha chiamata da sempre; come chiamano i morti, si capisce, anzi, nel suo caso, la morta”, così comincia il libro La voce del silenzio.

Come mettere in parole e narrare la storia vivente che si annida in chiunque? Marirì Martinengo propone di partire dalla carenza, dalla trascuratezza e dalle lacune nell’interpretazione dell’esistente (p. 88), senza prescindere dal silenzio del suo personaggio e dal silenzio intorno a lei, amalgamando tutto con il mercurio della propria relazione con Lei, con il richiamo che Lei ha lasciato nelle sue viscere. Scrive: “Mi baso su documenti concreti e controllabili: le immagini che conservo, sue e della famiglia, le fotografie dei luoghi in cui abitò, gli oggetti che passarono fra le sue mani, i dati anagrafici; faccio confluire nella narrazione i ricordi e i ricordi dei ricordi miei e di altre/i, rendo esplicite caratteristiche psicologiche nascoste nelle pieghe dei ritratti, non disdegno talora l’abbandono all’immaginazione ancorata nella conoscenza pratica; raccolgo tutti gli elementi, animandoli di interpretazione e re-interpretazione e li fondo al fuoco della mia relazione con Lei” (p. 90).

Riscattare e redimere la storia che si annida in me non è un tentativo di rivalutare una donna o un’esperienza comune del passato, ma è o può essere una mediazione che redima me e alcune delle mie contemporanee da un fantasma ricorrente, da un crimine del passato che continua a pesare sul presente di oggi, da un episodio storico prigioniero di interpretazioni ideologiche. In altre parole, è un tentativo di assolvermi – di assolvere il mio tempo – da fantasmi e crimini del passato. O di essere assolta da essi in grazia di una relazione politica.

Questo l’ho imparato dalla contessa di Barcellona Duoda, la scrittrice del IX secolo che nel Liber manualis dedicato ai due figli che il marito le aveva tolto, scrisse: “Benché dunque io sia indegna e fragile, mi trovi in esilio,infangata e attratta da ciò che è più basso,c’è con me, tuttavia, una compagna di sventura amica e affidabile, per assolvere i crimini dei tuoi.” (Epigramma)

Il crimine da assolvere è, in questo brano, quello di suo marito e dei suoi amici, che stavano usando i figli di Duoda come ostaggi nelle lotte di potere tra i nipoti di Carlo Magno. Ma non per assolvere costoro, bensì con il fine di liberarsi lei -Duoda- da questo crimine.

Faccio un esempio più vicino nel tempo.

C’è un crimine del passato che mi ha sempre pesato e del quale mi piacerebbe redimermi, liberarmi, assolvermi o essere redenta e assolta da un’interpretazione storica che faccia simbolico, che non sia ideologica. Questo crimine è l’Olocausto. Per parecchi anni, ho insegnato nella mia facoltà la materia Tendenze storiografiche attuali. Quando si arrivava alla storiografia sull’Olocausto, la partecipazione alla lezione era intensissima: leggevano e commentavano ogni tipo di opera, facevano reportage audiovisivi, recuperavano testimonianze di sopravvissute/i… Ma, alla fine, io restavo insoddisfatta. Non ero soddisfatta perché restava sempre, dietro le quinte, l’odio per il popolo tedesco per il crimine commesso. Cioè non c’era riscatto, non c’era redenzione, perché non c’è redenzione se l’odio prevale. E se non c’è redenzione la storia può ripetersi.

Non c’era riscatto né redenzione perché io non ho saputo trovare la porta stretta che lasciasse passare l’amore nell’interpretazione della storia. Non osavo – erano classi numerose e molto politicizzate – mettere in gioco l’esperienza personale che avevo più a portata di mano, l’esperienza di un altro crimine che avevo ereditato dalla storia, e ereditato concretamente dalla storia di mio padre e di mia madre: la guerra civile spagnola.

Marirì, invece, ha osato e ha aperto una strada alla possibilità di partire da sé davvero quando si scrive storia, e così facendo ha messo in moto anche me.

a cura di Silvia Marastoni, Luciana Tavernini e Marina Santini


Milano, Circolo della Rosa – Libreria delle Donne, 17 giugno 2006

All’interno degli incontri promossi dalla Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica, alcuni interventi ci hanno permesso di elaborare la pratica della storia vivente.

