di Alessandra De Perini



Care amiche della Comunità di Storia vivente,

ho letto con molto interesse e curiosità le vostre risposte alle critiche e obiezioni che avete ricevuto nel corso dei numerosi incontri e dibattiti pubblici a cui siete state invitate dopo la pubblicazione del numero 3/2012 della rivista DWF.

Il testo è scritto bene e riesce in poche pagine a toccare moltissime questioni, facendo ulteriore chiarezza sulla vostra pratica, anche se penso che, proprio su questo punto della pratica, continuerete a ricevere domande di chiarimento, perplessità, critiche, resistenze e obiezioni. La pratica, infatti, per essere capita, domanda di essere messa in atto in prima persona in un contesto di relazioni di fiducia. È il passaggio più difficile: non si tratta di capire razionalmente, ma di mettersi in gioco, di sentirsi attraversate/attraversati dal tempo che passa e deposita nel fondo esperienze che domandano di essere nominate, “riscattate” dal silenzio. Si tratta di amare la storia così tanto da rinunciarvi, da volerla liberare dalle spartizioni temporali tradizionali, svincolare dal criterio di oggettività, dallo schema interpretativo dei rapporti di potere, per scegliere e collocare al centro il piano della soggettività relazionale libera, dell’interiorità, dell’esperienza femminile/maschile nei diversi contesti.

Il vostro è un testo molto importante, una sintesi veramente felice che rende conto del punto in cui siete oggi, dopo anni di incontri, ricerche, discussioni, e che può costituire per altre e altri un’occasione di presa di coscienza e messa in discussione del proprio rapporto con la storia, suscitando in colei o colui che scrive storia il desiderio di portare in superficie il “sommerso”, gli aspetti nascosti della propria esperienza, di illuminare eventi che contengono qualcosa di prezioso che “brilla per la sua simbolicità e il suo senso”.

Certo la storia vivente non è per tutti/tutte, la sua pratica non è facilmente trasferibile, perché non tutti/tutte sono disponibili ad assumere se stesse/se stessi come “documento vivente”, a scardinare le ripartizioni dei saperi e dei generi, a porre la trasformazione di sé all’origine del fare storia.

Nel testo dite che volete offrire nuove chiavi di lettura per l’esperienza umana femminile e per la relazione tra i sessi, allargare l’orizzonte della disciplina, orientare l’insegnamento nella scelta e interpretazione degli argomenti che passate al “setaccio” delle vostre esperienze e scoperte. Chiarite la differenza tra “rammentare” e “ricordare”, tra fare storia dei sentimenti ed essere in ascolto di quel “sentire profondo” che non appare nella narrazione storica e che per voi costituisce, invece, il punto di partenza della ricerca storica. Dite che il vostro lavoro è doloroso, un “lavorio lento e difficile”, uno scavo solitario, sostenuto dall’ascolto attento dell’altra. Affermate poi che si sta diffondendo un eccesso di storia personale che rischia di far perdere la “significatività della storia singolare inserita nella grande storia”.

Siete convinte che le vostre scoperte non solo cambiano la visione del passato, ma possono trasformare il modo di agire nel presente. Questo è il punto più politico del vostro testo che va ulteriormente indagato e approfondito.

Avete adottato uno stile che non tiene separati i generi (letteratura, storia, biografia, critica letteraria) e ne spiegate le ragioni. Anche questo punto è molto importante e va ulteriormente approfondito.

Il vostro – dite – è “un nuovo inizio” della storia, non una riproposizione della storia delle donne. Una grandissima pretesa questa, un passaggio fondamentale che corrisponde al passaggio di una politica tra donne a una politica di relazioni di differenza con donne e uomini. Ve lo dice una che per anni ha proposto corsi di storia delle donne rivolti soprattutto a ragazze e ragazzi delle superiori, ma anche a donne di ogni età, donne comuni, vicine di casa, con l’intenzione di favorire una presa di coscienza e di utilizzare quindi la storia delle donne come primo passo dell’azione politica.

A questo punto mi fermo e mi perdo perché sono ancora tantissimi gli spunti di riflessione che proponete nel vostro testo e che andrebbero discussi e meditati parola per parola. Il vostro testo è così ricco di affermazioni e di passaggi simbolici che ho dovuto leggerlo più volte per riuscire a discuterne con altre. E continuo a rileggerlo, torno a riprendere il filo del discorso, perché dimentico ogni volta qualcosa di importante di cui non mi ero accorta o a cui non avevo dato importanza.

Adesso alcune mie osservazioni critiche: forse ci sono troppe citazioni, segno di poca autorizzazione. Credetemi, non avete bisogno di citare continuamente Maria Zambrano, perché voi siete le inventrici e sperimentatrici di una pratica nuova, originale, radicale, che punta a far emergere il simbolico femminile. La vostra è una scrittura senza precedenti che “mostra il simbolico femminile nella storia”. L’autorità di riferimento per la storia vivente per me, più che Maria Zambrano, grandissima pensatrice, è Marirì Martinengo che nel 2005, dopo anni di lavorio e di ricerca, ha scritto La voce del silenzio sulla nonna paterna Maria Massone. Da lì poi il riconoscimento di Maria Milagros Rivera con cui siete in relazione politica e la decisione comune di costituire la Comunità di storia vivente.

Credo che sarebbe anche molto importante far capire di più e meglio come avviene il passaggio dal piano della soggettività che si radica nella storia personale di ognuna/ognuno al piano universale della storia di tutte e tutti.

Ritengo poi che i testi di storia vivente siano veramente ancora troppo pochi e questo vi costringe a fare riferimento sempre agli stessi tre o quattro esempi, con effetto di staticità e ripetitività.

C’è infine un livello internazionale della riflessione storica con cui, secondo me, è necessario mettersi alla prova e interloquire, se si vuole dare seguito alle grandi pretese che avete annunciato, per far capire dov’è il “di più”, qual è la differenza, la forza e l’originalità della storia vivente. Se si vuole trasformare la storia bisogna accettare di mettersi in gioco nel dibattito storiografico attuale e cercare di individuare le posizioni che più si avvicinano al vostro-nostro modo di intendere la storia.

Vi abbraccio tutte

Alessandra De Perini



(www.libreriadelledonne.it, 27 marzo 2015)

Comunità di Storia vivente: Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Luciana Tavernini, Marina Santini, Laura Modini, Giovanna Palmeto

 

La pubblicazione de La pratica della storia vivente (DWF, n.3/2012) ha suscitato interesse e abbiamo ricevuto numerosi inviti a parlarne pubblicamente. Nei dibattiti che sono seguiti ci sono state fatte alcune obiezioni a cui intendiamo rispondere.

È comprensibile che ci vengano rivolte delle obiezioni perché siamo consapevoli che abbiamo toccato un punto molto sensibile. La storia non è solo la più politica delle materie, ma riconosciamo che rappresenta anche l’identità di un popolo, il patrimonio comune di un paese, è una religione laica, una struttura strutturante. Sappiamo cosa rappresenta la storia nella vita di ognuna e di ognuno e nella nostra cultura.

Come dice Luisa Muraro: «Nella cultura europea e nelle culture da essa influenzate, la storia (e di conseguenza la storiografia, ossia lo scrivere di storia) è molto importante. Questa importanza è già nella lingua, pensiamo al sistema dei tempi verbali nelle lingue indoeuropee con tutte le sfumature e accavallamenti dei riferimenti al passato, dal presente al passato prossimo, all’imperfetto, al passato remoto e, dulcis in fundo, al trapassato prossimo e remoto. Oltre alle lingue, pensiamo a due grandi tradizioni della cultura europea, la religione cristiana e la filosofia. La religione cristiana è una specie di narrazione storica, dall’inizio a un culmine a una fine futura; si tratta, come noto, di un’eredità della Storia sacra del popolo ebraico, cioè di una cultura del Mediterraneo oltre che europea. La filosofia in Italia viene insegnata come storia della filosofia. Non solo: il più importante sistema filosofico moderno è una filosofia della storia, mi riferisco a Hegel» (8 marzo 2013, Ci sono novità nella ricerca storica http://www.libreriadelledonne.it/ci-sono-novita-nella-ricerca-storica). E così si insegnano arte e letteratura come storia dell’arte e della letteratura.

Inoltre ci rendiamo conto che finora non siamo riuscite a rendere del tutto chiara la nostra pratica e il fatto di ricevere obiezioni è per noi un’occasione per un ulteriore ripensamento e chiarimento.

Ma veniamo alle obiezioni e alle nostre risposte.

 

1) Ci dicono che nella nostra pratica c’è un rischio di localismo, un’incapacità di visione d’insieme e una chiusura nei confronti di orizzonti più ampi.

Si sente un eccesso di storia personale che sembra imperversare in questi anni, complice in parte la rete; questo eccesso rischia di far perdere la significatività della storia singolare inserita nella grande storia.

È il rischio che corre sempre chi si prefigge di scendere in profondità. Lo scopo della nostra pratica, come sottolineeremo ancora, è quello di portare in superficie il sommerso, convinte che questa operazione muta chi scrive storia e consente a lei o a lui di vederne aspetti nascosti. Offrire nuove chiavi di lettura per l’esperienza umana femminile, per le relazioni tra e dei sessi, è un allargamento di orizzonte per tutta la storia; orienta anche nell’insegnamento perché, nelle scelte degli argomenti, nella loro impostazione e nell’interpretazione, setacciamo a partire dalle nostre esperienze, da quello che abbiamo scoperto con la pratica della storia vivente.

 

2) Qualcuna/o teme la confusione fra storia e memoria.

Ci pare necessario distinguere tra rammentare e ricordare e, per farlo, ci possono aiutare le riflessioni di María Zambrano (Note di un metodo, a cura di Stefania Tarantino, Filema, Napoli, 2003, pp. 87-97). Quando si rammenta, la memoria va rapidamente da una situazione del passato all’altra senza far emergere “l’immagine guida”, tutto diventa fuggevole e confuso. Ricordare invece significa andare a «quegli eventi vissuti dal soggetto, che trovano certamente la loro dimora nella storia, eventi sommersi nel passato dopo essere precipitati sul suo fondo» (p. 94). Per riscattarli da questo fondo che è un “centro errante” occorre compiere dei giri, come in un labirinto. È un lavoro doloroso, il velo del tempo «può essere squarciato soltanto da qualcosa che ferisce il soggetto in cui questo avviene» (p. 91). Ma l’immagine ottenuta per condensazione, pur non essendo interamente trasparente, illumina; infatti il contenuto riscattato è «portatore effettivamente di qualcosa di prezioso, di qualcosa che brilla per la sua simbolicità, per il suo senso» (p. 93), qualcosa che introduce nella storia elementi che ne cambiano la visione. Per esempio, una di noi, vedendo in modo diverso la vicenda estrema di sua madre, ha portato alla luce forme di resistenza preveggente all’industrializzazione nel secondo dopoguerra in Italia, che ci permettono di rileggere non solo quel periodo ma anche altre situazioni (Laura Minguzzi, «La storia respinta, storia come vita significante», DWF, n. 3/2012, pp. 23-29). È un lavorio lento e difficile che necessita certamente uno scavo solitario che viene sostenuto dall’attento ascolto di tutta la nostra comunità.

 

3) Un altro fraintendimento riguarda il “sentire” che non è sentimento.

Ci mettiamo in ascolto delle “viscere”, come le chiama María Zambrano, del mondo interiore, di ciò che altri e altre hanno depositato nelle nostre vite. Non facciamo la storia dei sentimenti, ma siamo in ascolto del sentire: quel sentire profondo che non appare nella narrazione storica costituisce per noi il fondamento. La nostra pratica rende visibile l’invisibile. Ci sono esperienze che non hanno parole. Ad esempio partendo dal nodo di una di noi che non sapeva districarsi tra il desiderio femminile di essere preferite e preferire e un’esigenza di uguaglianza, abbiamo individuato con la pratica della storia vivente una preferenza non escludente: entra così in gioco un altro modo di leggere l’esperienza. Sono gli anni della scuola egualitaria, che riteneva la preferenza un modo per discriminare, e non ne vedeva la potenzialità di crescita non solo individuale. Questa scoperta non cambia solo la visione del passato ma trasforma il nostro modo di comportarci nel presente (Marina Santini, «Il volto ambiguo della preferenza», DWF, n. 3/2012, pp. 30-34).

 

4) Un’altra obiezione riguarda lo stile da noi adottato che non tiene separati i generi, ritenuti invece necessari per sottolineare il rigore della ricerca.

Molte autrici già attraversano i generi: i saggi di Graziella Bernabò su Antonia Pozzi e su Elsa Morante sono letteratura, storia, biografia, critica letteraria o tutto un armonioso insieme? (Graziella Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia, Viennepierre, Milano 2004, Ancora, Milano 2012; Graziella Bernabò, La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura, Carocci, Roma 2012)

Sono ormai anni che la storia non è più quella che rendeva insofferente Jane Austen: si è aperta anche ad altro e in questo altro ci sono le classi popolari, sono entrate le donne e poi i costumi, i sentimenti… e dunque si fa la storia materiale, la storia delle donne, la storia dei sentimenti. Tutto frammentato e separato. Noi tentiamo di tenere insieme: la storica/lo storico non è più il soggetto che indaga un oggetto, è corpo pensante ma non silente, è corpo sentente. Perché, come dice Zambrano «il sentire ci costituisce più di ogni altra facoltà psichica […] le altre le possediamo, mentre il sentire lo siamo». Il sentire è «la fonte ultima di legittimità di quanto l’uomo dice, fa, pensa». E «la sua storia (del sentimento) sarà la storia più veritiera». Il nostro porci in ascolto del sentire, quindi, ci radica nella “verità viva”. (María Zambrano, «Per una storia della pietà», Aut-Aut, n. 279/1997, pp.64-65)

 

5) Siamo accusate di lavorare senza l’avallo della comunità scientifica, senza la sua misura.

Noi abbiamo negli scritti di María Zambrano e di María-Milagros Rivera Garretas, con la quale abbiamo una relazione viva di scambio, la nostra misura. Riportiamo a questo proposito una parte della risposta di María-Milagros a Marirì che l’aveva interpellata riguardo alle obiezioni: «Il partire da sé seleziona man mano quello che vale, passandolo al setaccio della mia esperienza, di ciò che mi serve per conoscere la storia che si annida in me. Sono riuscita a farlo negli ultimi anni, spiegando in una classe il feudalesimo. Quando scoprii il movimento delle Fideles Amoris ci lavorai su per distinguere nel feudalesimo due fedeltà, una è quella feudale, l’altra la fedeltà ai segni di Amore. Così, senza distruggere la storia maschile, questa venne ricollocandosi in un luogo non totalitario né muto. E potei spiegarla in classe senza annoiarmi né sentirmi estranea.» (traduzione di Clara Jourdan). È soprattutto la pratica dell’ascolto di sé e delle altre, in un continuo lavorio di scavo, che riesce a portare alla luce nodi problematici della nostra vita che ci hanno condizionato pesantemente. Un lavorio dall’andamento a spirale che richiede tempi lunghi finché non sentiamo che nel racconto c’è altro e questo, prima detto in parole, diviene scrittura e riscrittura che mostra il simbolico femminile nella storia.

 

6) Sembra mancare un inquadramento generale e la partizione temporale, che farebbe precipitare la nostra pratica in una forma di autocoscienza, dove l’indagine su di sé e l’ascolto delle altre sono viste come un ripiegamento, con caratteristiche consolatorie, con il rischio di essere chiuse e autoreferenziali e di perdere la distanza per una valutazione obiettiva.

La storia ha bisogno di essere trasformata. L’inquadramento generale e la ripartizione temporale non sono indifferenti ai soggetti. Noi teniamo in gran conto il contesto e il tempo in cui gli eventi fatti emergere si sono svolti proprio per poter distinguere ciò che è essenziale. La pratica della storia vivente tende a far emergere e rafforzare una soggettività che si forma nella relazione; soggettività relazionale che è alla base della capacità di agire e rende una società civile.

Con questa pratica la storica/lo storico, portando allo scoperto la sua interiorità, il suo sentire, si trasforma e pone questo all’origine del fare storia. Spiegherà e scriverà una storia modificata che non abbia più, per esempio, come orizzonte la guerra o la sua assenza, lo schema vincitori/vinti, ma apra a un ordine nuovo di rapporti dove non siano estranei l’amore e la relazione; redenzione e riscatto, non solo odio e vendetta.

È un nuovo inizio della storia, non una riproposizione della storia delle donne.

