di Cettina Tiralosi
La mia ricerca pittorica negli ultimi anni ha preso questa piega.
Si è piegata e ripiegata al digitale come quando si stira una stoffa per farle prendere la sua forma più gradevole al tatto e alla visione.
Dalla realizzazione del video “Dal Tramonto all’Alba” (2010) e l’installazione “Pomeriggio
d’Autunno” (2011), questa ultima esposizione “Arte e Libertà : qualità di un desiderio femminile agente” (2013) si dispiega in un percorso studiato mai improvvisato, tra il tempo e lo spazio vissuto e vivente, consapevole e scelto.
Uno spazio-tempo digitale non perfetto ma certamente luogo simbolico in virtù di un’esistenza autentica, essenziale e immediata.
Nell’arte come nella vita non cerco la “perfezione” perché è un’ambizione in verità troppo spesso ottenuta a costo di umiliazioni, invece cerco la “relazione vivente” da alimentare semplicemente come sorgente di benessere e felicità.
Questa è la mia esperienza negli anni più recenti ed è ciò che più ci individua, io credo, negli intrecci e sviluppi ad ogni evento realizzato insieme alle amiche dell’Associazione Italiana Alhambra.
Nelle mie opere digitali dedicate all’Etna, in mostra all’incontro di domani 29 luglio 2013 presso il Giardino delle Arti di Taormina, ho voluto rappresentarla come in una delle infinite combinazion di circostanze in concomitanza alla nostra vita quotidiana, al senso del nostro agire e stare al mondo, anziché sceglierla come vulcano-montagna nella sua veste più “spettacolare” di una episodica eruzione.
L’ho scelta nel nostro stare in sua presenza, come in un rito di libertà dalla paura della sua forza trasformatrice, come uno spiraglio d’aria tra una porta socchiusa in una giornata assolata d’estate.
La mia ambizione non è l’esibizione, ma la relazione.
La mia sfida e la mia scommessa in un ambiente arido se non distratto da timori e paure, è cercare l’accoglienza e l’ascolto, delizie di “frutti” irrinunciabili per vivere e gioire come rose del deserto.
Cettina Tiralosi
Pubblicato il 28 luglio 2013 sul blog
http://cettinatiralosiblognotes.wordpress.com/2013/07/28/storia-di-un-desiderio-femminile-agenteun-cambiamento-nelle-scelte-tra-il-tramonto-e-lalba/
cettinatiralosiblognotes.wordpress.com
cettinatiralosi@yahoo.com
La cacciatrice è in Laguna. Ileana Sonnabend a Ca’ Pesaro
La Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro ospita la collezione di Ileana Sonnabend, talent scout, collezionista e amante dell’arte. Ecco come un museo si trasforma in un percorso didattico lungo cento anni. A Venezia, fino al 29 settembre.(LEGGI)
Passeggiata internazionale tra i Padiglioni della Biennale, dove ci si ricorda quanto ogni luogo e ogni essere umano siano diversi…
Regia e montaggio Domenico Palma, luglio 2013
MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna, via Don Giovanni Minzoni, 4. In occasione di Biografilm Festival 2013, dal 15 giugno al 14 luglio proiezione del film Pussy Riot – A Punk Prayer (titolo originale Pokazatelnyy protsess: Istoriya Pussy Riot) nella sala video all’interno della Collezione Permanente MAMbo.
Pussy Riot – A Punk Prayer
Titolo Originale:Pokazatelnyy protsess: Istoriya Pussy Riot
Regia: Mike Lerner, Maxim Pozdorovkin
Paese: Russia, UK
Anno: 2013
Durata: 90 minuti
Proiezioni: martedì, mercoledì e venerdì h 12.30, 14.00, 15.30; giovedì, sabato e domenica h 12.30, 14.00, 15.30, 17.00, 18.30 (lunedì chiuso)Per ulteriori informazioni:
www.biografilm.it/2013/
intervista
Perché sono felice
Marina Abramovic’, la più celebre protagonista di performance shock, racconta com’è cambiata: “Ora basta provocazioni, voglio trasmettere una nuova serenità”
di Andrea Visconti da “La Repubblica”
“Sono felice. Una felicità interiore profonda che non ho mai provato in vita mia. Lo scriva, ci tengo tanto che si sappia”, dice la performance artist Marina Abramovic’ arrivata all’angolo di casa, al termine di una lunga chiacchierata sulla carriera che nell’arco di quarant’anni l’ha portata da Belgrado, dove è nata, fino a New York, dove abita e lavora da una quindicina d’anni.
