Venerdì 28 giugno verranno inaugurate le mostre “Carol Rama. Oltre l’opera grafica”, ore 17.30 presso il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona, e “Francesca Gagliardi – Luca Mengoni. Il laboratorio delle metamorfosi”, ore 19.00 presso Casa Serodine, Piazza S. Pietro, Ascona.

Via Borgo 34, 6612 Ascona

di Martina Cavallarin

È possibile ripartire da un’utopia? Utopia è una parola difficile e pericolosa, un territorio in cui si eliminano le differenze, si omologano le cose. Ma questo perché per troppo tempo si è pensato alle grandi utopie; a me piace pensare di tornare alla misura d’uomo, quella che poi riconosco come misura massima, XXL, che può generare il cortocircuito e alimentare la velocità intesa come velocità della mente e profondità del pensiero.


Per questa esposizione universale Massimiliano Gioni è partito da un’utopia, un progetto mai realizzato dall’artista autodidatta Marino Auriti che nel 1955 depositò, presso l’ufficio brevetti statunitense, il progetto per costruire un edificio di 136 piani, alto 700 metri, per un’estensione di 16 isolati a Washington. Da quest’idea mai realizzata prende titolo la Biennale, Il Palazzo Enciclopedico, titolo che è un concetto esistente, non una fantasia come Gioni ha tenuto a sottolineare, e che ha srotolato evolvendo un processo a mio parere studiato con cura e raffinata intelligenza concettuale.
Percorrendo le Corderie dell’Arsenale ed esplorando con bulimia il Padiglione delle Esposizioni dei Giardini, il tempio del curatore incaricato, il mistero si manifesta con la presenza del Libro Rosso di Jung. posto al centro della sala centrale. Dice Gioni: “Oggi, alle prese con il diluvio dell’informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono ancora più necessari e ancora più disperati […] La 55. Esposizione Internazionale d’Arte indaga queste fughe dell’immaginazione in una mostra che – come il Palazzo Enciclopedico di Auriti – combina opere d’arte contemporanea e reperti storici, oggetti trovati e artefatti”. Il tentativo è la catalogazione del sapere, la mappatura di universi invasivi e invadenti, esagerati e smisurati, dove multidisciplinarietà e metalinguaggi sono insiti nella struttura espositiva per una declinazione costante di sintetizzazione delle cose del mondo, o meglio dei mondi.            In tale progetto l’analisi si realizza tra privato e pubblico, personale e universale per un’arte relazionale alle prese con sociale e quotidiano, dentro e fuori un’indagine antropologica prima ancora che artistica. Una rivelazione spuria difficile da strutturare, curiosa da vedere. E ciò che ho visto è stata una densità del “saper fare”, una serie di lavori a intensa temperatura progettuale, indipendenti e compartimentati in stanze personali, concettuali ma densi, saturi di atmosfere ad alta concentrazione d’anima, il più delle volte comunicativi per linguaggio, supporto o struttura formale, spesso elaborati con matita e pennello prima ancora che impostati sulla meccanica bulimica di costruzioni atrofiche.
Ed è in questo spazio che molto sapora di carta, olio, grafite, materie plastiche, in questo spazio innesto il mio pensiero rivolto alla capacità e necessità artistica, all’auspicabile scomparsa d’installazioni macro e confuse. Ce lo dimostra bene l’artista sino-americana Sarah Sze come la sua installazione organica, antigravitazionale, disorientante, decontestualizzata, scientifica, da archivistica del quotidiano sia pratica difficile, ma che lei realizza con talento e magia creatrice. Se la Biennale 2013 attiva “un’indagine sul dominio dell’immaginario e sulle funzioni dell’immaginazione”, rifacendosi a quello che lo studioso Hans Belting ha definito una “antropologia delle immagini”, la domanda instillata pone l’accento su quale sia lo spazio concesso all’immaginazione in un’epoca assediata dalle immagini esteriori, un arco storico che Jean Baudrillard nel testo La sparizione dell’arte sostiene forse essere al “grado Xerox della cultura”.
Guardando a tanta arte e a tanti artisti può sembrare che lo spazio si sia fatto piccolo e angusto e che l’interstizio della soglia delle possibilità conceda troppo alla ferita da cauterizzare con la temperatura liquida dell’arte. Ma l’arte possiede l’arma dell’impertinenza: sfuggente, endemica e fisiologica, difficile e incatalogabile, l’impertinenza è l’opera d’arte, e questa fa la differenza, a mio avviso, ancora una volta. Nella vicinanza tra positivo e negativo di nietzschiana memoria, solo per poco tale intensità determinata dal sovraccarico d’immagini può apparire una minaccia; occorre ripristinare un disordine che è solo denuncia di un altro ordine e di un’altra natura, smascherando tutto ciò che è formale, dichiarato, corretto, stabilito. In quest’universo a clima incostante a mio avviso Gioni ha lanciato il messaggio di cui abbiamo bisogno oggi: cultura, costruzione processuale, team preparati e intelligenti, richiamo all’arte con la A maiuscola proprio passando attraverso outsiders non istituzionalizzati al loro tempo, ma ossessivi e concentrati. Walter Benjamin: “La noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza”.Mi torna in mente il libro del 2006, The Sight of Death, in cui T.J. Clark parla del suo rifiuto verso i media che affonda in una prolungata esplorazione e rivisitazione di un paio di dipinti di Poussin che egli cerca di vedere e rivedere in tutta la complessità della loro risonanza compositiva. Clark si chiedeva come potesse funzionare la nostra comprensione di un cambiamento d’immagine nel tempo.
A Venezia ho visto un’idea, idea disegnata dal progetto del Palazzo Enciclopedico ed esplosa nelle opere della maggior parte degli artisti invitati, ovvero quella di tornare all’utopia del segno con un innesto allargato e chirurgico di trascendenza che abiliti all’incidente e all’inciampo della creazione, con spiritualità da rintracciare, illuminare e rimettere al centro della mappatura antropologica, culturale e sociale del cammino dell’uomo.
Penso all’inclinazione che l’artista, ciascun artista che in quanto tale vive in crescita e sperimentazione, può dare affinché la sapienza compositiva e creatrice si articolino attraverso una rete salda di cultura, anima e conoscenza in cui la difformità crea il suo scarto evidenziando l’opera, l’impertinenza, una necessità strutturale che è la più straordinaria delle imperfezioni possibili, è arte e vita insieme.