Nelle società patriarcali l’esperienza femminile è tenuta sotterrata. È emersa nella letteratura, ma non ha avuto finora parole per dirsi nella storia. I desideri femminili affiorano nei sogni e non hanno rappresentazione, mentre l’esperienza e i desideri maschili hanno una loro visibilità e sembrano essere l’unica interpretazione per l’umanità. Noi, attraverso il racconto del groviglio di Luciana, abbiamo indagato, ad esempio, il desiderio di parola pubblica femminile aderente al proprio sentire e ne abbiamo visto l’origine e ciò che la ostacola (Luciana Tavernini, «Gli oscuri grumi del disordine simbolico», DWF, n. 3/2012, pp. 35-43).

Il nostro è un lavorio in fieri. Dentro di noi si intrecciano i fili del passato e del presente. Una condensazione di tempo storico che fa di noi un documento vivente. Questa pratica scardina le ripartizioni dei vari saperi e dei generi che hanno cercato di oggettivare la ricerca in una lotta affannosa per l’oggettività, che anche gli uomini sanno di non poter raggiungere.

Non escludiamo altri modi di fare storia, ma con la nostra pratica la soggettività femminile, entrando nella storia, ne fa emergere aspetti vitali.

 


La Comunità di Storia vivente comunica che in Approfondimenti è stato completato il passaggio dei nostri scritti teorici, concernenti l’origine della nostra pratica, dal sito Donneeconoscenzastorica. Ringraziamo Donatella Massara per averci gentilmente ospitato fino ad oggi


Ciò che mi lascia in parte perplesso è il concetto di “storia vivente”.Capisco che la storia possa partire dal vissuto personale per poi costruire relazioni tematiche e sociali ma ciò che mi sfugge da questa ricostruzione intimistica è come riesco a cogliere i processi di lunga durata. […]
Danilo Bruno

La tua obiezione Danilo è molto importante e noi la prendiamo in considerazione obiettando a nostra volta che la storia di lunga durata, quella degli Annales che tu citi, è andata a ramengo. Dopo i campi di concentramento e due guerre mondiali si è sbriciolata. Noi della Pratica della Storia vivente, vivendo in questa epoca post-moderna, salviamo il salvabile, dando il massimo valore alla soggettività.


http://eredibibliotecadonne.wordpress.com/2014/05/30/incontro-con-romilda-saggini-del-1642014-resoconto/

Abbiamo conosciuto Romilda Saggini, storica savonese specializzata in  Paleografia, con numerose pubblicazioni sulla storia locale di cui  molte legate alle donne, alla presentazione de “La pratica politica  della Storia vivente” presso la Libreria Ubik nel febbraio scorso.

www.eredibibliotecadonne.wordpress.com/tag/romilda-saggini/

di Gabriella Freccero

Ci sembrava opportuno presentare la pratica della storia vivente a Savona, poiché siamo in relazione fin dagli inizi con Marirì Martinengo che ne è l’inventrice, e perché Giovanna che fa parte delle Eredi è anche componente della Comunità di Storia Vivente di Milano.
Non  sapevamo cosa aspettarci da questo incontro, che poteva essere considerato troppo tecnico o specialistico; abbiamo investito molto nei contatti personali per la  comunicazione dell’evento e scommesso che avrebbe suscitato interesse.
E così è stato, anzi la soddisfazione per l’incontro è andato oltre ogni nostra aspettativa, per merito senz’altro delle nostre ospiti che hanno saputo presentare il loro lavoro con passione e chiarezza tali che ciascuna donna presente – questa è stata l’impressione – si è sentita chiamata in prima persona a confrontarsi con l’idea che , per citare Marirì “c è’ una storia vivente annidata in ciascuna di noi”.
E’una affermazione che assume implicazioni molteplici, poiché il ritenere che ogni singola vita sia di per sè già un documento storico scardina il perno fondamentale della disciplina, che si preoccupa di distinguere nettamente il soggetto che svolge l’indagine dai dati oggettivi che vengono vagliati e messi in ordine.
Qualche insegnante intervenendo si è infatti chiesta che implicazioni nascano dal fare di sè documento  e quale compatibilità ci sia con la storia tradizionale. Le storiche hanno chiarito che non considerano la storia vivente come alternativa e soprattuto esaustiva del fare storia, e loro stesse praticano altri generi, dalla storia personale a quella tradizionale; è piuttosto lo sguardo ad essersi modificato dopo aver ricercato sul proprio sè storico.
Ma fare storia vivente è anche e soprattutto portare alla luce un nodo irrisolto dentro di sè, sentire che qualcosa fa ostacolo nella propria storia e viene relegato nel non detto e non intepretato; a questa esperienza, invece di essere derubricata come problema personale,  viene chiesto di venire alla luce e di essere espressa con parole alle altre donne .Questo gesto in qualche modo ripara qualcosa che era incrinato nell’ordine simbolico e propizia uno sguardo diverso nel fare storia ,che tenga conto dello spessore delle singole vite, non più viste come di ingombro all’interpretazione dei fatti ma come fontana vivente e inesauribile cornucopia di doni per la ricerca storica.
Questa riparazione del tessuto personale consente di vedere con occhi nuovi  che quelle che Virginia Woolf chiamava le “vite infinitamente oscure” delle donne sono tali solo ad uno sguardo abituato a considerare storia solo guerre trattati e schieramenti politici.
Proprio il nominare l’inciampo nelle loro vite che le storiche hanno condiviso (Marirì l’occultamento della nonna, Laura l’esperienza dello sradicamento violento dalla civiltà contadina, la povertà munifica della madre di Luciana, la preferenza della maestra per Marina) ha dato – per così dire-  la stura agli interventi della serata che si sono susseguiti senza soluzione nel nominare esperienze simili; in essi è tornato più volte il richiamo all’ostacolo creatosi per non avere ritenuto veritiera nell’infanzia la parola della madre  (esperienza molto comune di disordine storico-personale che anche Luciana nel suo saggio sulla rivista ricorda); ma anche ostacoli di mentalità corrente, come considerare tutte le donne dell’antichità incolte per una donna che fa indagine storica sul medioevo savonese  e si accorge leggendo le fonti che le donne leggevano e scrivevano, anche quelle di estrazione popolare; una donna ha nominato l’ostacolo di avere avuto genitori anziani figli a loro volta di genitori anziani, cosa che ha determinato come nella sua vita vigessero tempi storici distonici rispetto ai tempi correnti e che può essere visto come problema tipo del nostro tempo, in cui gli intervalli fra le generazioni si allargano via via di più.
Si è fatto tardi e ce ne siamo andate perché la libreria doveva chiudere, con la sensazione che avremmo potuto e voluto ancora continuare e speriamo di farlo con l’aiuto di tutte quelle che vorranno.
(eredibibliotecadonne.wordpress.com, 3/3/2014)

di Liliana Rampello

 

Ho letto con molto interesse il numero della rivista DWF (n.3, 2012) dedicato alla pratica della storia vivente a cura della Comunità di Storia Vivente di Milano, formata da donne che conosco personalmente e il cui valore mi è quindi ben presente. E’ in ragione di questa relazione che vorrei fare qualche considerazione e soprattutto qualche domanda (non retorica).

La cosa che funziona bene in questa pratica è intanto che si sconfigge da subito l’idea che rispetto alla storia tradizionale ci sia da rivendicare, o aggiungere, o completare qualcosa che lì non è dato (le donne). E’ vero, non è dato, ma la mossa da fare è appunto, come qui suggerito, cambiare il proprio sguardo e tagliare in modo diverso la faglia della storia, delle storie che ci hanno raccontato e raccontiamo.

Di fatto, così, ci teniamo tutta la storia. Il che significa però che ho bisogno di tutta la storia, anche quella che segue “paradigmi” tradizionali, intanto perché sono molteplici, spesso baruffanti tra loro, soggetti a mutamenti di statuto e dunque sfuggono anch’essi, spesso, alla loro stessa imbalsamazione, ma poi perché anche la storia vivente va messa da qualche parte che sta nel comune, di donne e di uomini.

Mi viene in mente una vecchia distinzione consueta nei corsi universitari di un tempo: la disciplina correva su due binari, il corso istituzionale e il corso monografico. Bè, il primo era noioso, scontato, “nozionistico”, il secondo di solito legato alla ricerca in corso del docente, magari a una sua mania, e trasmetteva più liberamente la passione dello studio, ma erano entrambi necessari. Lo so adesso con più chiarezza che le grandi partizioni, le date, la sequela dei re, delle guerre, tutte quelle nozioni costruite sui “fatti”, sui “documenti” (e non apro qui la questione degli archivi e della conservazione) pur essendo sempre interpretati, pur essendo storia dei vincitori e non dei vinti (e men che meno delle donne), pur nella loro lampante parzialità costituiscono dei quadri di intelleggibilità, senza i quali tutto fluttua in una sorta di intemporalità inspiegabile. Sono quadri da cui fuoriuscire, i cui limiti vanno problematizzati, spezzati, tagliati appunto da un altro sguardo perché il non detto arrivi a presentarsi, a occupare la scena alla luce dell’impensato. Per una storiografia non lineare ma in chiave geologica direi, tale da comprendere la stratificazione genealogica. Ma quadri utili: l’ho capito quando, a riforma del triennio universitario avvenuta, eliminati tutti gli istituzionali, mi sono trovata a dover giudicare studenti che mettevano Shakespeare indifferentemente nel dodicesimo o nel sedicesimo secolo, il che mi faceva supporre che non avevano capito granché, perché l’assenza di partizione temporale mandava a farsi benedire molto altro.

Qui la mia domanda alla Comunità: ferme restando le importanti novità sul valore della presa di parola della storica, il suo giocarsi in prima persona, il valore epistemologico del sentire e dell’emozione, ho l’impressione che queste scoperte politiche trovino un potenziale limite se la storia vivente viene presentata soprattutto come possibilità di interpretare un sintomo di disagio o sofferenza personali. In che modo questa storia non rimane personale? Come medio tra ciò che mi capita e ciò che capita (ed è già capitato?). Non credo che la risposta sia nella comunità stessa, nelle sue relazioni interne. Ho trovato questa mediazione spesso risolta dall’arte, e per mia esperienza soprattutto nella letteratura, ma nella storia di cui qui si parla il nesso mi sembra ancora problematico. E’ una pratica inaugurale, certo, ma la domanda va posta, mi pare.

 

 

Mi sembra che il punto del sintomo, legato in modo a volte troppo meccanico con il sentire (prevalentemente sentirsi bene o male) sia richiamato in forma più o meno esplicita in tutti i contributi (anche in quelli più “teorici”, di Milagros Rivera e Marirì Martinengo) e che porti in sé il pericolo che il partire da sé diventi un parlare di sé, che cura la singola, le permette la parola pubblica, la riconcilia con la madre, in un percorso che si richiude su di sé, nel cuore delle sue relazioni, dal presente non al presente, ma sul presente. Intendo dire con questo che radicate nel presente non dobbiamo richiuderci “su” di esso, in un percorso consolatorio, ma portare l’esperienza del passato “al” nostro presente come rottura, come discontinuità. L’orientamento della libertà femminile non ha contenuti, men che meno prescrittivi, quale altro passo si può immaginare allora a partire da qui? Passo che affondi nel tempo della persona e però anche di una comunità più vasta, di chi ascolta e comincia poi altrove? D’accordo niente paradigmi, ma anche il metodo si ossifica in paradigma (aperto fin che si vuole) se non troviamo la mediazione fra storia vivente (del suo soggetto parlante, della parola della sua esperienza) e storia delle altre e degli altri, prima e dopo di noi, vicino e lontano.

In questo senso i contributi ribadiscono spesso cose simili, seppure con alcuni spunti molto aperti che mi piace richiamare perché aiutano a evitare di ripetere una stessa invenzione, mi riferisco al testo di Laura Minguzzi, che interroga, nel cerchio fra sé e sua madre, la storia del fratello e la storia dell’evoluzione di un intero paese, lasciando aperta la domanda sulla realtà di una trasformazione e delle sue contraddizioni, e all’intervento sulla scrittura delle biografie di Graziella Bernabò, che bene mostra il difficile gioco fra empatia e distanza e quanto sia necessario l’uso responsabile e consapevole della lingua.

Insomma il lavoro politico di questa Comunità fa venir voglia di interrogarsi sulla storia, di cercare di capire come si accede al sapere, a un sapere, fa venir voglia di leggere la storia per confrontare, capire e guardare tutto in modo nuovo, cercando le “fonti” dentro e fuori di sé. Un nuovo spazio di interrogazione per tutte.


Incontro del 18 maggio 2013 – Libreria delle donne-Circolo della rosa- Milano-

Questa sera festeggiamo l’uscita della rivista DWF dedicata alla Storia vivente. Attorno a questo tavolo, Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Luciana Tavernini ed io -Marina Santini- racconteremo il nostro percorso e apriremo alla discussione sui nodi della Storia vivente.


DWF: che cos’è?

Innanzitutto per rispondere a distanza al giornalista che ci ha detto di non sapere cosa fosse DWF due parole sulla rivista che affonda le sue radici nel 1975; da allora ha seguito il dibattito del movimento delle donne, vuole essere ed è stata un riferimento essenziale per chiunque si occupi del pensiero politico e della cultura delle donne in Italia e nel mondo: è insomma una rivista di ricerca, approfondimento, memoria e storia di ciò che le donne producono.


Questo numero è dedicato a “La pratica della storia vivente”.

Con questa pubblicazione si concretizza il desiderio di far conoscere, anche in Italia, il lavoro che come Comunità abbiamo iniziato nel 2006. Dico anche in Italia, perché alcuni testi erano usciti, sollecitati dalla storica Milagros Rivera, sulla rivista spagnola DUODA (Università di Barcellona). Marirì e Laura qualche tempo fa, si mettono in contatto con Federica Giardini, allora nella redazione di DWF, le propongono la traduzione di questi testi e di dedicare un numero alla storia vivente. La richiesta è subito accolta, i testi sono accettati dalla redazione.  Le difficoltà ci sono state invece nelle relazioni che avremmo preferito fossero più strette, soprattutto con la nuova redazione composta di giovani ricercatrici precarie. Noi avremmo sperato in maggiori scambi.


Chi siamo

Lavoriamo sulla storia dal 1988 come Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica: abbiamo fatto insieme un lavoro politico di storia, fondato su relazioni di affidamento e di disparità, abbiamo sempre seguito la pratica di pensare, progettare, scrivere in relazione. Sono gli anni in cui, sulla spinta del desiderio di Marirì Martinengo, abbiamo studiato le badesse nei monasteri medievali, individuando la libertà femminile e il contesto relazionale come categorie della storia; abbiamo scoperto che attraverso lo studio del contesto, creato da una figura femminile che gode di autorità e centrato sulle relazioni tra donne e tra donne e uomini, potevamo comprendere e rinnovare la storia.

Nel 2005 Marirì scrive La voce del silenzio in cui afferma che “C’è una storia vivente annidata in ciascuna/o di noi”.

E da qui (fine 2006) si è verificata una svolta nel nostro lavoro di gruppo: Marirì propone la pratica della storia vivente, cioè l’indagine interiore come motore di un modo di scrivere la storia da parte di donne. Avvertiamo che con questo cambiamento di prospettiva anche il nome della nostra Comunità deve modificarsi. Nasciamo come Comunità di pratica della storia vivente.

Marirì ha quindi avuto l’idea e ha dato origine a questa pratica, Milagros Rivera la storica spagnola ne ha riconosciuto l’originalità e ne ha sottolineato pubblicamente la novità in un convegno a Roma e così l’ha rilanciata come invenzione politica per fare ricerca storica.

Come spesso accade, ci ha fatto capire Clara Jourdan in un articolo di VD, è l’altra che ti fa vedere il salto che hai fatto, che coglie la novità del tuo pensiero. Ed è stata sempre Milagros Rivera colei che ci ha fatto fare il passo verso la scrittura.

Fino alla pubblicazione su Duoda avevamo solo raccolto articoli e saggi, scritti da altre in cui noi sentivamo essere presente un’affinità e contenere alcuni elementi riconducibili alla pratica della storia vivente (la storia delle viscere di Maria Zambrano ad es.) e li inserivamo nel sito Donne e conoscenza storica di Donatella Massara.

Ora il materiale via via sempre più ricco, lo abbiamo messo a disposizione in una stanza dedicata alla Pratica della storia vivente nel sito della libreria delle donne.

Dal settembre 2011 la Comunità si è aperta all’incontro con altre, Graziella Bernabò, Gemma De Magistris, Laura Modini, Giovanna Palmeto, che avevano più volte espresso il desiderio di sperimentare questa pratica.


Contenuti della rivista.