di Carlotta Susca
In Guardami, Jennifer Egan ha rivolto le proprie attenzioni allo sguardo prima che alla percezione del trascorrere degli anni (con cui ha costruito un rizoma malinconico sull’ineluttabilità della perdita nelle relazioni), e sullo sguardo intesse una riflessione sfaccettata, dai molteplici riverberi. Abbiamo Charlotte, la modella sfigurata e ricostruita chirurgicamente che ha perso l’identità derivatale dall’aspetto fisico, e con essa tutta la rete di relazioni legate al mondo della moda; Moose, che ha cambiato la propria percezione del mondo in seguito a una concatenazione di riflessioni derivanti dalla consapevolezza che l’introduzione di specchi e vetri ha stravolto arredamento e abbigliamento nel Medioevo; un detective, Antony Halliday, che ovviamente passa la propria vita a osservare gli altri; Charlotte (omonima), che insegna a suo fratello l’imperturbabilità del volto e guadagna sicurezza dall’assenza degli occhiali; Z./Aziz/Michael, terrorista mediorientale conquistato progressivamente dalla cultura made in Usa, e paradigmaticamente in viaggio verso Ovest, sempre più a Ovest, fino a far smarrire al lettore le proprie tracce mentre punta al miraggio cinematografico (ancora: visione!) di Los Angeles.
Poi abbiamo la “stanza degli specchi”, metafora del successo, che si rivela – ovviamente – effimero. E la prefigurazione dei social network, che Gianluigi Ricuperati sottolinea nella sua recensione sulla Repubblica. Insomma: seppur con lungaggini a tratti intollerabili, un montaggio lento per almeno quattro quinti del libro, una struttura, in definitiva, che se creata in Italia sarebbe stata opportunamente “asciugata” dalla maggior parte degli editor, i pregi di Guardami sono nel richiamo costante delle tematiche fra i vari personaggi; in quello che, in effetti, è un gioco di specchi. In cui la visibilità che nelle Lezioni americane di Italo Calvino era trattata come facoltà dell’ingegno, capacità immaginativa più o meno scientifica, analitica o sintetica, infinitesimale o tendente all’infinito, è trattata come costruzione di superficie volta all’ipnosi dello spettatore: il dominio statunitense è quello dei cataloghi di moda di infimo ordine, il mondo del fashion è composizione di bellezze interscambiabili. E il racconto di una vita emblematica perché ordinaria o straordinaria è costruzione di immagini che funzionano, corredo di video che stravolgono la realtà a vantaggio della presenza di controfigure che bucano lo schermo.
Jennifer Egan, Guardami
E se l’invasione di immagini è una violenza a cui si è assuefatti, ma non abbastanza da non riuscire, a tratti, ancora a rendersene conto, ecco che un’opera d’arte viva benché decadente (nella sua quotidiana mortalità e nel disfacimento proprio della vita) regala allo spettatore uno sguardo di rimando, la percezione di essere a propria volta visibile, punto di concentrazione tattile di una identità.
Nella performance al MoMA, The Artist is Present, Marina Abramović restituisce all’osservatore lo sguardo: non è tanto l’artista presente a suscitare l’interesse delle masse appostate per quindici minuti non già di celebrità, quanto, forse, di eternità, così come non è la percezione di far parte di un’opera d’arte a dare a quelle masse l’impressione di essere centrali in un’opera al pari dell’opera stessa, che senza di loro non esisterebbe. Lo spettatore sente di essere guardato, di non essere più, appunto, solo spettatore, ma anche oggetto di attenzione e, in quanto tale, protagonista di un processo, non comprimario. Se di opera d’arte si tratti non sono in grado di giudicarlo, ma credo che sia quantomeno anche un’indagine sociologica o, meglio, che lo sia suo malgrado, forse. Lo spettatore riabilitato nella sua importanza identitaria, come Aziz che, da fruitore rancoroso della cultura occidentale, finisce per abbracciarla nel momento in cui gli è concesso di prenderne parte: e allora la visione non è più una violenza ma, entrati nel meccanismo, si diventa parte della fascinazione, produttori di meraviglia (per citare ancora Ricuperati, il cui ultimo libro si intitola La produzione di meraviglia).
È la seconda puntata della miniserie Black mirror a riassumere il modo in cui il sistema della visione sia in grado di blandire lo spettatore potenzialmente dissidente facendolo entrare nello spettacolo, disinnescandone il potenziale sovversivo. E se questo è stato compreso a fondo dalla Egan, non so quanto intenzionalmente la Abramović lo metta in atto, ma di sicuro contribuisce a focalizzare l’attuarsi del processo.