Martina Cavallarin da Newsletter Artribune del 16 giugno 2013

Intervista con Nicola Costantino alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (partecipazione nazionale dell’Argentina).

Intervista con Rossella Biscotti alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (la Biennale di Venezia, 2013)

Intervista a  Camille Henrot alla 55ma  Biennale di Venezia, 2013

Intervista con Eva Kotatkova alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (la Biennale di Venezia, 2013).

da La Repubblica del 8 giugno 2013

Icastica, tre mesi di performance
l’arte declinata al femminile

Al via la prima edizione della rassegna di cultura estetica internazionale, che fino all’1 settembre trasformerà tutta Arezzo in una grande galleria d’arte contemporanea. Protagoniste, una quarantina di firme da 20 paesi che hanno invaso strade, piazze, musei, basiliche e anche la casa dove Vasari scrisse le celebri “Vite”

di ALESSANDRA CLEMENTI

AREZZO – Possono artiste contemporanee come Marina Abramovic, Mona Hatoum e Heike Weber dialogare, rispettivamente, con maestri della storia dell’arte come Giorgio Vasari, Cimabue e Piero Della Francesca? Questo colloquio ambizioso è proposto da Icastica a Arezzo, una manifestazione, o art event come piace precisare agli organizzatori,  di arte diffusa, di espressività visiva attuale.
Nella città del Petrarca per quasi tre mesi, dall’8 giugno, e fino all’1 settembre, vanno in scena performance, spettacoli, mostre, letture, di quaranta protagoniste internazionali di tutte le discipline artistiche, distribuite in venti luoghi e snodi cruciali del centro storico cittadino. Oltre quattro chilometri di percorso, scanditi dalle installazioni aeree di abiti usati, firmate dalla finlandese Kaarina Kaikkonen, “panni stesi” sotto le logge vasariane e in piazza Duomo; dalle ondine di resina della scultrice iperrealista americana Carole Feuerman,nei musei e nelle gallerie; dalle pecore di bronzo di Karen Diefenbach disposte sulle antiche mura cittadine di Praticino. Opere site-specific, inedite, e installazioni multimediali già viste, ma di grande impatto visivo, come ExIt, il giardino simbolico di bare e ulivi di Yoko Ono nella Chiesa sconsacrata di Sant’Ignazio, che arriva ad Arezzo dopo New York e Vienna.
La prima edizione di Icastica è nata grazie alla passione e alla competenza dell’assessore comunale alla cultura Pasquale Macrì, supportato dal curatore e direttore artistico Fabio Migliorati e dalla giunta giovane e dinamica che governa Arezzo. Spiega Macrì: “Se per Icastica s’intende arte di rappresentare  la realtà, arte che diventa modello come nel passato, dal classicismo dell’età Pericle all’architettura fiorentina del Rinascimento, modelli che sono diventati linguaggio universale, stile, canone, questo significato è entrato in crisi con le avanguardie nel Novecento, quando i linguaggi diventano plurali, l’arte è per tutti, e tutti si possono esprimere in tutti i sensi al di là delle Accademie. E noi siamo in perfetta linea con questa visione. La manifestazione si chiama Icastica ma è un’icastica plurale, ogni artista ha la propria”.
Eventi tutti declinati al femminile, che – dice ancora l’organizzatore – “non sono un tentativo di stabilire a tavolino quote rosa, e nemmeno un omaggio. Semplicemente una presa d’atto, una considerazione che la donna da oggetto della rappresentazione artistica è diventata soggetto di produzione artistica. Un’espressione artistica paritetica espressa anche dai prezzi di mercato delle opere di queste artiste, che va detto, hanno collaborato per buona parte a titolo gratuito. E la manifestazione, che si articola in tre mesi  ha infatti un costo contenuto: circa 260 mila euro per il 90% coperti da sponsor privati.
Fil rouge e temi centrali di Icastica 2013  la glocalizzazione, un concetto introdotto dal sociologo Roland Robertson che lega globale e locale, e il filo, la tessitura. Non si è inteso rappresentare un femminile di genere, superficiale, né politico né sociologico, semmai antropologico. La differenza tra Ulisse, che esce e cerca, e Penelope che allaccia legami, affettivi, familiari e sociali. Una Penelope internazionale che crea e tesse trame: “Siamo partiti da Louise Bourgeois, dalla donna ragno. Noi quel filo l’abbiamo preso  e abbiamo deciso di svilupparlo in tutti i continenti. Forse quello che ha appassionato le artiste è anche questo aspetto…”, spiega ancora Macrì.
E il simbolismo di Penelope si rinnova nel tappeto non tessuto, un tombolo di silicone, della tedesca Heike Weber nella Chiesa di San Francesco, opera che segna il passaggio verso il ciclo di affreschi delle Storie della Vera Croce, capolavoro di Piero della Francesca. Il filo, il tessuto, la trama ritornano nelle opere esposte nella galleria comunale: nella leggera rete di coralli dell’artista peruviana Cecilia Paredes; nei crini di cavallo lavorati e appesi come fili sospesi dell’israeliana Belle Shafir; nei quadri tessuti e ricamati della russa Tatiana Akhmetgallieva, nel patchwork di borse di rafia colorata di un’altra peruviana, Ximena Garrido-Lecca.
Mentre sono attese nelle prossime settimane le esibizioni di attrici e protagoniste del palcoscenico (Luciana Savignano, Emma Dante, Roy Assaf, Isabella Rossellini, Monica Guerritore), si susseguono performance di strada ed eventi musicali come il dj-set di Skin che ha inaugurato ieri sera la manifestazione. In città sono, ancora, volutamente work in progress, tra gli sguardi dei curiosi, allestimenti come la monumentale gettata di libri della spagnola Alicia Martin, in corso d’Italia, soggetta, per espresso volere dell’artista, agli agenti naturali: sole, pioggia, vento, vandali.
Un’icona pop dell’arte contemporanea come Marina Abramovic ha scelto invece una sede più defilata, dedicata e prestigiosa come la casa del Vasari. Qui espone The Communicator. Le sei teste di cera pietre vetri e cristalli dell’artista macedone affiancano in mostra l’interessante corpus autografo di documenti e lettere dell’autore (e all’autore) delle Vite de’ più eccellenti pittori. Il genius loci che ha scritto e fatto la storia dell’arte nel Cinquecento e chi la incide ai giorni nostri. Un confronto suggestivo.

