Di Francesca Avanzini e Daniela Rossi
Abbiamo pensato chi potevano essere le madri del noir in tutte le sue forme, se nel noir vogliamo far rientrare, come pare questo concorso voglia, racconto horror, thriller con sfumature psicologiche, splatter, fantasy a tinte forti o anche umorismo nero. Assodato il debito di questa forma alla letteratura inglese, abbiamo cercato le scrittrici che fin dal remoto passato l’hanno trattata, facendo scoperto interessanti, che dimostrano, ce ne fosse bisogno, come le donne siano particolarmente adatte a trattare il lato oscuro dell’animo umano, quello dove si annidano i mostri. Sarebbe una forzatura far risalire il genere addirittura a una scrittrice del ‘600, Aphra Behn, che a scopi umanitari e antischivistici ante litteram descrive con particolare realismo nel suo romanzo Orooonoko il crudele trattamento degli schiavi africani.
Ma la prima nella quale si possono rintracciare elementi davvero horror è Ann Radcliffe, che nel 1794 pubblica “”The Mysteries of Udolpho”, una novella gotica che è un po’ l’equivalente dello splatter odierno. Molto sangue, teste mozzate, gente che ritorna dall’oltretomba, apparizioni e sparizioni, vecchi manieri e chiese abbandonate: gli elementi di certi film B di oggi ci sono tutti. Naturalmente non sono solo le donne a scrivere Gothic novel, la voga è venuta sull’onda del concetto del sublime che è tipicamente preromantico e anticipa la sensibilità romantica.
La grande Jane Austen si è cimentata con la parodia del genere. In Northanger Abbey (1818) si fa gioco degli eccessi gotici nella persona dell’ipersuggestionabile Catherine Morland, che immagina ovunque orrori alla Radcliffe mentre probabilmente il vero orrore è la routine quotidiana con la sua ripetizione. Ma poco prima di Jane Austen, nel 1816, Mary Shelley aveva scritto Frankenstein. Non c’è bisogno di ricordare la vicenda, ma anche qui si vedrà come a buon diritto le donne possano rientrare tra le inventrici del genere horror. Sono note le circostanze da cui ebbe origine il libro. Dopo una notte passata sul lago di Ginevra coi poeti Byron, Shelley il loro amico Polidori, ognuno doveva scrivere qualcosa di soprannaturale. Polidori scrisse “Il Vampiro” che fissa un’altra figura del genere horror e dà origine a tutte le storie di vampiri inglesi.
Quest’elenco non è ovviamente esaustivo né ha la minima pretesa di esserlo. Erano molte le scrittrici inglesi che si occupavano del genere, e alcune di esse che ebbero successo ai loro tempi sono ora completamente scordate.
Moltissimi elementi soprannaturali si ritrovano nelle sorelle Brontë. Basti pensare a “Jane Eyre” di Charlotte Brontë, con la moglie pazza di Rochester chiusa nella soffitta, l’incendio, le spettrali case nobiliari. “Wuthering Heights”, di Emily Brontë con i fantasmi di Catherine e Heathcliff che vagano nella brughiera, e quello di Catherine che bussa alla finestra sono il trionfo del soprannaturale. Alta letteratura, ovviamente, non banali storie, ma pur sempre di fantasmi si tratta.
La novella vittoriana riprende temi soprannaturali. Tra le scrittrici che li trattano Elizabeth Gaskell, che situa nella campagna inglese storie di fantasmi. Una bellissima edizione di racconti soprannaturali è rintracciabile nella Giunti col titolo “Storie, di donne, di bimbe, di streghe”, non ricordo in quale ordine. La detective story, che ha origine in America con Allan Poe, trova una delle sue espressioni più alte in Wilkie Collins . La detective story riprende il motivo vittoriano del segreto nascosto nel passato-e allora ne ritroviamo elementi anche in Middlemarch di George Eliot-ma scioglie il mistero nel presente. Le novelle di Wilkie Collins, “The Moonstone” e “La signora in bianco” consacrano la figura del detective così come la conosciamo e ci è stata tramandata. Figura che, manco a dirlo, è ripresa nel ‘900 da Agatha Christie col suo Hercule Poirot e Miss Marple e anche qui è inutile citare tanto note sono le opere di Agatha Christie. Le moderniste hanno espresso elementi propri del noir Leonora Carrington, Djuna Barnes e Jean Rhys, pur non trattando propriamente l’horror, nel Grande Mar dei Sargassi rinarra la storia dal punto di vista della moglie di Rochester riprendendo Jane Eyre.
Tra le moderne l’elenco è lunghissimo: dalle corrosive novelle di Ivy Compton-Burnett, che rivelano l’anima nera della società tardo vittoriana ed edoardiana, allo humour nero di Muriel Spark, ad Antonia Byatt con “Possession” e il suo elemento soprannaturale, a Fay Weldon con le sue diavolesse e l’irrompere dell’irrazionale e dell’elemento sessuale. E poi Hilary Mantel, Ruth Rendell/Barbara Vine, P.D James con la sua detective in gonnella, e questo naturalmente solo per limitarsi alle inglesi. Fra le contemporanee sono note Joyce Carol Oates, la grande Patricia Highsmith, la Cornwell , la russa Alexandra Marinina, e le bravissime Fred Vargas, Anne Holt, Natsuo Kirino. Grazia Verasani , Danila Comastri Montanari fra le italiane e chi più ne ha più ne metta. Tutto questo per dire che abbiamo più che il diritto di occuparci di noir. La progenitura è gloriosa.
Sono rimasta molto colpita dal dibattito di sabato 16.2 sull’aborto. Era la prima volta che partecipavo ad un incontro in questa sede ho avuto l’impressione di essere arrivata a discorso già iniziato per qui alcune cose non mi sono risultate chiare e per altre si percepiva che era già parte di un percorso avviato. Comunque mi è sembrato di rivivere una situazione già vista. Premettendo che ho quasi 50 anni, mi sono rivista proiettata in una sequenza di infinite discussioni dove si tentava di essere analitiche e rispettose, di coinvolgere tutto e tutti, di essere corrette (vedi anche il rispetto del dolore provato dal feto!!) ed intanto l’altro ti picchia, ti violenta, ti impedisce di accedere alla cultura, all’indipendenza e se in qualche caso non ci riesce ti fa impazzire con i sensi di colpa. Continuiamo così a farci del male. Per me i piani dell’agire per lo specifico dovrebbero essere due separati ma interdipendenti. Uno è quello culturale-emotivo di agire e spingere per una consapevolezza diversa sulla nostra sessualità e quella maschile. Il secondo e quello della difesa immediata dell’essere “donna”. Mi sembra che il senso di sorellanza, di appartenenza in questi anni si sia un pò perso proprio per aver abbassatoto la guardia e per il cambiamento dei processi sociali. Così come per il mondo del lavoro dove questo ormai si è così articolato e sgretolato che ora si parla come non si faceva più da tempo di “classe operaia” (vedi documentario della Comencini e dibattiti sindacali ecc.) così come l’appartenenza sta riprendendo piede, sta ridiventando un’esigenza, così dovrebbe ridiventarla per noi. Siamo donne non solo lavoratrici, manager, intellettuali, politiche, casalinghe ecc. In oltre penso che abbiamo sbagliato a dare per scontato che certe conquiste siano diventate intoccabili, siano diventate valori etici-morali. Le nuove generazioni sono senza memoria. Come vedere certi documentari su come è cambiata la società, la classe operaia, come è importante avere “il giorno della memoria” per gli eccidi del nazismo, il 25 aprile per la liberazione così dovremmo riprenderci il significato politico della memoria per continuare con le giovani generazioni che tutto ciò non lo hanno vissuto in prima persona. Mi sembra che questi continui attacchi siano come il colpo di coda dello squalo che sta per essere catturato: l’uomo che perde potere in tutti i campi (culturale, politico, economico) perchè si deve confrontare con donne sempre più preparate, autonome e consapevoli e gioca ancora la sua carta più profonda e intima, quella del dominio del nostro corpo sotto tutti gli aspetti, da quelli bassi della violenza fisica a quelli più sofisticati dell’agire sull’inconscio e sui nostri vissuti. Certe volte penso che sia l’invidia del non poter generare che li ha spinti a volerci controllare oppure è il loro senso di potere smisurato che vogliono perpetuare. Comunque chè l’urgenza di trovare molteplici modi per riaprire il dibattito e ridiventare parte attiva sulla scena politica, e dico molteplici perchè per me non basta ritrovarsi tra noi in “circoli protetti” come non basta la piazza, anche se ritengo che questa visibilità sia importantissima. Ma per riaccendere le coscenze serve anche altro: dal volantinaggio alle assemblee pubbliche, all’accettazione, anche se a malincuore, delle quote rosa, al sostegno di donne “illuminate” che facciano da modello, da apripista forse con un po’ più di audacia. Non so, ma so solo che da sole non ce la si fa. Riflessioni sparse ma spero utili e chiare per unirmi a questo confronto. Ciao ALMA
Il disegno dell’emancipazione si è realizzato: e adesso che cosa ci aspetta? La definitiva omologazione al modello maschile ‘globale’ o la ricerca di una civiltà femminile?
Questa la presentazione dell’incontro di mercoledì 23 maggio alla Libreria delle Donne – Circolo della Rosa.
Liliana Rampello ne ha discusso con l’autrice a partire dal libro La scomparsa delle donne di Marina Terragni (Mondadori 2007). Riportiamo l’introduzione di Liliana Rampello all’incontro.
Liliana Rampello ringrazia Marina Terragni, autrice de La scomparsa delle donne (Mondadori 2007), la ringrazia anche per aver scelto la Libreria come il primo luogo in cui converserà sul libro.
“Marina Terragni è una giornalista – la presenta Liliana -, opinionista, editorialista del Corriere della Sera, su Io Donna ha una rubrica fissa Maschile Femminile, scrive anche per il Foglio, collabora scrivendo e pensando con noi, alla nostra rivista che è Via Dogana. Ci aiuta a pensare quella che è la nostra politica, ci aiuta a pensare alla differenza femminile e lo fa partecipando, scrivendo. Lo ha fatto in modo molto intelligente e rivelando un grandissimo talento con questo libro in cui, se mi si passa la parola, traduce pensieri e pratiche della nostra politica in quella che è, da noi, chiamata lingua corrente. La traduzione non è cosa semplice, significa che alcuni dei nostri pensieri, delle nostre pratiche a volte sono davvero considerate, da alcune, astruse. Da altre sono maliziosamente valutate incomprensibili, incomprensibili perché con questi pensieri e pratiche non ci si vuole confrontare. Marina con questo testo attraversa tutta l’attualità rileggendola con uno sguardo molto vicino al nostro, non voglio dire interno perché lei poi ha una sua libertà e passione molto travolgenti, ed è riuscita a far sì che tutta una serie di questioni possano essere riproposte e in qualche misura messe alla portata di tutte e di tutti senza che nessuno possa definire questo pensiero difficile, astruso, astratto, troppo intellettuale. Anzi la chiave della sua scrittura è fortemente anti- intellettualistica e il libro offre delle questioni a chiunque abbia voglia di leggere e occuparsi di politica. Questo, per me, è un libro di politica che ci parla di lei, Marina è molto presente nel testo, ci parla di noi, è un libro che parla delle donne alle donne, degli uomini agli uomini. Chiede una parola non di risposta ma di interlocuzione sia alle donne che agli uomini. Non necessariamente risposte perché lei fa a tutte noi, e a se stessa, moltissime domande. Chiede una parola che tenti di stare il più possibile all’autenticità della propria esperienza, esperienza che uomini e donne fanno di questo mondo. Per questo basterebbe guardare l’indice. Lo sviluppo dei suoi quindici capitoli indica la sua attenzione alla contemporaneità, all’attualità, a quello chesta succedendo intorno, costantemente. Ci sono moltissime discipline che intevengono: sociologia, psicologia, psicoanalisi, demografia, statistica…Marina ci dà conto nelle sue note di conoscere moltissimi di questi testi.