La storica Maria Milagros Rivera Garretas discute con Marirì Martinengo, a partire dall’ipotesi contenuta nel libro di Marirì La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna ‘sottratta’. Ricordi immagini documenti (ECIG, Genova 2005).

Laura Minguzzi

Ho preparato un piccolo testo che mi rende più agevole dire quello che penso. Mi collego a varie cose che sono state già dette, in modo da procedere. Dopo la lettura di questo libro di Marirì, a caldo, non sono riuscita a dire niente. Ci ho pensato, perché mi ha fatto molta impressione. Le sensazioni sono state immediatamente e profondamente liberatorie. Mi sono detta: “Finalmente Marirì l’ha scritto ed è riuscita a scriverlo in modo eccellente”. L’inghippo, il segreto, il mistero, la macchia sul muro di cui parla Virginia Woof in un famoso racconto è venuto fuori, e io ho sentito questo movimento come un fatto empatico verso Marirì, a cui sono legata da una profonda amicizia politica. Questa amicizia politica è stata un ‘mezzo di trasporto’ simbolico che mi ha portata da Parma a Milano. Finalmente lei ha avuto il coraggio di portare alla luce questo mistero, spinta dall’amore per la storia vivente, che le ha permesso di far emergere il lato oscuro, opaco, da nascondere, di infrangere il muro degli affetti familiari e del conformismo borghese (che non si annida solo in quella classe, ma è molto presente anche nelle classi popolari dove può essere perfino più crudele, più feroce), che può togliere la parola e far diventare muta chi sopravvive. Il partire da sé è appunto uno dei criteri e la chiamata dal cielo, o da sottoterra, sono stati motori conoscitivi introdotti nella politica e nella storia dal femminismo. Però la differenza è che non tutte hanno il talento, il dono della scrittura che ha Marirì, oltre al suo coraggio, alla sua tenacia nel forgiare questa storia, bellissima anche da leggere. Secondo me, anche se può essere un po’ esagerato, si è creato un precedente. Lo dico per rispondere a modo mio a uno degli interrogativi posti prima: se questo libro è un fatto isolato, come modo di fare storia, o se può essere un precedente per una storia che fa entrare l’inconscio nelle sue trame. Per esempio, a proposito degli oggetti che fanno la memoria delle persona che ci sono care e che sono scomparse, Marirì mi ha sostenuto nel conservare mobili di mia madre degli inizi del ‘900 che tutti mi dicevano di gettare. Al Circolo abbiamo conservato il tavolo e l’armadio di Bibi Tomasi, che è una nostra ‘predecessora’, oltre che amica e sostenitrice politica. Questa tenacia ha aiutato anche me a non gettare pezzi del mio passato, della mia memoria. Non per questo ognuna/o deve mettersi a raccontare le proprie storie.

Riguardo alla questione della malattia, come diceva molto bene Bonansea, nel libro non si parla della casa di cura, non si portano elementi che potrebbero essere piattamente oggettivi, o strappalacrime. L’empatia che ho sentito è per qualcosa di simile che è successo a mia madre, che era depressa e ha vissuto questa malattia nella totale incomprensione, nel totale silenzio, perché si pensava che fosse una ‘malattia da ricchi’, e quindi che chi non era ricco non poteva avere una malattia dell’anima, una malattia femminile. Mio padre diceva che bastava la forza di volontà, che non era necessario curarsi. In questa incomprensione totale la solitudine di mia madre immagino fosse immensa e inenarrabile. Il suo ricordo è di totale silenzio, di un mutismo insormontabile come una muraglia cinese, che neanche i medici sono riusciti a decifrare, a capire. Negli anni ’60 era molto più difficile decifrare la sofferenza femminile… Per lungo tempo neanch’io sono riuscita a perdonare (ma forse è meglio dire assolvere, come propone Milagros) mio padre e mio fratello per questa incomprensione. Ho nutrito propositi di vendetta e risentimenti, che per fortuna sono riuscita a spostare interrogando la vita di mia madre, le sue relazioni, la sua malattia, il suo rapporto con me e la sua morte. Così le uova del risentimento si sono trasformate nell’uovo d’oro di una libera lettura della storia. E mi sono chiesta, ritornando al presente: perché oggi ricomincia a parlare questo nostro passato più profondo? Perché oggi questa cosa è possibile? Cosa ha reso praticabile questa possibilità? La risposta che mi sono data è che il nostro praticarci quotidiano nei luoghi che abbiamo creato fa emergere, nelle relazioni ravvicinate che abbiamo, anche il nostro essere lontane: io infatti mi sento una donna comune, mentre non sento così Marirì. Questa distanza abissale, che può esserci fra noi che viviamo, pratichiamo questi luoghi politici che abbiamo creato (la Libreria, il Circolo della Rosa e altri), se cerchiamo di non colmarla, appiattirla, eliminarla, crea scambio e permette di poter fare storia, risolvere i conflitti, darci una parola e una lingua.