 

La più “Icastica”? È Kaarina Kaikkonen. L’artista finlandese vince la prima “Chimera d’oro”, assegnata dalla Biennale di Arezzo

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Ve lo avevamo raccontato qualche giorno fa, in occasione dell’opening. Ad Arezzo sabato si è aperta la prima Biennale, “Icastica”: un progetto tutto declinato al femminile e intitolato “Glocal Woman”. E come in tutte le manifestazioni d’arte contemporanea che si rispettino non poteva mancare un primo premio. E se a Venezia ci sono profusioni di Leoni, nella cornice romantica di Arezzo vola invece una “Chimera d’oro”. Che quest’anno arriva dritta dritta a Kaarina Kaikkonen, artista finlandese sdoganata in Italia grazie al supporto della gallerista romana Sara Zanini, al Pastificio Cerere e, l’anno scorso, anche grazie alla Collezione Maramotti, con una splendida installazione intitolata Are We Still Going On? Ad Arezzo la Kaikkonen ha portato, declinata in nero e a colori, un’installazione articolata su oltre 120 metri tra le Logge del Vasari e Piazza Libertà, che sarà visibile fino al prossimo 1 settembre. La scelta di assegnare la “Chimera” a Kaikkonen è arrivata dalla giuria composta da Marco Bazzini, direttore del Pecci di Prato, Maria Grazia Bellisario, Sovrintendente MIBAC; dalla critica Laura Cherubini, Maria Vittoria Marini Clarelli della GNAM di Roma; Micol Forti dei Musei Vaticani, Roma; Michele Loffredo di Casa Vasari; dall’Assessore alla cultura della città toscana Pasquale Giuseppe Macrì, dalla direttrice del MAXXI Arte Anna Mattirolo, dal curatore e presidente di “Icastica” Fabio Migliorati, Franziska Nori  della Strozzina, dal filosofo Mario Perniola e Paola Refice, del Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo. Il secondo e terzo premio di “Icastica” sono andate invece all’artista palestinese Raeda Sa’adeh e all’indiana Monali Meher.

da Exibart del 14/6

di Redazione

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VENEZIA | 55. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia | 1 giugno – 24 novembre 2013

Berlinde De Bruyckere, artista di fama internazionale di base a Gand, è stata chiamata a rappresentare il Belgio nel Padiglione Nazionale alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte | La Biennale di Venezia. Lo  S.M.A.K., il Museo D’Arte Contemporanea della città di Gand, è l’organizzatore del Padiglione alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte | La Biennale di Venezia, che apre al pubblico il 1 giugno 2013, per il quale la De Bruyckere ha concepito una nuova installazione site-specific, che partendo dagli elementi chiave della sua opera ne amplifica la potenza grazie alle interconnessioni con il contesto storico di Venezia. L’artista ha inoltre invitato l’acclamato scrittore J.M. Coetzee, vincitore nel 2003 del Premio Nobel per la Letteratura, ad essere suo curatore e collaboratore. La stima tra i due personaggi, che li ha portati a seguire vicendevolmente i reciproci progetti, dura da diversi anni. La De Bruyckere ha più volte dichiarato che vede in Coetzee uno “spirito affine”, che svela nello scrivere quello stesso desiderio “divoratore” che ella avverte creando le sue sculture.

Coetzee, riferendosi all’artista, ha aggiunto “Ho sempre ammirato l’opera di Berlinde De Bruyckere e, soprattutto, ne sono stato colpito in un modo spesso a me oscuro, ma non avrei voluto fosse altrimenti. Le sue sculture esplorano la vita e la morte – morte nella vita, vita nella morte, vita prima della vita, morte prima della morte – nel modo più intimo e disturbante. Illuminano, ma la luce è tanto buia quanto profonda”.