Nodi irrisolti

Nel corso di questi anni, come emerge dai testi qui pubblicati, abbiamo indagato alcune possibili cause della difficoltà di parola pubblica femminile; ci siamo interrogate, partendo da forme di resistenza femminile -anche estreme-, a ciò che è considerato ‘sviluppo’, in relazione alla trasformazione dell’Italia da paese agricolo a industriale; abbiamo messo in luce modelli di autorità femminile come quello delle ‘salvatrici delle situazioni impossibili’; abbiamo analizzato la differenza tra munificenza e ricchezza e l’ambiguità della preferenza.

Il testo di Marirì Martinengo La voce del silenzio. Mi ha chiamata da sempre è parte del libro, del 2005, intitolato La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donna “sottratta”. Qui è riportata la frase che ha dato inizio alla nostra pratica “C’è una storia vivente annidata in ciascuna e ciascuno di noi, costituita di memorie, di affetti, di segni nell’inconscio; Io racconto una storia vivente che non respinge l’immaginazione, un’immaginazione che affonda le sue radici nell’esperienza personale, storia più vera perché non cancella le ragioni dell’amore, non respinge le relazioni, dal suo progetto cognitivo”. La sua storia vivente era la memoria di sua nonna, Maria Massone, rinchiusa in una casa di cura poco dopo aver partorito il suo quinto figlio fino alla sua morte, molti anni dopo. Questo si può chiamare “liberazione dell’oggettività”. Non solo senza rinunciare alla verità ma mostrandola o, meglio, osando “abbracciare il vero”.

La storia respinta, storia come vita significante, nel suo testo Laura Minguzzi lavora il nodo, forse il più difficile della vita di una donna, che è la morte violenta della madre, quando la figlia è una ragazza giovane. E riesce a mettere in luce, attraverso l’osservazione dei sintomi di questo nodo, la storia del processo si trasformazione da rurale a industriale di una zona del Nord d’Italia, nella seconda metà del XX secolo. Dopo la lettura di quanto scrive Laura sarà difficile leggere il processo di industrializzazione come l’abbiamo sempre fatto.

Il volto ambiguo della preferenza. Marina Santini, partendo da un’esperienza infantile, indaga il rapporto problematico tra giudizio, uguaglianza, e preferenza femminile, vista nella valenza ambigua di valorizzazione ed esclusione, inserito nel passaggio dalla scuola elitaria alla scuola di massa degli anni Sessanta.

Luciana Tavernini inserisce già nel titolo stesso il nodo: I grumi oscuri del disordine simbolico. S’interroga sull’origine della difficoltà della parola pubblica, prendere la parola per dire ciò che è, e la rintraccia in esperienze legate alla sessualità. Parla partendo da sé, delle conseguenze che può avere la difficoltà di una madre nel trovare le parole per raccontare a sua figlia il concepimento e la nascita.

La pratica della storia vivente ha un effetto di veridicità sulla scrittura della storia. L’effetto di veridicità consiste nel legare la scrittrice (senza escludere lo scrittore) e la scrittura, legare corpo e parola intimamente, trasparentemente, luminosamente: senza separazioni tra soggetto e oggetto, senza sintesi, senza idealizzazione, senza menzogne, senza strumentalizzazioni della storia, senza nascondere ambizioni di potere; con negativi, con paradossi, con impotenza, con autocritica, con epifania di realtà, con amore, con povertà scelta.

L’intervento di Graziella Bernabò su Scrivere biografie di donne (GB è autrice di due bellissimi libri su Antonia Pozzi ed Elsa Morante) e di Marirì Martinengo Una storia personale. Omaggio alla memoria, madre del percorso storiografico in cui si puntualizza la differenza tra storia personale, biografia e autobiografia. (storia personale, cioè la narrazione, a partire da sé, di un breve periodo di vita). La storia personale è legittima al pari della storia oggettiva, per cui, entrando a pieno diritto in ambito storiografico, rompe la barriera fra privato e pubblico, con l’affermazione sottesa, che anche la testimonianza personale fa parte della nostra storia.

 

PRATICA DELLA STORIA VIVENTE

L’originalità della nostra pratica è che ognuna pesca dentro di sé. Un partire da sé ma non pensare solo a sé. Adottiamo un tempo dilatato, fluido in modo tale che ciascuna abbia agio di scendere nella propria interiorità, di risalirne e di riannodare l’antico al presente mettendo tutto in parola, con un via vai che prefigura quello che pensiamo possa essere il tempo della storia. Ci diamo il tempo largo del racconto e dell’ascolto. Il racconto è inizialmente della singola, esso però diventa a più voci, nel momento in cui l’una o l’altra, sentendolo risuonare dentro di sé, in analogia o per contrasto, lo collega al proprio vissuto del passato e/o del presente. Qui sono importanti la presa di parola di ognuna, l’oralità e l’ascolto reciproco. Anche se non si tratta di autocoscienza perché questa ripresa nel ricordo fa vedere davvero ciò che è accaduto. Le altre fanno da specchio e da limite. I temi emersi nella riunione precedente sono ripresi e filtrati, di nuovo interpretati collettivamente. Un avanti e indietro che riflette anche il nostro differente concetto di tempo. Questo procedere infonde forza e dà a tutte un guadagno simbolico, riconoscibile in altre situazioni, dove ognuna di noi lavora, vive o è impegnata politicamente. La pratica della storia vivente è una figura dello scambio, come dice Laura Ming., che dà forza nell’arena pubblica (una sorta di Agorà della storia), per avere voce ascoltata e ripresa nella nostra battaglia simbolica per iscrivere la differenza sessuale nella storicità. Per non stare incollate al contesto, al fare, ma pensare, produrre parole, risignificare i fatti che accadono e che sono accaduti. Questi racconti spogliati del superfluo, raffinati e portati a un livello tale da renderli validi per tutte e tutti li chiamiamo storia e costituiscono un frammento di simbolico per scrivere la storia.

Con l’invenzione di questo luogo spazio-temporale della pratica della storia vivente ci siamo incontrate periodicamente per arrivare alla scrittura femminile della storia.

Non consideriamo la pratica della storia vivente, l’unico modo di fare storia, tanto è vero che ciascuna di noi scrive altre forme di storia ad esempio Marirì con La signora del Monte (Martinengo 2011) ha scritto storia personale; Luciana e Marina si stanno occupando di storia contemporanea del movimento delle donne, basandosi su documenti e raccogliendo testimonianze.

Insomma la storia vivente – diciamo nell’introduzione – nasce dalle profondità dell’essere di colei (o colui) che scrive, è frutto dello scavo intorno e dentro il grumo oscuro che portiamo al nostro interno, di solito ignoto o ininterrogato. Si tratta quindi di un partire da sé radicale che evidenzia, fra le altre cose, l’origine della passione del nostro fare storia.

Un’operazione coraggiosa: attraversare la sofferenza, la perdita dolorosa riguarda anche la storia di un paese. Sia per gli individui, che per il paese attraversare un dolore è la possibilità di aprire una via e realizzare desideri che erano rimasti bloccati.

Attraversare il dolore libera energie dentro di noi e permette come dice Milagros Rivera di redimere il passato. Il dolore che raccontiamo, il nodo irrisolto che cerchiamo di mettere in luce ha radici sociali nella nostra epoca. La storia vivente intacca le strutture simboliche della scrittura della storia.

Sembra che quello che nasce dentro non sia storia, Milagros invece ha riconosciuto valore un modo nuovo di fare storia, trova parole e un simbolico nuovo per scrivere la storia delle donne. Rifonda la storia, rinnova partendo da quello che lei stessa ha dentro. A lei ha permesso di riattraversare, rileggere la dolorosa guerra civile spagnola, redimere vincitori e vinti. Far sì che chi fa storia entri nella scrittura è un modo nuovo di fare storia.

Altra cosa è dedicarsi alla stesura della biografia di un’altra donna.

Altra cosa ancora sono l’autobiografia racconto della propria vita o di gran parte di essa e la storia personale che ne mette in scena alcuni sprazzi, dove le emozioni, l’esperienza propria, i ricordi giocano un ruolo di primo piano e l’assunzione in proprio diventa materia stessa del narrare.

www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia_vivente/

La memoria che siamo, la storia che scriviamo

di Anna Paola Moretti

 

L’ultimo numero della rivista DWF (n.3/2012) presenta gli scritti della Comunità di Storia Vivente: Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini, Luciana Tavernini, raccontano della nuova modalità di scrivere storia che stanno sperimentando e i primi risultati. Un impegno di ricerca esercitato con passione in un percorso di più di vent’anni, che in anni recenti ha trovato un punto di svolta, portando a un “cambiamento radicale di orizzonte simbolico e di metodo”. Agli scritti originati dalla pratica politica si accompagnano poi altri testi, che fanno contesto e aiutano a comprendere.

So di avere un legame con quel pensiero e con le donne che lo hanno messo in parola.

Ho seguito con interesse, da lontano, i resoconti di incontri e riflessioni sulla storia pubblicati generosamente da Donatella Massara sul suo sito donne e conoscenza storica[1] e ricordo di aver riportato un’impressione vivissima dalle parole di Maria-Milagros Rivera a Roma nel 2006, al XII Simposio dell’Associazione Internazionale delle Filosofe. Nel suo intervento sulla storia che riscatta e redime il presente[2], qualcosa mi aveva attratto in modo speciale, tanto da invitarla l’anno seguente a partecipare al ciclo di seminari “La deportazione femminile. Vissuto e pensiero dai lager nazisti”, che stavo organizzando all’Istituto di Storia Contemporanea della Provincia di Pesaro e Urbino. In quel percorso, il mio sentire e la mia esperienza di donna alla ricerca delle proprie radici facevano resistenza all’antinomia tra memoria e storia che trovavo riproposta da vari studi accademici: invitai allora anche Marirì Martinengo, che da poco aveva scritto la storia della nonna paterna a partire dai suoi ricordi[3].

Il lievito di quegli incontri ha continuato ad orientarmi in seguito, quando mi è capitato di raccogliere la testimonianza di due donne e di scrivere sulle testimonianze raccolte; la scrittura della vita di altre è stato un approdo recente, legato ad incontri casuali e fortunati, una declinazione inaspettata della mia passione politica. Ho raccolto la testimonianza orale di Irene Kriwcenko, deportata in gioventù nei campi nazisti come lavoratrice coatta e quella scritta di Maria Lasi, che aveva creato un testo familiare per figli e nipoti, dai suoi ricordi di bambina durante la seconda guerra mondiale[4].

Due vite comuni, vite oscure, come le definiva Virginia Wolf, che sono tuttavia coaguli di storia e possibili leve per la comprensione della storia da loro attraversata e di quella che noi oggi attraversiamo: ho quindi assecondato il desiderio di dare eco a quelle testimonianze femminili e di trasportarle nella scena pubblica.

Mi sono posta in ascolto con il filtro delle mie emozioni, in uno scambio di fiducia; ho voluto aver cura delle parole donate cercando per loro elementi di contestualizzazione geografica e storica e mettendole in dialogo con altre; ho fatto coesistere rigore di ricerca e partecipazione emotiva e ho vissuto il mio intervento come una relazione di servizio, come dice Maria Milagros Rivera[5]; per significare la vita delle donne nella memoria collettiva e testimoniare la fecondità del rapporto di amicizia tra donne, consapevolezza di oggi e che riguarda perciò il mio presente.

Per me è stata un’esperienza appagante, dove sono affiorati anche i miei ricordi, che ho lasciato intrecciare liberamente alle loro memorie; l’ascolto dell’altra è anche un modo per dare voce a parti di sé.

Le donne della Comunità di Storia Vivente dicono che la loro pratica parte dall’indagine interiore, per trovare insieme parole adeguate a significare l’esperienza, ma non la indicano come l’unico modo femminile di scrivere storia; tra gli altri possibili indicano infatti il lavoro sulle biografie, quello sulla storia personale, e forse altri modi che potranno ancora presentarsi, perché il processo è in fieri. Ci fanno capire ciò che indicano come imprescindibile e comune.

Tratto comune alla scrittura femminile della storia è che il soggetto che fa ricerca si mette in gioco: l’esperienza personale viene detta e messa in dialogo con le fonti, in un dialogo fedele e perfettamente erudito che fa luce sul legame tra l’esperienza personale e la vocazione della storica, per significarla ed iscriverla nel solco della storia, per dire “qualcosa che il mio presente richiede che sia detto”[6].

Scrittura femminile della storia è quindi scrivere libere dall’antinomia oggettivo/soggettivo, perché “l’oggettività non va confusa con la fedeltà alle fonti e la valutazione critica della loro origine e trasmissione”[7], ma è solo la distanza mortifera che s’interpone tra le donne o uomini che riferiscono di avvenimenti e ciò che avviene in loro; è un ritrarsi del soggetto dal suo tessuto di relazioni, separando la narrazione dell’esperienza che si vive al momento della narrazione dall’esperienza che è stata vissuta, tacendo ciò che la storia raccontata suscita nel corpo vivo di chi racconta.

Storia vivente è allora quella che vive della vita della storica, la quale fa di sé e delle proprie relazioni un documento a cui attingere.

La scrittura femminile della storia esplora il vissuto femminile o maschile degli avvenimenti insieme al loro accadere, senza separazioni. La consapevolezza di questo è un nuovo inizio per la ricerca storica perché modifica la fonte di legittimazione e scardina la separazione tra sfera pubblica e privata.

E’ una dimensione politica, trasformativa, che apre a una narrazione capace di ospitare anche i sentimenti: “testi che contengono corpi, testi che leggiamo con entusiasmo un secolo dopo l’altro (…) testi che ci toccano con la loro realtà messa finalmente in parole. E per questo ci innamorano”[8].

Diventa una categoria con cui possiamo riguardare anche ad alcuni testi del passato che abbiamo amato, proprio perché ci sono sembrati vivi: nel percorso di ricerca sulle memorie della deportazione, L’esile filo della memoria di Lidia Beccaria Rolfi, racconto del suo ritorno dal lager di Ravensbrück[9], è per me uno di questi. Alla dimensione narrativa vedo avvicinarsi per contagio anche alcuni storici, per esempio Bruno Maida e forse non è un caso che lui abbia frequentato a lungo Lidia Beccaria Rolfi, di cui ha scritto anche la biografia[10].

Nella scrittura femminile della storia, la storia parte da me, che do significato a quello che vivo: “si fa storia quando si dà senso a ciò che si vive”[11] o anche “la storia la fa chi si dedica a narrarla”[12]. Nello strappare una donna dall’indistinto comune e nel trovarne l’ unicità, in virtù della relazione che instaura con lei, la storica si assume la responsabilità di un punto di vista e di sentire, mentre adotta un tempo che non è solo lineare, ma abbraccia anche il movimento dei flussi di coscienza.

La scrittura femminile della storia apre infine a un altro ordine di relazioni, diverso dai rapporti di forza, e riesce a conservare la memoria senza rimanere intrappolate nella contrapposizione vincitori/vinti e nel rischio del doppio legame che è sempre prodotto dalle memorie traumatiche: senza necessità di rivincita, “a noi donne, ciò che oggi si intende per memoria storica, che riguarda principalmente fatti traumatici, guerre, terrorismo, interessa per trovare mediazioni con le quali riscattare questa memoria”[13]. Riscatto che non è né colmare un vuoto, né una rivalutazione, ma una costruzione di senso inedita, un pensare con amore, una mediazione per il presente.

Irene e Maria volevano entrambe che il loro fosse un messaggio di pace.

La storia capace di accogliere la vita modifica l’ordine della grandezza, supera gli specialismi, dialoga con la psicanalisi e con la filosofia; anche con la poesia nell’attenzione posta alla singolarità, capace tuttavia di infinito.

 

 



[1] http://www.url.it/donnestoria/ e http://www.donneconoscenzastorica.it/decs15/

[2] Vedi María-Milagros Rivera,“Riscattare e redimere il presente, in Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2008

[3] Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donna “sottratta”, ECIG, Genova, 2005

[4]  Maria Grazia Battistoni, Rita Giomprini, Anna Paola Moretti, Mirella Moretti, La deportazione femminile. Incontro con Irene Kriwcenko. Da Kharkov a Pesaro, una storia in relazione, prefazione di Daniela Padoan, Quaderni Assemblea Legislativa Regione Marche, Ancona, 2010;  Anna Paola Moretti, La guerra di Mariulì, bambina negli anni quaranta, Il Ponte vecchio, Cesena, 2012

[5] Maria-Milagros Rivera, Perché l’amicizia tra donne è in sé politica, in Emma Scaramazza (a cura di), Politica e amicizia. Relazioni, conflitti, differenze di genere (1860-1915), Angeli, Milano, 2010

[6] Maria-Milagros Rivera Garretas, La storia vivente: una storia più vera. I guadagni di una relazione che non ha fine, in DWF, n.3/2012.