Carlotta Susca
dal 4/7/2013 al 18/7/2013
Associazione Apriti Cielo! Milano via Spallanzani, 16 (cortile interno) 02 99203159
Julia Mastrogiacomo
dal 4/7/2013 al 18/7/2013
Le parole non sono le cose. Le parole de-finiscono. La cosa esiste in sé, non dalla parola, ma dall’azione. Così, si ri-definisce il reale. La parola crea immaginazione, ma poi la cosa, il gesto, l’atto hanno bisogno di un’azione per farsi, di un veicolo per esistere. Quell’esperienza, quel gesto, quel tratto sono il soffio della vita. Dal finito all’infinito, vanno e tornano. Verso il limite del visibile, all’orizzonte si posizionano. Qui, si incontrano tutte le visioni, tutti i sospiri, tutti i desideri. Là, una linea è tutte le linee. Là, io mi incontro con te.
L’arte è sacra e profana? mercoledì 10 luglio 2013 ore 18.00 Palazzo Reale, Milano Sala Conferenze piazza Duomo 14 – 3° piano
In occasione della 55. Esposizione Internazionale d’Arte a Venezia, che per la prima volta ospita il Padiglione del Vatcano, il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano in collaborazione con Museo Tornielli di Ameno propone un approfondimento sul tema dell’arte sacra e profana. L’incontro, curato da Francesca Pasini, prende le mosse dall’esperienza della mostra Natvità e nascite laiche organizzata dal Museo di Ameno con la curatrice nel novembre del 2012 e dal conceto di “consacrazione che trasforma i musei in templi” coniato da Maurizio Ferraris in un artcolo pubblicato su La Repubblica (gennaio 2013). Testmone d’eccezione dell’incontro sarà l’artsta contemporaneo Adrian
Paci, che nel 2011 ha creato una via crucis per la chiesa di San Bartolomeo a Milano e che il prossimo 5 otobre – in occasione della 9° Giornata del Contemporaneo in Italia – inaugura una personale al PAC di Milano.
Intervengono
Enrica Borghi, coordinatrice del Museo Tornielli e presidente “Associazione Asilo Bianco” – Ameno
Maurizio Ferraris, docente di Estetca – Università di Torino
Francesca Pasini, curatrice della mostra Natvità e nascite laiche
Adrian Paci, artsta
Alessandra Pioselli, critca d’arte e diretrice dell’Accademia Carrara di Belle Art – Bergamo
INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO POSTI
Informazioni stampa
Ufficio Stampa Asilo Bianco | Alessandra Valsecchi tel. 340 3405184 – ale.valsecchi@gmail.com
Ricevuto da Francesca Pasini
www.archiviomauriziospatola.com
in rete nel sito www.archiviomauriziospatola.com un’ampia documentazione sulla mostra Libriste alla Classense 2013, organizzata a Ravenna nel marzo/aprile scorsi, con le opere visuali di sessanta autrici attive negli ultimi cinquant’anni e apparse su libri, antologie, riviste e cataloghi a bassa tiratura. Nel documento sono riprodotti i lavori di 33 poetesse-artiste e le tre introduzioni a firma di Claudia Giuliani, Ada De Pirro e Dino Silvestroni. Potete vederlo qui: http://www.archiviomauriziospatola.com/prod/pdf_worksand/W00194.pdf
riproduzioni integrali dei libri di altre artiste e poetesse e di riviste contenenti testi di donne:
- nella sezione Archivio al punto 16, il primo numero della rivista “Offerta speciale” fondata nel 1978 da Carla Bertola e Alberto Vitacchio;
- nella sezione Audiovideopoetry, al punto 3 il primo numero della rivista di poesia sonora “Baobab” (1978) con le voci di e Alyson Knowles e Giulia Niccolai;
- nella sezione edizioni Tam Tam, al punto 4 il libro di Giuliana Pini Otto in si minore (1982) e al punto 5 il numero 9 della rivista “Tam Tam” con testi di Biancamaria Frabotta, Mirella Bentivoglio, Giulia Niccolai, Fernanda Pivano e Milli Graffi
- nella sezione Flash, al punto 4 il libro della pittrice genovese Luisella Carretta I segni del movimento (con prefazione di Giorgio Celli), al punto 6 la raccolta di poesie della torinese Chiara Colli Parole libere (2000) e al punto 5 un documento sulla mostra “Campo visivo” realizzata a Graz e Vienna, nel 2012, da Gertrude Moser-Wagner
- nella sezione WorksAndWordsAndWorlds al punto 10 parziale riproduzione del libro di Giulia Niccolai Cos’è poesia (2012)
di Francesca Bonazzoli
Solitudine Sessi, protesi, arti, dentiere: troppo fuori dagli schemi, per stile e comportamenti, per avere successo popolareIl suo motto: «Io dipingo prima di tutto per guarirmi»
