relazione di Serena Fuart

Dal 31 marzo al 2 aprile Il Circolo della Rosa ha ospitato una mostra di artigianato palestinese (ricami e tessuti) organizzata da Adele Manzi, amica di Stefano Sarfati Nahmad, la quale ha trascorso parte della sua vita in Libano fra le palestinesi profughe.
Sabato 1 aprile, Luisa Muraro e Stefano Sarfati Nahmad hanno dialogato con Adele Manzi per parlare e ragionare sui problemi del popolo palestinese, ponendo speciale attenzione alle donne.
Tra gli argomenti trattati, il delicato lavoro di mediazione in situazione di conflitto; le figure mediatrici, protagoniste di questo delicato compito che viene portato avanti valorizzando cultura e memoria. Si è parlato di ricamo naturalmente, una delle vie della mediazione, che favorisce l’incontro tra le donne, lo scambio culturale, il ritorno alle origini.

 

E’ Luisa Muraro a dare inizio alla discussione introducendo uno dei temi della serata, la figura delle mediatrici, argomento su cui lei, a partire dalla sua esperienza e in relazione alla vita e al lavoro di Adele Manzi, ha riflettuto personalmente arrivando a delle considerazioni che toccano il suo modo di sentire e la politica che fa.
“Ho capito qualcosa che mi riguarda, riguarda il mio modo di sentire e la politica che faccio. Come ho spiegato ad Adele, non sono dedita alla causa palestinese, sono concentrata qui, su noi e l’agire politico. Una delle caratteristiche di queste figure mediatrici è che lavorano spesso nell’ombra, anche se non tutte, come il primo ministro svedese, Olof Palme, ucciso in circostanze poco chiare.
Per arrivare al punto, le mie riflessioni mi hanno portato a pensare che queste persone non abbiano il cuore abitato essenzialmente dalla causa della giustizia, dal proposito di farla. Il loro atteggiamento è diverso, ci hanno rinunciato. Sono rimasta colpita dal linguaggio di Ricamare una vita, la dispensa che Adele mi ha fatto leggere, in cui racconta della catastrofe del 1948, anno in cui il popolo palestinese ha dovuto lasciare traumaticamente le sue terre, i villaggi, i campi. Quello che mi colpisce nel linguaggio usato è la totale assenza di parole di protesta.
Penso a me che sono stata militante politica nel senso classico della parola. Ricordo una serata alla Casa della Cultura, in cui ho pronunciato parole terribili in difesa del popolo palestinese, contro le decisioni, i poteri e tutto quello che era stato fatto loro. Ricordo anche gli applausi degli studenti siriani presenti. Quello che mi muoveva era la volontà che si facesse giustizia, che chi ha subito un torto avesse riparazione”.
“Le figure mediatrici sono differenti – continua Luisa Muraro -. Queste persone mettono d’innanzi qualcos’altro, a costo di mortificare la loro volontà di giustizia. I temi della giustizia sono questioni che sanno e che sentono ma non proclamano, stando in una sorta di mortificazione, anche se non so se mortificazione sia la parola appropriata.
Ritengo che, in questo lavoro di mediazione, un ruolo molto importante lo abbiano le parole. Parole che possono essere non necessariamente di mezzo, cioè dare un po’ ragione all’uno e un po’ all’altro. In questi conflitti estremi e polarizzati è necessario che ambo le parti facciano uno spostamento”
A proposito del lavoro di Adele Manzi e, come del suo, quello di tanti altri, Luisa Muraro continua il suo intervento sostenendo che “si tratta di un impegno accompagnato sempre dalla fedeltà della memoria. Il ricordare, il dire senza accuse, è un atto dovuto a chi ha patito un torto, a chi a sofferto.
Il lavoro di Adele Manzi ha il principale scopo di far conoscere e raccogliere le testimonianze delle donne palestinesi dei campi profughi nel Libano”.
Il suo impegno però è anche culturale con la mediazione della bellezza, continua Luisa facendo riferimento al lavoro del ricamo. “Queste produzioni in sé belle, pacifiche, serene e festose, creano anch’esse una sorta di mediazione, ci fanno vedere la bellezza di un’arte femminile. Questi lavori in mezzo a noi questa sera portano traccia di colori e di festa in un Paese e in un contesto completamente diversi. E’ come spostare il mio, il nostro pensiero, verso momenti, luoghi, sentimenti di festa, gioia, di collaborazione. Questo secondo me è opera di mediazione”.

 

L’intervento successivo è di Stefano Sarfati Nahmad che racconta d’aver conosciuto Adele durante una manifestazione, rimanendo colpito dal fatto che avesse lavorato per trent’anni accanto alle donne palestinesi.
“Conosco parecchie persone molto impegnate in politica, tuttavia incontrare una donna dall’apparenza così fragile ed esile che, con poche parole, mi ha testimoniato un’intera esistenza a favore di un’idea che in quel momento portava alle persone per strada sfilando, mi ha colpito parecchio. Ho scoperto in seguito che conosceva Luisa Muraro e siamo arrivati all’appuntamento di questa sera”.
Riguardo quanto detto da Luisa Muraro sulla figura della mediazione, Stefano cita un’altra donna: “per me – dice – , una persona di un certo calibro per quanto riguarda la sua capacità di mediazione: Manuela Dviri Norsa. Si tratta di una figura di una certa, direi, anche forse ambiguità: è contestata infatti da molti per il lavoro che fa. Il suo progetto è aiutare i bambini palestinesi che hanno subito dei traumi fisici tramite un istituto ospedaliero israeliano. Il suo scopo è quindi convogliare soldi per questa causa, cosa contestata da molti genitori palestinesi, i quali sostengono che i soldi non dovrebbero andare agli israeliani i quali, ‘prima gli ammazzano e dopo gli aggiustano’ accusa che io non le muovo ma che ho sentito farle. Personalmente leggevo i suoi articoli sul Corriere della Sera finché non ho smesso di accettarli a causa della sua moderazione, sembrava non prendesse posizione”
Stefano racconta poi d’averla conosciuta personalmente e intervistata. “Un’esperienza molto interessante. In quell’occasione ha preso posizioni nettissime, posizioni che ebrei e italiani considererebbero radicali, addirittura antisemiti. Tra i suoi progetti quello di far ricamare camicie fatte in Israele da donne palestinesi. Il suo scopo era mettere in contatto le due genti, perché secondo lei, l’unica soluzione è mettere in contatto i popoli, favorire l’incontro. L’ho ricordata perché, anche lei, sul tema del ricamo ha creato una mediazione.
Io sono qui oggi in quanto ebreo che ha a cuore la causa dei palestinesi. Questa dei palestinesi è una questione che urla vendetta. Mi è capitato una sera di vedere la trasmissione di Giuliano Ferrara durante la quale è intervenuto un ebreo dalla Svizzera. Questo sosteneva che: “in fondo le guerre israeliane sono state delle guerre costruttive. Alla televisione passano invece notizie di fatti inaccettabili, indicibili. Quelle parole però hanno un percorso: la vita in Palestina è invivibile e inaccettabile, è una diaspora, nemesi storica per mano ebraica, ma in tv è strumentalizzata in maniera indegna. Questo si ritorcerà contro Israele”.
Quello che io vorrei raccontare questa sera è qual è il percorso umano di un ebreo che appoggia i palestinesi, quando la triste realtà è che la maggior parte degli ebrei si identifica con Israele, nello Stato di Israele difendendo l’indifendibile. Un paragone che viene spesso fatto a proposito di questa questione è quello di una madre che difende il figlio stupratore. Il mio percorso è stato quello di uscire dalla mera identità ebraica e dedicare semplice buon senso. Partecipando poi alla vita della Libreria delle donne, parallelamente, ho fatto un altro percorso che mi porta a giocare un po’ fuori casa, ovvero quello di uomo che si interessa alle cause delle donne. Concludo ritornando sulla figura delle medianti. Questi percorsi si possono fare in presenza di alcune particolare persone che di solito sono donne”.

 

La parola passa poi ad Adele Manzi.
Adele è una delle fondatrici di Najdeh (termine che significa ‘soccorso’), un’associazione non governativa nata dopo la caduta di Tell el-Zatar, campo di rifugiati palestinesi che si trovava nella zona del Libano cristiana (l’altra è musulmana). L’associazione opera in questi campi in Libano per contribuire a soddisfare i bisogni più urgenti: scuole materne, centri di formazione professionale, alfabetizzazione e sostegno scolastico, assistenza alle famiglie, creazione di possibilità di lavoro. All’interno di questa sono nati laboratori di ricamo che non soltanto hanno un ruolo economico ma consentono alle generazioni nate in esilio di riappropriarsi di uno degli aspetti della cultura di origine. I loro prodotti sono recentemente entrati nel circuito del Commercio Equo e Solidale con l’etichetta Al Badia.
Adele Manzi inizia il suo intervento raccontando di quando nel 1975 ha preso la decisione di lavorare con donne palestinesi rifugiate in Libano. “Lo volevo da molto tempo ma l’ho deciso in quell’anno quando c’è stata la caduta di Tell el-Zatar. In quell’occasione la gente è stata decimata, si è trattato di un massacro. Molti uomini sono stati trucidati e portati via mentre sono state lasciate partire le donne e i bambini”.
Adele Manzi spiega come si proceda in questo tipo di progetti “Per creare un gruppo che lavora nei campi palestinesi bisogna avere la protezione di un partito palestinese. Noi siamo stati appoggiati da una fazione palestinese che però non ha mai approvato gli attacchi al di fuori delle terre conquistate”
Per dare l’idea della situazione, Adele Manzi fa due esempi.
“Per le attività di ricamo ci siamo appoggiati a dei cataloghi di ricami palestinese conservati nei vari musei del mondo, il primo è stato, paradossalmente, in America.
Una amica belga che lavorava a Betlemme ci ha mandato un piccolo album stampato in Israele. Si trattava di una raccolta di differenti motivi che cerchiamo di fare anche noi, creando un album che ha circolato e che è stato copiato dal suo. Ad un certo punto questo album è scomparso. Forse in quanto proveniente da Israele e in cui la parola Palestina non compare. L’unica scritta che c’era era arabesque, anche se non si trattava di questo”.
Adele parla poi della responsabile generale di Najdeh, che, in Francia, ha visitato due associazioni francesi, una protestante e una cattolica. Queste due realtà l’hanno messa davanti una scelta, che lei ha accettato, ovvero incontrare due israeliani. Il primo è Eitan Bronstein, fondatore di un’associazione israeliana che si chiama Zochrot (di cui si parla in seguito,ndr). Una delle condizioni di questo incontro era indagare la sofferenza e i torti subiti da parte del popolo palestinese. Questa associazione, tra le ultime nate dei numerosi movimenti pacifisti israeliani, ha, tra gli scopi, quello di dare al pubblico israeliano una conoscenza storica di quello che è successo nel ’48. Il loro impegno è visitare i luoghi quali ad esempio, un kibbutz (villaggio israeliano costruito sulle rovine di un villaggio palestinese, ndr) e mettere delle lapidi che ricordino cosa c’era in quel luogo prima del ’48.
Eitan Bronstein è sostenitore dell’idea di non paragonare il ritorno degli ebrei in Palestina con quello dei palestinesi in quanto il ritorno degli ebrei è stato realizzato con l’espulsione di una gran parte dei palestinesi. La pace non è possibile se gli israeliani non riconoscono questa immensa ingiustizia.
L’altro israeliano, membro di Peace Now, su questo non era d’accordo. Si è discusso e la giovane palestinese, responsabile dell’Associazione ha accettato di dialogare.

