Metapadiglione alla Biennale d’Arte.  Katrín Sigurdardóttir per l’Islanda

http://www.artribune.com/2013/06/metapadiglione-alla-biennale-katrin-sigurdardottir-per-lislanda/

Katrín Sigurdardóttir rappresenta l’Islanda attraverso il contrasto. “Foundation” unisce l’opulenza dei padiglioni settecenteschi alla serietà del lavoro nella Lavanderia di Palazzo Zenobio. E la curatela è di Ilaria Bonacossa. Abbiamo intervistata

Alla 55. Biennale di Venezia, la presenza islandese è affidata a Katrín Sigurdardóttir, artista nata a Reykjavík nel 1967. L’installazione proposta a Venezia sarà poi esposta in Islanda e negli Stati Uniti, conservando tracce e memoria delle precedenti variazioni.
La ricerca di Sigurdardóttir è una riflessione su come la memoria, la distanza e l’emotività influenzano lo spazio. A Venezia un’ulteriore tappa di questo percorso: partendo dalla forma classica del Padiglione settecentesco, l’artista ha realizzato una piattaforma sospesa di circa 90 mq, rivestita da formelle artigianali realizzate assieme al suo team, a creare un motivo ispirato al barocco. L’installazione mette in comunicazione l’interno e l’esterno della Lavanderia di Palazzo Zenobio ed è accessibile attraverso una scala che parte dal giardino. Il pubblico, entrando attraverso le porte ridotte a causa dell’altezza della pavimentazione, è costretto ad abbassarsi e rialzarsi, cambiando il proprio punto di vista. Foundation riproduce a Venezia uno degli elementi che caratterizzano il lavoro della Sigurdardóttir: il fattore sorpresa spesso ricercato nelle sue opere attraverso l’utilizzo di scale o sproporzioni stranianti o come in questo caso di contrasti.

Mi racconti della genesi del tuo progetto e la scelta della location della Lavanderia?
Foundation è nato proprio come una risposta alle sollecitazioni che il luogo mi ha dato quando l’ho visto. La vegetazione del vecchio giardino e l’ambiente circostante di questa parte di Dorsoduro hanno giocato a loro volta un ruolo importante nell’ideazione. Questa è quella che considero “Venezia bella”, lontana dai percorsi del turismo di massa e dei suoi grandi numeri. È la Venezia “più vera”, dove le superfici anche meno conservate sono comunque testimonianze della storia della città. Questo emerge nella Lavanderia, che sembra in un certo senso una sorta di rovina. Desideravo lavorare in un ambiente che conservasse il più possibile il suo aspetto antico, in grado di testimoniare una “storia ininterrotta” della vita che vi si è svolta. Al tempo stesso desideravo che si trattasse di uno spazio non troppo definito, che avesse in sé una vaghezza, in grado di lasciare spazio alla possibilità di contemplazione.

Come si è sviluppata la collaborazione con le curatrici del progetto e in particolare con Ilaria Bonacossa?
Si è trattato di un processo lungo un anno e mezzo, durante il quale abbiamo lavorato molto assieme. Il mio rapporto lavorativo con Ilaria è iniziato a Torino dieci anni fa, quando ci incontrammo in occasione di Artissima per poi ritrovarci un anno dopo per realizzare un’esposizione alla Fondazione Sandretto. Da allora abbiamo lavorato assieme in numerose altre occasioni e considero la nostra collaborazione molto significativa e importante, poiché negli anni Ilaria mi ha aiutato a sviluppare alcuni dei concetti chiave della mia ricerca. Conosco Mary Cerruti dai tempi in cui vivevo a San Francisco, agli inizi degli Anni Novanta, è la direttrice e curatrice dello Sculpture Center di Long Island, che si occupa in particolare di scultura contemporanea e sperimentale. Questa però è stata la prima volta che abbiamo lavorato assieme.

L’intero progetto è sviluppato attorno al concetto di Padiglione inteso in senso settecentesco, solitamente sinonimo di ufficialità, sfarzo e celebrazione, che tu hai declinato in un luogo non deputato all’ufficialità. Il contrasto è quindi una delle chiavi di lettura principali di questo tuo lavoro?
Sì, in molti sensi il lavoro è un’interpretazione del concetto tradizionale di “padiglione” e di tutto quello che simboleggia: opulenza, potere, intrattenimento… Così ho cercato di contrastare tutte queste caratteristiche, collocando l’installazione in un edificio che normalmente era destinato a funzioni totalmente contrapposte e che rappresenta il lavoro e la servitù. Penso proprio che uno dei nuclei di questo progetto sia il contrasto che nasce tra le immagini che evoca comunemente tra l’idea del Padiglione visto come una sede dell’ufficialità e la volontà di “utilizzarlo” in un modo differente dando origine a tutto un nuovo corollario di significati e suggestioni.

Come è nata l’idea di far viaggiare Foundation esponendola in altre sedi dopo Venezia? In che modo le diverse esposizioni saranno collegate tra loro?
Quando mi è stata presentata l’opportunità di far viaggiare il progetto concepito per Venezia portandolo in due altre sedi a Reykjavík e allo Sculptur Center di Long Island City, ho pensato fosse davvero interessante lasciare al lavoro la possibilità di continuare a svilupparsi piuttosto che limitarmi a realizzare una copia  da esporre in altri luoghi dopo la Biennale. Foundation riguarda anche i temi legati alla memoria e li sviluppa su numerosi livelli e questo aggiunge un ulteriore livello alla riflessione: l’opera infatti non solo commemora i padiglioni dell’era barocca ma anche i nuovi “padiglioni” contemporanei nei quali verrà esposto, conservando ogni volta le tracce dell’esposizione precedente.

Valeria Barbera

dal 18 aprile al 15 giugno
Museo Pecci di Milano  – Ripa di Porta  Ticinese, 113 Milano
Il corpo è sempre stato al centro dell’arte occidentale, come il ritratto e il paesaggio. Ma dalla seconda metà del Novecento il linguaggio del corpo nell’arte prende forma dal vivo, con l’artista che si mostra nudo in pubblico mentre compie gesti simbolici: un oggetto-opera, che oggi ci parla attraverso la fotografia e il video –
Marcel Duchamp nella fotografia Rrose Sélavy (1921), scattata da Man Ray appare travestito da donna e indaga il suo alter ego femminile, anticipando tematiche sull’identità e sull’ambiguità sessuale,  poi sviluppante negli anni Settanta, aprendo spunti di riflessione sul ruolo della fotografia nelle avanguardie.
Nella seconda metà del Novecento il corpo passa dalla rappresentazione bidimensionale all’azione e diviene un complesso linguaggio trasversale: dispositivo di esperienze visive antiestetiche. L’artista teatralizza il suo corpo, diviene performativo, compie gesti e azioni e si trasforma in oggetto della visione duraturo e non effimero con mezzi extra-pittorici, quali sono fotografia e video.
Nella sede milanese del Museo Pecci di Prato è in corso un’interessante mostra dal titolo  emblematico “Corpi in azione/Corpi in visione. Esperienze e indagini artistiche 1965-1980” a cura di Angela Madesani, Anna Maria Maggi e Stefano Pezzato, realizzata con la collaborazione dello Spazioborgogno e della  galleria Fumagalli di Bergamo, a cui appartiene un ampio numero di opere esposte. Qui, attraverso una carrellata di fotografie, documenti, collage, film d’artista, video (trenta solo quelli di Dennis Oppenheim), cataloghi, libri, manifesti, si può andare oltre le apparenze e approfondire l’indagine sulla  visione del corpo, “ri-trattato” dai movimenti d’avanguardia. Fanno sempre un certo effetto di disgusto le foto relative all’Azionismo viennese, incuriosiscono le trovate degli artisti di Fluxus, sono già conosciute quelle che documentano la Body art, tutte in rigoroso bianco e nero.
Al Pecci di Ripa di Porta Ticinese assisterete dalla visione di un copro offeso, grondante di sangue degli happening orgiastici di Hermann Nitsch, a modalità di rappresentazione più lieve e raffinata di Gina Pane, nota per Azione sentimentale (1973), in cui si fa fotografare in posa e vestita di bianco con  spine di rosa conficcate nel braccio che disegnano ricami nella pelle. Marina Abramović e l’ex compagno Ulay, sono immortalati nudi e in movimento, durante una performance in cui si incontrano e si scontrano l’uno contro l’altro, aumentando il ritmo fino allo sfinimento. Si vede Abramović  ritratta con uno sguardo passivo da martire nichilista, nella performance del 1975, quando chiese ai partecipanti di utilizzare contro di lei diversi oggetti, anche contundenti, compresa una pistola carica. Si riscopre la poesia del  video in cui Ana Mendieta si immerge nuda in un ruscello per ricongiungersi simbolicamente con la Natura. L’elenco degli artisti in mostra è lungo, meritava uno spazio più ampio, molte opere sono un po’ troppo affastellate tra loro. Non potevano mancare Joseph Beuys, Gilbert&George, l’apollineo Luigi Ontani, in posa plastica, Franco Vaccari, Valie Export e Francesca Woodman. Insomma, di tutto un po’, sebbene tra le immagini relative agli anni Ottanta, manchi il corpo post-organico con le fotografie delle performances -live- di trasformazione chirurgica di Orlan.
Jacqueline Ceresoli
dal 18 aprile al 15 giugno
Corpi in Azione/ Corpi in visione
Museo Pecci di Milano
Ripa di Porta  Ticinese, 113
Orari:da martedì a sabato ore 15-19, chiuso lunedì e festivi

Il riconoscimento sarà consegnato sabato 1° giugno 2013, alle ore 11, ai Giardini della Biennale. Sono stati attribuiti all’artista austriaca Maria Lassnig e all’artista italiana Marisa Merz i Leoni d’oro alla carriera della 55. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di VeneziaIl Palazzo Enciclopedico (Giardini e Arsenale, 1 giugno – 24 novembre 2013)    La decisione è stata presa dal Cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta, su proposta del Curatore della 55. Esposizione Massimiliano Gioni.

