Introduzione all’incontro con Valentina Parisi, autricedella Guida alla Mosca ribelle (Voland, 2017), Libreria delle donne – Circolo della rosa, 6 giugno 2018.
Ho sentito leggendo la Guida alla Mosca ribelle di Valentina Parisi una consonanza, una grande emozione nel ritrovare luoghi conosciuti e visti negli anni settanta per la prima volta e poi rivisti nel corso del tempo. Oltre al gusto per il viaggio. Ma il viaggio prima di tutto come messa in gioco della soggettività di chi lo compie, soggettività che, esposta a stimoli non usuali si rinnova e arricchisce, galvanizzandosi al contatto di genti e orizzonti immaginati, sognati, ma non ancora conosciuti. I non sperimentati spazi chiedono di fare il vuoto dentro di sé per accogliere quanto d’inaspettato ci è offerto. Ed è una postura politica fertile, destinata ad applicazioni anche in altri ambiti. Si sceglie in genere di fare un determinato viaggio, seguendo un desiderio, perseguendo un completamento di sé; un’altra caratteristica che sento in comune è di intendere il viaggio non solo per sé, ma anche per altri e altre.
Per il mio modo di viaggiare e conoscere altre culture ho letto con grande interesse i percorsi esplorativi della Mosca ribelle di Valentina Parisi perché ci guida a compiere un viaggio fatto di scoperte, un viaggio non banale non eterodiretto ma che fa leva sulla nostra curiosità personale, il nostro desiderio di arricchirci con lo scambio e con la lentezza del camminare per andare a vedere ciò che lei seguendo un proprio desiderio vuole mostrarci.
A me è sempre piaciuto progettare viaggi a mia misura, osservare le trasformazioni, parlare con la gente, con le donne, per andare oltre le notizie. Questo mi è stato possibile con gli scambi fra scuole che ho organizzato per una decina di anni (dal 1992 al 2003), quando insegnavo. Nel mio ultimo viaggio (da Mosca a Vladivostók) ho seguito le tracce e la storia delle Decabriste e dei Decabristi e come Valentina Parisi nella Guida, descrivendole e quindi pubblicandola, ho reso partecipi altri della loro vicenda rivoluzionaria. Mi piaceva che anche le mie alunne e i miei alunni, vivendo nelle famiglie russe, dessero corpi, una storia alla realtà, alla lingua che studiavano sui banchi. Con la fine dell’Unione Sovietica nel 1991 io ho cominciato a sognare una civiltà europea senza frontiere, senza muri, che potesse lambire l’oceano Pacifico, arrivare oltre gli Urali fino a Vladivostók. Ho sempre temuto l’idea della fortezza Europa che si difende o si arma. Partivo perciò per capire cosa stesse succedendo, cosa pensasse la gente comune, le amiche, le insegnanti, cosa scrivessero i giornali della nuova Russia che si andava formando, tastare il polso della situazione e nelle scuole portavo la mia esperienza politica, libri di scrittrici italiane, e a mia volta compravo libri di scrittrici russe da leggere nelle mie classi.
Dal mio primo contatto con Mosca nel 1972, di questa città mi ha sempre affascinato la forma a centri concentrici, ad anelli che progressivamente si allargano (i kol’zo in russo), come quando nell’infanzia si getta un sasso in mare o in un lago e si formano cerchi che se il lancio è ben riuscito si allargano in modo quasi magico sempre di più, quasi all’infinito…
La Guida alla Mosca Ribelle di Valentina Parisi è molto precisa e dettagliata con mappe dei luoghi e dei quartieri descritti, come arrivarci con le fermate e le stazioni della metropolitana con alcune foto dell’autrice. Completa la guida un esaustivo indice dei nomi delle figure storiche e dei luoghi. Perciò è di facile consultazione, molto adatta anche per un viaggio autonomo non organizzato.
Gianpiero Piretto, nella prefazione, ci illustra perché Mosca è considerata la madre di tutte le città russe accompagnandoci attraverso i vari epiteti e attributi di Mosca in un percorso storico dall’origine della città, come prima sede del trono, e via via nel corso dei secoli. Mosca rappresenta l’antichità, la tradizione e ha goduto di una serie di attributi per distinguerla nel bene e nel male da Pietroburgo-Leningrado, città europea, voluta da Pietro il Grande all’inizio del Settecento. Nel quattordicesimo secolo Il principe Dimitrj Donskoj sostituì il vecchio Cremlino di legno con la pietra, la dolomite e il calcare, poi principi e boiardi preferirono la pietra bianca e allora Mosca si chiamò “Mosca dalle pietre bianche”. Poi oltre nel sedicesimo secolo per affermare la supremazia dell’ortodossia comparve l’appellativo “Mosca terza Roma”. Il profilo della città antica si manifestava nelle numerosissime cupole d’oro delle molteplici chiese e si fece ricorso all’espressione figurata, sòrok sorokòv, come dire mille millanta. Sòrok significa quaranta ma soròk indicava le unità amministrativo-religiose in cui la città era divisa. Così come “Mosca rossa” e “Mosca bella” testimoniano di come il nome della città fosse legato nella storia alle realtà più diverse, sacro e profano, alto e basso. Ma è nel ’57, pochi anni dopo la morte di Stalin, che a Mosca si ebbero le due settimane più intense, inaspettate e innovative che la storia dell’Unione Sovietica ricordi. Fu il VI Festival Mondiale della Gioventù e degli studenti. Fu il sessantotto prima della stagione dei figli dei fiori di San Francisco e del maggio francese. Negli anni settanta-ottanta trionfarono le canzoni d’autore del ribelle cantautore Vysòtzkij, i samizdàt, le produzioni manoscritte autonome della dissidenza politica e del femminismo. Infine per arrivare agli anni prima della grande ricostruzione degli anni novanta, l’epiteto “Mosca non è di gomma” sintetizza la resistenza degli abitanti a un allargamento smisurato dei confini. Dopo il crollo dell’URSS, la nuova identità riassunta nella Mosca-City ci presenta una capitale che vuole essere un centro affari internazionale. Un piano cominciato nel 1997: palazzi, grattacieli, torri, spazi espositivi.
Valentina Parisi nella sua introduzione ne segue lo sviluppo storico lento fino al ’900, secolo in cui il paradigma della lentezza si è capovolto. Decrescita è una parola ignota a Mosca. Frequente il termine megalopoli. Stabilire la popolazione attuale è un’impresa disperata. Dodici, tredici milioni? Ai dati ufficiali va aggiunto un numero fluttuante di presenze invisibili: sans-papier giunti per lo più da ex-repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, braccia indispensabili alla crescita implacabile della capitale. La stessa struttura concentrica della città pare garantire un allargamento a macchia d’olio. Dal Piano Generale di ricostruzione degli anni trenta voluto da Stalin, Mosca attraversa ora l’ennesima fase di trasformazioni. Ci sono gli sviluppatori, developery in russo, che mettono mano alla città chiamando la trasformazione renovacija – rinnovamento – e vogliono tramutare Mosca in una città pedonale – peschechòdnaja, anche se il clima non invita certo alle passeggiate, per cui molte strade centrali vengono ristrette. Con la City si è tornati allo sviluppo in verticale con i grattacieli in vetro e acciaio. Ne è un esempio la Torre della Federazione, l’edificio più alto d’Europa, 374 metri.
Per non smarrirsi in un simile caos occorre una chiave di lettura. La scelta di Mosca come città ribelle è da rintracciare nel passato, dice l’autrice. Il filone letterario della narrazione dell’io comincia in Russia con l’autobiografia di un disobbediente, quella scritta da Avvakùm nel carcere di Pustoziòrsk, oltre il Circolo polare artico, mentre attendeva il martirio sul rogo. Mosca è da allora centro e luogo per le proteste antigovernative. Molti in Italia ricordano, ricordiamo, la protesta mondiale delle Pussy Riot, due delle quali, Mascia Aliòchina e Nadja Tolokònnikova, nel 2012-13 furono condannate a due anni di lavori forzati nella colonia penale di Perm, liberate nel dicembre del 2013 grazie alle pressioni internazionali su Putin, in quanto c’erano le Olimpiadi a Soci e non gli conveniva. Avevano osato denunciare le collusioni di potere fra governo russo e ortodossia e potere religioso rendendo visibili le relazioni fra Putin e il patriarca di Mosca Kirill con la performance scandalosa, definita blasfema nella Cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca. Mascia Aliòchina, madre single di Filipp, inoltre era attiva nel movimento ecologista e aveva partecipato alla difesa della foresta di Khimk attorno a Mosca, che stava per essere distrutta dal progetto di costruzione di un’autostrada. Io oggi mi chiedo, citando il titolo di un’opera del poeta Nikolaj Nekràsov: Chi vive bene in Russia? Un poema che parla della vita dei contadini, servi della gleba e delle loro sofferenze, sconosciute ai nobili che vivevano separati nei loro palazzi in città. Valentina ci descrive il quartiere dove visse Aleksandr Ràdiscev, un nobile condannato all’esilio in Siberia per avere pubblicato un libro di viaggio da Pietroburgo a Mosca in cui descrive ciò che ha visto. Ci fa conoscere Fanny Kaplan e un monumento a lei dedicato, nonostante la damnatio memoriae che a lungo l’ha bandita dalla storia della città. Aveva attentato alla vita di Lenin.
Rivolgo la domanda a Valentina: Oggi chi vive bene in Russia? perché la ribellione e la protesta nascono da questa domanda. Come migliorare la vita non solo materiale ma renderla più libera nell’espressione di sé? Io quando sento strategie politiche come quella di Putin, tipo la cosiddetta verticale del potere, che portò all’eliminazione delle elezioni autonome dei governatori e alla centralizzazione delle scelte, penso all’accentramento burocratico, al risucchiamento delle risorse a Mosca, come specchio per le allodole e così interpreto le proteste e le richieste di più autonomia delle città siberiane che si vedono sottratte le risorse dalla capitale. Dal punto di vista geopolitico vedo inoltre un progressivo spostamento della Russia verso l’Asia e mi pare che sia dimostrato anche dallo sviluppo abnorme e caotico di Mosca dal 2000 a oggi, come racconta Valentina nella introduzione. Una città asiatica molto più simile a Singapore, Hong Kong ecc.
Un’altra domanda mi preme. Come vivono le donne? Perché a differenza degli anni novanta non sappiamo più nulla delle produzioni letterarie e artistiche di giovani scrittrici o scrittori? Per esempio mi ha colpito ciò che ha scritto Chiara Zamboni in Femminismo fuori sesto, sul femminismo delle cucine nell’Unione sovietica degli anni settanta-ottanta, citando il libro di Svietlàna Aleksièvic Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo: «Allora la libertà di parola di queste donne contribuì a dare una spallata al sistema sovietico ma non creò un mondo nuovo e si è lasciato travolgere dal capitalismo» (pag. 12). Oggi Eduard Limonov richiama in Italia un grande interesse di pubblico. Sono impressioni che ho ricavato ascoltando una sua conferenza nel corso della quale ha attaccato duramente l’Aleksièvic, definendola una scrittrice nemica del popolo russo e addirittura criticando apertamente la scelta di conferirle il premio Nobel, attribuendolo anzi a una precisa volontà di attaccare la Russia e di porla in cattiva luce, denigrando il popolo sovietico.
Questo testo è nato in occasione della presentazione alla Libreria delle donne di Milano del libro di Colette Shammah In compagnia della tua assenza (La nave di Teseo editore, 2018) in cui l’autrice attraversa la vita della madre Sophie che non c’è più e dialoga con lei. Dalla sedicenne ebrea di Aleppo che viene mandata sola a Parigi a studiare nell’Europa minacciosa del 1938/40, alla donna colta e indomita, esile come un «tratto calligrafico giapponese», madre di quattro femmine, che approda a Milano.
Io e Colette ci ritroviamo qui oggi dopo tanti anni perché questo luogo, la Libreria delle donne, ha un senso speciale che riassumo così: se continuiamo a cercare noi stesse le nostre strade passano da qui.
Colette Shammah si è presa l’impegno di raccontare la vita di una donna. Come scriveva Carolyn Heilbrun alla fine degli anni ’80 in Scrivere la vita di una donna, rendere visibile la vita delle donne «è una impresa femminista». Si tratta di trasformare le vite in storie perché «non sono le vite a fornire i modelli ma le storie». È un altro modo per creare simbolico. È un lavoro politicamente importante, come ci ha detto Virginia Woolf novant’anni fa (Una stanza tutta per sé). Per questa via possiamo anche – come dice Heilbrun con una libertà che a me piace – risignificare la parola potere: «Il potere è la capacità di prendere parte a un discorso dal quale dipende l’azione e il diritto di essere ascoltati.»
Tu, Colette, ti sei presa la libertà di guardare alla vita di tua madre. E di farlo, inevitabilmente, con i tuoi occhi e con il tuo sentire. Un bel regalo che fai a tua madre: «No, non volevo che il mondo ti dimenticasse, che cancellasse il tuo nome.» Onori lei e ti prendi la tua bella libertà, di esserci tu, tutta intera nella storia di tua madre. Questa è l’impresa che ci interessa.
Ci vuole coraggio per esserci in presenza della madre. Colette ce lo dice: di fronte a lei «ero sempre in bilico tra menzogna e chiusura.» Eppure, essere vista dalla madre è un passo obbligato: «Alla mia età, avevo ancora bisogno di essere vista da te. Peggio: di essere vista tout-court. Saperlo era stancante. Per questo dopo la tua morte ho ritenuto che fosse arrivato il momento di uscire allo scoperto e di rivelare chi ero veramente.»
I dispositivi per costruire e preservare la propria identità sono uno dei fili rossi che attraversano tutto il libro. Scopriamo ad esempio la fascinazione di Zekìye, la madre di Sophie, per una figura leggendaria di donna, un’antenata della Spagna del Cinquecento, ai tempi dell’Inquisizione: «Zekìye era affascinata da quella donna che aveva vissuto contemporaneamente due esistenze in due mondi diversi, una da esibire e l’altra da proteggere e nascondere, una donna che aveva due nomi, anzi tre: Hannah di nascita; Beatriz, imposto dall’Inquisizione; Gracia, scelto da lei.»
Anche la giovanissima Sophie si misura con la propria madre: «Ma non avrebbe mai smesso di stupirsi di come sua madre cambiava in presenza dei nonni paterni: sembrava diventare meno sicura di sé, più mite e arrendevole. Una cosa che non le piaceva. Da grande, avrebbe cercato di non fare come lei: non si sarebbe mai lasciata sottomettere.» Decisioni perseguite con fermezza anche quando la forza non c’è ancora: «Lei teneva le gambe rigide e dritte come un soldato. Molto dritte. Questo le dava una certa sicurezza. Si sentiva meno sola perché era salda sui piedi.»
Quando quella forza cresce la Sophie adulta è diventata «una donna dalle mille qualità, attraente e manipolatrice. Un’affascinante piovra piena di desideri.» Alla figlia non resta che invidiare «la tua forza di volontà, la tua precisione di desideri».
Fuga? Conflitto? Oppure la scelta di inabissarsi in una clandestinità che è un modo per convivere con le proprie fragilità sentendosi anche forti? O addirittura la consapevole strategia di Penelope per tessere in segretezza le proprie tele quando il contesto prende il sopravvento? Elaborare la fragilità o l’onnipotenza materna rimane un paradigma fondamentale per affrontare le disparità tra donne.
Ma c’è un altro aspetto di questo libro che mi preme sottolineare. Si scrive sempre nella lingua materna che, come scrive Luisa Muraro ne L’anima del corpo, «è lingua endogena e relazionale, parlante da dentro, trovata con altri, risorsa di un’interiorità non isolata, che si potenzia nello scambio con altre e altri, mediatrice di distanze che altrimenti si popolano di macchine e mostri».
Eppure Colette scrive e pensa in italiano – come ha deciso crescendo – benché la lingua dello scambio familiare, la prima lingua, sia sempre stata il francese. Questo contraddice la natura unica della lingua materna? No davvero. Perché il cuore del discorso sulla lingua materna è che è lingua soggettivante, cioè quella che ti mette in grado di rigenerare l’esperienza. È la lingua che sprofonda dentro quando cresciamo, ma rimane a disposizione e la possiamo recuperare dentro di noi. È la lingua dell’arte e delle relazioni. Quella che ti consente di riarticolare il rapporto tra pensiero e parola. Ha scritto María Zambrano: «vivere umanamente è andar nascendo, continuare a nascere.»
Non si può rinunciare all’inesauribile nascere. La lingua materna dentro di noi ci consente di continuare a farlo e a stare così nel mondo. Qualunque essa sia e comunque si trasformi: ricordo che da giovane mi piaceva andare all’estero per sentirmi più libera e proprio la lingua straniera mi sfidava a scoprire chi ero e fin dove volevo spingermi.
Un’ultima osservazione. A sorpresa l’autrice scrive: «Ritorno nel presente, all’hotel Westin Palace dove ogni mattina vado a ritrovarti, scrivendo.» Che meraviglia! Il luogo per ritrovare la madre – e dunque se stesse – è uscire dalla casa, dal tuo luogo, per poter cercare al di là del già detto della tua vita. Ti crei spazio fuori, in quel luogo insieme stanziale e di passaggio, esposto e misterioso che è la hall di un albergo.
Questa è l’altra lezione che la figlia impara dalla madre Sophie, nomade, mai profuga: «Aveva innata la capacità di sentirsi pronta e a casa ovunque. E di abitare a pieno titolo la sua realtà.» Una lezione che per Sophie viene da lontano: «Il rabbino aveva spiegato che per andarsene da un luogo era indispensabile aver assimilato il concetto di libertà, mentre per scappare non c’era bisogno di elaborare un sapere, poiché malgrado le apparenze la coscienza non si modificava e non avveniva alcun cambiamento.»
L’abbiamo imparato: la stanza tutta per sé ce l’abbiamo dentro e ce la portiamo nel mondo. Il cerchio si chiude: siamo tornate al qui e ora, radicate ed esposte, ad attraversare le nostre differenze.
(www.libreriadelledonne.it, 28 febbraio 2018)
Milano, Libreria delle donne – Circolo della rosa, 24 febbraio 2018 ore 18. C’era una volta un’Italia comunista che faceva paura agli americani. Oggi, si tratta solo di nostalgia oppure resta qualcosa da dire di quella grande esperienza di uomini e donne? A partire dal libro di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci (Harpo 2017), ne discutono con le autrici Liliana Rampello e Massimo Lizzi.
Introduzione di Massimo Lizzi
Del glossario, la prima parte del libro di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli, ha parlato Liliana Rampello. Come lei ha anticipato, la seconda parte del libro consiste in dieci interviste di dieci domande a sei donne e quattro uomini protagonisti della storia del PCI. Una scelta che vuol far prevalere il punto di vista femminile e femminista su una storia prevalentemente maschile.
Le domande sono incentrate sulle ragioni dell’adesione al PCI; la formazione politica e culturale, individuale e collettiva; il rapporto tra i sessi e con il femminismo; le pratiche politiche e il giudizio sulla comunità del PCI, se migliore delle altre; la propria definizione politica oggi, poiché quasi tutte le persone intervistate non sono più iscritte ad alcun partito.
Le ragioni della scelta del PCI
Gianni Cuperlo, il più giovane degli intervistati, l’ultimo segretario della FGCI, dice che per la sua generazione — si iscrive alla FGCI nel 1976 — l’adesione al PCI non si caricò di una scelta epica e sacrificale, come per le generazioni precedenti. Aldo Tortorella ricorda della sua militanza di giovane partigiano a Genova, tre compagni: il primo fu colpito a morte in strada, il secondo fu impiccato, il terzo fu deportato in un lager. A lui poteva capitare la stessa sorte. Tentato più volte di lasciare il partito, non lo fece mai, perché l’avrebbe vissuta come una scelta vile nei confronti di chi aveva sacrificato la vita. Cuperlo definisce la sua una scelta quasi per inerzia: i giovani comunisti erano la comunità più prossima e più ospitale tra i moti collettivi della scuola.
La mia scelta fu ancora meno epica di quella di Gianni Cuperlo, che almeno visse la seconda metà degli anni ’70. La mia generazione è quella degli anni del riflusso e del disimpegno. C’era un grande turn-over di giovani, ma c’era anche un notevole nucleo di militanti costanti e quasi totalmente disponibili. Sapevamo di non essere epici, ma ci sentivamo gli eredi di un’epica. Non rischiavamo nulla e non avevamo paura che il tempo del rischio potesse tornare. Solo quando vidi un film sui desaparecidos argentini (La notte delle matite spezzate) mi resi conto del rischio potenziale che una scelta di militanza poteva sempre implicare. Ricordo che da bambino venivo mandato a comprare i giornali e mia nonna, che aveva una mentalità cospirativa, si arrabbiava se non tenevo l’Unità nascosta dentro La Stampa.
La scelta del PCI non era, per noi, solo una scelta tra partiti. Era una scelta di campo nel conflitto tra entità storiche. I comunisti si misuravano non solo e non tanto con gli altri partiti, quanto con realtà più grandi, importanti e potenti: la chiesa cattolica (con cui c’era un dialogo e una rivalità morale); la Fiat e il capitalismo (con cui c’era un rapporto di conflitto e negoziazione, per lo più attraverso il sindacato, sempre a partire da una visione di interessi contrapposti o differenti); gli Stati Uniti e l’imperialismo, lo stato che occupava il nostro paese con le basi militari, e che voleva ancora installare gli euromissili, ed era avversario, oltreché dell’Urss, dei vari movimenti di liberazione nei vari continenti.
La scelta del PCI era pensata dal quel nucleo militante forte come una scelta di vita. Sia nel senso che sarebbe durata fino alla morte. Sia nel senso che era la cosa più importante della nostra vita. Sempre disponibili (pure i turni di vigilanza notturni, in Federazione o alle Feste dell’Unità). Sempre attivi, anche in situazioni che apparentemente non c’entravano niente con la politica. Persino un corteggiamento poteva sfociare in un’azione di sensibilizzazione politica.
La fine del PCI, per essere stata un’abiura giocata nella contingenza della politica spettacolo, in retrospettiva ha ridimensionato tutto questo e ha fatto spazio alla percezione di aver vissuto una storia sbagliata, di aver fallito, di essere stati smentiti nella diversità e nell’originalità dei comunisti italiani. E quindi, la percezione di avere avuto e di avere politicamente torto. La trasformazione socialista della società italiana non era avvenuta. Il programma, la strategia, l’organizzazione del PCI non erano state adeguate perché avvenisse e non era in vista nessun adeguamento futuro, perché quell’obiettivo storico veniva archiviato. Si poteva allora essere comunisti per ragioni sentimentali rivolti al passato o per motivi utopici rivolti al futuro, ma non lo si poteva più essere per motivi politici rivolti al presente.
Il libro, almeno nel ripensare la storia passata, lenisce questo sentimento depressivo, perché mette a fuoco e dà valore politico ad alcuni aspetti della storia comunista, che nel bilancio delle realizzazioni, tra critiche e autocritiche, sono lasciati sullo sfondo o del tutto ignorati.
La formazione politica e culturale
Un aspetto è la formazione politica e culturale. Luciana Castellina vede i suoi compagni di scuola comunisti essere di gran lunga i più colti e intelligenti, quelli che esercitavano più influenza su di lei. Graziella Falconi da ragazza definisce il PCI come il più intelligente d’Italia. Io stesso intendevo l’essere comunista come l’essere più preparato degli altri nella conoscenza dei fatti, nel modo di interpretarli e nell’abilità dialettica.