 

Ritornando al tema del ricamo, Luisa Muraro interviene chiedendo ad Adele se nei ricami sia possibile identificare una sorta di linguaggio “Hai parlato di questi ricami e di persone che hanno prodotto cataloghi e raccolte, anche in America ed Europa. E’ possibile che, in questi ricami, figure e motivi, ci sia un linguaggio? E’ possibile che chi ha la cultura di questi riconosca le figure?”
Adele risponde che è difficile parlare di linguaggio. Racconta che a Damasco, una signora tedesca, abile ricamatrice che fa lavorare le donne palestinesi, ha scritto un articolo sull’origine dei questi ricami. “C’è una quantità grossa di ricami – dice – e la loro origine è molto controversa. Una figura ricorrente comunque sono i cipressi”.
Dal nord al sud della Palestina ci sono caratteristiche diverse, ha detto poi. “Bisogna immaginare che la Palestina era un paese moderno: c’era una ferrovia che lo attraversava interamente, era aperto all’occidente, e prima ancora con i paesi arabi e con la Siria. C’è stata una contaminazione con l’occidente. Quando qualcuno mi porta un modello di un certo ricamo, a volte riconosco che è stato copiato. Il fatto di copiare è avvenuto quando si è cominciato a ricevere dall’estero, assieme ai fili da ricamo, anche i cataloghi”.
“Quindi quella palestinese è una cultura viva – continua Luisa Muraro: “tutte le culture – dice – hanno una continua capacità di contaminarsi anche se è vero che esiste parallelamente un lavoro di conservazione. Nonostante questo però le persone sono liberamente esposte a sollecitazioni da altre parti. Una cultura è vera quando si apre ad acquisire”.
Adele Manzi racconta allora a Luisa quanto sia interessante vedere sugli antichi modelli da loro usati delle tracce di altre culture. “La Palestina – dice – è stata una paese di passaggio, di scambi culturali. Ci sono forme di cipressi che sembrano copiati dalle maioliche iraniane. Ci sarebbe tutto uno studio da fare…”

 

La parola passa poi ai numerosi partecipanti intervenuti.

 

Laura Minguzzi pone una questione sul linguaggio del ricamo “I ricami sono tutti fatti con la tecnica del punto croce: c’è un particolare significato simbolico legato all’uso di questa tecnica?”
Adele Manzi risponde che il punto e croce non è la sola tecnica usata anche se comunque molto diffusa. “Il punto e croce non ha nessun significato simbolico, è però la tecnica più facile da eseguire”.
Adele parla anche di un altro punto, quello con il cordoncino fissato per fare dei geroglifici. Questo punto permette di realizzare figure tonde e di crearne molte altre.

 

Vita Cosentino chiede ulteriori informazioni sull’attività delle donne nell’associazione. In particolare, in che modo si ritrovano insieme, se discutono, come decidono le cose.
Adele risponde che l’associazione è stata fondata con lo scopo di occuparsi delle donne.
“Abbiamo chiesto alla popolazione interessata cosa desiderasse venisse fatto. C’era bisogno in primo luogo delle scuole materne, luogo che protegga i bambini dalla vita delle strade. Ed è la prima cosa che abbiamo fatto, occupandoci poi anche della formazione professionale delle adolescenti per permetter loro di entrare successivamente nel mercato del lavoro.
Abbiamo poi pensato di favorire la socialità di queste donne facendole lavorare insieme. Abbiamo quindi creato dei piccoli laboratori in cui loro possono lavorare: c’è una donna che distribuisce le consegne e insegna il lavoro. Il fatto che le donne si raggruppino rende possibile l’emergere dei problemi che possono così essere discussi tra loro. Questo ha reso possibile il crearsi di una socialità tra loro. L’associazione si occupa inoltre di dare una formazione culturale e anche politica”.

 

Lucia, una delle partecipanti, racconta di aver conosciuto Adele in Libano durante un viaggio in cui il loro scopo era cercare di capire la realtà dei campi profughi palestinesi.
“Quello che mi è sembrato di capire delle donne palestinesi e anche degli uomini – dice Lucia – è il fatto che vivano con il sogno del ritorno, ritorno alla loro casa, terra, campi. Il ricamo è anche un modo che hanno per capire, prima di tutto, chi sono, qual è la loro identità, da dove vengono.
Quasi tutti i ricami richiamano abiti di donne, diversi a seconda dei villaggi. Nei ricami ricostruiscono il luogo d’origine, trasmettendolo così anche alle giovani che non sono mai state in Palestina. Giovani che non la conoscono e che la sognano secondo quello che vien loro trasmesso dalle generazioni precedenti. La funzione del ricamo per loro non è soltanto di riunirle, ma anche di far conservare la propria identità. E’ importante mantenere le tradizioni, capire da dove si viene. I ricami hanno questa funzione indispensabile, ovvero mantenere la tradizione, cosa fondamentale soprattutto per chi è sradicato dalla sua terra e vive in un altro posto, in condizioni dei campi profughi. Condizioni che comportano tutta una serie di problemi, tra cui il fatto di non poter esercitare la propria professione pur essendo pienamente qualificati, questione in cui il problema dello sradicamento diviene particolarmente evidente.
“Quindi possiamo dire che il ricamo sia diventato un linguaggio del ritorno, del radicamento in certi posti – conclude Luisa Muraro – . Si tratta quindi di un richiamo, una forma poetica di collegamento di origini, ai luoghi di provenienza, un modo di spostare il patimento dello sradicamento in qualcosa che lo raffigura.”

 

L’associazione Zochrot
Nell’intervento del prof. Federico Lastaria si è parlato più dettagliatamente dell’associazione Zochrot
“Si tratta di un’associazione di israeliani che pone come prioritorario il tema del ricordo. Ricordo della Nakba, cioè dell’espulsione dei palestinesi nel ’48. La scelta del nome, Zochrot, ha anche un suo significato. Si tratta di una parola ebraica che significa coloro che si ricordano, ed è una parola declinata al femminile. La scelta di un nome femminile, anche se l’associazione è composta sia da uomini che da donne, ha lo scopo di colorare al femminile il ricordo della Nnakba, dargli un senso non militaristico, valorizzando aspetti quali l’accoglienza, caratteri questi, più tipici dell’animo femminile che di quello maschile.
L’associazione ha quattro anni, è sorta nel 2002. Ad esempio nella città di Ashkalòn che oggi si chiama Mischendorf/Pinkamiske, l’associazione si impegna a giustapporre, non sostituire – precisa – i nomi delle vie attuali con la denominazione araba che c’era prima del ’48, oppure, sulle rovine di villaggio arabo distrutto si mettono delle targhe indicanti quello che c’era prima. Il tema della memoria è importante perché se non comprende la questione dell’espulsione nel 1948, non si capisce molto dei palestinesi. L’altro punto su cui si impegna l’associazione è di ricordare in lingua ebraica. Non è la stessa cosa ricordare il dramma dei palestinese in inglese o in ebraico, bisogna parlare al femminile e in ebraico perché è la lingua che gli ebrei prediligono per riflettere”.

 

In uno degli ultimi interventi Annamaria di Ciommo racconta come i temi della serata le abbiano fatto ricordare la sua infanzia. “Mia mamma – racconta – mi mandava dalle zie a ricamare e imparare il punto e croce. Era il momento in cui tutte le zie giovani mi insegnavano la storia della famiglia e insieme ai ricami imparavo l’arte della pazienza: scucire, ricucire e fare le cose nel migliore dei modi. Attraverso le nostre conversazioni e i loro racconti ho imparato la storia di tutti i miei parenti. Si trattava di momenti ricchi, ero circondata da zie molto giovani. Questo fatto comunque non credo fosse proprio solo della mia famiglia. Vivevo ad Avello in provincia di Potenza. Queste esperienze sono forse tipiche della cultura mediterranea”

 

Luisa Muraro conclude la serata con la considerazione che la pazienza è la virtù principe delle figure mediatrici che lavorano nell’ombra. “In tutti i grandi conflitti ci sono queste figure di persone che, tra le virtù, sommano tenacia e pazienza”.