Note biografiche

Maria Lassnig è nata nel 1919 a Kappel am Krappfeld, Austria. Vive e lavora a Vienna.
L’opera di Maria Lassnig è da sempre concentrata sull’autoritratto. I primi lavori sono marcatamente espressionisti e gettano le proprie radici sia nella tradizione figurativa di inizio Novecento sia nella riflessione sul corpo sviluppata in parallelo all’azionismo viennese. Con i suoi “quadri di auto-consapevolezza corporea” Lassnig ha avviato una complessa indagine sulla rappresentazione della figura umana. Negli ultimi anni Lassnig ha creato quelli che definisce “dipinti drastici”, creando immagini ancora più drammatiche. Queste opere, che l’artista descrive come “puro realismo, un po’ imbellito e imbruttito”, esplorano tumultuosi stati emotivi. Con i suoi dipinti Lassnig sfuma i confini tra realtà interiore e rappresentazione esteriore, tra esperienza soggettiva e percezione oggettiva. Lassnig ha rappresentato l’Austria alla Biennale di Venezia nel 1980, ha partecipato a due edizioni di Documenta, alla Biennale di Gwangju nel 2010 e a numerose importanti mostre collettive. Ha avuto mostre personali al Centro Pompidou di Parigi, al MUMOK di Vienna, al Museo Ludwig di Colonia, alla Serpentine Gallery di Londra e alla Lenbachhaus di Monaco.
Marisa Merz è nata nel 1926 a Torino, Italia. Vive e lavora a Torino.
Figura fondamentale ma sempre defilata dell’arte italiana del dopoguerra, Marisa Merz ha iniziato la sua carriera nella seconda metà degli anni Sessanta, partecipando al movimento dell’arte povera, unica donna nella compagine della neo-avanguardia torinese. Il tema dell’interiorità è centrale nella sua ricerca artistica e coinvolge sia l’ambito privato sia la soggettività individuale dell’artista. Sin dalle prime sculture realizzate con materiali industriali trasformati in forme organiche, Marisa Merz ha proseguito una singolare poetica espressa in una varietà di mezzi espressivi che includono scultura, pittura, disegno e installazione. Presenze ricorrenti nell’opera di Merz sono le raffigurazioni di teste e volti femminili. Le sue piccole sculture in argilla, i ritratti e dipinti sono accomunati da una sensibilità personale e sono manifestazioni senza tempo del mondo interiore dell’artista. Marisa Merz ha esposto in importanti mostre personali al MADRE di Napoli, allo Stedelijk di Amsterdam, al Kunstmuseum di Winterthur, al Centro Pompidou di Parigi, a Villa delle Rose a Bologna. Il suo lavoro è stato incluso in importanti rassegne internazionali alla Tate di Londra, a Documenta a Kassel, al Guggenheim di New York. Dopo aver partecipato alla Biennale di Venezia nel 1988, nel 2001 Marisa Merz ha ricevuto, in occasione della 49. Esposizione Internazionale d’Arte, il Premio speciale della giuria “La Biennale di Venezia”.

dal 30/5/2013 al 29/6/2013                                                                                              Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Corso Magenta, 50 Milano

Dadamaino 1930 – 2004. La mostra, a cura di Flaminio Gualdoni e Stefano Cortina, presenta un ampio repertorio di opere che documentano tutte le stagioni di Dadamaino, in cui figurano realizzazioni imponenti come una versione de “Il movimento delle cose”, opera inedita che si sviluppa su una lunghezza di 30 metri.

comunicato stampa

a cura di Flaminio Gualdoni con Stefano Cortina

Si inaugura il 30 maggio la prima ampia mostra retrospettiva che la città di Milano, e in particolare la Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, dedica a Dadamaino dopo la sua scomparsa. La Galleria Gruppo Credito Valtellinese, spazio milanese dell’omonima Fondazione, propone dal 31 maggio al 29 giugno un’importante retrospettiva che raccoglie le opere più significative prodotte dal 1958 al 1998.

Cresciuta nel vivace ambiente milanese degli anni ’50, in cui la giovane generazione tenta vie diverse rispetto all’informale, Dadamaino è da subito nell’avventura di Azimut con Piero Manzoni ed Enrico Castellani, e guarda a Lucio Fontana come al proprio maestro. Le serie dei Volumi e dei Volumi a moduli sfasati, con i quali prende parte alle maggiori mostre europee del tempo, la afferma come una figura primaria dell’arte nuova.

Vengono in seguito l’adesione a Nouvelle Tendance, opere di più chiara ispirazione ottico – cinetica e neocostruttiva, e una lunga stagione di fervida militanza politica. Alla metà degli anni ’70 Dadamaino avvia la sua stagione di straordinaria maturità, con serie come Alfabeto della mente e I fatti della vita, che espone in una sala memorabile alla Biennale di Venezia del 1980. Inizia qui il suo lungo viaggio nel segno insignificante e nel tempo della scrittura, che ne fa per certi versi una figura affine ad artisti come Roman Opalka e Hanne Darboven.

Nascono dagli anni ’80 serie come Il movimento delle cose, che presenta alla Biennale di Venezia nel 1990, Passo dopo passo, Sein und Zeit, che la consacrano come una delle figure di maggior spessore poetico della ricerca contemporanea.
Tra le grandi personali che si tengono in quegli anni, fanno spicco quella al Padiglione d’arte contemporanea di Milano nel 1983, alla Casa del Mantegna di Mantova e alla Stiftung für Konkrete Kunst di Reutlingen nel 1993, al Museo di Bochum nel 2000.

La mostra presenta un ampio repertorio di opere che documentano tutte le stagioni di Dadamaino, in cui figurano tra l’altro realizzazioni imponenti come una versione de Il movimento delle cose, inedita, che si sviluppa su una lunghezza di trenta metri. La mostra, prodotta e organizzata dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese in collaborazione con l’Archivio Dadamaino, è a cura di Flaminio Gualdoni con Stefano Cortina, coordinamento di Susanne Capolongo. Per l’occasione viene edito un ampio catalogo con testi introduttivi dei curatori e di Elena Pontiggia.

Mostra prodotta e organizzata dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese in collaborazione con l’Archivio Dadamaino

Immagine: Dadamaino: Oggetto ottico dinamico , 1961-1962 , Alluminio su tavola , cm 120×120

Ufficio Stampa
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo
tel.  +39 049.663.499
info@studioesseci.net

Vernice per la stampa giovedì 30 maggio ore 12.00

Inaugurazione giovedì 30 maggio ore 18.30

Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Corso Magenta, 59
Orari e ingressi
da martedì a sabato 15.30 – 19.00
chiuso domenica e lunedì
Ingresso libero

Per la nostra cultura ed economia. L’artista Jasmina Cibic ha sviluppato il tema “Il Palazzo Enciclopedico” privilegiandone l’aspetto utopico, manifestando una presa di posizione radicale rispetto alle strategie predefinite dell’iconografia nazionale.

Comunicato stampa

L’artista Jasmina Cibic è stata scelta dal Ministero della Cultura sloveno per rappresentare la Repubblica di Slovenia alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte – la Biennale di Venezia con un progetto dal titolo Per la nostra cultura ed economia. Il lavoro sarà prodotto dalla Gallerie e Museo Civico di Lubiana assieme alla Galleria Škuc e curato da Tevž Logar. Il commissario è Blaž Peršin.

“Per la nostra cultura ed economia” prende come spunto il tema della 55. Esposizione Internazionale d’Arte, il Palazzo Enciclopedico. L’artista sviluppa questo concetto privilegiandone l’aspetto utopico, manifestando una presa di posizione radicale rispetto alle strategie predefinite dell’iconografia nazionale.

Consapevole della (possibile) censura, propria della struttura formale di una mostra del genere, Jasmina Cibic esporrà due film che drammatizzano le contraddizioni proprie dell’identità nazionale slovena indagandone le trasformazioni dal passato al presente. Le pareti interne del padiglione sloveno saranno ricoperte con le immagini di uno scarafaggio, mancata icona nazionale slovena a causa della connotazione ideologica del suo nome scientifico “Anophthalmus hitleri”.

Scoperto in una grotta slovena, questo insetto è stato identificato nel 1933 da Oscar Scheibel, entomologo dilettante e grande ammiratore di Hitler, che nel 1937 denomina il coleottero omaggiando il suo idolo e ricevendo per questo una lettera di ringraziamento dallo stesso Führer. Specie maledetta per il nome affibiatole, il coleottero hitleriano è divenuto l’oggetto del desiderio di numerosi collezionisti filonazisti. Benché l’innocente coleottero cieco sia privo di un forte interesse per il mondo scientifico, rischia di scomparire non solo dalla memoria nazionale della Repubblica di Slovenia, ma anche dal suo habitat naturale per trovare spazio come souvenir negli studioli dei nostalgici collezionisti neonazisti.

L’artista, in collaborazione con più di quaranta entomologi internazionali, illustratori scientifici e rinomate istituzioni tra cui il Museo di Storia Naturale di Londra, il Museo di Scienze Naturali di Tel Aviv e il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha realizzato una serie di illustrazioni dello scarafaggio in questione che andranno a ricoprire interamente le pareti del padiglione; questa serie di disegni e dipinti sarà presentata come una sorta di istanza enciclopedica.

La ricerca di Jasmina Cibic è incentrata su diversi eventi storici che hanno contributo alla creazione di miti nazionali elaborando una presentazione che critica la creazione di false icone, fardelli storici irrisolti e tentativi di costruzione di illusorie identità nazionali.

Gli interventi di Jasmina Cibic sono sempre pensati per luoghi e contesti specifici. “Per la nostra cultura ed economia” ripropone questa metodologia. Concentrandosi sulla struttura architettonica del padiglione Sloveno, nato come residenza privata, Jasmina costituisce un dialogo tra questa esperienza intima e quella pubblica che impegna la galleria: l’intero spazio espositivo sarà occupato dall’installazione ideata dalla Cibic e rielaborato in un boudoir.

Il progetto “Per la nostra cultura ed economia” sarà accompagnato da una dettagliata pubblicazione con i testi di Mladen Dolar, Lina Džuverović, Nika Grabar, Petja Grafenauer, Tevž Logar, Suzana Milevska e Jane Rendell, corredati da un ampio apparato iconografico.

Contatti stampa:
A plus A Centro Espositivo Sloveno
press@aplusa.it
+30 041 2770566

Inaugurazione 30 maggio ore 18.30

A+A Centro Espositivo Sloveno – A plus A
calle Malipiero, 3073 (San Marco) – Venezi
Orario: mart-dom 110-18
Ingresso libero

 

dal 26 Maggio al 28 luglio 2013
Sebbene Shirana Shahbazi utilizzi il medium fotografico analogico, i bordi delle sue forme sfociano continuamente nella contaminazione visiva con altri mezzi espressivi quali la pittura, l’incisione e la costruzione. Il tema della Natura Morta è ricorrente nel suo operato, ma Shahbazi si cimenta anche con il ritratto e il paesaggio, interrogandosi sulla dicotomia tra la modernità e la tradizione, tra l’epico e l’ordinario.

L’immaginario di Shirana Shahbazi è strettamente connesso alla tradizione della pittura occidentale, in particolare a quella dei maestri tedeschi e fiamminghi del XVII secolo. I meticolosi arrangiamenti di frutta, animali, fiori e gioielli riportano alla mente i dipinti della Vanitas, contenenti allegorie sul tema dell’inevitabilità della morte, sull’inconsistenza delle cose materiali, e sulla futilità dei piaceri terreni. L’artista crea nuove possibilità di rappresentazione combinando in modo drammatico diversi oggetti su un fondo nero.

Sull’artista:
Shirana Shahbazi nasce a Teheran nel 1974 e si trasferisce in Germania in tenera età. Studia fotografia a Zurigo, in Svizzera prima di completare una serie di residenze a New York (2003), a Berlino (2006), e presso l’Hammer Museum di Los Angeles (2008). Vive e lavora a Zurigo.