Alcune risposte sui libri della propria formazione individuale vanno oltre il senso della domanda ed espongono di fatto una vasta indicazione bibliografica. Le persone intervistate hanno letto molto, alcune di tutto: letteratura, poesia, filosofia, saggistica, storia, i classici soprattutto. Le donne più degli uomini. Agli uomini mancano del tutto le autrici.
A significare l’importanza dei libri c’è una battuta attribuita da Marisa Rodano a Palmiro Togliatti: «Non perdete troppo tempo con i giornali, piuttosto leggete romanzi». E c’è soprattutto un tragico episodio raccontato da Emanuele Macaluso: la sorte di Michele Calà, il bibliotecario della sua cellula di partigiani a Caltanissetta, che sotto i bombardamenti, invece di rifugiarsi, si preoccupa di salvare i libri e viene ferito mortalmente da una scheggia.
Il PCI si concepiva come intellettuale collettivo, per esercitare una egemonia culturale nella società. Incoraggiava la formazione individuale e organizzava quella collettiva, mediante giornali e riviste, in particolare l’Unità e Rinascita, e una rete di scuole di partito, la più importante alle Frattocchie, fuori Roma, dove si tenevano corsi e seminari, anche di molti mesi, per gli operai, le donne, i dirigenti e gli amministratori locali.
La stessa vita di partito in sezione e l’attività di base nei quartieri, a scuola e nelle fabbriche, oltre che per la sua valenza politica e propagandistica, era considerata un aspetto importante della propria formazione. La consuetudine con un operaio era quanto di meglio, per evitare di diventare un astratto intellettuale operaista (Achille Occhetto).
Il giudizio sulla comunità politica del PCI
L’appartenenza e la vita di partito avevano un importante aspetto comunitario. Lia Cigarini racconta del militante andato via con il manifesto, ma poi tornato alla sua sezione del PCI, perché bisogna pur avere degli amici nella vita. Secondo Aldo Tortorella, dovunque andavi potevi trovare un compagno disposto ad accoglierti come un fratello o così pareva. In parte, pareva anche a me, se penso al rapporto speciale con genitori e insegnanti comunisti o al modo in cui potevamo essere accolti da comunisti sconosciuti, durante la diffusione dell’Unità o un’attività porta a porta. A scuola, l’ultimo anno, sospettavamo della relazione tra un professore e una studentessa: entrambi comunisti, in pubblico si davano ostentatamente del lei. Oggi sono sposati con due figli.
La comunità del PCI teneva insieme cose diverse. Diverse generazioni, diverse anime politiche, in particolare quella riformista e quella movimentista negli anni ’80, di cui le due autrici sono espressione. E questo nel rispetto e nella valorizzazione reciproca, o almeno ci si curava che apparisse così. Diverse figure sociali operai, impiegati, commercianti, artigiani, piccoli e medi imprenditori. Lia Cigarini racconta come nella sua sezione nel centro di Milano fossero presenti l’ambulante e il primo violino della scala, la portinaia e l’intellettuale, l’artigiano e il bancario.
Quasi tutte le persone intervistate ritengono che la comunità politica del PCI fosse migliore delle altre. Un giudizio che richiama la diversità dei comunisti italiani. Lia Cigarini dice che tutti i funzionari che conosceva avevano fatto due scelte serissime: la resistenza e la povertà. Luciana Castellina osserva che quando i comunisti hanno rinunciato alla loro diversità, non si sono avvicinati di più alla gente, se ne sono invece allontanati.
Il rapporto tra i sessi e con il femminismo
Questo è l’aspetto più problematico visto oggi da questa sede, ma già da molto tempo. Lia racconta di avere rotto con il PCI, le sue pratiche politiche, negli anni ’60, dando vita con altre al primo collettivo del femminismo della differenza (DEMAU).
Una signora libraia, giovedì sera, sapendo che sarei qui intervenuto oggi pomeriggio, mi ha chiesto qual era l’argomento in discussione. Le ho detto che presentavamo un libro sulla storia del PCI. Mi ha risposto che il PCI non l’ha mai appassionata tanto, perché lo vedeva come parte del mondo maschile. Nel motivare questo ha citato, non tanto il ruolo degli uomini, il rapporto tra compagni e compagne, quanto il modo in cui i compagni trattavano le loro mogli e fidanzate: le mettevano in secondo piano rispetto all’impegno prioritario della militanza. Da segretario di sezione, quando convocavo i compagni per telefono, spesso dovevo fare una trattativa con la moglie, se rispondeva prima del marito. La questione fu discussa in un comitato centrale del 1953, perché il PCI accusava la DC di non essere coerente con il suo modello di unità familiare, poiché con gli effetti del suo governo, la povertà, la disoccupazione, l’emigrazione, disgregava le famiglie. Tuttavia, al lavoro, il PCI aggiungeva la militanza totalizzante e questo sottraeva ulteriore tempo alla famiglia. Sorse così la preoccupazione tra i comunisti che le mogli trascurate potessero essere preda di vicini, amici benintenzionati o dei parroci ed essere convinte a votare per la DC. L’Unità pubblicò un editoriale titolato: «Per chi voterà tua moglie?». L’indicazione del CC del Partito fu, non quella di dedicare più tempo alla famiglia sottraendolo al partito, ma intensificare la propaganda politica in famiglia.
Il maschilismo del PCI era comunque il più amico delle donne. Aveva una cultura emancipazionista. Un’organizzazione di donne di massa, che se non teorizzava la relazione tra donne, a suo modo la praticava e quell’associazionismo femminile creò le condizioni e determinò la riforma del diritto di famiglia e la tutela delle donne divorziate. Il PCI fu l’unico partito a tentare di aprirsi al femminismo della differenza e oggi molti uomini femministi (pur sempre pochi) sono uomini che provengono dal PCI o dai suoi paraggi.
All’epoca, mi interessava il femminismo come uno dei movimenti di liberazione — nel glossario è definito come un elemento di comunismo insieme all’ambientalismo. Leggevo le femministe che scrivevano sugli organi di partito, perché ritenevo facessero parte della formazione del buon militante, le leggevo anche se capivo poco. Compravo persino Reti, la rivista diretta da Maria Luisa Boccia. Ma non avevo coscienza del dibattito femminista o non me ne ricordo bene. Sapevo però che nel partito c’era questo orientamento del femminismo della differenza, che si stava affermando con la Carta delle donne. Ricordo una mia compagna (di partito e di scuola) farmi questo discorso: «Sai noi donne siamo differenti da voi uomini. Voi vi riunite la sera, a noi piace riunirci di pomeriggio. Mentre discutiamo, vogliamo prendere il té, magari ci capita anche di emozionarci e piangere». Io rimasi allibito e le dissi che non le credevo, che lei si stava solo adeguando a una linea di partito, anzi delle donne del partito in quel momento guidate da Livia Turco.
La Carta è vista dalle persone intervistate come un tentativo di sintesi o di incontro tra la cultura del PCI e il femminismo, come un tentativo di andare oltre l’emancipazionismo. Si risolse, forse, soprattutto nelle quote rosa, non si tradusse in una pratica politica e il suo percorso fu interrotto dalla fine del PCI. Lia Cigarini chiede perché non riprese nel PDS, un partito meno strutturato del PCI, dove le condizioni per una pratica di relazione tra donne poteva essere meno difficile.
(www.libreriadelledonne.it, 24 febbraio 2018)
di Pinuccia Corrias
Il 28 gennaio 2018, presso la Libreria delle donne di Milano si è tenuto un incontro fra donne appartenenti ai Gruppi donne delle Comunità di Base cristiane italiane, al Graal-Italia, alla Sororità di Mantova, a Thea-Teologia al femminile e la Comunità distoria vivente.
Intervento di Pinuccia Corrias
Solo la lettura de L’Ordine simbolico della madre di Luisa Muraro e le sue conseguenze sulla relazione con mia madre e, dunque, col mondo delle donne, credo che abbia avuto su di me conseguenze così significative come la scoperta della pratica di “storia vivente”, acquisita in particolare grazie a Marirì Martinengo.
Essa ha portato un altro pezzo di libertà nella mia vita attraverso la comprensione del libro di Mira Furlani, Le donne e il prete, in un percorso che descrivo in un testo di cui ho letto un breve pezzo all’incontro del 28 gennaio in Libreria a Milano, e che qui ripropongo per intero dopo averlo condiviso con Mira.
Mi presento. Anche se non faccio parte delle Comunità di Base, ho fatto un lungo percorso con Doranna Lupi e Carla Galetto nel gruppo Ricerca teologica e pensiero della differenza, che ha alimentato molto del pensiero e delle pratiche femministe di Pinerolo e valli.
Inoltre conosco Mira, sono stata sua ospite tanti anni fa e c’è stato uno scambio reciproco sulle gioie e gli scacchi della nostra vita. Anche per questo il suo libro, Le donne e il prete, mi ha interessata tantissimo; l’ho letto con grande passione e con altrettanta passione con Doranna e le altre ci siamo confrontate, senza trovare soluzione alla nostra conflittuale posizione; pur non negando il positivo che Doranna e Carla individuano nella loro bella prefazione, io mi sentivo bloccata da qualche cosa che mi sembrava mancasse e da cui veniva un’ombra anche a ciò che veniva detto. Da qui il rifiuto e quindi il silenzio tormentato.
Posso dire che per iniziare a rompere questo muro, mi sono servite all’inizio le parole di Luisa Muraro: «Mi parve una storia di “donne che non vanno d’accordo” e ciò mi diede fastidio» (Viottoli, n. 2/2017, p. 57).
Certo, anche in me avrei potuto riconoscere “pregiudizi misogini”, come chiamava i suoi Luisa, ma la cosa non mi placava, perché mi sembravano altrettanto misogini quelli usati per stigmatizzare la donna o le donne che in questa questione stavano dall’altra parte, e dunque i miei dubbi sulla bontà della scrittura di Mira, soprattutto in alcuni punti, continuavano a bloccarmi.
La lettura ripetuta di tutti i testi che Carla e Doranna hanno raccolto nell’ultimo numero di Viottoli – grazie! – in particolare di quelli le cui autrici hanno visto e hanno tentato di svolgere il nodo (che io sapevo essere anche il grumo doloroso della mia vita), insieme al mio desiderio di trovare una via di uscita valida anche per me stessa, mi hanno portata a due scoperte che proverò ad esplicitare.
La prima è il consiglio di Marirì Martinengo, madre insieme ad altre della Libreria delle donne di quella pratica che hanno chiamata “storia vivente” e di cui avevo letto i testi con interesse, ma che erano rimasti per me pura teoria senza un aggancio concreto alla realtà.
«La radice della nostra pratica è l’autocoscienza degli anni settanta, che aveva un suo progetto politico; la storia vivente ne ha un altro; il metodo, la pratica, è quello di andare a fondo dentro di sé fino ad individuare il nucleo, il nodo profondo che ha fatto di ciascuna di noi quello che è diventata: il narrarlo e lo scriverlo ne è la storiografia. L’esposizione, prima orale poi scritta, di quanto viene fuori, va contestualizzata (questo è il punto chiave!) e legata saldamente con i fatti di cui dicevo sopra. Occorre rifuggire dallo psicologizzare e mantenersi ancorate/i al terreno della politica» (sito della Libreria delle donne, 6 aprile 2017).
Aggiunge, poi, un’affermazione che lei stessa definisce “essenziale”: «Estrarre dalla propria interiorità l’esperienza femminile e darle parola e poi scrittura, significa narrare la storia dei condizionamenti violenti imposti alla vita delle donne dall’organizzazione simbolica e sociale patriarcale, acquistarne consapevolezza e contemporaneamente studiare il modo di mettere al mondo le vie per sottrarvisi, avviando un movimento politico e storico in cui vi sia libertà e autorità femminili. Proponiamo una storia a partire da sé – valida per donne e uomini – da un sé profondo che la filosofa María Zambrano e la storica María Milagros Rivera Garretas chiamano le viscere. (Forse l’universale come mediazione)» (idem).
Far parlare le viscere, dunque.
E c’è un punto in cui le viscere di Mira parlano e ciò che dicono non è quanto si sa e tutti raccontano sulla rivoluzione dell’Isolotto. Quella rivoluzione che tutti sanno e riconoscono, Mira l’ha vissuta da protagonista alla pari dei maschi, donna prometeica, forte e vincente. L’unica donna a subire il processo con gli altri uomini e come loro assolta.
Le viscere di Mira in questo libro gridano invece un altro nodo, rimasto sempre taciuto, che è quello riguardante il progetto delle “case-famiglie” con tutto ciò che vi è nato dentro e intorno e che ha riguardato la sua vita.
E non è affatto reticente, come suggerisce Luisa Muraro.
Dice tutto ciò e solo ciò che le viscere hanno sempre tenuto dentro nel loro groviglio doloroso e che l’ha sempre ferita e che ha sempre taciuto e che finalmente ha avuto la forza, grazie all’amore di altre donne, di tirar fuori.
Ecco, le viscere hanno parlato, ma ora, come dice Marirì Martinengo, il nodo va contestualizzato.
E il contesto, dico io, non è l’Isolotto, luogo in cui Mira ne ha fatto dolorosa e incompresa esperienza; il nodo non riguarda le donne e il “prete”, perché qui l’essere prete, secondo me che ho fatto un’esperienza simile con un uomo che prete non era, non c’entra: c’entra l’essere uomo – e perfino dei migliori – di quel tempo.
Qui il nodo è: le donne e l’uomo negli anni “rivoluzionari” del ’68 e dintorni.
Il contesto qui è il simbolico patriarcale nel rapporto uomo-donna: il simbolico, non il sistema! Che veniva allora contestato dai figli maschi coadiuvati dalle figlie femmine. Simbolico che negli anni ’60 e in buona parte degli anni ’70 funzionava uguale e quasi intatto in tutte le realtà miste: famiglia, scuola, partiti di sinistra ed extra-parlamentari, chiesa tradizionale e chiesa del dissenso; con una differenza, però, rispetto agli anni precedenti. Differenza di cui Mira era portatrice, come molte altre donne che in quel tempo si erano affacciate autonomamente alla vita sociale, sostenute da madri silenziose ma incoraggianti; una differenza di cui, tuttavia, eravamo in buona parte inconsapevoli.
Non per molto tempo ancora, però.
Era il tempo della discussione tra “liberazione” ed “emancipazione”, allora importantissima.
La differenza di cui parlo viene messa bene in luce da Alessandra De Perini, in un suo intervento del 22 settembre a Padova, commentando una foto.
«C’è una bellissima foto che per me ha un significato simbolico: mostra Mira che insieme a don Mazzi, ambedue giovani stanno salendo sull’Adamello. Lei è più avanti di lui, è più in alto e sembra rivolta verso di lui come per incoraggiarlo a salire. Nel momento in cui fu scattata la foto (un manifestato lo chiama il biopsicologo Badard, cioè l’espressione evidente di una realtà simbolica non esplicitata) lei, a livello profondo, è già collegata a una storia più grande, che scorre lenta, la trascende e narra di un’umanità femminile che lotta per affermare il proprio desiderio di verità, di esistenza libera, in fedeltà a sé e all’amore alla madre. Su di lui, invece, incombe una storia antichissima di potere maschile materiale e spirituale che lo appesantisce» (Viottoli, p. 56).
Eccolo il contesto che la De Perini (che non a caso è una storica) ha lucidamente individuato e che ora, nel 2018, possiamo dire, perché quasi 50 anni di femminismo ci hanno dato le parole per dirlo.
Quasi 50 anni. Perché il ’68 fu un tempo straordinario (vedi Alessandra Bocchetti, Cosa vuole una donna?) in cui noi donne condividemmo con gli uomini (e ciascuna con il proprio compagno di strada) tutto: privato e pubblico, corpi anime e spirito.
Capire che cosa è successo allora non era facile.
Ora, però, lo sappiamo.
Noi eravamo più avanti.
E sempre più avanti siamo andate; e ora, di ciò che è stato, sappiamo fare memoria efficace, storia vivente, mentre i maschi ricordano battaglie e vittorie, quasi sempre legislative! E così anche le donne che dai maschi – i migliori! – hanno mutuato il linguaggio e il simbolico.
Quello di cui parla Mira non è un nodo solo della sua storia personale, e neanche solo dell’Isolotto e della Chiesa patriarcale, ma delle donne e degli uomini che hanno attraversato quel tempo, soprattutto quelle che nel ’68 hanno mischiato la loro vita con i maschi e hanno fatto con loro progetti di vita.
E quel nodo finora non era mai stato elaborato politicamente dalle donne.
Non sbaglia, forse, Marcello Vigli quando afferma che le difficoltà nella relazione uomo-donna aumentano se l’uomo è un prete (cfr.Viottoli p. 42), ma sbaglia di certo quando non capisce che don Mazzi non si è scontrato con Mira in quanto prete. Questo può essere avvenuto in altre situazioni, ma è un’altra storia.
E per chiarire ancora di più, vorrei dire alcune cose a chi ha scritto a nome dell’Isolotto.
Che Mira ci abbia impiegato così tanto tempo a scrivere è la prova più grande del suo amore per don Mazzi e della sua volontà di non trascinarlo in una situazione di confronto pubblico ambigua oltre che difficile.
Voi scrivete: «Don Mazzi, che non è più con noi da cinque anni (e si sente tutto il dolore e la desolazione per questa perdita irreparabile, perché – lo sappiamo – i morti non tornano!) e non può quindi, anche se lo volesse, rispondere a Mira» … e noi capiamo “per difendersi”!
Ma, vedete, Mira non ha scritto questo libro per parlare di don Mazzi ma per dire di sé.
Non più, però, di quella Mira pubblica che aveva già dato e ricevuto la sua parte nel processo all’Isolotto.
Perché quella era una Mira dimezzata, mutilata. Era quella che, di fronte al valore dell’esperienza dell’Isolotto, ancora una volta, come sempre abbiamo fatto per tanto tempo noi donne, ha messo da parte se stessa e il suo grumo di dolore irrisolto, e a spada tratta ha difeso ciò che l’Isolotto rappresentava per chi l’aveva fatto.
Col tempo, però, con la maturazione del pensiero della differenza e il sostegno di donne che stavano dalla sua parte, Mira ha trovato, dentro il dolore e lo scacco, d’improvviso le parole perfette per dire quel suo dolore e quel suo scacco. Dirlo.
Bene per alcuni/e. Male per altri/e.
Rischiando di essere fraintesa, di essere letta secondo schemi e pregiudizi a volte perfino umilianti, consapevole di dire una parola tagliente, che poteva ferire, insicura talvolta perfino che ne valesse la pena.
Ha sentito che doveva dirlo. Per se stessa. Non per don Mazzi o per l’Isolotto o per le case-famiglia.
No. Per Giustizia. E la Giustizia è indissolubile dalla Verità. (Ed è maiuscola per chi la sente essenziale per il proprio essere e il suo rapporto con Dio. Come Giobbe).
E la verità è che dentro l’Isolotto, come dentro il ’68, come dentro le rivoluzioni maschili non c’era (e non c’è, credo) posto per una donna che volesse, e voglia, essere “soggetta” e non protagonista o oggetto.
Non ce n’era. E neanche gli uomini migliori, preti o no, potevano rispondere ai desideri di Mira, o delle donne come lei.
Perché per quei desideri non c’erano ancora né parole né pratiche e perché – l’abbiamo imparato dopo – affinché i desideri delle donne si attuino, occorre che una donna non sia sola, ma in relazione con un’altra donna. In più: per entrare in relazione con donne “così”, gli uomini dovrebbero essere “altri” uomini, che io non posso sapere come devono essere. Perché io non conosco uomini “altri”.
So, però, per esperienza diretta, che anche quando qualche donna ci tenta e qualche uomo ci prova, c’è spesso un’altra donna che – chissà perché – facilita a quest’uomo la strada per restare quello che è: un uomo che si crede Dio.
A differenza di María López Vigil, giornalista cubana che ritiene che la “mascolinizzazione” del divino «contribuisca […] alla disuguaglianza tra uomini e donne. E alle diverse espressioni di violenza degli uomini contro le donne» (Viottoli, p. 78), mi convince di più pensare che da una pratica di violenza sulle donne – non solo e non necessariamente fisica – nasce un simbolico onnipotente, per cui l’uomo si sente un dio e dunque si crea un dio maschile.
Ma qui non è questo il punto.
(www.libreriadelledonne.it, 16 febbraio 2018)
Presentazione del libro di Liliana Di Ponte e Daniela Simi, Il mio paese adesso sono due, Ed. ETS, 2017 a cura di Laura Minguzzi, della Comunità di Storia vivente.
Nell’introduzione Catia Sonetti (direttrice dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno) definisce le due autrici “raccoglitrici sensibili di racconti.” Le storie che raccontano sono di venti badanti provenienti da tredici paesi diversi di età comprese fra i ventisei e i settantuno anni, «Vengono da lontano per riparare i buchi del nostro welfare». Il territorio è quello di Lucca e provincia. Gli incontri sono stati organizzati con l’aiuto di varie mediazioni spesso informali, come amiche, conoscenti o la Caritas. Tutte le donne intervistate sono state contente che qualcuno/a potesse interessarsi alle loro vite. Le domande erano semplici e dirette. Perché sei qui? Cosa ti ha spinto a partire? Chi hai lasciato per venire qui? Come vivi nella nostra città? Che progetti hai?
Il termine “badante”: l’Accademia della Crusca ha accolto nel 2002 il nuovo termine che in origine indicava il lavoro di chi accudiva animali bisognosi di cure continue come vacche e vitelli. Sta proprio in quella necessità del sempre, in quest’avverbio (ho pensato subito che in amore si dice “ti amerò per sempre”), lo spartiacque fra tutto ciò che non siamo più in grado di assicurare e coloro che lo garantiscono per noi. Nelle ricerche che ho consultato nel sito di In genere si usa il termine “assistenti familiari” o “lavoratrici domestiche”.
L’Italia è il paese con il più alto numero di lavoratrici domestiche e di cura. Ci sono circa 900.000 lavoratrici domestiche quasi totalmente straniere. Le due autrici, che non sono specialiste di metodologia di raccolta di testimonianze orali, hanno scoperto a loro spese che le confidenze più significative sono arrivate quando l’intervista era finita e il registratore spento «perché nonostante tutto lo strumento inibisce». Ma l’ascolto sensibile messo a disposizione da Liliana e Daniela ha fatto sì che l’intervistata si aprisse fiduciosa. Una qualità rara e preziosa quella dell’ascolto attento. Anche nella comunità di Storia vivente ricordo che Marirì Martinengo chiese che non si registrasse per esercitare il massimo di ascolto e attenzione alle parole dell’altra, valorizzando la presenza, la parola in presenza, la fiducia nell’ascolto dell’altra. La percezione colloca questo lavoro prezioso di cura o manutenzione della vita in un passato molto remoto, quasi secolare, cioè prima della fine della famiglia patriarcale. C’è una generale svalutazione e non riconoscimento di questo lavoro soprattutto femminile.
Mi ha colpito la scelta linguista delle autrici, cioè si citano fedelmente frasi delle donne intervistate che s’inventano parole che suonano molto espressive, per esempio “la manchezza”. Soma dello Sri Lanka dice: «Quando torno a casa, sento la manchezza…», «Qui mi manca “mi respiro” perché qui mi sento proprio strinta vita», oppure parlano un misto fra la lingua d’origine e l’italiano, come Ramona che in Ritratto di signora definisce il rapporto con l’assistita “un tribolo”.