Graziella Bernabò

Il libro di Marirì (che, grazie a lei, ho potuto leggere immediatamente prima della pubblicazione) mi è molto piaciuto fin dal primo momento, per quello che lei ha scritto e per il modo in cui l’ha scritto. Prima di tutto, ho apprezzato il nesso strettissimo fra la serietà, il rigore (ma forse questa parola è troppo aspra…) nel metodo di lavoro e l’empatia, l’affettività (che tante hanno notato prima di me) di Marirì verso il soggetto/oggetto della sua ricerca. Verso quella nonna negata sia da un sistema familiare, purtroppo tristemente tipico, sia da una psichiatria dissennata, che ha fatto vittime, soprattutto tra le donne, per molto tempo, fino a oltre il secondo dopoguerra, in tutti i ceti sociali. Può essere però (se ne parlava anche con Marirì) che in ambienti sociali borghesi si sentisse maggiormente la vergogna, si cancellasse di più la memoria dei fatti. Nel mondo popolare da cui provengo le cose dissennate avvenivano ugualmente, però non venivano nascoste. Nel libro il rigore e l’empatia sono elementi che si compenetrano e che traggono valore l’uno dall’altro. È proprio il moto di amore di Marirì verso la nonna, il desiderio di riconoscerla e di riscattarla dall’oblio cui è stata condannata, che diventa il punto di partenza per la sua ricerca appassionata: una ricerca seria ma non asettica, perciò tanto più efficace. Nulla di sé Marirì ha negato alla figura di Maria Massone in termini di tempo, energia, sacrificio in questo suo lavoro, durato molti anni e diventato per lei un fatto esistenziale importantissimo, che le consentiva di ritrovare le proprie radici più profonde. Marirì aveva pochi elementi a disposizione (ritratti, monili, un’epigrafe funeraria, qualche certificato); ma li ha studiati tutti con una cura estrema, li ha fatti parlare e li ha integrati con ulteriori ricerche, e quindi con nuovi documenti e con visite attente e molto empatiche ai luoghi in cui si è svolta, e soprattutto conclusa, la vicenda: penso ad esempio alla Villa di salute delle Ancelle della carità che si trova a Mompiano di Brescia. Certo, le tracce erano esili e su di esse Marirì ha messo in moto l’immaginazione. Ha potuto farlo perché, come lei stessa scrive e come ha sottolineato opportunamente María Milagros Rivera Garretas, la storia in gioco in questo libro non è la storiografia positivistica “oggettiva”, ma una storia vivente dentro di lei, una storia più profonda che non respinge le ragioni dell’amore nel suo processo conoscitivo. Però è opportuno rilevare che non si tratta di un’immaginazione astratta, arbitraria, proprio perché essa affonda le sue radici nell’esperienza personale. La biografia della nonna che ne deriva è certamente molto connotata in senso soggettivo, come ovviamente qualunque biografia, a maggior ragione se i documenti sono scarsi. Ma le pietre con cui essa è costruita sono vere. E, a questo proposito, riprendo le parole di Yourcenar citate nel suo testo, a p. 94, dalla stessa Marirì: “Qualunque cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a proprio modo, ma è già molto adoperare pietre autentiche” (Margherite Yourcenar, Memorie di Adriano. Taccuini di appunti, a cura di Lidia Storoni Mazzolani, Einaudi, Torino 2002, p. 287). Dunque Marirì usa materiali seri, e li tratta seriamente; infatti risulta persuasivo anche il modo in cui tali pietre sono state da lei cementate, dato che, dietro al suo lavoro, ci sono l’attenzione, l’amore, la cura nel ricostruire una vita dimenticata. Questi elementi (amore, attenzione, cura) producono verità e fanno storia nel senso più completo e profondo del termine, non romanzo, non biografia romanzata. E lo dico con tutto il rispetto possibile per queste diverse forme di scrittura, che però non sono da confondere con la storia. Nel contempo l’ascolto dell'”altra”, della nonna, diventa per Marirì anche un modo per dar voce a parti di sé negate dal sistema familiare in cui era inserita. Riscattando la nonna, lei riscatta anche queste sue parti e si riprende in mano la vita con maggiore consapevolezza. E questo genera libertà per lei e, più ampiamente, libertà per le donne, acquistando un significato politico non indifferente. Tutto ciò (e altro), come ho scritto nell’introduzione, mi è piaciuto del libro di Marirì.