Le sue mostre personali, ampiamente acclamate dalla critica, hanno avuto un raggio internazionale, tra queste: Winterthur Museum (Svizzera), 2011; New Museum, (New York,USA), 2011; Hammer Museum (Los Angeles, USA), 2008; e Barbican Art Gallery (Londra, UK), 2008, e molte altre. L’artista ha preso parte anche a importanti mostre collettive tra cui “New Photography 2012” al MOMA (New York, USA), 2012.

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Shirana Shahbazi
martedì 28 maggio – venerdì 26 luglio 2013

CARDI BLACK BOX GALLERY
Corso di Porta Nuova, 38 – Milano
Tel.  + 39 02 45478189 
gallery@cardiblackbox.com
www.cardiblackbox.com

MEDIA CONTACTS:
Justin Conner, FITZ & CO, 212-627-1455 x233, justin@fitzandco.com
Jenny Isakowitz, FITZ & CO, 212-627-1455 x254, jenny@fitzandco.com
Elena Bodecchi, Cardi Black Box,  02 45478189 , elena@cardiblackbox.com

Immagini:

Shirana Shahbazi, From the series Flowers, Fruits & Portraits [Schmetterling-34-2009], 2009
C-print on aluminium 120 x 150 cm

Shirana Shahbazi. From the series Flowers, Fruits & Portraits [Stilleben-27-2008], 2008
C-print on aluminium 120 x 150 cm

Shirana Shahbazi. [Komposition-64-2013]
C-

dal 22/5/2013 al 4/8/2013                                                                                                  Galleria Raffaella Cortese-Via Stradella 7 Milano

Proseguendo la serie di doppie personali, la Galleria Cortese è orgogliosa di presentare le mostre di Ana Mendieta (nello spazio di via Stradella 7) e di Martha Rosler (in via Stradella 1).
Due mostre di due artiste, punti di riferimento nella storia dell’arte, che con diverso approccio hanno indagato tematiche quali il femminismo e l’appartenenza sociale e culturale e le relative contraddizioni, attraverso il mezzo fotografico e video.
Esule cubana, compie gli studi artistici presso l’Iowa State Univeristy negli Stati Uniti dove viene a contatto con il movimento delle donne e abbraccia gli ideali del femminismo. Mendieta fa una propria sintesi della Body Art e della Land Art sovvertendo i gesti monumentali dei land-artisti attraverso l’inserimento nel paesaggio del corpo umano. In quegli anni inizia a realizzare performance rituali, fotografie e sculture, in cui immerge il suo corpo nella natura, partendo da un legame spirituale e fisico con la Terra.
In mostra i suoi primi lavori fotografici degli anni 70 dove si confronta con la discriminazione, la violenza carnale e la morte. Dopo aver letto dello stupro e dell’assassino di una studentessa nel suo stesso campus universitario, Mendieta reagisce mettendo in scena il brutale episodio usando il proprio corpo: “Sto lavorando con il mio sangue e il mio corpo”, afferma l’artista. Nascono così i famosi lavori Untitled (Rape Performance), 1973 e Sweating Blood, 1973.
L’artista prende a prestito simboli e aspetti di pratiche rituali di antiche culture indigene delle Americhe, Africa ed Europa e vi incorpora elementi della natura e di riti sacrificali “primitivi” associati alla “santeria cubana”. Nella serie di opere “Siluetas”, forme che evocano il suo corpo, usa sangue, acqua, terra e fuoco. Le sagome vengono bruciate nel legno, modellate con tumuli di terra, erba, polvere da sparo o fiori; galleggiano sulla corrente, eruttano come vulcani o si mimetizzano con il paesaggio, come si percepisce dai video in mostra. Mendieta ha saputo esprimere con l’arte «l’immediatezza della vita e l’eternità della natura».
E’ attualmente in corso un’importante retrospettiva dell’artista al Castello di Rivoli, Torino.
Ana Mendieta (L’Havana, Cuba, 1948, New York 1985). Tra le principali mostre personali dedicate all’artista cubano-americana ricordiamo nel 2004 la mostra itinerante Ana Mendieta: Earth Body, Sculpture and Performance 1972-1985, Whitney Museum of American Art, New York; Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington D.C.; Des Moines Art Center, Des Moines e Miami Art Museum, Miami; nel 2002 Ana Mendieta (1948-1985) – Body Tracks, Neues Museum Luzern, Lucerna e Fries Museum, Leeuwarden; Ana Mendieta Selected Works, Kunst-Werke Berlin KW Institute of Contemporary Art, Berlino; nel 1996 Ana Mendieta (1948-1985), Helsinki City Art Museum, Helsinki; Uppsala Konstmuseum, Uppsala; The Living Art Museum, Reykjavik e Museum of Contemporary Art, Roskilde; Ana Mendieta, Centro Galego de Arte Contemporanea, Santiago de Compostela; Kusthalle Düsseldorf, Düsseldorf; Fundació Antoni Tápies, Barcellona; Museo de Arte Contemporaneo de Monterrey, Monterrey e Museo Tamayo, Città del Messico; nel 1994 Ana Mendieta: The Late Works, Cleveland Center for Contemporary Art, Cleveland e Artothèque de Caen, Caen.; She got Love, Castello di Rivoli.

Martha Rosler – CUBA, JANUARY 1981
Il solo show Cuba, January 1981 di Martha Rosler presenta fotografie inedite in Europa, a colori e in bianco e nero, inclusi dei dittici. Nel 1981, Martha Rosler e un gruppo di altre artiste ed intellettuali, parteciparono a un viaggio culturale organizzato da Ana Mendieta e Lucy Lippard. Attraversando l’isola, Rosler fotografò persone, negozi, edifici e i manifesti e cartelloni, che costellavano le strade e gli spazi pubblici. Così l’artista ha ricordato quel periodo:
“Il mese di gennaio del 1981 segnò la fine degli anni Settanta, non solo per ovvie ragioni, ma segnò anche il momento successivo all’elezione di Reagan e ai discorsi riguardanti il disgelo, i diritti umani e l’uguaglianza, e precedente all’insediamento del presidente, alla carica di neoliberalismo, anti-terrorismo e avventurismo militarista, e all’affermarsi della retorica economica dell’offerta con effetto a cascata, mascherando l’enorme ridistribuzione della ricchezza verso l’alto.
Il fenomeno migratorio da Cuba verso la Florida, noto come The Mariel “boatlift”, era terminato in ottobre, appena in tempo per l’elezione di Reagan nel mese di novembre. Ma ciò che hanno significato gli anni Ottanta, per noi e per i cubani che incontravamo, non si era ancora concretizzato, e rimaneva relegato nei nostri incubi e nelle nostre paure.”
Inquadrata cronologicamente tra la celebre opera di Rosler The Bowery in two inadequate descriptive systems (1974/75), composta di fotografie e testi, e il suo saggio In around and afterthoughts (on documentary photography) (1981), questa serie si colloca accanto alle fotografie di aeroporti, strade, vetrine e trasporti pubblici che caratterizzeranno tutta la sua carriera.Le immagini rappresentano un’esperienza visiva degli spazi comuni della società, luoghi dove il mondo esteriore ed interiore si incontrano: caffé, scuole, saloni di bellezza, teatri, chiese. Poiché Cuba, all’epoca era quasi inavvicinabile per i cittadini americani – e lo è tuttora – queste fotografie si inseriscono in una nebulosa di congetture ampiamente contrastanti sulla cultura cubana e sul ruolo del comunismo cubano.
Martha Rosler è nata a Brooklyn, New York, dove vive e lavora. Diversi musei europei e americani le hanno dedicato importanti retrospettive, come quelle al New Museum di New York e all’International Center of Photography, tra il 1998 e il 2000, e alla GAM di Torino nel 2010. I suoi fotomontaggi sono stati esposti al Worcester Art Museum in Massachusetts nel 2007.
I suoi scritti sono stati pubblicati su riviste e cataloghi, e i suoi 17 libri, con fotografie, testi e narrazioni, tradotti in molte lingue. Decoys and Disruptions: Selected Writings, 1975-2001, un libro di saggi della Rosler, è stato pubblicato dlla MIT Press nel 2004 (e ristampato nel 2008). Altri progetti includono le itineranti Martha Rosler Library, comprendente 8.000 volumi della sua collezione, e If You Lived Here Still, entrambi realizzate in collaborazioni con e-flux. Recentemente, il Museum of Modern Art di New York` ha ospitato la sua mostra e performance Meta- Monumental Garage Sale (2012).

Per ulteriori informazioni contattare Chiara Tiberio 022043555 o info@galleriaraffaellacortese.com

Inaugurazione mercoledì 22 Maggio ore 19.00

Galleria Raffaella Cortese
via A.Stradella, 7, Milano
Orari: da martedì a venerdì 10-13 – 15-19.30; sabato 15-19.30
e su appuntamento.
Ingreso libero

dal18/05/2013 al 24/8/2013                                                                                                                                           GALLERIA CONTINUA / San Gimignano
ITALIA
Via del Castello 11
53037 San Gimignano                                                                                                             MONA HATOUM – ‘A body of work’
NARI WARD – ‘Iris Hope Keeper’
MARGHERITA MORGANTIN – ‘2 – 495701’

Con una carriera che abbraccia un trentennio, Mona Hatoum è un’artista di primo piano nel
panorama artistico contemporaneo. Impostasi inizialmente all’attenzione del pubblico con
performance e opere video che facevano del corpo l’espressione di una realtà divisa, messa sotto assedio dal controllo politico e sociale, nel corso degli anni Novanta, l’artista si discosta progressivamente da questa forma di narrazione per concentrarsi su sculture e installazioni di grandi dimensioni. Protagonisti del nuovo linguaggio sono oggetti sottratti al quotidiano: sedie, letti, utensili domestici che, modificati o ingigantiti, reinterpretano la
realtà conosciuta riconsegnando allo spettatore un mondo diffidente, insidioso, ostile,
davanti al quale lo spaesamento e la vulnerabilità non lasciano spazio ad alcuna certezza. Il corpo resta un elemento centrale nel lavoro della Hatoum, la fragile unità di misura per
percepire l’individuo e la sua relazione con il mondo. Ciò che è familiare smette di esserlo,
ciò che ci aspettiamo viene sostituito da nuove associazioni visive e concettuali. L’artista
procede delineando un linguaggio proprio e duttile nel quale interagiscono più livelli:
formale, concettuale, politico.
In questa mostra Mona Hatoum rivisita alcuni temi diventati emblematici nella sua pratica
artistica. Accanto ad una serie di opere realizzate tra il 1996 e il 2010 l’artista presenta
alcuni recenti lavori inediti: mappature del mondo attraversate da segni e ricordi, oggetti
domestici che si trasformano in sculture inconsuete e inquietanti, ma anche fragili
composizioni fatte di materiali insoliti come la carta igienica, la pasta, le unghie e i capelli
umani, tracce leggere lasciate dal quotidiano esistere.
L’opera di Mona Hatoum è caratterizzata dalla capacità di trasmettere l’esperienza del
conflitto. L’installazione che apre il percorso espositivo, costituita da una serie di edifici
anonimi composti da blocchi modulari in acciaio, segnati da fori e bruciature, sembra
disegnare un paesaggio segnato dalla guerra, reminiscenza della Beirut città natale
dell’artista, ma anche città stilizzata in scala che anticipa, ironicamente, la sua futura
distruzione. Nell’opera intitolata “KAPANCIK”, un organo pulsante in vetro imprigionato in
una gabbia d’acciaio suggerisce i temi del controllo, della costrizione, dell’immobilità,
dell’isolamento.
Mona Hatoum prende di mira il luogo della domesticità e il concetto di casa in una nuova
installazione che riunisce una varietà di oggetti domestici – utensili da cucina e sedie – in ununa catena mortale; legati l’uno all’altro con ganci di metallo, gli oggetti pendono dal soffitto attraversati da una pericolosa corrente elettrica.
In altre opere come “Shift” “Mapping (2)”, “Des/astres”, Hatoum esplora l’idea della
mappatura per sviluppare complesse associazioni.
In Shift, un tappeto mostra un planisfero che, sormontato da anelli sismici gialli, è stato
scomposto e riallineato in modo che la sua integrità topografica ne risulta compromessa,
suggerendo che l’intero mondo è in una situazione di pericolo potenziale.
In “Mapping (2)” e “Des/astres”, i contorni delle macchie di grasso lasciate casualmente dal cibo su vassoini di carta, sono stati delicatamente delineati per creare armoniosi disegni automatici che suggeriscono formazioni di nubi o mappe celestiali, lontani dall’originaria funzione d’uso.
“Cappello per due” può essere definita un’acrobazia metaforico/visiva, un’opera legata
all’idea d’intimità ma anche di ambiguità e di convivenza forzata: due cappelli le cui falde si
congiungono diventando un tutt’uno sono la metafora di una condizione esistenziale
rassicurante e al tempo stesso soffocante.
A body of work è una mostra che mette in evidenza quando il lavoro di Mona Hatoum sia
legato alla vita, ma sia anche radicato in una coscienza del conflitto.