Il libro è diviso in sette parti con una breve introduzione e una cartina geografica del mondo con le rotte di provenienza che conducono queste donne dai luoghi più disparati al territorio di Lucca (Albania, Ecuador, Bulgaria, Senegal, Romania, Ucraina, Filippine, Brasile, Russia, Sri Lanka, Perù, Marocco ecc.). Le autrici hanno scelto un metodo molto efficace scomponendo e ricomponendo i racconti in base a tematiche simili e inserendo brani autobiografici. Quella del racconto mi è sembrata una scelta felice; in Francia è appena uscito un libro di racconti di badanti che Guido Lagomasino mi ha consigliato.
Particolarmente toccante anche la scelta di introdurre ogni capitolo con una poesia di una poetessa straniera su tematiche di migrazione. Natalia Bondarenko scrive:
Mi prendi in giro tu
per come parlo la tua lingua,
per come sfuggo alle sue regole
per come la maltratto (per forza
di cose), ma è soltanto
un fatto di abitudine, trasmesso
da madre a figlia, dal seno al sangue,
dalla radice all’albero che combatte
la sete e non muore […].
Partono col sostegno della famiglia che spera in benefici, ma a volte con l’ostilità di uno o più parenti. Ma in ogni caso giocano un ruolo da protagoniste in quel contesto, un ruolo attivo che spezza la visione di donna che accetta il proprio destino e dà vita a nuovi possibili orizzonti. È un riposizionarsi nel mondo. Diventano soggetti che portano reddito a tutta la famiglia. La difficoltà maggiore è rappresentata dalla lingua. «Non capire le cose, non comprendere le richieste crea disagio, è una barriera». Usano soprattutto la TV per imparare o in alcuni casi le stesse assistite o parenti, una ha la figlia maestra, insegnano loro l’italiano. Io ho avuto la netta impressione di vedere attraverso il racconto di queste vite pararsi davanti ai miei occhi lo svolgersi della storia europea, e non solo, dopo la caduta del muro di Berlino e soprattutto le ultime vicende delle guerre di confine in Georgia e in Ucraina dove c’è di mezzo la questione della Nato. Nelle parole di due giovani amiche, Galina e Tamara, partite appena ventenni dalla Georgia, si comprende la crisi economica e politica di questo paese dopo l’intervento della Russia del 2008 per impedire l’ingresso di questa repubblica nella Nato. Così come per l’Ucraina sappiamo che la questione dell’accettazione in Europa è causa del conflitto permanente nelle regioni del Donbass, confinanti con la Russia, che vogliono l’indipendenza e continuare a gravitare nell’orbita della Russia. Oltre l’Europa ho conosciuto le vicende della guerra civile nello Sri Lanka nei racconti dei badanti, una giovane coppia di quel paese che ha lavorato e abitato presso i miei suoceri per alcuni anni, accompagnandoli verso la morte.
Il titolo esplicita la caduta del senso di appartenenza, lo stare in bilico, un equilibrismo faticoso ma che può portare a scelte di libertà o a ricadute nello sradicamento sofferente se non si lavora sul senso del lavoro, sulle implicazioni e le potenzialità innovative di questa particolare esperienza relazionale.
Qui in Libreria abbiamo ascoltato un esempio portato da un’artista, Donatella Franchi, del tipo di lavoro simbolico che aiuta a dare un senso alla relazione fra badante, assistita e parente dell’assistita – in questo caso la madre centenaria di Donatella – la relazione madre e figlia e le diverse badanti con cui nel tempo Donatella ha costruito una relazione, facendo emergere la creatività nascosta di ognuna di loro e scoprendone gli aspetti umani, le storie familiari, la realtà politica del paese di provenienza, tessendo una rete di significati che ha riscattato e sollevato dalla pura materialità contrattuale il lavoro di cura («Donne con le ali», non a caso, s’intitola il suo lavoro creativo fatto di poesie, installazioni, libri d’artista).
Difficoltà di accasarsi nella lingua, nel paese di adozione, dovuta forse al fatto di avere ancora in mente il modello di famiglia ideale che non esiste più. Molte delle testimonianze ritengono che valga la pena affrontare i rischi, i pericoli del Gran Viaggio (le mafie degli intermediari, delle agenzie)! Ne parlano Galina dalla Georgia, Anastasia dall’Ucraina, Flor dalla Bulgaria: c’è il pericolo di essere derubate durante il viaggio di ritorno, ma ne vale la pena soprattutto per i figli. Dalle macerie nascono nuove scelte di vita oltre il machismo e le violenze dei mariti che bevono. Ma la prima vera trasformazione investe loro stesse. In un articolo su Italiaoggi ho letto recentemente della difficoltà del ritorno perché soprattutto nei paesi dell’Est c’è la continua richiesta di reddito e le badanti sono una fonte sicura. Rivestendo il ruolo di capofamiglia non riescono a sottrarsi alle richieste. Anche Paula dell’Ecuador dice: «Sono stata tentata dai soldi pensando che qui incontravo il paradiso… però non è così, è duro. Mi mancano tanto i miei figli… Oggi per me non c’è motivo per restare…». Ma dov’è allora la libertà femminile? Anche nell’impostazione, nella struttura del welfare italiano c’è ancora una forma mentis legata alla vecchia famiglia tradizionale. Non si vedono i cambiamenti? Ranija, filippina, racconta invece di una felice esperienza. Gestisce da tre anni un bed & breakfast, perché lei dice di sé che pensa positivo e ha affrontato l’ignoto con questo pensare positivo. Anche Vera, albanese, si è felicemente stabilita in Italia e Tamara ha un lavoro regolare in una casa di cura di suore e un ottimo rapporto con loro ed è soddisfatta della sua scelta di vita.
Nella recensione di questo libro, in Leggendaria n° 123 dal titolo La catena internazionale della cura, la giornalista Francesca Caminoli pone questa domanda: perché le autrici del libro s’interrogano sul confine poroso tra privato e pubblico, sulle famiglie e sui modelli di welfare?
Anche le ricerche pubblicate di recente come Viaggio nel lavoro di cura di Sara Picchi, Ediesse 2016, rilevano il carattere usurante e complesso di questo lavoro in quanto non esiste mansionario e si distingue solo fra assistito/a autosufficiente o non autosufficiente… Un progetto di ricerca del Comune di Milano del gruppo CuraMI, condotto da Soleterre e dall’Istituto di Ricerca Sociale (IRS) nel 2015, ha tracciato un percorso sperimentale con un gruppo di una quarantina di donne. Un lavoro di parola di decontaminazione dal lavoro totalizzante al fine di migliorare la vita e la relazione con le/i pazienti attraverso uno scambio di parola e di auto aiuto. La sperimentazione è stata guidata da una psicologa, un’antropologa e una consulente del lavoro. Guadagnare tempo per sé, alla fine questa è stata la conclusione, migliora anche la relazione con l’assistita/o. Il punto di vista adottato era dalla parte delle lavoratrici e non come di solito succede dalla parte della famiglia italiana che richiede garanzie del servizio prestato.
Libreria delle donne – mercoledì 27 settembre 2017
Un abbandono in tenera età, il primo incontro con il celebre padre nell’adolescenza, romanzo familiare che narra il disagio esistenziale di una figlia naturale. Non potremmo pensare che Giancarla Dapporto scrive per svelare un segreto e per dare statuto alla verità? A partire dal libro Massimo Carlo ed io. Metamorfosi affettive (Araba Fenice 2016) Laura Lepetit e Antonella Nappi ne parlano con l’autrice.
Presentazione di Antonella Nappi
È un romanzo appassionante quello di Giancarla, ci mostra fatti e contesti, lascia a noi immaginare i sentimenti e le riflessioni dei personaggi. Nel sottotitolo, Metamorfosi affettive, suggerisce le difficoltà della sua crescita, ma non ce le dice e questo raccontare per immagini è molto coinvolgente.
Attraverso momenti della sua biografia infantile e giovanile, di quella della madre e del padre ci porta nell’Italia della guerra e del dopoguerra, così differenti dall’oggi, e nel fascino del ricordo e della scoperta delle nostre madri, per noi anziane, e della nostra infanzia.
Gli incontri in libreria stimolano a leggere bei libri e sollevano un confronto e una discussione, il mio apporto è ricordare il contesto di quegli anni e un percorso che le femministe dovettero fare e che è necessario continuare.
Le donne nate prima della guerra e subito dopo, pur nelle grandi diversità, sono state oppresse o addirittura trasfigurate da un abisso di denigrazione che anche noi anziane ci stiamo dimenticando. Solo gli uomini avevano valore, la donna a loro doveva rendersi utile e bisognava farlo per avere un marito senza il quale non si era socialmente riconosciute.
Non sembra credibile, oggi, provare l’adesione al proprio misconoscimento che io e le mie amiche provavamo. Qualcuna dice di non aver subito svalorizzazioni nel suo contesto familiare ma io ricordo che tutte le donne che frequentavo da bambina e da adolescente erano convinte di essere di molto inferiori agli uomini, quello era allora il senso della diversità dagli uomini, e chi voleva valorizzarsi li doveva imitare (di qui la pretesa d’essere pari).
Anche da femminista, negli anni ’70 e ’80, pur sentendo la forza che mi veniva dal movimento sentivo anche la debolezza delle donne, la mia forza e la mia debolezza assieme, e mi sentivo molto sola nel mondo degli uomini.
Ho imparato con il primo femminismo a credere in quello che io vedevo e pensavo, a sapere che vedevo di più di quello che vedevano gli uomini nei molti ambiti in cui mi applicavo con loro; mi sono sentita più giusta di loro in molti pensieri contesti culturali e sociali. Lavorando all’università, ad esempio, la critica che veniva dall’esperienza delle donne e dal movimento femminista la valutai importantissima e rivoluzionaria, la applicai, ma in realtà mi sentivo ancora sola.
Non avrei mai immaginato, fino ad anni recenti, che tutte le donne valessero più degli uomini, solo con il tempo è diventato ai miei occhi del tutto vero.
Ora tutte le donne sanno che i loro pensieri sono diversi da quelli degli uomini e cominciano ad esprimerli, tutte iniziano a chiedersi se non sia il caso di dare proprio a questi il valore e la prevalenza che possono avere nella vita pubblica e rigettare quelli ereditati dalle esperienze dei soli maschi.
Oggi risulta meno credibile anche per noi il passato che abbiamo dovuto rigettare e rivoltare, io allora non avrei mai immaginato che le donne fossero capaci e appassionate ad ogni lavoro, anch’io le credevo capaci di fare solo le madri e pensavo che la maternità impedisse ogni altro interesse, il contrario di ciò che mi hanno mostrato: la potenza femminile di avere cura di se e degli altri è la stessa che ci porta ad osservare e agire in ogni campo.
Un altro aspetto del passato era il timore che mi infondeva un rapporto con gli uomini che non fosse ossequioso, pensavo fosse impossibile per loro non essere messi su un piedestallo. Avevo paura di scatenare la loro violenza se mi fossi messa alla pari, il separatismo mi permetteva di sfidarli tenendomi in una posizione protetta.
Invece, la più recente scoperta è che anche loro ce la possono fare, alcuni o molti sanno accettare di mettere in discussione la loro supremazia o addirittura questa li spaventa e se ne sottraggono.
Ora c’è da togliere il piedistallo aprioristico che mettiamo sotto la cultura pubblica maschile e sotto le attività che gli uomini compiono in ogni campo, non più soltanto riguardo al rapporto uomo/donna, ma proprio rispetto al procedere nella vita politica ed economica, questa è una sfida attualissima: ambiente, scienza, economia sono un’altra cosa se le donne estendono la loro ottica e la loro azione.
Ma ancora, l’incontro tra i due padri di Giancarla, quando lei è piccola, mostra qualche cosa di quella che è stata l’esperienza affettiva degli uomini e il loro simile senso di responsabilità verso le donne. L’investimento prioritario nel lavoro artistico allontana il padre dalla figlia, ma lui paga la sofferenza di perderla per molti anni, quando il marito della donna che lui non ha sposato lo pretende; questi, avendo scelto di averle vicine, vuole essere marito e padre senza interferenze. Invece la madre di Giancarla e lei stessa recuperano anni dopo l’interesse che il padre naturale può dar loro, sia come rapporto, sia come consapevolezza del rapporto che c’è stato. Tutti mostrano dunque quanto il riconoscimento delle esperienze affettive sia necessario alla propria realizzazione: siamo figlie e figli dei nostri genitori, la relazione tra loro che ci fa nascere e le loro aspettative nei nostri confronti, quelle tra di loro fanno parte della procreazione, contano per tutti e di più per i figli, ci pesano addosso tutta la vita e fanno grossa parte delle nostre forze e debolezze. La genitorialità è fatto profondo: sentimenti, carnalità, comunicazioni interpersonali, differenze di personalità, sono sembrate per decenni discorsi futili di donne, anche oggi sembrano preoccupazioni minori ma sappiamo che sono scienza umana, possiamo privilegiarla rispetto a quella tecnica.
Invece le scienze umane continuano ad essere meno importanti di quelle tecniche e l’adeguamento delle donne alla società maschile è continuamente in atto proprio attraverso le prassi che la tecnica ci fa condurre, per ogni umanizzazione che conquistiamo c’è in agguato una deresponsabilizzazione, una spersonalizzazione.
Oggi è più difficile che in passato scorgere i conflitti perché il contesto in cui si cresce è più simile, i consumi avvicinano le persone e sembrano risolverle.
Le nonne e madri di chi è più giovane, noi, si sono formate in un mondo più ricco di natura, questa si contrapponeva ad ambienti urbani caratterizzati a loro volta da differenti storie sociali; la relazione tra soggetti umani differenti erano intense e le opportunità di iniziativa personale maggiori; ora l’esperienza demandata alla tecnica sembra soddisfare impoverendo le capacità di autonomia e la critica, a mio avviso; adegua ad un mondo più maschile che femminile. È dunque importante la volontà di studiare, capire, leggere le critiche al potere ancora, per scoprire e scegliere di nuovo quello che davvero ci sta a cuore.
(www.libreriadelledonne.it, 6 giugno 2017)
di Rosaria Guacci
“Enciclopedia delle donne – Aggiornamento”, appena uscito in libreria per Einaudi, non è un estratto della “Grande enciclopedia della donna” pubblicata a fascicoli dal 1962 al 1966 dai Fratelli Fabbri editori, ma un romanzo che l’autrice ha voluto ‘politicamente scorretto’ per liberare il corpo dallo scandalo che esso comporta. Già il sottotitolo o il semi- titolo, “Aggiornamento”, ci dice l’intenzione programmatica di chi scrive, il suo ‘statement. Dopo i veramente belli “Tempo di imparare”, “Lo spazio bianco” e soprattutto ” Troppa importanza all’amore” del 2015, per contenuto più vicino a questo di nuova pubblicazione, lei si batte per la legittimità della sua idea personalissima di cosa sia il desiderio sessuale. E lo fa con un linguaggio esplicito di grande crudezza. “Il mio nuovo romanzo è un’educazione sessuale e anche una risposta femminile a tanta letteratura erotica maschile di questi anni, come ‘La separazione del maschio’ di Francesco Piccolo o ‘Candore’ di Mario Desiati.
Amanda, la protagonista del romanzo, una docente di architettura, ha cinquant’anni e non le piacciono i toy boy. È libera, è una donna che sceglie. Non ha inibizioni, dà fuoco a qualsiasi stereotipo possa essere appiccicato a una donna. Ma è un’ antiborghese, non una fricchettona. Il suo rapporto con il sesso diventa rivoluzionario perché le fa attraversare il mondo con libertà. Una conquista che passa prima per la mente, poi per il corpo.” Così racconta
Valeria Parrella in un’ intervista su Repubblica – Napoli. E via via argomenta. Ma la questione che a me sta a cuore è perché mi sia così interessato favorire la presentazione di questo romanzo, preso a scatola chiusa, alla Libreria delle donne di Milano. E perché Parrella e insieme Chiara Valerio, altra autrice della stessa generazione e di uguale, buona fama letteraria, a sostegno dell’amica abbiano chiesto di avere un preciso confronto sul testo con Luisa Muraro. Che come in molti sappiamo è filosofa, di chiara fama, della differenza sessuale, autrice di un testo non prescindibile come “L’ordine simbolico della madre”, e raramente disposta a parlare di letteratura se non quando lo decida lei. A lettura ultimata del romanzo, mi pare di poter ipotizzare che Muraro sia stata convocata come autorità in vita fra le tante ‘auctoritates’ letterarie che il libro riporta a sostegno della tesi della scrivente: da Platone col suo “Simposio” a Levi Strauss, da Henry Miller al Marchese de Sade, da Bernardo di Cluny coi suoi “nuda nomina” a Umberto Eco dello “Stat rosa pristina nomine” da cui ha preso il titolo il suo ” Nome della rosa” (però c’è anche un pornodivo famoso per la (centi)metratura del suo organo.) C’è soprattutto, in un capitolo nodale, la Carla Lonzi di “Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti” del 1978, con il successivo e crescente fino ai nostri giorni ‘buono’ scandalo, per più versi produttivo, che senz’altro Parrella si augura per sé. Altra domanda, non so quanto consapevole, che a mio parere verrebbe sottoposta a Muraro è quella sulla misura politica, sul peso specifico di quanto scritto nel romanzo. Come il soldato che ai tempi in cui gli oracoli padroneggiavano le vite andò a consultare la Sibilla Cumana – ricordate L'”Ibis redibis non perieris in bello”? – noi lettrici e lei scrittrice siamo ancora ben consapevoli di trovarci all’interno di una guerra dei sessi tutta da interrogare. In una pagina dell’ “Enciclopedia” si parla appunto del” riposo del guerriero”, termine messo in uso in alcune sue pagine da Simone de Beauvoir per definire il riposo (l’afflosciarsi?) maschile post-coitale. A protagonismo sessuale invertito, visto che qui a venir meno dopo il piacere è Amanda, alter ego dell’autrice. Ai tempi del responso della Sibilla (riportato, per chi ne sia incuriosito e in tema con le citazioni del testo, dal Chronicum sull’origine del mondo di un monaco del 1200) il destino del milite questuante era appeso a una virgola (bel calembour, questo che ormai tutti grazie al diffondersi del latinorum siamo in grado di capire, e a prova di colpo apoplettico: “Non tornerai, morirai”. Oppure: ‘”Tornerai, non morirai”). Come allora anche oggi il destino di chi scrive sta in buona parte appeso alla letteratura. E/o alla politica delle donne che alcune mettono in cima ai propri progetti: se ho visto bene e bene inteso, la domanda di Valeria Parrella è degna di rispetto. Tornando ai nuda nomina, cioè al romanzo in sé e al suo contenuto, non è strano che la sfera sessuale entri in maniera così esplicita nella letteratura contemporanea. C’è in molte, molti che scrivono la ricerca di un linguaggio potente e sovversivo. Sovversivo nel senso che a volte è l’unico mezzo per rivelare che la vera oscenità sta altrove, al di là della facciata di certi sentimenti o modelli convenzionali, prestabiliti, ostentati. E c’è, insieme, la fantasia, come scrive in un suo saggio sulla pornografia Ballard, di “fare del corpo umano una macchina ideale, che può essere manipolata per ottenere il massimo delle sensazioni”. Un corpo che, come nelle opere di de Sade, vuole essere rappresentato con una modalità di pensiero e di rappresentazione concrete, refrattarie alla metafora e alla simbolizzazione, in cui temi ripetitivi fino all’ossessività trovino una loro sistemazione, anzi sistematizzazione. L'”Enciclopedia della donna- Aggiornamento” ha un’ orchestrazione fredda, non è un’opera composta di getto ed è attraversata anche da un’ironia graffiante. Una partita a scacchi con mosse previste fin dall’inizio, come sa chi vuol vincere la partita e come recita appunto uno dei capitoli meglio riusciti (“Matto del barbiere”). Quello di Amanda e di Parrella è un no preciso alla seduzione, che in genere predilige la dissimulazione, mentre un rapporto sessuale nudo e crudo, nella sua descrizione, (“est rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, titolo già citato, in due spezzoni, di un altro bel capitolo del libro) potrebbe essere invece vicino all”‘iperrealismo” (“tutto è troppo vicino, troppo vero” – e qui seguo la lezione del Baudrillard di “Della seduzione” come in tutti i successivi virgolettati). Potremmo dire che Amanda, la protagonista, si conferma come soggetto pur avvicinandosi estremamente all’oggetto: la descrizione della sua ricerca del piacere, in alcuni passaggi del testo, rischia la stereotipia con cui viene rappresentato assai spesso il desiderio maschile .
Nelle descrizioni di Parrella siamo lontano dall’oscenità e dalla pornografia. A tenerla lontana è il fatto che l’oscenità “brucia e consuma il proprio oggetto di trasgressione, di provocazione, di perversione” mentre la pornografia, a sua volta, in un certo senso “neutralizza l’oscenità”, “ne è la “sintesi artificiale”. Del sesso la pornografia è “il festival” e non la festa. Parrella con la sua messa in scena totale del corpo vuole la festa.
(www.libreriadelledonne.it, 28 aprile 2017)
Lettera di invito a LabMi/2, 10 maggio 2016
A cura di Sandra Bonfiglioli, Bianca Bottero, Maria Bottero, Emilia Costa, Ida Farè, Stefania Giannotti, Laura Minguzzi.
Cos’è successo il primo giorno di LabMi il 9 aprile 2016?
Care amiche ed amici, il 9 Aprile di questo anno abbiamo aperto LabMI con una lettera d’invito che si trova sul sito della Libreria delle Donne, libreriadelledonne.it
La prima giornata è stata bella, a volte aspra. Numerose sono state le donne presenti, abbiamo dialogato sui temi della lettera d’invito, abbiamo fatto un’azione di laboratorio, una mappa. Cioè, abbiamo redatto, su una carta topografica di Milano, una mappa degli spostamenti quotidiani di Laura Minguzzi – si era offerta di partire dal suo personale modo di abitare – nel corso di una settimana per tre tipi di attività: 1-ragioni di vita; 2- lavoro per il mercato; 3- lavoro volontario/cura di sé e cura del mondo.
In questo esercizio abbiamo utilizzato il secondo testo breve che ha introdotto il lavoro. E si sono rivelate simbolicamente efficaci le quattro parole di sintesi: libertà limite bellezza salubrità .
Nella giornata di avvio, il 9 aprile, tutte/i noi presenti siamo state/i al gioco che era scritto nell’invito, con ironia e intelligenza. Ci pare che la nave sia stata varata. E ora andiamo a navigare. Ci sono anche delle skipper tra di noi che conoscono i venti.
Abbiamo scelto una postura radicale.
In quella prima lettera è espressa una scelta radicale sulla postura che desideriamo assumere. Essa è il punto di convergenza di pensieri che ognuna delle promotrici ha svolto nel passato.
La scelta è radicale nel senso metaforico di radice che può affondare profondamente nel terreno dove è nato e continua agenerarsi il pensiero politico delle donne: l’esperienza del mondo in corpore vivo che, nella fattispecie di LabMi, è l’ esperienza di abitare. Parliamo della nostra personale esperienza di vivere in relazione con altri/e, in primis fra donne e uomini che è la differenza generatrice di tutte le altre, come abitanti dei/nei luoghicostruiti, caratterizzati da ambienti fisici, storie, paesaggi, civiltà e culture.
La postura esige un metodo di lavoro originale e appropriato
Approfondire l’esperienza personale di abitare è un posizionamento e un metodo.
Non è un percorso individualistico perché “essere in presenza viva di/con altri corpi” è un tipo di relazionecon il mondo mediata da altri esseri umani; è il modo di abitare di tutte le donne del/nel mondo. Posizionarci lì, qui, in questo frangente del mondo, comporta vedere me stessa e le altre; comporta comprendere quell’universale antropologico e degli esseri viventi dove la stessa configurazione del vivere si declina diversamente in ogni persona del creato.