È stata ritratta da Andy Warhol e Man Ray, con il quale è rimasta in contatto tutta la vita; ha avuto per amici i personaggi della Torino intellettuale come Felice Casorati, Cesare Pavese, Edoardo Sanguineti, Corrado Levi, Massimo Mila, Italo Calvino, Carlo Mollino. Eppure il primo importante riconoscimento pubblico le è arrivato solo nel 2003 quando la Biennale di Venezia le ha conferito il Leone d’Oro alla carriera. Lei, Carol Rama, che oggi ha 95 anni, lo accettò con amarezza considerandolo tardivo per una carriera cominciata a undici anni e rimasta totalizzante, più ancora di una ragione di vita. «Io dipingo prima di tutto per guarirmi», ha detto. «Posso avere dei mal di denti micidiali, ma se incomincio a dipingere dopo un quarto d’ora non sento più niente, sono come drogata, è meraviglioso».Troppo eccentrica per avere successo popolare con le sue immagini conturbanti di sessi, protesi, arti, dentiere; troppo fuori dagli schemi dell’arte, per stile e per comportamento; troppo solitaria nel rifugio della sua claustrofobica mansarda torinese con le finestre coperte da tende nere. «Se è vero che sono così brava non capisco perché abbia dovuto fare tanta fame, anche se sono donna», disse in un’intervista del 1985 a Lea Vergine. Finalmente tutti oggi la riconoscono come un genio e una maestra del Novecento, e tuttavia il mercato continua a preferirle personaggi che hanno saputo vendersi meglio. Barcamenarsi fra povertà e debiti è stato il suo assillo fin da quando aveva otto anni e il padre si suicidò per il fallimento dell’impresa. Franco Masoero, uno dei suoi mercanti, stampatore torinese che l’ha introdotta alle tecniche dell’incisione seguendola a partire dal 1993 nelle sue sperimentazioni, dal 29 giugno prossimo le ha organizzato al museo comunale d’arte moderna di Ascona una mostra di cento grafiche, alcune delle quali fogli unici usciti ora per la prima volta dai cassetti del laboratorio, perché una volta stampata l’opera poteva diventare oggetto d’interventi successivi eseguiti a mano, magari con smalti da unghie o con l’acquerello. Molte sono anche le incisioni su fogli di seconda mano, soprattutto progetti d’architetture disegnati precedentemente da amici «affinché mi aiutino a inventare un’immagine erotica, sentimentale, un’immagine privata insomma, ma che non sia poi così legata a me». Questo gioco tra lo sfondo prestampato della carta e il soggetto inciso caratterizza in particolare due cicli di opere uniche. Su supporti di tela e di carta al tino sono state infatti riportate le matrici di alcune incisioni servite a Carol Rama per intervenire con pittura e collage. Per esempio, nella serie «La mucca pazza» (2001) in cui mammelle e dentature di mucca si muovono e si ripetono con ritmo musicale; o nelle tele del 2002, dove l’elemento prestampato infrange il rigore della struttura geometrica realizzata con camere d’aria di bicicletta, con carta vetro o con qualche vecchio oggetto. Insomma, la tecnica calcografica della Rama è decisamente fuori da regole e tradizioni. Del resto, anche per quanto riguarda la pittura, fu lei stessa a spiegare: «Non ho avuto modelli per il mio dipingere; non ne ho avuto bisogno avendo già quattro o cinque disgrazie in famiglia, sei o sette tragedie d’amore, un malato in casa, mio padre che si è suicidato. ? Il senso del peccato è il mio maestro». RIPRODUZIONE RISERVATACAROL RAMA. L’OPERA GRAFICA. Ascona, Museo comunale d’arte moderna, via Borgo 34. Ore 10-12 e 15-18; dom. e festivi 10.30-12.30; lun. chiuso. Ingr. fr. 15; www.museoascona.ch. Fino al 15 settembre
(26 giugno 2013 – Corriere della Sera)
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Venerdì 28 giugno verranno inaugurate le mostre “Carol Rama. Oltre l’opera grafica”, ore 17.30 presso il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona, e “Francesca Gagliardi – Luca Mengoni. Il laboratorio delle metamorfosi”, ore 19.00 presso Casa Serodine, Piazza S. Pietro, Ascona. |
di Martina Cavallarin
È possibile ripartire da un’utopia? Utopia è una parola difficile e pericolosa, un territorio in cui si eliminano le differenze, si omologano le cose. Ma questo perché per troppo tempo si è pensato alle grandi utopie; a me piace pensare di tornare alla misura d’uomo, quella che poi riconosco come misura massima, XXL, che può generare il cortocircuito e alimentare la velocità intesa come velocità della mente e profondità del pensiero.
Per questa esposizione universale Massimiliano Gioni è partito da un’utopia, un progetto mai realizzato dall’artista autodidatta Marino Auriti che nel 1955 depositò, presso l’ufficio brevetti statunitense, il progetto per costruire un edificio di 136 piani, alto 700 metri, per un’estensione di 16 isolati a Washington. Da quest’idea mai realizzata prende titolo la Biennale, Il Palazzo Enciclopedico, titolo che è un concetto esistente, non una fantasia come Gioni ha tenuto a sottolineare, e che ha srotolato evolvendo un processo a mio parere studiato con cura e raffinata intelligenza concettuale.