 

Luisa Muraro ringrazia Laura Minguzzi per la cura e l’amore con cui ha accolto al Circolo della Rosa la manifestazione e la mostra di Adele Manzi e dell’associazione Najdeh.
Per chi fosse interessata-o è disponibile in visione un CD-ROM della mostra “Ricamare una vita”, realizzato da un’amica di Adele Manzi durante l’esposizione dei tessuti ricamati.

Mercoledì 8 marzo 2006 al Circolo della rosa di Milano si è discusso di questi temi a partire dal libro di Anna Santoro certincantamenti (Marsilio 2005).
La poesia cosa aggiunge alla politica e all’economia?
Si può farne una pratica politica?
Che misura porta al consumo (-ismo) culturale?
Come riesce ad afferrare la materialità pulsante della vita?
La discussione è stata avviata da Luciana Tavernini, di cui riproduciamo l’intervento introduttivo. Clelia Pallotta ha letto le poesie citate e Anna Santoro ha interloquito con le presenti.

 

di Luciana Tavernini

 


Le riflessioni di oggi sono frutto di una pratica di lettura dei testi che pone in relazione le risonanze che essi provocano in me. Io mi colloco nel “tra testi”, testi che risuonano come voce viva di chi li ha scritti. Questa pratica di mettere in contatto è quella che seguo anche con le persone che conosco, fa nascere del nuovo che poi percorre strade a me ignote, pone in movimento.
Più che con la critica letteraria ha somiglianze con l’alchimia, tanto cara a María Zambrano, o più modestamente col mio modo di cucinare. Utilizzo ciò che ho a disposizione, compreso il tempo e come mi sento e sento in quel momento, e le centinaia di ricette che ho in mente e qualche nuova che cerco al momento, e poi unisco il tutto per creare qualcosa che, a giudicare dal modo con cui i miei annusano e scoperchiano le pentole, se non è già in tavola, risulta gradita. Non si tratta di proporre interpretazioni univoche quanto di accostarsi e di accostare, dicendo le ragioni della vicinanza scoperta perché altri e altre siano spinti a dire le loro.
Le poesie di Anna Santoro mi hanno accompagnato in questi mesi, facendo balenare domande e contatti con quello che udivo negli incontri qui in Libreria e spingendomi a leggere fino in fondo e più a fondo alcuni testi . Mi riferisco a Filosofia e poesia di María Zambrano, a Pro e contro la bomba atomica della sua amica Elsa Morante, a Una filosofa innamorata di Annarosa Buttarelli, a La diferencia sexual en la historia della mia amica e maestra Milagros Rivera y Garretas, a L’aspetto orale della poesia di Ida Travi e al più bel testo che io abbia letto sulla depressione, o meglio malinconia femminile e le sue cause individuate attraverso l’incontro con figure letterarie, e cioè La scrittura del deserto di Wanda Tommasi.
Proprio per la mia passione per la storia vorrei partire da una riflessione sulla memoria che Pina De Luca , nell’introduzione a Filosofia e poesia, trae da Zambrano. “All’origine della memoria c’ è la ricerca di qualcosa di perduto e irrinunciabile […] qualcosa che esige di essere nuovamente guardato.” Guardare di nuovo ha il senso del far rinascere, del restituire pienezza di vita a ciò che si è lasciato passare e si è visto solo a metà. Ridare tempo, far sì che ciò che “fu a malapena vissuto, riacquisti il tempo che gli fu sottratto”.
La memoria produce “una lentezza capace di assecondare la fatica di nascere di cose e pensieri rimasti inespressi o incompiuti per misconoscimento di un tempo che è in sé plurale e diversificato”, perché vi è la necessità di un presente ampio, capace di contenere quel che è stato accantonato nel tempo accelerato di oggi. “Compito del pensiero deve essere accogliere nel proprio presente i tempi disparati che profondamente gli appartengono.”
Anna nella poesia Ti sminuzzo memoria (p. 9) mette in luce il bisogno di nutrirsi di quella parte del passato, quella che non si impone, “mai dominante”, per dare un senso al presente; e il doloroso lavoro del scegliere, l’esitazione tra la memoria dominante, consolatoria direi io, e la migliore, la più cruda e dolorosa, difficile da agghindare, quella che può davvero lenire “il frastuono dei pianti e dei silenzi” .
Perché il dolore è anche ciò che ci fa percepire il reale, come segnalava Artaud, che abbiamo riscoperto nell’emozionante mostra al PAC , appena conclusasi. E di nuovo Anna in A volte è un fruscio lieve (p. 34) lo ha ben presente. Il dolore “un fruscio lieve/ un battito d’ali di farfalla nelle tempie/” mentre lei vive, “badando a scostare dalla testa/ lampi di pensieri/”, le rende presente il corpo e l’intelligenza del reale che comporta. Porta all’ accettazione “dell’essenzialità della vita, colta nelle sue componenti più semplici”, quella che la Bachmann chiama “l’omelia del deserto”. Come ci racconta Wanda Tommasi, quello che salva la protagonista del Libro del deserto è il lasciar affiorare l’elementarità del bisogno, “il mistico congiungersi di inspirare ed espirare, camminare e riposare, l’alleluia della sopravvivenza nel nulla”.10 Così, più gioiosamente, Santoro, consapevole del pericolo di cadere nell’ elegia della sofferenza come se essa fosse l’unica possibilità per arrivare alla conoscenza, in Nulla ci è dato intendere (p. 11) ci presenta l’elementarità della vita nell’erba viva che “ha tepore di polpastrelli/ lungo il corpo”, nell’aria azzurra alle tue spalle. Tutto è sì breve, ma il tempo è lungo dentro di noi.

 

Con l’ultima poesia si presenta un’ulteriore riflessione sul tempo, vicina a quella di Zambrano, un senso del tempo che potremmo dire “estasi del presente”. Come dice Annarosa Buttarelli, mutuandolo da Zambrano, “estasi intesa come stato di continua e necessaria relazione con ciò che è qui e ora così da rendere il tempo incessantemente presente […] verso cui ci si può disporre in una relazione vivente che ricerca senso mentre le cose accadono e mentre le cose parlano: una relazione di ascolto in compresenza.”11 Quello che noi chiamiamo politica del simbolico e che consente di “svolgere uno speciale servizio all’umanità: offrirsi – offrire le proprie letture di ciò che accade”.12
Presente quindi non come “sinonimo di attualità, perché se tutto fosse attualizzato, esaurito nella potenzialità di essere, non ci sarebbe lo spazio per portare alla luce l’invisibile del presente, invisibile che spesso si offre come una possibilità non percepita dal senso comune. Inoltre, nel presente restano e resistono frammenti di altri tempi e tutto si gioca nella capacità di saperli leggere, slittando su un piano non aderente al presente stesso. Questo tipo di slittamento senza sradicamento e senza fuga è ciò che sembrano fare più donne che uomini […]”.13 E’ ciò che ci permette di tenere vivo il rapporto con le giovani e i giovani. Come dice Anna in Alla tua età – amore mio – (p. 78), dedicata a suo figlio e che io, a mia volta, ho inviato al mio, occorre “farsi trafiggere il cuore” nel riconoscere in loro ciò che è rimasto vivo del nostro passato e renderlo perciò ancora vivo.
Infatti, come dice Elsa Morante in Pro e contro la bomba atomica, e come ci ha ricordato in modo appassionato Francesca Comencini14 quando ci ha presentato il suo documentario sulla scrittrice, allo scrittore, al poeta “sta a cuore tutto quanto accade”, e aggiunge “fuorché la letteratura”.15 Interessa il reale.
“Il realismo è uno sguardo ammirato sul mondo che vi si depone senza pretesa di ridurlo a qualcos’altro.”16 Tale ammirazione disinteressata è un essere innamorati del mondo, è un legame amoroso senza che vi sia la violenza del possesso, è cura e attenzione. Questo sguardo innamorato, che a volte ci riempie di felicità perché anche la grazia e l’allegria ci aprono strade di conoscenza, lo ritrovo in Essere felice da parlottare da sola (p. 28) dove “/nulla c’è di nuovo eppure…/forse il sole la luce dietro gli alberi/ quel cane/.
Significa dunque entrare in relazione con la materia “ardosa y creadora”.17 Questa materia che, come ci insegna la medievista María-Milagros Rivera y Garretas18, nella cosmogonia feudale era intesa come materia prima, principio creatore femminile accanto a quello maschile. Questa dottrina, nei secoli XII e XIII, venne chiamata dei due infiniti19. Pur condannata come eresia, essa continuò a vivere nei secoli ad esempio tra le beghine, nel movimento del Libero spirito, in Juan Huss, in Giordano Bruno fino, come sottolinea Milagros, a Clarice Lispector. In Vicino al cuore selvaggio nel 1944 scrive:

 

“Ma dov’era in fondo dei conti la loro divinità? Persino nelle più deboli c’era l’ombra di quella conoscenza che non si acquisisce con l’intelligenza. L’intelligenza delle cose cieche. La forza della pietra che, cadendo, ne spinge un’altra che finisce per cadere nel mare e ammazzare un pesce. A volte quella stessa forza la si trovava nelle donne che erano semplicemente madri e mogli, timide femmine del maschio, come la zia, come Armanda. Eppure quella forza, quell’unità nella debolezza… Oh, forse stava esagerando, forse la divinità delle donne non era specifica, consisteva solo nel fatto che esistevano. Sì, sì, ecco la verità: loro esistevano più degli altri, erano il simbolo della cosa nella cosa stessa. E la donna era proprio il mistero, scoprì. C’era in tutte loro, una qualità da materia prima, qualcosa che poteva anche definirsi ma che non si realizzava mai perché la sua essenza stessa era quella di <<diventare>>. Non era forse attraverso di lei che si univa il passato al futuro e a tutti i tempi?”20

 