La mostra di Nari Ward. Il progetto espositivo si compone di un nutrito numero di nuove opere frutto della più recente ricerca dell’artista. Sculture e installazioni, appositamente concepite per gli spazi espostivi della galleria, intessono inedite trame narrative e creano un dialogo tra spettatore e oggetto mettendo in scena una sorta di coreografia delle memorie mutevoli e del presente che ne è un riflesso.
Iris Hope Keeper parte da storie, memorie e immaginari molto personali dell’artista – le vicende familiari e il rapporto mai interrotto con la sua terra natale, la Giamaica – per collegarsi poi a contesti e prospettive di una comunità molto più ampia, aprendosi inoltre ad una analisi sul senso di appartenenza e di identità. Ward tratteggia un ritratto intimo, ironico, profondo e sfaccettato della Giamaica. Da un lato la visione stereotipata di chi vive il sogno di una vacanza caraibica, dall’altra la realtà di un paese complesso, ricco di energia quanto di contraddizioni che basa il 70% della sua economia sul turismo e sul suo indotto: attività di servizi, intrattenimento e ricezione alberghiera.
L’artista lascia la Giamaica da bambino e con la madre si trasferisce in America. La storia di Nari Ward è quella di una famiglia di immigrati dove sofferenza, nostalgia e sacrificio sono il prezzo da pagare per assicurare alle generazioni future una vita migliore.
Il lavoro di Nari Ward supera ogni possibile lettura univoca muovendosi verso riflessioni che vanno al di là delle apparenze e il titolo di questa mostra ce lo conferma. Iris è un fiore, è l’iride dell’occhio,è la dea dell’Olimpo messaggera degli dei, il suo compito è annunciare agli uomini messaggi funesti ma Ward, che ama giocare con le parole trasformandone il significato, la accompagna a ‘custode di speranza’. Iris è il nome della madre dell’artista. A livello personale, Iris Hope Keeper è dunque anche un omaggio alla madre che, lavorando negli Stati Uniti come domestica (“House-keeper”), ha garantito ai figli il riscatto sociale.
Vecchie testiere delimitano la superfice di un letto impraticabile. Al suo interno un accumulo di radiatori e ventilatori funzionanti riproducono l’esperienza dei tropici, il vento e il caldo. “Jacuzzi Bed” è uno spazio chiuso che non lascia scampo, aggressivo ma allo stesso tempo invitante rappresenta il rapporto dicotomo tra giamaicani e turisti.
In “Iris Cutlass” asciugamani da hotel formano, come origami, i petali di un bellissimo fiore celando la struttura portante, fatta di machetes dalle lame pericolosamente affilate. Il machete, utilizzato per la raccolta della canna da zucchero nelle piantagioni e oggetto simbolo dello schiavismo coloniale, viene ricontestualizzato nell’ambiente alberghiero dove attualmente trova impiego buona parte della classe lavoratrice giamaicana.
La forma stondata della pietra tombale riecheggia nel dittico di porte foderate di cartoni di latte. Nel recto verso si legge: “Please Do Not Disturb” e “Please Make Room” (“Rifare spazio per cortesia”) variante sardonica e provocatoria dell’originare “Please Make Up the Room”.
Il potenziale poetico dell’oggetto di scarto inserito in nuove costruzioni di significato, non solo formale ma anche linguistico, lo ritroviamo in “Lemonade windows”. In inglese l’espressione “to buy a lemon” significa “prendere una fregatura, acquistare qualcosa che non funzionerà mai”. I due oggetti, svuotati della loro funzione originaria, mettono in atto un ribaltamento di significato trasformando l’idioma in qualcosa di positivo.Nella nuova serie fotografica “Sun Splashed” Nari Ward compare in scenari domestici differenti con
in mano delle piante da appartamento. L’artista indossa abiti da entertainer, gli stessi usati dallo zio musicista durante i suoi spettacoli. Trovo che queste immagini, siano al tempo stesso sgradevoli, umoristiche e nobili, commenta l’artista. Mi interessa fare riferimento alla tradizione dei ritratti antropologici dei primi del Novecento, umanizzando però il personaggio attraverso il disvelamentodell’immagine nel suo farsi. Il fatto che le piante siano innaffiate, e il personaggio bagnato, rendeanche più problematica la lettura di ciò che sta accadendo, non è chiaro chi controlla cosa.
L’entertainer è parte di una rappresentazione in cui lo spettatore è chiamato a prendere una posizione.
“BEYOND” (“Al di là”) è il titolo della grande installazione che occupa la platea della galleria: un pallone aerostatico realizzato con metallo di scarto. Lo spazio sopra la scultura è attivato da una serie di corde che, lasciate lasche, collegano il pallone al soffitto e alle balconate dell’ex cinema-teatro.
Alle corde sono appese delle bottiglie al cui interno l’artista inserisce un foglio su cui è scritto ‘BEYOND’ tradotto in centinaia di lingue diverse. L’uso dei contenitori di vetro si rifà al gesto poetico del “messaggio nella bottiglia”. L’intento è quello di realizzare una struttura non funzionale, e dall’aspetto verosimile, associata al desiderio di movimento, di superamento o, semplicemente, di comunicazione. Ad una lettura altrettanto stratifica e complessa si presta l’opera collocata sul palcoscenico. Qui una serie di scale giustapposte formano una “Wishing Arena”, una sorta di altissimo altare tempestato di candele votive poste dentro a cestini dei rifiuti (quelli che si trovano abitualmente nelle camere d’albergo). Cestini e candele sono collegate tra loro da una corda che
funge da ‘telefono senza fili’. Torna in quest’opera il tema della comunicazione, dell’ascesa, del dialogo con il proprio io interiore ma anche della scala sociale e del rapporto tra chi offre e chi riceve un servizio.
Appartenenza, emigrazione, distinzione tra nazionalità e nascita, identità (frantumata, frammentata e moltiplicata) sono alcuni dei concetti che convogliano in “Canned Smiles”. “Appartenere a un posto o a un altro è pura finzione… l’appartenenza è data dall’esperienza che si fa di un luogo, afferma  l’artista. Le lattine del sorriso – Jamaican Smiles e Black Smiles – le prime “fatte in Giamaica e distribuite in Italia”, le seconde “fatte in America e distribuite in Italia”, costituiscono un dittico ad ampia tiratura. Quest’opera introduce i temi della commercializzazione, del confine labile che separa “il falso” “dall’originale” ma apre anche le porte a quella visione creativa che è propria di tutti
gli artisti, a Nari Ward come a Piero Manzoni, qui evidentemente citato con uno dei suoi lavori più noti.

Mostra personale di una tra le più interessanti e raffinate artiste italiane, Margherita Morgantin.
Sono diversi i mezzi espressivi ai quali ricorre l’artista: performance, video, disegno,
fotografia e installazione. Misurazioni, schemi, tentativi di fissare e interpretare l’esistente
attraverso leggi reali o parodiate danno vita nel lavoro di Margherita Morgantin ad un
linguaggio visivo in perenne mutazione. Nei video la narrazione prende forma nel
susseguirsi d’immagini rarefatte e frammentarie; nei disegni, eseguiti con tratti veloci, linee
sintetiche ed essenziali, l’aderenza tra forme interiori e soggetto si offre come strumento di lettura delle cose e della loro fragile interpretazione.
Gli studi di Margherita Morgantin prendono avvio da un approfondimento sui metodi di
previsione della luce naturale. A partire da questa formazione in fisica dell’atmosfera,
l’artista sviluppa una poetica intima e personale che tiene insieme mente e sentimenti,
visione artistica e influenza scientifica. L’interesse per il linguaggio e le sue possibili derive e relazioni è il motivo del suo cercare, la filosofia e la fisica le forme da cui partire.
Il progetto presentato in questa mostra, è il frutto di un lavoro portato avanti negli ultimi
anni che vede l’indagine sull’identità e sulla rappresentazione dell’io esprimersi attraverso
modelli matematici. “Nella visualizzazione della serie infinita dei numeri primi, un metodico
lavoro di calcolo e di trascrizione visiva iniziato nel 2011, Margherita Morgantin rintraccia il
fondamento inaugurale e ambivalente della definizione dei rapporti. Questa sequenza
numerica di numeri singolari, la cui successione non è prevedibile attraverso alcuna formula, inizia infatti dal due. Due è la cifra che identifica il sistema binario che ha governato l’evoluzione del logos in termini di complementarietà degli opposti, ma che può designare anche la costitutiva vocazione dialogica che dischiude la singolarità dell’uno solo nell’apertura all’altro, nella coesistenza di differenze irriducibili. Due non come somma di due unità, ma come “contrario di uno”, per usare una felice espressione di Erri De Luca, che instaura nel concatenarsi dei rapporti a due a due il senso stesso dell’esistenza” (Uliana Zanetti, in Autoritratti. Iscrizione del femminile nell’arte italiana contemporanea, Corraini Edizioni, Bologna 2013).
La successione dei numeri primi rappresenta fin dall’antica Grecia uno dei misteri più
affascinanti della scienza. Nell’universo razionale della matematica, i numeri primi, cioè
divisibili soltanto per se stessi e per 1, si susseguono con un ritmo inafferrabile,
apparentemente illogico; potrebbero essere definiti gli “atomi dell’aritmetica”, gli elementi di
base con cui si costruiscono tutti gli altri numeri naturali. Margherita Morgantin partendo da
un’idea, quella di guardare come si dispongono i numeri primi in una struttura geometrica
semplice, rappresenta la sequenza disegnando quadratini rossi in una griglia lato 100 x
infinito, spostando così sul piano visivo quello che resta un enigma per il ragionamento
matematico. Nell’opera “2-499979” attualmente in mostra al Mambo di Bologna, i 52disegni ad oggi realizzati dall’artista, portati a formato digitale, costruiscono un unico file
potenzialmente infinito dove la griglia scompare lasciando solo i quadratini rossi. Nel
progetto concepito per Galleria Continua, nello spazio dell’Arco dei Becci, interviene
collocando i disegni originali (pastello rosso e stampa digitale su carta) in forma di orizzonte ridisegnato dall’imprevedibile e misterioso ritmo di quadratini rossi, che ci interroga sul passaggio da 1 a 2: la prima somma che sostanzialmente non riconosce un’alterità, dichiara l’artista, ma che dovrà farne i conti all’infinito.