I luoghi dove abitiamo sono i precipitati fisici di tutto ciò che è accaduto prima di noi e sono l’eredità che le nostre madri e i nostri padri ci hanno lasciato. Per usarla.
La città è un ciclope di pietre e regole e tecnicismi e personalità e interessi che hanno l’autorità della tradizione e della forza. In coerenza con la postura che abbiamo preso, noi in LabMi, decliniamo il concetto di città come l’insieme dei luoghi dove abitiamo. E con questo intendiamo rendere omaggio a Corrado Levi, un architetto e un artista, perché è lui che una sera qui in Libreria lo ha sussurrato. E noi abbiamo pensato: giusto! capisco, è utile.
Abbiamo forza e capacità sufficienti per avanzare nel lavoro?
Come possiamo pensare di avere la forza e la capacità di mettere mano alla città in assenza di strumenti analoghi a quelli che già possiede?. La nostra forza è la visione alimentata dai desideri di libertà nell’attuale mondo che vede il declino di tutte le civiltà che lo abitano. La nostra forza è anche la postura generatrice di sguardioriginali che mettono in relazione al contempo il dentro e il fuori di noi. E’ una buona posizione perché appare credibile che una nuova civiltà che già si annuncia sarà frutto al contempo di nuove istituzioni (qui rendiamo omaggio a Simone Weil), cioè di nuovi beni comuni, e di spostamenti interiori sui valori fondanti nuove forme di convivenza. Forse non abbiamo ora, all’inizio, la forza di entrare subito nell’arena urbana degli interessi costituiti e lì negoziare la nostra parte di accesso ai beni comuni, la nostra parte di libertà. Questa è stata la strategia delle tradizione politica moderna. Ma noi possiamo guardare oltre questa tradizione.
Una critica severa è venuta a questa nostra postura.
La lettera partirebbe da una posizione astratta. Perché rifiutare la logica delle discipline e il lavoro professionale che nel campo del progetto urbano è a volte eccellente? Si vuole assumere una posizione che si rischia sia ideologica, poverista, iscritta ancora nella logica piccolo è bello? Questi sono stati i termini della critica.
E’ utile essere consapevoli che la postura che assumiamo non è quella disciplinare dell’architettura, urbanistica, sociologia, ingegneria o altro ancora. E’ una scelta politica. Ma ci sono altre specifiche ragioni. Quasi tutte le donne che propongono LabMi sono state formate o sono accademiche del Politecnico di Milano. Questo fatto dovrebbe rassicurare che il dibattito sulla città è noto a molte di noi e anzi abbiamo a lungo partecipato ai dibattiti che hanno messo a problema un profondo rinnovamento disciplinare dell’urbanistica e dell’architettura. Riteniamo che ci siano validi motivi per non partire dalle discipline. Cerchiamo questi motivi.
Il primo motivo è che non ci sarebbe riflessione davvero comune fra noi donne e uomini su temi che già sono stati messi a problema dalle discipline. I lessici disciplinari sono chiusi al linguaggio comune con il quale si esprimono gli abitanti, cioè quello che vogliamo essere noi in LabMi e che possono essere chiunque entri. Non occorrono titoli e competenze per partecipare.
Cosa possiamo dire in LabMi sui temi o problemi del paesaggio, della salubrità dell’ambiente, sui trasporti dell’area metropolitana lombarda in divenire, sul riuso delle aree dismesse, sui problemi di sostenibilità degli insediamenti regionali a bassa densità, sul consumo di suolo, sugli spazi pubblici, sulle piste ciclabili e la mobilità lenta, sulla sicurezza, sulla speculazione edilizia, sulla decisione partecipata, sulla rinaturalizzazione della città, sulle periferie? possiamo certo aggiungerci al coro, scandalizzarci, spostare una interpretazione che non ascolta la nostra voce, ribadire ciò che desideriamo, scegliere una partigianeria. C’è già chi ci lavora e bene.
Il secondo motivo è che le discipline del progetto urbano non hanno bisogno di noi e quando noi avremo bisogno di loro, esse sono facilmente accessibili.
Occorre saperle interrogare e trovare gli/le studiosi, progettiste, ricercatori e ricercatrici che hanno davvero voglia di ascoltare e rispondere. In mezzo c’è un lavoro faticoso di metabolizzazione della domanda nei propri quadri mentali. A Jane Jacobs, che dagli anni 60 in Usa e poi nel mondo, ha ispirato molti sguardi trasversali nell’urbanistica, i suoi critici dicevano che non aveva basi teoriche, le sue pensate erano azioni domestiche, questioni di donne. Ricorda la concezione di donnette di Manzoni. Noi ci posizioniamo nella stessa logica di Jane J. Il movimento di donne “tempi della città” e le donne raccolte nel circolo Vanda, presso il Politecnico, sono partite dall’abitare e non si sono vergognate di partire da sé. Al contrario, hanno dato valore all’esperienza della vita quotidiana. Che è il luogo, lo spazio e il tempo propri dell’abitare delle donne. E il Laboratorio Abita, pure al Politecnico, ha messo al centro della sua riflessione con la sua rivista Housing i modi e il progetto dell’abitare nella città.
In breve, non esiste l’intenzione di essere estranee alle discipline, semplicemente non vogliamo partire da lì. Né guardare nella stessa logica e nella stessa forma di razionalità che le ha strutturate. Una forma di razionalità è un modo di concepire le cose del mondo e di noi stesse. E noi ci concepiamo diversamente, soprattutto in questo luogo della Libreria alla quale intendiamo rendere omaggio e dove alcune di noi ci sono da sempre. Avremo modo di parlare a lungo di queste cose.
Molte cose accadono in Italia e nel mondo che riguardano la trasformazione della nostra civiltà e, assieme, delle città.
In Italia ci sono circoli di donne, già in rete come Le città vicine , ben rappresentate dal lavoro di Anna di Salvo e Mirella Clausi e le altre, alla quali rendiamo omaggio, che lavorano da anni sulla trasformazione della città. I loro testi sono nella nostra bibliografia di LabMi. Esistono circoli di donne in tutto il mondo che fanno analogamente. Abbiamo incontrato n volte in Europa queste donne anche in seminari promossi da Vanda. Queste azioni si collocano nella tradizione politica moderna della quale si diceva. Qualcosa di nuovo è successo recentemente a Roma nel marzo 2016 nella conferenza annuale della Città Vicine. Qualcosa di nuovo è successa a Paestum nel primo grande incontro su Primum vivere nel 2012. Qualcosa di nuovo è successo in Libreria con la chiusura della rivista Via Dogana e l’apertura della fase VD3; in Mag animata da LoredanaAldegheri ; in Mediterraneo Sociale animato da Salvatore Esposito e Adriana Maestro; nel lavoro delle Vicine di Casa a Mestre e di Sandra De Perini e le altre; nel progetto di Annarosa Buttarelli che parte dal suo testo Sovrane si respira un’aria diversa da prima. In tutti questi casi si sente spirare uno zefiro nuovo, s’intravvede una postura che si sporge dalla tradizione e va oltre nel mondo, dentro al mondo come è dato qui e ora. Si può pensare a questo nuovo zefiro come l’apertura di una fase costituente (ma dove?). Cos’è una fase costituente se non un semplice nuovo posizionamento su temi noti dove si può annunciare la trasformazione necessaria degli assetti vicini e lontani per ospitare e sostenere nuove convivenze? E gli assetti nuovi si vedono così chiaramente da parte di coloro che hanno preso la giusta postura. Ne abbiamo avuto un esempio sul tema dell’utero in affitto. Dopo anni di silenzi, di parole dette in qualche occasione non in pubblico, improvvisamente, ecco kayros che si manifesta, è risuonato un gong e alcuni accadimenti quasi sincroni si sono messi in risonanza: la postura e i concetti trovati da Luisa Muraro in Libreria, le donne a Parigi. Fatto. Ne parleremo ancora ma il silenzio, che non era assenza ma lenta meditazione, è terminato.
Nuove forme di convivenze è una questione abitativa. Su questo possiamo lavorare pertrovare le paroleche la mettano a problema e la rendano trattabile.
Dagli anni 70 si va costruendo la nuova città contemporanea ma è un percorso senza orizzonte.
Dagli anni 70 ad oggi le città e il progetto urbano sono stati oggetto di una quota assai rilevante degli investimenti mondiali. Negli alloggi privati sono stati gli stessi abitanti che hanno rivoluzionato gli spazi interni, spostando muri, abbattendo pareti, risanando cantine e sottotetti, piantando fiori sui balconi, manutenendo le case. In Europa sono stati eseguiti progetti anche di grande portata culturale e civile: la riqualificazione della Ruhr; la ricostruzione di Berlino dopo la caduta del muro; la riqualificazione dei centri storici delle città della Germania dell’Est dopo la riunificazione; le diverse fasi dei progetti di Barcellona;EuroLille alla convergenza delle nuove prime reti di treni veloci fra Bruxelles, Parigi e Londra; i progetti urbani di Lione e Marsiglia; la Grande Biblioteca di Parigi e i nuovi musei e parchi come La Villette; le reti di nuovi tram che riconnettono parti separate della città ; il progetto di regolazione temporanea della circolazione a Besanconne. E altro in tutta Europa e in Usa. Per non parlare delle città in Cina, in Medio Oriente, in India. Ormai più del 50% della popolazione mondiale abita in città.
L’alloggio per una popolazione mondiale mobile attratta dall’offerta del mercato del lavoro mondiale, le forme temporanee di presenza nei luoghi di flussi di popolazioni riaprono il tema dell’abitazione e delle sue tipologie edilizie. Ma soprattutto aprono il tema davvero nuovo di come stanno vicini popoli che non vogliono integrarsi e non ci sono neppure le risorse per farlo.
In breve, c’è troppa roba già al fuoco. Manteniamo la posizione, diventiamo una comunità che apprende, e avremo da dire buone cose.
Cosa facciamo in LabMi/2 il 10 maggio in Libreria.
La pratica di mappare i modi personali di abitare.
In LabMi/2, il 10 maggio riflettiamo assieme sul risultato della nostra prima mappa, per migliorarla. Si può migliorare molto, moltissimo. Sappiamo che lavoriamo con scarsi mezzi tecnici, in uno spazio non pensato per essere un laboratorio di materiali anche fisici. Ma l’esercizio di agire nei confini di un limite fa parte dello stile di LabMi. Quante cose belle abbiamo scritto e maneggiato sul tavolo di cucina? Anche brutte, non è una garanzia. Siamo costrette a pensare più a fondo, a vedere con gli occhi della mente il modo di abitare di Laura, a rappresentarlo adeguatamente, a trovare le parole pernarrarlo. Laura è qui, presente a/con noi. Ecco ciò che nessun laboratorio attrezzato può fare: disporre, della presenza di colei che sola può dire che senso hanno le nostre valutazioni. E lo può fare perché valuta i nostri argomenti conoscendo, solo lei, l’insieme di circostanze, di storie, di cose della sua vita che si addensano attorno agli scarsi segni della mappa del suo vivere.
Il pensiero scientifico moderno dal ‘600 ha posto a fondamento della sua forma di razionalità, l’osservabilità oggettiva di dati metrici (anche la geometria è una metrica). Le scienze umane moderne, fra le quali tenta da molti anni di iscriversi l’urbanistica, hanno assunto questo fondamento in modo più profondo e sistematico di quanto le comunità scientifiche hanno potuto fare con altri fondamenti. LabMi intende non agire in questo modo. La ricerca di senso per pensare a nuovi modi di abitare, che è il compito che ci siamo date, nel nostro pensiero avviene per narrazione di un’ esperienza viva che si mette in dialogo con altre esperienze vive. Non c’è nulla da inventare, occorre solo imparare a vedere i modi di abitare che già sono in atto, mescolati con tante cose che li oscurano alla percezione. E comprendere con il cuore oltre che con la mente, che contengono l’idea di una nuova civiltà che ci piace.
Costruiamo assieme la bibliografia di LabMi
Costruiamo assieme la genealogia di LabMi.
Costruiamo assieme il nostro spazio web per buttarci dentro materiali.
Costruiamo assieme l’agenda di settembre, magari partendo con un importante avvenimento di apertura pubblica di LabMi?
11di Valentina Tua
Leggendo il titolo “La città della cura” e le righe di spiegazione “…sguardo sull’abitare al femminile” per un attimo ho temuto che avrei assisto ad un incontro sul tema della conciliazione, i passeggini che non salgono sugli autobus, e cose di questo genere.
Per fortuna non è andata così.
Premessa, da dove parto: sono mamma, lavoratrice, militante da tempo, ultimamente mi sono avvicinata al NoExpo e ora ai movimenti territoriali di difesa del territorio. E sento una coerenza profonda con il mio precedente lavoro politico con le donne.
Prendersi cura della città, rendere umani i ritmi della città, la città è organizzata sulla base delle possibili abitudini di un uomo, bianco, in salute. Chi decide sulla città? L’urbanista versus la mamma… Interessante spunto sulla sicurezza come sinecura, esente da rischi, ma chiuso, isolato. Questi alcuni appunti sparsi presi durante la presentazione, leggerò volentieri le proposte politiche contenute nel libro, ho appreso cose nuove circa il rapporto tra architettura e femminismo.
Ma la parte più interessante per me è stata il dibattito, quando si è parlato della ricerca inglese da cui si dipingono le mamme single scandinave ancora più stanche e tristi delle altre europee, perché sole e isolate… Insomma la discussione ha fatto emergere dei punti fondamentali.
Si è parlato di spazio tempo come delle dimensioni in cui avvengono i fenomeni, ad un certo punto una donna ha detto: un momento, c’è anche la materia, noi siamo fatti di materia, così come materia è la terra su cui abitiamo. Ecco questo lo trovo molto femminile, e se si parla di cura dico che mi interessa la cura delle relazione: le donne sono abituate a guardarsi, a guardare e riconoscere il proprio corpo, a partire da sé, dalla propria materia. Questo è sempre più fondamentale, in un’epoca in cui il dibattito è rigidamente scandito dalle prime pagine dei giornali e sembra che non ci sia né spazio né tempo per un dibattito diverso. Non si può parlare di paradigma nuovo usando categorie ormai andate. Ci si può prendere cura delle relazioni, per esperire nuove forme, cercando di creare uno squarcio di possibilità perché il nuovo sia credibile. Questo secondo me è potente. E la questione dello stato è centrale. Che descrizione ci ha regalato Saskia Sassen della città? Le grosse agenzie finanziarie sono protagoniste, e ad un livello a noi quasi invisibile, o molto ben camuffato.
Nel percorso di movimento, ho visto comitati composti da persone preparatissime, parlare con politici ignoranti. Vedo istituzioni pubbliche che servono a creare posti di lavoro per mantenere certi poteri, ma svuotati da una reale capacità di determinare sul territorio (esempio pisapia che dice io su expo non ci posso fare nulla perché la decisione è stata presa, quante volte in questi anni lo abbiamo sentito dire soprattutto dagli amministratori locali? Quel Non ci possiamo fare nulla che fa pensare immediatamente allora perché ti ho votato se non poi agire sul piano reale?). Vedo la sfera del desiderio colonizzata dal mercato, così come quella della cultura e della comunicazione. Il mercato si impossessa dei corpi, della materia. Sono arrivata a sentirmi dire che lo slogan il corpo è mio e lo gestisco io dovrebbe applicarsi anche alla maternità surrogata, della serie: se una donna canadese o americana vuole guadagnarsi chessò i suoi bei 10.000$ facendosi ingravidare per poi dare via il bambino per soldi, è tutto ok! A me vengono i brividi. E infine, a quale sinistra ci appelliamo? A quale partito, organizzazione? Per farla breve, qui è tutto da rifare, dal basso, stando sempre ben attente ai meccanismi di sfruttamento, più o meno evidenti, attraverso relazioni anche legate al bisogno, attraverso l’autorganizzazione, per slegarsi dal dibattito imposto, guardando bene se stesse e parlando tanto. Cosa che le donne sanno fare meglio di tutti gli altri. Nota: è stato detto che una relazione per essere sana dovrebbe essere slegata dai bisogni, e questo in riferimento allo stato forte e presente che ti slega dalla dipendenza che hai ad esempio con la famiglia, cosa che permetterebbe di avere rapporti più autentici, ma io ho rapporti molto importanti con donne su cui ho deciso di fare affidamento, se ho bisogno loro ci sono e io per loro e questo è importante. Mi fido più di loro che dello stato o della polizia, per dirne una. Nota due: ad un certo punto è stato anche detto: bella la teoria, tutto molto interessante, ma la pratica? Dove sta la proposta politica? Questo mi sembrerebbe un ottimo possibile spunto da cui riprendere il discorso.
(www.libreriadelledonne.it, 11 marzo 2016)
Libreria delle donne – Circolo della rosa, 9 gennaio 2016
introduzione di Laura Minguzzi
Patrizia Deotto, professoressa associata di Lingua e letteratura russa presso la Scuola Superiore per Interpreti e traduttori dell’Università di Trieste, ma milanesissima, è autrice di molte pubblicazioni. Ha collaborato alla realizzazione di due siti, www.russinitalia.it, sugli emigrati in Italia dagli anni ’20 e www.arterussamilano.it sugli artisti, occupandosi in particolare di Nicola Benois, direttore artistico della Scala fino agli anni ’70. Si è occupata della cultura e della letteratura russa del Novecento, in particolare dell’emigrazione russa e i rapporti culturali tra Italia e Russia, a cui ha dedicato una monografia, In viaggio per realizzare un sogno. L’Italia e il testo italiano nella cultura russa.
Nel 2013 è uscito un numero monografico della rivista «Storia in Lombardia» (1/2013), intitolato Viaggiatori russi a Milano: Jakovlev, Muratov e Vajl’. Tre sguardi sulla città, interamente curato da lei. Nel fascicolo vengono pubblicati per la prima volta in traduzione tre testi che raccolgono le impressioni suscitate dal capoluogo lombardo negli scrittori russi che rivelano approcci originali e inediti alla città. Ha dedicato molte ricerche di archivio allo studio dello scrittore e storico dell’arte Pavel Muratov (1881-1950), noto soprattutto per i tre volumi di Immagini d’Italia, che hanno svolto un significativo ruolo di mediazione fra le due culture. Un altro suo filone di studio concerne il genere della biografia e dell’autobiografia. Si è occupata delle opere di Nina Berberova (1901-1993) di cui ha tradotto Il corsivo è mio, Milano, Adelphi, 1989, Il quaderno nero, Milano, Adelphi, 2000, Storia della baronessa Budberg, Milano, Adelphi, 1993.
Per me è stata una fortuna conoscere Patrizia Deotto, nel 199, all’Itsos “Primo Levi” di Bollate. L’amore per la lingua e la letteratura russa ci ha fatto incontrare. Entrambe insegnanti di russo. Poi lei ha subito messo le ali, ma non prima di avere allacciato un fertile scambio culturale fra le nostre classi e una scuola di Pietroburgo. Io ho seguito le sue orme continuando per una decina di anni quell’esperienza. Dopo il referendum che decretò la fine dell’Urss nel 1991 io realizzai uno scambio con la stessa scuola nel 1993 con le mie coraggiosissime classi. Erano gli anni della crisi, del crollo dell’economia, dopo la cura da cavallo del passaggio accelerato al capitalismo, alle privatizzazioni eccetera. Nella scuola russa ci accolsero con ogni ben di Dio, nonostante in città ci fossero negozi vuoti, scaffali con desolanti contenitori di vetro da tre litri con cetrioli, cavoli marinati o succo di betulla e quasi nient’altro. Il pane era distribuito con le tessere annonarie (cupony in russo) e il burro lo facevano le nonne a mano in casa. Negli appartamenti c’era il ghiaccio lungo i muri e a letto si dormiva con berretto di lana, guanti e sotto una montagna di piumoni. Nonostante il gas venisse esportato. Partivamo animati da grande entusiasmo con il sostegno di tutto il personale della scuola, dal preside, dalle segretarie, dalle bidelle, tecnici, genitori dei miei studenti e studentesse che condividevano con me il desiderio di capire una realtà in cambiamento. Una lingua non si può imparare se non si hanno relazioni con coloro che la parlano. Abitavamo nelle famiglie russe e perciò per due settimane ne condividevamo i destini e le speranze. Per esempio io conobbi la storia di due insegnanti che insieme trasformarono la propria vita. Una in pensione diventò imprenditrice e aprì una libreria, La nuova scuola, per far conoscere nuove metodologie e nuovi libri. Io le proposi di far conoscere le nostre pratiche di pedagogia della differenza quando ci incontrammo a Pietroburgo e anche i nostri testi, tradotti in inglese: il Sottosopra, il pensiero della differenza sessuale. Di questo ho raccontato su Via Dogana nel numero 46/47 del 1999. Con Patrizia abbiamo collaborato ancora nel 2004 al Liceo Virgilio dove io avevo progettato con l’insegnante di arte Daniela Canali alcune lezioni sull’arte russa delle avanguardie: Natal’ja Gončarova, Malevič eccetera, e Patrizia ci parlò allora anche di una pittrice russa del secolo d’argento, Anna Petrovna Ostroumova-Lebedeva. L’esperienza degli scambi culturali purtroppo fu interrotta dallo scoppio della guerra in Iraq nel 2004. Erano anni difficili e le famiglie dei miei studenti temevano i pericoli di viaggi in aereo in Russia.
Svetlana Aleksievič, di cui parliamo questa sera, è nata in Ucraina da madre ucraina e padre bielorusso. La famiglia si trasferì in Bielorussia e i genitori insegnavano nelle scuole rurali. Oggi l’autrice è ritornata a Minsk, in patria, dopo avere vissuto dodici anni in Europa, per stare vicino alla figlia. È lì infatti che l’ha raggiunta la notizia che le era stato assegnato il premio Nobel. In realtà non ha mai veramente voluto abbandonare il suo paese che ama, anche se vive in prima persona le tensioni che attraversano la Russia dopo il conflitto in Ucraina, tensioni che sono presenti anche in Bielorussia. La fine dell’Impero non è avvenuta infatti negli anni novanta, ma sta avvenendo oggi nel sangue in Ucraina, ha detto in una intervista. La motivazione del suo lungo esilio fu la pubblicazione di Ragazzi di zinco nel 1989 sulla guerra in Afganistan. Non le fu perdonata la smitizzazione dei “combattenti internazionali”, fu trascinata in tribunale a Minsk, accusata di calunnia e diffamazione dell’esercito. Svetlana Aleksievič con il suo metodo di interrogazione e di ascolto paziente dei nodi di un profondo sentire toglie l’oscuramento e rompe i canoni del racconto di guerra, della narrazione storica, così come esce dal falso dilemma posto da chi si chiede cos’è stato il comunismo – chi lo vive con nostalgia, come un paradiso perduto, chi come un inferno – perché mostra se stessa nel processo doloroso di attraversamento della sofferenza per poter riscattare il passato. Al termine di questo processo di decantazione non c’è né negazione né idealizzazione e l’autrice riesce a separare il binomio sangue-utopia con l’integrazione nel presente della memoria del passato, modificando anche se stessa.