L’importanza del suo libro è che lei legge con un taglio politico molto chiaro la realtà che la circonda e ha dei bei chiari obiettivi polemici. Io ne ho individuati alcuni: il primo è un’emancipazione che annulla la differenza, la annulla perché la ritraduce in parità e uguaglianza. Il secondo obiettivo polemico è il linguaggio dei diritti e dei doveri che invade e occlude ogni spazio di intimità del soggetto con se stesso e nel rapporto con gli altri; e con questa invadenza ne tocca in qualche misura lo statuto di singolarità e integrità. Il terzo obiettivo polemico a me sono sembrati gli studi di genere: i cultures studies e queer studies, tutti quei lavori indirizzati alla sottolineatura del politically correct. Tutti questi studi sono in qualche modo, anche con eleganza, grazia, a volte, presi in giro da Marina perché mi sembra che l’idea stessa di decostruzione non le interessi, non le piaccia in quanto questa ha tentato di sfondare l’idea stessa di soggettività concreta e reale, quel nostro essere al mondo con il nostro corpo così come siamo. Ora, perché non si fraintenda, non si intenda che questi obiettivi polemici sono in qualche modo una sorta di fantasma della sua mente, ma sono reali, torno proprio alla lingua che ha saputo usare per dirci tutto questo che è la lingua politica dell’esperienza. Quell’esperienza che, toccando tutti e tutte, si fa capire e la lingua che si fa capire è la lingua dello scambio, la lingua della relazione, la lingua della seduzione del corpo, del bisogno, del bisogno di distanza, di fare vuoto, la lingua della separazione ma è soprattutto, declinata in tutti i quindici capitoli, la lingua dell’amore secondo modalità molto diverse. Una lingua di questo genere si può dire che porti in sé, dentro di sé, come una necessità, l’altra e l’altro. Mi veniva in mente uno studioso russo, Bachtin, che parlando del romanzo diceva che la lingua del romanzo è una lingua internamente dialogica intentendo che sa tenere al proprio interno l’eco della parola altrui. Mi sembra che in una chiave diversa, nella sua lingua, Marina scriva con l’eco della parola altrui dentro la propria, quindi in una sorta di dialogo interno alle parole stesse che lei usa, che sanno, che hanno una storia e che rideclina a modo suo. Una lingua di questo genere è una lingua che non vuole farsi sistema, che non esclude anche quando giudica, perché il libro ha anche dei giudizi precisi su tutta una serie di faccende e vicende che stanno succedendo intorno a noi, ma nemmeno include nel senso semplice di chiamare a sé solo ciò che è simile a sé. Quindi da un lato non esclude, dall’altro non include nel senso di includere solo ciò che mi è prossimo, vicino, facile. Si tratta di una lingua che apre uno spazio dell’intelocuzione che sappia partire da sé. Da questo punto di vista rispetto al lavoro che lei, noi, facciamo, in questo testo ci sono tematiche che sono decisamente spostate in avanti e altre che sono spostate in parte a lato come una mossa del cavallo negli scacchi ovvero come una mossa che disorienta chiunque.
Voglio farvi degli esempi, ricordando che ogni capitolo è una domanda proposta con libertà. Le citazioni vengono da ogni pensiero che le sia sembrato interessante, indipendentemente dalla collocazione di questo pensiero e appunto dalla passione che per lei è imprescindibile.
Primo esempio è la questione dell’emancipazione e il rapporto fra questa e la libertà femminile. Io ho preso come punto mio di riferimento mentale, per capire il ragionamento di Marina, il Sottosopra Rosso La fine fine del patriarcato. In quel documento la Libreria affermava che il patriarcato finisce quando una donna toglie il proprio credito all’uomo. Una frase semplicissima che ha trovato subito obiezioni: ma il patriarcato non è morto, c’è violenza, gli uomini dominano dappertutto, le donne sono vittime…In quella frase importantissima si indicava qualcosa di diverso, qualcosa che anche Marina sa usare nel testo, ovvero una mossa simbolica, un taglio al presente che, per ognuna che lo fa, spezza la linearità positiva del tempo, quella linearità per cui dentro il patriarcato per non essere più vittime bisogna seguire una serie di passaggi: prima bisogna emanciparsi economicamente poi liberarsi eventuamente culturalmente e poi e poi e poi senza che ci sia una fine possibile, una uscita possibile dalla progressione del tempo. Naturalmente lo ha insegnato Luisa Muraro a tutte noi, il simbolico non ha bisogno di tempo, la mossa simbolica avviene al presente. Questa questione che toglie credito all’uomo e quindi fa crollare il patriarcato toglie però anche alla donna un’altra cosa cui probabilmente era affezionata. Le toglie l’identità di vittima, perché anche essere una vittima è un ruolo identitario per quanto doloroso possa essere. Mi pare che su questo elemento Marina apre il proprio problema. Se non siamo più vittime non abbiamo come alternativa solo quella di infilarci nei vestiti nei panni dell’uomo, di trasformarci in ometti. Se noi non più vittime emancipate ci infiliamo nei panni degli uomini riduciamo di nuovo il mondo all’uno quindi percorriamo la strada di un diverso esilio, ma pur sempre di un esilio, offriamo una nuova complicità a quel mondo che non ci aveva previsto. Ed è quì che Marina si chiede che cosa sta succedendo e che cosa può sembrare che stia succedendo e farò la prima citazione “Non c’è quasi più nessuna che voglia prendersi la briga di essere una donna. Siamo diventate tutte vere uomini. Uomini, come dice la femminista americana Gloria Steinem, che avremmo sognato di sposare, tutte veri uomini senza aver saputo come sarebbe stato essere vere donne”.
Subito dopo dice: “Le ragazze nascono belle pari, si comportanto socialmente, sessualmente come maschi vanno allo stadio e fanno carriera. La maternità è under attack prima o poi un utero di plastica ci dispenserà del tutto dall’incomodo. Abbiamo le nostre soldatesse sadiche, ad Abu Ghraib ci abbiamo lasciato la pelle, e c’è una presidente degli Stati Uniti all’orizzonte. Questo per farci intendere da subito come le mani entrino in pasta. E’ questo il risultato dell’emancipazione? E’ questa la libertà delle donne? E come si fa a non scomparire come donne, per arrivare a quello che per lei è il momento dell’oggi, un momento in cui tutto è a rischio perché possiamo scomparire?” Ancora dice: “Il momento è oggi, siamo sul crinale, l’emancipazione è al suo climax e a questo punto ci tocca scegliere, non si tratta di andare avanti o tornare indietro, non è questione, come molti credono, di invertire la marcia: di tornare a casa o di far tornare il patriarcato. La questione è se rilegarsi a sé per salvare la propria differenza femminile o slegarsene definitivamente”
E questo è il cuore del suo ragionamento. Ora, per non scomparire come donne, il terzo atto, l’unico atto possibile che può attenderci che è lì, di fronte a noi all’orizzonte, è secondo un’intuizione, di Luce Irigaray, il terzo atto, il tempo delle nozze, ma perché avvengano delle nozze bisogna esser in due e due diversi. Allora già a partire dall’introduzione il tema è cosa significa essere semplicemente una donna. Cosa significa lo dirà più avanti: liberamente essere, restando donne. E qui si aprono alcuni pericoli perché si possono banalizzare molto due affermazioni di questo genere. Indico le banalizzazioni che a me paiono più semplici: la prima pensare che si tratti di un rilancio essenzialistico ovvero una nuova ontologia femminile, l’essere donna in forma astorica, e in questo caso eterosessuale in primis. Il secondo pericolo è che la frase se non viene radicata nel testo possa indurre a credere che Marina stia pensando al ritorno al materno biologico. Il terzo pericolo è che si possa intendere questo restare donna, essere una donna secondo un’antica identità femminile che fa da specchio a quella maschile che ti fa vedere di fatto il vero uomo, la vera donna uno di fronte all’altro ma lascinado l’uomo nel suo ruolo di patriarca. Questi tre pericoli secondo me sono reali proprio perché la lingua esprime così semplicemente la propria essenza, (“significa essere semplicemente una donna”), e vanno combattuti perché questo libro non dice nessuna di queste tre cose, allora dove si sposta? Prendiamo una delle questioni che lei tratta ovvero il rapporto tra il lavoro e la maternità, rapporto che troviamo costantemente sui giornali e si discute spesso banalizzando. La banalizzazione è che la donna deve scegliere tra carriera e figli. MaMarina ci spiega , anche sulla scorta di un lungo lavoro fatto qui in Libreria con due Quaderni dedicati al lavoro, questa specie di bivio che le giovani donne si trovano di fronte. Siamo a fronte di una libertà femminile maggiore, non è o questa scelta o quella, o questa o quella significa che spesso rinviano, posticipano, rifiutano, sono confuse rispetto al loro stesso desiderio di maternità. La proposta è piuttostola sostituzione dell’ o o con e e, e questo e quello,:una donna può desiderare e il lavoro e la maternità. Per questo ci vuole una lotta. Carriera e maternità sono in opposizione o in ragione della regola aurea del mercato, la produttività, o per la capacità del mercato di inglobare nei suoi bisogni tutto quel lavoro femminile di cura relazionale che non viene più rivolto al figlio. Su questo campo il debito di Marina verso il gruppo della Libreria è notevole ma lei se lo gioca anche in prima persona dicendoci quando come e perché ha fatto le proprie scelte. Fra l’altro lo dice in modo divertente e appassionante. Mi viene in mente quello che Margaret Mead ha detto alla figlia sua e di Gregory Bateson:”Se vuoi essere una grande studiosa, al mattino quando ti svegli metti su una bella carota e una patata a bollire, perché a un uomo piace sentire il profumo del minestrone e tu nel frattempo ti fai i fatti tuoi”. Questo per dire che questa opposizione così violentemente e quotidianamente sotto i nostri occhi ha conosciuto strategie di evitamento ed elusività femminili molto ricche e che oggi si possono riprorporre come una scelta e una lotta per volere entrambe le cose e cercare di coniugarle, ci dice Marina, intanto sottraendosi a una sorta di etero comando, comando che viene dall’esterno di noi. Marina sottoliena molto bene, porta tutti i numeri, quante volte si comanda alla donne di fare e non fare figli, quante volte si dice che il figlio è un dovere, altre che è un diritto ecc. Mette in questione una lingua imbrogliona, una lingua che su questa questione imbroglia e confonde le donne. E risponde a questo aut aut che viene sempre ripresentato. Lei dice che c’è la possiblità di scardinare questo problema con la pratica d’amore, pratica della relazione come spazio politico che è già pubblico sui due temi: il lavoro è già spazio pubblico e la maternità è sottratta al disciplinamento del privato se noi in prima persona facciamo della maternità reale e simbolica, non della maternità biologica, l’esercizio di una pratica politica per cui tra la madre e il figlio mettiamo un’altra donna. Senza questa pratica poltica pubblica della maternità, che è semplice, come ammirare la madre, fare in modo che la socetà riconosca il valore dell’essere madre, perché non riemerga il materno diviso tra la natura e la cultura, quella divisione che ci inchioda senza possibilità di mediazione. La natura ci inchioda a una nuova biologia perché sul corpo della donna c’è un esercizio fortissimo della scienza della medicina, la procreazione assistita e non solo, e qui Marina ragione e riflette su ciò che avviene attorno al corpo di una donna quando su questo corpo si affanna di nuovo una scienza medicapensata dall’uomo, e vede anche come la risposta femminile può essere disorientata di frronte al proprio desiderio. La cultura ci include invece nel già pensato, e quindi in quella astrazione maschile che Marina attribuisce anche ad alcune menti femminili ad esempio a quelle che hanno pensato il corpo cyborg, come Donna Haraway una cultura che tenta di fare a meno di un corpo, di essere senza corpo. Allora se la libertà viene prima dell’emancipazione, di cui questi sono gli esiti tanto negativi, c’una questione da capire: ovvero che esiste un’altra strada che qualcuna chiama pratica delle differenza femminile. Ad esempio il poter stare liberamente e piacevolmente al mondo senza passare attraverso la competizione con gli uomini. Dopo questa affermazione nei capitoli che seguono c’è un invito.Ci invita a fermarci e riflettere perché si possa fare un buon uso di questa libertà e un buon uso, ad esempio, è quello di contrastare la mascolinizzazione della casa, contrastare l’ipotesi di un ritorno a casa da casalinghe disperate o felici e contrastare la lingua invasiva dei diritti e dei doveri. Si tratta di imparare a convivere con la differenza, con quella differenza non solo fra sé e l’altro ma anche fra sé e sé, e imparare, tornando al quel Sottosopra Rosso, che nell’essere umano di sesso femminile e maschile sono sempre insieme e in circolo differenti identità, e questo essere in circolo è quanto fa fuori l’uguaglianza: salvaguarda la differenza prima tra uomini e donne ma salvaguarda anche le differenze tra donne ed è un’apertura non identitaria dell’amore fra uomini e donne, tra donne e donne e tra uomini e uomini. Questo è un libro scritto da una donna apertamente eterosessuale e che apertamente parla anche anche agli uomini e non disegna confini verso altri o verso altre.