 

 

 

Al Museo Poldi Pezzoli di Milano                                                                                              dal 16 maggio al 24 giugno 2013

Chiara Dynys interpreta Piero della Francesca. La mostra Simboli e geometria in Piero della Francesca. Una lettura di Chiara Dynys, a cura di Fiorella Minervino, è una personale, affascinante lettura dell’artista del San Nicola da Tolentino, capolavoro di Piero della Francesca conservato nella casa-museo di via Manzoni.
“Con questa esposizione – dichiara Annalisa Zanni, Direttore del Museo – prosegue il progetto del Poldi Pezzoli di valorizzazione dei propri capolavori ponendoli in relazione con l’arte contemporanea, secondo una volontà espressa nel testamento già da Gian Giacomo Poldi Pezzoli, fondatore del Museo”.
L’opera rinascimentale, che rappresenta il Santo in posizione ieratica che alza l’indice verso l’alto nella direzione degli astri e del cielo, ha ispirato Chiara Dynys, in un dialogo alchemico tra antico e contemporaneo. Chiara Dynys osserva il dipinto come un codice contenente un messaggio misterioso che Piero della Francesca, matematico oltre che pittore, ha voluto lasciare velato, solo accennato.
Come scrive Fiorella Minervino, nell’installazione l’artista milanese ha voluto “farvi confluire ogni suggerimento dalla pala, compresi i pianeti, le stelle, la santità, la trascendenza. L’artista ha disegnato uno spazio circolare, un’alchimia di specchi e di riflessi, un tempio o cappella che tutto può abbracciare in un baluginare di rifrangenze continue, sicché alla fine la pala del maestro di San Sepolcro si specchia nel tutto e tutto si riflette in lei”.
La pala di Piero della Francesca appare nel Salone dell’Affresco in un’installazione decagonale che ne attrae i colori e i concetti, facendoli riemergere decuplicati e riflessi in nove opere realizzate in vetro, argento, specchio e colori.
In mostra vi è anche una scultura più imponente che si rivolge frontalmente al San Nicola da Tolentino e lo contiene, in una riflessione piena ed emblematica.
Accompagna e illustra l’esposizione un video che racconta la cura del Museo verso l’opera del pittore umbro, la delicatezza con cui viene maneggiata e analizzata, nonché le “processioni” che caratterizzano ogni suo spostamento da una sala all’altra.
Correda la mostra un catalogo, edito da Umberto Allemandi, a cura di Fiorella Minervino, con testi di Fiorella Minervino, Antonio Paolucci, Giorgio Verzotti, Annalisa Zanni oltre a un ricco apparato fotografico che documenta la realizzazione delle opere e le fasi di allestimento della mostra.
La mostra è stata realizzata grazie al sostegno e al contributo di: Edward F. Greco, Giovanni Alliata di Montereale e Spazioborgogno; inoltre con il contributo di Fondazione Rocco Guglielmo, Pierluigi Gibelli e Candia Camaggi.
Con il patrocinio di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lombardia, Provincia di Milano e Comune di Milano – Cultura.
In collaborazione con: Associazione Amici del Museo Poldi Pezzoli e Fondazione Corriere della Sera

Inaugurazione 15 maggio ore 18.30

Museo Poldi Pezzoli
Via Manzoni 12 Milano
Apertura: da mercoledì a lunedì, dalle 10.00 alle 18.00
Chiuso il martedì
Ingresso: 9,00 € | 6,00 € ridotto | bambini fino ai 10 anni gratuito

 

MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Mostra: 12 maggio – 1 settembre 2013. Inaugurazione 11 maggio 2013
Incontri e conferenze: maggio 2013
Inaugurerà l’11 maggio al MAMbo Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell’arte italiana contemporanea, un’ampia e articolata esposizionecollettiva dedicata airapporti fra donne e arte in Italianegli ultimi decenni

DAL 7 MAGGIO AL 3 GIUGNO 2013

Acquario Civico, Milano

Water in Genesis. Fulcro del tema della mostra e’ un essere vivente, umano-vegetale, che e’ idealmente cresciuto all’interno di un vaso colmo d’acqua e che svetta dal bordo nella sua liberta’ gestuale.


comunicato stampa

a cura di Elena Di Raddo

“In questa mostra è racchiuso il senso della nascita e della crescita, ed è riassunta anche la ricerca da diversi anni condotta dall’artista, che ha sempre cercato di unire nel suo lavoro il valore formale dell’immagine a un contenuto filosofico. Fulcro del tema della mostra è un essere vivente, umano-vegetale, che è idealmente cresciuto all’interno di un vaso colmo d’acqua e che svetta dal bordo nella sua libertà gestuale. Questa forma, che da vegetale si sta trasformando, allude chiaramente all’uomo, ma nello stesso tempo, nella sua schematicità, fa riferimento a un concetto più astratto di vita. E’ segno simbolico del ciclo biologico della vita, del suo generarsi e rigenerarsi.” Elena Di Raddo Evento Expo, Comune di Milano. L’intera iniziativa, che ha come tema uno degli argomenti fondamentali di EXPO 2015, è stata pensata come una sorta di piattaforma culturale che riunisca in unico dialogo il mondo della scienza, dell’architettura e dell’arte: verranno infatti organizzate delle tavole rotonde con la partecipazione di diversi professionisti e workshop didattici rivolti alle scuole, in cui verrà realizzata un’installazione collettiva che sarà esposta nella mostra.

Marica Moro è nata a Milano nel 1970 e dopo la laurea in Arti visive e Discipline per lo Spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, espone in molte mostre e manifestazioni in Italia e all’estero; negli ultimi anni la sua ricerca artistica spazia dalla videoanimazione, all’installazione scultorea, con l’uso di resine e materiali plastici, fino alla contaminazione tra pittura e arte digitale. Da qualche anno collabora anche con aziende di Design. Nel 2010 ha partecipato a “Water and biodiversity”, con la Galleria 10.2! e Visionlab alla Triennale Bovisa di Milano e a “Culture Nature”, a cura di Alessandra Coppa e Fortunato D’Amico, con testo in catalogo di Elena Di Raddo, evento collaterale della Biennale di Architettura di Venezia, ha inoltre realizzato “L’albero rovesciato”, con la collaborazione del Museo d’arte Paolo Pini, un’opera scultorea permanente per l’Ospedale Niguarda Cà Granda di Milano. Nel 2011 ha partecipato, tra le altre iniziative, al Festival dei Giardini-Green Street di Monza, a cura di Alessandra Coppa, a In principio… Origine e inizio dell´Universo, a cura di C. De Carli e Francesco Tedeschi, Università Cattolica di Milano, 012 Proetica-profetica, alla Stazione di Porta Nuova a Torino e alla mostra Designer in 3D alla Triennale Bovisa, dove è stata esposta “Genesis” una sua opera monumentale, poi ospitata nel 2012 dal Museo d’arte contemporanea di Lissone. Nello stesso anno ha inoltre esposto nella mostra personale Materpolis-City genesis, a cura di Eleonora Fiorani, Spazio City Art, Milano e a Pink vision- Art Science and Bricks, a cura di A.Pizzati Caiani, Triennale, Milano. Nel giugno del 2013 l’artista esporrà alla Galleria d’arte moderna di Genova nella mostra “SEEDS”, a cura di Fortunato D’Amico e MariaFlora Giubilei.

Sponsor Gobbetto, Edilgreen Sponsor tecnico Plastecnic

Inaugurazione: 7 maggio ore 19

Acquario Civico
viale Gadio, 2, Milano

Orari: martedì-domenica ore 9.30-12.30 e 14.30-17.30

Ingresso gratuito

 


Dal 3 maggio al 10 maggio 2013 all’ Associazione Apriti Cielo Via Spallanzani 16 -Milano saranno in mostra opere di Francesca Guffanti  per la presentazione del libro “Nessuno te lo dice prima” opera autobiografica di Francesca Guffanti. Un romanzo breve che svela una rete di piccoli soprusi, furbizie, e intrighi ai quali tutte le aspiranti artiste/i si sottopongono, nella spesso vana speranza di ottenere un riconoscimento della propria arte, ed offre altresì uno spiraglio a chi crede caparbiamente nelle proprie doti e nell’altrui buona fede.
Scritta in modo “visuale”, quasi filmico, quest’opera si snoda fra diversi quadri, apparentemente disgiunti fra loro, mantenendo un filo conduttore nel reciproco rapporto di amore-odio fra l’artista ed il curatore, vero e proprio catalizzatore di energie creative.
La scrittura è scorrevole ed il linguaggio discorsivo, caratterizzato da frasi pungenti e talora ironiche.

guffanti

 

Francesca Guffanti vive e lavora a Monza, nei pressi di Milano. Dopo la Maturità Classica, ha conseguito la Laurea in Pittura presso la Nuova Accademia di Belle Arti a Milano. Da sempre svolge la sua attività artistica all’interno di realtà private e pubbliche e partecipando a mostre collettive e personali presso musei in Italia e all’estero. Sue opere sono presenti in diverse collezioni private e pubbliche. Parallelamente ha insegnato per diversi anni Disegno e Pittura presso la Civica Scuola d’Arte “F. Faruffini” a Sesto San Giovanni. Tiene seminari e conferenze sulla Percezione Visiva e sul ritratto. Attualmente impartisce lezioni di pittura e acquarello presso il proprio atelier e presso l’associazione Apriti Cielo!

 

 

In occasione della presentazione del libro

APRITI CIELO! intende anche  organizzare un gruppo di riflessione artistica, rivolto a chi, in prima persona, porta avanti questa pratica per trovare insieme un modo diverso di far agire la propria arte, mettendo a confronto le vecchie e le nuove “contraddizioni”.