Dal XIV secolo con l’Umanesimo e più intensamente nel XVI secolo con i tribunali dell’ Inquisizione, il principio femminile, materia prima, venne sottomesso a quello maschile, fino a sparire, non nella vita né nella strada perché il mondo non può sussistere. I due infiniti furono ridotti a uno solo. Tale annientamento giunse al suo culmine nel XX secolo con i totalitarismi, che cercarono di sradicare o rendere insignificanti tutte le differenze. Il nazismo fu un esempio estremo del “regime o politica dell’uno”.
Fu nel XVI secolo che si inaugurò una linea storica e politica che concentrava l’energia umana nell’agire attivamente, che valorizzava l’autonomia, il non dipendere da nulla, mentre disprezzava la passività, la ricettività, il lasciarsi dare.
Invece l’adesione innamorata alla realtà trasforma il poeta nello spazio vuoto in cui le cose si depongono nel loro essere materia, in cui l’altro da sé può manifestarsi.
“Si tratta di tornare alla realtà sommersa da tutto ciò che viene costruito a colpi di “io” e di “voler essere”, istanze che si sono tradotte nella storia in modo da renderla catastrofica quando non sanguinaria.”21
Penso qui a una poesia di Anna Avanza piedi di piombo (p. 60) che mostra come la decisione della volontà fa avanzare e massacrare, senza sapersi fermare, senza pensiero.
Compito di chi fa poesia è lottare contro l’irrealtà (uso un termine di Elsa Morante), testimoniando la realtà, “perennemente viva, accesa, attuale”,22 in cui anche la morte è un movimento della vita. E’ l’elementare paura dell’esistenza che porta all’evasione da se stessi, all’assuefazione all’irrealtà, alla disintegrazione della coscienza umana. Le bombe e i campi di sterminio sono dunque la manifestazione del disastro avvenuto prima nella coscienza.
Proprio perché partecipa alla vicenda angosciosa dei suoi contemporanei e ne ha condiviso rischi e paure, il poeta (e qui uso il neutro maschile per rispetto a Morante e Zambrano) può mostrare i comportamenti di chi è assuefatto all’irrealtà e fissare in faccia i mostri da essi generati.
Penso qui alla poesia Aleggia una cupezza intorno alle persone intelligenti (p. 18) che ci presenta tre tipi di persone immerse nell’irrealtà del cinismo, del benessere, della stupidità che ignora. Una poesia a me particolarmente cara perché mi ha aiutato a capire la verità delle osservazioni di mia figlia sui suoi compagni e compagne di scuola e sul pericolo che lei stessa correva.

 

Credo che per Anna la condizione di chi vive nel cosiddetto Sud del mondo, in particolare dei bambine e bambine, sia quello che per Elsa furono la bomba atomica e i campi di sterminio.
Mi riferisco a Piccola figlia di mio figlio (p. 58), dove l’amore per una bimba non ancora pensata diviene veicolo per la non accettazione di bambini con altri destini che non siano amorosi.
Non si tratta, per preservare i buoni sentimenti o piacere alle anime bennate, di travisare la tragedia reale della vita. Si commetterebbe – dice Morante – quello che il Vangelo dichiara il peggior delitto, il peccato contro lo spirito. “Il movimento reale della vita è segnato dagli incontri e dalle opposizioni, dagli accoppiamenti e dalle stragi.”23
“Per quanto, lungo il corso della sua esistenza, possa accadere al poeta, come ad ogni uomo, di essere ridotto dalla sventura alla nuda misura dell’orrore, fino alla certezza che questo orrore resterà ormai legge della sua mente, non è detto che questa sarà l’ultima risposta del suo destino. Se la sua coscienza non sarà discesa nell’irrealtà, ma anzi l’orrore stesso gli diventerà una risposta reale (poesia), nel punto in cui segnerà le sue parole sulla carta, lui compirà un atto di ottimismo.” 24 Qui Morante racconta la storia di Miklós Radnóti, un giovane poeta ebreo ungherese, grazioso e allegro, che piaceva alle ragazze. Portato in un campo di sterminio, ha continuato a scrivere poesie, fino all’ultima quando, sull’orlo della fossa dove è stato ucciso, dice: Ora la morte è un fiore di pazienza. Lì l’hanno trovata insieme ai suoi resti. “E così ci è rimasta, miracolosamente, la prova, che pure dentro la macchina “perfetta” della disintegrazione, che lo annientava fisicamente, la sua coscienza reale rimaneva integra. E’ morto nel 1944. Ma io, – confessa Morante – solo da poco tempo ho saputo che era esistito. E la scoperta che questo ragazzo ha potuto esistere sulla Terra, per me è stata una notizia piena di allegria. L’avventura di questo ragazzo assassinato è uno scandalo inaudito per la burocrazia organizzata dei lager, e delle bombe atomiche. Scandalo non per l’assassinio, che è nel loro sistema. Ma per la testimonianza postuma di realtà (l’allegria della notizia) che è contro il loro sistema.”25
Questo bisogno di testimoniare l’aspetto tragico della realtà lo sento in poesie come Un po’ mi annienta (p. 31), dove da un lato viene mostrato è il senso di annientamento di fronte alla cattiveria dilagante, che ha occhi freddi, mani rattrappite su corpi luccicanti di monete, e dall’altro l’accoramento e il disgusto per aver superato la soglia della vivibilità con distacco. Insomma Santoro sa cogliere il sentire che ci permette di non assuefarci. In Ci sono bambine e bambini (p. 68), questi vengono descritti per ciò che non hanno mai potuto fare. Piccole cose che dovrebbero appartenere ad ogni infanzia: sputare la pappa in faccia a mamma e papà, avere qualcuno che li vezzeggi e pensi ai mostri che li spaventano, e che invece abbiamo condannati. E in contrapposizione pone signori che brindano in coppe d’oro e fanno il broncio, lasciandosi cadere in lenzuola di miele. “Questa è la verità”, ripete due volte: vi è dunque una connessione che ci coinvolge.
Infatti chi fa poesia – dice Morante – “è destinato a smascherare gli imbrogli.” E continua: “E una poesia, una volta partita, non si ferma più, ma corre e si moltiplica, arrivando da tutte le parti, fin dove il poeta stesso non se lo sarebbe aspettato”. Il poeta, infatti, “per sua natura ha bisogno degli altri, specie dei diversi da lui. Senza gli altri è un uomo disgraziato”.26 Credo che questo abbia spinto Anna a farsi promotrice della carovana dei poeti contro la guerra.27
Fare politica significa anche confliggere, un conflitto sì relazionale, che non distrugge l’altro, ma un conflitto che fa paura a molte di noi. Nell’ultimo incontro con Chiara Zamboni,28 si è messa in luce una motivazione di questa paura: l’evocazione della potenza materna e il corrispondente senso di annichilimento provato da neonate, quando la madre non rispondeva ai nostri bisogni. Da qui la rabbia come sentimento che esprime la ribellione alla paura dell’annichilimento, come se chi è in conflitto con noi potesse negarci totalmente. Si diceva dell’ “eccesso dell’eccesso”, di certe reazioni femminili che portano alla pietrificazione o alla fuga. Io in quell’occasione ho segnalato una pratica che mi consente di tenerla a bada e cioè il mettere in poesia ciò che si muove dentro di me.
In molte poesie di Anna ho ritrovato la capacità di fare i conti con la rabbia, perché non la si inchioda in un’ univoca interpretazione e neppure si lascia al non detto il potere di ampliarsi fino a schiacciare e scacciare l’altro.
Per esempio in Vivono – a volte vorremmo farne a meno (p. 14) dall’antagonismo così forte “che le dita si spezzano di ghiaccio/ con crepitii secchi e netti/” si passa alla confusione nel ventre “tra chicchi di grano semi di passiflora/ azzurrata mattoni roventi di dolore/” fino alla pietas che strazia.

 

Infine vorrei aggiungere qualcosa sul mio modo di leggere poesia. Contrariamente a quello che succede con molti libri che spesso vengono letti e accumulati, oppure di cui si vuole sapere solo quel tanto che basta per parlarne fin che se ne parla, insomma dei libri oggetto di un’industria culturale che li vuole quasi subito obsoleti, un libro di poesia si rivela grazie al suo ripetuto uso.
Si legge adagio, poco per volta, ci si ritorna, non si consuma. Ogni lettura ce ne rivela aspetti nuovi. All’inizio ci colpisce, come ricorda Ida Travi, la musicalità, che ci riporta alla lingua della madre, della nutrice, “lingua peculiare, presimbolica, viva di contatti interni tra corpo e voce”;29 quella che porta con sé il massimo di informazione, proprio dove la parola non è compresa nel suo significato, ma ascoltata nel suo fluire; quella che ci ricorda il piacere immenso del legame col corpovoce materno a cui è impossibile tornare, ma che può riaffiorare proprio con l’ascolto della poesia.
Poi, pian piano, giunge il lampo della rivelazione, quella luce sul reale che non rinuncia all’ombra, luce aurorale appunto. Infatti la poesia è scrittura di trasformazione che accompagna il cambiamento di chi scrive e che intende coinvolgere in un processo analogo chi legge. “Chi scrive e chi legge, nella proposta di María Zambrano, si lega – anzi, è già legato – in un patto di necessità: ‘Quel che si pubblica serve perché qualcuno, uno o tanti, viva tenendo presente ciò che è venuto a conoscere, perché viva in modo diverso dopo averlo conosciuto’. […] Uno o una bastano perché il patto regga e si crei una discontinuità nel procedere, altrimenti lineare, dei pensieri presenti nel mondo.”30
La poesia, permettetemi questo paragone in onore delle nostre cuoche di cui Clelia è un’esimia rappresentante, la poesia è come quelle vecchie padelle nere di ferro per i fritti, quelle che il lungo uso rende insostituibili quando in cucina si vuol fare in modo

A partire dall’ultimo libro di Daniela Padoan Le pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo (Bompiani, Milano 2005), martedì 22 novembre alla Libreria delle donne ha avuto luogo una discussione di riflessione sulla pratica politica dagli effetti inimmaginabili ‘inventata’ da queste donne straordinarie. Il testo è uno sguardo amorevole e acuto sulle Madres, dà loro parola e pone a noi interessanti quesiti e riflessioni sulla nostra pratica politica. Come possiamo, oggi e nel nostro contesto, assumere la responsabilità di ereditare una pratica politica e allo stesso tempo fare nuove invenzioni per agire e lottare nel presente?
Presente l’autrice che ha ampiamente discusso del suo lavoro e delle sue relazioni.
Hanno introdotto la discussione Liliana Rampello e Laura Colombo.