C’è un capitolo, Madri, in cui richiama quell’ammirazione a suo avviso fondamentale perché la maternità venga sottratta al privato e in cui dice chiaramente che la società deve inchinarsi a ciò che è femminile. E questa riconoscenza, questo inchinarsi a ciò che è femminile, che è la madre ma è anche la madre intesa in senso simbolico e dunque l’altra donna, viene poi virata nuovamente nel capitolo Bellissime dove si parla di quello che ognuna di noi fa o può aver voglia di fare o vorrebbe fare o si trova nell’angoscia di decidere se fare o non fare del proprio corpo e questo riguarda l’invecchiamento e c’è poi un capitolo rivolto alle più giovani, Il grande bordello, in cui ci parla di una sessualità femminile che deve ancora liberarsi da una sorta di travestitismo maschile, di un eccesso di maschile. In questo movimento da Madri a Bellissime c’è un punto che ha a che vedere con quello che lei prende da Julia Kristeva, ovvero lo sguardo della madre verso la propria creatura, quasi un archetipo. (Ne parla anche Luisa Muraro). Il bisogno della creatura della madre diventa un punto di vista, un elemento che orienta anche i capitoli sull’attualità del farsi e rifarsi del corpo, sulla bulimia sull’anoressia, li riorientra perché è l’archetipo dell’attrazione, del bisogno che abbiamo di attirare lo sguardo degli altri su di noi.
Dunque, secondo Marina, c’è fame di questa differenza femminile e nel capitolo che lie chiama Politica, polemizza con il fatto che siamo quasi costrette a vedere il sistema dei partiti e delle istituzioni come il centro della politica. Lei non lo vede come centro ma come uno dei centri, quindi parla del potere e parla del potere anche quando esercitato da donne, riprendendo qui una posizione che aveva già preso sul numero 80 di Via Dogana e ci ricorda qualcosa che tutti sanno, anche gli uomini, ovvero che le donne fanno accadere le cose. In effetti molto è già accaduto. Il problema è qui e il libro ci chiama a spingerci più avanti, a fare il passo più forte, più deciso: per capire che di questo molti si sono accorti, cioè che le donne fanno accadere le cose, basta vedere, ad esempio, l’ultima mossa di Sarkozy: Marina dice sta a noi, a nessun altro trarne le conseguenze, mostrare il vantaggio, sedurre a partire da quello che abbiamo guadagnato contrattare da una posizione di forza e non di inimizicia femminile, ricordandosi anche come lei ricorda attraverso un vecchio articolo di Lia Cigarini che bisogna evitare che le donne sentano il bisogno e il desiderio di stravincere. Questo riferimento al testo di Lia Cigarini compare in Violente. Non c’è solo un capitolo intitolato Violenti che sono gli uomini ma anche uno intitolato Violente. Per arrivare agli uomini farei questo passaggio: se non siamo convinte noi del guadagno, del di più, di quello che abbiamo già fatto accadere, se non ne siamo convinte noi sarà molto difficile che riusciamo a convincere gli uomini. Questo è il capitolo Politica.
I passaggi che da qui si dipanano, un po’ li ho indicati un po’ ho indicato il fatto che quello che interessa a Marina è che l’uomo e la donna siano uno di fronte all’altro nella loro verità, nella loro autenticità, ma per quel che riguarda gli aspetti chei vede presenti e prevalenti negli uomini direi che posso indicarene tre: ci sono gli uomini che in casa tentano di rimettere in scena il patriarcato, in casa fanno quello che nello spazio pubblico abitato da donne non riescono più a fare; ci sono uomini che parlano, anche se ancora troppo pochi, e il riferimento è a quegli uomini che hanno scritto il manifesto del 2006 in cui si assumevano in prima persona il problema dello stupro e della violenza del corpo dell’uomo sul corpo della donna e poi ci sono gli uomini violenti tout court, che le donne le ammazzano, le stuprano. E qui la visione non è néottimistica né pessimistica, semplicemente apre una strada diversa a partire da un’esperienza diversa che lei ricorda nel capitolo Violenti, l’esperienza che sta facendo la Casa delle Donne Maltrattate di Milano che ha cominciato a rispondere anche agli uomini violenti che chiedono di capire il perché della loro violenza, che chiedono di capire qual è il problema, che denunciano di avere un problema. Marina indica come lieta novella il fatto che un uomo capisca che ha un problema se stupra o uccide una donna , e parlare di una buona notizia significa non imparare a non sottovalutare, occorre essere le prime a prendere in mano il filo delle relazione perché non si spezzi.
Uomini dunque che lei vorrebbe non femminilizzati, uomini che vorrebbe capaci di distinguere la propria virilità dal desiderio di dominio, di possedere il corpo di una donna. Questi uomini veri, non sono veri perché sono gli antichi patriarchi, perché stuprano, ma sono veri perché sanno fare questa distinzione. E qui Marina ha un’idea molto bella: ci propone la figura del tango dove ci sono in carne ed ossa rapresentati da un uomo e da una donna forza e debolezza; c’è il guidare e l’abbandonarsi. Lei dice quando entrambe le posizione saranno liberamente imparate da entrambi i sessi questo sarà il tempo del due. Questo significa che le donne che hanno elaborato la trasformazione di sé non devono affatto scomparire, non sono scomparse se le intendiamo così, e che gli uomini devono trovare certezze fuori dal patriarcato.
Il libro ha attraversato con grande talento tutte le problematiche che costantemente compaiono sui giornali in quell’attualità di cui in parte ci si dimentica, e che in parte viene sempre riproposta con violenza. C’è un unica cosa su cui non sono d’accordo – conclude Liliana Rampello -, ma devo scrivere un libro per ripondere: che Jane Austen non fosse una donna.



Il 4 maggio è stata inaugurata la nuova vetrina del Circolo della rosa, con la mostra di Donatella Chiarenza “Grafike. Libretti magliette fumetti”.
Donatella lavora intensamente da oltre 20 anni come grafica, illustratrice, pittrice, e vive tra Genova e Piacenza con una colonia di gatti siamesi.
Il suo segno artistico è affascinante e inconfondibile: nei fumetti come nelle invenzioni grafiche, crea un mondo ricco di vita, dove le contraddizioni diventano giochi e la malinconia si trasforma in un colorato caleidoscopio.
La vetrina presenta le divertenti e pensierose creature di “Mondo pollastro” pubblicate su “Aspirina”, “Il corriere dei piccoli” e i libri per l’infanzia; le leggere tele realizzate con tecniche miste, dalla fotografia al computer; le magliette con fumetti e illustrazioni; le grandi stampe a colori.
La mostra prosegue fino a luglio.




Progetto su Christa Wolf è il titolo dello spettacolo in scena al Teatro Verdi di Milano fino al 25 marzo, regia di Maurizio Schmidt, con l’attrice Elisabetta Vergani, ospite, venerdì scorso, alla Libreria delle donne, ove ha presentato questo lavoro, introdotta da Anna Chiarloni, docente di letteratura tedesca dell’Università di Torino.
Il dramma è una trasposizione scenica dei romanzi della scrittrice su Cassandra e Medea: Cassandra e Premesse a Cassandra (1983), Medea e L’altra Medea (1996). Vergani è supportata da una percussionista che scandisce pause, toni e momenti topici del dramma.
La partecipazione alla serata è stata davvero soddisfacente.
Cassandra e Medea sono figure oscure, mostruose: una è la profetessa di sventura, l’altra la madre che uccide i propri figli.
Cassandra simboleggia il malaugurio, Medea è la strega infanticida, fratricida e omicida: due miti femminili al contrario, che pagano caramente la loro natura antisociale, la profetessa con la condanna a non essere mai compresa e la pazzia, la strega con l’esilio, l’infelicità e la morte.
Sono due donne mosse da forte pulsione sessuale, difficile per il nostro immaginario pensare il contrario, e in qualche maniera “eccessive” eroticamente: da una parte la frigida sacerdotessa di Apollo che si nega all’amplesso del dio e viene violentata da Aiace durante il sacco di Troia, dall’altra parte la maga mangiatrice di uomini e di eroi greci, colta nell’accecamento della gelosia che la porta a far divampare Corinto.
Sono due donne barbare provenienti dall’est geografico e culturale, che nella mitologia greca era ambientato dalle parti del mar Nero: una troiana ed una colca, figlie di re, testimoni della caduta delle loro antiche civiltà al momento della sottomissione ai nuovi dominatori, i greci. Sono entrambe alla scoperta nel nostro mondo, deportate dall’ovest quali prede dai maschi occidentali: Cassandra ribelle preda di guerra del vincitore di Troia Agamennone, Medea complice preda di Giasone, costretta a tradire il proprio popolo per aiutarlo.
Christa Wolf nei suoi romanzi è partita dall’assunto che il mondo greco, con la cultura patriarcale di cui è intriso, ha riscritto tutti i miti preesistenti a proprio vantaggio. La scrittrice tedesca è andata alla ricerca delle sorgenti antiche di quei miti, riscrivendoli e dandone un’interpretazione nuova, vista con occhi diversi, che tiene in considerazione le ragioni del matriarcato.
Così le sue opere sono un viaggio verso uno sguardo femminile di possibile vita, lontano dalla cultura di morte dell’occidente, carico di domande: Chi erano Cassandra e Medea prima che un greco parlasse di loro? La risposta è in quella parte che ancora riposa in ogni donna.
Cassandra diventa in tal modo la storia della dolorosa scelta di dire la verità quando anche il tuo corpo, per non soffrire, ti chiede di non farlo.
Per Christa Wolf, Medea non è né fratricida, né omicida, né infanticida ma capro espiatorio delle tensioni sociali e vittima sacrificale, come spesso capita alle donne.
I romanzi sono un’indagine, un po’ autobiografica, nata quando la scrittrice, dotata di un indubbio coraggio politico, si trovava nell’allora DDR, e riscriveva il mito dell’intellettuale di fronte alla verità (Cassandra), indagine conclusasi all’epoca della riunificazione tedesca dopo la caduta del muro e delle sue illusioni, con Christa Wolf ormai cittadina dell’occidente e messa sotto tiro all’establishment culturale sotto l’infamante accusa di collaborazionismo con la Stasi. Il viaggio nel mito femminile della più grande scrittrice tedesca del novecento termina con una donna disorientata tra matriarcato e patriarcato – entrambi insostenibilmente basati sulla violenza – sospesa tra oriente e occidente, in fondo poco dissimili come casa della donna – che non sa più quale sia la sua patria. Gira tuttavia per il mondo in quanto non ha perso la speranza di poter trovare qualcuno in grado di dare risposta alle sue domande.
Emozioni in video. Come l’incontro con la sofferenza diventa stimolo a una conoscenza più profonda di sé e a una comunicazione più fine e creativa. Attraverso l’esperienza e i video dell’artista Emilia Rebuglio, realizzati con la collaborazione di Giovanni Parea, vi invitiamo alla scoperta di un modo luminoso di esprimere emozioni.
Introdurranno l’incontro Zina Borgini e Luciana Tavernini. Organizzazione tecnica di Andro Barisone e Roberto Meda.
Ho conosciuto Emilia nel 1995 , amica di un amico comune, Andro.
Abbiamo fatto il viaggio insieme da Milano a Pavia, per andare a tenergli compagnia durante una degenza ospedaliera.
Sono rimasta subito attratta dalla passione dal calore con cui si rapportava a lui, per l’amore e la gioia che trasmetteva in parole raccontando come si erano conosciuti e di quante situazioni aveva poi condiviso nonostante la differenza di età: erano stati compagni di scuola all’Istituto d’arte Beato Angelico, lei, donna già adulta e sposata, lui poco più che un ragazzino. La loro amicizia non si è mai interrotta sino ad oggi.
Durante quel breve ma intenso viaggio Emilia mi raccontò che dopo aver frequentato il Beato Angelico dove si era diplomata come maestra d’arte, aveva frequentato l’Accademia di Brera e la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano dove si era laureata. Che si era cimentata con la scultura e aveva partecipato a parecchie mostre, che aveva insegnato in alcune scuole medie di Milano e che dopo aver frequentato un corso di specializzazione per Handicappati psicofisici aveva deciso di insegnare all’Istituto Don Gnocchi.
Proprio qui per agevolare i suoi allievi che erano soliti mettersi in bocca la creta e le terre che usava per plasmare, aveva inventato un materiale manipolativo non tossico
Mi raccontò che in seguito quando aveva smesso di insegnare aveva aperto con il marito e i figli un negozio di arredamento “La chiave di volta” questo materiale le aveva procurato molto guadagno con le sculture e gli oggetti d’arredamento che plasmava.