 

Info: info@apriti-cielo.it cell 3498682453

www.apriti-cielo.it

 

Si inaugura l’ampliamento della collezione con “Piu’ luce su tutto”. L’opera, del 2010, e’ un’installazione composta da 150 libri in vetro illuminati e dipinti a mano, ed e’ stata donata dall’artista e dalla Galleria Marie Laure Fleisch.

dynys


La Galleria Nazionale d’Arte Moderna inaugura, Martedì 23 Aprile alle ore 18.00, l’ampliamento della sua collezione grazie alla donazione dell’opera di Chiara Dynys, Più luce su tutto. L’opera del 2010, un’installazione composta da 150 libri in vetro illuminati e dipinti a mano, è stata donata dall’artista e dalla Galleria Marie Laure Fleisch.

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna dedica alla sua collezione un nuovo spazio esponen- do il lavoro di Chiara Dynys, Più luce su tutto del 2010. L’opera, una libreria di grandezza modulabile per l’ambiente espositivo, è composta da 150 libri in vetro suddivisi in gruppi, alcuni dei quali, illuminati internamente, emanano luce. L’installazione è nata con l’obiettivo di privilegiare le opere su carta alle quali la libreria luminosa dell’artista rimanda. E’stata creata specificamente per la mostra dal titolo omonimo presso la galleria Marie-Laure Fleisch. L’opera trovava il proprio senso in rapporto agli spazi della galleria e rappresentava anche l’approdo concettuale di un percorso espositivo che contemporaneamente si svilup- pava presso l’Archivio Centrale di Stato. Le due mostre complementari Labirinti di memoria e Più luce su tutto intendevano infatti riflettere sui significati di memoria e di oblio, passato e presente, come fattori primi per la determinazione dell’esistenza.

L’opera, donata dall’artista e dalla Galleria Marie Laure Fleisch, rappresenta una libreria i- deale, la costruzione della propria memoria personale, interpretata dall’artista come una raccolta di libri illuminati internamente da luci che ne esaltano i colori dipinti a mano e la trasparenza dei materiali. Nella nuova installazione, Più luce su tutto diventa il collegamento tra la fine del percorso e- spositivo del museo e il bookshop.

Biografia
Chiara Dynys lavora a Milano.Sin dall’inizio della sua attivita’,all inizio degli anni 90 ha agito su due filoni principali, entrambi riconducibili ad un unico atteggiamentonei confronti del reale: identificare nel mondo e nelle forme la presenza e il senso dell’ anomalia , della va- riante, della “soglia”che consente alla mente di passare dalla realta’ umana ad uno scenario quasi metafisico.Per fare questo utilizza materiali apparentemente eclettici, che vanno dalla luce al vetro, agli specchi, alla ceramica, alle fusioni, al tessuto , al video e alla fotografia. Tra le presenze museali ricordiamo la partecipazione in mostre personali e collettive quali : Museo di Saint Etienne , Ciac di Montreal,Kunstmuseum di Bonn, Museo di Bochum, Pac di Milano, Museo Pecci Prato e Milano, Rotonda della Besana Milano, Museo Bilotti, Cen- tro D’arte Italiana a Foligno,Museo Mart di Rovereto , ZKM Karlsruhe e al Museo Poldi Pezzoli Milano e inoltre in importanti galllerie e fondazioni italiane e straniere.

Ufficio stampa tel. +39 06 32298328 , s-gnam.uffstampa@beniculturali.it

Inaugurazione martedì 23 aprile 2013, ore 18.00

Galleria Nazionale d’Arte Moderna – GNAM
viale delle Belle Arti, 131 (Disabili via Gramsci, 71), Roma
Orari: Aperto al pubblico dal 15 Marzo 2013
martedì – domenica dalle 10.30 alle 19.30
(la biglietteria chiude alle 18.45)
Chiusura il lunedì
Biglietti ingresso
intero: euro 12,00
ridotto: euro 9,50 (cittadini dell’unione Europea di età compresa tra i 18 e i 25 anni ; docenti delle scuole statali dell’Unione Europea)
ridotto speciale solo mostre: euro 7,00
(minori di 18 e maggiori di 65 anni)
gratuito museo: minori di 18 e maggiori di 65 anni

a cura di Achille Bonito Oliva

23 aprile – 24 maggio 2013

La grande mostra “Les magiciens de la terre” inaugurata al Centre Georges Pompidou da Jean-Hubert Martin nel 1989 ha portato alla ribalta internazionale l’arte contemporanea africana.

La mostra presso la Fondazione Mudima, che tra gli altri artisti ne ripresenta due tra quelli “scoperti” da Jean-Hubert Martin (Esther Mahlangu, Seni Camara), attinge agli intensi rapporti che la Fondazione Sarenco ha con le collezioni private di Italia, Francia, Germania, Olanda e Belgio e agli innumerevoli viaggi africani compiuti dall’artista Sarenco in terra d’Africa per quasi trent’anni, alla scoperta di tanti talenti artistici.

 

Lo sguardo attento di Achille Bonito Oliva ha portato alla selezione di 6 artisti: “tre donne artiste straordinarie, e tre uomini, artisti straordinari. Un bel pareggio in terra d’Africa. Questa mostra fa il punto sulla grande qualità e sull’emozione che procura l’Arte Africana Contemporanea a noi addetti ai lavori e, spero, al pubblico del nostro paese”.

 

 

 

In mostra le sculture di SENI CAMARA (Senegal), MIKIDADI BUSH  (Tanzania) e  JOHN GOBA  (Sierra Leone) e i dipinti di ESTHER MAHLANGU (Sudafrica), GEORGE LILANGA (Tanzania)  e MARGARET MAJO (Zimbabwe). Inoltre  saranno esposte 4 sculture di circa 4 m di altezza dell’artista SARENCO   (Marinetti, Apollinaire, Tzara, Breton) e il lavoro fotografico di PAOLA MATTIOLI e FABRIZIO GARGHETTI su questi stessi artisti africani.

 

 

 

In occasione della mostra sarà presentato il catalogo AFRICANA per le Edizioni Mudima, a cura di Achille Bonito Oliva e Sarenco.

 

A disposizione del pubblico ci saranno altri due libri collegati alla

 

mostra stessa: I MIEI EROI AFRICANI di Sarenco e MEMOIRES D’AFRIQUE di

 

Paola Mattioli e Sarenco.

 


Il Museion di Bolzano omaggia Rosemarie Trockel con una mostra che ne racconta la complessa personalità. Un percorso sapientemente allestito in cui emerge il piacere di mettersi in gioco. E di mettere in questione l’arte stessa. Dalle sculture escatologiche e barocche ai collages e le installazioni irriverenti. Fino a smentire l’idea dell’ “arte di genere”. Con i celebri lavori a maglia che diventano opere classicamente moderniste [A.P.]

MOSTRA DAL 02/02/13 al 01/05/13

In che cosa può consistere il “piacere sfacciato” per un artista di una certa età (61anni), tenace e precisa (c’è bisogno di dirlo?) come, secondo la vulgata comune, sanno essere gli artisti tedeschi? Un’artista che lavora da sola nel suo studio, senza assistenti, schiva al limite dello scontroso (non ama interviste né presentarsi alle inaugurazioni delle sue mostre), che voleva diventare biologa e che agli animali riserva tuttora un’attenzione particolare (si dice spesso che chi ama molto gli animali ami poco gli umani), tanto inventarsi, con Studio 45: House for Lous, il luogo ideale per i pidocchi: una parrucca. Un’artista discretamente cupa (basta notare la reiterata ossessione per l’immagine della cantina, la porta, le scale che portavano al regno dell’incubo infantile) ma anche inaspettatamente ironica? In che cosa consiste, dunque, “Il piacere sfacciato”, titolo della mostra (“Flagrant Delight”) di Rosemarie Trockel, attualmente di scena al Museion di Bolzano (a cura di Dirk Snauwaert, affiancato nella trasferta italiana da Letizia Ragaglia in collaborazione con la stessa Trockel)? Un piacere che, chiosa la direttrice di Museion, è più che altro «capriccioso, disinvoltamente sfrontato», che non ci si aspetterebbe da un artista del genere.

Ebbene, il piacere (e non è una semplificazione) è proprio quello dell’arte. Proprio di un’artista che, nonostante lunghi anni di carriera, attraversamenti di generi e di linguaggi complessi e articolati (la pittura, l’installazione, la ceramica, la scultura, il collage, il video), mantiene ancora quasi intatta non solo la spinta a sperimentare, ma anche a mettere in gioco tutto. Senza tabù, a cominciare da se stessa. Confrontandosi – attraverso la fluidità di quei linguaggi che interseca e una certa, eccentrica sensualità – con temi tosti, di dimensione apparentemente privata: l’arrogante mondo maschile e quello femminile, in realtà molto pubblico, se è vero, come dicevano le femministe negli anni in cui Trockel comincia a lavorare, che “il privato è politico”.
Ma stiamo all’aspetto più propriamente artistico, e dunque anche a un discorso di genere (il “lavoro al femminile”) con cui Trockel è stata parzialmente identificata: i lavori a maglia, quelli con i fornelli installati (accesi!) come grandi cerchi neo pop su basi monocrome e fissati al muro. Trockel non ricama, in questi lavori, tranne che in un caso, non lascia in vista fili, smarginature, il disordine di un ordito che evoca molto, ma afferma poco. No, lei i lavori a maglia li realizza al computer, ne fa grandi tele cromatiche minimaliste, che da lontano potrebbero essere scambiate per severe campiture realizzate da un Reinhardt o da Ryman: nero, grigio marrone, anche i colori concedono molto poco alla presunta fragile creatività che in genere si rintraccia nelle artiste.

La scelta di Rosemarie è di intervenire sui lavori a maglia con la tecnologia, in polemica (neanche troppo celata) con il primato maschile dell’arte, ed elevandoli alla ormai raggiunta classicità del Modernismo. Stesso approccio nei lavori con i fornelli, intervallati gli uni dagli altri con rigore minimalista, fino a farne evidenti “quadri” modernisti e con questo, direi, liquidare anche una certa idea di genere dell’arte.
Ma non basta. Queste opere apparentemente pittoriche sono in realtà delle installazioni messe a parete, con cui l’artista sovverte anche le tradizionali distinzioni (anche qui c’è di mezzo una questione di genere) tra pittura e installazione. Spiega Letizia Ragaglia: «Rosemarie Trockel affronta un discorso sulla pittura, riguardo un certo compiacimento verso questo linguaggio e su che cos’è la pittura, atteggiamento che si ritrova anche in alcuni suoi dipinti più recenti». All’apparenza sciatti (e non solo all’apparenza) realizzati con colori, ma anche con fluidi femminili. Opere quindi desacralizzate o, all’inverso, che consacrano questi fluidi. Così come, nobilitate, sono i “quadri” realizzati da alcune scimmie che «le pongono di nuovo serie domande sullo statuto della pittura e dell’artista», aggiunge Ragaglia. Non capricci, quindi, ma statement in cui emerge una schietta rivendicazione politica, della parte dove stare: l’insofferenza verso i linguaggi accreditati. Un’interrogazione quasi ontologica dell’arte, come del senso dello stare al mondo.