L’ultimo libro di Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano, sottotitolo, lavita in Russia dopo il crollo del comunismo, è il quinto del ciclo sull’uomo rosso. È valso all’autrice l’attribuzione del Nobel ed è frutto di una raccolta di voci durata vent’anni. Il libro è diviso in due parti. La prima parte: L’Apocalisse come consolazione. Da voci di strada e conversazioni in cucina, riguarda il passaggio epocale che va dal 1991, anno del referendum che decretò la fine dell’URSS, al 2001. La seconda parte: Il fascino del vuoto, da voci di strada e conversazioni in cucina riguarda il periodo dal 2001 al 2012. Molto ricco di note esplicative e di una precisa cronologia degli eventi. La giornalista attraverso un racconto corale di voci descrive questi anni torbidi, drammatici ma all’inizio colmi di speranza ed entusiasmo. La fine del sistema sovietico, la perestrojka, come è stato vissuto questo crollo epocale e le voci di oggi: un canto del mondo di donne e uomini comuni e non. Il metodo di scrittura è quello che più coinvolge. Così come l’assunzione di uno sguardo di donna che si mette in paziente ascolto per far crollare le barriere della diffidenza e della sfiducia della gente verso l’intellettuale, la giornalista, la storica che indaga, interroga (pag.101). Ha saputo creare un rapporto di fiducia e di libertà facendo sentire che lei stessa si trova dentro quella storia e vuole scavare e trovare la verità. E ha condiviso sofferenze, speranze e delusioni di quella civiltà sovietica. Solo questa fiducia incondizionata le ha permesso di tessere la tela di un racconto storico con le parole dei e delle dirette protagoniste. Non è più solo il mondo degli Umiliati e Offesi di cui ha scritto Dostoevskij. Dice l’autrice: «Scrivo, raccolgo briciola dopo briciola la storia del socialismo “domestico”… “interiore”. Il modo in cui la gente lo viveva nella propria anima. Proprio questo piccolo ambito mi ha sempre attirato – l’essere umano… la singola persona. In realtà è proprio lì che ogni cosa accade.» Come scrive Simone Weil in Oppressione e Libertà… in Prospettive «non dimentichiamo che noi vogliamo fare dell’individuo e non della collettività il valore supremo…» C’è un di più di amore per la verità delle parole e delle storie che l’autrice restituisce a chi legge e vuole conoscere e capire. L’autrice entra con la propria storia soggettiva, col proprio nodo personale, disturbante, che l’ha spinta a interrogarsi per lunghi anni su questo periodo (settant’anni è durato il sistema sovietico), a causa della difficoltà di comprendere il comportamento del proprio padre. Prima che morisse lei gli pose una domanda «Perché hai taciuto?» Lui vedeva arrestare e scomparire amici e vicini di casa ma non ha reagito e non seppe rispondere. Si mise a piangere. Il montaggio delle voci così raccolte non è neutro, oggettivo, perché attraverso il suo sguardo e la sua presa di posizione l’autrice ne rende l’universalità, l’impersonalità.
La giornalista mostra sia il risentimento per le speranze deluse della perestrojka di Gorbačëv, sia il rimpianto di chi confessa di avere passato il periodo più felice della propria vita negli anni cinquanta, durante lo stalinismo. Quasi tutte le testimonianze parlano di una generazione delle cucine, dove attorno ad una tazza di tè si riunivano amiche, amici, colleghi, famiglie intere a discutere dei cambiamenti necessari con grande entusiasmo, del desiderio di una vita migliore, di un socialismo democratico e vicino alla civiltà europea, ma non di capitalismo… Il mercato non è necessariamente coincidente col capitalismo selvaggio e il potere degli oligarchi alleati (quello del tempo di seconda mano)… Gli scettici, i nostalgici soprattutto appartenenti all’esercito o al ceto dei funzionari o delle funzionarie di partito, non si capacitano di come sia potuto accadere che il mondo sovietico sia crollato, collassato senza combattere una guerra. Si tratta infatti di una rivoluzione simbolica dall’interno, una caduta di credibilità… Altre voci ci mostrano il silenzio degli intellettuali e lo scandalo dei nuovi ricchi che ostentano in TV i water d’oro nelle loro ville e gli yacht più grandi del mondo. Il desiderio di rivincita e il nazionalismo sono stati sfruttati da Putin per ottenere un largo consenso popolare per due elezioni consecutive dal 2001. Chi racconta la verità è considerato un traditore. Afferma la giornalista alla presentazione del suo libro, intervistata da Serena Vitale: «Una volta ci chiamavano dissidenti. Di solito si è dissidenti verso il potere. Esserlo verso il popolo è molto più grave.» Oggi in Russia possiamo notare fenomeni che ci fanno pensare a un ritorno nostalgico del patriottismo in chiave nazionalistica… A Mosca, per esempio, ci sono letture pubbliche di Guerra e pace di Tolstoj a cui partecipano migliaia di persone, così come la rinascita del mito dell’Armata rossa per coinvolgere i giovani nell’esercito, nella carriera militare. Come hanno denunciato le Pussy Riots nel 2013, c’è una complicità fra il potere temporale e il potere religioso nel riproporre un’immagine di forza e compattezza, di orgogliosa risorgenza per occupare un ruolo nel mondo. Un ritorno alle tradizioni del passato prerivoluzionario, tanto che si parla di Putin come di un nuovo zar a cui ci riporta di nuovo la metafora della scrittrice del Tempo di seconda mano, una ripetizione.
Cronologia opere: nel 1985 esce grazie alla perestrojka di Gorbačëv La guerra non ha un volto di donna in lingua russa, terminato di scrivere già nel 1983; oggi tradotto in Italia, in tutta fretta, grazie al Nobel.
1989 – Ragazzi di zinco, ed. e/o.
1993 – Incantati dalla morte, ed. e/o
1997 – Preghiera per Černobyl’, tradotto in Italia nel 2001, ed. e/o
2014 – Tempo di seconda mano, Bompiani
2015 – La guerra non ha un volto di donna, Bompiani
di Marina Terragni
Il dibattito alla Libreria delle Donne di Milano
Questo il mio intervento al dibattito di ieri sull’utero in affitto alla Libreria delle Donne di Milano. Con me, la filosofa Luisa Muraro e Daniela Danna, ricercatrice in scienze sociali all’Università Statale di Milano (purtroppo non dispongo di loro testi da pubblicare, né della discussione che è seguita, ma qui è visibile tutto lo streaming). A chi frequenta abitualmente questo blog gli argomenti che porto saranno in buona parte già noti. Sono molto soddisfatta della serata e ringrazio le tantissime che hanno partecipato.
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“Penso su questa cosa dell’utero in affitto più o meno in solitudine da tanti anni, ma a volte diventa tutto così complicato che non vorrei pensarci più per attenermi alla semplicità quello che Eduardo fa dire a Filumena Marturano, “i figli non si pagano“.
Ma in questi tempi di dirittismo esasperato le cose tendono a complicarsi. La verità della relazione madre-figlio è molto semplice ed è un fondamento di civiltà sottratto al mercato (appunto, i figli non si comprano e non si pagano). Quel due indistinguibile dall’uno è una delle poche verità fondative che ci restano. Anzi, lo metto in forma di domanda: che cosa c’è in quella relazione che va assolutamente preservato, e che cosa c’è invece che si vuole rimuovere e nascondere?
Se cominci ad ammettere eccezioni, se tu pensi che separare madre e figlio sia un’operazione ammissibile, che tutto ciò che le tecnologie riproduttive ti consentono sia eticamente e umanamente accettabile e in automatico possa tradursi in mercato e neo-diritti, quella verità ti esplode fra le mani e deflagra in una complessità ingovernabile e in un enorme disordine simbolico.
Quando nelle relazioni, quando per esempio in una famiglia si arriva a mettere tutto sul piano dei diritti vuole dire che le cose non stanno andando bene. Il “dirittismo” ossessivo e pervasivo con cui oggi si pretende di regolare la convivenza umana è il segnale che qualcosa sta andando storto, che c’è una guerriglia in atto.
Vi faccio un esempio di questo dirittismo esasperato: una bioeticista, Chiara Lalli, sostiene che è tutto da vedere se per i bambini che nascono da utero in affitto sarebbe preferibile non essere nati, dice che non abbiamo elementi per sostenerlo: e poiché quei bambini possono nascere solo con utero in affitto, negare questa possibilità equivarrebbe a negare a questi individui in potenza il diritto di tradursi in atto, ovvero di venire al mondo. Cioè si attribuiscono diritti non solo all’individuo esistente, ma perfino all’idea di individuo, all’individuo in potenza, a ciò che potrebbe essere individuo e ancora non lo è ma potrebbe esserlo.
Si tratta forse di riportare la questione da questo enorme disordine simbolico a quello che Luisa Muraro per prima ha chiamato ordine simbolico della madre, e forse è questo il tentativo che oggi faremo qui. Tanto per cominciare, facendo un po’ di pulizia su questi neodiritti.
Per esempio, il diritto alla “genitorialità, figlio di una cultura dirittistica e adolescenziale che non distingue tra desideri e, appunto, diritti, e fonda un diritto per ogni desiderio. Sarebbe come affermare il diritto ad avere un marito o una moglie: il mio diritto, semmai, è che nessuno mi impedisca di legarmi liberamente a qualcuno/a, ma non posso certo pretendere che mi venga garantito un legame affettivo. Così per i figli: ho diritto a metterli al mondo, se intendo farlo, ho diritto a che nessuno mi impedisca di diventare madre o padre minacciando per esempio di licenziarmi, come avviene correntemente alle giovani precarie (diritto per il quale si battono in pochi). Ho diritto a cure mediche ragionevoli, se la mia salute riproduttiva le richiede. Ma non posso chiedere che lo Stato mi garantisca di essere padre o madre a ogni costo e in qualunque condizione, fino a consentire un vero e proprio mercato dei figli.L’unica titolare di diritti è la creatura: diritti a cui le convenzioni internazionali riconoscono assoluta superiorità, e che nei discorsi sull’utero in affitto e più in generale sulla fecondazione assistita vengono invece tenuti spesso come terzi e ultimi.
Anche perché affermare un diritto significa ipotizzare un corrispettivo dovere: se, quindi, si pone un diritto alla genitorialità, chi è titolare del dovere corrispondente? se ho diritto ad avere un figlio, chi ha il dovere di darmelo? Una donna, al momento non c’è alternativa. Quindi toccherebbe alle donne farsi carico di questo dovere.
Un altro diritto di cui si discute è quello a fare del mio corpo quello che voglio.
Qui è interessante quello che ha detto Judith Butler, ovvero che “il corpo è mio e non è mio”. L’idea che il corpo sia solo mio è un trompe l’oeil, un’illusione, come tante volte abbiamo detto che è un’illusione l’individuo assoluto, cioè letteralmente sciolto da ogni legame e libero da ogni dipendenza. Questo in qualche modo è assunto dalla nostra legge e dalla nostra Costituzione, per la quale il corpo è indisponibile: non posso, cioè, farne sempre quello che mi pare, né tanto meno oggetto di mercato. L’unica eccezione è un uso solidale. Posso cioè donare sangue, midollo, o anche un rene a un consanguineo, ma non posso metterli in vendita o comprarli. Nessuno di noi ha perciò diritto di mettere in vendita parti del proprio corpo. E’ una limitazione alla propria libertà? Sì, lo è.
Anche nel caso dell’utero in affitto la legge ammette, ad alcune precise condizioni, la pratica solidale: i nostri tribunali hanno già ammesso casi di “utero solidale” dopo aver vagliato attentamente le situazioni, aver accertato l’esistenza di una relazione affettiva tra la donatrice e i riceventi, e aver escluso ogni passaggio di denaro. Si deve peraltro dire che l’utero solidale è solo un numero infinitesimo di casi.
Ma l’analogia si ferma qui: perché se la donazione d’organo è un fatto tra due, il donatore e il ricevente, nel caso dell’utero c’è un terzo, il nascituro, le cui ragioni vanno tenute per prime. L’esserci di questo terzo rende problematico anche il paragone dell’affitto di utero con la prostituzione. Nella cosiddetta libertà di prostituirsi c’è un accordo –anche se spesso niente affatto libero- tra due, qui c’è questo terzo che al momento dell’accordo non ha voce in capitolo, e che non può essere pensato come prodotto, ma è a tutti gli effetti il protagonista muto della vicenda.
E ancora, l’uguale diritto di uomini e donne, che non tiene conto della differenza sessuale. Quando si evidenziano i limiti “naturali” (ovvero fondati nella biologia dei corpi) che impediscono a molti desideri di tradursi automaticamente in diritti, molte e molti reagiscono con stizza, come bambini a cui sia negato di avere tutto ciò che vogliono e che di “no” (o magari di doveri che bilancino i diritti) non vogliono sentir parlare. Ma spesso si tratta di desideri indotti da un mercato che non si dà limiti di profitto, il cui obiettivo non è certo farci crescere in umanità, e che di consumatori-bambini ha sempre più bisogno.
Si fa la lotta per i diritti degli omosessuali, senza tenere conto della differenza sessuale che riguarda anche gli omosessuali. Si commette un grave errore quando sul fronte della genitorialità, secondo una logica paritaria fuorviante, si fa un tutt’uno tra gay e lesbiche, invocando “uguali diritti”. Non mettiamola sul piano di gay e lesbiche uniti nella lotta, mettiamola sul piano degli uomini e delle donne,aprescindere dall’orientamento sessuale. Ci viene per così dire in aiuto il fenomeno degli etero padri single, che in America sta diventando cospicuo. Si tratta di uomini single eterosessuali che si fanno “produrre” un figlio tutto per sé. Perché non hanno una compagna, o non intendono condividere con una donna l’esperienza della genitorialità. Una vera partenogenesi maschile, ha quanto meno un merito: quello di sgomberare il campo dalla questione dell’orientamento sessuale degli uomini che ricorrono a madri surrogate. E sgonfia la possibile accusa di omofobia nei riguardi di quel femminismo che lotta contro l’utero in affitto. In questione non è l’essere gay o etero. In questione è l’essere uomini che fanno scomparire la madre. E quale legame ha questa scomparsa con le radici del patriarcato.
Sulla scelta di una donna, lesbica o non lesbica, di diventare madre non è necessaria la mediazione della parola pubblica: è lei che decide, che sia sola o abbia un compagno o una compagna, con l’unica possibile differenza di non concepire, forse, se è lesbica, via rapporto sessuale. Nel caso di un maschio, invece, che sia gay o un eterosessuale deciso a concepire fuori da una relazione con una donna, la parola pubblica è decisiva, perché il suo desiderio necessita di almeno tre livelli di mediazione: dev’esserci un mercato dove acquistare ovociti e “affittare” uteri (o molto più di rado averli in dono); dev’esserci una medicina che ti assista, dal momento del prelievo (doloroso) degli ovociti, all’impianto dell’embrione, alla gestazione; dev’esserci un quadro normativo che ti permetta di condurre in porto l’operazione.
Non vi è, quindi, alcuna uguaglianza del corpo né “parità di diritti” su questo fronte fra uomini e donne, che siano etero o omosessuali. Questo è triste e doloroso per i gay che vogliono un figlio geneticamente proprio ma che non ama sessualmente le donne? Immagino di sì, ma non ci si può fare molto. Esiste pur sempre l’opzione di fare quel figlio con una donna che lo desideri, e che sarebbe sua madre (senza costringerla a scomparire).
L’utero in affitto ci riporta al dispositivo patriarcale nella sua purezza quando pensa alla madre portatrice come semplice contenitore-incubatore: la visione aristotelica fondativa del patriarcato postula la naturale inferiorità del genere femminile. Nella riproduzione, secondo Aristotele, il maschio è attivo, è il vero genitore che dà forma alla materia inerte femminile, la donna è invece “passiva” in quanto “è quella che genera in se stessa e dalla quale si forma il generato che stava nel genitore” (il maschio). Questa riduzione della potenza materna sta proprio al centro del dispositivo patriarcale, questo movimento di predazione dell’utero, mosso dall’invidia dell’utero, del vaso alchemico, è movente primario del patriarcato.
La coppa piena di sangue del Graal, eternamente ricercato, somiglia molto a quella coppa piena di sangue che è l’utero. Invidia dell’utero come ben sapete rovesciata dalla narrazione patriarcale nel suo punto più alto e sofisticato in invidia del pene. Ecco, forse il dibattito in corso sull’utero in affitto, ha quanto meno il merito di fare molta chiarezza, è un riflettore puntato sulla questione. C’è un dibattito su questo anche tra psicoanaliste che osservano il fenomeno e parlano di fantasma dell’utero vagante, scisso dal corpo, “di un’isteria collettiva –la radice di isteria è appunto la parola greca per utero- in un’epoca riconoscibile come borderline, nella quale si grida “diritti” ma non doveri, non attese, non rinunce”.
Chi pensa alle portatrici come semplici contenitori che alla fine della gestazione consegnano docilmente il prodotto ai committenti, si allinea alla violenza di questo pensiero patriarcale. La “semplice” portatrice non ha legami genetici con il bambino, ma ha importanti legami epigenetici, che influenzano il fenotipo (ovvero la morfologia, lo sviluppo, le proprietà biochimiche e fisiologiche comprensive del comportamento etc.) senza modificare il genotipo. In parole semplici, durante la gestazione tra lei e il feto avvengono scambi biochimici decisivi per lo sviluppo del bambino, scambi che continuano nella fase perinatale e che fanno di quel bambino quello che sarà”.
La madre è lei.
di Antonietta Lelario
Séraphine de Senlis, Artista senza rivali di katia Ricci, Luciana Tufani Ed. 2015
Empatia relazionale
Del saggio di Katia Ricci io vorrei qui riprendere solo alcuni nodi. Uno è la relazione fra Katia e il personaggio Séraphine. Katia la fa vivere davanti ai nostri occhi, la segue nelle sue fughe in campagna, ne immagina paure, desideri seguendola con affetto, partecipazione, empatia. Non nasconde il proprio sguardo e tuttavia non c’è schiacciamento dell’una sull’altra. Potremmo chiamarla un’empatia relazionale. Noi vediamo l’una, Séraphine, e sentiamo la voce dell’altra, Katia, che si rende visibile attraverso il lavoro dell’immaginazione e le domande che si pone, ma non occupa tutto lo spazio. Non so dirlo diversamente, ma mi sembra un approdo scritto importante per quella pratica di insegnamento, che tutte e due abbiamo fatto per anni e di cui abbiamo discusso tanto nel movimento di autoriforma. Noi abbiamo sperimentato ogni giorno che non si può far amare ciò che si insegna se non lo si ama per prime, ma amare non vuol dire schiacciarsi sul soggetto indagato, anzi occorre dare spazio alla sua complessità, come allo sguardo di coloro a cui ci rivolgiamo.
Facile a dirsi, più difficile praticarlo, più difficile ancora é far vivere questa posizione nella scrittura saggistica.
C’è dietro questo approdo l’esperienza che amare non vuol dire farsi assorbire o assorbire l’altro da sé, c’è l’importanza data alla singolarità, c’è il sospetto che conoscere per identificazione serva solo a conoscere se stessi, e nemmeno. Eppure eppure…
Eppure
Se possiamo farci domande, se possiamo immaginare è perché dietro ogni esperienza singolare, anche lontana nel tempo, c’è qualcosa, che emerge dalla sua opera, dalla sua vita, che fuoriesce dalla storia e ci interroga personalmente. Nel caso di Séraphine che cosa è? Perché io, dopo aver letto il libro, ho continuato a pensare a questa donna come ad una figura che mi diceva qualcosa di più?
La domanda di Katia
C’è una domanda che Katia si fa e attraversa tutto il saggio: dove trova la forza questa donna che vive in tali condizioni di svantaggio analfabeta, sgraziata, povera, costretta a vivere in condizione servile, senza consenso intorno, a parte la parentesi dell’incontro col critico e sua sorella, dove trovò l’audacia per credere che ciò che vedeva andasse detto, per trovare un suo linguaggio, per inseguire il suo sogno di grandezza?
La domanda di Virginia Woolf
Ricorderete che è la stessa domanda che Virginia Woolf si faceva all’inizio del 1900 sia immaginando la vita della sorella di Shakespeare, se fosse esistita e avesse voluto fare l’attrice come lui, sia immaginando un’eventuale pittrice, sua contemporanea: “oggi una donna che vuole scrivere ha molti esempi illustri alle spalle per attingere coraggio, ma una donna che volesse scrivere musica o che volesse dipingere?” Gli anni su cui si interroga V W sono proprio gli anni in cui Séraphine comincia a dipingere.
Ostacoli diversi?
È una domanda che oggi si pone forse con ancora maggiore forza che in passato, anche se gli ostacoli sono di natura molto diversa. Molto diversa? ricordiamo le parole di Virginia Woolf quando a proposito dell’ipotetica sorella di Shakespeare dice l’impossibilità di fare l’attrice, ma soprattutto -aggiunge- “lo sguardo di irrisione da cui sarebbe stata circondata le avrebbetolto ogni fiducia in se stessa e il rancore ne avrebbe deturpato la voce, distraendola dal suo cammino!” Il rischio di perdere fiducia e di lasciar deturpare ciascuna la propria voce mi sembra ancora attuale.
Risposta di Katia
Secondo me il merito di Katia è di non aver dato una risposta esaustiva a questa domanda e di aver invece cercato e lasciato molte tracce. Nel rapporto con la natura la giovane Séraphine aveva fatto l’esperienza di sentirsi libera, aveva provato quell’amore per la bellezza che l’accompagnerà per tutta la vita, aveva avuto la gioia di non sentirsi giudicata, aveva lì potuto proiettare il suo sogno di un’epoca incontaminata, il paradiso terrestre per esempio, così come aveva potuto proiettare fuori di sé le angosce, gli incubi, le paure. Per tutta la vita l’aveva sostenuta la relazione con la sua madonnina e con il suo angelo custode con cui aveva avuto una relazione quasi mistica, dice Katia. Che cosa quindi l’ha aiutata? il desiderio di libertà, l’amore, la funzione terapeutica del dirsi, la fede in qualcuno che la proteggeva e le chiedeva di dare il meglio di sé, come l’angelo custode, il sentirsi collocata in un disegno più grande che la trascendeva e le parlava attraverso la voce della Madonna? Sono tutti fili convincenti e plausibili che concorrono l’uno con l’altro a costruire la complessità della vita di Séraphine e che possiamo riconoscere nelle nostre vite pur così diverse.
Relazione mistica
Certo le parole che Katia attribuisce all’artista quando guarda la sua opera e quasi non crede di essere stata lei a farla e ringrazia la sua Madonnina sono commoventi. Io ho trovato commovente questo abbandono ad un disegno più grande di cui si sentiva parte e a cui contribuiva dando corpo al proprio sguardo attraverso le immagini. Appunto lei voleva contribuire al disegno.
Il suo modo di aver fede non si esaurisce nell’abbandono ad una volontà superiore, si nutre invece del desiderio di trovare la propria voce, di “non lasciare che gli ostacoli la uccidano o la distorcano”. Il rapporto col divino le dà fede in sé stessa. Di questa fede, di questa relazione mistica, si nutrì il suo talento. Detto in parole semplici non è più “Sia fatta la tua volontà”, ma “Io contribuisco a fare la tua volontà, Tu mi dai fede in me stessa”. Viene da pensare ad Etty Hillesum quando dice che non siamo noi a dipendere da Dio, ma è Dio a dipendere da noi per la sua esistenza nel mondo(cito a memoria).