[7] Maria-Milagros Rivera Garretas, Si fa storia quando si dà senso a ciò che si vive,  testo preparato per l’incontro del 23 maggio 2008 a Pesaro, presso l’Istituto di Storia Contemporanea della Provincia di Pesaro e Urbino.

[8] Maria-Milagros Rivera Garretas, Si fa storia quando si dà senso a ciò che si vive, cit.

[9] Lidia Beccaria Rolfi, L’esile filo della memoria. Ravensbrück 1945: un drammatico ritorno alla libertà, Einaudi, Torino, 1995

[10] Bruno Maida, Non si è mai ex deportati. Una biografia di Lidia Beccaria Rolfi, Utet, 2008.
Nel suo ultimo libro, La Shoah dei bambini. La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia 1938-1945, Einaudi, Torino, 2013, Bruno Maida scrive: “Questo libro non sarebbe esistito se non avessi incontrato vent’anni fa Lidia Beccaria Rolfi, che mi ha insegnato molte più cose di quelle che sono stato in grado di imparare, e che mi fece un regalo che è diventato una responsabilità”, ivi, pag. 327

[11] Maria-Milagros Rivera Garretas, Si fa storia quando si dà senso a ciò che si vive,  cit.

[12] Maririrì Martinengo, Narrare storia per costruire memoria, in http://www.circolodellarosavr.org/archivia.php?p=scheda&i=131

[13] Maria-Milagros Rivera Garretas, Presentazione dei numeri 39 e 40 di “Duoda”, in http://www.donneconoscenzastorica.it/decs15/

di Serena Fuart

«Credo che partire proprio da quelle situazioni che in noi hanno suscitato sentimenti negativi, o perlomeno contraddittori, sia un buon inizio perché essi costituiscono un sintomo, una spia che le interpretazioni dominanti, quelle del sistema patriarcale e capitalistico, non riescono a dire, qualcosa che la nostra esperienza viva ci fa sentire e che tuttavia non ha ancora parole. È un lavoro di scavo possibile ma difficile da fare tutto da sole e la costituzione di una comunità di ricerca aiuta a continui aggiustamenti per avvicinarci sempre di più a una verità che non è solo interiore ma offerta a tutte e tutti.» Così scrive Luciana Tavernini, una delle autrici del numero di DWF La pratica della storia vivente.

 

C’è un altro modo di fare storia. Un  modo imprevisto, fuori dallo schema patriarcale, una storia che si annida nei nodi irrisolti della vita delle storiche e che emergono con questa pratica.

Un modo che, da quando l’ho scoperto, ha cambiato il mio modo di intendere la storia.

Milagros Rivera Garretas, nel suo saggio sulle novità storiografiche dovute al taglio della differenza, scrive: «Le autrici di quelle opere, così come le loro lettrici e lettori sanno che la storia, come il suo possibile e anche il suo impossibile, sono molto di più che il racconto delle guerre, delle lotte sociali o delle diseguaglianze di genere. E sanno che in questo ‘molto di più’ ci sono oggi e ci sono state nel passato più donne che uomini: donne che hanno scelto di esserlo, cioè donne che tengono in conto il senso libero della sessuazione del loro corpo – della loro differenza sessuale – quando scrivono e quando leggono o spiegano storia».

E più avanti continua: «La storia vivente riesce a muoversi e a scrivere nel luogo rischioso in cui il reale e l’irreale si accostano. In questo luogo c’è l’esperienza che fonda la sua vocazione per la storia e che reclama di essere detta e letta o ascoltata nel presente perché la storiografia non decada o muoia, perché finalmente si consumi la crisi in cui la storiografia è sprofondata dalla caduta del muro di Berlino nel 1989».

Mi ha affascinato il numero di DWF dedicato appunto a questo modo dirompente e nuovo di raccontare la storia.

 

Scrive ancora Luciana Tavernini in Sintesi dell’intervento Riscattare e redimere il presente, in cui viene riassunto l’intervento presentato da María-Milagros Rivera y Garretas al XII Simposio dell’Associazione internazionale della Filosofe (IAPh), tenutosi a Roma dal 31 agosto al 6 settembre 2006, (on line sul sito della Libreria delle donne):

«Nel 2006 molti convegni e testi reclamano memoria storica ma, restando legati allo schema della contrapposizione, fanno sì che ‘dimenticare e ricordare’ siano la ‘medesima operazione’ in quanto ‘non c’ è interpretazione libera di sé’, ma ripetizione meccanica di uno schema (vincitori/vinti o “riconciliazione nazionale” per la Spagna e “legge del Punto finale” per l’Argentina). Occorre invece un nuovo ‘inizio, che generi realtà, che faccia ordine e significhi la forza politica dell’esperienza nel luogo in cui l’esperienza è oggi’, un’interpretazione che dia senso e produca modificazione interiore che apra ‘a un altro ordine di rapporti’ in cui ‘l’amore abbia un posto, per quanto piccolo, tra i sentimenti di colpa e i desideri di vendetta lasciati dietro di sé dagli episodi traumatici della storia’.

María-Milagros cita alcuni traumi del passato come la Guerra civile spagnola, l’Olocausto, la scomparsa di donne e uomini nelle dittature, gli stupri commessi dai soldati, compresi quelli dell’ONU, che richiedono un’interpretazione che ci redima e si chiede: “Come evitare la vendetta o la paralisi politica, conservando viva la memoria storica?”

Propone che le storiche cerchino un movimento personale, imprevisto e necessario, che ci permetta di “scoprire il senso dei conflitti che sfociarono in tragedia quando non fu più possibile praticare la parola, la relazione, il conflitto relazionale”.

 

Le autrici del numero di DWF riflettono a partire dai loro nodi problematici e irrisolti che diventano storia, storia vivente appunto.

 

Ognuna parte da un suo nodo irrisolto.

Marirì Martinengo, l’iniziatrice di questo modo di fare storia, scrive nel suo libro La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone – Donna “sottratta” (ECGI, Genova 2005), di cui nel numero viene presentata una selezione:

«C’è una storia vivente annidata in ciascuna/o di  noi, costituita di memorie, di affetti, di segni dell’inconscio; non penso che abbia valore storico solo quello che sta fuori di noi, che qualcun altro ha certificato, la famosa storia oggettiva. Io racconto una storia vivente che non respinge l’immaginazione, un’immaginazione che affonda le sue radici nell’esperienza personale, storia più vera perché non cancella le ragioni dell’amore, non respinge le relazioni del suo processo cognitivo». Nel libro Marirì ha raccontato la sua storia in relazione con quella di Lei, Lei a cui è stata data voce dopo anni e anni di silenzio. «È andata così – scrive – per tutta la vita; ora ho sessantasette anni ma da quando ho dato all’inquietudine un volto, il suo, e una voce, la sua, essa si è quasi placata, perché è stata riconosciuta, e, senza più trasposizioni o vie di fuga, ha avuto attenzione, tempo, spazio di scrittura».

Marirì ha dato voce a sua nonna, costretta per anni nel silenzio di una vicenda dolorosa e il narrare di Lei l’ha riscattata dal senso di malessere e inquietudine che l’accompagnavano negli anni della sua vita.

Laura Minguzzi affronta la sofferenza, il dolore per sua madre morta suicida per il rifiuto di abbandonare la sua amata campagna. Sono gli anni sessanta, anni cruciali per la storia italiana in cui assistiamo a una trasformazione violenta dell’economia. Raccontare ha permesso a Laura di dare un senso al silenzio che avvolgeva questa vicenda dolorosa. E su di lei scrive: «Da piccola la guardavo ammirata mungere le mucche, fare i formaggi. Comunicava con chi non aveva un logos, una parola, infatti non amava molto parlare, si esprimeva facendo crescere piante e animali».

Luciana Tavernini affronta il tema del «legame tra parola e verità, in particolare rispetto alla scoperta della relazione vita-sessualità e funzione materna, e quello tra fiducia nella propria capacità di giudicare e abuso sessuale, in particolare se l’abusatore è stimato dalla madre». E dà senso alla vicenda oscura che è avvenuta nella sua vita quand’era ragazza.

Marina Santini affronta un tema che mi ha colpito molto: la preferenza. Secondo lei è positiva nel momento in cui si esce da un’ottica di uguaglianza. Siamo diverse e diversi e la preferenza è una leva che sprona a far meglio e ad essere sicure di sé e camminare baldanzose nel mondo. E narra della sua esperienza di “preferita” nella scuola.

«La preferenza, un guadagno teorico del pensiero del movimento delle donne, è stata valorizzata proprio per scalfire il discorso dell’uguaglianza, partendo dall’evidenza che non tutte siamo uguali. Ma la “preferenza” che fa crescere, non quella che toglie alle altre.»

Nel numero troviamo anche due saggi che evidenziano le diversità tra questa pratica e altre modalità di fare storia.

Marirì Martinengo analizza la storia personale, proprio a partire da un altro suo libro, La signora del monte. Vecchie storie a Monforte d’Alba (Neos edizioni, Torino 2011), proponendo una riflessione sulla memoria.

Graziella Bernabò esamina la sua esperienza di scrittura di due biogafie, una, Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi  e la sua poesia (Viennepierre, Milano 2004- Ancora, Milano 2012) e l’altra La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura (Carocci, Roma 2012) e ne trae indicazioni su come narrare l’esistenza delle donne.

«Occorreva interrogarle – ci dice – da altre vie rispetto a quelle tradizionali, rintracciando i segni che comunque nel passato esse ci avevano fatto giungere, e che attendevano solo di essere colti, con un superamento di pregiudizi e  luoghi comuni.»

 

Il testo mi ha illuminato, nutrito di pensiero dirompente, innovativo che ha stravolto il mio modo di fare storia, improntato su schemi patriarcali. Ho capito che la storia parte da me, dai miei nodi irrisolti che rivedo con occhi nuovi,  narro e a cui do un significato diverso, nutrito dal senso libero del mio essere donna.

Le autrici le conosco e dopo la lettura di questi testi la mia relazione con loro si è arricchita di pensiero e ricchezza simbolica.

E concludo con alcuni passaggi di una delle filosofe che ammiro di più in assoluto: Maria Zambrano. Gli stralci di pensiero che riporto sono citati da Marirì Martinengo nel saggio sulla storia personale.

«Senza dubbio all’origine della memoria c’è la ricerca di qualcosa di perduto […] qualcosa che esige di essere nuovamente guardato […] Vedersi ciò che si vive e il vissuto, vedersi vivendo […] ricordare, vedere di nuovo […] tornare a vedere esseri e cose afferrati sempre a metà […]. […] la Memoria si presenta così, come arte e sapienza del tempo, la memoria che nella sua servitù, custodisce, come in un’antica misteriosa arca, la libertà […].»

(María Zambrano. Il metodo in filosofia o le tre forme della visione, aut aut, n.279/1997, p.71)

 

Nota della redazione

In questo numero, la rivista DWF ospita gli scritti delle donne della Comunità di Storia Vivente con le quali alcune di noi hanno una relazione. Si tratta di donne che raccontano la storia a partire dall’indagine interiore del soggetto che la fa: storia vivente appunto. Una pratica politica che parte da sé, come è nella genealogia femminista in cui ci riconosciamo e che condividiamo, pur nelle diverse e autonome esperienze e pratiche. La Comunità di Storia Vivente si è rivolta a noi per essere ospitate da DWF. La redazione ha risposto di sì e, con piacere, vi invita a leggere questo numero.

Introduzione

MATERIA


POLIEDRA


SELECTA


Fin da piccola ho sentito raccontare in famiglia, da mio padre, dagli zii e dalle zie, quello che successe in Istria alla popolazione italiana, durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi: l’esodo forzato, gli omicidi di massa, le violenze attuate contro donne, uomini, bambine e bambini da parte delle truppe avverse, la paura, lo sconcerto e la disperazione che vissero le/gli abitanti di quelle terre. Case distrutte, città devastate, sfregiati e abbattuti monumenti, simboli di una storia secolare che i vincitori, sostituendosi ai vecchi abitanti, vollero cancellare: tutta quella regione subì drastiche trasformazioni, dettate dall’urgenza dello spirito di conquista, dall’odio e dal disprezzo per ogni forma di bellezza e di armonia che ricordasse chi in quei territori aveva messo radici, modellato il paesaggio, costruito memoria, cultura.

A un certo punto della mia vita, precisamente nell’adolescenza, non ho più voluto ascoltare quei racconti, carichi di risentimento e di rimpianto, anzi ne ero infastidita, li trovavo senza speranza. Mi sentivo estranea e impotente. La mia attenzione, alla fine degli anni Sessanta, era rivolta altrove: ai fatti e ai grandi cambiamenti in atto nella contemporaneità, al fermento studentesco e giovanile, alle rivoluzioni sociali. A volte, però, alcune frasi mi tornavano alla memoria. Per anni, nonostante il rifiuto di quella storia, ho continuato a raccogliere articoli, foto e immagini, ad acquistare libri che riguardavano l’Istria e l’esodo. Tra le foto, c’è quella di due donne anziane che, al momento della partenza dall’Istria, si abbracciano piangendo, sapendo che forse quello sarà il loro ultimo saluto; o quella degli uomini che caricano sul camion vecchi materassi, come se fossero beni preziosi, mentre alcune donne li guardano attonite; ci sono poi le foto dell’arrivo in Italia nei campi profughi, dove si vedono donne circondate dallo squallore, che cercano di dare un parvenza di normalità alla vita quotidiana. Figure anonime di un dolore collettivo, intrappolato nelle vite private o nelle false e riduttive interpretazioni politiche della Destra o della Sinistra. Anche nei filmati d’epoca, in quei fotogrammi in bianco e nero, si vedono gli sguardi smarriti delle donne e quelli inerti degli uomini, mentre intorno a loro le città deserte, vuote, senza suoni né voci sembrano vecchie scenografie.

In me, evidentemente, l’esodo istriano rappresenta un nodo irrisolto, che non riguarda solo le vicende private della mia famiglia ma, da qualche parte, interpella il mio bisogno di verità e giustizia e domanda di essere collocato in un contesto storico più ampio che comprenda altri esodi e genocidi avvenuti nel Novecento, come, per esempio, quello del popolo armeno.

Per anni questa storia si è presentata dentro di me come una miriade di pezzetti sparsi, di frammenti che non sapevo ancora mettere insieme. A scuola i professori non ne parlavano mai o perché non conoscevano i fatti storici o perché avevano accettato acriticamente le interpretazioni politiche ufficiali. Anche oggi c’è molta resistenza a fare chiarezza su questo periodo drammatico ed estremamente contraddittorio della storia italiana e il fatto che, fino a pochi anni fa, non se ne potesse quasi parlare mi ha sempre molto indignato.

Quando ci si ritrovava d’estate in montagna con i cugini, le cugine e i parenti di mio padre, nei loro racconti io avvertivo, tuttavia, una debolezza che solo in seguito ho saputo spiegare. Allora, infatti, non conoscevo ancora la ricerca del gruppo di “Storia Vivente” di Milano, in particolare gli scritti di Marirì Martinengo e di Laura Minguzzi, e non avevo ancora capito come restituire giustizia alla memoria privata di mio padre, utilizzando i suoi racconti e i ricordi delle zie e degli zii, i loro stessi sentimenti, le loro emozioni come documenti storici.

Dopo essere venuta ad abitare a Mestre nel 2004, partecipando agli incontri delle Vicine di casa, ho desiderato ripensare alla sofferenza e alla grandezza delle donne istriane e ho voluto chiarire i legami e i ricordi che mi legano a Trieste e all’Istria, cercando di andare oltre la storia familiare, per avere una memoria più libera e più ampia dei fatti accaduti.

Spinta dal desiderio di trovare forme di grandezza femminile in questa storia, ho cercato ulteriori fonti: scritti, memorie e testimonianze di donne esuli, alcune famose ed altre no. In tutte ho riconosciuto delle somiglianze su come avevano vissuto lo sradicamento e saputo ritrovare un equilibrio, facendo leva sulla capacità di lottare per la vita, sulla propria tenacia e intelligenza pratica.

Ho riallacciato i rapporti con due cugine nate in Istria e poi arrivate con la famiglia a Trieste ed ho finalmente ascoltato i loro racconti. Mi sono accorta, allora, di quanto poco sapessi di loro e delle loro madri, mie zie, e dei legami profondi che sentivano di avere con Umago, la città dove erano nate e che avevano continuato ad amare, nonostante l’esodo. Le mie cugine avevano lì tanti ricordi della loro infanzia e, quando vi sono tornate, hanno visto la casa, dove avevano passato i primi anni di vita, ormai devastata, imbruttita e il giardino, curato un tempo dalla nonna che, nonostante l’incuria, conservava ancora le tracce dell’antico splendore.