Ma poiché Rosemarie Trockel non ama le retrospettive, a parte qualche vecchio lavoro degli anni Ottanta, tra cui la versione di uno dei suoi temi ricorrenti, Keller (cantina), con le ragnatele che creano un ordito quasi fitto ma al contempo leggero, in mostra a Museion ci sono molti collages (la produzione più recente, realizzati, detto per inciso, non tradizionalmente con la colla, ma a secco e pinzati) che raccontano l’immaginario complesso, tetro e irriverente insieme, “sfacciato”, a volte al limite del cattivo gusto, come quando i collages sono decorati con striscioline argentate che li trasformano in cabinet de curiosités molto kitsch, di questa artista che si nutre programmaticamente del lavoro di altri artisti, così come di letteratura, cinema, filosofia. E molti dei suoi mentori compaiono nei collage.
Chissà se Francis Bacon apprezzerebbe l’essere rappresentato con un occhio solo alla Polifemo (ma potrebbe trattarsi del terzo occhio degli induisti, l’occhio della mente) e la cinta di un accappatoio di spugna a mo’di capelli, il tutto incorniciato da quei festosi lustrini argentati? E, a proposito di pittura e di quella un po’ pompier che ha celebrato e soprattutto usato l’attraente nudità del corpo femminile, ecco che in un collage compare L’Origine du monde, con una vistosa vedova nera che copre il pube. Mentre, in un altro collage che utilizza questa icona della pittura erotica, Raymond Pettibon presta il suo busto a quella parte del corpo che Courbet non dipinse.

E chissà anche come la prenderebbe Robert Smithson vedendo trasformata l’utopia sublime della sua Spyral Jetty in Spyral Betty: installazione luminosa che ritrae (alla maniera eccentrica di Trockel, ovviamente) l’apparato genitale femminile, opera peraltro entrata in collezione di Museion.
Ma non è che Rosemarie Trockel dileggi i suoi colleghi. Tutt’altro. I suoi punti fermi rimangono inalterati in Fontana in testa a tutti, che omaggia con alcuni lavori a maglia con tagli, Richard Hamilton, da cui deve aver preso un certo gusto per la composizione spiazzante dell’opera, Beuys, con cui condivide l’idea della metafora artistica, Gilbert & Gorge.
Ma poi Trockel va oltre. E si cimenta nella scultura realizzando delle ceramiche che incarnano un’escatologia barocca, dove l’idea del rifiuto organico si mischia a un’accesa e visionaria idea del corpo che, in una sintesi ardita, dichiara l’avversione verso il consumismo e i suoi rituali. Da qui, alle opere che raccontano il suo sguardo obliquo attraverso la condizione umana: altre sculture parziali di corpi, la “casa dei pidocchi”, immagini altrettanto parziali e apparentemente strampalate di altre porzioni di corpo che compaiono nei collages, si compie il percorso di questa artista complessa e irrituale che l’allestimento del Museion di Bolzano riesce sapientemente a mettere in scena.



Milano – dal 18 aprile al 15 giugno 2013 
MUSEO PECCI MILANO
Ripa Di Porta Ticinese 113 (20143)

A cura di Angela Madesani, Annamaria Maggi, Stefano Pezzato

Realizzato dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci
in collaborazione con Galleria Fumagalli e Spazioborgogno

Opere di: Marina Abramovic, Vito Acconci, Vincenzo Agnetti, Giovanni Anselmo, Eleanor Antin, Gabor Attalai, Michael Badura, Dobroslaw Baginski, John Baldessari, Gianfranco Baruchello, Bill Beckley, Joseph Beuys, Günther Brus, Cioni Carpi, Giuseppe Chiari, Giorgio Ciam, James Collins, Roger Cuthfort, Fernando De Filippi, Giuseppe Desiato, Gino De Dominicis, Valie Export, Joachen Gerz, Gilbert & George, Dan Graham, Al Hansen, John Hilliard, Peter Hutchinson, Joan Jonas, Birgit Jürgenssen, Allan Kaprow, Jürgen Klauke, Robert Kleine, Ketty La Rocca,Urs Lüthi,Roberto Malquori, Fabio Mauri, Bruce Mc Lean, Ana Mendieta, Charlotte Moormann, Maurizio Nannucci, Bruce Nauman, Hermann Nitsch, Luigi Ontani, Roman Opalka, Dennis Oppenheim, Gina Pane, Giuseppe Penone,Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Arnulf Rainer, Cindy Sherman, Rudolf Schwarzkogler, Helmut Schweizer, Stelarc, Aldo Tagliaferro, Franco Vaccari, Francesca Woodman, Michele Zaza.

La mostra costituisce un progetto di ricostruzione storica che raccoglie le sperimentazioni con il corpo e sul corpo effettuate dall’ultima avanguardia artistica del XX secolo, proponendo un insieme significativo di fotografie, film e documenti dei maggiori esponenti della stagione eroica dell’Azionismo, della Body Art e della Performance: analisi linguistiche, riflessioni di matrice antropologica, sociale, plastica. Nella maggior parte dei casi si tratta di lavori di taglio autobiografico dove gli artisti sono anche i protagonisti delle opere.
Una sorta di rivoluzione, all’interno dell’arte, forse l’ultima avanguardia appunto, che parte dall’America e si diffonde in Europa con una certa velocità, dal 1965 al 1980.

Nonostante la Body Art svolga un ruolo determinante all’interno della grande mostra, non tutti gli artisti presenti sono collocabili in questo ambito, un esempio per tutti è quello di Gilbert & George, i quali utilizzano le loro persone per un’indagine più ampia, di matrice linguistica, mediatica, non ascrivibile a nessun ambito artistico particolare. La rassegna offre una rilettura trasversale di quel fondamentale periodo storico artistico, ponendo in relazione tra loro opere assai diverse – solo in taluni casi apparentemente simili – partendo da documenti storici e di studio già esistenti.
Accanto alla parte squisitamente fotografica in mostra sarà anche una zona dedicata al cinema d’artista e ai primi esperimenti della ricerca video, oltre a una parte documentaria, costituita da cataloghi, libri, inviti, e manifesti.
Un’indagine ad ampio spettro attraverso alcuni grandi protagonisti, internazionalmente riconosciuti, ma anche attraverso alcune figure artistiche da riscoprire, alle quali offrire finalmente una giusta collocazione.

da Exibart

Per l’ottavo appuntamento veneziano, Marinella Paderni dialoga con Francesca Grilli, artista “espatriata” in Olanda. Lei e la scelta della performance sono al centro dell’incontro

Sin dagli albori del tuo lavoro nel 2005, giovanissima, hai esordito con la performance quando questo linguaggio non era ancora tornato all’attenzione delle istituzioni museali e della curatela internazionale. Ci racconti la genesi di questa scelta controcorrente e che cosa porta nel tuo lavoro la pratica performativa?
«C’è un Arcano Maggiore chiamato ‘Ruota della Fortuna’, in questa carta si sottolinea il movimento rotatorio e vorticoso della sua superficie e la stabilità del suo centro. Prendo questo come esempio per cercare di riflettere sul significato di corrente, che paragono alla superficie della Ruota della Fortuna e il controcorrente che è il suo centro. Essere controcorrente è semplicemente essere veri con sé stessi. Quando vi è una chiamata, una visione che spinge per prendere forma, un’urgenza espressiva, non può essere ignorata, altrimenti non si e’ fedeli a sé stessi, al proprio centro: questa riflessione è stata per me l’accettazione della performance. La performance è entrata nella mia vita come una necessità, umana e personale prima di tutto. Ora ne ho fatto mio linguaggio, realtà espressiva attraverso la quale mi viene spontaneo esprimere la primordialità e la forza della mia ricerca artistica. Le correnti vanno e vengono, la Ruota può girare in un senso o nell’altro, ma bisogna essere lungimiranti e credere nelle proprie visioni, prendersi le proprie responsabilità, a discapito di quello che ti accade intorno».
Tutta la tua ricerca artistica è pervasa da alcune tematiche centrali collegate all’identità, al tempo, al linguaggio del corpo e alla resistenza dei limiti. Come li hai declinati e sviluppati nei tuoi lavori?
«Credo ad una ricerca incessante della propria verità, che si sfiora solo attraverso un incredibile sforzo, fisico, mentale. Questa fatica non è tuttavia fine a se stessa, ma profondamente appagante, ne si intravedono i confini proprio grazie alla spinta del suo limite, laddove inizia la trasformazione, la liberazione di se stessi per tramutarsi in altro. È proprio sul limite, sul punto di massimo sforzo, che si intravede un’immagine altra, di svelamento, di massima fragilità, di verità. Penso alla performance Enduring Midnight, dove la cantante lirica ormai in una fase conclusiva della sua carriera, cantando ancora nel mezzo della notte, ci rivela se stessa, la sua forza più intima, la sua passione più vorace. È un’immagine che va al di la della bellezza, ma che contiene l’unicità e la forza di esistere, nonostante tutto».
La voce e la musica sono altri due leit motiv presenti nella maggior parte delle tue opere. Esprimono ciò che l’arte visiva cerca oggi incessantemente, dare forma a emozioni e realtà spesso imponderabili come la passione. Che significati rivestono all’interno della tua ricerca?
«La manifestazione, più che la rappresentazione, mi ha sempre conturbata. Cerco quindi di riportare nelle mie opere, proprio questo aspetto. Il suono è immateriale, ma riesce a comporre, dare una voce ai sentimenti, plasmare la materia di cui siamo fatti, senza necessariamente avvalersi di una forma specifica».
In un’epoca contraddistinta dalla smaterializzazione del reale e dall’egemonia dei dispositivi virtuali nella relazione con l’altro, come interpreti la tendenza artistica attuale alla ricerca di “esperienze” in cui la presenza fisica e diretta è messa in gioco e rinegoziata?
«Annuso nell’aria un cambiamento, profondo, nel presente. Spesso le arti contemporanee sono state algide e inaccessibili. La presenza della relazione, dell’emotività era quasi penalizzante. Per quanto mi riguarda vi era un grave scollamento tra umano ed espressione artistica, una mia preoccupazione che questa dimostrazione di distanza e distacco, fosse invece lo specchio proprio di un’umanità persa, imbambolata e inaccessibile. Mi sembra invece che il sangue sia tornato ad intiepidirsi, non ancora a bollire, ma a risvegliarsi. Di conseguenza l’esperienza ci scuote, non ci lascia impassibili, ci cambia. E si ritorna al gesto semplice, all’urgenza di seguire quell’urlo che ci ha risvegliato».
Ora che la performance è tornata ad essere un linguaggio espressivo particolarmente consono alla giovane ricerca internazionale, cosa puoi leggere in controluce del tuo apporto, di quasi un decennio, al rinnovamento di questa pratica?
«Mi auguro per le generazioni a venire, che abbiano le fortune e le difficoltà necessarie per poter scavare il letto del loro fiume. Perseguire l’arte performativa significa accettare i limiti dei mondi che ti possono ospitare, le arti visive, il teatro di ricerca, e cercare appunto di solcare la propria strada. Auguro loro di non farsi abbagliare dalla buona o dalla cattiva sorte, ma di cercare una propria posizione solida, che spesso corrisponde ad una sedia scomoda».
Ci sono delle difficoltà nell’essere un’artista performativa rispetto al circuito delle gallerie? La performance è un’opera d’arte difficile da collezionare, soprattutto in Italia, e talvolta difficile anche da esibire nei musei: penso alla tua bellissima performance Moth (2009) che hai potuto mostrare solo all’interno di teatri, e non nei musei, a causa di una burocrazia rigida in materia di sicurezza. Per alcuni tuoi lavori, ti è stato più semplice operare all’interno del teatro sperimentale d’avanguardia?
«Il teatro sperimentale e’ più versatile quando si tratta di ospitare linguaggi che possono sfociare in diverse forme, anche tecnicamente rischiose. Per altre caratteristiche invece ha una sua rigidità, temporale soprattutto. Tecnicamente alcune performance hanno effettivamente sofferto a causa della loro complessità e pericolosità di esecuzione, ma proprio questi due ingredienti sono la loro forza, non avrei potuto evitare di fare diversamente. L’esistenza di queste modalità espressive sempre più presenti nei linguaggi artistici, che prevedono azioni in vita, vanno a scardinare la staticità museale, suggerendo nuovi formati. Mi sento comunque fortunata, per il supporto che ho avuto alla mia ricerca performativa, talvolta difficile da comunicare al sistema, ma questa e’ un’esperienza personale, non una modalità».
La chiamata al Padiglione Italiano della 55° Biennale di Venezia è stata preceduta da una residenza presso il MACRO di Roma per il quale hai prodotto l’installazione sonora Variazioni per voce (2012). Com’è nata l’opera? E in che relazione si pone con la residenza romana?
«Sono stata felice di ritornare in Italia proprio in occasione di questa residenza. Ho colto l’opportunità per riascoltare l’Italia. Attraverso Variazioni per voce, ho potuto riflettere sul concetto di censura dell’opera e dell’espressione artistica, individuando un importante concetto che sta alla base del presente del nostro Paese, la responsabilità, verso noi stessi, verso l’opera d’arte. Lo spettatore era invitato a scegliere se attivare l’installazione, consapevole della possibilità di distruzione della medesima: ad ogni ascolto la mia voce incisa su cera, si consumava, modificando e cancellando l’opera stessa».
L’invito a partecipare alla 55° Biennale di Venezia ti ha posto di fronte ad una nuova, importante sfida. Come stai vivendo questo momento e cosa ti aspetti da quest’esperienza?
«Mi sono isolata sulle montagne trentine, gentilmente ospitata da Centrale Fies. Ci rimango tre mesi. Stare attaccata alla terra mi fa bene in questo momento. Cerco di fare un lavoro che mi rispecchi, che non mi tradisca».