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Sandra De Perini

Ho fatto venire Marirì a Mestre ed è stato un bellissimo incontro: le donne hanno tutte letto questo libro e alcune sono rimaste un po’ deluse, perché avrebbero voluto sapere di più della storia della nonna. Ritorno a quella domanda: può una storia privata diventare simbolica, emblematica? Ho avuto l’intuizione che si può fare questo tanti anni fa, quando ho letto il libro di Luisa Muraro La signora del gioco (ripubblicato quest’anno La signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime, La tartaruga-Baldini&Castoldi, Milano 2006). Alla fine di quel libro si parla di restituire senso a queste migliaia di donne che sono state processate e messe al rogo come streghe, e quella è una delle immagini terribili della storia che chiede riscatto. Muraro nel libro dice che si sentiva chiamata da queste donne per restituire loro un senso. Lì c’è stata per me una riflessione: chi fa ricerca storica torna indietro nel tempo perché vorrebbe che le cose potessero essere andate diversamente, quindi come per cambiare il corso della storia e inventare nuove possibilità, anche se il passato ha nel senso comune una condanna di irreversibilità… Mentre noi sappiamo che il passato può essere reversibile: si può ritornare indietro, raccogliere un messaggio che le donne del passato ci hanno lasciato nascosto negli oggetti, nei mobili, se non avevano parola. Quelle venute prima della ricerca delle scrittrici del ‘900, dell’800 sono state molto spesso donne senza parola, ma noi in questi anni abbiamo fatto ricerca storica e abbiamo ricollegato le donne trovatore, le preziose, le donne dei salotti, le donne dell’800, le rivoluzionarie, le socialiste… tante figure di donne che hanno parlato nella storia, che hanno detto, preso posizione, che si sono anche schierate. A me è piaciuto molto il discorso di Milagros, quando diceva che in fondo nelle ricostruzioni riguardo al nazismo, all’Olocausto c’era sempre, implicitamente, l’odio verso il tedesco, il popolo tedesco. Anch’io sono sempre stata sospettosa di una storia delle donne in cui c’era sempre, sullo sfondo, il simbolico maschile – l’uomo che fa ingiustizia, violento – e che quindi alimenta quasi un odio nei confronti del sesso maschile, quasi un bisogno di risarcimento e di riscatto verso quest’uomo che non ha saputo amare le donne. Io non ho visto altri libri come questo di Marirì. È unico… Non c’è nessun risentimento nei confronti ad esempio del marito della nonna, o rispetto alla famiglia. Sarei molto curiosa di sapere come poi è stato accolto questo libro, nella famiglia, perché Marirì anni fa aveva raccontato che c’era stato un conflitto. E io so che ogni volta che si vuole raccontare la versione dei fatti in famiglia nascono un sacco di problemi, di conflitti… Però questo libro è tenuto in maniera talmente delicata, sul filo… Non è mai solo storia personale… Per me c’è riscatto, e c’è la figura simbolica di tutte quelle donne che avremmo potuto essere anche noi, se non avessimo fatto un percorso che ci ha dato la forza di resistere alla follia. Perché la follia è dentro di noi, è accanto a noi, ci è stata sempre presente nella storia, nel nostro passato, e anche oggi ogni tanto si manifesta nelle notizie di cronaca (ad esempio, le donne che si suicidano, o che ammazzano i loro figli, e che mi interrogano sempre). A me sembra che in questa figura emblematica della nonna, che non è solo la nonna di Marirì e basta, ci sia il riscatto di tutte quelle donne che stanno prima di noi, un passo più indietro di noi, e che attraverso questa figura di nonna sono entrate in contatto con noi. Perché non è che da lì lei prenda spunto per fare un libro di metodo storico: può sembrare anche così, ma per me non è così.