Percorrendo le Corderie dell’Arsenale ed esplorando con bulimia il Padiglione delle Esposizioni dei Giardini, il tempio del curatore incaricato, il mistero si manifesta con la presenza del Libro Rosso di Jung. posto al centro della sala centrale. Dice Gioni: “Oggi, alle prese con il diluvio dell’informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono ancora più necessari e ancora più disperati […] La 55. Esposizione Internazionale d’Arte indaga queste fughe dell’immaginazione in una mostra che – come il Palazzo Enciclopedico di Auriti – combina opere d’arte contemporanea e reperti storici, oggetti trovati e artefatti”. Il tentativo è la catalogazione del sapere, la mappatura di universi invasivi e invadenti, esagerati e smisurati, dove multidisciplinarietà e metalinguaggi sono insiti nella struttura espositiva per una declinazione costante di sintetizzazione delle cose del mondo, o meglio dei mondi. In tale progetto l’analisi si realizza tra privato e pubblico, personale e universale per un’arte relazionale alle prese con sociale e quotidiano, dentro e fuori un’indagine antropologica prima ancora che artistica. Una rivelazione spuria difficile da strutturare, curiosa da vedere. E ciò che ho visto è stata una densità del “saper fare”, una serie di lavori a intensa temperatura progettuale, indipendenti e compartimentati in stanze personali, concettuali ma densi, saturi di atmosfere ad alta concentrazione d’anima, il più delle volte comunicativi per linguaggio, supporto o struttura formale, spesso elaborati con matita e pennello prima ancora che impostati sulla meccanica bulimica di costruzioni atrofiche.
Ed è in questo spazio che molto sapora di carta, olio, grafite, materie plastiche, in questo spazio innesto il mio pensiero rivolto alla capacità e necessità artistica, all’auspicabile scomparsa d’installazioni macro e confuse. Ce lo dimostra bene l’artista sino-americana Sarah Sze come la sua installazione organica, antigravitazionale, disorientante, decontestualizzata, scientifica, da archivistica del quotidiano sia pratica difficile, ma che lei realizza con talento e magia creatrice. Se la Biennale 2013 attiva “un’indagine sul dominio dell’immaginario e sulle funzioni dell’immaginazione”, rifacendosi a quello che lo studioso Hans Belting ha definito una “antropologia delle immagini”, la domanda instillata pone l’accento su quale sia lo spazio concesso all’immaginazione in un’epoca assediata dalle immagini esteriori, un arco storico che Jean Baudrillard nel testo La sparizione dell’arte sostiene forse essere al “grado Xerox della cultura”.
Guardando a tanta arte e a tanti artisti può sembrare che lo spazio si sia fatto piccolo e angusto e che l’interstizio della soglia delle possibilità conceda troppo alla ferita da cauterizzare con la temperatura liquida dell’arte. Ma l’arte possiede l’arma dell’impertinenza: sfuggente, endemica e fisiologica, difficile e incatalogabile, l’impertinenza è l’opera d’arte, e questa fa la differenza, a mio avviso, ancora una volta. Nella vicinanza tra positivo e negativo di nietzschiana memoria, solo per poco tale intensità determinata dal sovraccarico d’immagini può apparire una minaccia; occorre ripristinare un disordine che è solo denuncia di un altro ordine e di un’altra natura, smascherando tutto ciò che è formale, dichiarato, corretto, stabilito. In quest’universo a clima incostante a mio avviso Gioni ha lanciato il messaggio di cui abbiamo bisogno oggi: cultura, costruzione processuale, team preparati e intelligenti, richiamo all’arte con la A maiuscola proprio passando attraverso outsiders non istituzionalizzati al loro tempo, ma ossessivi e concentrati. Walter Benjamin: “La noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza”.Mi torna in mente il libro del 2006, The Sight of Death, in cui T.J. Clark parla del suo rifiuto verso i media che affonda in una prolungata esplorazione e rivisitazione di un paio di dipinti di Poussin che egli cerca di vedere e rivedere in tutta la complessità della loro risonanza compositiva. Clark si chiedeva come potesse funzionare la nostra comprensione di un cambiamento d’immagine nel tempo.
A Venezia ho visto un’idea, idea disegnata dal progetto del Palazzo Enciclopedico ed esplosa nelle opere della maggior parte degli artisti invitati, ovvero quella di tornare all’utopia del segno con un innesto allargato e chirurgico di trascendenza che abiliti all’incidente e all’inciampo della creazione, con spiritualità da rintracciare, illuminare e rimettere al centro della mappatura antropologica, culturale e sociale del cammino dell’uomo.