In questi ultimi anni, grazie al lavoro di lettura e discussione con le Vicine di casa sulla vita e il pensiero di Simone Weil, ho potuto trovare per la mia ricerca nuove parole e un piano più alto di riflessione che mi ha consentito di ritornare ancora una volta ai fatti accaduti in Istria e nel confine orientale italiano alla fine della guerra.

Simone Weil ha colto il dramma profondo dello sradicamento e afferma che la conquista militare è un male che produce malattia e disordine.

Per lei il radicamento è un bisogno universale e misconosciuto, forse il più importante, ma anche tra i più difficili da definire. Mediante la partecipazione attiva a una collettività che conservi il passato e guardi al futuro, l’essere umano trova quelle “radici multiple” di cui ha necessità per rendere la propria vita più intensa e ricca di senso.

Simone Weil parla delle “città che circondano di poesia la vita dei propri abitanti” e giudica un immenso delitto distruggerle sia materialmente sia moralmente, come “tagliare ogni legame di poesia e di amore” tra l’essere umano e l’universo. Non esiste per lei delitto più grande. Ho ripensato, allora, alle distruzioni e agli sfregi, fatti alle case e ai monumenti o alle chiese nel periodo dell’esodo, che sono ancora oggi in parte visibili, come ferite mai rimarginate del tutto, nonostante sia passato tanto tempo dalla guerra. Ho pensato alle donne istriane che hanno saputo mantenere un legame forte con la terra di origine e sono riuscite, sia quelle che se ne sono andate sia quelle rimaste, a dare senso e continuità alla propria vita, custodendo il passato dentro di sé come un bene prezioso e trasformandolo in leva per andare avanti.

Da quando ho ripreso la mia ricerca sulla storia dell’esodo istriano, è successo, forse non a caso, che mi siano arrivati, quasi all’improvviso, messaggi, segni e testimonianze, soprattutto femminili, riguardo a questo periodo. Una signora, ad esempio, pur non conoscendomi direttamente, ma solo tramite un’amica di Mestre, mi ha consegnato fiduciosa dei raccoglitori appartenuti a una sua zia, contenenti foglietti gettati dai finestrini del treno da soldati italiani che verso la fine della seconda guerra mondiale, passavano per Marghera su treni blindati, diretti in Germania. Quei foglietti contenevano indirizzi e brevi messaggi per le famiglie. Questa signora pensava che li avessero scritti ebrei deportati nei campi di concentramento, mentre io ho scoperto, leggendo attentamente, che si trattava di giovani soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi a Pola. La zia di quella signora non si limitò a raccogliere da terra quei foglietti, sparsi lungo le rotaie del treno, ma li spedì alle madri di quei soldati e con alcune di loro tenne per anni relazioni epistolari.

Alcuni mesi dopo, parlando di questo episodio con un’amica di Firenze, nata e vissuta a Pola fino al periodo dell’esodo, ho scoperto che effettivamente a Pola un battaglione di soldati italiani, arresosi spontaneamente ai pochi tedeschi rimasti, confidando in una resa onorevole, data anche la convinzione che la fine della guerra fosse imminente, fu fatto prigioniero e costretto a passare per la via principale di Pola fino al porto, dove sarebbe stato imbarcato. Vedendo quei soldati, così spaventati, umiliati, affamati, le donne della città si organizzarono rapidamente e decisero di dare loro bottiglie di acqua per il viaggio e di cucinare per tutti un pasto caldo, mentre altre presero carta e penna da dare ai soldati o per scrivere nomi, indirizzi e frasi che i soldati dettavano loro al volo per informare le famiglie. Probabilmente, ho pensato, quei soldati erano gli stessi che, passando per Marghera, avrebbero poi lanciato i foglietti dal treno, sperando che qualcuno li raccogliesse.

L’episodio mi è stato riportato non solo da questa amica, che nel ricordare sua mamma e sua nonna cucinare per i soldati insieme alle altre donne si è commossa profondamente, ma anche da altre. Credo che il gesto delle donne di Pola vada oltre la pietà materna e rappresenti un atto di riconoscimento tra donne che rimbalza nel tempo e nello spazio, al di sopra della guerra e della logica degli opposti schieramenti.

A conferma di questo, quando nel 1991 nella ex Yugoslavia è scoppiata la guerra, una mia zia di Trieste, che non aveva mai perdonato né dimenticato i fatti accaduti in Istria, mi raccontò che in quel periodo, nel vedere scendere da una vecchia corriera una madre slava che teneva per mano due bambini piccoli, si era rivista lei tanti anni prima, esule, scappata dalla propria terra, con i suoi due figli piccoli per mano, e si era commossa, pensando con amarezza: “Ma allora non è servito a niente!” Ho visto in questo racconto la capacità di una donna di vedersi nell’altra, nonostante le divisioni storiche e ideologiche, e penso che mia zia, provando pietà per quella madre slava, abbia ritrovato per un momento quell’equilibrio tra forze contrarie di cui parla Simone Weil. Una discendente, la gravità, che l’avrebbe indotta a un sentimento di rivalsa, e l’altra ascendente, vitale, che le ha fatto provare un sentimento di compassione.

di Luisa Muraro

Nella cultura europea e nelle culture da essa influenzate, la storia (e di conseguenza la storiografia, ossia lo scrivere di storia) è molto importante. Questa importanza è già nella lingua, pensiamo al sistema dei tempi verbali nelle lingue indoeuropee con tutte le sfumature e accavallamenti dei riferimenti al passato, dal presente al passato prossimo, all’imperfetto, al passato remoto e, dulcis in fundo, al trapassato prossimo e remoto.

Oltre alle lingue, pensiamo a due grandi tradizioni della cultura europea, la religione cristiana e la filosofia. La religione cristiana è una specie di narrazione storica, dall’inizio a un culmine a una fine futura; si tratta, come noto, di un’eredità della Storia sacra del popolo ebraico, cioè di una cultura del Mediterraneo oltre che europea. La filosofia in Italia viene insegnata come storia della filosofia. Non solo: il più importante sistema filosofico moderno è una filosofia della storia, mi riferisco a Hegel.

Tutto questo per arrivare a dire l’importanza che ha la scrittura della storia e il valore di ogni novità in questo ambito. E dare così la notizia di una novità storiografica, la “pratica della storia vivente”. La proposta viene da un piccolo gruppo di donne capeggiate da Marirì Martinengo (Libreria delle donne di Milano), ed è apparsa sull’ultimo numero della rivista DWF, 2012, 3 (95). Si tratta di una rivista femminista. Il femminismo, restando nell’ambito della cultura occidentale, non fa eccezione a quello che dicevo prima. La storiografia è un capitolo importante della rivoluzione culturale che le femministe hanno avviato in questi decenni. E non è terminata, come dimostra questa nuova proposta, che vorrei brevemente commentare.

Dai frutti che comincia a dare (nel 2005, Marirì Martinengo, La voce del silenzio; ora, questo numero di DWF), è una nuova strada che si apre ed è promettente.

Fra i contributi di questo numero, segnalo quello di Laura Minguzzi, La storia respinta, centrato sulla figura di sua madre, una contadina piegata dalle circostanze che la obbligano a lasciare la campagna, e poi dalle inutili quanto crudeli terapie, quando si ammala. Ed è come rivoltare e trovarsi davanti agli occhi la facciata oscura e dolente della storia dell’Italia contadina che passa all’economia industriale per finire, irrimediabilmente deturpata, nell’era postindustriale. Che però è anche l’era delle donne sempre più istruite che vanno avanti, più degli uomini. Non per questo è una storia happy end e si deve resistere alla tentazione di farla sembrare tale, anche da parte nostra. Viene infatti allo scoperto quello che è stato sepolto per vergogna, egoismo, distrazione, prepotenza, paura, con un accompagnamento di irreparabile sofferenza e di indistruttibili sensi di colpa.

Raccontare (Laura Minguzzi lo sa fare) è una riparazione e un riscatto, dicono. Se si potesse raccontare tutto, fino in fondo, sì, e in questa direzione si cammina, ma chi ci arriva?

Le donne che propongono di lavorare sulla storia vivente, quella che ci ha segnate/i più o meno direttamente, hanno un punto di forza e corrono un pericolo. Come punto di forza hanno la pratica femminista del partire da sé. Che è paragonabile a un metodo: insegna alcuni procedimenti e più ancora insegna a non mettersi fuori dal terreno dell’indagine. Non scappano, il metodo scientifico non lo usano per nascondersi. Corrono però il pericolo di mettersi a immaginare l’esito della ricerca: esito (exitus) è la via d’uscita. Non vanno fuori, dunque, ma vorrebbero stare il più vicino possibile a ciò che dà senso a tutta la faccenda. È naturale. Vogliamo vedere dove va a parare la storia, quella che stiamo ricostruendo ma anche quella che stiamo vivendo in prima persona e quella che riguarda l’umanità intera. È possibile? Io non lo escludo ma attenzione: il dove va a parare la tua ricerca storica, potrà scoprirlo chi ti leggerà, non tu.

Il partire da sé non si risolve con un tornare a coincidere con sé; si risolve piuttosto (quando si risolve) con un ritrovarsi altrove e sorprendentemente mutate.

di Laura Minguzzi [i]

Nel gruppo di storia vivente, che ora si è ampliato, abbiamo affrontato i nodi irrisolti che ci ostacolavano nell’affermazione del nostro desiderio. Noi vogliamo essere al centro della storia. Acquisita la consapevolezza che libertà femminile è in primis libertà di chi la storia la scrive e la narra e che il nostro cambiamento entra nella narrazione della storia, ci siamo poste il problema di far diventare parola pubblica la nostra consapevolezza. Il nodo è la presa di parola pubblica. Come giocare il nostro sapere sulla storia?  Siamo un gruppo con relazioni molto intense e abbiamo un sapere che desideriamo mettere in gioco.

Come sono arrivata alla consapevolezza che, nell’alveo de La Voce del silenzio di Martinengo, la ripresa della mia storia personale, che per me riguardava lo scavo intorno agli effetti inconsci della morte traumatica di mia madre, mi avrebbe dato forza ed energia per ripensare alla storia d’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta dal mio punto di vista?

L’originalità della nostra pratica è che ognuna pesca dentro di sé. Un partire da sé ma non pensare solo a sé. In questo modo ho potuto maturare la consapevolezza della necessità  della stanza separata del simbolico (di tessitura di relazioni di qualità, come la chiama Ina Pretorius), per creare un simbolico femminile sulla storia, dove noi ritorniamo con la memoria al passato e ciò lo rende vivo. Qui è importante la presa di parola di ognuna, l’oralità e l’ascolto reciproco. Anche se non si tratta di autocoscienza perché questa ripresa nel ricordo fa vedere davvero ciò che è accaduto. E’ un ritorno che dà gioia, non solo sofferenza. Le altre fanno da specchio e da limite. Riprendiamo sempre i temi della riunione precedente, filtrati, di nuovo interpretati collettivamente. Un avanti e indietro che riflette anche il nostro differente concetto di tempo.  Le altre creano la distanza, fanno da mediazione, fra chi racconta e il presente, la contingenza: il tempo/spazio del presente, fra il mio racconto e il mondo. Questo procedere infonde forza e dà a tutte un guadagno simbolico, riconoscibile in altre situazioni dove ognuna di noi lavora, vive o è impegnata politicamente.

Come dice Luisa Muraro e come anche noi abbiamo verificato, “l’assenza delle donne dalla storia non è, infatti, nella contingenza, dove sono molto presenti, ma si verifica nel passaggio dall’accadimento alla storicità, cioè in seconda battuta, nel momento della rappresentazione storica, nella selezione delle cose che vale la pena di tramandare.”[ii]

La ripresa è il vero inizio. Il taglio della differenza nasce lì. Occorre indagare come avviene la cancellazione. Le storiche sono in una buona posizione per guidare l’indagine. Perciò noi lanciamo una scommessa a noi stesse e alle storiche di professione: tagliare il discorso storico con la nostra differenza.

Si tratta di una sfida da assumere a livello personale.

Un corpo a corpo con la storia, ma fatto collettivamente. Tagliare di traverso l’ordine del discorso: a questo serve la pratica. Aprire un polemos con la storia neutra, oggettiva e con la storia di genere.

La pratica della storia vivente è una figura dello scambio che dà forza nell’arena pubblica, per avere voce autorevole ed essere ascoltate nella nostra battaglia simbolica per iscrivere la differenza sessuale nella storicità. Per non stare incollate al contesto, al fare, ma pensare, produrre parole, risignificare i fatti che accadono e che sono accaduti.

Ci serve nella negoziazione dei significati e dei punti di vista. Come accennavo prima, io ho raccontato il passaggio traumatico dell’Italia degli anni Cinquanta da un’economia essenzialmente agricola alle tappe forzate dell’industrializzazione a partire dalla mia storia famigliare, dagli avvenimenti tragici della mia famiglia, ed è venuta alla luce tutta un’altra storia da quella ufficiale, oggettiva. Quella è la storia del potere, non è la mia storia, la storia di tutti: donne e uomini.

Per riscattare la presenza femminile dalla povertà del materiale documentario esistente occorrono invenzioni creative, di linguaggio, di immaginazione e una scommessa personale appunto. Infatti la storia vivente dialoga con quello che storia non è. “Abbiamo fatto di noi stesse, del nostro corpo, dei documenti viventi”, come dice Marirì Martinengo.[iii]

A questo proposito Milagros Rivera usa la parola “cammino” e non parla di paradigma. Cammino fa pensare all’esperienza, alla singolarità delle vite invece paradigma a schemi generali, modelli prefissati.  “Il paradigma lega il reale al suo possibile e impedisce di legare il reale al mio possibile.”[iv]

Io personalmente ho fatto della mia vita un pellegrinaggio, un cammino per realizzare il mio desiderio di libertà.  Sono partita dalla campagna ravennate e ho vissuto in cinque città (Ravenna, Venezia, Bologna, Parma ed ora Milano).

La lente di lettura del cammino per interpretare la vita di una donna l’ho ritrovata anche nella ricerca storica sull’ autorità femminile nel Medioevo,  condotta con Marirì Martinengo e il nostro gruppo e culminata nel libro Libere di esistere. Ho narrato la vita della badessa Eufrosina  come un cammino non triste, mettendo appunto in primo piano la sua  scelta soggettiva. La parola cammino dà l’idea della unicità di una vita.

E dato che la libertà femminile fa parte dell’impensato e dell’imprevisto, è sempre impregnata di soggettività, di singolarità e non ama essere rinchiusa in gabbie, schemi, obiettivi e linee progressive e continue. Procede per salti e percorsi a zig zig, insegue il tempo kairòs, dell’occasione, del momento opportuno, il tempo e lo spazio delle circostanze, dei contesti, mai il tempo cronos, oggettivo, lineare, prevedibile, astratto… Le donne amano le schivate, non sono mai dove si pensa di trovarle, il desiderio è imprevedibile e imprendibile. E la scrittura della storia vivente conduce a una storia impensata.



[i] Master alla Mag di Verona “ I segni dei tempi dentro e fuori di noi” Marzo 2012

[ii] Intervento dal titolo “La differenza come taglio simbolico nella ricerca storica, suoi limiti e sue possibilità” al III Seminario de AEIHM (Asociacion Espanola de Investigacion en Historia de las Mujeres) di Madrid. 25 sett. 2009.

[iii] Marirì Martinengo, La voce del silenzio, Memoria e storia di Maria Massone, donna “sottratta”. Ricordi, immagini, documenti, ECIG, Genova 2005. (p.90)

[iv] Intervento dal titolo “La storia vivente” al III seminario de AEIHM di Madrid. Sett.2009, pubblicato in Duoda n°40, 2011, rivista di Studi della differenza sessuale dell’Università di Barcellona.

Marirì Martinengo

L’incontro di Paestum (5-7 ottobre 2012) ha rappresentato per me la conferma della validità della pratica politica che esercitiamo nel gruppo di storia vivente.

Io mi sono interessata alla storia, ormai da molti anni, a partire dal mio desiderio, provenivo però dalla politica non facevo parte dell’accademia e l’essere considerata storica è stato un lento, faticato, conteso guadagno, un risultato di acquisizione abbastanza recente.

Nella mia ricerca non ho mai abbandonato le mie radici politiche che si avviluppano e si sviluppano di pari passo con la passione per le figure e le vicende soprattutto del passato. Per cui appare chiaro come io abbia accolto con gioia la meta di Paestum, scorgendovi un connubio ideale, un’appagante completezza.