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María-Milagros Rivera Garretas

Mi sembra che la cosa più importante che porta fuori in questo libro Marirì è il guadagno di libertà che la storia può portare all’autrice, alla storica. Penso che la redenzione, il riscatto è di me, di me come storica, di questa storia che si annida in me e che mi fa stare nella vita in un certo modo, a volte anche ideologico, perché non trovo il simbolico per farlo venir fuori. In questo senso è un libro unico. Io le chiederei: “Qual è stato il tuo guadagno di libertà?”. Quando traducevo Duoda pensavo: “Lei ha potuto scrivere il libro quando si è sciolta, assolta dal delitto degli altri, del marito: quando non era più attaccata a questa necessità di rivincita”. Penso che fra le storiche (fra le donne soltanto, non dico fra gli uomini, in questo caso), nella mia generazione e anche in quelle successive di storiche universitarie, c’è molto bisogno di libertà. Siamo molto libere in tante cose, ma non abbiamo un guadagno di libertà che venga dalla storia che scriviamo. Non troviamo redenzione alle nostre storie personali, genealogiche… Ad esempio, la guerra civile spagnola è sempre studiata, anche dalle donne (e donne bravissime, come storiche, tradizionali ma bravissime), con uno sfondo ideologico: la destra e la sinistra… Ma la realtà femminile è un’altra… Quello è il sociale… Noi siamo lì, ma siamo anche in un altro luogo, oltre il sociale… E lì il guadagno di libertà non viene, con quella storia ideologica. È vero che vogliamo riscattare le donne del passato perché sono quelle che vogliamo conoscere. Però penso – e insisto – che questo riscatto, questa redenzione è dentro di me, come storica., una volta libera da queste cose pesanti del passato. Penso che Duoda abbia potuto creare il suo libro (che si legge ancora oggi, dopo più di mille anni) quando si è liberata, sciolta da questo ostacolo del grandissimo e terribile crimine compiuto dal marito. Duoda ha iniziato il libro nell’841 (quando il marito ha portato via anche il figlio più piccolo, che non era stato ancora battezzato) e l’ha finito nell’843. Nell’844, poi, Carlo il Calvo ha fatto ammazzare il marito. Quella del marito di Duoda, come storia di vita, non è stata una storia grande; non è arrivato molto in là. Invece lei, con questo rapporto, questa amica, ha trovato la libertà sufficiente per scrivere, per creare quello che doveva essere fatto da lei.

Laura Minguzzi

Mi sembra che questa ricerca sulle donne famose del passato (la ricerca di Marirì sulle Trovatore, o quella che abbiamo fatto insieme in Libere di esistere – http://www.url.it/donnestoria/testi/libere/apertura.htm) sia ritornata dentro, come un boomerang: ed è qualcosa che non avevamo previsto, che non avevamo messo in conto. L’imprevisto della storia, quindi, l’abbiamo fatto accadere noi. Ci è ritornata dentro questa libertà che abbiamo visto nel passato in queste donne (Ildegarda, Marina, Eufrosina, le Trovatore), e abbiamo cominciato a dare corpo alla nostra storia irrisolta, a quello che non avevamo elaborato di noi stesse, della nostra storia italiana degli anni ’50… Ognuna si è trovata a dover fare i conti con queste “viscere” che sono venute fuori: per fortuna avevamo creato degli strumenti politici, simbolici per poterne parlare, perché poteva anche essere una cosa distruttiva…