 

“Si tratta di un libro che ho letto con grande attenzione, mi piaciuto, lo considero bello intelligente e importante”. Liliana Rampello introduce così la serata e avvia la discussione.
“Bello perché scritto bene, capace di rimanere vicino all’esperienza delle emozioni che Daniela ha vissuto, emozioni che ci vengono restituite con chiarezza. Un libro che tiene con sé il caldo che questa scrittura riesce a trasmettere.
Intelligente per l’intreccio dei piani discorsivi: la storia dell’Argentina e le vicende che, insieme a ai fatti storici, Daniela ci racconta.
Importante perché va oltre quello che si pensa di sapere già. Le Madres sono state in Italia, le abbiamo conosciute e abbiamo discusso, il loro lavoro è noto. Questo libro va oltre perché, quello che almeno a me è capitato, è stata la possibilità di conoscere altre Madres (oltre la ‘famosa’ Hebe).
Importante inoltre perché ci fa riflettere anche sulle pratiche politiche che queste donne hanno inventato e soprattutto perché Daniela è stata in grado di restituirci il momento sorgivo, il modo in cui queste pratiche sono state inventate e quando. A me ha detto molto su una sorta di stanchezza dell’Occidente rispetto alla vivace esistenza che queste popolazioni sono in grado di restituirci. Per me questo libro è già politica, nel senso che, in questo luogo, abbiamo spesso affermato che narrare è assolutamente importante, che c’è necessità di racconto femminile. L’agire delle Madres e il modo in cui Daniela ce lo racconta sono esattamente questo: parlare, scrivere, scambiare. Significa aver capito che il linguaggio (parole, gesti e corpi) non è una forma inerte ma possibilità di modificazione, lettura, interpretazione della realtà che ci capita. Quando ho detto la parola ‘scambiare’ la riprendo perché Daniela, in questo libro, agisce uno scambio profondissimo con loro, pieno di rispetto e di amore. Questo scambio si presenta a noi nella forma del dialogo. Daniela ripropone le conversazioni e fa vedere da vicino come la domanda sia importante perché il dialogo si sviluppi davvero. Questa dev’essere consapevole, nuova, in qualche misura capace di guidare sotterraneamente l’altra a dire, nel modo più aperto possibile, la sua esperienza.
Nel fare questo difficilissimo lavoro dell’intervista, la sua presenza non è mai invadente, piuttosto è tenace perché sa porgere questo filo, sa spostare il problema, sa riaprire una questione, insistere su un ragionamento. Da un lato conduce, da un altro si lascia condurre, sapendo che tutto quanto tornerà a esser comune e si slargherà ulteriormente nella lettura di chi il libro leggerà. Un’operazione complicata che passa tra due, tra una e tante, che leggeranno il libro.
La postfazione è molto densa e intensa. Daniela convoca i suoi amici e le sue amiche. Incontriamo quindi Kakfa, Rielke, Harendt, Muraro, Kierkergaard, e altri che le sono stati a fianco mentre lavorava.
Quando l’ho letta, ho pensato che poteva essere l’introduzione. Ma non è così perché è una postfazione vera e propria non è un commento, né un riassunto, ma si tratta di prendere la parola in prima persona dopo un viaggio, nel suo caso, uno reale, quello che lei ha fatto in Argentina e quello interiore che l’Argentina ha fatto fare a lei e a me ha detto tanto”.
Cos’è cambiato per Daniela prima e dopo il viaggio? Questa la prima domanda di Liliana all’autrice.
“Poi ho guardato l’indice – continua ancora la relatrice- attento e perspicuo, nel senso che annoda ogni capitolo intorno a un elemento che può essere una frase, un simbolo oppure un evento o una questione. Ognuno di questi capitoli è introdotto con una riflessione storica e puntale, esauriente che rinvia a una quantità rilevante di fonti che lei ha letto. E’ seguita da più racconti con un loro titoletto specifico che, a sua volta di nuovo, riabbraccia in forma più particolare il tema generale. L’indice dice esattamente il movimento del testo, fa vedere i nuclei principali d’interesse ed espone la sua stessa disposizione.
I capitoli sono molto ricchi, indicano le tante scelte che Daniela ha dovuto fare, perché la scelta immagino fosse molto ampia”.
“Mi ha colpito l’insieme del testo. Ma ho comunque raggiunto un esito politico. All’inizio mi sono commossa perché c’è dolore, tragedia, la dittatura. Il libro però, continuando a leggerlo, mi ha aiutato a passare da questa commozione sim-patetica a una forma diversa che era la consapevolezza e la comprensione di quello che là era successo. E’ come passare dalla simpatia all’empatia. In questa ultima c’è uno spazio di conoscenza. Pur sollecitando l’emozione non la raffredda ma la colloca e questo è stato il lavoro primo delle Madres e di Daniela nel restituirci questo.
Il libro inizia con la presentazione di una famiglia. Si parla quindi della provenienza di queste donne, chi erano, la semplicità di vite comuni e, per questo, molto interessanti. Vite oneste povere in cui la dittatura sia imbatte con la sparizione di figli e figlie. Questo succede in modo incalzante.
L’orizzonte, all’inizio, è quello individuale, nero e vuoto. La violenza è segreta taciuta e negata.
Però mancano i figli, i corpi. La loro morte sembra irreale anche nella sua ripetizione (il sempre uguale che ritorna).
Nessuno ne risponde, a nessuno si può chiedere, si bussa alle porte di tutti che sono sempre gli assassini.
La complicità è ovunque soprattutto tra Stato e Chiesa. Quando noi parliamo della Chiesa dimentichiamo sempre il potere temporale di questa, ciò che ha fatto e che continua a fare. In complicità con le dittature. E ciò è avvenuto fino a qualche anno fa. Sembra, nei giornali italiani, che la Chiesa sia l’unico referente morale.
Anche questa è una strada di riflessione.
Questa complicità è stata anche internazionale e viene ben raccontata. Viene raccontato quando il mondo non vuole sapere e non vuole capire, quanto questo pesi nella situazione politica interna di un paese, i pesi su chi deve resistere una dittatura.
Il punto che emerge è questo: come fa un singolo ad affrontare un muro mille volte più alto di lui? Il racconto ci fa vedere la trasformazione di donne semplici, casalinghe, in donne che, fidandosi pian piano l’una dell’altra, hanno inventato un’arma potentissima contro il male, contro la morte. Daniela ci fa vedere come il silenzio si rompa attraverso parole, gesti semplici e invenzioni inaudite, quelle che nascono da un’inaudita risposta alla morte: camminare tutti i giorni, mettersi un fazzoletto bianco, rimettere al mondo i figli insepolti perché non si accetta che la loro morte coincida con la loro fine. Anche qui il ragionamento di Daniela è molto raffinato. Morte e fine possono non coincidere. Questa è una grande riflessione delle Madres. In Occidente si tende sempre a vedere la morte come il termine ultimo. Queste donne hanno capito che anche la morte può diventare, nel suo essere estrema, l’origine di una nuova vita. Si sono messe insieme contro chi le arrestava, distruggeva le loro case. Queste donne hanno lavorato e si possono dire rimesse al mondo dai loro figli. Tenere in vita loro il loro ricordo trasforma il lutto in una lotta”.
Cita una frase del testo: “non abbiamo letto Il capitale, abbiamo letto cose più semplici. Leggiamo dalla vita e apprendiamo dalle strade e dai nostri compagni, abbiamo interpretato la lotta dei nostri figli dalle cose piccole non dalle cose filosofiche…
…si, noi non abbiamo nulla a che fare con la morte. La vita è il significato profondo di tutto quello che facciamo, tutto ciò che è creativo ha a che fare con la vita e non con la morte…
Siamo così tranquille e così felici e guarda che contraddizione, perché stiamo facendo quello che loro stavano facendo, è per questo che sono dentro di noi e ci danno alla luce tutti giorni. ”
Le Madres rifiutano qualsiasi tipo di monumento e di memoriale – dice ancora Liliana -, molto diversamente dall’Olocausto. Rifiutano questo tipo di memoria, sostenendo il concetto di memoria fertile, cioè una memoria che non possa essere rinchiusa in nessun luogo, ma rimanga come si è sviluppata nei propri pensieri.
Quello che hanno costruito è la loro stessa vita, hanno costruito per altri e altre quello che i loro figli volevano per sé e tutti. Le Madres hanno operato un’invenzione di rapporti internazionali con altre donne e altri uomini con un rigore che ha qualcosa di ingenuo, rifiutando qualsiasi forma di turismo. Loro volevano viversi in una logica della visibilità e presenzialismo. Hanno intrecciato legami con altri movimenti di lotta dei loro Paesi.
E in questo intreccio c’è una riflessione implicita, non sempre detta, ma che vive nelle parole che loro dicono sul potere. Sono sempre riuscite a fuggire a tutte le sue trappole. Lo hanno guardato in faccia e ne hanno riso. ”
Liliana fa una precisazione: ridere non è una cosa semplice. “Perché in questo caso il riso viene dalla verità del dolore ed è una risata assoluta.
Nella postfazione Daniela sposta in avanti anche il famoso brano delle Tre Ghinee di Virginia Woolf. Questa parlava della derisione, del riso su tutto i paludamenti del potere maschile così come le si presentava dalla giustizia e dal comando militare. Ma Daniela, proprio su questo aspetto, dice: “quella delle madri è però una risata assoluta perché fatta di fronte al plotone che punta le armi al quale gridano: fuoco”.
Ora, di fronte a questo genere di cose, è ovvio che l’ordine è infranto ed è infranto perché si è dinnanzi alla morte che qui è una sorta di potenza di conoscenza.
Daniela rovescia un’altra grande eroina che è Antigone: “ne hanno rovesciato la lettura, saranno loro a non accettare che la polis ne accolga le spoglie, che dia loro una copertura simbolica, perché per loro non si dà polis che non accordi cittadinanza immanente agli scomparsi vivi per sempre”.
Improvvisamente c’è una lettura nuova di questi elementi: viene strappato all’ordine patriarcale l’ultimo velo. Questo ragionamento mette in questione un importantissimo lavoro di Foucault sul potere: l’autore passa dal potere tirannico al bio potere diffuso.
Qui il potere di vita è solo dalla parte delle Madres.
L’ultima questione è che queste donne sono donne che non perdonano. L’Occidente, con i suoi perdonismi, fa in modo che la conciliazione venga intesa nel modo più basso e compromissorio, per cui tutto sembra uguale. Posizionarsi è la più bella lezione”.