Coetzee non avrà un classico ruolo da curatore ma opererà come fonte di ispirazione e partner della De Bruyckere. Questa collaborazione è la naturale prosecuzione di un progetto congiunto dei due, del 2012,  in cui è stato pubblicato il libro Allen Vlees (All Flesh), che univa le opere dell’artista con le parole dello scrittore. In particolar modo, le frasi più significative, estratte dai libri di Coetzee, sono state inserite dalla De Bruyckere accanto ai particolari delle proprie sculture, per suggerire – con la contrapposizione parola/immagine – due mondi paralleli che si arricchiscono ma non si descrivono mai a vicenda.

In aggiunta alla collaborazione con J.M. Coetzee, Berlinde De Bruyckere ha invitato Philippe Van Cauteren, direttore dello S.M.A.K. dal 2006, ad assumere il ruolo di co-curatore del Padiglion del Belgio. Sono da ricordare le mostre monografiche realizzate da questa istituzione sotto la sua direzione (Lois Weinberger, Kendell Geers, Paul McCarthy, Mark Manders, Dara Birnbaum, Jorge Macchi, Nedko Solakov, Joachim Koester) e i progetti artistici in spazi pubblici come TRACK. Philippe Van Cauteren sta inoltre preparando una retrospettiva su Berlinde De Bruyckere per il 2014, che avrà come sedi lo S.M.A.K.e il Gemeentemuseum in The Hague (Netherlands).

Berlinde De Bruyckere. Kreupelhout – Cripplewood
Padiglione del Belgio
55. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia
Giardini della Biennale, Venez

Berlinde De Bruyckere (Gand, 1964) realizza le sue sculture seguendo un personale linguaggio visivo molto fisico ed espressivo. Scava in profondità nelle onnipresenti esigenze e paure dell’uomo. Elementi come la vulnerabilità, la mortalità e la solitudine attraversano la sua opera. L’artista prende ispirazione dalla letteratura e dalla storia del cinema, ma la sua opera scultorea mostra anche una grande affinità con quella di maestri del calibro di Lucas Cranach e Antonello da Messina. Come scrive Ovidio nelle sue Metamorfosi, “La mia mente mi porta a parlare di figure che si tramutano in nuovi corpi”.  Nel suo lavoro, la mutilazione e la violenza possono assumere forme estreme, ma sono sempre connesse alla possibilità di trasfigurazione e di crescita.
Berlinde De Bruyckere ha esposto nei maggiorni Musei ed Istituzioni in Belgio e all’estero. Tra le esposizioni più recenti, ricordiamo: Philippe Vandenberg & Berlinde De Bruyckere. Innocence is precisely: never to avoid the worst, De Pont Museum of Contemporary Art, Tilburg (Netherlands), 2012; The Wound, Arter, Istanbul (Turkey), 2012; We are all Flesh, Australian Centre for Contemporary Art, Melbourne (Australia), 2012; Mysterium Leib. Berlinde De Bruyckere im Dialog mit Cranach und Pasolini, che ha avuto come prima tappa il Kunstmuseum Moritzburg, Halle (Germania) successivamente trasferita al Kunstmuseum Bern, Switzerland, 2011; e la personale a (DHC / ART Foundation for Contemporary Art, Montreal, Canada, 2011.  E’ attualmente in corso, fino al 12 maggio 2013, la personale In the Flesh alla Kunsthaus Graz e alla St Dominikus Chapel a Graz (Austria).

Padiglione Spagnolo – Materiali Costruttivi e Guida di Sacca San Mattia, l’isola abbandonata di Murano, Venezia – Lara Almarcegui