La scelta da parte di noi femministe di ritrovarci a Paestum è molto significativa: la polis, splendida testimonianza di una storia millenaria e incrocio anticamente di scambi culturali e di attività politica fra cittadini nelle diverse epoche, ha rinnovato la sua vocazione da quando, è divenuta dal 1976, anno del nostro primo incontro, luogo evocativo di intreccio fra la nostra storia e la nostra politica.

Anche la pratica della storia vivente è un inscindibile intreccio fra storia e politica, fra storia vivente e politica delle donne.

Mi spiego: il nostro obiettivo primario è certamente quello di arrivare a una visione e conseguente successiva trascrizione femminile di una storia a partire da sé, dal profondo di sé, ma nello stesso tempo portiamo avanti la politica delle donne.

La pratica della storia vivente consiste nello scavo, in relazione con le altre, dei nodi irrisolti che giacciono dentro ciascuna, privi di lettura e di interpretazione; durante gli incontri mensili ognuna racconta di sé alle altre, tratta di un problema che la riguarda in prima persona e che, per il solo fatto di sgorgare in modo spontaneo, viene avvertito come urgente; ognuna si esprime liberamente senza timore di giudizi, manifesta pensieri, esperienze emotive, ricordi sovente mai detti, a volte sconosciuti alla stessa che li tira fuori. Lo sforzo suo e delle altre che ascoltano è di contestualizzare il racconto, inserirlo nel tempo, storicizzarlo. Sono convinta che la ricerca storica condotta in questo modo e con questi obiettivi è già politica, ma si tratta di una politica mediata, non sempre giocabile qui e ora: che facessimo politica delle donne, prima della conferma di Paestum, mi appariva chiaro solo in parte. Viceversa la mia tensione verso la storia, verso una lettura e scrittura femminili della storia, mi portava a mettere in secondo piano, quasi in ombra, il procedimento che si veniva realizzando, all’interno del gruppo, cioè la manifestazione della soggettività di ciascuna nella sua singolarità ineguagliabile. La mia partecipazione all’incontro di Paestum ha definitivamente fugato ogni dubbio: ora sono convinta che la politicità della nostra pratica è duplice

Paestum è stata una palestra dove liberamente si sono giocate le soggettività delle numerosissime presenti (vedi a questo proposito Luisa Muraro, Paestum commentata dall’excoordinatrice del gruppo n.9, in Via Dogana, n.103, dicembre 2012, p. 7); lo spettacolo entusiasmante offerto dalla plenaria dell’Hotel Ariston, la mattina del 6 ottobre, mi ha portato a riflettere sulla somiglianza ad uno dei due aspetti della nostra pratica di storia vivente.

 

Questa pratica punta a fare storia a partire da sé, dalla propria soggettività, che esprimendosi manifesta la propria singolarità, che risulta rafforzata (anche se non è questo il fine primario della pratica). Pratica che consiste in questo: dire di sé in pubblico, tenendo in contatto il sé profondo con quello delle altre; mettere in gioco la propria consapevolezza, la sapienza acquisita dal confronto con le altre, il luogo da cui si proviene e da cui si parla; tutto questo in un luogo altro, di fronte a un pubblico diverso, ciascuna cambiata, per cambiare il mondo.

Nell’invito a Paestum, Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria la sfida femminista al cuore della politica denuncia e sottolinea il fallimento della rappresentanza e della democrazia quale le conosciamo.

In esso vi si dice “La scelta di Paestum non è casuale nasce dalla necessità di articolare soggettività e racconti nei contesti in cui si vive e agisce ”. E prosegue “viviamo una crisi della rappresentanza “ le sue istituzioni elettive sono depotenziate e deteriorate” sono sotto gli occhi di tutti i limiti della rappresentanza infatti “perché una persona possa orientarsi deve avere un’immagine di sé, di quello che desidera e di quello che le capita”.

“Il femminismo, che conosciamo, ha sempre lavorato perché ciascuna, nello scambio con le altre, si potesse fare un’idea di sé, un’autorappresentazione, che è la condizione minima per la libertà”; Invece la democrazia corrente ha sovrapposto la rappresentanza a gruppi sociali visti come un tutto omogeneo. “La via che noi abbiamo aperto con le nostre pratiche può diventare generale , che la gente si ritrovi e parli di sé nello scambio con le altre fino a trovare la propria singolarità è la condizione oggi necessaria per ripensare la democrazia”.

La pratica della storia vivente ha da sempre dato, come sua caratteristica fondante e intrinseca, libertà alla soggettività di esprimersi, di mostrare la sua originalità inconfondibile in relazione con le altre; essa – vera agente storica – connette passato e presente, fa tesoro dell’esperienza dell’antica autocoscienza , inserendosi a pieno titolo nella tradizione femminista e, insieme, in piena consapevolezza, apre a al pensare e al progettare odierno.

 

 

 

 

 

di Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini, Luciana Tavernini

A seguito dell’incontro al Circolo della rosa del 21 gennaio 2012 con Laura Biricolti e Marirì Martinengo, dedicato all’interrogativo Scrivere storia personale è scrivere storia?, che ha dimostrato come ormai è diffusa la consapevolezza che anche la storia personale è storia, alcune ci hanno rivelato la presenza di diversi fraintendimenti circa il concetto di storia vivente, sui quali è necessario fare chiarezza e per questo le ringraziamo.

 

Per noi storia vivente è pratica di storia vivente. Questa è nata dalla ricerca di Marirì Martinengo, pubblicata nel libro La voce del silenzio. Marirì era partita dal nodo problematico del silenzio familiare sulla nonna, che le creava angoscia e le poneva interrogativi; e proprio la scomparsa dei documenti concernenti la nonna l’ha portata all’invenzione di far parlare il suo corpo, la sua memoria e la memoria della memoria di altre, facendo di sé il documento principale. Avrebbe potuto rimanere complice del silenzio e accettare la contrapposizione violenta tra carnefici e vittime. Invece ha trovato la strada di una parola che sapesse redimere lei stessa, facendola uscire dalla complicità, e rendendo consapevoli i suoi familiari. Avrebbe potuto esserci un’opposizione sterile tra la femminista da una parte e i patriarchi dall’altra, nella quale la figura della nonna sarebbe scomparsa. L’accantonamento della contrapposizione ha reso possibile far emergere la figura nascosta, cioè fare storia.

La storica María Milagros Rivera y Garretas, nel XII Simposio dellAssociazione Internazionale delle Filosofe, (Roma, 2006), ha evidenziato l’importanza di dare nuovo inizio alla storia, mettendo in luce i nodi irrisolti della storica stessa, perché indagandoli, sciogliendo il non detto, è possibile trovare le parole che spiegano, in modo corrispondente a sé, l’esperienza femminile.

Da qui la proposta fatta, alla fine del 2006, da Marirì alle amiche della Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica di iniziare un percorso, che le ha portate a cambiare anche il nome, trasformandolo in Comunità di Storia vivente.

La pratica della storia vivente consiste nello scavo, in relazione con le altre, dei nodi irrisolti che giacciono dentro di noi, privi di parola e di interpretazione. Insieme ci si aiuta con lo scambio, rileggendo più volte lesperienza dellaltra, a scoprire e nominare un simbolico originale femminile. Nel nostro cammino siamo state incoraggiate dagli scritti sulla storia di María Zambrano.

Nel corso di questi anni abbiamo indagato alcune possibili cause della difficoltà di parola pubblica femminile; ci siamo interrogate, partendo da forme di resistenza femminile -anche estreme-, sul valore per uomini e donne di ciò che viene considerato ‘sviluppo’, in relazione alla trasformazione dell’Italia da paese agricolo ad industriale; abbiamo messo in luce modelli di autorità femminile come quello delle ‘salvatrici delle situazioni impossibili’; abbiamo analizzato la differenza tra munificenza e ricchezza e l’ambiguità della preferenza.

Non si tratta di fare né autocoscienza, né analisi di gruppo, né autobiografia o autorappresentazione.

Non consideriamo la pratica della storia vivente l’unico modo di fare storia, tanto è vero che ciascuna di noi scrive altre forme di storia ad esempio Marirì con La signora del Monte ha scritto storia personale; Luciana e Marina si stanno occupando di storia contemporanea del movimento delle donne, basandosi su documenti e raccogliendo testimonianze. Capiamo che questo può aver ingenerato qualche fraintendimento.

La pratica della storia vivente è un lavoro in fieri. Infatti ora vi sono degli incontri allargati a donne, Graziella Bernabò, Gemma De Magistris, Laura Modini, Giovanna Palmeto che ci hanno chiesto più volte di partecipare, dimostrando un vivo interesse. In questo periodo stanno emergendo i nodi relativi alla ‘vergogna dell’origine’ e al valore dei luoghi da cui ricaviamo energia e al peso delle loro trasformazioni.

Per chi ne vuole sapere di più, può consultare l’intera sezione Storia vivente. I risultati delle nostre prime indagini sono stati pubblicati in spagnolo e catalano sulla rivista Duoda 40/2011.

Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donnasottratta, ECIG, Genova 2005.

María Milagros Rivera y Garretas, Riscattare e redimere il presente, in Annarosa Buttarelli, Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dellesperienza, Baldini Castaldi Dalai, Milano 2008, pp. 343-357.

Marirì Martinengo, La signora del Monte. Vecchie storie a Monforte dAlba, Edizioni Neos, Rivoli (To) 2011

Circolo della rosa Milano, 21 gennaio 2012

Incontro con Laura Biricolti e Marirì Martinengo

Presentazione di Laura Minguzzi

Kronos e Kairos

Due parole di presentazione. Marirì Martinengo, presente attivamente in Libreria dagli anni ottanta, che tutti certamente conoscete grazie alle sue pubblicazioni e alle numerose iniziative promosse al circolo questa sera discute con la nostra ospite Laura Biricolti sul rapporto fra storia personale e storia.

 

 

Laura Biricolti, ha conseguito il dottorato con María Milagros Rivera y Garretas con una tesi dal tema “Scrivere storia personale è scrivere storia?” Titolo che noi, della Comunità di storia vivente, abbiamo scelto per il tema in discussione. Attualmente Biricolti insegna nel master on line di Duoda una materia il cui titolo l’ha regalato Marirì, “Historia Viviente”.

Per chi non lo sapesse María Milagros Rivera y Garretas è cofondatrice del centro di ricerca dell’università di Barcellona Duoda e della rivista che porta lo stesso nome, nonché promotrice del master on line sulla politica della differenza, da molti anni in relazione fertile con noi, nostra ospite in diversi incontri e dibattiti sulla storia e collaboratrice della rivista Via Dogana.

Marirì Martinengo ha conosciuto Laura Biricolti a Madrid in occasione della presentazione del suo libro “La voce del silenzio” nel 2006. Da quest’incontro Biricolti ha tratto ispirazione per la sua tesi di dottorato.

Il tempo delle donne non ha un andamento lineare, non è kronos, ma kairos, tempo della soggettività. Marirì Martinengo che ho conosciuto alla fine degli anni ’80, ha espresso la sua soggettività nella scuola sperimentando la separazione fra i sessi nelle classi, ha creato il movimento della pedagogia della differenza, da cui poi è nato il gruppo di ricerca storica, la nostra Comunità di ricerca storica e riflessione pedagogica. Insieme nel 1996 abbiamo pubblicato il frutto di anni di studio e di ricerca “Libere di esistere”, espressione di amore per un periodo storico, il medioevo, e affermazione di libertà e autorità femminili, incarnate nelle badesse dei monasteri altomedievali. Libertà femminile prima dell’ emancipazione. Ecco perché parliamo di un tempo delle donne non lineare che entra in gioco e spezza le categorie maschili e i paradigmi che non permettono di vedere i contesti relazionali, dove sono presenti donne libere, creative, dove si generano libertà e simbolico femminili. Grandi varchi, squarci di luce sono stati aperti dalle ricerche di Marirì Martinengo con i due volumi delle Trobairitz -Trovatore. Relazioni creative fra donne nel primo volume e fra donne e uomini nel secondo volume. Relazioni fertili e conflitti non distruttivi. Poete della società cortese, dei salotti di pietra, prima delle preziose dei salotti seicenteschi erano in Italia dimenticate e Marirì, pioniera in questa preziosa ricerca, ci ha fatto conoscere.

Ultimo passaggio di qualche anno fa: la sua idea di svoltare dalla comunità di ricerca storica e riflessione pedagogica, cioè dalla ricerca nel passato di donne famose e libere al desiderio di dare esistenza a donne infinitamente oscure. Dare voce alle vite di donne oscure, o alla parte oscura di donne note. Alla parte oscura di sé, alla macchia nel muro della propria famiglia borghese. Svelare il mistero aleggiante nella propria famiglia. Ascoltare la voce della nonna paterna, donna sottratta, ne “La Voce del silenzio”. Con questa ricerca Marirì ha dato libertà alla storica di indagare i propri nodi irrisolti, liberando anche la gamma delle fonti a cui fare riferimento.

Con il libro da cui parte la conversazione-dibattito di questa sera “La signora del Monte. Vecchie storie a Monforte d’Alba”. Marirì Martinengo si è riconciliata col tempo lineare, cronologico, il tempo da nemico è diventato amico, il tempo kronos, alleato del tempo della soggettività. Le storie personali possono diventare storia e nell’infinito le storie parallele si fonderanno dando alla luce la storia di tutti? Questo è il tema in discussione.

di Maria Milagros Rivera Garretas (Traduzione dallo spagnolo di Silvia Rigon)


La rivista DUODA 2-40 (1991-2011)

María Milagros Rivera Garretas

La rivista DUODA è nata nel 1992 in un centro di ricerca di donne dell’Università di Barcellona anch’esso chiamato Duoda. Il centro fu fondato nel 1982 dalle poche donne che allora eravamo: alcune erano professore non associate, altre studenti e altre neolaureate in Storia. Inizialmente il nome del gruppo era Centre dInvestigació Histórica de la Dona poi, quasi senza volere, questo nome si è trasformato in Duoda, proprio a seguito della nascita della rivista e dell’impulso di un gruppo di ricerca fondato nel 1988 che si chiamava Projecte Duoda.

 

Abbiamo scelto il nome di Duoda, una scrittrice riscoperta alcuni anni prima dalla storiografia femminista con sorpresa, poiché non avevamo mai sentito parlare di lei nell’Università. Duoda o Dhuoda, nata nell’803, era una nobile franca molto colta, di lingua materna germanica. Si sposò nella cappella palatina di Aquisgrana con Bernat di Septimania, un nipote di Carlo Magno; attraverso questo matrimonio divenne Marchesa di Septimania e contessa di Barcellona, Girona, Ampurias e Rosellón. Visse a Uzès, dove il 29 novembre 826 nacque il suo “desideratissimo” figlio Guglielmo e quasi quindici anni più tardi, il 22 marzo 841, suo figlio Bernat. Poco dopo il marito le sottrasse i figli per usarli come strumenti per i suoi interessi e per lotte di potere. Per alleviare il suo dolore e per far sì che i figli la pensassero e fossero educati secondo il suo desiderio, Dhuoda scrisse loro, in latino, un Libro manuale – ovvero un libro che si può portare e tenere in mano -. Lo iniziò il 30 novembre 841 e lo concluse il 2 febbraio 843, senza sapere ancora il nome che avevano dato al figlio minore. Nella biblioteca di Catalogna, si conserva uno dei manoscritti della sua opera (BC 569).

La figura della scrittrice Duoda fu una luce per le fondatrice della rivista. Ci indicò un orizzonte simbolico – ovvero un orizzonte di senso – che non si chiudeva nell’insignificanza o nella miseria femminile, ma che rimaneva infinitamente aperto alla libertà, a una libertà propria di donna perché orientata alla fecondità, in tutti i sensi che ha questa parola. Scoprimmo che Duoda non aveva risposto alla violenza del marito con più violenza, non si era sottomessa ai termini che lui le aveva imposto, né era rimasta paralizzata nel dolore. Anzi aveva inventato una mediazione straordinaria: un libro col quale educare i suoi figli alla felicità e alla vita, guidata dall’amore che provava per loro. Il desiderio che l’aveva portata a scrivere fu – come lei stessa dice – quello di fare il possibile perché i suoi figli vivessero e fossero felici: qualcosa così semplice e così difficile. In questa maniera raggiunse qualcosa di molto importante per una donna: l’indipendenza simbolica.

La mediazione inventata da Dhuoda per ottenere l’indipendenza simbolica – mediazione che fu il libro vivo, il libro che propizia la vita, insegnando la competenza per saper stare qui nel mondo – è l’unica che è durata nel tempo con fecondità, ispirando donne come noi che viviamo più di undici secoli dopo di lei; di suo marito invece non rimane che la sua condizione di padre e la memoria di lotte nobiliari per il potere nella corte carolingia, lotte terribili che gli costarono la vita, infatti fu decapitato a Tolosa per ordine di Carlo il Calvo alcuni mesi dopo che Dhuoda aveva terminato il suo libro.