 

Laura Colombo interviene ponendo alcune questioni politiche a partire dalla lettura del libro: “Intanto qualcosa sul libro: molto bello, scritto bene e con una caratteristica che spicca, la polifonia. Che si gioca su differenti livelli, uno più manifesto che è quello che le madres dicono in prima persona, con la forza che riescono a trasmettere, e un livello più nascosto ma non meno importante, che è la relazione viva tra l’autrice e le madres, che rende possibile la loro espressione libera e autentica. La modalità che Daniela ha scelto, quella dell’intervista, è solo apparentemente neutra. Infatti lei sceglie attivamente di stare dalla parte delle Madri, senza tuttavia tesserne aprioristicamente le lodi.
Permette che la progettualità delle Madri si esprima, e mette in evidenza in che modo la loro rappresentazione del possibile o del desiderio ha fatto germogliare semi di libertà nel cuore della necessità più cruda.
Ma il punto che vorrei porre qui è un altro. E’ collegato a un accenno presente nel libro quando Daniela intervista una donna attiva nel movimento dei piqueteros. Vi leggo anche un frammento che può essere utile per capire.
Come saprete i piqueteros sono un movimento nato a seguito della fortissima crisi economica argentina, ed è un movimento di fatto nato dalle donne, i cui mariti avevano perso il lavoro.
C’è qui un rilancio del sapere delle madres, il tentare di ricercare un proprio modo di far politica mantenendo una relazione forte e feconda con le madres. Daniela chiede a Mariana Cruz: “Credi che in questo protagonismo femminile abbia contato il fatto che durante la dittatura fossero state le donne a scendere in piazza per manifestare?”. E lei risponde: “Certamente. Fin dagli inizi del nostro movimento abbiamo avuto rapporti con le Madri di Plaza de Mayo. Ci siamo rispecchiati molto nella loro lotta e abbiamo imparato da loro”.

 

Soprattutto mi ha colpita e coinvolta il tema della responsabilità. Dice infatti Mariana “Quando Hebe ci chiama figli o figlie, ci dà una grande forza, ci riempie di orgoglio, e allo stesso tempo ci carica di grandi responsabilità. Siamo le loro figlie e i loro figli, come lo erano i rivoluzionari desaparecidos. E poi è meraviglioso vedere Cota o Juanita con i loro novanta e passa anni, sempre così decise, cos’ attive. Per me che ho ventinove anni, significa che abbiamo scelto il cammino giusto”.
Mi ha fatto tornare alla memoria un incontro con le madres qui in libreria. Io chiesi a Hebe de Bonafini se ci fossero donne più giovani nel loro movimento, e come trasmettessero il loro sapere e le loro pratiche, e lei mi rispose “siamo solo madres”. Non c’è cooptazione, proselitismo etc. precisamente questo si ritrova nella risposta di Mariana: quelle che loro chiamano figlie devono fare la loro strada, si devono assumere la responsabilità della politica in prima persona. Anche facendo cose che non stanno nello stesso solco, anche se le strade sono differenti.
Mi è parso interessante ovviamente perché mette bene in evidenza la mia esigenza di ereditare delle pratiche senza emulare, il che implica la scommessa di assumersi la responsabilità dell’arrivare dopo…
Questa assunzione di responsabilità per me si traduce in alcune cose:
– innanzitutto nell’avere a cuore un luogo (che non è solo uno spazio fisico ma insieme di relazioni, di pratiche ecc) che per me è questo, la libreria, standoci però portando – tentando di portare – la mia differenza, insieme ad altre. E mi riferisco al sito, per esempio. Assumersi la responsabilità significa metterci energia, impegno, voglia di esserci, anche se non è sempre facile. Soprattutto stare in un luogo così segnato da una storia importante, insieme alle donne che l’hanno fatto nascere a partire dall’ascolto dei loro bisogni e che continuano a ricercare, esserci, lottare. Il rischio che vedo in questa prossimità è l’opposto dell’assunzione di responsabilità, cioè un lasciarsi prendere e avviluppare da tanta forza, senza esserci davvero. È anche una cosa molto umana questa. Trovi donne capaci che sanno cosa si deve fare e ti dicono chiaramente la strada da percorrere, cosa che da un lato è pacificatoria, ma dall’altro crea un malessere sordo, se non lo interroghi a fondo e con coraggio. E su questo punto il vecchio numero di via dogana “le ereditiere” – nell’articolo di Tonia de Vita in particolare – poneva il problema di come trovare una misura tra il distacco e l’eccessiva prossimità.
– Ecco che allora l’assunzione di responsabilità ha significato per me creare insieme ad altre uno spazio di riflessione, non in contrapposizione ma dove fosse possibile tentare di entrare in contatto coi nostri bisogni, le nostre verità, la nostra voglia di fare politica, la ricerca di senso, un’autenticità che vogliamo ricercare in proprio, lo scambio in libertà, la libertà di portare avanti una cosa che sentiamo vitale e libertà di tralasciare anche cose che sono state importanti per chi ci ha preceduto, o di dire quello che non ci torna, di rimettere in discussione qualcosa che sembrava già dato, acquisito. La difficoltà che abbiamo riscontrato, ma sulla quale stiamo lavorando e continua lo scambio e continuano i conflitti, è trovare un filo comune, che non vuol dire annullare la differenza, ma scegliere da che parte stare, dare un taglio e dire la cosa che preme, senza farsi affascinare dalla sirena di un pluralismo che ti taglia le gambe. C’è difficoltà a nominare una cosa comune. Il problema è che se dici una cosa non sei qualcos’altro, crei spiazzamenti, separazioni. Non è che non abbiamo, ciascuna, una priorità, la cosa da dire, ma è come se ci facessimo fregare dal mito della democrazia paritaria, per cui ogni cosa ha diritto di essere nominata, e per ogni diritto bisogna fare battaglia, e non si ha la capacità di scegliere il taglio che più ci preme ma che inevitabilmente lascerebbe fuori altro.
Quindi questo punto dell’assumersi in prima persona la responsabilità di un’azione politica, con la forza e il coraggio di dare una propria lettura e fare i propri passi, pur riconoscendo e dando valore all’origine mi pare un elemento importantissimo di questo libro, uno spunto di riflessione essenziale anche per noi.
Chiedo a Daniela se ha verificato questa cosa nelle interviste che ha fatto alla ragazza del movimento dei piqueteros.

 