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Lara Almarcegui rappresenta la Spagna alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte–la Biennale di Venezia con una vasta installazione nel Padiglione Spagnolo che comprende un progetto di ricerca sull’isola Sacca San Mattia di Murano.
L’opera di Lara Almarcegui (Saragozza, 1972) parte dalla presa di coscienza della città, dei terreni incolti e degli edifici come spunto di riflessione sull’evoluzione dell’urbe stessa e sugli elementi che la compongono. Con progetti impegnati, che indagano le rovine moderne, gli spiazzi abbandonati, le montagne di macerie attraverso la realizzazione di guide, cartine e brochure, Almarcegui ha esibito il suo lavoro in diverse capitali – come Londra, Beirut o Vienna – e ha partecipato ad eventi internazionali d’arte contemporanea tra cui Manifesta 9 (2012) e la Biennale di São Paulo (2006).
Selezionata dal curatore Octavio Zaya, Almarcegui porta alla Biennale della città lagunare – il più grande evento del mondo dell’arte contemporanea – due proposte interconnesse tra loro che si muovono sulla scia delle sue opere precedenti. La prima interessa lo spazio fisico del Padiglione Spagnolo ai Giardini; l’altra rivolge la sua ricerca ad uno spazio vuoto accanto all’isola di Murano.
Nel Padiglione, una grande installazione scultorea interagisce con l’architettura dell’edificio costruito da Javier de Luque nel 1922, occupandone tutto l’interno. L’intervento Materiali Costruttivi del Padiglione Spagnolo è costituito da cumuli di diversi materiali edilizi, corrispondenti per tipologia e misura agli stessi che furono impiegati per erigere l’edificio stesso nel secolo scorso.
Una grande montagna – costituita da detriti di cemento, tegole e mattoni trasformati in ghiaia – occupa la sala centrale, rendendo virtualmente impossibile l’accesso diretto a questo spazio. Altre montagne più piccole, fatte ciascuna di un solo materiale (segatura, vetro e una miscela di scorie e cenere d’acciaio), sono posizionate nelle sale perimetrali, dove il pubblico può circolare attorno al cumulo principale.
“I materiali provengono da resti di demolizioni che, dopo essere stati sottoposti a un processo di riciclaggio, sono stati trasformati in ghiaia attraverso il sistema di trattamento dei materiali attualmente utilizzato a Venezia”, spiega l’artista riguardo al proprio intervento.
Parallelamente, Almarcegui ha sviluppato nei pressi di Murano il progetto Guida di Sacca San Mattia, l’isola abbandonata di Murano, Venezia, una ricerca che interessa l’isola artificiale di Sacca San Mattia, formatasi attraverso l’accumulo di materiali dell’attività edilizia e da scarti di produzione del vetro dell’isola di Murano. Il progetto consiste nello studio di un terreno incolto nella Sacca San Mattia, la sua formazione, il suo presente geologico e ambientale, e le proposte progettuali che sono state fatte e i motivi per i quali non sono state messe in atto.
Dice l’artista “Ho svolto le ricerche preliminari attraverso diverse conversazioni con urbanisti e architetti di Venezia, i quali mi hanno parlato dei loro futuri piani progettuali, in modo che io potessi identificare gli spiazzi e i terreni vuoti che saranno prossimamente interessati da queste trasformazioni. Per selezionare quelle più significative ho visitato le aree interessate”. E aggiunge: “Sacca San Mattia mi è sembrato, nel contesto di Venezia, lo spazio più adatto per la sua complessa e strana configurazione: un vasto terreno formato da strati di residui dell’industria del vetro e di quella della costruzione.” Infatti, la Sacca è una vecchia discarica abbandonata creata tra il 1930 e il 1950 dall’accumulo di calcinacci e materiali di dragaggio della laguna. Con una superficie di ventisei ettari non costruiti, è lo spazio vuoto disponibile più esteso di Venezia, caratteristica che da luogo a speculazioni di ogni genere, come il controverso progetto di scavare un tunnel ferroviario proprio sotto la laguna per connettere l’aeroporto con la città che porterebbe ad avere una stazione proprio in quest’area.
Nel 1995 la giovane artista ha trascorso un mese a restaurare l’antico mercato della città spagnola di San Sebastiano che stava per essere demolito. Fu il suo primo grande progetto, sebbene sapesse che il tentativo di salvare l’edificio sarebbe fallito. Ne seguirono altri, come la creazione di un albergo gratuito in una vecchia stazione di treni abbandonata nei pressi di Saragozza (1998), o la sua serie di nove poster intitolata Demolizioni, Spiazzi Incolti, Orti Urbani (1995-2002).
“Mi interessano gli spiazzi incolti in quanto spazi che non fanno parte di nessun progetto urbanistico. Sono spazi importanti in sé stessi” osserva l’artista “nei quali mi trovo molto a mio agio. Mi danno una sensazione di libertà molto gradevole”. Le Guide agli spazi incolti sono tra le sue opere più diffuse, un modo di conservare queste aree che spariranno con lo sviluppo della città. Lo spiazzo incolto, protetto durante l’intervento dell’artista, rompe temporaneamente la catena economica di sviluppo che governa la logica urbana, ma anche la sua storicità. L’esistenza di questi spazi acquista significato all’interno della città come resto archeologico del suo passato, ma anche come una potenzialità di ciò che lo spazio vuoto potrebbe diventare.
D’altra parte, le sue ricerche sui materiali di costruzione e sulle demolizioni l’hanno ispirata a usare gli stessi elementi edilizi degli stessi edifici come materia prima del suo lavoro. Nel 2000, accanto a un deposito d’acqua del XIX secolo nella località francese di Phalsbourg che era sul punto di essere demolito, dispose gli stessi materiali con cui il deposito era stato costruito, decostruendo quindi il fabbricato negli elementi che erano stati utilizzati per erigerlo.
In una fase successiva di questo processo decostruttivo Almarcegui è arrivata a ridurre un’immensa megalopoli come São Paulo, trasformando la somma delle sue componenti (cemento, pietra, legno, asfalto…) in tonnellate di “peso morto”, come critica alla crescita accelerata della città. “Cerco di parlare di qualcosa evitando di presentare un’immagine. È un modo di eliminare qualsiasi idealizzazione dello spazio. Presentare un edificio come cento tonnellate di calcestruzzo, trenta di acciaio e dieci di mattoni significa ridurlo alla sua realtà grezza e fisica. Inoltre, mostrare gli “ingredienti” di un edificio ci consente di immaginare un luogo tale e quale era prima di essere costruito e come sarà poi nel futuro, dopo che sarà demolito”, ha dichiarato recentemente.
Domenico Oliviero

 

 

 Intervista a Chiara Fumai

Biennale 2013: parla la vincitrice del Premio Furla.

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Ha sbaragliato gli avversari del Premio Furla 2013 con un video in cui, seduta al tavolo e con un coltello fra le mani, rileggeva Scum- Manifesto per l’eliminazione del maschio scritto da Valerie Solanas (quella, per intenderci, che sparò a Andy Warhol). Lei è Chiara Fumai, 35enne romana. Le sue opere sono una combinazione di spiritismo e filosofia telemita, illusionismo e freak show, discomusic e pensiero anarco-femminista. In occasione della Biennale di Venezia presenta in anteprima l’elaborazione definitiva del progetto alla Fondazione Querini Stampalia. L’installazione, prodotta dalla Fondazione Furla, sarà poi esposta al MAMbo di Bologna.

Pensa davvero che un mondo senza maschi sarebbe migliore?
Il testo della Solanas non è una minaccia ai maschi, ma una proposta alle donne di uscire dagli stereotipi.

Come spiegherebbe a E.T. il progetto di Venezia?
Lo inviterei ad assistere a una mia visita guidata. A un tratto, lo guarderei negli occhi fino a fargli provare disagio e con il linguaggio dei segni gli parlerei dell’esclusione di un soggetto dalla storia. Uscirebbe avvertendo il peso di una minaccia, ma poi finirebbe per ringraziarmi. L’opera infatti si chiama Non intendevo minimamente allarmarti.