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Traudel Sattler

Anche per me il nesso che Milagros fa con la Shoah è importante, perché è una cosa che io naturalmente mi porto sempre dietro (Traudel è tedesca, n.d.t.), e non c’è mai stato un modo per uscire da questa cosa… Mi ricorda anche la storia della mia famiglia: delle persone rinchiuse nei campi di sterminio fino all’annientamento si parla, in famiglia, soprattutto con allusioni. Gli uomini tendono un po’ a giustificare, a dire “ma noi pensavamo che fosse il socialismo…”; le donne ne testimoniano un po’ con vergogna, e con molto dolore; quando mia madre racconta di come ha assistito alla deportazione di ebrei a me viene da piangere… Nel movimento delle donne in Germania ci sono stati due momenti: un primo momento in cui le donne si assolvevano in nome dell’estraneità e per l’impossibilità (a causa dell’amore per la madre) di colpevolizzare queste persone, fra cui c’erano le mamme, le nonne, le zie… Poi, anche a causa di un libro sulla connivenza femminile con il nazismo (Christina Thürmer-Rohr, Mittäterschaft und Entdeckungslust, Orlanda Frauenverlag Berlin 1989), è subentrato un capovolgimento per cui le donne, le madri venivano accusate di complicità; e anche questo è stato devastante… Non si è ancora riusciti ad uscire da questa impasse: o la negazione (per cui la madre non c’entra niente), o l’accusa di complicità. In questo dibattito, invece, emerge una cosa nuova, e una strada che io posso pensare fattibile anche per me.

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Luciana Tavernini

Uno dei problemi forti che hanno le donne – e che portano alla depressione – è proprio quello di assumersi il delitto del mondo, i grandi delitti della storia… Il sentirsi compartecipi del delitto, perché non si riesce a fermarlo. Mi sembra che qui venga fuori una strada diversa: quella di cominciare a raccontare la storia che capita dentro di sé rispetto a questo assistere; e in questo assistere, non prendere una posizione o l’altra per liberarsi da questo peso, altrimenti succede quello che ci dice Wanda Tommasi (La scrittura del deserto in Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005), la depressione, la mancanza di parole delle donne.

Trascrizione del dibattito, non rivista dalle autrici, a cura di Silvia Marastoni; revisione e sottolineature di Luciana Tavernini e Marina Santini.

di Laura Minguzzi


La mia lettura del libro di Marirì Martinengo La voce del silenzio sulla nonna paterna Maria Massone, donna “sottratta”, come lei la definisce nel sottotitolo, risale al dicembre 2005, caldo di stampa. E a caldo appunto non sono riuscita a scrivere niente, per il rapporto che mi lega all’autrice, rapporto di amicizia politica.

Le sensazioni a lettura terminata sono state profondamente liberatorie “ecco, mi sono detta, finalmente l’ha scritto, l’ha detto, ha saputo farlo, è riuscita a farlo in modo magistrale”.