Quando ci siamo conosciute Emilia era impegnata in questa attività commerciale sul Naviglio a pochi passi dalla casa di Alda Merini, così mi deliziò con i racconti dei suoi scambi con la poeta, della loro amicizia e delle visite giornaliere di Alda che sempre carente di soldi le vendeva le sue poesie, un fluire di aneddoti singolari che caratterizzavano la sua quotidianità.
E mentre si raccontava, io restavo sempre più affascinata dal modo in cui brillavano i sui occhi, dall’amore con cui disquisiva delle cose che faceva, dall’entusiasmo e dall’ottimismo con cui parlava.
La vita poi ci ha portate per strade diverse e da quella volta ho rivisto Emilia l’anno scorso dopo che Andro mi ha portato in visione dei suoi cd di videoarte e mi ha raccontato che Emilia si era trasferita in una casa di campagna sul Po’ per facilitare la mobilità e la vita al suo compagno di sempre, Giovanni,che è stato colpito da una grave malattia.
Costretta in casa per molta parte del giorno, Emilia si incupisce, si sente isolata, allora si mette in ricerca, non sa bene di cosa. Un suo cugino le mostra le possibilità del video, incomincia ad interessarsi e a lavorare con un programma di immagini. Quello che inizialmente le sembra un gioco schematico e molto tecnico, diventa poco a poco un impegno serio, il pc il suo scrigno dove giorno dopo giorno elabora piccoli gioielli di emozionalità. Da un anno a questa parte ho incontrato parecchie volte Emilia a casa sua e abbiamo passato molto tempo a guardare i suoi video, a discuterne a vederli crescere e trasformare e mi è venuta la voglia di renderli pubblici. Ho dovuto cercare aiuto per fare questo, perché era talmente alta la mia emozionalità quando affrontavo Emilia che avevo il timore di esserne offuscata e di non poter fare una lettura del suo lavoro, ho chiesto a Luciana di accompagnarmi di scavare con me in questo desiderio ed ora siamo qui a proporvelo.
Intervento di Luciana Tavernini
Emozioni in video. Come l’incontro con la sofferenza diventa stimolo a una conoscenza più profonda di sé e a una comunicazione più fine e creativa. Attraverso l’esperienza e i video dell’artista Emilia Rebuglio, realizzati con la collaborazione di Giovanni Parea, vi invitiamo alla scoperta di un modo luminoso di esprimere emozioni.
Introdurranno l’incontro Zina Borgini e Luciana Tavernini. Organizzazione tecnica di Andro Barisone e Roberto Meda.
Ho accettato la proposta di Zina di presentare al Circolo alcune opere di E. R., oltre che per la fiducia nell’intuito di Zina, per il piacere intellettuale e sensoriale in senso ampio che i video di quest’artista mi procurano e per l’interesse per la politica delle donne della sua biografia.
In una biografia di una donna, scritta o raccontata a voce, cerco sempre quegli elementi, quelle relazioni che hanno fatto di lei una donna che ha saputo dirci qualcosa di nuovo, oppure che le hanno impedito il pieno svilupparsi delle sue capacità, come ad esempio abbiamo avuto modo di vedere qui al Circolo in occasione della discussione sulla biografia di Antonia Pozzi, Per troppa vita che ho nel sangue, scritta da Graziella Bernabò (Viennepierre, Milano 2004). Insomma cerco pratiche di libertà perché penso che mi possano aiutare a riconoscerle e a rafforzarle in me e nelle donne che incontro.
Non sono una critica di arte contemporanea ma un’appassionata che visita con regolarità musei europei e mostre e partecipa ad eventi artistici; credo nella capacità di percepire l’originalità e il valore da parte di chi si pone di fronte all’opera artistica col desiderio, anzi sentendo l’urgenza di ricevere stimoli per la comprensione più profonda di sé nel mondo attuale.
Del resto voi stesse potrete giudicare il valore delle opere proposte.
Però soprattutto la Libreria delle donne e il Circolo della Rosa non sono gallerie d’arte, anche se è stato progettato da due artisti poliedrici come Stefania Gianotti e Corrado Levi, molte artiste vi fanno riferimento, alcune, come ad esempio Carla Accardi, Valentina Berardinone, Vittoria Chierici, Monica Carrocci ci hanno regalato le loro opere che potete ammirare alle pareti e la vetrina ospita regolarmente delle installazioni come quella di Chiara Pergola, frutto di una performance, svoltasi proprio qui.
Non è una galleria ma principalmente un luogo di pratica e riflessione politica, oltre che di stimolo culturale e piacevole convivialità, come potranno aver modo di apprezzare quelle e quelli che si fermeranno a cena.
Un’artista che riesce ad esprimere il proprio sentire con profondo radicamento in sé e dialogo con l’altro da sé credo abbia trovato una delle forme della libertà che a noi interessano. Per questo intendo rintracciare e provare a descrivervi alcune pratiche di vita messe in atto da Emilia che possono costituire tracce sicuramente per me ma anche per altre donne e forse anche per gli uomini.
Innanzi tutto lei pratica la gratuità e circolarità del dono contro la contabilità del dare/avere tanto presente nella società d’oggi. Sostiene che è necessario dare quello di cui si è capaci senza aspettarsi il ritorno che comunque verrà inaspettato per altre vie.
Vi cito due soli esempi.
Il suo negozio d’arredamento “La Chiave di volta” era sempre aperto per la poeta Merini, che vi si recava spesso, trovandovi ascolto, ammirazione e aiuto. Ci racconterà poi Emilia stessa il ritorno che, ad anni di distanza, gliene è venuto.
Quando lavorava con ragazzi e ragazze con gravi handicap, non solo fisici, al Don Gnocchi per permettere loro di esprimersi sentiva la necessità di un materiale leggero, atossico, facilmente e piacevolmente modellabile, esteticamente bello. Si è dunque applicata a questa ricerca finché ha inventato la “Pietra leggera”, manipolabile come la cartapesta, dall’apparenza del granito, resistente e leggera che, brevettata, è molto utilizzata in architettura in Italia e all’estero.
E proprio il lavoro con le ragazze e i ragazzi del Don Gnocchi ci permette di aprire il discorso sul rapporto con la sofferenza. Chi soffre è in una posizione di bisogno, si presenta come una delle massime espressioni dell’altro da sé con cui entrare in comunicazione. Emilia non sfugge anzi attinge alla relazione materna per trovare le modalità di invenzione dei modi di rapportarsi. Lei dice: “Nessuno ha zero capacità, si tratta solo di trovare le vie per farle esprimere, tenendo conto di ciò che chi abbiamo di fronte può dare, facendo tentativi…” Lei usava il disegno, in alcuni casi il segno, come ci ha raccontato nel caso di una bambina, dove è partita da alcuni punti che dopo giorni e giorni sono diventati linee. E aggiunge: “Lasciare una traccia di sé significa esistere”. Riandando alla nostra prima infanzia, in cui bisognose di tutto, abbiamo scoperto il mondo, guidate dall’invenzione del sapere materno, possiamo ora affrontare la sofferenza dell’altro. Non mi dilungherò a parlarvi di questa capacità inventiva di gesti e parole che sanno dire oltre e più a fondo perché ci viene descritta con un limpido linguaggio simile a quello di Calvino, da Rebecca Brown, nel suo intenso libro I doni del corpo (Il dito e la luna, Milano 2006). In esso la scrittrice americana racconta l’esperienza di cura con i malati di AIDS senza alcun pietismo e facendoci partecipi della sorpresa che produce il “miracolo” di una comunicazione avvenuta, del “verbo che si fa carne”, osererei dire. Questa capacità di stare il presenza del dolore viene analizzata in modo più teorico nel saggio di Daniela Riboli, Stare a contatto del male senza farsi male nel volume della comunità Filosofica Diotima La magica forza del negativo (Liguori, Napoli 2005), un libro ricco di altri saggi che mostrano come sia possibile usare il negativo come leva per crescere. E’ una modalità che molte donne praticano, arricchendo la propria capacità di sentire, “facendo di necessità libertà”, come ci dice sempre di fare Luisa Muraro.
La capacità di relazionarsi all’altro da sé è quella messa in campo anche nel rapporto col marito. Tra loro c’è quella che abbiamo nominato in Libreria come relazione di differenza, una relazione che libera energie perché dà la gioia della scoperta, spinge ad indagare in sé non dando per scontate le proprie posizioni, mette in luce capacità differenti. Penso a come Giovanni abbia sostenuto il desiderio di Emilia di riprendere gli studi in ambito artistico, anche se appariva strano che “una madre di famiglia” sedesse in banco con compagne e compagni adolescenti; a come insieme i due abbiano frequentato la facoltà di Architettura, ed anche all’aiuto tecnico per le strutture delle grandi sculture e ora dei video. Mi sembra anche calzante il periodo in cui Emilia, riteneva che fosse inutile realizzare le sue sculture e che bastasse descriverle a Giovanni, insomma le creazioni raccontate esistevano nella parola detta a chi poteva comprenderla e questo è stato un momento importante del passaggio ad un’altra forma artistica.
Infatti un altro aspetto, che vorrei sottolineare, è quello che io chiamo della creatività a fisarmonica nella vita delle donne, cioè di quella capacità di tenere sospesa una forma di creatività per esprimerne altre, legate alle urgenze delle relazioni vive. Se Harold Pinter, il drammaturgo inglese premio Nobel, può dire che quando non scrive si sente in esilio da se stesso, così non accade per molte donne che scivolano da una forma di creatività all’altra, senza porre troppe gerarchie. Penso alla grande capacità inventiva che richiedono i quotidiani happening, costituiti dai pranzi familiari, trasfigurati in modo esemplare ne Il pranzo di Babette il famoso racconto lungo di Karen Blixen, trasposto anche nel film omonimo del 1987 di Gabriel Axel, con Stéphane Audran e Bibi Andersson, che vinse l’Oscar come miglior film straniero. Del valore vitale di questa quotidiana cerimonia e a chi vada attribuito il merito dimostrano ad esempio consapevolezza in Finlandia, quando, come ci racconta Elisabeth Jankowski, nel libro curato da Chiara Zamboni Il cuore sacro della lingua (Il poligrafo, Padova 2006), un’acuta e originale riflessione sulla lingua, presentata ieri, “nessuno si alza da tavola senza aver ringraziato la padrona di casa per il pranzo offerto, e questo fanno anche il marito e i figli.”(p.38)
Dunque una creatività a fisarmonica che sa aspettare il tempo e trovare nuove forme di esprimersi. Penso alle grandi statue, create da Emilia Rebuglio nel suo periodo di scultrice: corpi di donna, uova come essenza della generatività, elementi di animali come nella scultura Equinità, per poi passare alle sculture d’arredamendo con l’esperienza dei Parea scultori, per arrivare ai video dove libera la forza del colore e delle forme astratte. Non vi un taglio netto coi temi precedenti ma un passaggio che li rinnova. Sono dunque fasi intervallate da periodi di apparente silenzio, in realtà pause per rincorsa, rubando l’idea al titolo del bel romanzo di Anna Santoro, appunto Pausa per rincorsa (Avagliano, Cava de’ Tirreni 2003), presentato qui due anni fa.
Insomma mi pare che le donne sappiano darsi tempo e aspettare per poi lanciarsi, penso ad esempio all’inglese Penelope Fitzgerald (1916-2000), che iniziò la sua carriera di romanziera a sessant’anni, scrivendo molti romanzi. L’ho scoperta, grazie a un amico che, in occasione dell’inizio della mia pensione mi ha regalato, come buon auspicio, La casa sull’acqua, l’ultimo dei sette pubblicati in Italia da Sellerio (Il fiore azzurro,1998; La libreria,1999; L’inizio della primavera,1999; Il cancello degli angeli, 2000; Il fanciullo d’oro, 2000; Voci umane, 2003; La casa sull’acqua, 2003).
Alla base della creatività di Emilia vi è dunque un contatto profondo con se stessa, una fedeltà al proprio sentire e apertura all’altro. I suoi ultimi lavori, i video che presenteremo, partono a volte da precedenti opere, ma ora si è liberata dalla timidezza che le impediva l’uso del colore. Sceglie di esprimersi creando video perché permettono un’arte relazionale, un dialogo con poesie, musiche, fotografie anche di altre/i, con un lavoro tecnico che richiede un continuo confronto. Essi costituiscono un passo avanti nell’elaborazione dell’idea delle creazioni raccontate: vi era in lei il rifiuto di caricare il mondo di altri oggetti, un bisogno direi ecologico di un’impronta più leggera di sé senza rinunciare alla necessità di mettere in luce i propri aspetti più profondi, le sue emozioni, il suo modo di vedere amorosamente il mondo e di poterlo comunicare con la velocità e ampiezza che i video consentono.