L’arte di oggi è ancora rivoluzionaria?
L’arte deve stimolare domande che anticipano trasformazioni culturali. Non penso che il passato sia stato più diligente del presente.

Baselitz ha detto: «Le donne non sanno dipingere. Ci sono eccezioni ma nessuna è Picasso». Che ne pensa?
È qualunquismo. La creatività femminile deve esplorare ancora tante visioni del mondo. Ma giustificare ciò come un dato naturale vuol dire avere il cervello
atrofizzato.

Se le dico Venezia?
Penso alla predica domenicale di Francesco Urbano Ragazzi all’oratorio di S. Ludovico.

Quando si è sentita per la prima volta artista?
Non scivoliamo nelle romanticherie.

C’è una domanda che vorrebbe le facessi?
Sì: conosce la data in cui verrà stabilito il Nuovo Ordine Matriarcale?

per saperne di più

 

dal 11/6/2013 al 12/7/2013

Institut Francais Milano (ex Centre Culturel Francais) C.so Magenta, 63 Milano

IV edizione del Premio Artgallery, ideato per valorizzare a livello internazionale la creativita’ di artisti di eta’ inferiore ai 35 anni, dare loro la possibilita’ di essere conosciuti dal grande pubblico e lavorare con gallerie affermate. In esposizione 10 opere dell’artista nella personale “Pensieri ruvidi”

a cura di Rossella Farinotti

L’11 giugno 2013, a Milano, nella splendida cornice del Palazzo delle Stelline, all’institut français Milano, si inaugura la personale di Silvia Mei, una giovane artista sarda che ha vinto la quarta edizione del “PREMIO ARTGALLERY”, istituito dall’associazione ArtGallery per valorizzare a livello internazionale la creatività di artisti di età inferiore ai 35 anni, e dare loro la possibilità di essere conosciuti dal grande pubblico e lavorare con Gallerie affermate. Il premio per il vincitore di ciascuna edizione è proprio l’organizzazione di una personale in una sede di prestigio e aperta al pubblico. Per ottenere questo ambito riconoscimento Silvia Mei ha superato una severa selezione tra oltre 600 candidature arrivate da tutto il mondo. Nella mostra, curata da Rossella Farinotti, sono presenti una decina di opere realizzate appositamente per l’occasione dall’artista. Le opere della Mei (1985), dai risvolti figurativi e dalle forti tematiche, rispecchiano la sua personalità: in bilico tra una grande voglia di esprimersi e rivendicare un forte malessere, curata nei dettagli, si raffigura nelle sue opere come un essere deforme dai tratti crudeli – gambe spezzate, unghie arcigne, volti materici dal naso bovino, peli sulle gambe che sembrano spine, che si trasformano in rami. La mostra, dal titolo Pensieri ruvidi, rappresenta al meglio i lavori dell’artista, che riproduce senza un’iniziale progettualità ma in un continuo work in progress, le sue paure, angosce e desideri. Elementi ricorrenti ma sempre diversi tornano nelle sue tele, come il corvo che mangia una mano per far sentire dolore, o che attacca il bambino a cui la madre ha tolto il cuore; è la mano che non arriva a toccare la sua compagna; è la lacrima che sprizza senza un motivo compreso; è l’anziana che tocca la pancia della figlia, un segnale di protezione, o di allarme. Completa il percorso della personale di Silvia Mei l’esposizione di un’opera di ciascuno degli altri primi finalisti di questa edizione del Premio ArtGallery: Chiara Luraghi (seconda classificata), Roberto Fanari (terzo classificato); Ilaria Piccardi (Menzione Speciale “giovane talento”), Luca Spano (Menzione Speciale per la fotografia), Davide Bastolla (Menzione Speciale per la video arte). Presenzierà all’evento il Console Generale di Francia a Milano Joël Meyer. La mostra è aperta al pubblico fino al 12 luglio, con ingresso libero, da martedì a venerdì dalle 15 alle 19 L’iniziativa ha il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lombardia –Culture, Identità e Autonomie della Lombardia,, Provincia di Milano, Comune di Milano; ha il sostegno di Altavia, Campari, Cartaematita e l’Institut français Milano

Associazione ArtGallery | È un’associazione no-profit che dal 2003 promuove lo sviluppo della creatività in campo artistico attraverso una galleria d’arte on-line, attività di ufficio stampa, promozione su social networks, mostre e rassegne artistiche, eventi, manifestazioni culturali e collaborazioni con aziende. Da 4 anni organizza il Premio ArtGallery per giovani artisti. Biografie artisti SILVIA MEI Silvia Mei è una pittrice di origine sarda, classe 1985. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Sassari nel 2009, si trasferisce a Milano per frequentare l’Accademia di Brera, di cui le manca solo la tesi. Tra il 2010/2013 è finalista in diversi premi, tra cui Premio Celeste (secondo premio) e Italian Factory. Ha partecipato a collettive come Arte Accessibile, o presso la galleria Antonio Colombo o Fabbrica Borroni. E personali dai titoli Ad Mirabilia, Reincarnati in natura, e Different Identities. I lavori della Mei rappresentano il binomio tra forte istinto primitivo nella composizione della figura e nell’uso del colore, contrapposto a una naturale ricerca minuziosa nei dettagli. Una struttura forte e tangibile in ogni lavoro dove sono protagoniste, su grandi fogli di carta bianca, principalmente figure umane in coppia, o gruppi famigliari. “Intendo la spontaneità che accompagna la sincerità infantile: il mio lavoro è una sorta di ritorno al passato, (istinto) con la coscienza del presente… Il decadimento talvolta si trasforma in malattia, deformità, un malessere fisico e quindi interiore che di solito uso come autopunizione o vendetta. Il colore è protagonista di ogni opera, insieme all’umano e alla natura”