Scoperti l’inghippo, il segreto, il mistero, la macchia sul muro, citando un famoso racconto di Virginia Wolf, insomma quello che io ho sentito come movimento empatico nel 1989 verso Marirì e mi ha portato da Parma a Milano al seminario sulla pedagogia della differenza, ora ha un nome, una storia. Finalmente lei l’ha coraggiosamente portata alla luce. L’amore per la storia vivente ha infranto il muro degli affetti familiari, del conformismo borghese, che non si annida solo nella classe borghese, ma è ben presente e agguerrito anche nelle classi popolari. Il partire da sé e la chiamata dal cielo o da sottoterra sono motori conoscitivi introdotti nella politica e nella storia dalla fucina del femminismo ma certo non tutte hanno il dono di scrittura di Marirì Martinengo, il suo coraggio e la sua tenacia per forgiare insieme inconscio, oggetti cari, foto, spilli, labili tracce e restituirci una narrazione esemplare di una storia familiare che si fa universale. E così adesso c’è un precedente per una storia che faccia entrare l’inconscio nelle sue trame. Io, in casa, ho conservato alcuni mobili dell’inizio novecento, della mia infanzia in campagna, mobili cari a mia madre che da quarant’anni trasporto da una casa all’altra, da una città all’altra contro la volontà di tutti. “Ma vendili, occupano troppo spazio”, mi sento dire … Io ferma nella mia posizione e Marirì mi ha sempre sostenuto. “Non devi abbandonarli.” Io non posso separarmene, li amo, sono ciò che mi resta della memoria del mio passato, di mia madre. Grazie alla sua tenacia anch’io sono riuscita a conservare la memoria del mio mistero, della mia macchia. Di quel lato oscuro, opaco, da nascondere, che come dicevo alligna anche nelle classi popolari e può essere persino più feroce e crudele, da togliere la parola ai sopravvissuti. E far diventare mute. Non per questo però, secondo me, ognuno-a dopo questo libro di Marirì deve mettersi a raccontare la propria storia famigliare. Infatti io sono grata a Marirì per questo lavoro di ricerca perché è come se avesse sciolto anche me da un debito verso il passato, verso mia madre e mi avesse alleggerito di un fardello; il suo lavoro vale anche per me, in questo è il suo carattere di universale. Io ho passato la mia adolescenza frequentando case di cura dove a periodi alterni veniva ricoverata mia madre, sofferente di depressione e sottoposta a cure crudeli. L’elettroshock, prima della rivoluzione portata dalla legge Basaglia, era comunemente usato come terapia in qualunque reparto neurologico di qualunque ospedale. Ci si vergognava di avere quella malattia e i parenti pure cercavano di nascondere di avere familiari in casa malati di depressione. Mio fratello temeva ripercussioni negative sul lavoro e perciò colpevolizzava mia madre di essere malata. Mio padre pensava fosse questione di volontà e che ogni medicina fosse inutile. Aveva bisogno del suo aiuto per il lavoro nei campi e non voleva accettare questa strana malattia femminile, forse da ricchi, una malattia dell’anima. Noi non ce lo potevamo permettere. L’incomprensione era totale e la solitudine di mia madre immagino fosse immensa, inenarrabile. Io di quel periodo ricordo solo il suo totale silenzio, un mutismo duro e insormontabile come una muraglia cinese, irraggiungibile da comuni mortali e da medici che non hanno saputo (non sanno?) decifrare la sofferenza femminile. Per lungo tempo non sono riuscita a perdonare mio padre e mio fratello e come racconta Marirì ho covato risentimenti e propositi di vendetta, finché non ho spostato lo sguardo su mia madre interrogando la sua vita, le sue relazioni, la sua malattia, il suo rapporto con me e la sua morte. Così le uova del risentimento si sono trasformate nelle uova d’oro della libera lettura. Ne ho ricomposto la storia seguendo labili indizi e ricordi, rileggendola alla luce dello spostamento operato sul presente, cioè sul mio desiderio di essere libera.

Dal presente prende a parlare il passato. Perché è possibile oggi mi sono domandata? Cosa ha reso praticabile questa possibilità? Il nostro praticarci quotidiano ha aperto questa strada di messa in parole. Il passato non è più opaco, atono, afono, è soggetto di se stesso. Noi sentiamo la sua voce, questa sensibilità ci è restituita dalle relazioni che pratichiamo nel presente. Una donna comune come posso essere io in relazione con una donna non comune come è sicuramente Marirì Martinengo. La storia oscura di mia madre, così come la storia oscura di sua nonna Maria prendono forma, hanno una lingua. Io ho sottratto me stessa e mia madre alla inesistenza delle donne con una vita infinitamente oscura, con la pratica delle nostre relazioni nella Comunità di storia, fondata insieme nel ’92. Fra di noi c’è una distanza abissale dovuta al ceto, alla cultura, all’esperienza, al linguaggio che ogni giorno cerchiamo non già di colmare, che sarebbe vano sforzo, ma di mettere in comunicazione, far comunicare, rendere materia di scambio nel mondo.

Gli scambi negli spazi pubblici e politici che abbiamo creato, Libreria delle donne, il Circolo della rosa, il Sito di storia sono una articolazione di noi stesse, fanno emergere l’inconscio e producono conflitti, incomprensioni, sofferenza. Ma anche linguaggio e gioia quando riusciamo a parlarne, a sciogliere i nodi, a scriverne rendendoli pubblici. Il libro di Marirì introduce l’inconscio nella storia ponendo un precedente per una storia che ne tenga conto.