E’ la sua un’esplorazione dove la sincerità e il radicamento, il lavoro serio e intenso, non possono che portarla ad un’arte che sa esprimere il suo essere donna oggi fuori da un canone, potremmo dire che è un’outsider e proprio per questo riusce a mostrarci qualcosa di imprevisto. Ma nel suo impegno trova istintivamente forza nelle parole e nelle immagini di altre donne che l’hanno preceduta, le madri di tutte noi, come si diceva più di vent’anni fa ne Il catalogo giallo della Libreria. Come vedremo infatti ha colto, dapprima in Alda Merini, poi nella Dickinson e ora anche in una foto di Dorothea Lange qualcosa che loro hanno detto per noi prima di noi a cui possiamo, in una catena genealogica, riallacciarci per dire qualcosa di nuovo, perché la nostra singolarità possa parlare in un ambiente dove altre hanno lasciato tracce di sé.
Laura Minguzzi
Questa sera siamo qui per incontrare le Vicine di casa di Mestre. Ho voluto invitarle, tutte ospiti del Circolo della Rosa, per un incontro che vorrei fosse politico, di scambio di esperienze. I fili che hanno portato qui le Vicine di casa sono tanti, ma la mia relazione con Sandra De Perini è quello portante. Devo dire che per un certo periodo mi sono sentita anch’io una sua vicina di casa, anche se non alla lettera. Ci legavano lunghe telefonate e mails soprattutto per problemi scolastici, di relazione con giovani maschi adolescenti. In particolare ci legavano, e ancora ci legano, le redazioni di Via Dogana, la domenica mattina a Milano, qui al Circolo della Rosa, gli appuntamenti con la Storia a Milano, in preparazione del convegno “Cambia il mondo, cambia la storia”, i pranzi a casa mia, le cene al Circolo della Rosa. Fa parte della pratica delle Vicine l’indicazione che, quando una ha deciso di parlare, viene sostenuta. Ho praticato anch’io in diverse occasioni il “metodo” delle Vicine di casa, se così vogliamo chiamarlo. Sandra è una buona ascoltatrice e mi ha chiesto di raccontarle la mia storia, intervistandomi in un momento particolare di cambiamento, di passaggio del mio lavoro e della mia vita, che mi aveva trovata indebolita e isolata. Per capire le ragioni della mia solitudine, l’impasse del mio desiderio, l’ascolto attento di Sandra è stato per me un punto essenziale, vitale, generatore di forza e di lucidità intellettuale.
Insieme abbiamo, in seguito, realizzato incontri e momenti di scambio politico. Per esempio ho invitato Sandra al Circolo della Rosa a presentare, con Loredana Aldegheri, “L’oro dell’impresa sociale” (edizioni Mag). In particolare, mi sono fatta mediatrice con iniziative al Circolo della Rosa che hanno consentito di sciogliere un nodo irrisolto di Sandra con alcune amiche delle Città Vicine di Catania. Si sono così aperte nuove possibilità di incontri e scambi per le Vicine di casa, per le Città Vicine a per noi. Infatti alcune di noi (oltre a me, Marirì Martinengo, Marina Santini, Luciana Tavarini, Donatella Massara, Nilde Vinci) siamo state invitate a casa di Sandra, dove da alcuni anni avvengono le “conversazioni” delle Vicine di casa, per discutere di libri, di cinema, di ricerche storiche e artistiche. Il filo che unisce me e Sandra si dipana su due versanti: il primo è l’attivo interesse per la Storia e il secondo è la cura dello spazio pubblico nel contesto in cui siamo. In questo ambito, ho conosciuto Désirée Urizio che mi ha invitata a parlare della mia ricerca sulla badessa russa Eufrosina alla biblioteca del Comune di Meldola, dove all’epoca Desirée lavorava e nella quale l’anno prima Sandra aveva tenuto un ciclo di incontri sulla storia delle donne. Désirée aveva realizzato uno spazio che andava ben oltre una semplice biblioteca.
Passo ora alle domande che voglio porre qui in contesto alle Vicine di casa. Del vostro passato mi interesserebbe capire se e come avete realizzato il passaggio tra la politica delle Vicine di casa con Luana Zanella e dopo, quando lei ha fatto la scelta istituzionale ed è stata eletta in Parlamento. Quale pensiero è scaturito da questa esperienza? C’è stata rottura o continuità? Qual è infine il contesto della vostra pratica oggi? Non vi sembra che si perda mondo, quando ci si concentra solo sulle relazioni?
Alessandra De Perini
Ringrazio Laura Minguzzi che con la sua introduzione nomina la relazione tra noi: abbiamo uno scambio sulle nostre vite, sul senso della politica che facciamo, sulle contraddizioni che viviamo a scuola e sugli ostacoli che incontriamo nell’insegnare a classi di maschi adolescenti. Ringrazio voi che siete qui e che vi disponete ad ascoltarci. Mi trovo sul luogo che ritengo il cuore del pensiero e della politica della differenza.
La nostra storia di Vicine di casa si collega a questo luogo, perché da qui sono venute parole e misure che abbiamo tradotto nel nostro contesto e che ci sono servite soprattutto all’inizio per fare politica nella nostra città. In seguito, abbiamo trovato modalità, misure, parole e forme nostre.
Intanto vi voglio presentare le vicine di casa con cui sono venuta qui a Milano. Innanzitutto Nadia Lucchesi: io e lei siamo amiche da più di quarant’anni, dai tempi del Liceo. Ormai sono vent’anni che prendiamo la parola pubblicamente nella nostra città, in occasione di iniziative, incontri, a scuola o in altri luoghi pubblici. Nadia ha scritto alcuni anni fa un libro sulla Madonna per dire che il Cristianesimo l’ha fondato lei e io l’ho incoraggiata, impegnandomi poi a presentare il suo libro a Mestre, Venezia e in altre città italiane. Daniela Bettella, che in questi anni ha sostenuto il progetto dei corsi di storia delle donne e gli incontri del giovedì nella saletta della biblioteca del Centro-Donna. Una volta andata in pensione, è diventata una bravissima acquerellista. Pensando all’incontro di oggi, Daniela ha disegnato e colorato ad acquerello la “mappa delle Vicine di casa” su un grande foglio che adesso aprirà e attaccherà su una parete del Circolo, in modo che possiate vedere la nostra rete e capire di che stoffa è fatta la città in cui abitiamo. Nella mappa ci sono le nostre case, la rete delle città che ci sono vicine, i luoghi di Mestre che abbiamo segnato con la nostra presenza e dove siamo intervenute in modo significativo; c’è anche la casa di Laura Minguzzi, c’è il Club della Rosa con due grandi rose (penso che le due rose sappiate bene chi siano). Al centro di questa mappa, più grande delle altre, si vede la casa dove abito io dagli anni Settanta, un appartamento molto luminoso, di cento metri quadri, dove da trent’anni si svolgono incontri, riunioni, conversazioni. È stato il primo luogo politico delle Vicine di casa; in seguito abbiamo utilizzato tanti altri spazi della città, però tutto è nato lì, in questa casa, e, vi assicuro, non è stato facile farlo nascere. Voglio adesso dire di Lucia Pitteri, da cui ha avuto origine il primo nucleo delle Vicine di casa, nel quartiere Carpenedo-Bissuola di Mestre, dove quasi tutte abitiamo. Lucia è una donna molto pratica, infatti quando ha deciso di creare una rete di vicine, ha fatto cento telefonate ed è riuscita a convincere molte abitanti del suo rione a mettersi in movimento; è una donna capace di tessere relazioni, gentile, ma determinata, con un fortissimo desiderio di creare luoghi dove le donne, soprattutto quelle che non hanno potuto studiare per vari motivi, economici o per storie di vita, possano accedere alla cultura che per lei è il bene più prezioso. Dal suo desiderio sono nate due realtà nella nostra città: un’associazione di educazione permanente, realizzata negli anni Ottanta da donne che, insieme a Lucia, avevano frequentato le 150 ore e provato il piacere di tornare sui banchi di scuola, perciò volevano continuare a studiare storia dell’arte, filosofia, letteratura (oggi conta 600 iscrizioni e cammina ormai con le sue gambe); e una cooperativa di infermiere professionali che si chiama “Florence Nightingale” (Lucia ne racconta la nascita in uno dei libricini prodotti anni fa dalle Vicine di casa, realizzati a nostre spese col computer, fotocopiati e distribuiti a centinaia di donne). Questa cooperativa ha avuto un inizio felice, un bel successo per Lucia che ha avuto grandi riconoscimenti, ma poi è divenuta a poco a poco per lei fonte di contrasti e di un conflitto irrisolto, una matassa da sbrogliare di cose non dette, scelte non concordate, di errori non chiariti, in cui si mescolano economia non profit ed economia di mercato, rapporto tra donne giovani e donne anziane, tra immigrate e italiane, legami lavorativi mescolati a quelli affettivi e familiari. In questa cooperativa lavora infatti una nuora di Lucia ed è con lei che c’è stato conflitto. Di questo poi, se vuole, parlerà lei stessa. Vi presento poi Marina Canal che ha ritrovato, attraverso il percorso comune di questi anni, la libertà di scrivere; Gabriella Menegaldo che, attraverso i nostri incontri, lo dice lei stessa, si accorge di saper leggere la sua esperienza in modo nuovo; Désirée Urizio che è da poco con le Vicine di casa, trasferita nella nostra città con la precisa intenzione di stare vicina ad una realtà di donne impegnate in una pratica di libere relazioni. Desirée mette in gioco per le Vicine di casa la sua competenza di bibliotecaria e archivista e realizzerà presto il nostro archivio dei documenti, foto, filmati e materiali prodotti in questi anni. Con noi è presente anche la direttrice d’orchestra, maestra di coro, Sandra Perulli che anni fa ha diretto con competenza ed enorme pazienza il coro delle Vicine di casa, in un periodo – erano gli anni Novanta – in cui volevamo renderci visibili non solo attraverso la parola, ma anche con il canto, e contemporaneamente -ero soprattutto io che spingevo in questo senso – volevamo promuovere in città la diffusione della rivista Via Dogana. Sandra Perulli con Nadia Lucchesi, nel liceo dove Nadia insegna, hanno dato vita ad un coro studentesco e adesso da alcuni anni hanno aperto un laboratorio musicale dove le studentesse e gli studenti del Liceo possono cantare, danzare, recitare e, al termine dell’anno scolastico, esibirsi con grande talento in uno spettacolo che è diventato una specie di tradizione cittadina, un appuntamento gioioso.
Alcune vicine che non sono potute venire qui oggi hanno voluto scrivere delle riflessioni che ho messo nella cartellina che consegno a Laura: c’è il testo di Vilma Falco che abita in una grande casa circondata da un bellissimo giardino, dove giocano le due nipotine e dove ogni tanto ci riuniamo; poi ci sono gli scritti di Luciana Talozzi di Chioggia e di Annalisa Busato; c’è la relazione di Piera Moretti, che si firma “Pierina”, scritta anni fa in occasione del corso di formazione “Governante per anziani” curato da Leda Cossu, una vicina di casa infermiera, intervistata anni fa per Via Dogana (l’intervista è stata pubblicata in seguito in “Duemilauna – Donne che cambiano l’Italia”). Piera parla del suo metodo di lavoro, di come lei fa concretamente le pulizie nelle case dove lavora. Mi ha detto anche di dirvi che è diventata nonna e che le piace molto continuare a seguire i figli e le figlie delle donne da cui in passato ha lavorato che ora sono diventati grandi e che lei sente un po’ come figli suoi.
Ho inserito in questa cartellina gialla anche uno scritto di Désirée, uno di Marina Canal e un testo che riposta il discorso di Daniela Bettella, quando nel 2003 abbiamo preso le distanze dalle donne dei gruppi del Centro-Donna.In questo testo Daniela spiega perché non è più possibile per noi continuare uno scambio con loro. L’ultimo testo in cartellina è di Leda Cossu che spiega che cos’è il lavoro di cura e in che modo, secondo lei, la Scuola di Infermieri professionali dell’Ospedale “San Marco” di Mestre potrebbe trasformarsi e, invece di chiudere, diventare un centro di formazione per giovani donne e uomini che vogliono acquisire a livello alto la professione.