Penso all’inclinazione che l’artista, ciascun artista che in quanto tale vive in crescita e sperimentazione, può dare affinché la sapienza compositiva e creatrice si articolino attraverso una rete salda di cultura, anima e conoscenza in cui la difformità crea il suo scarto evidenziando l’opera, l’impertinenza, una necessità strutturale che è la più straordinaria delle imperfezioni possibili, è arte e vita insieme.
Martina Cavallarin da Newsletter Artribune del 16 giugno 2013
Intervista con Nicola Costantino alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (partecipazione nazionale dell’Argentina).
Intervista con Rossella Biscotti alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (la Biennale di Venezia, 2013)
Intervista a Camille Henrot alla 55ma Biennale di Venezia, 2013
Intervista con Eva Kotatkova alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (la Biennale di Venezia, 2013).
da La Repubblica del 8 giugno 2013
Icastica, tre mesi di performance
l’arte declinata al femminile
Al via la prima edizione della rassegna di cultura estetica internazionale, che fino all’1 settembre trasformerà tutta Arezzo in una grande galleria d’arte contemporanea. Protagoniste, una quarantina di firme da 20 paesi che hanno invaso strade, piazze, musei, basiliche e anche la casa dove Vasari scrisse le celebri “Vite”
di ALESSANDRA CLEMENTI
AREZZO – Possono artiste contemporanee come Marina Abramovic, Mona Hatoum e Heike Weber dialogare, rispettivamente, con maestri della storia dell’arte come Giorgio Vasari, Cimabue e Piero Della Francesca? Questo colloquio ambizioso è proposto da Icastica a Arezzo, una manifestazione, o art event come piace precisare agli organizzatori, di arte diffusa, di espressività visiva attuale.
Nella città del Petrarca per quasi tre mesi, dall’8 giugno, e fino all’1 settembre, vanno in scena performance, spettacoli, mostre, letture, di quaranta protagoniste internazionali di tutte le discipline artistiche, distribuite in venti luoghi e snodi cruciali del centro storico cittadino. Oltre quattro chilometri di percorso, scanditi dalle installazioni aeree di abiti usati, firmate dalla finlandese Kaarina Kaikkonen, “panni stesi” sotto le logge vasariane e in piazza Duomo; dalle ondine di resina della scultrice iperrealista americana Carole Feuerman,nei musei e nelle gallerie; dalle pecore di bronzo di Karen Diefenbach disposte sulle antiche mura cittadine di Praticino. Opere site-specific, inedite, e installazioni multimediali già viste, ma di grande impatto visivo, come ExIt, il giardino simbolico di bare e ulivi di Yoko Ono nella Chiesa sconsacrata di Sant’Ignazio, che arriva ad Arezzo dopo New York e Vienna.
La prima edizione di Icastica è nata grazie alla passione e alla competenza dell’assessore comunale alla cultura Pasquale Macrì, supportato dal curatore e direttore artistico Fabio Migliorati e dalla giunta giovane e dinamica che governa Arezzo. Spiega Macrì: “Se per Icastica s’intende arte di rappresentare la realtà, arte che diventa modello come nel passato, dal classicismo dell’età Pericle all’architettura fiorentina del Rinascimento, modelli che sono diventati linguaggio universale, stile, canone, questo significato è entrato in crisi con le avanguardie nel Novecento, quando i linguaggi diventano plurali, l’arte è per tutti, e tutti si possono esprimere in tutti i sensi al di là delle Accademie. E noi siamo in perfetta linea con questa visione. La manifestazione si chiama Icastica ma è un’icastica plurale, ogni artista ha la propria”.
Eventi tutti declinati al femminile, che – dice ancora l’organizzatore – “non sono un tentativo di stabilire a tavolino quote rosa, e nemmeno un omaggio. Semplicemente una presa d’atto, una considerazione che la donna da oggetto della rappresentazione artistica è diventata soggetto di produzione artistica. Un’espressione artistica paritetica espressa anche dai prezzi di mercato delle opere di queste artiste, che va detto, hanno collaborato per buona parte a titolo gratuito. E la manifestazione, che si articola in tre mesi ha infatti un costo contenuto: circa 260 mila euro per il 90% coperti da sponsor privati.
Fil rouge e temi centrali di Icastica 2013 la glocalizzazione, un concetto introdotto dal sociologo Roland Robertson che lega globale e locale, e il filo, la tessitura. Non si è inteso rappresentare un femminile di genere, superficiale, né politico né sociologico, semmai antropologico. La differenza tra Ulisse, che esce e cerca, e Penelope che allaccia legami, affettivi, familiari e sociali. Una Penelope internazionale che crea e tesse trame: “Siamo partiti da Louise Bourgeois, dalla donna ragno. Noi quel filo l’abbiamo preso e abbiamo deciso di svilupparlo in tutti i continenti. Forse quello che ha appassionato le artiste è anche questo aspetto…”, spiega ancora Macrì.