Daniela Padoan inizia il suo intervento spiegando cosa sia cambiato dopo il suo viaggio.
“Sono andata in Argentina perché avevo deciso di scrivere questo libro, anche se credevo di essere in grado di scriverlo comunque: avevo intervistato le Madres per cinque anni, letto tutto di loro. Le ho ospitate a Milano facendo un’intervista televisiva anche se non è andata in onda. Questo perché le Madres, erano già intervistate una volta da Gianni Minà. Questo però era stato denunciato insieme alla Rai sia dal Governo argentino che dal Vaticano per i contenuti dell’intervista che riguardavano alcuni fatti della chiesa (di cui sarà detto più avanti, ndr).
Quando ho incontrato le Madres ho cominciato a capire da loro alcune cose a mio avviso dirompenti, che avevano bisogno di ragionamento. Questioni che all’inizio avevo cominciato a leggere secondo criteri della politica che fino ad allora avevo conosciuto. Forse le cose più importanti, le novità che avevano prodotto, rimanevano per me stupore, non qualcosa che arrivasse a produrre pensiero. E in questo modo mi sono rivolta a Luisa Muraro. L’incontro con Luisa e la Libreria per me è stato molto importante nello sviluppare poi quello che è stato il mio percorso di apprendimento del mio incontro con le Madres. Avevo cartelle piene di appunti, note che mi ero presa con ragionando e interagendo con la Libreria, avevo una griglia teorica. Però non potevo non verificare tutto ciò con le dirette interessate.
Tutti i materiali di cui disponevo più di tanto non mi sono serviti. Certo alcune domande provengono dalle discussioni fatte, ma quello che mi è capitato in conseguenza a questo viaggio è stato come rimanere denudata. Le Madres mettono nella posizione di chi sta vedendo qualcosa di straordinario e non può che rimanere a osservare, domandare e ascoltare. Se qualcosa riesci a prendere sono le loro testimonianze. Loro testimoniano esistenze, vivono giorno per giorno una loro scelta fatta in anni e anni, dopo aver vissuto profonde gioie e sofferenze. Non si può imitare e far proprie le loro pratiche ma guardarle con stupore.
Per loro le parole sono importanti, le parole sono politica.
Ad esempio le Madres non chiamiamo i bambini nelle strade che vivono tra spazzatura e prostituendosi ‘bambini di strada’. In questo modo li connotiamo in un certo modo non assumendocene la responsabilità. Sono i nostri figli, vanno chiamati come tali quindi la parola diventa politica.
La scelta di ogni parola è una scelta politica. Questo non significa che io sono in grado di farlo, ho avuto il grande dono di vederlo fare, di veder qualcuno che riesce. Ci sono delle critiche alle Madres, ma l’importante è vedere le conquiste.
In questo viaggio sono andata a cercare cosa volevo scrivere e in che modo. Inoltre è stato un percorso di conoscenza, seguendo i passi che loro hanno fatto. Ho sentito la necessità di abbandonare tutti i preconcetti, idee comuni, cercando di immaginarmi, di sentire quelle donne di quaranta, cinquant’anni che non avevano altro che la propria famiglia.
Dico ‘non avere altro’ intendendo non sia poco, al contrario. Quello che si erano date è un importante progetto di vita, con grande amore dei figli che loro hanno visto riunirsi con altri amici prima del Golpe. Dicevano: “le nostre case erano come un vespaio”.
All’improvviso questi figli scompaiono. Parlando con loro ho compreso come tutte provenissero da situazioni diverse, per estrazione, cultura, esperienze di vita. Tuttavia poi, in seguito a questa scomparsa, vite e racconti diventano in qualche modo simili.
E’ difficile capire fino in fondo l’idea della desaparetion. Ho cercato di immaginare cosa sia quando un figlio non torna a casa, non capire perché sia stato sequestrato, tanto meno essere consapevole che finirà per essere ucciso.
Ho cominciato a fare tutti i passi, passi che la propria esistenza ha insegnato essere sensati, mettere alla prova quella che è la propria idea del mondo. Le Madres vanno dai parroci che hanno cresciuto i loro figli a chiedere aiuto senza rendersi conto che molti di questi erano alleati con il regime. Le Madres hanno infranto un ordine, a partite da uno stupore e dalla necessità di capire l’incomprensibile. I parroci che avevano fatto giocare a pallone i bambini, chiedevano chi i loro figli avessero visto nell’ultima settimana. Le Madres dicevano i nomi dei ragazzi. Poi misteriosamente scomparivano anche questi ultimi. Le Madres hanno anche provato l’Abeus Corpus (ordine di avvocati per i familiari che, secondo la legge, hanno diritto in ogni momento di sapere dove corporalmente si trovano i loro figli, ndr). Anche questa si era rivelata un’illusione.
La realtà non era più riconoscibile e il fatto di provare a immaginare che cosa significhi la non riconoscibilità di una realtà che è la tua, per una donna, forse è una questione di apprendimento politico, forse molto più radicale che non dire gli ‘Stati Uniti sono imperialisti’.
Tutte le questioni che maneggiamo con concetti piuttosto astratti, loro le hanno smontate pezzo per pezzo e hanno usato nomi che per loro sono ricchi di storia e di dolore.
Andavano per commissariati e carceri ogni giorno, portando con sé, uno spazzolino da denti e una maglietta in caso avessero trovato i figli. Tutti i giorni lasciavano il tavolo apparecchiato con il posto vuoto. Tutti questi sono piccoli enormi gesti che, poco per volta, vengono raccontati nel corso delle interviste, nei tempi lunghi in cui c’è un ascolto e disponibilità a parlare dell’altro. Tutto ciò costruisce la possibilità di intuire cosa davvero dev’essere stato rimanere per uno o due anni in bilico tra l’idea di un figlio morto o ancora vivo, sentendo di strane voci di tortura, di campi clandestini nelle città. Mi hanno portato nel loro archivio dove conservano un documento straordinario, la prima lettera che hanno scritto quando si sono trovate in 12 madri, il documento di nascita delle Madres. Era una lettera di Dela, il generale a capo del della giunta golpista. Lo chiamavano buon padre cristiano e gli chiedevano di aiutarle a trovare i figli perché convinte che fosse la polizia di Buones Aires. Rileggendolo riconoscevano la loro ingenuità. Andavano poi a bussare alle porte dell’Ambasciata degli Stati Uniti, convinte quello fosse il paese della democrazia. Questi le accoglievano, solo dopo hanno capito dell’operazione Condor.
Tutto ciò fa si che ora vedano con una straordinaria lucidità e senza ideologia quello che accade nel mondo. Sostengono inoltre che la solidarietà non vada fatta a parole ma con la presenza fisica. E loro hanno agito così nei paesi di guerra.
Il percorso politico, durato trent’anni (ora hanno ottanta novant’anni, ndr), ha prodotto delle donne che straordinariamente capaci di un’affettività, di un’allegria, di una coesione tra di loro che è un continuo scambiarsi, anche litigare. Hanno inventato qualcosa che è anche una pratica comune, un racconto della propria vita e capacità di farne scelta comune.
Il discorso della pazzia e ridere di una risata assoluta di fronte al potere.

 

INTERVENTI

 

Silvia: Le Madres hanno avviato la possibilità di un processo più o meno democratico in Argentina. Mentre in Italia iniziano a esserci più ombre che luci, in Argentina continuano a esserci sempre molte ombre. La vicenda delle Madres mi ha ricordato l’episodio di Rosenstrasse nella Germania nazista. E ho pensato a questo: quando tutte le voci politiche tacciono, avendo sterminato coloro che avevano alternative politiche da proporre, è come se la ragione politica si fosse arresa all’evidenza. Allora qualcosa di non politico, ma profondo, umano, delle persone, delle donne, emerge, ottenendo, come nel caso di Rosenstrasse l’obiettivo immediato (la liberazione di mariti e compagni). L’evento di Rosenstrasse non ha influito sull’andamento generale della guerra, mentre per le Madres è stato il contrario: non hanno riavuto i loro figli ma hanno praticamente messo in moto un meccanismo che ha portato al crollo dei regimi, dei generali. In qualche modo mi colpisce questa capacità di ripartire da loro. Chiunque, in quelle situazioni, avesse detto qualcosa di politico sarebbe stato massacrato immediatamente, mi chiedo cos’è stato che ha impedito di sparare con il mitra sulle signore in Rosenstrasse e far sparire le Madres? Cosa in questa pratica è riuscito a fermare la violentissima repressione?
Sulla questione dell’eredità delle pratiche. Se i Piquesteros hanno potuto riconoscere le Madres come madri penso sia stato anche perché sono partiti da una pratica collettiva che hanno messo in moto in un altro momento cruciale della storia argentina: il crollo economico totale. Come loro, le Madres avevano agito in un momento cruciale precedente e credo che forse il problema dell’eredità nelle pratiche tra donne, qui nel nostro paese, nelle nostre generazioni, quello che vivo anch’io insieme al gruppo politico che frequento, dipenda dal fatto che la nostra generazione non ha ancora preso una posizione sulle cose, quindi resta in bilico tra un’eredità ripetitiva e una presa di distanza, una ricerca di sé che non riesce a sperimentare. Le donne di trent’anni fa invece hanno preso la parola autonomamente, spezzando un silenzio delle donne in un altro grande momento di cambiamento storico che non le avrebbe rappresentate se non parlavano per loro e se non facevano altro. A noi forse manca questo per essere figlie, per farci riconoscere dalle madri. Quello che ci tiene in ostaggio delle madri è la difficoltà di assunzione della responsabilità. Oltre la relazione e alla pratica c’è una collettività e una storia con cui dobbiamo fare i conti per assumere la responsabilità fino in fondo.

 

Nell’intervento successivo si riprende il discorso gratitudine delle madri.
“C’è una forte gratitudine delle Madres ma anche la loro nei confronti dei propri figli. La disgrazia di averli persi è stato un dolore insuperabile ma nel tempo stesso è come se si fossero appropriate della possibilità di uscire dalle proprie case e rendersi conto di come era fatto il mondo. Ora tu (Silvia, ndr) parli del fatto che sono donne anziane e le poni come grandi sagge. Quello che è curioso è che questa loro saggezza viene dall’aver assorbito qualcosa di molto forte da una generazione giovane. Una cosa che mi riporta al cambiamento che il ’68 per noi ha determinato, magari non con questo effetti o contraccolpi”.

 