Oltre a quelle che ho nominato, ci sono altre vicine di casa che non sono qui. Fra queste innanzitutto Luana Zanella che è stata fondamentale per la storia delle Vicine, una donna di grande valore, senza la quale non ci sarebbero state le Vicine, che ha fatto una carriera velocissima nella politica istituzionale, anche grazie alle Vicine di casa, da presidente del quartiere a presidente del Consiglio Comunale di Venezia, poi assessora alle Politiche Sociali, infine parlamentare per il gruppo dei Verdi e ora di nuovo, oltre a parlamentare, assessora alla Cultura di Venezia. Prima o poi, aspetto che lei metta in parola la sua esperienza di questi anni, ma per il momento è letteralmente travolta dagli impegni e dal lavoro. Con lei – che è così lucida e attenta a quello che accade nel mondo – continua da parte mia un desiderio di relazione e sono sicura anche da parte sua. Nel libretto pubblicato nei Quaderni di Via Dogana “l’Oro delle vicine di casa – Una pratica che rende umana la città” (febbraio 1998), Luana dice che si impegna a governare nel “vincolo delle Vicine”. Vedo un aspetto di questo vincolo che lei dice di sentire ancora molto forte, per esempio, nell’aver curato recentemente un libro sul patrimonio della cristianità serbo-ortodossa, in gran parte distrutto dalla guerra, e che lei propone di da salvare. Questa cura, questa attenzione alle risorse preziose del territorio, Luana la esercitava anche a Mestre, dieci, vent’anni fa: la piccola casa, legata alla tradizione contadina veneta, che doveva essere abbattuta per costruire sopra un condominio, lei la proteggeva, così il giardino da salvaguardare, la strada, la piazza, il parco.
Poi, tra le Vicine di casa nomino Cristina Bergamasco, Paola Nordio che adesso è diventata capo sezione dei vigili urbani di Mestre, Annalisa Paoloni che, quando lavorava al Quartiere Carpendo Bissuola, per due anni ha organizzato gli incontri sulla Storia delle donne del Novecento e, in seguito, “La cura di sé”, un ciclo di incontri sulla salute, chiamando a parlare tutte le persone che in città si occupano di alimentazione naturale, di coltivazione biologica, di benessere del corpo e cure diverse dalla alla medicina ufficiale (questi incontri si concludevano con una grande fiera di prodotti biologici allestita nel parco, frequentata da migliaia di persone). Nomino tra le Vicine di casa, anche se è uno spirito libero che non ha mai voluto vincolarsi ad un impegno politico preciso con noi, Marisa Bettini che ha realizzato la bibliotecaria del Centro – Donna, con migliaia di iscritte, e ora collabora con la Biblioteca civica; poi Michela De Grandi, levatrice e adesso infermiera, che per anni ha restituito alle giovani donne la libertà di partorire in casa, invece che in ospedale; e ancora Laura Frescura (la casetta di Laura è quella in alto a sinistra, vicino alla laguna, dove effettivamente si trova) che, insieme ad altre e altri, ha costruito una comunità di ricerca sugli effetti di riequilibrio delle acque mariane sul nostro organismo (Nadia la cita nel suo libro su Maria). Queste che ho citato sono donne preziose e consapevoli che hanno una storia da raccontare, un legame forte con la città, un’esperienza significativa da trasmettere. Per questo le loro case si trovano nella mappa delle Vicine di casa.
Tra i legami significativi delle Vicine di casa c’è quello con Annarosa Buttarelli di Mantova che dalla fine degli anni ’90, è sempre stata disponibile ad ascoltare, dare consigli e indicazioni di percorso a me e a Luana Zanella. Nella mappa c’è anche la rete delle Città Vicine nata anni fa dal desiderio di Anna Di Salvo di Catania in relazione con Vivien Briante ed altre e sostenuto da Clara Jourdan della redazione di Via Dogana e della Libreria delle donne di Milano. Di questa rete delle Città Vicine fanno parte, oltre a Catania e Milano, altre città: Catanzaro, Foggia, Bologna, Roma, Firenze, Spinea, Chioggia, Verona e Mestre.
C’è un legame particolare tra Mestre e Verona. Nella città di Verona infatti, Loredana Aldegheri, presidente della Mag Servizi (la Mag è una cooperativa a governo femminile che si occupa di economia non profit e di formazione, a cui fanno riferimento più di 200 associazioni e cooperative presenti a Verona e nel territorio veronese) mi ha chiesto anni fa di trasferire lì il sapere delle Vicine di casa. In quella città mi sono così recata per alcuni anni insieme a Daniela e Piera per condurre dei corsi rivolti alle socie di diverse cooperative che fanno capo alla Mag sulla qualità delle relazioni al lavoro. A Verona c’è anche un gruppo di donne, il cui nome è “L’oro delle vicine di casa”, che organizza iniziative pubbliche sullo sguardo delle donne nei confronti della città e ha aperto nel proprio quartiere uno spazio per le famiglie, dove le mamme e i papà o i nonni possono accompagnare i bambini piccoli per farli giocare e stare insieme.
L’anno scorso la Mag ha organizzato un convegno con le Citta Vicine, in cui si è avviato un confronto politico con la rete dei Nuovi Municipi (la trascrizione del convegno è stata pubblicata nel numero di marzo 2006 della rivista trimestrale Autogestione e politica prima con il titolo “La Città del Desiderio”). Presto usciranno gli atti del convegno delle Città Vicine organizzato a Bologna da Donatella Franchi, di cui ho curato la trascrizione e a cui le Vicine di casa hanno partecipato.
In qualche modo ho cercato di illustrare la mappa delle Vicine di casa. Adesso ne racconto brevemente la storia, cercando di sintetizzare il percorso.
Avremmo potuto essere un gruppo di donne che si occupava del quartiere, della qualità di vita del quartiere e la cosa finiva lì, ma c’era un di più, che evidentemente in tutti questi anni ha resistito, perché noi siamo altro e di più, anche se abbiamo sempre dovuto fare i conti con chi non capiva e ci scambiava per un gruppo di femministe, per esempio le donne della sinistra, nostre avversarie fin dall’inizio, giornalisti, architetti, donne o uomini dell’amministrazione che ci scambiavano per un comitato di quartiere.
Per raccontarvi l’inizio io risalirei agli anni Ottanta. Forse è successo anche a voi l’esperienza di percorsi diversi e paralleli confluiti proprio in quegli anni nella presa di coscienza della differenza fra i sessi come nuova categoria per interpretare la realtà. Quello è stato il punto di partenza anche per alcune di noi. Da qui l’apprendimento, attraverso, chiamiamoli pure così, degli “esercizi”, di una pratica di relazione fra donne, e questo “fra donne” è stato per molto tempo il contesto privilegiato della nostra azione politica e trasformazione soggettiva. Le parole chiave di questa pratica erano: desiderio, partire da sé, mettere in gioco l’esperienza soggettiva, riconoscere la disparità, il di più di libertà di un’altra donna, fare leva sull’autorità di origine femminile. La relazione era luogo di scambio e di trasformazione, spazio simbolico dove ognuna riceveva dall’altra un giudizio, una misura di realtà e dove si vivevano e si agivano anche forti conflitti che, nei primi anni si concludevano quasi sempre con abbandoni e rotture, ma in seguito, con la crescita della capacità di ascolto e di mediazione, sono divenuti occasione di riflessione e di rilancio della scommessa comune. Nel corso del tempo alcune di noi hanno scoperto che la competenza guadagnata nei gruppi di lettura e riflessione e nei rapporti fra donne poteva essere messa in gioco per una modificazione radicale dei diversi contesti in cui ci si trovava a vivere e lavorare, non solo fra donne, ma anche con gli uomini. Così altre, altri, nel momento stesso in cui abbiamo reso visibile questa ricchezza, hanno desiderato avere accesso al “sapere della differenza”. Sono nati degli scambi più complessi, si è cominciata ad articolare una rete. Ci è stata chiara molto presto la necessità di parlare in modo chiaro e diretto, legandoci al contesto per farci capire da tutti, per rendere comprensibile e desiderabile il sapere pratico delle relazioni. Mettere al posto di un linguaggio per iniziate quella che oggi viene chiamata “lingua corrente” divenne così un impegno comune.
Nei primi anni Novanta abbiamo percepito tutte chiaramente il limite della politica “fra donne”. All’inizio del percorso, ci riunivamo al Centro Donna, organizzavamo lì incontri pubblici e iniziative, senza tuttavia identificarci con l’istituzione, senza sentirci “del” Centro, come se questo fosse un luogo di appartenenza. Da lì abbiamo visto che era possibile prendere la parola pubblicamente e agire in molti altri luoghi della città e non abbiamo voluto limitare la nostra attività politica al Centro-Donna, sempre più collocato all’interno della politica delle “Pari Opportunità”. Noi volevamo “fare” differenza.
Risale ai primi anni Novanta il forte conflitto con le donne dei gruppi del Centro Donna, molte delle quali impegnate nell’amministrazione e nella politica istituzionale cittadina. Con alcune di loro, alla fine degli anni ’80 avevamo cercato di fare un “patto”, un’alleanza tra amministratrici, donne della sinistra elette al governo della città e donne comuni, vicine di casa, gruppi di donne legate alla politica della differenza. La cosa non ha funzionato, anzi ha prodotto confusione di linguaggi, ambiguità e slittamenti di significato. Noi, per esempio, dicevamo “differenza” e altre parlavano di “uguaglianza”, sostenendo che intendevano dire la stessa cosa, noi dicevamo “disparità” e altre parlavano di “parità”, noi ci sentivamo obbligate a rendere conto alle nostre simili riguardo al senso della nostra azione politica in città e c’era chi invece rendeva conto al partito o istituzione di riferimento, noi parlavamo di “pratiche” e altre, al posto delle pratiche, parlavano di cultura e di diritti. Alla fine siamo uscite dal Centro – Donna per non continuare ad essere confuse con i gruppi del Centro e con una politica in cui non ci riconoscevamo. Nei conflitti fra donne in cui scorre energia negativa, distruttività e la vera ragione del contendere rimane nascosta, si rasenta il rischio di misoginia! Mi sono trovata più volte con questo sentimento negativo addosso, una specie di odio insensato, un disprezzo, un’insofferenza che rendono i rapporti con alcune donne un gioco al ribasso e l’incontro, il contatto con loro molto sgradevole, quasi un fastidio fisico. Penso a quelle donne che sono sempre offese con la differenza, mai entusiaste, mai commosse, mai ammirate, sempre perplesse, dubbiose su ogni cosa che dici, sempre con un “ma” messo davanti; mai una volta che ti cedano il passo, in aperto antagonismo, costantemente in contrapposizione, donne che vogliono occupare tutto lo spazio, sostituirsi a te, perché dove ci sei tu, loro si sentono negate, senza la terra sotto i piedi, donne che non ti guardano negli occhi e con il loro corpo tagliano il contesto in due. Non fu più possibile ad un certo punto per noi continuare a chiarire, a spiegare, a cercare di concordare e mettere ordine. Ci siamo così spostate da un’altra parte e abbiamo preso contatti con altre realtà e contattato altre istituzioni.
Presa distanza dal Centro-Donna come istituzione che pretendeva di includere la differenza nella parità, abbiamo fatto la scommessa che non avevamo bisogno di un luogo né di un’associazione per esistere in città. Se ci siamo chiamate “associazione”, infatti, era per poter accedere ai finanziamenti del Comune, solo per questo motivo. Lucia era l’economa dell’associazione, noi le socie, Luana la presidente, ma quelle cariche non dicevano nulla dei veri rapporti tra noi. Da un certo momento in poi abbiamo fatto a meno del luogo, scoprendo che i finanziamenti si possono chiedere e ottenere comunque, l’importante è la forza di relazione e il valore che si dà al progetto, a quello che si vuole fare insieme, allora, se hai idee e vuoi realizzare delle iniziative, le possibilità in città ci sono, si trovano.
Allontanarci dal Centro Donna ci ha dato molta forza, ci ha reso improvvisamente libere da mediazioni al ribasso e da sterili conflitti, non più soggette alle alterne vicende della politica istituzionale, non più contattate unicamente durante i periodi elettorali come “movimento”. Eravamo ormai in grado di vedere i meccanismi di non libertà che ostacolavano il nostro cammino. Per esempio un grande ostacolo alla politica delle donne è l’immaginazione messa al posto della relazione, l’ideologia al posto delle parole che nascono dall’esperienza. Le donne del gruppi del Centro-Donna hanno detto più volte che il Centro stava per “morire”, che poteva incendiare da un momento all’altro, a causa dell’impianto di illuminazione e del volume degli spazi che non erano a norma. Ogni tanto saltava fuori questa storia, che doveva scoppiare un incendio al Centro Donna. Certo l’edificio non era a norma, ma l’incendio imminente era frutto di paure immaginarie, fatte circolare da quelle che alla forza dei rapporti a cui non credevano contrapponevano il mondo “esterno”.