La rivista Duoda ha, dal momento in cui è nata, una caratteristica originale: ovvero il suo essere percorso di trasmissione, di creazione politica e di pensiero della differenza sessuale. In questa rivista sono stati pubblicati molti articoli dedicati a diversi aspetti della politica delle donne: per esempio, dedicati all’autorità femminile, alla libertà femminile, all’ordine simbolico della madre, alla pratica della pace, alla disparità tra donne, alla scrittura femminile, alla fine del patriarcato, alle espressioni libere dell’essere donna nella storia, all’eccellenza femminile, etc.

“La differenza sessuale è uno dei problemi o il problema a cui la nostra epoca deve pensare”, scrisse Luce Irigaray all’inizio degli anni Ottanta del XX secolo. Perché il sesso femminile – diceva Irigaray- “non ha niente a che vedere”: non ha niente a che vedere nel duplice senso di essere nascosto e di non aver niente a vedere con il sesso maschile. Oggi la differenza sessuale non è più un problema, ma una ricchezza per la convivenza politica. Però continuiamo a pensarla e soprattutto a praticarla, perché costa metterla in gioco nella conoscenza e nella politica, dato che il potere sociale si impegna e si sforza in mille modi di occupare da solo tutto lo spazio della politica e della conoscenza. La differenza sessuale è il fatto di essere donna o uomo, interpretato e detto da ogni donna o uomo in lingua materna, ovvero, liberamente, senza sottomissione a ideologie, sebbene le si conoscano e alcune le si ammirino.

In quanto al numero 40 della rivista, lo collegherò inizialmente con un articolo del numero 39 intitolato Leredità delle trovatore: dalle trovatore alle preziose, di Marirì Martinengo e Marie-Thérèse Giraud, perché hanno un vincolo di senso con il Tema monografico del 40, dedicato a La storia vivente.

L’articolo su Leredità delle trovatore dice qualcosa, che mi sembra importante, sulla memoria storica delle donne. La memoria storica è una questione che preoccupa oggi uomini e donne in maniera diversa. A noi donne, ciò che oggi si intende per memoria storica, che riguarda principalmente fatti traumatici, guerre e terrorismo, interessa per trovare mediazioni con le quali riscattare e redimere questa memoria, in modo che non pesi così tanto sul presente e ne impedisca la creatività, la creatività propria del presente. Le autrici di questo articolo ci portano la memoria della bellezza, dell’amore, della poesia, della conversazione e della pratica della relazione: ovvero ci portano la memoria di un altro simbolico, un simbolico che non ha niente a che vedere. Fanno riaffiorare anche un’altra questione che interessa molto chi vuole addentrarsi di più nella storia, nella sua utilità per la vita di oggi. È la questione della continuità del racconto, delle storie e della loro maniera di collegarsi nel tempo. La storia intesa da un punto di vista maschile è continua, collegata; le filosofe di Diotima hanno associato la storia delle donne con la discontinuità. Nell’articolo di DUODA 39 che commento, si documenta la discontinuità ma intrecciata sempre a una continuità sotterranea, la continuità della genealogia e della lingua materna; una storia oscura, che per stagioni “non ha niente a che vedere”, come succede con il ciclo della vita di molte piante, e poi riaffiora per farsi conoscere quando arriva il tempo nel quale le donne con indipendenza simbolica hanno qualcosa, qualcosa di proprio, da dire. Così è successo con la memoria delle trovatore, che è storia della politica delle donne fatta poesia, storia che le preziose del XVII secolo conobbero e fecero rifiorire con moltissima creatività e che noi abbiamo perso da piccole e abbiamo ritrovato da adulte con una potenza creativa speciale.

Sul monografico di DUODA 40, La storia vivente, posso dire che possiede l’importanza che una può o vuole dare a un cambio radicale di percorso di comprensione della storia e di orizzonte di senso del linguaggio della storia. Questo percorso lascia completamente da parte il metodo tradizionale, un metodo, quello tradizionale, che consiste nell’ascoltare la memoria e guardare la vita iscrivendosi in ciò che è gia stato pensato e detto. Lo lascia indietro per mettere in mezzo, tra passato e presente, la storica che sta scrivendo e spiegando la storia. Questa rivoluzione la stanno facendo quelle che formano la Comunità di storia vivente della Libreria delle donne di Milano. Cinque dei sei articoli del Tema monografico del numero 40 sono scritti da loro: da Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Luciana Tavernini e Marina Santini e uno, breve, in comune. La storia vivente è una pratica nella quale la scrittura della storia si mescola e combina con la decodificazione dei nodi intimi della storica o dello storico, questi nodi che non gli permettono di parlare e agire politicamente con scioltezza e originalità.

Marirì Martinengo ha scritto su questo tema nel libro, del 2005, intitolato La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donnasottratta. Parte di questo libro è tradotto nel monografico di Duoda 40. In questo libro Marirì Martinengo ha scritto che “C’è una storia vivente annidata in ciascuna e ciascuno di noi, costituita di memorie, di affetti, di segni nell’inconscio; non penso che abbia valore storico solo quello che sta fuori di noi, che qualcun altro ha certificato, la famosa storia oggettiva. Io racconto una storia vivente che non respinge l’immaginazione, un’immaginazione che affonda le sue radici nell’esperienza personale, storia più vera perché non cancella le ragioni dellamore, non respinge le relazioni, dal suo progetto cognitivo”. La sua storia vivente era la memoria di sua nonna, Maria Massone, rinchiusa in una casa di cura poco dopo aver partorito il suo quinto figlio fino alla sua morte molti anni dopo. Dalla decodificazione e dal racconto di questa storia, vissuta nel suo inconscio e nei suoi sintomi, lei ha tessuto la ragnatela della sua opera di storia, del suo libro concreto e anche della sua trasformazione personale per vivere più libera e con più gusto per le cose, le relazioni e la felicità disponibile, felicità che molte volte è qui, però vi è qualcosa che la ostacola e una non riesce a goderne. Questo si può chiamare “liberazione dell’oggettività”. Non solo senza rinunciare alla verità ma bensì mostrandola o, meglio, osando “abbracciare il vero”, come dicono le autrici della Comunità di storia vivente nel loro insieme, nel breve testo comune intitolato Premessa essenziale.

Laura Minguzzi, nel suo articolo La historia rechazada, historia como vida significante (La storia respinta, storia come vita significante), lavora il nodo, forse il più difficile della vita di una donna che è la morte violenta della madre quando la figlia è una ragazza giovane. E riesce a scrivere, attraverso l’osservazione (quando arriva a essere possibile) dei sintomi di questo nodo, la storia del processo si trasformazione violenta di una zona del Nord d’Italia, da rurale a industriale nella seconda metà del XX secolo. Fino ad essere capace di associare la cecità maschile per l’industria chimica di quegli anni con il buco nell’ozono e questo con l’ineluttabile buco che si creò nelle sue viscere con la morte di sua madre e le vicende (depressione, distruttività di alcune medicine, ecc.) che la precedettero per anni. Posso dire che sarà difficile dimenticare la lezione di storia dell’industrializzazione europea nella seconda metà del XX secolo dopo aver letto questo testo o aver ascoltato la sua spiegazione in un aula.

Luciana Tavernini in Los grumos oscuros del desorden simbólico (I grumi oscuri del disordine simbolico) spiega la sua pratica di storia vivente raccontando, tra le altre cose, esperienze legate alla sessualità che sono all’origine di una difficoltà particolarmente femminile che è il parlare in pubblico, ovvero prendere la parola per dire ciò che è. Parla, per esempio, partendo da sè, delle conseguenze che può avere la difficoltà di una madre nel trovare le parole per raccontare a sua figlia il concepimento e la nascita; questa difficoltà oscura la relazione della figlia con l’eterosessualità e, nella sua esperienza, diventa o può diventare creatrice di false esperienze, della tendenza femminile a fantasticare, a “desrealizar” (rimuovere la realtà).

Marina Santini, in El rostro ambiguo de la preferencia (Il volto ambiguo della preferenza) decodifica la sua esperienza infantile, di quando era l’alunna preferita della maestra e della contraddizione tra le idee politiche della maestra e quelle di sua madre e suo padre; porta questa esperienza nella storia della necessità e della difficoltà di formulare giudizi o opinioni proprie nella sua vita adulta, la porta anche nella storia della sua professione di insegnante, una professione che esercita da vent’anni, anni nei quali la pedagogia della differenza ha scommesso precisamente sulla relazione tra professoressa e alunne concrete, preferenza che impedisce che il principio di uguaglianza dei sessi appiattisca la ricchezza della differenza dell’essere donna, e che Marina, come conseguenza del suo blocco infantile, ha avuto difficoltà a vedere che era una possibile fonte di libertà femminile fino a quando non ci lavorò nella comunità di storia vivente.

In alcuni di questi articoli emerge l’esperienza che a volte la pratica della storia vivente si libera maggiormente quando la madre non c’è più. È così, non perché lei fosse un ostacolo insuperabile per questa pratica ma perché la figlia ha preso allora coscienza del fatto che la madre ha un limite, un limite che indica che non le si può chiedere tutto, ovvero, che i blocchi che la relazione con lei ha lasciato sono limitati, superabili, e che vi è una parte sostanziale che tocca alla figlia nel lavoro del negativo della relazione con la madre.

Circolo della rosa 8 maggio 2010

Introduzione all’incontro a cura di Laura Minguzzi

Questo incontro è dedicato a Irene Kriwcenko e alla discussione con le autrici, ospiti del Circolo, del libro La deportazione femminile, Da Kharkov a Pesaro, una storia in relazione. Le autrici sono Maria Grazia Battistoni, Rita Giomprini, Anna Paola Moretti, Mirella Moretti.

La prefazione è curata da Daniela Padoan, nostra ospite. Il libro è stato pubblicato da Iscop, Istituto di Storia Contemporanea della Provincia di Pesaro e Urbino. Un libro sulla memoria, ci sono bellissime foto, una sorta di album di famiglia di Irene Kriwcenko, della città ucraina di Kharkov, sua città natale, che si trova nel nord-ovest dell’ Ukraina, ai confini con la Russia e la Bielorussia. Foto degli anni 40, tempo dell‘occupazione nazista e foto attuali fatte da una delle autrici, Mirella Moretti. Foto della città di Magdeburgo, del ponte sul fiume Elba, della fabbrica dove Irene ha lavorato, come lavoratrice coatta per i nazisti a Buckau nel Magdeburgo, ex DDR.

Mappe del suo peregrinare, dalla’Ucraina alla Germania e finalmente ad Aqualagna, quando dopo avere conosciuto Ivan, nell’ospedale del campo di lavoro, si sono sposati e si è trasferita in Italia e ha vissuto una nuova vita, in una famiglia italiana, la sua e quella di Ivan. Un libro ben scritto e di questo vorrei felicitarmi con le autrici, un felice esito di scrittura, di piacevole lettura, nonostante l’argomento, ben strutturato, e si sente, amato e a lungo covato con amore e cura per le parole, per i luoghi e per le protagoniste e i protagonisti, per la più parte donne, lavoratrici coatte dell’Est. Come indica anche il bollino Ost in copertina Ostarbeiter.

In viaggio con la storia è il titolo della nostra serata e infatti il mio interesse per questo libro nasce dalla mia storia personale, dai miei studi e dal mio amore per la lingua russa, per la storia del mondo, oramai ex-comunista, di cui l’Ucraina fa parte. Questa estate ho fatto un viaggio per conoscere in carne e ossa alcune donne di Kharkov, per l’appunto, la stessa città di Irene, una magica coincidenza, conosciute attraverso il sito della Libreria con cui sono tuttora in relazione virtuale attraverso il loro sito di storia delle donne.

Nel numero 92 di Via Dogana racconto, nell’articolo dal titolo Ritorno nel mondo ex-comunista, questa mia esperienza di scambio e di ricerca con giovani e meno giovani donne ucraine di oggi.

Nel libro che avete scritto si sente il vostro coinvolgimento nel racconto delle peripezie di Irene, il nucleo vitale, il cuore pulsante della storia, e anche del libro che salta all’occhio anche per la vostra scelta di un carattere di stampa diverso. Prima e dopo questo centro pulsante c’è un immenso e prezioso lavoro di ricerca storica da parte del gruppo di ricerca che ha scelto di mettere in luce la differenza femminile nella deportazione e nei campi di lavoro e di concentramento. Tante sono oggi le testimonianze in commercio, i dati, le statistiche. Ma il taglio di questo lavoro è originale e merita una attenta lettura e un confronto, anche per capire come le nostre ricercatrici per passione hanno affrontato le complesse questioni del rapporto fra memoria, storia e storiografia. Quest’ultima continua ad essere improntata a criteri oggettivi. Noi, del gruppo di storia vivente da anni lavoriamo su questo, cioè sul partire da sé e non pensare solo a sé e qualche guadagno di libertà e visibilità l’abbiamo portato a casa, soprattutto negli ultimi anni, da quando ci siamo messe in gioco in primis nella ricerca e abbiamo posto in primo piano la nostra libertà, come garanzia di una narrazione storica libera, non oggettiva e non manipolabile.

Il cambiamento entra nella narrazione storica e viceversa, le vicende delle donne e degli uomini di cui sto narrando come un effetto boomerang modificano il mio sguardo. E’ un movimento che fa cadere i ruoli fissi, prestabiliti: da una parte la testimone, la testimonianza e dall’altra la ricercatrice, la storica. Mi pare che nell’introduzione Padoan, parli di questo.

Irene aveva necessità di raccontare la sua storia, un bisogno irrinunciabile dell’anima e Anna Paola, Mirella, Maria Grazia, Rita hanno raccolto questo anelito, hanno deciso di conoscerla, voluto incontrarla, hanno rischiato lo scambio, la messa in parole dei suoi ricordi. Una grande disponibilità all’ascolto e al lavoro di verifica, di discussione, di confronto fra di loro e di nuovi orizzonti che si aprono e altri che si richiudono. Porte che si aprono e altre che si chiudono. Altri contatti, altre relazioni, altri dubbi e problemi. Per me il motore primo che rende viva la storia è la relazione politica e io ho sentito che nel vostro libro Irene è il motore primo che rende interessante e viva la storia della deportazione femminile. Le invenzioni, le astuzie messe in atto per salvarsi (si inventa una madre tedesca), attraverso la lingua quella tedesca, la russa, l’ucraina, a seconda delle situazioni, le amicizie femminili, il lavoro, rendono conto di un desiderio di libertà femminile che è sia un rischio che un guadagno allo stesso tempo. Per esempio il conflitto col marito ad Acqualagna, quando decide di andare a lavorare all’università di Ancona, come insegnante, traduttrice, per amore verso la lingua russa, per le soddisfazioni che questo le dava e per il bisogno di non rimuovere, di non cancellare il suo passato, la sua storia è una sfida al contesto ristretto e provinciale degli anni ‘60, che obtorto collo accettava e spesso ostacolava sia l’emancipazione che la liberta femminile.

Lui ha cercato di ostacolarla e voleva che dimenticasse la lingua russa, il suo passato.. E Irene non è tenera col marito un ex- ufficiale dell‘IMI (Internati militari italiani) lavoratore coatto dopo l’8 settembre 43, quando dice che loro erano trattati meglio.

Domande poste alle autrici: Cosa ha prodotto in voi l’incontro fra la soggettività di Irene e il vostro desiderio di ascoltare la sua storia e inserirla in un orizzonte grande? Qual è la motivazione che vi ha spinto a fare questa ricerca e qual è il guadagno di libertà che ne è venuto a voi? Di solito la storiografia sta dalla parte del potere e si rafforzano a vicenda mentre chi ama la storia e narra la memoria sta dalla parte di chi fa politica e non ha potere, semmai desiderio di protagonismo..
Di come hanno lavorato, delle difficoltà, dei piaceri e dei guadagni. Donne presenti nella storia, e presenti anche nella storiografia. Per questo occorrono mediazioni. E qui vorrei da subito avanzare un interrogativo. Potrebbe essere il vostro approccio, la storia in relazione, una mediazione efficace per interrompere, ribaltare la modalità ripetitiva con cui oggi si comunica, si racconta il periodo storico che voi trattare e il tema della deportazione femminile?

di Alessandra De Perini


Il Circolo della rosa di Milano non è solo uno spazio pubblico, ma un’impresa di donne dove circolano danaro, idee. informazioni, relazioni, all’interno delle quali avviene uno scambio non solo politico e simbolico, ma economico.