CARDEDU. La celebre artista Maria Lai si è spenta all’età di 93 anni, nella sua casa nelle campagne di Cardedu, circondata dall’affetto dei suoi cari.

A Ulassai l’8 luglio del 2006 l’artista aveva inaugurato il museo di arte contemporanea la “Stazione dell’arte”, che raccoglie una parte considerevole (circa 140) delle sue opere. Grazie anche alle esposizioni negli Stati Uniti e in altre prestigiose manifestazioni europee, Maria Lai è considerata una delle artiste più importanti della storia sarda.

Il documentario pubblicato sul sito Sardegna Digital Library “Un’ora con Maria Lai”

 


ASSOCIAZIONE APRITI CIELO

Presenta:

DOPPIO GIOCO

 

Francesca Gagliardi e Andrea Mazzacavallo

a cura di Alessandra Piolotto

con intervento di Francesca Contini

Inaugurazione

Venerdì 22 Marzo dalle ore 19.00

22 marzo – 13 aprile 2013

 

DOPPIO GIOCO nasce dall’idea di lavorare sul concetto linguistico del doppio, che richiede la disponibilità all’imprevisto, a seguire un percorso verso l’idea di una mobilità di pensiero. E’ l’esercizio del dubbio e la messa in discussione del pregiudizio, il tutto attraverso lo specifico lavoro di due artisti che hanno in comune l’ironia e il gioco, utilizzando il linguaggio visivo pittorico e plastico di Francesca Gagliardi, quello performativo, musicale e di scrittura delle narrazioni di Andrea Mazzacavallo.

 

Fare un lavoro sul doppio significa destrutturare dei pensieri cristallizzati, innescare un gioco virtuoso e potenzialmente infinito. Questo processo conduce alla molteplicità di significati, all’accettazione di uno scarto semantico all’interno di un’archivio di accezioni. La realtà è molteplice e proteiforme. E’ qui che la comicità svolge un ruolo sottile, si basa spesso sul doppio, su un meccanismo che permette di svelare, smascherare e di rovesciare la realtà.

 

Per Francesca Gagliardi quando il simbolo oltrepassa la sua dimensione, invadendo materiali, contesti e colori che lo svuotano persino della sua stessa funzionalità, non può che manifestarsi in tutta la sua potenza tragicomica, col più disarmante dei sorrisi.

Sensibilità e rigore d’indagine hanno trovato in lei la giusta armonia per esprimere una lettura sarcastica delle forme nella duplice accezione di arma di seduzione – arma di difesa dei rossetti-pallottole.

 

Andrea Mazzacavallo ci introduce nel regno della Sorpresa. Un  “viaggio comico-economico per stare bene” fitto di racconti, brani musicali, idee originali che danzano giocose sulla fune dell’ironia.

Lo spettacolo “Ticket” nasce dall’esigenza di mescolare la canzone, nelle sue variegate forme stilistiche, con il linguaggio della comicità e del racconto. Si tratta di uno show divertente, di un recital in cui il pianoforte e la chitarra si alternano alla recitazione per dar vita ad una sorta di “microfilm”.

Alesssandra Piolotto

 

 

Apriti Cielo – Via Spallanzani 6 – 20129 Milano

e-mail:  info@apriti-cielo.it

orario: dal lunedì al sabato dalle ore 16,00 alle ore 20,00

la terza settimana su appuntamento : mob. +39 349-8682453

 

 


FRANCESCA GAGLIARDI

vive e lavora ad Ameno. Nel 2000 si diploma in Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Brera

Tra le mostre: nel 2012 partecipa alla collettiva Icubarte a Valencia, Artista invita Artista (centro d’arte Villa Eugeni,a Valencia, 2011), Gallery Artist & Guests (Michele Balmelli Gallery, Lugano, 2011); Gallery Collection vol.1 (galleria41artecontemporanea,Torino, 2010) Lapizlabioli (palazzina Ciani, Lugano, 2009) con un testo di Fernando Arrabal; Blues de mon rouge à lèvres, (galleria Alexandre Mottier, Ginevra, 2007), Je m’oublie oblie-moi (Galleria 41 artecontemporanea, Torino, 2007); partecipa al manifesto dalla natura itinerante ‘Ospite Inatteso’, scritto da Alessandra Piolotto, nato da una strategia alternativa dell’abitare. Con partenza ad Ameno (2010), poi  Torino (2010) e Buenos Aires (2011).

La ricerca dell’artista Francesca Gagliardi parte dal disegno e segue un percorso che dall’incisione la porta  alla scultura, utilizzando la cera, il bronzo e la ceramica.

 

 

 

ANDREA MAZZACAVALLO

comincia all’età di 9 anni i suoi studi musicali, prima sul pianoforte e poi sul canto. Nel 1995 vince il Premio dedicato a Demetrio Stratos Cantare la voce.  Nel 2000 pubblica il suo primo album con il quale partecipa a Sanremo 2000 con al canzone Nord-Est classificandosi ultimo. Due mesi dopo si laurea in Storia e Filosofia con una tesi dal titolo Gioco di simulazione e conoscenza umana presso l’Università di Bologna. Nel 2002 pubblica un secondo album intitolato Low-fi relativo ad una produzione di teatro comico. Nel 2003 partecipa al festival della musica uzbeka a Taskent. Dal 2000 svolge l’attività di insegnante di sperimentazione vocale e pianoforte a Bologna, alternandosi come autore di colonne sonore per teatro, televisione e cinema. Nel 2006 vince il Leoncino d’oro alla Biennale teatro di Venezia con la colonna sonora dello spettacolo di Carlo Gozzi Il Corvo. Nel 2007 tiene un seminario sulla Musica e vocalità nella Commedia dell’arte presso L’Università coreana di Seoul. Lo stesso anno firma la colonna sonora dello spettacolo scritto da Tiziano Scarpa L’ultima casa che vince il premio Chi è di scena alla Biennale di Venezia. Nel 2008 realizza la musica dello spettacolo di circo-teatro Cirk per la regia dell’olandese Ted Keijser. Nel dicembre del 2009 firma la regia i testi e la musica di otto cortometraggi per il Premio Nazionale del Lavoro in onda su Rai 1. Nel 2010 pubblica il suo primo testo letterario “Ticket” da cui è tratto l’omonimo spettacolo teatrale.


presso ATELIER GIORGI
via Belfiore 5H, Torino

a cura di NOI 8.3

Le serate del 19 marzo e 16 aprile prevedono la presentazione di
artiste che in qualche modo si sono confrontate, su suggerimento di
NOI 8.3, con la lettura del Manifesto di Rivolta Femminile.* Durante
gli incontri, oltre a presentare il loro lavoro, le artiste
racconteranno al pubblico le loro opere e la loro esperienza con le
tematiche proposte da NOI 8.3.

*Il Manifesto di Rivolta femminile del 1970 è l’atto costitutivo del
gruppo omonimo. Scritto da Carla Lonzi con Carla Accardi e Elvira
Banotti, il “manifesto” contiene in nuce tutti gli argomenti d’analisi
che il femminismo avrebbe fatto propri: l’attestazione e l’orgoglio
della differenza contro la rivendicazione dell’uguaglianza, il rifiuto
della complementarietà delle donne in qualsiasi ambito della vita, la
critica verso l’istituto del matrimonio, il riconoscimento del lavoro
delle donne come lavoro produttivo e non ultimo la centralità del
corpo e la rivendicazione di una sessualità autonoma svincolata dalle
richieste maschili.

PROGRAMMA

19 MARZO
ORE 21
francesca arri (video) / manuela macco (performance)
ORE 22
Incontro/dibattito con le artiste

16 APRILE
ORE 21
valentina murabito (fotografia) / erika fortunato/linda rigotti (performance)
ORE 22
Incontro/dibattito con le artiste

presso ATELIER GIORGI
via Belfiore 5H, Torino

INGRESSO a OFFERTA LIBERA per sostenere le iniziative di NOI 8.3
GRADITA PRENOTAZIONE POSTI LIMITATI
Info e prenotazioni: noiottopuntotre@yahoo.it
338.58.10.572

n o i   8 . 3

Mes concitoyennes, ne serait-il pas temps qu’il se fît aussi parmi
nous une révolution? Les femmes seront-elles toujours isolées les unes
des autres, et ne feront-elles jamais corps avec la société, que pour
médire de leur sexe, et faire pitié à l’autre?
[Olympe de Gouges, 1788]