E il simbolismo di Penelope si rinnova nel tappeto non tessuto, un tombolo di silicone, della tedesca Heike Weber nella Chiesa di San Francesco, opera che segna il passaggio verso il ciclo di affreschi delle Storie della Vera Croce, capolavoro di Piero della Francesca. Il filo, il tessuto, la trama ritornano nelle opere esposte nella galleria comunale: nella leggera rete di coralli dell’artista peruviana Cecilia Paredes; nei crini di cavallo lavorati e appesi come fili sospesi dell’israeliana Belle Shafir; nei quadri tessuti e ricamati della russa Tatiana Akhmetgallieva, nel patchwork di borse di rafia colorata di un’altra peruviana, Ximena Garrido-Lecca.
Mentre sono attese nelle prossime settimane le esibizioni di attrici e protagoniste del palcoscenico (Luciana Savignano, Emma Dante, Roy Assaf, Isabella Rossellini, Monica Guerritore), si susseguono performance di strada ed eventi musicali come il dj-set di Skin che ha inaugurato ieri sera la manifestazione. In città sono, ancora, volutamente work in progress, tra gli sguardi dei curiosi, allestimenti come la monumentale gettata di libri della spagnola Alicia Martin, in corso d’Italia, soggetta, per espresso volere dell’artista, agli agenti naturali: sole, pioggia, vento, vandali.
Un’icona pop dell’arte contemporanea come Marina Abramovic ha scelto invece una sede più defilata, dedicata e prestigiosa come la casa del Vasari. Qui espone The Communicator. Le sei teste di cera pietre vetri e cristalli dell’artista macedone affiancano in mostra l’interessante corpus autografo di documenti e lettere dell’autore (e all’autore) delle Vite de’ più eccellenti pittori. Il genius loci che ha scritto e fatto la storia dell’arte nel Cinquecento e chi la incide ai giorni nostri. Un confronto suggestivo.
La più “Icastica”? È Kaarina Kaikkonen. L’artista finlandese vince la prima “Chimera d’oro”, assegnata dalla Biennale di Arezzo
Ve lo avevamo raccontato qualche giorno fa, in occasione dell’opening. Ad Arezzo sabato si è aperta la prima Biennale, “Icastica”: un progetto tutto declinato al femminile e intitolato “Glocal Woman”. E come in tutte le manifestazioni d’arte contemporanea che si rispettino non poteva mancare un primo premio. E se a Venezia ci sono profusioni di Leoni, nella cornice romantica di Arezzo vola invece una “Chimera d’oro”. Che quest’anno arriva dritta dritta a Kaarina Kaikkonen, artista finlandese sdoganata in Italia grazie al supporto della gallerista romana Sara Zanini, al Pastificio Cerere e, l’anno scorso, anche grazie alla Collezione Maramotti, con una splendida installazione intitolata Are We Still Going On? Ad Arezzo la Kaikkonen ha portato, declinata in nero e a colori, un’installazione articolata su oltre 120 metri tra le Logge del Vasari e Piazza Libertà, che sarà visibile fino al prossimo 1 settembre. La scelta di assegnare la “Chimera” a Kaikkonen è arrivata dalla giuria composta da Marco Bazzini, direttore del Pecci di Prato, Maria Grazia Bellisario, Sovrintendente MIBAC; dalla critica Laura Cherubini, Maria Vittoria Marini Clarelli della GNAM di Roma; Micol Forti dei Musei Vaticani, Roma; Michele Loffredo di Casa Vasari; dall’Assessore alla cultura della città toscana Pasquale Giuseppe Macrì, dalla direttrice del MAXXI Arte Anna Mattirolo, dal curatore e presidente di “Icastica” Fabio Migliorati, Franziska Nori della Strozzina, dal filosofo Mario Perniola e Paola Refice, del Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo. Il secondo e terzo premio di “Icastica” sono andate invece all’artista palestinese Raeda Sa’adeh e all’indiana Monali Meher.
da Exibart del 14/6
di Redazione
VENEZIA | 55. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia | 1 giugno – 24 novembre 2013
Berlinde De Bruyckere, artista di fama internazionale di base a Gand, è stata chiamata a rappresentare il Belgio nel Padiglione Nazionale alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte | La Biennale di Venezia. Lo S.M.A.K., il Museo D’Arte Contemporanea della città di Gand, è l’organizzatore del Padiglione alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte | La Biennale di Venezia, che apre al pubblico il 1 giugno 2013, per il quale la De Bruyckere ha concepito una nuova installazione site-specific, che partendo dagli elementi chiave della sua opera ne amplifica la potenza grazie alle interconnessioni con il contesto storico di Venezia. L’artista ha inoltre invitato l’acclamato scrittore J.M. Coetzee, vincitore nel 2003 del Premio Nobel per la Letteratura, ad essere suo curatore e collaboratore. La stima tra i due personaggi, che li ha portati a seguire vicendevolmente i reciproci progetti, dura da diversi anni. La De Bruyckere ha più volte dichiarato che vede in Coetzee uno “spirito affine”, che svela nello scrivere quello stesso desiderio “divoratore” che ella avverte creando le sue sculture.