All’inizio degli anni Novanta, mentre il mondo era sconvolto da enormi cambiamenti, guerre, la caduta del muro di Berlino che rivelava la fine dei regimi comunisti dell’Est, è avvenuto un incontro felice fra tre donne che avevano una storia politica e radici profonde negli anni Ottanta e anche prima: una sono io, che, insieme con Nadia e Daniela, avevo dato vita alla “Rete della differenza” che si riuniva al Centro Donna, un’altra è Lucia, che aveva una intensa vita di associazione e conosceva molto bene il suo quartiere, la terza è Luana Zanella, anche lei molto radicata nella città di Mestre, dove sua madre l’aveva messa al mondo, che conosceva praticamente ogni abitante del quartiere, sapeva la storia di tante persone, “teneva in mano la città”, nel senso che attraverso lei passavano tantissimi fili di relazione e tantissime potenzialità. Tutte tre vedevamo chiaramente i fatti drammatici, guerre, esodi di massa, immigrazione povera, degrado urbano, che accadevano in quegli anni in ogni parte del mondo e volevamo agire in città per un cambiamento radicale.
Da questo incontro nascono le Vicine di casa, da questo mettere insieme delle reti.
All’inizio ci siamo limitate ad una politica nel quartiere. Abbiamo partecipato per esempio a una festa del rione Pertini, vendendo la rivista Via Dogana, mettendola vicina agli oggetti della memoria “domestica”, esposti nei banchetti allestiti dalle e dagli abitanti; abbiamo organizzato una giornata di festa l’8 marzo, utilizzando la sala della Parrocchia, un ciclo di proiezioni di film sull’amicizia tra donne, degli incontri nelle case. Ben presto la stampa e la televisione hanno dato visibilità alle Vicine di casa, per esempio in occasione della lotta del rione Pertini per il mercatino. Le vicine di casa partecipavano alle assemblee pubbliche del quartiere, facevano parte della delegazione degli abitanti, prendevano la parola, protestavano, giravano per gli uffici, imparavano a leggere le carte dei tecnici e degli architetti, ponevano domande agli amministratori, aprivano contraddizioni. Ovunque si è vista la potenzialità delle Vicine, anche il parroco del quartiere ha colto la novità delle Vicine e scritto una lettera sul giornalino della parrocchia in cui, preoccupato, parla della fine del patriarcato e della nuova forza delle donne che vedeva aggirarsi per le vie del quartiere. Evidentemente avevamo toccato qualcosa di profondo. Le Vicine infatti fanno leva su qualcosa che tutti anche oggi riconoscono, donne e uomini, basta che volgano lo sguardo verso la realtà vicino a casa, verso l’economia domestica che nasce e si sviluppa intorno alla figura materna e alle relazioni femminili.
Luisa Muraro, a cui avevo dato nella primavera del ’91 il primo volantino delle Vicine di casa, ha colto subito la novità del progetto e ci ha scritto una lettera in cui ci poneva dieci domande che riguardavano i rapporti tra noi, le contraddizioni, i conflitti, la scommessa politica delle Vicine. Ci siamo riunite a casa di una vicina e abbiamo iniziato a rispondere a quelle domande, registrando la nostra conversazione. Ne è nato così un articolo per Via Dogana, il primo articolo delle Vicine di casa. La nostra era una pratica politica in grado di misurarsi, a partire dal contesto vicino a casa, con i grandi problemi del presente e di dare risposte significative al bisogno diffuso di senso e di radicamento. Da lì sono nati collegamenti, contatti, ricerche. I problemi molto grossi che in quel momento stava affrontando la nostra città erano l’inquinamento chimico causato dalle fabbriche di Porto Marghera, la fine dell’organizzazione fordista del lavoro e le nuove forme di lavoro, la presenza sulle strade di notte di giovanissime prostitute dell’Est, l’arrivo di tantissimi immigrati, molti dei quali nomadi, il degrado urbano. Nella periferia della nostra città nei primi anni Novanta erano stati allestiti due campi nomadi. La gente aveva paura, per cui si erano verificati dei conflitti nelle assemblee di quartiere, dove tanti abitanti accorrevano per gridare contro l’amministrazione che accoglieva il “popolo delle discariche”. Quello è stato un momento molto difficile. In più, un quartiere intero, quello di Via Piave, era insorto perché le prostitute dell’Est o del Sud del mondo circolavano liberamente per le strade, causando disagi alle e agli abitanti, aumento del traffico di veicoli (una vicina di casa di casa aveva fatto il conto che in un’ora erano passate sotto casa sua non so quante macchine!più di cento forse), oltre a problemi di igiene e di decoro. Di notte dentro i piccoli giardini che circondano le case di Via Piave veniva gettato di tutto: fazzoletti sporchi, preservativi, cicche, lattine, pannolini ecc. La gente era come inferocita e chi prendeva la parola cominciava sempre così: “Non sono razzista, però …”. Allora quelle di noi che si trovavano coinvolte in questo genere di problemi, hanno attivato una pratica di ascolto, senza voler avere ragione e dire l’ultima a tutti i costi, perché certi problemi, questo lo abbiamo capito bene, non sono risolvibili, o non lo sono immediatamente, ci vogliono le mediazioni giuste; però la gente si può ascoltare, si può cercare di capire e, invece di dire a quelli che protestano: “vergognatevi, siete razzisti, egoisti, incapaci di solidarietà!” o proporre loro ideali impraticabili, come facevano i partiti della sinistra o i giornali locali che scrivevano a titoli cubitali insulti e parole cariche di disprezzo nei confronti degli abitanti, noi ci siamo collocate dalla parte della comunità ospitante per cercare di capire le cose tenendo conto di questo punto di vista, ma soprattutto per portare il conflitto ad un livello più alto.
Così abbiamo iniziato un’azione che dal locale ci collegava ad un contesto più ampio, perché vedevamo che i problemi che avevamo noi li avevano anche tante altre città in quel momento in Italia e in molte parti del mondo. Iniziava la globalizzazione. Dal momento in cui abbiamo preso la parola pubblica e ci siamo poste come voce autorevole di donne che avevano a cuore la città, siamo state invitate a parlare in molti altri luoghi, nei paesi vicini a Mestre e in altre città, suscitando sempre un vivo interesse e molto riconoscimento. Non eravamo delle docenti universitarie o funzionarie della politica istituzionale che arrivavano con una relazione da esporre, ma parlavamo a partire dall’esperienza, ci ponevamo come “vicine di casa” appunto, come donne che avevano deciso di far fronte al disordine nella propria città e scommesso sulla qualità dei rapporti per restituire senso al vivere quotidiano. Da qui una rete sempre più fitta di relazioni.
Con le Vicine di casa ho potuto sperimentare l’efficacia di una lingua che nominava in termini semplici, concreti, vicini all’esperienza la realtà dei grandi problemi del mondo attuale. Quegli anni di forte esposizione pubblica sono stati molto appassionanti.
La pratica del vicinato si poneva come una politica che andava bene a uomini e donne, un nuovo modo di fare politica che ci consentiva di avvicinarci ai problemi della nostra città, di ascoltare le ragioni diverse di uomini e donne, rendendoci capaci di mediazioni, di risposte positive e concrete anche nelle situazioni più difficili.
Poi nel 1996 – ’97 c’è stato un arresto, un conflitto. Proprio nel momento in cui avevamo raggiunto il massimo di visibilità e la scommessa delle Vicine di casa andava ulteriormente radicalizzata, rilanciata, proprio allora si manifesta in alcune di noi l’esitazione alla vita pubblica, si ripresenta l’estraneità dovuta ad innumerevoli motivi (un non sentirsi all’altezza della situazione, non saper stare alla realtà delle contraddizioni in quel momento) e nascono tra noi incomprensioni profonde: da un lato ci sono quelle che mettono al centro la città con i suoi problemi, puntando sulla parola pubblica e che scommettono sulla trasmissione della pratica di relazione in ambiti sempre più vasti, attraverso iniziative e dibattiti non solo nella propria, ma anche in altre città, dove sempre più spesso sono chiamate a parlare da gruppi, realtà politiche, istituzioni, dall’altra ci sono quelle che si sentono incalzate da un troppo “fare” e sono sempre più a disagio nello spazio pubblico, mentre privilegiano lo spazio dei rapporti e misurano ogni cosa che accade con il criterio dell’autenticità dei percorsi e il grado di consapevolezza raggiunta.
Donne che erano colonne portanti del progetto cominciarono a vacillare e ad avere dubbi sulla forza e l’efficacia della politica che stavamo facendo insieme.
L’esitazione alla vita pubblica, nominata in un articolo su Via Dogana da Lia Cigarini, non è una spiegazione sufficiente, secondo me, di questo impasse in cui ci siamo trovate. Ad un certo punto la vita pubblica sembrò ad alcune slegata a tal punto dal piano dei rapporti da risultare una finzione insopportabile. Ci fu una tacita separazione. Io, Luana, Nadia e altre abbiamo continuato a portare avanti in città una visibilità pubblica della differenza e da quel conflitto andiamo avanti. Oggi ci vediamo nelle case e utilizziamo gli spazi pubblici della città, la sala del quartiere, la casa dell’Ospitalità, la biblioteca del Centro-Donna, il Centro “Maria delle Grazie”, il Liceo Giordano Bruno. Tra noi ci sono quelle che puntano solo sul piacere e il sapere dei liberi rapporti e quelle, poche, che guardano da qui anche alla vita pubblica.
Il vincolo delle Vicine sono i legami fra noi. Io sento ancora molto forte il legame con Luana Zanella, come se ci fosse una promessa, una restituzione di senso che non si è realizzata pienamente, una ricchezza di cose capite e di esperienze fatte da rielaborare e rimettere in gioco.
Per quanto riguarda i problemi che abbiamo affrontato nel nostro percorso e che ancora ci vedono impegnate, ne elencherò alcuni:
Il riconoscimento di autorità e di competenza politica da parte di uomini, istituzioni, università, scuole, giornali, quartieri, enti, realtà del mondo economico. Il problema della giusta posizione da prendere rispetto alle istituzioni: non si può chiedere all’istituzione, sia questa il Comune, il Quartiere, la Scuola, finanziamenti e riconoscimenti pubblici. Spetta all’istituzione, che è fatta di persone, nomi e cognomi, formulare una domanda, promuovere autorità sociale, riconoscere figure sociali positive, capire, attraverso uno sguardo attento, ciò che si muove e genera cambiamenti positivi nel territorio. Chi amministra e governa la città coglie l’oro delle Vicine di casa, se noi sappiamo renderlo visibile e ne abbiamo cura come di un bene prezioso che non può essere posseduto, ma, per brillare e moltiplicarsi, ha necessità di passare di mano in mano. Questa ricchezza non ce l’abbiamo solo noi Vicine di casa, ma molta altra gente che in questi anni abbiamo intervistato, uomini e donne di grande valore, capaci di dare orientamento, di trovare soluzioni pratiche ai problemi. Bisogna che l’istituzione si guardi intorno e sappia valorizzare le competenze di donne e uomini che operano in città con coraggio, intelligenza e generosità.
Il conflitto con lo schema diritti – uguaglianza – democrazia è sempre aperto. I rapporti di differenza con gli uomini: c’è tutto uno stile di relazione che bisogna apprendere ed esercitare per poter intrecciare nuove forme di relazione con gli uomini. Le relazioni di differenza sono necessarie se si vuole costruire un mondo di donne e di uomini.
Un’altra questione ancora sono i rapporti con le donne giovani, per niente facili. Anni fa abbiamo scelto di puntare sulle donne giovani, abbiamo parlato con figlie adolescenti, nipoti, nuore, studentesse, colleghe, ricercatrici universitarie, ragazze impegnate nel volontariato e cercato di trasmettere loro una modalità diversa, più libera di essere donne. Secondo noi valeva la pena lavorare sulle relazioni con le giovani donne: si trattava di un investimento sul futuro. Ci siamo chieste quale fosse il modo migliore di consegnare alle giovani l’eredità delle Vicine, il sapere guadagnato nei rapporti. A volte però è accaduto che la giovane, mossa da risentimento e antagonismo nei confronti delle madre, dell’insegnante, delle donne più anziane, si sia sottratta alla misura femminile e abbia preferito rivolgersi ad una autorità maschile. Alcune giovani hanno tradito improvvisamente la fiducia riposta in loro e, non disposte a fare la fatica di sostenere il proprio desiderio, si sono spostate su un terreno più facile, neutro, rinnegando così le proprie simili.