Il di più che intravvediamo
La fede, è venuto in mente a me, è un’esperienza relegata nella religione e invece se é fede nel di più che intravvediamo intride e dà senso a tutta la nostra vita. Fiducia, affidamento non a caso hanno la stessa radice. Quando è in gioco qualcosa di più importanteche passa attraverso di noi ma non si riduce al nostro io, che ci faccia da orizzonte o ci parli dalla parte più segreta di noi stesse -e non è un caso che S Weil e Etty Hillesum siano diventate per noi così importanti- abbiamo bisogno che ci sostenga la fede. Tutto il nostro equilibrio ne dipende. Quale che siano i termini che chi non è religioso può trovare per questo “di più” che i credenti chiamano Dio: mistero, cosmo, vita, deve fare i conti con una dimensione spirituale che fa parte integrante della nostra esperienza. È una dimensione che tiene continuamente in equilibrio l’essere con il desiderio di quel di più, con la possibilità di essere altro da ciò che siamo. Naturalmente quando dico Dio penso ad un’immagine che é cambiata radicalmente nel ‘900 e sta cambiando ancora oggi: perfino il suo sesso è in discussione. Non a caso, credo, Seraphine ha percepito il disegno divino attraverso una figura femminile.
La forza: l’autenticità della voce
La forza viene dal desiderio di non cancellare questo aspetto spirituale, dal sentire che quando il contatto con la parte più profonda di noi rimane aperto noi crediamo alla nostra voce, la sentiamo vera e questo nessuno può togliercelo. La fede è la cosa più difficile da estirpare.
E tuttavia, notavamo proprio con Katia, il legame con la profondità di noi stesse non è solo rassicurante fonte di forza, è anche fonte di turbamento per la sua radicalità. Il mistero può presentare anche un fondo oscuro. Collegarvisi aiuta a trovare la propria voce, ma può anche turbare, come forse è stato per Séraphine. Tenerne conto può favorire il dialogo di ciascuno con sé, può aiutare a trovare l’altro da sé che ci abita, può alimentare il desiderio dell’impossibile, ma può anche ubriacarci se pensiamo di andare a coincidenza.
(Incontro al Circolo della rosa, Milano, 11 novembre 2015)
28 novembre 2015 ore 18.00
Circolo della rosa
Buonasera a tutte e tutti e benvenuti in questa serata di discussione dell’ultimo quaderno della Scuola estiva della differenza di Lecce, quello che dà conto della XII edizione dal titolo “Un punto fermo per andare avanti. Saperi, relazioni, lavoro e politica”, che si è tenuta a settembre del 2014. Il libro è edito da Milella ed è uscito nell’Agosto di quest’anno, lo potete trovare in Libreria insieme ad altri volumi della scuola. Qui in Libreria all’inizio di quest’anno abbiamo già discusso il volume precedente, relativo alla XI edizione della scuola del 2013, intitolato “Quando la differenza fa la politica”, durante il primo degli incontri del ciclo “Femminismo tremendamente vivo” ideato da Luisa Muraro (potete trovare il video sul canale youtube della libreria https://www.youtube.com/watch?v=wWlO73Jdn8k ). In quell’occasione era presente anche Marisa Forcina, l’ideatrice della scuola estiva di Lecce che oggi purtroppo non è riuscita a venire.
Quella della scuola estiva è un’esperienza di grande valore. Nata in seno all’università, vive tuttavia di relazioni femminili che hanno a cuore la politica delle donne e la ricerca di libertà, e crea un’occasione unica di scambio con femministe e realtà del femminismo italiano e internazionale, dislocate anche molto lontano dal Sud Italia (alla scuola, per esempio, hanno partecipato Luce Irigaray e Françoise Collin, ed è una presenza costante la Libreria delle donne di Milano). Stasera a parlare dell’ultimo libro uscito ci sono due delle autrici, che hanno fatto una lezione alla scuola del 2014: Sara Gandini e Stefania Ferrando che, per chi non la conoscesse, si è appena dottorata a Parigi, dove vive, con una tesi su delle giovani femministe dell’inizio dell’800 e insegna filosofia politica a Strasburgo.
Prima di lasciare la parola a loro, vorrei brevemente darvi alcuni spunti di lettura di questo volume, a partire dalla premessa – quasi un programma – che Marisa Forcina scrive nella sua introduzione al libro. L’intento è, cito le sue parole: “ripartire da una grammatica che consente di andare avanti e chiarire ciò che ci è essenziale” (p.9).
Il primo filo che attraversa gran parte degli scritti è quello del rapporto con la memoria e la storia, per molte autrici un punto essenziale per illuminare di senso il presente e per non mettersi nella posizione di chi deve sempre ricominciare da capo: è vero che noi donne abbiamo un’eredità senza testamento, cioè una storia senza le istruzioni per l’uso, come scrive Fina Birulés, ma posizionarsi in una genealogia femminile e riconoscere la forza di donne vissute fuori dai canoni, non previste dall’ordine vigente, restituisce forza anche a noi oggi. Per esempio Fina Birulés propone una “politica della memoria; cioè una responsabilità della memoria, un farsi carico dell’eredità delle donne del passato, non più solo per denunciare la discriminazione e l’esclusione, ma soprattutto perché, come ho detto, senza passato né futuro, il presente ci diventa opaco, sempre identico, non c’è possibilità di innovare o conservare e, quindi, non c’è possibilità di aggiungere qualcosa di proprio al mondo” (p. 28). Il discorso sulle genealogie è essenziale per il femminismo, lo sappiamo a partire da Luce Irigaray. E per le donne è una sfida perché abbiamo a che fare con genealogie lontane e genealogie prossime, in primis il rapporto con la madre, elemento da tenere in conto se vogliamo far politica non ripartendo sempre da capo.
Stefania intitola un paragrafo “ritrovare il filo della storia” e rivisita le vicende di un gruppo di giovani donne, le sansimoniane, in cui rintraccia i segni della libertà femminile usando il metodo indiziario (a partire dal rimosso, dagli scarti, dai particolari non rilevanti per la Storia con la esse maiuscola), non diversamente da Fina Birulés.
Helena Gonzales Fernandez fa una ricerca sulle riviste femministe viste come piazza pubblica in cui chi scrive e chi legge fa comunità.
Elena Laurenzi, nel suo articolo intitolato “Punti luminosi per guardare avanti” scrive: “Ciò che muove la memoria storica è dunque una domanda del presente che sorge in una fase di stasi, quando la speranza si arresta di fonte all’enigma del passato e alla sua impronta nel presente […]. La conoscenza storica sorge dalla necessità di estrarre dalle cose passate il loro senso, di “trasformare l’accaduto in libertà”, la fatalità subita passivamente in destino consapevolmente affrontato” (pp. 114-115).
Ritroviamo altri elementi di questa ricerca sulla storia in Wanda Tommasi, che riprende Carolyn Heilbrun quando mette in evidenzia che spesso si interpreta la vita di una donna secondo quanto stabilito dal simbolico dominante, forzandola in stereotipi lontani dalla verità della sua esperienza. Invece “potersi rispecchiare in biografie non convenzionali è un grande aiuto per avere il coraggio di osare a propria volta percorsi di vita, esperimenti esistenziali fuori dai canoni già dati” (p.167).
L’altro filo che vorrei evidenziare stasera, che percorre tutto il volume essendo ovviamente intrecciato con questo che ho appena detto è quello della differenza, in alcuni saggi messa a tema e messa alla prova della storia e del presente, come nel caso di Stefania. Vorrei leggervi alcuni frammenti dell’inizio del suo saggio, sull’esigenza di parole che sappiano contornare una sofferenza indicibile, che sono attualissime oggi e che io ho sentito molto vere. Qui lei si riferisce all’esperienza dei profughi, ma sono parole che contengono una verità generale: “Che cosa potevano le mie parole di fronte al racconto di un’ingiustizia e di una sofferenza così grandi? Eppure, proprio in questi momenti, il bisogno di parole, di parole nuove, capaci di far essere e illuminare la realtà, si avverte lancinante […] poche parole sanno contornare la sofferenza, poche sanno farsi carico con giustizia dell’ingiustizia, delle contraddizioni, delle mancanze, per lasciar scorgere un’altra realtà” (p.59). Questo è un punto che ha a che fare con le vicende di questo nostro presente tormentato. Il suo saggio mette in evidenza una questione politica cruciale, perché mostra lo spazio di conflitto che si apre nel campo della differenza. La differenza è “possibilità di dire il mondo e il senso dell’umanità” in prima persona, dunque qualcosa che ha a che fare strettamente con la libertà femminile. Oggi è questo il campo di battaglia. La invito quindi a parlarci della differenza nel suo dispiegarsi nelle diverse forme di esperienza e di quello che non torna oggi, cioè il rischio che la differenza sia percepita come pura teoria (filosofica o politica) ridotta all’essenzialismo e, ancora, il malessere verso l’affermazione della differenza espresso dal linguaggio del gender, che possiamo definire come il primato della singolarità svincolata da qualsiasi determinazione. Stefania è una fine pensatrice, quello che le vorrei chiedere è se ci sono delle pratiche politiche che possiamo mettere in campo per affrontare questa impasse (la liquidazione della differenza come essenzialismo e l’affermazione di una singolarità svincolata, senza possibilità apparente di dialogo).
La differenza, questo secondo filo che sorregge la lettura del volume, in altri saggi è agita nell’arena della politica ed elaborata perché sia possibile “andare avanti”, sorretta da pratiche e relazioni, come nel caso del saggio di Sara, che riflette sulla relazione di differenza con gli uomini, portando una storia politica che condivide anche con me, una vicenda forte (la nota vicenda relativa all’accusa di violenza psicologica a un uomo di Maschile Plurale) e molti esempi tratti dalla politica e dalla società. Sara parte da un punto nodale della politica delle donne, quello dell’autorità femminile, e si muove con destrezza nella storia ripercorrendo le trasformazioni radicali dal patriarcato al post-patriarcato e i conti che uomini e donne devono fare sempre e comunque con l’autorità femminile. A partire dal saggio pubblicato nel volume della scuola stasera ci propone ulteriori spunti di riflessione. Le lascio quindi la parola.
28 novembre 2015 ore 18.00
Circolo della rosa
Rabbia e amore
Il mio intervento a Lecce aveva come titolo Il punto fermo della differenza. La mia riflessione prendeva le mosse da un’esperienza di violenza psicologica che aveva toccato da vicino Maschile Plurale, con cui siamo in relazione politica da anni, e quindi anche me, Laura e molte femministe interessate alle relazioni di differenza. Nel conflitto che ne era nato alcune amiche e amici erano intervenuti con argomentazioni come «anche le donne sono violente», «spesso sono anche complici», e «non basta essere maschi per essere automaticamente dei violenti». Queste frasi sono tentativi fatti per lo più dagli uomini di schivare o evitare la radicalità della differenza sessuale, e mostrano una sorta di timore nei confronti della sua potenza. Ma noi sappiamo che la nostra sfida è di strapparci dal neutro maschile: per questo non possiamo che mettere in campo di continuo la differenza sessuale, dobbiamo starci, porre e riporre la questione.
Nel mio intervento dicevo che riguardo quella vicenda il punto fermo della differenza si mostra nel momento in cui una donna si alza in piedi e dice di avere subito violenza. Di fronte alla sua presa di parola non si può fare altro che fermarsi ad ascoltarla e fare spazio per la sua verità. Solo con questa postura emerge la soggettività femminile e qualcosa di nuovo può accadere.
Concludevo il mio intervento portando alcuni esempi di uomini che si sono messi in gioco nelle relazioni con le donne, anche nei luoghi di potere, perché sono il segno che qualcosa sta cambiando profondamente.
La mostra “La Grande Madre” è stata un’altra importante occasione di riflessione per chi come noi ha a cuore la dimensione politica della relazione tra donne, e tra donne e uomini, sapendo che le relazioni tra donne con il femminismo hanno cambiato anche le relazioni tra donne e uomini. Uso il “noi” riferendomi a un gruppo di uomini e donne, venuti dopo la rivolta femminista, che si ritrova da un annetto per riflettere, in presenza, sulle relazioni tra i sessi. Il testo La grande mostra che ho scritto con Claudio Vedovati e che abbiamo pubblicato sul sito della Libreria viene dallo scambio in questo gruppo. Prima di tutto abbiamo trovato significativo che la mostra sia stata curata da un giovane uomo, Massimiliano Gioni, che ha scelto di misurarsi con genealogie femminili a cui riconosce autorità – la cosiddetta “altra metà dell’avanguardia”, cioè una tradizione critica femminista nell’arte.
A nostro parere, la mostra tiene fermo il punto della differenza quanto più racconta i conflitti tra uomini e donne. Penso ad esempio alle avanguardie storiche dei primi del ’900 (futuriste, dadaiste, surrealiste); nella mostra si vede come le donne avessero aperto conflitti radicali e allo stesso tempo emergesse anche la forza dei legami che tenevano insieme uomini e donne delle avanguardie: l’eros emergeva come carica potente.
Eros e amore sono spesso stati una risorsa politica importante. Da tempo io e Laura riflettiamo su questo, e non solo noi.
Aleksandra Kollontaj per esempio, rivoluzionaria russa, e prima donna nella storia che abbia avuto l’incarico di ministra e di ambasciatrice, agli inizi degli anni ’20, in una fase di aspri dibattiti nella Russia post-rivoluzionaria, ha intitolato una delle lettere alla gioventù Largo all’Eros alato. Le sue parole sono: «L’amore non è affatto un fenomeno “privato”, una semplice storia tra due “cuori” che si amano, ma racchiude in sé un “principio di coesione” prezioso per la collettività, infatti l’umanità, in tutte le tappe del suo sviluppo storico, ha dettato delle norme per determinare “come” e “quando” l’amore doveva considerarsi “legittimo” e quando invece doveva considerarsi “colpevole” (cioè in conflitto con gli obiettivi posti dalla società).» Scrisse queste parole per rispondere alle preoccupazioni di chi era turbato dal fatto che i giovani lavoratori fossero «più occupati dall’amore che dai grandi compiti con i quali la repubblica dei lavoratori doveva misurarsi». La Kollontaj mostra come l’amore entra a ordinare la società, il lavoro, l’arte in un contesto in cui i suoi compagni marxisti erano interessati prevalentemente all’ideologia, relegando nel privato le relazioni e la soggettività. Infatti suscitò polemiche e dissensi ufficiali, al punto che queste lettere non furono mai più ripubblicate e restarono praticamente sconosciute fino a pochi anni fa.
Siamo stati colpiti anche dalle parole di una donna e un uomo che hanno deciso di scrivere insieme, la psicoanalista Julia Kristeva e lo scrittore Philippe Sollers. Il libro, appena uscito, si intitola Del matrimonio considerato come un’arte. La differenza tra un uomo e una donna – dice Sollers – è irriducibile, «non è possibile nessuna fusione. Si tratta di amare una contraddizione». E Kristeva sottolinea «Noi siamo una coppia formata da due stranieri. […] Ora la coppia che accetta la libertà di due estraneità può divenire un vero e proprio campo di battaglia.» e aggiunge: «la tempesta fa parte dell’incontro», per far vivere a lungo due esseri che non si lasciano ingannare dalla guerra e dalla pace bisogna pensare con tutto il proprio corpo la guerra e la pace, «rifiutando di lasciare morire i due sessi ciascuno per conto proprio».
Ci sembra che Kristeva e Sollers nominino un punto fondamentale: perché i due sessi non muoiano ciascuno per conto proprio, è fondamentale individuare il campo di battaglia e non sottrarsi al conflitto – la tempesta fa parte dell’incontro.
E io dico che si tratta di una tempesta guidata dalla rabbia femminile che è legata principalmente alla necessità di farsi capire, di essere comprese, di trovare quelle parole che creino uno spazio vitale, agibile, e qui risalta l’importanza del simbolico.
Le parole che meglio descrivono le relazioni con gli uomini per me sono un’improvvisa rabbia e un insensato amore. L’amore capita, spesso non ha a che fare con quello che credo sia più giusto, ma mi porta a sporgermi dove la rabbia non può arrivare. La rabbia è faticosa ma è anche il motore che mi mette in discussione, che mi interroga, che mi obbliga a fermarmi a pensare.
Ma il punto è: gli uomini sanno stare di fronte e fare i conti con la rabbia delle donne?
Nell’arte contemporanea secondo me qualcosa capita di nuovo a questo livello, e torno alla mostra “La Grande Madre”. Per esempio Ragnar Kjartansson, un artista quarantenne, in Me and My Mother (2000) mette in scena la necessità di stare presso la rabbia femminile (lo sputo della madre), anche se non la si capisce. Continueranno ogni cinque anni a rifare la scena dello sputo finché la relazione d’amore terrà, dicono. O nella installazione all’Hangar Bicocca, dove cantava con gli amici una canzone, Feminine Ways, che la ex-moglie aveva composto proprio quando il loro matrimonio stava naufragando. Lui fa sue le parole di lei, le fa cantare agli amici, le attraversa e riattraversa con pazienza per giorni, per poi camminare insieme agli amici e alle amiche verso un orizzonte differente.
E ci sono anche uomini meno giovani che hanno saputo mettersi in gioco nelle relazioni con le donne per trarne un sapere che ha cambiato il senso della loro vita. Penso al racconto di Gianni Ferronato che abbiamo pubblicato da poco sul sito della libreria (Maschi e femmine: a che punto siamo?). Gianni, che insieme a Adriana Sbrogiò e al suo gruppo Identità e differenza sta continuando a ragionare sulle relazioni fra i sessi, conclude il suo testo facendo appello a quella capacità maschile che sa trasformare l’aggressività in forza «e che permette ad Eros di riprendere la sua opera creatrice negli incessanti cambiamenti della realtà.» Gianni mi ha spedito quel testo chiamandolo “restituzione” e facendo seguito allo scambio avvenuto in libreria durante l’incontro organizzato con Leiss ad aprile di quest’anno, in cui si riprendevano alcuni nodi anche della vicenda accennata all’inizio che ha coinvolto MP e che abbiamo intitolato La politica è la politica delle donne. E gli uomini? (abbiamo messo anche il video sul sito).
Gianni conclude la mail con cui mi ha inviato il testo con una considerazione che mi ha fatto pensare. Scrive: «Ho l’impressione però che bisogna andare oltre per ritrovare il piacere dello scambio, dell’imprevisto, di Eros».
La sollecitazione a lasciar perdere i conflitti espliciti con uomini con cui siamo in relazione politica è venuta anche da parte delle donne dopo l’incontro in libreria. Mi sono chiesta se questa abbia a che fare con la tentazione (sempre presente) di ritornare a un separatismo femminile. Spesso nei conflitti che ho con gli uomini mi viene in mente Carla Lonzi, con il suo «Vai pure», e mi viene da pensare che siamo sempre lì, che non si riesce ad andare avanti. D’altra parte la tentazione di ritornare a “fare pace” e andare oltre è comprensibile, perché tenere aperti i conflitti richiede molte energie. Mi riferisco al conflitto relazionale, che non fa fuori l’altro, che nasce dalla fatica a stare di fronte allo straniero, ma allo stesso tempo ne è in qualche modo attratto, lo vuole comprendere, ci obbliga a stare in un disequilibrio mai pacificato, e necessita amore.
Interrogata sul mio desiderio di fare politica, sulle urgenze che sento, su quello che interiormente disegno come il campo di battaglia del femminismo, credo che la relazione con gli uomini sia la mia risposta, e trovo nelle parole di Carla Lonzi un punto di leva. Nell’ultimo libro di Maria Luisa Boccia, Con Carla Lonzi, c’è un punto in cui si ragiona della relazione con gli uomini e Boccia riporta questo frammento di intervista a Carla Lonzi. Dice Lonzi: «Perché ci si ferma, noi donne, di fronte a questo? Perché non si capisce che questo è un nuovo inizio?» La Lonzi provocatoriamente si chiede: perché ci ferma al “fra donne” e non ci si sposta nella sfida ad andare a fare “corpo a corpo con l’altro”. Per me la relazione tra donne è il punto di partenza, è il principio, è ciò che mi dà forza e consapevolezza, però penso anch’io che la sfida della relazione con gli uomini sia la sfida dove sta la contraddizione più grande e trovo interessante che proprio da una donna che aveva una relazione sessuale e affettiva con un uomo sia arrivata la risignificazione della libertà femminile e della politica partendo proprio dalla sessualità con la sua riflessione sulla donna clitoridea e la donna vaginale.
Quindi grazie alla lente del conflitto tra i sessi io dico che si legge meglio la realtà. Per questo vi ripropongo due testi recenti, uno sul nostro sito e uno Repubblica, che mostrano cosa può far capitare il conflitto fra i sessi. Il primo è della costituzionalista Niccolai che scrive «La rivendicazione universalizzante e neutralizzatrice di un diritto “delle persone omosessuali alla genitorialità” nasconde che gli interessi degli omosessuali maschi e delle lesbiche non sono affatto uguali, ma spesso opposti». È un testo denso e molto interessante, qui non posso riassumervelo, vi suggerisco di non perderlo. Il titolo è: La costituzionalista Silvia Niccolai interviene sulla questione dell’utero in affitto. La Niccolai conclude il suo intervento dicendo che parlare di confitto tra i sessi permette di vedere il disagio femminile e lesbico a «lasciarsi trascinare nell’ennesima battaglia che altri conduce per sé sul corpo delle donne».
Stefano Rodotà, in un’intervista su Repubblica a proposito del suo nuovo libro Diritto d’amore (Laterza), mi aveva piacevolmente stupito per il suo commento «Com’è povero il diritto se non parla d’amore», quasi che le parole delle donne cominciassero a fare incursione nei linguaggi specialistici della politica maschile. Poi commenta il fatto che nel 1968 la Corte costituzionale cancellò il reato di adulterio per le donne e nel 1975 arrivò il nuovo diritto di famiglia, che mette fine al modello gerarchico, ma si dimentica di nominare l’importanza dei conflitti aperti dalle donne nelle coppie come leva che ha scatenato questa rivoluzione culturale, non capisce l’importanza scardinante della soggettività femminile. Poi, sollecitato dall’intervistatore che gli chiede di commentare le richieste delle famiglie omogenitoriali, si limita a dire: «Prima riconosciamo pari dignità a tutte le relazioni affettive e prima saremo in grado di costruire dei modelli culturali adatti a questa nuova situazione. Finché manteniamo il conflitto e l’esclusione, tutto questo diventa più difficile».
Per Rodotà il conflitto è solo un problema, e non vede cosa fanno capitare la differenza sessuale e la soggettività femminile. Si pone nella posizione del padre che rassicura che la legge farà ordine. L’unico modo in cui le donne entrano nella sua concezione del diritto è in termini di lotta contro la discriminazione e subordinazione femminile. In sostanza se ci si limita alla rivendicazione universalizzante e neutralizzatrice della logica della parità, come diceva la Niccolai, non si vedono i conflitti fecondi che insegnano a leggere la realtà.
Negli anni ’70 il diritto di famiglia si è modificato grazie alla lotta che le donne hanno svolto nelle proprie singole vite, in un momento in cui esplodevano la loro rabbia e il femminismo. Il legislatore ha dovuto quindi fermarsi rispetto all’esigenza perentoria e prevaricatrice del riportare tutto a uno, il capofamiglia, per fare i conti con il fatto che i sessi sono due.
Ritornando alla questione dell’omogenitorialità, vediamo che la Niccolai mostra come di nuovo il conflitto fra i sessi emerga dalle relazioni affettive (ora con le situazioni delle coppie omosessuali con i rispettivi interessi) e di nuovo il potenziale politico dell’amore emerge con forza.
Concludo riprendendo Kristeva a modo mio: per non lasciar morire i due sessi ciascuno per conto proprio, non si può pensare di alternare guerra e pace, ma è fondamentale tenere insieme rabbia e amore, stare ai conflitti relazionali. Sottolineo la parola relazionale, perché di conflitti ne vediamo fin troppi intorno a noi, e ritorno all’invito “ad andare oltre” a cui faceva riferimento Gianni, riformulato nei termini di non fermarsi a un conflitto che rischi di diventare lacerante e cedere a odio e distruzione, ma trovi le giuste mediazioni per far passare altro.