LURAGHI (Secondo classificato), Rho (Mi) 1987 ROBERTO FANARI (Secondo classificato), Cagliari 1985 LUCA SPANO (Menzione Speciale), Cagliari 1982 DAVIDE BASTOLLA (Menzione speciale), Roma 1986 ILARIA PICCARDI (Menzione speciale- Giovane talento), Castelletto di Monferrato 1991 (AL)

Informazioni
Artgallery
Via Orseolo 3, Milano Tel. 0258102678
press@associazioneartgallery.org www.associazioneartgallery.org

11 giugno inaugurazione ore 18

Institut francais Milano (ex Centre Culturel Francais)
corso Magenta, 63 – Milano
Martedi – venerdi ore 15-19
Ingresso libero

 

 

Archivio Bonotto, terminato il percorso di catalogazione della raccolta di opere e documentazioni sugli artisti Fluxus e sulla Poesia Sperimentale, si trasforma in Fondazione e invita Yoko Ono per una mostra e una lecture. Con la sua installazione l’artista lancia una provocazione agli artisti contemporanei e, allo stesso tempo, ricorda momenti e persone che hanno lasciato un segno nella sua vita.

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L’invisibile reso visibile. La Biennale secondo Letizia Ragaglia

La 55. Biennale d’Arte cambierà il mio modo di vedere le cose e penso che questo capiterà anche a molti visitatori. Una cosa non da poco. Ho trovato il Palazzo Enciclopedico una mostra coerente, mai banale, ma nemmeno noiosa, perché anche le ripetute ossessioni dispiegate nelle due sedi costituiscono delle affascinanti avventure immaginarie.

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Rosmarie Trockel al Museion. Deliquio sfacciato

Il museo di Bolzano inaugura il 2013 con la personale di Rosemarie Trockel. La produzione multipla e plurima dell’artista tedesca è messa in luce attraverso oltre ottanta opere dagli Anni Settanta a oggi, provenienti da collezioni pubbliche e private. Artribune ha incontrato uno dei due curatori del percorso, Dirk Snauwaert, per analizzare da vicino ogni scelta.

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Anna Seccia, artista  a360 gradi, invita il pubblico a prendere parte a un progetto che si terrà nella splendida cornice di Venezia durante le 55. Biennale, nel contesto della Mostra del Museo Macia che si terrà nella città lagunare dall’8 giugno al 31 luglio presso  Palazzo  Merati.

L’originale progetto artistico della pittrice pescarese Anna Seccia raggiunge ogni volta un successo sorprendente. Nel corso dell’esperimento pittorico che dà vita    all’opera d’arte collettiva, il pubblico è  invitato a partecipare ad una creazione senza pianificazione, seguendo la propria spontaneità e abbandonando riferimenti a modelli da seguire. È  un modo per vivere, attraverso il gioco, i propri talenti, con la gioia del proprio sentire, lasciandosi ispirare dalla sonorità musicale e dall’energia che essa emana.

In una recente recensione cosi scrive Genziana Ricci: “Per un artista creare un’opera seguendo il flusso del proprio istinto è una cosa naturale come respirare: dalla sua parte ci sono esperienza, tecnica, retaggio culturale.
Ma concepire un’opera attraverso un happening pittorico nel quale un gruppo di persone vengono invitate a creare senza pianificazione, è tutt’altra questione: è necessario saper guidare le dinamiche relazionali e divenire mezzo di connessione tra le individualità.”

1. Chi è Anna Seccia
È una pittrice abruzzese perdutamente innamorata del colore e dell’arte. Una passione che ha coinvolto e determinato le scelte di tutta la sua vita.

2. Come e quando ha iniziato ad amare l’arte
Sin da piccola ho sempre amato i colori, dipingere era l?unica attività che riusciva a farmi star “buona” anche perché ero abbastanza discola. La mia formazione artistica è avvenuta presso il Liceo artistico e la Facoltà di Architettura della città di Pescara. Ho successivamente, giovanissima, anche insegnato pittura presso lo stesso istituto. Posso dire che è stato un percorso naturale avendo maestri di rilievo e il mio pensiero va a Giuseppe Misticoni, Elio di Blasio e tanti altri.

3. Che tipo di arte propone
Propongo l’arte della gioia, del gioco creativo-espressivo, della condivisione, dello star bene con il colore insieme agli altri, dell’essere se stessi senza giudizio.

4. Perché è un tipo di arte innovativa
Perché rende il pubblico partecipe attivamente della creazione, lo fa sentire protagonista, lo fa sentire in sintonia con l’artista e viceversa. È innovativa perché mira alla definizione globale dell’identità del singolo e della collettività attraverso la creazione di un opera basata sull’integrazione al fine di condividere emozioni ed espressività.

5. È stata selezionata dal Museo Macia a partecipare nel contesto della Biennale, che invito intende fare?
L’invito a partecipare alla creazione dell’opera pittorica relazionale è rivolto a tutti, non ci sono limiti di età, non bisogna saper dipingere. La creatività appartiene a tutti è nel dna di ciascuno di noi, va soltanto tirata fuori. Io accompagnerò tutti quelli che vorranno mettersi in gioco insieme a me,  attraverso una gestualità libera, per lasciare una traccia pittorica della propria presenza e unicità sulla tela che in questo contesto rappresenta l’esistenza del qui e ora, dove le diverse singolarità dei partecipanti produrranno un esito, sotto il profilo artistico e umano, unico e irripetibile.