L’impresa simbolica delle Vicine di casa è stata, ed è ancora per molte di noi, quella dell’educazione di figli, figlie e ora anche di nipoti (alcune di noi sono ormai nonne). Il “ritorno” di questa politica c’è quando la ragazza, ormai inserita nella vita adulta, capisce di essere stata sostenuta da mani, da sguardi e parole femminili e torna a dirlo o scrive una lettera in cui riconosce l’importanza che ha avuto nella sua adolescenza la figura delle vicine riunite intorno a sua madre, oppure quando l’ ex studentessa, divenuta imprenditrice o professionista, ringrazia l’insegnante a cui deve la sua formazione e la presa di coscienza. Ci sono delle tesi di laurea dedicate alle Vicine di casa, innumerevoli lettere scritte da madri a figlie e viceversa, benedizioni di matrimoni, commemorazioni di madri, sorelle o fratelli di alcune di noi che hanno reso meno dolorosa, altamente significativa la cerimonia laica di addio o il funerale religioso.
Serata dedicata alla storia orale russa e alla discussione del libro di Liudmila Kouchera Bosi La “chanson” russa
Nel 1975 in Francia è uscito un disco particolare, Blatnye pesni (canzoni della mala) cantate da Dina Verni. Come mai una baronessa di origine russa, ricchissima padrona di una galleria d’arte, moglie dello scultore francese Mayole, amica di Picasso e di Matisse si è dedicata al folclore della mala russa? La sua famiglia ha emigrato dalla Russia in Francia nel 1926 quando lei aveva sette anni. E’ tornata in Russia nel 1959, quarantenne.
Come era Mosca di fine anni Cinquanta? Dopo la morte di Stalin, nel 1953, sbocciarono i primi germogli della libertà, dai lager staliniani ritornarono detenuti politici. Tempi nuovi, canzoni nuove. Juz Oleshkovskij scrive il Canto a Stalin e Un mozzicone. In breve arrivano le prime registrazioni di Vysotskij, Galich, Okugiava e di altri cantautori. Dina Verni si incontra con pittori d’avanguardia: Kabakov, Bulatov, Rabin nonché con alcuni dissidenti. A ogni incontro si cantano le canzoni che seducono Dina. Ecco cosa scrive nell’annotazione al suo disco Blatnye pesni: “Il fascino della lingua, l’umorismo, la nostalgia e forza brutale insiti in quelle canzoni creano una poesia irripetibile dove la rozzezza confina con la tenerezza… L’io cantando è un detenuto in un posto lontano. La sua canzone vola come una rondine…” Incantata da quelle canzoni, Dina decide di produrne una raccolta. Però c’è un problema: come portare le canzoni fuori dall’Unione Sovietica? Non si poteva né trascrivere i testi, né registrarli su nastro magnetico, perché c’era pericolo delle perquisizioni alla frontiera. E Dina Verni impara a memoria 24 canzoni “registrate” nella sua testa. Così le ha portate in Francia e le ha cantate con la sua bellissima voce, calda e sensuale. Sono passati tanti anni dall’uscita di quel disco, di tanti dischi di vari cantautori e di autori ignoti. Ma rimanevano sempre in un limbo di underground come parte integrante del folclore metrapolitano che non aveva accesso né alla radio, né tanto meno alla televisione. Vivo in Italia da 29 anni e non ho avuto occasione di sentire questo tipo di canzoni russe. Poi, qualche anno fa, casualmente, durante un breve soggiorno a San Pietroburgo ho avuto qualche cassetta di registrazioni delle canzoni presentate come chanson 2 russa. Ne sono rimasta affascinata anch’io. Ricevute in dono da un giovane ex detenuto, ho portato a casa queste cassette, ho sbobinato le più belle e ho deciso di farle conoscere in Italia. Durante il lavoro di traduzione, assai difficile, ma veramente coinvolgente, ho trovato sull’Internet alcuni siti dedicati alle Blatnye pesni, al folclore della mala e ho ampliato la raccolta. Il volume intitolato La Chanson Russa, canzoni di delitto e castigo è stato pubblicato dalla Casa Editrice Polimetrica nel 2004 e include centodieci canzoni, suddivise in “capitoli” che raccontano la vita dei detenuti: Amicizia, Amore, Delitto, Destino, Donne, Evasione, Ingiustizia, Libertà, Malavita, Mamma, Reclusione, Tradotta, Humour. Tutti momenti importanti della vita dei pregiudicati e sentimenti umani universali: dolore e gioia, amore e odio, disperazione e speranza, sensi di colpa, e via cantando. La definizione La Chanson Russa è stata usata, pubblicamente, per la prima volta nel 1998, quando una nuova emittente radio di San Pietroburgo si è data questo nome: Radio Pietroburgo – La Chanson Russa. Un grande successo di ascolti! Due anni dopo, a Mosca, nasce l’emittente radio La Chanson. Così viene trovato il nome per un genere della musica popolare russa, genere che abbraccia vari sottogeneri – dalle canzoni di famosi cantautori alle blatnye pesni (canzoni della mala). Il genere Chanson viene studiato, si cercano le sue origini e le prospettive. In un articolo sul settimanale russo “Argomenti&Fatti”, N°30, 2001, troviamo questa definizione: “Il genere Chanson è la fusione della musica popolare, adattata all’ambiente urbano, cioè è folclore metropolitano”. Jurij Sevastianov, direttore di una compagnia che produce album della Chanson, scrive: “Chanson è la nostra musica nazionale. Prima la suonavano nei portoni, nei cortili con le chitarre acustiche, adesso magari con quelle elettriche”, e, aggiungiamo, alla radio e nei ristoranti. Grazie alla radio le canzoni del detenuto e della mala trovano la loro “visibilità” sonora, ed escono alla luce del sole. Milioni di persone le ascoltano andando col pensiero ai congiunti detenuti in attesa di giudizio o internati nelle colonie penali. Dalla radio, la Chanson approda sull’Internet e letteralmente lo invade. Adesso esistono migliaia di siti dedicati, i più famosi sono Rambler, Chanson russa, Shanson (sic!) russa, Blatnoj folclore, collegati tra di essi con un kolzo sajtov (anello di siti). Questi siti contengono un oceano di materiale biografico, auto3 biografico, bibliografico, articoli sull’argomento, testi e musica delle canzoni, sia quelle dei famosi cantautori che quelle anonime, di autori rimasti ignoti per il rischio di esporsi oppure perché tramandate dal folclore musicale: storie delle “gesta” dei malviventi, storie di delitto e castigo, canzoni di lamento e di denuncia, ma anche di allegria spensierata. Musicalmente, molte canzoni sono alquanto orecchiabili e non per questo prive di struggente lirismo. Sono accompagnate spesso da una chitarra, da un gruppo di pochi elementi o da un’orchestrina. Molte canzoni entrarono nella vita della gente tramite i film, commedie musicali, e diventarono popolari. Se la canzone della mala e la canzone del detenuto convivono con naturalezza e talvolta addirittura si confondono, dobbiamo tener presente che un delinquente e un detenuto non sono necessariamente la stessa persona. Molte canzoni appartenenti a questo genere venivano definite “blatnye” per distinguerle da quelle “ufficiali”, scritte da compositori del “realismo socialista”, che esaltavano in questo modo il lavoro di operai, contadini, minatori, marinai ecc. Il folclore della mala (blatnòj fol’klòr) esiste da sempre, come esiste da sempre il mondo della malavita con la sua storia, la sua sottocultura: il gergo furbesco, i simboli dei tatuaggi, una narrativa orale e, soprattutto, la canzone. Si conoscono le canzoni dei reclusi, degli ergastolani che facevano parte del folclore dell’epoca zarista, del periodo pre e post rivoluzionario, del periodo sovietico e post sovietico. Esistono anche canzonette di cortile cantate perfino da fanciulli. Chi di noi non aveva conosciuto e cantato “Pollastro arrosto, pollastro tosto”? In effetti, fanno parte della Chanson russa anche le cosiddette canzoni degli internati (làgernyje pésni) che non sono per forza canzoni della mala, perché nei lager venivano e vengono internati non solo ladri, assassini, stupratori, furfanti, truffatori, ma anche condannati per reati politici o civili (bancarotta fraudolenta, contrabbando, abuso di potere, teppismo, spaccio di droga, reati ecologici, reati informatici, ecc.). Molte canzoni erano clandestine e si cantavano in modo sommesso perché non venissero ascoltate da qualche delatore. Una canzone poteva costare dieci anni di lager stalinista. La più famosa e la più pericolosa per chi l’aveva scritta o la cantava, tra le 4 canzoni diffuse tramite “samizdat”, è “Canto a Stalin” di Juz Ale.kovskij. Juz Ale.kovskij è nato a Krasnojarsk (in Siberia) nel 1929, in una famiglia ebrea. Aveva fatto vari mestieri, fra cui il marinaio e l’autista, scrisse poesie e libri per bambini. Nel 1947 fu chiamato a fare la leva nella flotta militare. Dal 1950 al 1953 fu internato in un lager. Nel lager Ale.kovskij finì non per motivi politici, ma per furto di un’auto che doveva servire a lui e ai suoi commilitoni per tornare in ora-rio dalla licenza domenicale. Furono fermati da una pattuglia di milizia e condannati. Fu amnistiato nel 1953, dopo la morte di Stalin. Dall’esperienza diretta di recluso di un lager staliniano nacque nel 1959, a Mosca, Canto a Stalin, una coraggiosa denuncia contro il culto della personalità del Grande Capo, Grande Stratega, Grande Studioso. Era una canzone beffa, una satira feroce, una canzone denuncia delle purghe staliniane, dei campi di lavoro del GULAG. Forse è la canzone russa più popolare in assoluto, la conoscevano tutti senza sapere il nome dell’autore. Il Canto a Stalin fu pubblicato soltanto nel 1988, sulla rivista letteraria “Novyj mir”. Il più famoso e il più amato cantautore russo è Vladimir Vysotskij (1938-1980), grande poeta, attore di teatro e di cinema. Ha composto e interpretato con la sua chitarra più di seicento canzoni! Nei suoi testi Vysotskij attingeva alla tradizione della romanza metropolitana russa. Nel ciclo di canzoni della mala Vladimir Vysotskij cambiava con facilità le maschere sociali: ora era un beone o un pregiudicato, ora un picciotto o un detenuto. I fatti narrati erano sempre talmente credibili da dar l’idea di aver realmente subito le angherie dei lager staliniani. Vysotskij è morto giovane, stroncato dalla droga e dall’alcool, ma la sua voce rauca e bellissima, come le sue canzoni geniali rimangono vive, senza perdere il loro fascino, suscitando ancora la commozione e i sentimenti di sempre. Katja Ogonjòk (vero nome Kristina Pojarskaja) è nata a Giugba, una cittadina sul Mar Nero. Cominciò a cantare a 16 anni nei gruppi pop. Poi una disgrazia, un incidente in macchina per cui fu condannata a tre anni di colonia penale. Nel lager continuò a cantare, trovò dei produttori e le sue canzoni ambientate nella zona volarono in tutta la Russia. Lei che ha vissuto l’esperienza della prigionia sulla propria pelle, racconta le storie che girano 5 nelle colonie femminili al cantautore Vja©eslàv Klimenkòv che in seguito scrive per lei testi e musica. Ha una voce calda, sensuale. La registrazione dell’album “Taigà bianca” è stata effettuata in uno studio mobile all’interno del campo penale a regime rigido della città “chiusa” Leninsk-13, in Siberia. Il 6 novembre 1998 Katja Ogonjok è stata liberata anticipatamente dopo aver scontato due anni, nove mesi e diciassette giorni. Katja Ogonjok (“fiammella”) è uno pseudonimo, nel gergo della mala “ogonjok” vuol dire “bisca”, ma anche “pistola” e “accendino”. Adesso la cantante è molto popolare ed amata, riceve un’enorme quantità di lettere da ogni parte della Russia. Attualmente Katja Ogonjok vive a Mosca, dove sta preparando, nell’ambito del movimento “Kalìna kràsnaja” (“Viburno rosso”) una tournée di beneficenza in varie prigioni della Russia. Nella sua prima intervista, rilasciata nel campo di detenzione di Leninsk-13 il 7 ottobre 1998, Katja Ogonjok dice: “Io continuo a cantare canzoni, questo mi dà molta soddisfazione e fiducia nei buoni rapporti tra le persone; mi aiuta a vivere, sperare, credere ed amare. Ascoltatele, in esse c’è la mia anima, il dolore e l’affetto per voi. L’uomo può adattarsi a tutto, tranne che all’ingiustizia. Miei cari, voglio bene a tutti voi. Siate felici, ma soprattutto, siate liberi!” Purtroppo in una breve presentazione è difficile parlare di tanti altri cantautori del genere Chanson russa. Anche se in molti considerano queste canzoni popolari di serie B, fanno parte della cultura russa, sono amate e cantate oggi come anni fa, perché esprimono sentimenti umani universali.