22 ottobre 2015 ore 18.30
Luisa Muraro introduce alla lettura dei testi di Carla Lonzi (Edizioni Rivolta Femminile).
Carla Lonzi è vissuta da protagonista in un tempo delle origini. Tornare alle origini è sempre stato il movimento proprio di chi non si è rassegnato ad un presente qualsiasi. La Quarta vetrina della Libreria ospiterà le foto di Jaqueline Vodoz che ritraggono il gruppo di Rivolta Femminile.
mercoledì 14 ottobre ore 18.30
Si può parlare di forma mentis femminile nel processo di sviluppo del prodotto d’architettura e di design? Le architette a cosa pongono attenzione nel percorso progettuale? Come si sovrappongono e come si diversificano i loro risultati da quelli dei colleghi? Nel confronto fra giovani professioniste e alcune pioniere, testimoni di un difficile e fruttuoso cammino, possiamo cogliere preziose indicazioni per il presente. Ne parliamo con Ida Farè, docente femminista, in dialogo con Elisa Buonanoce e Laura Cara, che hanno svolto un lavoro di studio e di ricerca bibliografica percorrendo la storia del Politecnico di Milano e delle sue donne e raccolto esperienze dirette intervistando alcune professioniste.
Ne discutiamo con Anna Di Salvo, tra le iniziatrici delle Città Vicine e Loredana Aldegheri, a capo della MAG di Verona, a partire da Autorità femminile nell’agire politico e nell’amministrare (numero speciale di “Autogestione Politica prima”, 2014) che dà conto delle pratiche e delle idee presentate al convegno Invito al passo avanti, d’autorità (Roma, 29-30 marzo 2014).
Circolo della rosa, 15 aprile 2015
Introduce l’incontro Laura Minguzzi.
Questo numero speciale di “Autogestione Politica” prima della Mag dal titolo Autorità femminile nell’agire politico e nell’amministrare dà conto del ricco scambio avvenuto nel Convegno dello scorso marzo 2014 Invito al passo avanti, d’autorità, voluto dalla Rete delle Città Vicine, da Anna Di Salvo, da Annarosa Buttarelli e da Loredana Aldegheri della Mag. Un passo importante nella definizione del tema del convegno è stato fatto da Buttarelli con il suo libro Sovrane. L’autorità femminile al governo (il Saggiatore, 2013). In Sovrane c’è l’invito alle donne che amministrano ad assumersi tutta l’autorità della loro sapienza di governo, liberandosi dalle strette logiche partitocratiche, dalle strettoie di inutili vincoli, liberando la propria soggettività e creatività. Si sentiva e si sente tuttora il desiderio di rilanciare una posizione già enunciata nel convegno dell’anno precedente Ci prendiamo la città (Roma, 23 marzo 2013), l’urgenza di alcune di definire e circoscrivere con parole più precise le esperienze che mostrano relazioni forti e radicate nelle rispettive città. Il focus del convegno Invito al passo avanti, d’autorità era puntare lo sguardo e precisare l’analisi sullo stato dei rapporti fra politica delle donne e politica delle varie amministratrici, sindache o deputate, consigliere comunali ecc. che non intendono mettere in secondo piano o addirittura cancellare la differenza, l’essere donna. Come hanno giocato in passato e come giocano oggi le nostre pratiche relazionali per un governo delle città, dei territori, improntati alla sovranità e non alla rappresentanza o a una logica di potere (come dice Buttarelli in Sovrane) o alla subalternità o alla sottomissione alla logica neoliberale?
Anche l’annuncio dell’incontro di questa sera è in forma di domanda. Come creare autorità femminile? Ma non c’è già? mi ha detto Adriana Sbrogiò sabato sera a tavola qui al Circolo. C’è sicuramente libertà femminile e le donne sono ovunque. Non tutto però è così lineare, ci sono dei passaggi non chiari o non detti in modo chiaro. Diciamo che ci sono dei vuoti di esperienza o di parola. Nei vari interventi ognuna ha cercato di fare il punto sulle proprie relazioni che a volte sono risultate un po’ aggrovigliate. Capita quando non sono chiari i desideri o le mediazioni e i termini delle relazioni non sono esplicitati e ben definiti o quando non c’è sufficiente fiducia. Un’autorità, si sa, deve orientare e per farlo deve rendersi visibile, mostrarsi e dare chiare indicazioni che devono essere accettate da tutti donne e uomini e riconosciute valide e risolutive, devono sciogliere nodi e produrre passi avanti. Ogni passo avanti registrato ha caratteristiche proprie, secondo i contesti e le relazioni in gioco. Per esempio, la sindaca di Monasterace Carmela Lanzetta che dopo essere diventata ministra nel governo Renzi rinuncia e torna indietro: in realtà noi leggiamo questo gesto come un passo avanti. A Orvieto Laura Ricci lascia il PD perché si è resa conto che è una perdita di tempo e pensa di accettare di candidarsi in una lista civica, non sappiamo com’è andata a finire. Ma per lei è un passo avanti d’autorità perché intorno a sé ha creato un contesto che le riconosce autorità e la incoraggia a fare una politica slegata dai partiti e fondata su relazioni autentiche.
A Milano su iniziativa e proposta di Bianca Bottero abbiamo messo in pratica un’idea di Sandra Bonfiglioli cioè un Laboratorio della città contemporanea per produrre pensiero analizzando le nostre vite nei vari quartieri in cui abitiamo o abbiamo abitato in passato e registrando i cambiamenti avvenuti negli ultimi dieci anni con sguardi da urbaniste e da comuni cittadine. È importante riflettere sulle evoluzioni delle idee in pratica politica, come questo processo avvenga per iniziativa di un singolo soggetto, ma trovi poi realizzazione pratica solo per intervento della politica, anzi della pratica politica. Mi spiego: io da anni chiedevo a Emilia Costa e a Bianca Bottero di venire nel mio quartiere Santa Giulia, interessato da violente polemiche sulla speculazione edilizia, gli imbrogli della vecchia giunta Moratti ecc., a fare un sopralluogo; riconoscendo loro una specifica competenza ed esperienza in materia, ci tenevo a scambiare le mie impressioni e il mio vissuto e mostrare lo stato dei lavori di bonifica e ascoltare il loro giudizio sull’insieme architettonico e la qualità dell’abitare. Solo dopo il Convegno delle Città Vicine Invito al passo avanti d’autorità il mio desiderio è stato esaudito e la pratica del Laboratorio della città contemporanea, un progetto politico ispirato al Primum vivere, un tassello della rete delle Città vicine, ha preso forma concreta. Bianca, Emilia, Sandra e io abbiamo fatto tre sopralluoghi in varie zone della città. Quartieri legati al nostro vissuto, alla nostra singola storia. Abbiamo messo per iscritto queste promenades e Bianca ha trasmesso le nostre riflessioni ad Anna Di Salvo a Catania. Cosicché le storie di città, le vite di città – come le chiama Bianca Bottero – si stanno trasformando in visioni in grande sulle città nel mondo, perché siamo anche delle viaggiatrici-esploratrici e tutto ciò accade grazie alla pratica politica, al valore che diamo al lavoro del pensiero scambiato fra noi. Porsi in ascolto della città, sentire la città, in profondità e ciò che accade. Per quanto mi riguarda, ho trasferito nelle promenades la mia pratica della storia vivente: ascolto dell’altra senza giudizi con pazienza. Il prendere un’iniziativa, iniziare qualcosa di nuovo, d’inedito è già un passo avanti d’autorità.
A Milano oggi ci confrontiamo anche con la questione dei beni comuni. La Casa delle donne di Milano chiama Milano bene comune; c’è stato recentemente un convegno promosso dalle Giardiniere, in primis da Maria Castiglioni, La forma della città, dove Bianca Bottero, invitata, ha posto l’accento sull’ambiguità della partecipazione ma ha espresso un giudizio positivo sulla modalità con cui le Giardiniere sono arrivate a proporre alla città questo momento di confronto sul loro progetto di riqualificazione della Piazza d’Armi. Ci siamo noi con il Laboratorio della città contemporanea. A noi pare importante dare priorità all’immaginazione e far parlare gli/le abitanti piuttosto che fare progetti di recupero. Ma ciò che ci accomuna è l’amore per la città. Forse siamo in un momento storico in cui c’è una debole visione del mondo quella che una volta si chiamava Weltanschaung. Nella nostra concezione dell’autorità che si fonda sulla radicalità, nel senso di tenere ferme le radici, non perdere il legame con la radice, con una politica generativa di vita, di trasformazione, quasi darwiniana, come diceva Luisa Muraro nella sua lectio al Bookpride, c’è già una forma del mondo, di orizzonte grande, dove ci stanno dentro le città che vogliamo, che immaginiamo.
Il cambiamento può venire dalle città. Io m’immagino un’Europa di città in relazione, prima che in rete, come noi che siamo partite dall’esperienza delle Vicine di casa di Mestre. Una pratica inventata da Sandra De Perini e Luana Zanella. Cioè da un’idea di prossimità, come dice Sandra Bonfiglioli. Oggi ci sono esperienze, esempi che vanno anche nel senso di portare i movimenti di partecipazione dal basso, le associazioni nate per il recupero di luoghi storici per sottrarli alle mire speculative, all’acquisto collettivo, con la raccolta fondi. Penso all’isola di Poveglia a Venezia o al Teatro di Mezzano in provincia di Ravenna, che vanno nel senso di trasformare un bene che appartiene al Comune in proprietà in comune per renderlo vivo e usufruirne secondo progetti e desideri della collettività. C’è anche un forte elemento di legame amoroso col passato, con la propria storia che insorge e fa comprendere la forza che hanno questi movimenti (racconto la storia del Teatro di Mezzano nel N° 3-95 di DWF 2012). Per esempio il nome dell’associazione Le Giardiniere scelto per il progetto di riqualificazione e rivitalizzazione della Piazza d’Armi fa pensare non solo al movimento delle Carbonare del Risorgimento ma anche al significato della parola in persiano: giardino in questa lingua si dice paradiso… perciò dare spazio ai giardini, agli orti a Milano significa anche volere vivere con agio in una città moderna. Ho fatto questa scoperta leggendo un libro di uno storico e letterato russo Dimitrij Sergeievic Lichaciòv, La poesia dei giardini, dove oltre a queste belle informazioni e connessioni fra il presente e il passato dei giardini in Europa e in Russia, ho trovato anche un riferimento alla legislazione urbanistica e architettonica di epoca bizantina in cui era previsto uno spazio, una distanza adeguata fra gli edifici che non doveva impedire la vista della campagna e lasciare libero l’orizzonte allo sguardo, perché la bellezza è riposo per l’essere umano. A me piacciono i grattacieli per esempio e domenica scorsa mi sono riposata molto andando a Porta nuova Varesine dove c’era il Mia, la Fiera di fotografia e con gioia ho visto la nuova piazza dedicata a Lina Bo Bardi. Ma purtroppo c’è un problema, sotto è scritto “architetto”. Ancora non c’è il coraggio di scrivere “architetta”. C’è una battaglia da fare per chi vuole cambiare la toponomastica della città ma non si tratta forse solo di questo. C’è da cambiare l’idea stessa di architettura, di urbanistica, di economia ecc., per nominare Lina Bo Bardi architetta. Il campo di grano che sta lì fra i grattacieli per ispirare la relazione con la maternità, il nutrimento, potrebbe diventare un campo di battaglia, far rivivere Demetra ma a modo nostro, per ridisegnare l’orizzonte, donne e uomini in relazione per un mondo sessuato e una città sessuata. Altrimenti c’è il rischio di un ritorno all’esaltazione della grande madre o della mater dolorosa, alla differenza biologica, dimenticando la differenza intesa come fecondità di una politica generatrice di nuovi significati perché aperta all’imprevisto, all’altro da sé. Una sollecitazione per l’amministrazione della città. La politica delle donne pretende molto: il vincolo nella relazione, l’affidarsi, la fedeltà a se stesse/si, l’esporsi a partire da sé, sono passi più complessi e faticosi dello stare in un’organizzazione tradizionale dove vige la scissione fra sé e sé o la schizofrenia fra pubblico e privato. Non si tratta solo di disgiungere il governare dal rappresentare, ma di un capovolgimento soggettivo che è molto meno generico di un vago cambio di civiltà. Alla fine del Convegno abbiamo registrato un sicuro guadagno, come scrive Anna Di Salvo, cioè la caduta del senso di diffidenza che spesso blocca gli scambi fra donne e uomini delle istituzioni con posizioni di potere e donne e uomini della politica prima.
(Laura Minguzzi, www.libreriadelledonne.it, 11 giugno 2015)
di Francesca Pasini
27 aprile Circolo della Rosa.
Provo ad aggiungere a memoria i colori pronunciati da artiste, artisti, collezionisti, giornaliste, ascoltatrici, ascoltatori. Quando dico che i colori non si possono descrivere, ma solo pronunciare, penso alle parole, ma anche alla voce e all’emotività della lingua madre.
Nel libro (Maria Morganti – Pronuncia i tuoi colori, Galleria Otto Zoo, Milano, 2015) racconto che l’opera è un soggetto e non un oggetto e che, tramite la sua mediazione, scopro qualcosa di me e dell’altro.
Luisa Muraro aggiunge: “ l’intimo del sé è imprigionato nell’altro: ogni altro, che si presenta in quanto tale, tiene prigioniero qualcosa di te. L’arte sprigiona il tuo intimo, dando forma a un soggetto impersonale, che però non è arbitrario, anche se non è detto che sia buono, può anche essere aggressivo”.
La fine della vecchiaia. Maria mostra la foto del Portadiari (un armadio aperto che contiene le tavole dei diari già “scritti a colore” e quelle ancora nude). Scatta una resistenza. Corrado Levi chiede: “ma cosa fai se vivi così a lungo da riempire questa “catasta”? Maria: “ne aggiungo un’altra”. Stefano Arienti la definisce una bara e trascina altri e altre su questa suggestione. No. E’ un gesto di ottimismo, tutte queste tavole pronte per diventare diari mi dicono che la vecchiaia è finita perché la vita è una trasformazione senza fine, come il desiderio di esprimersi. Corrado cita le ultime opere di Matisse, De Pisis, Beethoven.
Laura Boella, mi dà una scossa di felicità quando racconta: “Ero alla Triennale alla presentazione del libro di Maria, Un diario tira l’altro (Corraini, 2010), e quando ho sentito Francesca chiederle: “pronuncia i tuoi colori”, ho pensato che era la domanda che avrei voluto fosse fatta a me. Raccontare le tue passioni, i tuoi pensieri è aprire una porta che va ben oltre. Era come se le dicesse: scopriti, apriti, donaci uno sguardo oltre la parola. In questa pronuncia c’è una tecnica e una pratica che mi ha fortemente ispirata”.
Rosella Prezzo, parla di gioia nel movimento del colore. “Non pensare. Guarda, come diceva Wittgenstein. Allora, vedi il tempo, questo invisibile che sta dentro il visibile. Assorbi ciò che hai davanti agli occhi”. Le spugne che Maria ha abbinato al polittico del suo autoritratto sono questo, ma sono anche simbolo del rischio: se le strizzi si svuotano. Margherita Morgantin, avverte: “ nell’arte c’è un lato imprendibile che va difeso, per captare la danza imprecisa della materia”.
Stefano Arienti vede nei lavori col pongo di Maria un ritorno all’adolescenza. Magnifico! Vuol dire che nella sua esperienza di un colore dopo l’altro, un giorno dopo l’altro, ha trovato il modo di tornare indietro rispetto a se stessa e rielaborare la propria età.
Anche quando risponde alla mia domanda, Maria torna indietro e mi indica le tracce per il suo autoritratto. Sono sue, ma anche mie, perché istintivamente cerco di capire cosa metterei dentro il mio autoritratto.
Quale reciprocità mette in campo l’arte? Se l’opera è un soggetto, come faccio a sentirmi riconosciuta da lui/lei/esso? E’ una domanda cruciale per chi fa la critica d’arte contemporanea, perché l’artista è accanto a me, entra in relazione attraverso il soggetto-opera, ma anche attraverso la soggettività personale e le relazioni intellettuali, emotive, amicali. Se l’artista è vissuta/o prima di noi, possiamo immaginare il suo tempo, ma siamo liberi dall’attrazione per lei, per lui. Invece quando vive accanto, bisogna capire quale tipo di amicizia si sprigiona tra noi attraverso la mediazione dell’opera. E questa mediazione è così autorevole da garantire la relazione personale? No. La difficoltà sta qui. A volte si prova una grandissima attrazione per l’altro in colore e spazio (l’opera), e grandi prudenze per l’altro in carne ed ossa (l’artista). E’ per questo che mi oppongo a chi dice che conta solo la creazione. Con questo stratagemma si era affermato il trionfo dell’artista neutro, non era necessario sapere se era uomo o donna. L’opera soggetto ci porta invece in alto mare, dobbiamo superare le onde che trascinano tutti e tre: opera, artista, osservatore. Il soggetto che sprigiona qualcosa imprigionato nel profondo del mio intimo, e che riconosco in quel momento, mi obbliga a mettere in relazione quello che è affiorato non solo con l’artista, ma anche con tutte e tutti quelli che fanno parte delle mie relazioni sentimentali, culturali, parentali. E qui ritrovo l’intuizione, che ho preso dall’arte e dal movimento delle donne: la nascita di una famiglia relazionale che si “impasta” come direbbe Maria, con quella parentale. Anche il movimento delle donne ha pronunciato colori che mi hanno fatto vedere un soggetto col quale stabilire scambi e reciprocità.
Ringrazio tutte e tutti quelli che hanno pronunciato i loro colori per entrare in dialogo con Maria e con me. Mi auguro che queste diverse pronunce aiutino a creare una lingua multicolore.
(www.libreriadelledonne.it, 15 maggio 2015)
Circolo della rosa Milano 4 ottobre 2014
(introduzione di Marirì Martinengo)
A tutte e tutti il nostro benvenuto ad una serata che speriamo gradevole, di cui Laura Minguzzi, presidente del Circolo della rosa, sarà protagonista. Volentieri ho accettato di introdurre brevemente il racconto della sua esperienza di viaggio lungo la Transiberiana con l’amica Brunella Pisani e il documentario che l’accompagnerà, perché a Laura mi accomuna, oltre ad altri interessi, il gusto per il viaggio. Intendiamo il viaggio prima di tutto come messa in gioco della soggettività di chi lo compie, soggettività che, esposta a stimoli non usuali si rinnova e arricchisce, galvanizzandosi al contatto di genti e orizzonti immaginati, sognati, ma non ancora conosciuti. I non sperimentati spazi chiedono di fare il vuoto dentro di sé per accogliere quanto di inaspettato ci viene offerto. L’esplicitazione e il dispiegarsi della soggettività rientra nella nostra pratica della storia vivente. Ed è un fare politico, destinato ad applicazioni anche in altri ambiti. Si sceglie in genere di fare un determinato viaggio, seguendo un desiderio, perseguendo un completamento di sé; una caratteristica che ci accomuna è quella di intendere il viaggio non solo per sé, ma anche per altri e altre. A questo punto inserisco la mia esperienza: io ho scoperto l’esistenza delle poetesse occitane, Le Trovatore, durante un mio viaggio nella Francia meridionale; la scoperta mi ha dato grande gioia che poi ho avuto modo di estendere ad altre e altri. Infatti, a questa è seguito un lungo studio e la pubblicazione in due volumi delle loro poesie, sconosciute in Italia. Tornando a Laura, ricordo uno dei suoi primi viaggi, di tanti anni fa, che l’ha portata al rinvenimento casuale, in una chiesa ortodossa, a Sinaja, in Romania, di un affresco che rappresentava Eufrosinija di Polozk, la badessa medievale, viaggiatrice essa stessa, alla quale lei stava studiando e lavorando, nell’ambito di una ricerca che conduceva insieme a me, Marina Santini e Luciana Tavernini, dal titolo Libere di esistere. Il rinvenimento dell’immagine è stato un trionfo per lei, ma anche un grande contributo d’arte per il libro di storia che insieme stavamo scrivendo. Numerosi sono stati, quando insegnava, i viaggi di scambio con le scuole di Pietroburgo fra le sue e i suoi alunni e quelle e quelli russi. In un viaggio più recente Laura ha conosciuto l’attività politica delle Decabriste e, descrivendola e quindi pubblicandola, ci ha reso partecipi della loro storia. Laura, che si era affidata a me, mi seguiva nei viaggi, quando andavo invitata in giro per l’Italia a diffondere fra le insegnanti la pedagogia della differenza e in questi ultimi anni lei mi accompagnava, quando ai congressi di Bordeaux e di Béziers, io portavo i risultati delle mie ricerche sulle Trovatore. Insieme siamo state a Berlino, quando l’estate scorsa, invitate dalla regista Alex Martinis Roe, abbiamo parlato della pratica dell’affidamento, geniale invenzione delle donne della Libreria delle donne di Milano degli anni ottanta e in particolare del rapporto di affidamento che unisce Laura e me da più di trent’anni.
Alcuni viaggi di questi ultimi tempi – viaggi che io definisco estremi – Laura li ha compiuti con altre, per esempio con Marina Santini. Viaggi nei quali era sempre presente l’interesse per la storia, cioè alle isole Solovki, nel Mar Bianco, per visitare i luoghi dove fu aperto, nel 1923, in un famoso monastero, il primo Gulag. Ricordo ancora il suo viaggio in Ucraina, dove all’interesse per genti e paesi in terre da lei profondamente amate, si unisce la volontà di far conoscere la politica delle donne praticata presso il suo Circolo e la Libreria delle donne. Anche stasera, mostrandoci il suo documentario, vuole farci partecipi di un’esperienza interessante e rara. E di questo ci parlerà lei.
Autobiografia di un viaggio di Laura Minguzzi, docufilm, durata 50’.
(Intervento di Laura Minguzzi)
Prima di tutto vorrei fare alcuni ringraziamenti. Primo alla giovane regista, che ha curato il montaggio del mio documentario Transiberiana e oltre da Milano a Vladivostók, Elena Baucke, perché senza di lei, essendo io una dilettante della videocamera e non avendo competenze di montaggio, non avrei potuto realizzarlo. Poi vorrei ringraziare Brunella Pisani, amica ed ex-collega di scuola, che ha accettato con entusiasmo la mia proposta; si è fidata del mio progetto di viaggio e mi ha sopportato per quarantaquattro giorni. Da ultimo Cinzia Achilli. Con lei ho conosciuto Liudmila Levyna, che ci ha aiutato a prenotare il treno della Transiberiana da Mosca e soprattutto ha mandato l’invito a me e a Brunella per ottenere il visto e muoverci liberamente per un tempo abbastanza lungo sulla Transiberiana. Lei garantiva per noi e ha dovuto presentare la sua dichiarazione dei redditi al Consolato russo. Potete già comprendere da questo dettaglio che nonostante la caduta del muro esiste ancora la burocrazia sovietica.