L’aspetto economico del Circolo per molto tempo è stato messo in ombra, ritenuto secondario o banalizzato. Recentemente, durante un incontro al Circolo, Lia Cigarini ha chiesto di cominciare a riflettere sull’aspetto economico della politica delle donne. Loredana Aldegheri della Mag di Verona, presente in quell’occasione, mi ha chiesto di intervistare Laura Minguzzi, attuale presidente del Circolo, con cui sono in relazione politica e di amicizia, per saperne di più su come si articola la soggettività economica del Circolo.

Il Circolo si trova oggi in un ampio spazio, contiguo alla Libreria delle donne, ne è infatti una filiazione, ed è stato fondato nel 1990 da un gruppo di donne, alcune della Libreria e altre dell’UDI. All’epoca era collocato al terzo piano di una palazzina Liberty, in Carrobbio. Quando hanno preso la decisione di fondare il Circolo, queste donne hanno fatto dei conti precisi, calcolato costi, elaborato dei preventivi di spesa e sicuramente hanno valutato la qualità delle relazioni tra loro. Un’impresa politica ed economica di donne inizia, infatti, con una scommessa che nasce da relazioni solide, di fiducia.

Il Circolo non ha legami con le istituzioni, non gode di finanziamenti pubblici, punta fin dall’inizio sull’autonomia finanziaria come base imprescindibile di partenza.

Alle origini dell’impresa c’è stato un atto di generosità da parte di alcune socie che hanno donato fondi. Quel “dono” aveva il significato di scommettere sulla riuscita del progetto ed era dettato dalla convinzione che il Circolo rispondesse al bisogno profondo che molte donne sentivano di un luogo che fosse punto di riferimento quotidiano per incontrare altre donne, uno spazio sempre aperto, dove darsi appuntamento, prendere l’aperitivo, leggere i giornali, scambiare idee, godere con agio della libera conversazione (sul modello dei vecchi “salotti” delle “preziose” del secolo XVII che consideravano la conversazione un’arte raffinata).

Il Circolo è partito con 90 socie, poi, dopo alcuni anni, la frequenza cominciò a diminuire e si trovò sempre più in perdita per le troppe spese fisse. Alcune socie cominciarono allora a versare soldi in più per sostenere non solo politicamente, ma anche economicamente l’impresa. Una volta trasferite nella nuova e attuale sede di Via Calvi 29, le cose andarono meglio: l’affitto era minore e, insieme alle bollette, era diviso a metà con la Libreria. Si discusse a lungo su come utilizzare l’eredità di Bibi Tomasi (1) che, alla sua morte, aveva lasciato una cifra considerevole alla Libreria. Alla fine si decise di ristrutturare lo spazio per riprendere l’attività del Circolo. Stefania Giannotti e Corrado Levi (2) curarono la ristrutturazione. Sono stati così costruiti due bagni e il salotto, dove si fanno gli incontri e si gusta il buffet dopo le discussioni, è stato recentemente insonorizzato e fornito di ventilatori al soffitto per affrontare il caldo dell’estate. La sala del Circolo dà su uno spazio esterno che è stato arricchito di piante sempreverdi, di vasi fioriti e tavoli, in modo da consentire, quando è primavera o fa bel tempo, a chi lo desidera, di uscire in uno spazio esterno al Circolo che non è la strada. Il Luogo doveva essere bello e confortevole: questi i criteri che hanno orientato le scelte dell’arredo, dei tessuti delle poltroncine, dei quadri alle pareti, dei tavoli e delle sedie. La vetrina, curata da Donatella Franchi (3), è stata consacrata all’esposizione di opere di giovani artiste per promuoverne la conoscenza e l’apprezzamento al largo pubblico.

Il Circolo è il frutto di una pratica politica non separata da una pratica economica che mira anzi a ridefinire il valore del denaro. Le relazioni che sostengono il circolo sono relazioni politiche, in cui si contratta tra donne e si riconosce la necessità di consultarsi continuamente con l’altra, prima di prendere decisioni importanti.

Nel 2000 Renata Sarfati, allora presidente del Circolo, propone a Laura di assumersi la responsabilità dell’impresa economica del Circolo. Aveva visto in lei entusiasmo, partecipazione continua alle iniziative e voglia di mettersi in gioco. Laura accettò e da quel momento tornò a sperimentare una modalità di fare politica che aveva conosciuto da bambina, quando frequentava con suo padre la “Casa del popolo” e a volte vi si recava con sua madre per ballare. Anche al Circolo della rosa, infatti, si fa una politica legata al vivere quotidiano, non separata dai rapporti, dal piacere legato alla convivialità, allo scambio che prosegue a tavola dopo le discussioni politiche.

Attraverso il Circolo promuovere libertà femminile: questo è il progetto in cui Laura si riconosce che consiste nel far crescere desideri, ascoltare le donne che frequentano le iniziative, far da levatrice nel cercare mediazioni, individuare le relazioni giuste per realizzare i propri desideri.

Chi frequenta il Circolo diventa “socia” o “socio” con una quota partecipativa annuale di 260 euro. La quota è elevata perché il Circolo, per le spese ordinarie e straordinarie di manutenzione, non gode di finanziamenti pubblici. Quei soldi vanno considerati un investimento sul proprio desiderio. Il danaro, secondo Laura, è funzionale alla politica delle donne e non viceversa. Il danaro non è il fine dell’impresa, ma solo un mezzo per realizzare desideri, progetti. Il gesto di farsi socia, è un atto politico molto importante, perché consente di realizzare un’impresa femminile grande e di darle continuità nel tempo. Investire nel luogo, dare contributi in termini economici all’impresa comune significa rendere possibile la sua esistenza e riconoscerne l’importanza. Che ci sia o non ci sia non è indifferente. Quel luogo fa vivere meglio, più intensamente, ti arricchisce, ti dona preziose occasioni di incontro e di scambio, spesso anche conflittuali. Per Laura è importante non accontentarsi di andare alle riunioni, di partecipare alle iniziative, limitandosi a prendere idee ed energia, ma impegnarsi a far circolare, insieme alla propria esperienza, alle idee, alle reti di relazione, anche soldi e beni materiali. Mettersi in gioco nella politica delle donne, essere generose, significa anche questo: mettere in campo non solo ciò che si può, ma “di più”, perché è proprio questo “di più” che fa crescere la vera ricchezza della politica delle donne, che consente di partecipare al progetto con la fiducia che, se si dà generosamente, prima o poi vi sarà restituzione, in termini di visibilità e di credito. Le paure, espresse a volte da alcune, che il luogo sia separato dal resto della città, non abbastanza riconosciuto, secondo Laura, vanno tenute in conto, ma poi è l’atto di impegnarsi concretamente, che fa superare le paure e regala preziosi momenti di essere.

Il Circolo, di fatto, è nel mondo, parte viva della città, centro di incontri e cambiamenti, di attività, ricerche e iniziative pubbliche che hanno risonanza a livello non solo cittadino, ma internazionale. Ad ogni iniziativa pubblica sono presenti 50 o 60 persone, più donne che uomini.

Da alcuni anni Laura cura il rapporto con il gruppo di cucina relazionale “Estia”, fondato nel 2004 da Ida Faré, urbanista e docente al Politecnico di Milano che, insieme con Clelia Pallotta, Rossella Bertolazzi, Stefania Giannotti, Anna Maria Rigoni e Laura Sarfati preparano ricchi aperitivi e buffet. Ida Farè ha portato la novità dei cibi completamente freschi e di stagione. Stefania e Ida hanno introdotto al Circolo un discorso politico sul “cucinare in relazione” e sul valore simbolico dell’alimentazione, legato al rapporto con la madre, alla cura di sé e della vita di relazione. Mentre si cucina si parla, avvengono cambiamenti soggettivi, si prendono delle decisioni importanti, si hanno delle intuizioni e idee impreviste. In cucina è stato installato un microfono in modo da consentire alle socie impegnate a preparare i cibi di ascoltare la discussione pubblica che avviene nel salotto.

Per il buffet si paga un prezzo assai modico (le ospiti pagano un po’ di più) e il vino è a parte. Non c’è obbligo di scontrino, dal momento che si tratta di una associazione affiliata alla Libreria che ha la forma giuridica della cooperativa, la “Sibilla Aleramo”. Le quote del Circolo servono così per l’affitto dello spazio, le bollette della luce e gas, il rimborso spese per le ospiti, le spese per le iniziative pubbliche del Circolo, come la proiezione di film a regia femminile proposti dall’associazione “Lucrezia Marinelli” (4) o da Donatella Massara, che ha curato vari cicli di film e documentari, come “I mercoledì di Immagine-storia” rarità a regia femminile sulle vite di donne importanti per la scienza, l’arte ecc, ma sconosciute (4bis) o dal Trust “Nel nome della donna”, fondato da Fiorella Cagnoni insieme ad altre (5), oppure mostre fotografiche e d’arte o incontri con scrittrici, giornaliste, pensatrici, studiose straniere.

Il Circolo nasce ispirandosi ai “club” privati inglesi e, all’inizio, era aperto solo alle donne. Dal 1999 sono ammessi anche soci maschi (prima gli uomini erano solo “ospiti”): sono amici, colleghi, mariti, compagni, figli delle socie, uomini quindi “mediati” da donne che se ne fanno garanti, uomini che sanno la differenza, disponibili ad imparare dalle donne la politica delle relazioni, interlocutori attenti e intelligenti del pensiero femminile.

La vita del Circolo si articola in questo modo: la riunione per decidere il calendario bimensile delle iniziative del circolo, curato da Luciana Tavernini e Marina Santini (i programmi del circolo vengono pensati con attenzione particolare all’attualità, non con il sentimento di riempire uno spazio vuoto), il gruppo di “Storia vivente” il “Gruppo lavoro”, il “Gruppo dell’Autoriforma della Scuola” frequentato da numerose maestre e insegnanti, il gruppo della redazione del Sito della Libreria, ideato da Laura Colombo e Sara Gandini (6), che si incontra tutti i giovedì da vari anni, il gruppo di cucina relazionale “Estia”.

Tutta la vita del Circolo passa per le relazioni. L’investimento vero è sui desideri e i guadagni sono politici, prima che economici. Qui è in gioco la capacità di far vedere a chi entra per la prima volta la differenza di un luogo come questo, nella sua capacità di orientare lo sguardo, di dare forma ad uno scambio simbolico che passa per il cambiamento di sé. Laura non nasconde anche la fatica di questa pratica.

Le relazioni che reggono il circolo sono relazioni di disparità, nel senso che ognuna si avvantaggia del “di più” dell’altra, nessuna cerca di sostituire l’altra e ci si consulta prima di prendere una decisione. La pratica della disparità fa risparmiare tempo ed energie, aiuta ad affrontare gli inevitabili conflitti e, in tanti anni di vita del Circolo, si è rivelata la forma più adatta per realizzare una buona economia e dare continuità nel tempo al Circolo.

Il luogo è aperto alle donne di tutte le età e provenienza politica e culturale, non è connotato ideologicamente, secondo i soliti schemi perché è e vuole continuare ad essere un luogo di libertà femminile, investe sulla libertà che nasce dalle relazioni tra donne e sugli scambi di qualità: un “circolo virtuoso” per l’appunto.

Chi diventa socia o socio del Circolo sostiene, in termini di tempo, di disponibilità all’ascolto, a mettersi al lavoro praticamente, a dare danaro, la politica della differenza; punta su un capovolgimento di civiltà, sulla ricerca di un simbolico di origine femminile che vale per tutti, si riconosce in quell’amore che non è solo un sentimento, ma una forza che agisce a livello profondo ed è in grado di orientare e governare il mondo.


Note


1) Bibi Tomasi

Scrittrice italiana (1925 – 2000). Inizia a scrivere racconti e poesie a partire dall’esperienza di amore e dal dolore della perdita; dopo la guerra, diventa giornalista; nel ’70 incontra il femminismo nascente e nel 1974 firma con Liliana Caruso I padri della fallocrazia, uno dei testi fondamentali del femminismo italiano; è una delle fondatrici della Libreria delle donne di Milano, di cui per trent’anni è stata instancabile animatrice, coltivando relazioni e consigliando, durante il turno del giovedì, i libri che più amava.


2) Corrado Levi

Amico e socio della Libreria delle donne di Milano, artista e curatore di mostre, è autore di numerose pubblicazioni sull’architettura che, insieme all’arte, all’insegnamento, alla scrittura e alla politica, considera una chiave per intravedere nel mondo contemporaneo spiragli di libertà. Ha curato la quarta vetrina del Circolo della Rosa fino ad oggi, promuovendo giovani artiste ed artisti o invitando al Circolo grandi artisti e artiste italiane e straniere. Da quando si è trasferito a Marrakesh, regala saltuariamente alle socie e ai soci del Circolo gradevoli ore di intelligente conversazione e profonde osservazioni su mostre, eventi e personaggi dell’arte. Recentemente ha pubblicato una raccolta di articoli intitolata È andata così. Cronaca e critica dell’arte (1970 – 2008).


3) Donatella Franchi

Artista bolognese, associa, da molti anni, la pratica artistica alla pratica politica delle relazioni. Il suo ciclo di lavori, Cartografia dei Sentimenti, ispirato alla Carta del Paese di Tendre di Madeleine de Scudéry, è stato esposto in varie città italiane, a Washington (Istituto Italiano di cultura, 2001) e a Barcellona (convento di San Agustìn, 2004). La sua ultima opera è Viatico, 2008, ispirato al lavoro di cura per la propria madre. Ha partecipato a diverse rassegne di libri d’artista, la più recente è The Book as Art: Twenty Years of Artists’ Books from the National Museum of Women in the Arts, October 27, 2006 – February 4, 2007,Washington. Alcune sue opere fanno parte della collezione della Rhode Island School of Design (Providence, U.S.A.) e del Washington Museum of Women in the Arts. Organizza incontri seminariali e produce scritti aventi per tema il cambiamento di prospettiva che il pensiero delle donne, a partire dagli anni ’70, ha generato nelle pratiche artistiche e nella storia dell’arte. Ha scritto Louise Bourgeois: il coraggio di attendere, Via Dogana, n. 65, 2003; con Barbara Verzini: Il pensiero della ferita nella Body Art, in La Magica forza del negativo, Liguori 2005; Lavinia Fontana, pittora bolognese tra Cinquecento e Seicento, in Pensare il mondo con le donne, a cura di Franca Cleis e Osvalda Varini-Ferrari, associazione Dialogare – Incontri, Lugano 2007. Ha curato Matrice, pensiero delle donne e pratiche artistiche, Quaderni di Via Dogana, Milano 2004, La donna-ago, in Il pensiero dell’esperienza, a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008.


4) Lucrezia Marinelli

Associazione di donne unite dalla passione per il cinema delle registe; ha realizzato un Centro di Documentazione con videoteca e archivio di schede biofilmografiche aggiornate costantemente; ha pubblicato un Dizionario delle registe di tutto il mondo dal 1996 ad oggi. Le donne dell’associazione, in particolare Nilde Vinci, Laura Modini, Zina Borgini sono contattate come consulenti da biblioteche, istituzioni, scuole, centri sociali e sindacati per la realizzazione di singole proiezioni o rassegne cinematografiche.


4bis) Donatella Massara, i ha curato oltre a Immagine storia del 2007 varie proiezioni di film a volte  sottotitolati, per esempio, Il principe Achmed di Lotte Reininger,  le proiezioni dei film di Milly Toya, The Beauty Academy of Kabul, oppure Venuz- boys, L’altro ieri di Gabriella Romano etc, ha organizzato il Ciclo “Di madre in figlia come le registe
guardano alla relazione”, con Laura Modini, nel 2006 http://www.donneconoscenzastorica.it/film/occhio/dimadreinfiglia.html e le proiezioni del Festival itinerante a Milano Esperienza di libertà femminile, nel 2008.


5) Fiorella Cagnoni

Nel 2004 insieme a Giovanna Foglia, Serena Foglia, Rosamaria Lettieri, ha costituito il Trust “Nel Nome della Donna”, fondazione di diritto inglese che finanzia progetti di libertà femminile, tra i quali il Festival itinerante del 2008 abbinato al Concorso Internazionale del Cinema Indipendente delle donne con a tema “Esperienze di libertà femminile”. Scrittrice nota per il genere “giallo”, cura la collana di letteratura femminile “La Chiocciola”.


6) Laura Colombo e Sara Gandini

Informatica l’una e ricercatrice l’altra, appartengono alla generazione delle trenta/quarantenni che spendono la loro passione politica nella libreria delle donne di Milano. Sono le “Webmater” del sito della Libreria e considerano il Web uno strumento importante per entrare in relazione e fare politica. Laura Colombo ha scritto “Tecnologie e relazioni: un matrimonio possibile?” (in Duemilaeuna – Donne che cambiano l’Italia, Pratiche Editrice 2000)