Coetzee, riferendosi all’artista, ha aggiunto “Ho sempre ammirato l’opera di Berlinde De Bruyckere e, soprattutto, ne sono stato colpito in un modo spesso a me oscuro, ma non avrei voluto fosse altrimenti. Le sue sculture esplorano la vita e la morte – morte nella vita, vita nella morte, vita prima della vita, morte prima della morte – nel modo più intimo e disturbante. Illuminano, ma la luce è tanto buia quanto profonda”.
Coetzee non avrà un classico ruolo da curatore ma opererà come fonte di ispirazione e partner della De Bruyckere. Questa collaborazione è la naturale prosecuzione di un progetto congiunto dei due, del 2012, in cui è stato pubblicato il libro Allen Vlees (All Flesh), che univa le opere dell’artista con le parole dello scrittore. In particolar modo, le frasi più significative, estratte dai libri di Coetzee, sono state inserite dalla De Bruyckere accanto ai particolari delle proprie sculture, per suggerire – con la contrapposizione parola/immagine – due mondi paralleli che si arricchiscono ma non si descrivono mai a vicenda.
In aggiunta alla collaborazione con J.M. Coetzee, Berlinde De Bruyckere ha invitato Philippe Van Cauteren, direttore dello S.M.A.K. dal 2006, ad assumere il ruolo di co-curatore del Padiglion del Belgio. Sono da ricordare le mostre monografiche realizzate da questa istituzione sotto la sua direzione (Lois Weinberger, Kendell Geers, Paul McCarthy, Mark Manders, Dara Birnbaum, Jorge Macchi, Nedko Solakov, Joachim Koester) e i progetti artistici in spazi pubblici come TRACK. Philippe Van Cauteren sta inoltre preparando una retrospettiva su Berlinde De Bruyckere per il 2014, che avrà come sedi lo S.M.A.K.e il Gemeentemuseum in The Hague (Netherlands).
Berlinde De Bruyckere. Kreupelhout – Cripplewood
Padiglione del Belgio
55. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia
Giardini della Biennale, Venez
Berlinde De Bruyckere (Gand, 1964) realizza le sue sculture seguendo un personale linguaggio visivo molto fisico ed espressivo. Scava in profondità nelle onnipresenti esigenze e paure dell’uomo. Elementi come la vulnerabilità, la mortalità e la solitudine attraversano la sua opera. L’artista prende ispirazione dalla letteratura e dalla storia del cinema, ma la sua opera scultorea mostra anche una grande affinità con quella di maestri del calibro di Lucas Cranach e Antonello da Messina. Come scrive Ovidio nelle sue Metamorfosi, “La mia mente mi porta a parlare di figure che si tramutano in nuovi corpi”. Nel suo lavoro, la mutilazione e la violenza possono assumere forme estreme, ma sono sempre connesse alla possibilità di trasfigurazione e di crescita.
Berlinde De Bruyckere ha esposto nei maggiorni Musei ed Istituzioni in Belgio e all’estero. Tra le esposizioni più recenti, ricordiamo: Philippe Vandenberg & Berlinde De Bruyckere. Innocence is precisely: never to avoid the worst, De Pont Museum of Contemporary Art, Tilburg (Netherlands), 2012; The Wound, Arter, Istanbul (Turkey), 2012; We are all Flesh, Australian Centre for Contemporary Art, Melbourne (Australia), 2012; Mysterium Leib. Berlinde De Bruyckere im Dialog mit Cranach und Pasolini, che ha avuto come prima tappa il Kunstmuseum Moritzburg, Halle (Germania) successivamente trasferita al Kunstmuseum Bern, Switzerland, 2011; e la personale a (DHC / ART Foundation for Contemporary Art, Montreal, Canada, 2011. E’ attualmente in corso, fino al 12 maggio 2013, la personale In the Flesh alla Kunsthaus Graz e alla St Dominikus Chapel a Graz (Austria).
Padiglione Spagnolo – Materiali Costruttivi e Guida di Sacca San Mattia, l’isola abbandonata di Murano, Venezia – Lara Almarcegui