Perché autobiografia? Il sogno della Transiberiana mi ha accompagnato da quando ho iniziato lo studio della lingua russa negli anni sessanta. È stato un mito di quegli anni. E lo fu anche per i giovani sovietici e le giovani sovietiche, che d’estate partivano per lavorare alla BAM (Bajkal Amurskij Magistral, così si chiamava), e passavano le vacanze in questo modo (abbiamo letto con Brunella che al primo tratto iniziato alla fine dell’Ottocento hanno lavorato operai di Udine). Mi è sempre piaciuto progettare viaggi a mia misura, percorsi, tappe per esplorare luoghi e paesi, osservare le trasformazioni, parlare con la gente, con le donne, per andare oltre le notizie e le informazioni ufficiali (mi sono ispirata a Simone Weil che partì per la Germania negli anni trenta per capire cosa cos’era il nazionalsocialismo). Andare oltre la notizia, indagare, scoprire, vivere anche a contatto. Questo mi è stato possibile con gli scambi fra scuole che ho organizzato per una decina di anni (dal 1992 al 2003), quando insegnavo, a cui anche Brunella ha partecipato. Mi piaceva che anche le mie classi, vivendo nelle famiglie russe, dessero corpi, una storia alla realtà, alla lingua che studiavano sui banchi. Con la fine dell’Unione Sovietica nel 1991 io ho cominciato a sognare una civiltà europea senza frontiere, senza muri, che potesse lambire l’Oceano Pacifico, arrivare oltre gli Urali (classica barriera naturale, da lì in poi comincia l’Asia) fino a Vladivostók. Ho sempre temuto l’idea della fortezza Europa che si difende o si arma. Partivo perciò per capire cosa stesse succedendo, cosa pensasse la gente comune, le amiche, le insegnanti, cosa scrivessero i giornali della nuova Russia che si andava formando, tastare il polso della situazione e nelle scuole portavo la mia esperienza politica, libri di scrittrici italiane, e a mia volta compravo libri di scrittrici russe da leggere nelle mie classi. Nel 1993, a Mascia Loseva, amica di Mosca, bibliotecaria alla Lenin, che avendo familiarità con gli archivi, mi aiutava a trovare documenti su Eufrosinija di Polozk, badessa medievale, in questa città dell’attuale Bielorussia, ho fatto conoscere il Sottosopra verde. Ricordo che sono andata anche all’Istituto di Cultura Italiana di Mosca la cui direttrice era stata una dei miei docenti di Venezia, Vittoria Strada, per proporgli la traduzione di Non credere di avere dei diritti in russo. Le mie ricerche di storia nella Comunità mi hanno spinto al viaggio con questo spirito di attenzione al presente ma col desiderio di cercare nel passato delle risposte. Con questo atteggiamento di apertura all’incontro, all’ignoto sono andata anche all’Arcipelago delle Solovki, prima da sola, nel 2001, invitata da un’amica, Galina, insegnante della Karelija, dopo il 1991 Repubblica Autonoma, poi con i due Paoli, mio marito, e il marito di Marina Santini della Comunità di ricerca storica, ora Storia vivente, per vedere il grandioso Monastero del 1400, una fortezza in mezzo al Mar Bianco, a 160 chilometri dal Circolo Polare Artico, trasformato in Gulag speciale nel 1923. Una cittadella ricchissima, florida per alcuni secoli, che vigilava sui confini dell’impero, di un’architettura meravigliosa, recuperata oggi come patrimonio dell’umanità dall’Unesco, dove, durante il nostro soggiorno, dal forno del refettorio usciva un profumo intenso di pane fresco. Volevo vedere anche le tracce archeologiche del passato: i famosi labirinti di pietra di cui è cosparsa l’isola, la cui presenza non ha ancora trovato un significato preciso ma solo ipotesi. Alle Solovki hanno vissuto anni di studio i cosiddetti estranei alla società sovietica. Per esempio Pavel Florenskij, che ha scritto un libro consigliato anche da Luisa Muraro, Il valore magico della parola. Lì sono stata ospite di Svetlana, una maestra amica di Galina Stepanova, a Kem, cittadina da dove partono i traghetti per le isole Solovki. Mi sento a volte un po’ pellegrina come Eufrosinija, la badessa di Polotzk, protagonista delle mie ricerche sul medioevo femminile. Ambasciatrice della politica del simbolico. Ho progettato il mio ultimo viaggio in Ucraina nell’agosto del 2008, dopo la Rivoluzione arancione 2004-2005, per conoscere Tatjana, responsabile e fondatrice del Museo delle donne, allora solo virtuale. Era venuta a Milano con la figlia, aveva scritto al sito ed io ho continuato lo scambio e sono andata, portando Donne Mostra, il lavoro di Marina Santini sul femminismo, libri e Via Dogana. Nel n° 91 del 2009 ho pubblicato un articolo su questa esperienza, dal titolo «Esplorazioni nel mondo ex-comunista». L’anno scorso in maggio, quando ho cominciato a progettare con Brunella le tappe della Transiberiana, cioè le città dove scendere dal treno, prenotare l’albergo e fermarci qualche giorno, dissi a Brunella che avevo scritto a Katja Samutzevich, una delle Pussy Riots, Nadia e Mascia stavano ancora scontando la condanna di due anni, e avevo preso accordi per incontrarci a Mosca, dove lei vive ed era allora in libertà vigilata. Avrei voluto scendere a Perm’, una cittadina che si trova sulla linea della Transiberiana, dove si trova la Colonia Penale in cui stava Mascia, ma era un’idea balzana perché poi mi ha raccontato Katja, quando ci siamo incontrate a Mosca, che perfino ai parenti era difficilissimo ottenere permessi per andare a far loro visita. In totale abbiamo visitato dodici città: Mosca, Kazan’ nel Tatarstán, Ekaterinburg, Toból’sk, ex-capitale della Siberia, Tomsk, Novosibirsk, capitale attuale, Krasnojarsk, Irkutzk, Ulan Udé, capitale della Buriazia, Khabárovsk, Čita, Vladivostók. A Kazan’ mi ha colpito il fatto del bilinguismo: le scritte pubbliche in tataro e in russo. A Ekaterinburg ci siamo fermate per vedere la cattedrale costruita dieci anni fa, nel luogo in cui furono fucilati i membri della famiglia zarista che ora sono stati proclamati martiri. Qualche giorno di riposo ce lo siamo concesso al Lago Bajkál. Ho fatto il bagno in acque a 15-16 gradi, molto tonificanti, con una luce incandescente, molto particolare, in un luogo famoso, l’isola di Ol’chon, in mezzo al lago, celebre perché abitata da credenze sciamaniche. Nell’isola ci sono solo case di legno e strade di terra battuta e sabbia. Di notte non c’è illuminazione elettrica. Un tipo di vita molto sobria. Sulla collinetta sopra la spiaggia c’è un altare sciamanico. Un tempo era proibito alle donne frequentare quel luogo, mi dice un signore che ha cercato di farmi spostare da lì. Ma era la spiaggia più tranquilla e suggestiva. Proprio per quel motivo l’avevo scelta. Una traccia evocativa che ci ha guidato è stata quella dell’esilio politico dei, delle decabriste, Uomini e donne in rivolta nella Russia zarista, dell’inizio dell’Ottocento… Ne ho scritto nel n° 107 di Via Dogana del 2013.
Abbiamo trovato testimonianze storiche accurate nelle città di Irkutsk e a Čita, dove da poco è stato allestito un museo nella Chiesa di legno di San Michele del 1700 a loro dedicato. Le donne e gli uomini appartenenti a famiglie nobili che nel 1825 erano stati condannati a vent’anni di lavori forzati nelle miniere di ferro, oro e argento della Siberia hanno poi deciso di stabilirsi lì e creare delle città ispirandosi alla cultura francese dei salotti. Brunella ha trovato un libro di memorie in francese, pubblicato in Spagna e scritto da Pauline Annenkova, moglie di Ivan Annenkov, uno dei condannati. Lei, di origine francese, lo seguì e visse in Siberia. Torneranno poi a Mosca e lei scriverà la storia di questa relazione che l’ha portata a vivere una vita del tutto imprevista. Prima di partire ho letto il libro di Luciana Castellina, Siberiana. Molto interessante ma la mia Transiberiana è stata differente. Io non ero in delegazione ufficiale, per cui i 9.280 chilometri da Milano a Vladivostók sono stati tutti giorno dopo giorno vissuti in una contrattazione continua fra me e Brunella per decidere le tappe, dove fermarci, la scelta dell’albergo, quanto tempo, perché… A Khabárovsk, per esempio, Brunella non voleva andare. Era esondato il fiume Amur, in Tv mostravano immagini di città e regioni allagate; anche a Vladivostók alcuni quartieri erano in pericolo e temevamo che anche la ferrovia che corre lungo i fiumi immensi della Siberia (l’Ob, lo Jenisej, l’Amur, appunto) potesse essere sommersa. Ma il rischio è connesso al viaggio e io non volevo rinunciare a vedere Vladivostók. Era l’ultima tappa e poi avevamo già acquistato il volo di ritorno. In realtà queste due città sono collocate su colline, per cui i danni maggiori li subivano i quartieri lungo il fiume, in basso, e soprattutto le campagne, i villaggi dove vivono i contadini. È stato particolarmente impressionante vedere dai finestrini del treno una intera regione allagata, Birobizhan, dove vivono gli ebrei. Questo territorio è tutto lungo il corso del fiume Amur… Anche in Cina c’erano terribili inondazioni e si temeva il crollo di una diga. In treno, ascoltando le conversazioni di altri passeggeri, ho sentito che alcune donne commentando gli avvenimenti, attribuivano le responsabilità delle inondazioni ai cinesi, cioè al fatto che sono state costruite numerose fabbriche in Cina lungo il corso del fiume nel giro di pochi anni e il fiume viene usato come una discarica. Proseguire il viaggio ne è valsa la pena perché Vladivostók è una città molto affascinante, affollata di giovani, accorsi in occasione del Festival delle arti e della musica, per cui c’era molta animazione, molte gallerie e mostre d’arte di artiste giapponesi, cinesi eccetera, gruppi rock russi e stranieri. La città è stata recentemente smilitarizzata e aperta agli stranieri. Sono stati costruiti due ponti in collaborazione con ingegneri francesi e ora viene considerata la California del Pacifico. Molti cinesi, ci raccontava Kostantin, un amico di Liudmila che ci ha accolto alla stazione e accompagnato in albergo, vengono a fare le vacanze al mare, nelle isole vicine alla città.
Milano, Libreria delle donne, 11 marzo 2014
di Margarita Borja
La voce della Libreria delle Donne risuona da decenni in altri spazi del femminismo contemporaneo. Il libro collettivo Non credere di avere dei diritti dell’87 e L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro fanno parte della bibliografia fondamentale e di molte riflessioni del femminismo, e della memoria della mia generazione all’inizio della democratizzazione in Spagna, quando avevamo l’urgenza di guardare e interpretare la teoria e la realtà in un modo nuovo. Per questo è un onore per me essere ricevuta qui e vi ringrazio di diffondere così tanti libri di donne e di gestire questo interessante luogo d’incontro. Grazie a Clara Jourdan e ad Ana Domínguez di aver gettato un ponte con la Librería Mujeres y Compañía di Madrid, il cui primo risultato è stata la partecipazione di Ombretta De Biase al nostro Encuentro de mujeres en las artes escénicas en el Festival Iberoamericano de teatro, FIT de CÁDIZ (Incontro delle donne delle arti teatrali al Festival Iberoamericano del teatro). Lì ho scoperto che il suo testo drammatico sulle beghine coincideva nell’impianto biografico-narrativo con quello della prima scena dell’opera di cui sto per parlarvi. Grazie anche a Francesca Mantura, senza la quale non avrei il piacere di essere qui oggi, per la sua generosa decisione di tradurre l’opera, un testo teatrale scritto insieme da Diana Raznovich e da me, e l’intero libro che la contiene, nato successivamente. Chiara Turozzi della casa editrice L’Iguana sta preparandone l’edizione italiana, che vedrà la luce a Verona alla fine del 2014.
Mi riferirò a Olympe de Gouges come a una nostra contemporanea, perché il recupero della sua storia e dei suoi scritti nel bicentenario della Rivoluzione Francese, nel 1989, ha innescato una serie di rinascite della sua figura e insieme della sua visione profetica.
Il libro Olimpia de Gouges o la pasión de existir («Olympe de Gouge o la passione di esistere») ruota in modo poliedrico intorno alla messa in scena che ho diretto e coprodotto in una Buenos Aires scossa dalle proteste cittadine post-corralito[1], che rievocavano la Rivoluzione francese, fortemente influente nel continente americano e in particolare in Argentina. Un contesto propizio per creare una vigorosa poetica scenica intorno alla “mia eroina favorita”, espressione che riprendo dalla sua biografia spagnola Oliva Blanco Corujo, il cui rigoroso lavoro di ricerca e bibliografia occupano la parte finale del libro.
Abbiamo cercato di costruire il personaggio di Olympe de Gouges come agente destabilizzatore dell’ordine dato e soggetto mutante, che fa mutare la società con la frattura che le sue azioni producono, secondo la definizione di Gilles Deleuze. Oltre a impersonare se stessa a la sua posizione politica, Olimpia doveva mutare in scena, come uno specchio di situazioni vissute da donne di ogni epoca, compresa la società globalizzata di oggi. Per elaborare il personaggio, chiesi dapprima il contributo drammaturgico di Diana Raznovich, e in seguito riunimmo un’équipe creativa di alto livello che mi permise di osare e di innovare la regia, all’interno di schemi frammentari e diacritici che esploro in ogni montaggio. Dobbiamo a Diana monologhi e dialoghi di grande potenza e spessore, indispensabili per fare di Olimpia l’essere parlante e pieno di energia solare che cercavamo, e sempre a Diana dobbiamo la scelta e l’approfondimento di controparti indispensabili nel dialogo, come la Padrona di casa e Robespierre. Da parte mia, sdoppiando i personaggi creando rimandi tra un’epoca storica e l’altra e componendo ritmi di scena caleidoscopici, ho potuto creare un gioco di trasformazioni in certi passaggi tumultuosi della trama impossibile da rendere con una lunga successione di eventi; la parte che ho intitolato Operetta de la Cruel Louisette («Operetta di Louisette la Crudele»), per esempio. Curiosamente, questa dinamica sperimentale ha favorito altrettanti giochi di analisi nel resto dei saggi che compongono il libro.
Gli aspetti del carattere di Olimpia che la designano come agente destabilizzatore dell’ordine dato sono, a grandi tratti: personalità forte, lucidità nel mettere a fuoco la condizione sua e di altre come figlia naturale e come donna priva di diritti di cittadinanza, temperamento isterico capace di interpellare e mettere in scena e, da ultimo, genio creativo al servizio di un profondo senso di giustizia e di un pensiero politico avanzato e reso ardito da una visione utopica positiva che, tra l’altro, anticipa visionariamente l’“uomo nuovo” nel suo amico scrittore Mercier.
Olimpia fu protagonista di molteplici atti di audacia. Il suo potente desiderio fu strumento di azioni di rottura. Fuggì dalla cittadina di Montauban, dove le era permesso solo di essere figlia di una donna che l’aveva avuta fuori dal matrimonio e di un macellaio che le faceva da padre o, poi, una donna sposata e una giovane vedova, con tutte le limitazioni del caso. Inventarsi il nome con cui oggi la conosciamo fu il suo primo e decisivo passo per spianarsi la strada verso la corte a Parigi. Su un registro più personale, in Olimpia ho scoperto l’antidoto contro la naturalizzazione isterica che colpì mia madre durante i rigori della dittatura franchista, e come lei molte altre donne della sua generazione. I venti di libertà soffiavano al di sopra delle frontiere, ma l’onnipresenza del patriarcato repressivo nelle loro vite, etichettandole come isteriche, le consegnava a un fato definitivo. La presunta patologia, diagnosticata arbitrariamente in privato, si traduceva in discredito e incapacità, intralciando e intercettando qualunque loro presa d’iniziativa. Nel testo accenno alle teorie rivelatrici di Elaine Showalter e di Emilce Dio Bleichmar su ciò che quest’ultima definisce, fin dal titolo del suo libro, «il femminismo spontaneo dell’isteria». Analisi cruciali, che hanno gettato una luce sulla dolorosa confusione che mi aiutò a intravedere l’istinto politico celato in fondo al disturbo narcisista che vedevo nelle donne che mi circondavano nell’infanzia e nell’adolescenza. In realtà, legate com’erano dalla repressione, quella disperata protesta fisica di fronte all’impossibilità di articolarsi in parole era un comune denominatore non solo generazionale. Isteria e femminismo, dice Elaine Showalter, hanno formato un continuum significativo nel nostro divenire.
(traduzione a cura di Silvia Baratella)
“Olimpia de Gouges, nuestra contemporánea”
sinopsis, Margarita Borja
La Librería delle Done resuena en otros espacios del feminismo contemporáneo desde hace décadas. El libro colectivo Non credere di avere dei diritti del 87 y El orden simbólico de la madre de Luisa Muraro se incluyen en la bibliografía básica de muchas reflexiones feministas y existen en la memoria de mi generación a comienzos de la democracia española, cuando era urgente mirar e interpretar teoría y realidad de otro modo. Por ello, es un honor ser recibida aquí y agradezco a quienes hacéis posible la difusión de innumerables libros de mujeres y la gestión de este interesante espacio de encuentro. Gracias a Clara Jourdan y a Ana Domínguez por tender un puente desde la Librería Mujeres y Cia de Madrid, cuyo inmediato resultado fue el viaje de Ombretta de Biase a nuestro Encuentro de mujeres en las artes escénicas en el Festival Iberoamericano de teatro, FIT de CÁDIZ. Allí descubrí que su texto dramático sobre las Beguinas coincidía en el planteamiento biográfico-narrativo con el de la primera escena de la obra a la que voy a referirme. Gracias asimismo a Francesca Mantura, sin cuya generosa decisión de traducir la obra, una dramaturgia conjunta de Diana Raznovich y mía, y el libro posterior que la contiene, cuya publicación italiana prepara Chiara Turozzi en editorial L´Iguana, yo no tendría el gusto de estar aquí, anticipando contenidos y líneas argumentales de la edición que verá la luz en Verona, al final de 2014.
Me referiré a Olimpia de Gouges como nuestra contemporánea porque la recuperación de su existencia y escritos en el Bicentenario de la Revolución Francesa, en 1989, ha generado una sucesión de renacimientos de su figura acorde con su profética visión.
El libro Olimpia de Gouges o la pasión de existir gira de manera poliédrica alrededor de la puesta en escena que dirigí y coproduje en una Buenos Aires agitada por la protesta ciudadana en el postcorralito y evocadora de la Revolución Francesa, de amplia huella en el continente americano y en Argentina en particular. Un ambiente propicio para construirle una vigorosa poética escénica a “mi heroína favorita”, expresión que adopto de su biógrafa en España Oliva Blanco Corujo, cuyo riguroso trabajo de investigación y bibliografía completa la parte final del libro.
Tratamos de construir el personaje de Olimpia de Gouges como agente de debilitación de lo establecido y sujeto mutante que hace mutar la sociedad con la fisura que producen sus acciones, definido por Gilles Deleuze. Más allá de encarnar la expresión de sí misma y su posición política, Olimpia debía mutar en escena como espejo de situaciones vividas por mujeres de todas las épocas, incluida la sociedad global de hoy. Para elaborar el personaje solicité a Diana Raznovich la primera contribución dramatúrgica y reunimos luego un equipo creativo de gran solvencia que me permitió arriesgar e innovar en la dirección escénica, dentro de esquemas fragmentarios y diacríticos que exploro en cada montaje. A Diana debemos escenas de monólogo y diálogo de gran potencia y contenido, indispensables para convertir a Olimpia en el ser verbal de energía solar que buscábamos, así como la elección o profundización de contrafiguras dialogantes indispensables, La Dueña y Robespierre. Por mi parte, desdoblar personajes creando guiños de un tiempo histórico a otro y componer ritmos escénicos en calidoscopio me proporcionó un juego de transformaciones en ciertas narrativas tumultuosas del relato que habría sido imposible producir con un gran elenco; la parte que denominé Operetta de la Cruel Louisette, por ejemplo. Curiosamente, esa dinámica experimental ha propiciado otros juegos de análisis en el resto de ensayos que componen el libro.
Las facetas de carácter que dibujan a Olimpia como agente de debilitación de lo establecido, a grandes rasgos son: fuerte personalidad, lucidez para distinguir su situación y la de otras como hija natural y mujer privada de derechos de ciudadanía, temperamento histérico capaz de interpelar y escenificar, y, por último, genio creador al servicio de un profundo sentido de la justicia y un pensamiento político avanzado y enardecido por una visión utópica positiva que, entre otras cosas, anticipa de manera visionaria al “hombre nuevo” en su amigo el escritor Mercier.
Olimpia protagonizó múltiples atrevimientos. Su potente deseo fue vehículo de acciones de ruptura. Escapó de la pequeña ciudad de Montauban donde solo se le permitía vivir como la hija de una madre que la engendró fuera del matrimonio y de un carnicero que ejercía como padre adoptivo, o como mujer casada o viuda joven, constreñida por tal condición. Inventar el nombre por el que la conocemos hoy fue su primer y definitivo paso para allanar el camino hacia la corte en París. En el registro más personal, descubrí en Olimpia el antídoto contra la naturalización histérica que atrapó a mi madre durante el rigor dictatorial franquista y a gran número de mujeres de su generación. Los vientos de libertad corrían ya por encima de las fronteras, pero la omnipresencia del patriarcado represivo en sus vidas etiquetándolas histéricas las abocaba a un fatum definitivo. La supuesta patología, diagnosticada arbitrariamente en privado, se traducía en descrédito e incapacidad, lastrando e interceptando cualquiera de sus iniciativas emprendedoras. Aludo, en la edición, a las reveladoras teorías de Elaine Showalter y Emilce Dio Bleichmar sobre lo que la última define ya en el título de su libro como “El feminismo espontáneo de la histeria”. Análisis cruciales, luz sobre mi dolorosa confusión que me permitió entrever el instinto político oculto al fondo de tanto disturbio narcisista, observado en las que rodearon mi infancia y adolescencia. En realidad, atadas como estaban a la represión, esa protesta corporal desesperada frente a la imposibilidad de articularse en palabras era un común denominador, no solo generacional. Histeria y feminismo, dice E. Showlater, han formado un significativo continuum en nuestro devenir.
En el libro que comento, las filólogas ponen la lente de aumento sobre puntos concretos, textuales o semióticos, de la obra. Dora Sales descubre el proceso liberador hacia el affidamento, tematizado por Lia Cigarini, como vertebrador de la escena en que Olimpia le dice a La Dueña del apartamento que escucha los golpes que le proporciona el marido en el piso superior, antes de lanzarle una batería de preguntas incisivas. La Dueña muta entonces en Revolucionaria, en la voz épica dueña del relato de la Marcha de las Mujeres a Versalles que marcó el inicio de la Revolución. Cristina Escofet encuentra paralelismos interesantes entre las personalidades de Eva Perón y Olimpia observando la característica común: ambas son hijas naturales de hombres influyentes que recuperan apasionadamente el lugar social que debía pertenecerles. Otras estudiosas, Jara Martínez Valderas, Ángeles Grande, Laura Borrás, descubren las bases filosóficas y estéticas que tejen la composición semiótica en escena y analizan las metáforas escénicas como subtextos y códigos que el público ha de desentrañar. Diana Raznovich ofrece una reflexión de calado respecto de su proceso de construcción de personajes previos a la escritura. Y, por último, en el libro en su conjunto, la pasión creadora de Olimpia aparece como el eje y la regla de oro que a ella permitió trascenderse y trascender, y a nosotras reconocerla como referente de gran valor.
[1] Il corralito (“box per bebè”) è il nome dato dalla stampa alle misure per limitare l’uso del denaro contante che il governo argentino assunse nel 2001, dopo il default dello Stato. Cittadine e cittadini si trovarono da un giorno all’altro, senza preavviso, con i conti correnti e i prelievi bancomat bloccati e senza il denaro per le spese quotidiane. Ne nacque un movimento di protesta di enormi dimensioni (N.d.T.).