Daniela Padoan: “Le Madres fanno l’invenzione molto spiazzante dicendo di essere state partorite dai loro figli e al tempo stesso li tengono sempre al riparo, dentro una gestazione infinita. Arrivano a queste frasi spiazzanti tramite esperienze molto concrete e molto pratiche, trovandosi di fronte a militari che hanno tolto la vita ai loro figli. Questo, a poco a poco, hanno dovuto capirlo come hanno dovuto capire che potrebbero togliere la vita anche a loro. Come diceva Liliana prima: il potere non è potere di dare vita o di dare morte, è potere di dare morte perché la vita l’hanno data le Madres. Questa capacità d’aver dato una volta, irrevocabilmente, la vita non se la fanno togliere da nessuno. La cosa straordinaria è sfidare il potere nella disparità più assoluta dicendo: “tu non mi fai paura. Mi puoi solo ammazzare. Fin quando avrò vita sarò insieme me e tutte le persone che hai cercato di strapparmi”. Questo diventa assolutamente simbolico. I figli non ci sono più e il non ammettere la morte del figlio coinvolge capacità ed energie. Questo diventa violentissimo quando cade la dittatura, paradossalmente quando inizia l’era della democrazia formale.
Inizialmente i governi avevano creato questa figura dei desaparecidios, apparentemente geniale perché, a differenza di quello che aveva fatto Pinochet riempiendo gli stadi di prigionieri politici e uccidendo la gente per strada, non c’erano corpi e si creava un’equazione ben precisa: se non c’era il corpo non c’era reato, se non c’era reato non c’era colpevole. Questa immunità a priori però, a un certo punto, si è trasformata però in un boomerang. Questo esercito di fantasmi, 30.000, cominciava a gravare su una società che non poteva trovare pacificazione finita la dittatura. La cosa importante da capire è che non c’è stata una resistenza in Argentina, una lotta di popolo. Il golpe ha perso ogni solidarietà internazionale, c’è stata un’implosione, per altro hanno ridotto il Paese a uno sfascio economico.
Quando le Madres si trovano di fronte alla cosiddetta democrazia vengono invitate a riconoscere morti i propri figli. Per questo vengono offerti risarcimenti economici. Da prima quasi tutti rifiutano essendo ricompense molto esigue. Poco per volta i risarcimenti diventano molto più allettanti. Alcune persone li accettano. Spesso si trattava di uomini e donne anziane che avevano perso persone che portavano redditi e avevano bambini piccoli che in qualche modo dovevano essere cresciuti.
Ma le Madres non hanno accettato: nessuno, dicevano, potrà dare un prezzo alla vita dei nostri figli. Così i governi hanno cominciato a mandar loro a casa delle cassette con le ossa dicendo essere dei loro figli. Decine di medici forensi andavano scavando nelle infinite fosse comuni, che ancora adesso continuano a essere scoperte. Due anni fa mentre ero in Argentina stavano estendendo l’autostrada intorno a Buenos Aires. Quando ero in Argentina, hanno trovato, scavando sotto un pilone, dei corpi. Nel momento in cui le Madres ricevevano le cassette con le ossa, si è aperta una questione molto difficile, un bilico sul quale si è giocata lì fino in fondo la loro radicalità. Rinunciando a consumare un lutto, hanno tenuto questa sfida estrema al potere, non riconoscendoli. “Noi non ti diremo mai che ce li hai ammazzati”
Riguardo il discorso della Chiesa, le accuse che fanno le Madres sono serie e molto gravi. L’unica persona che ha provato a intervistarle in Rai è stata denunciata. Dicono che i vertici della Chiesa in Argentina parteciparono alle discussioni su fino a che punto la tortura fosse peccato. La decisione fu che fino a otto ore non era peccato.
Monsignor Tortolo, vescovo di Buenos Aires, ricevette il giorno prima del Golpe come gesto inaugurale della dittatura, il comandante dell’esercito della Marina dell’aviazione. Gli diede la sua benedizione. Tre mesi dopo il Golpe militare, il Nunzio Apostolico, in un’Omelia, affermò che quando qualcuno impone in un Paese idee diverse ed estranee alla tradizione, la Nazione giustamente reagisce come fa un organismo con anticorpi di fronte ai germi. I soldati, con i loro interventi contro i dissidenti, adempiono il loro dovere primario di amare Dio e la Patria quando questa è in pericolo. Questo provoca una situazione d’emergenza cui si può applicare il pensiero di San Tommaso d’Acquino che insegna in casi del genere l’amore per la Patria si equipara all’amore per Dio.
Il testo integrale di questa Omelia è stato presentato dalle madri al Ministero Italiano di Grazia e Giustizia perché venisse avanzata una procedura legale, cosa che non ha mai avuto corso. Ci sono molte altre questioni, come i voli della morte: i prigionieri venivano gettati in mare perché c’era il problema dell’eliminazione dei corpi. A bordo degli aerei che ‘smaltivano i corpi’ o nella base erano presenti dei capellani che confortavano i militari dicendo che l’avevano fatto per la Patria.
La Chiesa del terzo mondo ha denunciato come anche due vescovi che sono stati assassinati.

 

Luisa Muraro interviene per precisare che “tutto questo odio non si spiega se non all’interno di un’ideologia anticomunista. L’ideologia non giustifica niente e nessuno ma fa comprendere e inserire queste ferocie in un quadro. Questi generali e uomini di Chiesa erano convinti, in buona o cattiva fede, che il comunismo stava per prendere l’Argentina. I figli delle Madres erano comunisti, sono dei veri comunisti. Bisogna inoltre ricordare che ci sono stati tanti altri morti non solo in Argentina causati da questa ideologia”.

 

Daniela Padoan aggiunge che però non tutti i desaparecidos erano comunisti. Quello che è accaduto è stata una criminalizzazione di chiunque potesse essere un oppositore, prima ancora del governo di Isabelita Peron. Veniva criminalizzato chiunque facesse attività politica contro un piano economico voluto dagli Stati Uniti. Le Madres pongono sempre questo punto come centrale perché dicono: “tutto quello che ci è capitato lo dobbiamo capire fino in fondo perché ancora adesso quello che ci vogliono far capitare è uscito dal fatto che qualcuno, in modo sopranazionale, ha deciso che in questo paese si sarebbe dovuto attuare un piano economico preciso. Questo accadeva già prima del Golpe del ’76 e c’erano varie forze: comunisti, socialisti, chiesa del terzo mondo, anarchici, ragazzi che appartenevano genericamente a movimenti studenteschi contro il governo di Isabelita Peron. Ad un certo punto si formò la tripla A voluta da Lopez Rega, strano personaggio legato alla Loggia Massonica p2. Questa tripla a, Alleanza Anticomunista Argentina, aveva già cominciato a spargere morti e far scomparire persone. Successivamente è stato solo l’accentuarsi di qualcosa che già esisteva. Quello che sono riusciti a fare è stato creare una categoria del tutto astratta di ‘sovversivo comunista terrorista’. In questa categoria c’era una condensazione di tutto questo, che fa in modo che non ci siano più principi di realtà, ma una sorte di paranoia, per cui tutto si trasformava nel nemico interno che la società tentava di espellere ed eliminare. C’era inoltre la colpevolizzazione violenta delle stesse famiglie. L’Argentina era disseminata di cartelli dove compariva un dito accusatore, ‘Sai che cosa sta facendo in questo momento tuo figlio?’ oppure ‘come è allevato tuo figlio?’ A chi spariva il figlio capitava quindi di non poterne parlare né al lavoro per paura di perderlo, né in famiglia per paura che venissero sequestrati anche altri parenti”.

 

In un intervento di risposta a quello di Silvia si sottolinea che l’agire delle Madres onestamente proiettate in un discorso fuori da tutte le ideologie politiche è una lezione di politica fuori dalle ideologie.

 

Daniela Padoan interviene ancora sul cosa ha impedito il massacro delle madri
“Ero partita pensando che il loro essere donne e donne di una certa età in un paese in cui, ancora adesso, il giorno della festa della madre è un giorno importante, potesse averle aiutate. Ma loro sostengono che si tratta di assassini che avrebbero ammazzato anche le loro madri. Quello che le ha salvate è stata la solidarietà nazionale. Le prime tre madri che fondano questo gruppo vengono rapite, in un modo romanzesco. Un giovane, chiamato l’angelo biondo, dagli occhi azzurri e l’aria mite, si unisce a loro dicendo che suo fratello era stato rapito e che era orfano. Comincia ad andare in piazza tutti i giovedì con loro, le madres si fidano e addirittura lo accompagnano alla fermata dell’autobus pensando sia troppo esposto. Un giorno in cui, davanti a una chiesa, si faceva una raccolta di denaro per pubblicare la lista dei figli scomparsi che nessun giornale voleva pubblicare, il ragazzo va con loro e le bacia. Da quattro macchine, in borghese, escono persone con abiti civili le trascinano nelle vetture insieme ad altre persone tra cui due suore. Le portano all’ESMA dove verranno torturate e uccise.
Le Madres sono state picchiate, torturate, messe in cella con dei morti. Veniva loro detto che poteva essere loro figlio e al buio non potevano vederlo. Quando però nel ’78 la dittatura divenne più feroce, si decise di fare il Mondiale per far credere al mondo che nel Paese c’era una democrazia che riusciva a tenere il rispetto dei cosiddetti diritti umani e si era semplicemente instaurato un argine contro il comunismo. Organizzano quindi il Mondiale, comprano il fatto di vincerlo, ma il giorno dell’inaugurazione una troupe formata da due operatori della televisione olandese, invece di andare all’inaugurazione va a Plaza de Majo e vede 20 donne con un fazzoletto bianco in testa e militari che puntavano loro addosso le armi. Le Madres per attirare disperatamente l’attenzione, sapendo fosse l’unico momento possibile per infilarsi in un varco era questo del Mondiale, ai fucili puntati gridano ‘fuoco’. I giornalisti si incuriosiscon, i militari non poterono più arrestarle e in Olanda cominciarono a circolare quelle immagini che si diffusero poi nel mondo. Le olandesi, nel giorno della festa della mamma, raccolsero una cospicua somma di denaro da mandare in Argentina per comprare una sede alle Madres dove poi hanno cominciato a riunirsi”.

 

Laura Colombo riprende l’intervento di Silvia.
“E’ curioso il dire che non siamo nella dimensione politica. Silvia parla di politico e impolitico come se dire qualcosa di politico implicasse fare un comunicato, o comunque un discorso strutturato. Secondo me il fatto che le Madres fossero in piazza e, cogliendo l’occasione della troupe televisiva, dicano ‘fuoco’ è stato altamente politico.

 

Zina: interviene sul perché le Madres non sono state uccise come anche le donne di Rosenstrasse e le donne siciliane nel 1921 che durante i moti alzarono le sottane davanti alla cavalleria.
“Secondo me le madri si uccidono o in una stanza per una perversione o in genocidio in quanto fatto diffuso. In una situazione in cui si ha una madre di fronte, torna il simbolico della madre, torna la propria madre. E’ difficile farlo dove puoi essere riconosciuto additato da altri.

 

Beatrice chiede all’autrice come mai i film di Marco Bechis (arrestato durante il Golpe e salvato perché figlio di un italiano molto ricco) Garage olimpo e Hijos entrambi riconosciuti con dei premi abbiano registrato bassissime presenze nelle sale, anche nulle.

 

Daniela risponde che in Argentina c’è una grande quantità di film nelle sale su questo argomento. Le Madres però sono contrarie ai lavori di Pechis in quanto indulge sulle torture, cosa che le Madres non vogliono vengano toccate. Dicono “noi sappiamo quello che è stato fatto ai nostri figli ma riteniamo che parlarne significhi continuare a violarli”.