Roma fino all’8 settembre 2013
Fiona Tan – Inventory
a cura di Monia Trombetta
MAXXI Via Guido Reni 4-Roma

L’inventario di Fiona Tan

L’inventario di Fiona Tan In anteprima mondiale al Maxxi di Roma, l’ultima opera di Fiona Tan, “Inventory”, che dà il titolo alla mostra. Altre videoinstallazioni esplorano spazio e i concetti di tempo e memoria. Con una chiave di lettura presa in prestito dal pensiero di Foucault. Fino all’8 settembre.

Le eterotopie sono per Foucault dei contro-luoghi presenti in ogni civiltà; utopici ma concretamente realizzati, con il “compito di creare uno spazio illusorio che denuncia come ancor più illusorio ogni spazio reale”. Ci sono eterotopie del tempo che si accumula, come i musei, ma anche “di devianza”, come tutti quei luoghi entro cui la vita umana è relegata, ad esempio le carceri. Il pensiero del filosofo francese può diventare chiave di lettura dei video di Fiona Tan (Pekanbaru, 1966; vive ad Amsterdam) in mostra al Maxxi di Roma.
L’esposizione si articola sui tre piani del museo, instaurando con le sue architetture un dialogo fluido e senza divisioni nette, con risultati eccellenti. Sono le installazioni a definire i luoghi, proponendo nessi e rimandi. Al piano terra, Correction (2004): sei grandi pannelli con 330 ritratti di prigionieri e guardie carcerarie statunitensi. Foucault, parlando del Panopticon (la prigione ideale ideata da Jeremy Bentham, a cui l’opera s’ispira), lo descrive come tanti “piccoli teatri in cui ogni attore è solo, perfettamente individualizzato e costantemente visibile”. Così lo spettatore, accerchiato dall’installazione e senza via di fuga, ne diviene protagonista, insieme controllore e controllato.
Al lavoro sono accostate otto stampe da Le Carceri d’Invenzione di Piranesi. La Tan qui mette in relazione le immagini scenografiche dell’incisore settecentesco, (scale ripide che sembrano salire all’infinito, passerelle lanciate su vuoti vertiginosi) con il progetto di Zaha Hadid. Se il museo, come suggerisce Foucault, è un’eterotopia paradigmatica della collettività moderna, nel passato era espressione di una scelta individuale. Come quella di Sir John Soane, collezionista d’antichità che nel 1820 apre al pubblico la propria casa di Londra. Girato in quel luogo denso di suggestione, il video Inventory è esposto a Roma in anteprima mondiale. Ripresi con sapienza tecnologica da ottiche diverse, gli stessi frammenti rivelano l’ambiguità della visione; la corruzione di un impulso emotivo nei confronti dell’oggetto, in compulsiva “accumulazione perpetua e indefinita del tempo”.
Ancora Disorient, lavoro visto alla Biennale del 2009, si avvale di una doppia proiezione. Su uno schermo, l’immaginario museo privato di Marco Polo; sull’altro, un viaggio trasversale nel mondo d’oggi, complesso e degradato. Infine, Cloud Island (2010), sguardo su Inujima e le sue rovine industriali. Qui l’isola giapponese, vista anche come contro-utopia, può rappresentare “la ripetizione con differenza dislocata, di un luogo altro”.

Lori Adragna

Roma // fino all’8 settembre 2013
Fiona Tan – Inventory
a cura di Monia Trombetta
MAXXI
Via Guido Reni 4

06 39967350 
info@fondazionemaxxi.it
www.fondazionemaxxi.it

Metapadiglione alla Biennale d’Arte.  Katrín Sigurdardóttir per l’Islanda

http://www.artribune.com/2013/06/metapadiglione-alla-biennale-katrin-sigurdardottir-per-lislanda/

Katrín Sigurdardóttir rappresenta l’Islanda attraverso il contrasto. “Foundation” unisce l’opulenza dei padiglioni settecenteschi alla serietà del lavoro nella Lavanderia di Palazzo Zenobio. E la curatela è di Ilaria Bonacossa. Abbiamo intervistata

Alla 55. Biennale di Venezia, la presenza islandese è affidata a Katrín Sigurdardóttir, artista nata a Reykjavík nel 1967. L’installazione proposta a Venezia sarà poi esposta in Islanda e negli Stati Uniti, conservando tracce e memoria delle precedenti variazioni.
La ricerca di Sigurdardóttir è una riflessione su come la memoria, la distanza e l’emotività influenzano lo spazio. A Venezia un’ulteriore tappa di questo percorso: partendo dalla forma classica del Padiglione settecentesco, l’artista ha realizzato una piattaforma sospesa di circa 90 mq, rivestita da formelle artigianali realizzate assieme al suo team, a creare un motivo ispirato al barocco. L’installazione mette in comunicazione l’interno e l’esterno della Lavanderia di Palazzo Zenobio ed è accessibile attraverso una scala che parte dal giardino. Il pubblico, entrando attraverso le porte ridotte a causa dell’altezza della pavimentazione, è costretto ad abbassarsi e rialzarsi, cambiando il proprio punto di vista. Foundation riproduce a Venezia uno degli elementi che caratterizzano il lavoro della Sigurdardóttir: il fattore sorpresa spesso ricercato nelle sue opere attraverso l’utilizzo di scale o sproporzioni stranianti o come in questo caso di contrasti.

Mi racconti della genesi del tuo progetto e la scelta della location della Lavanderia?
Foundation è nato proprio come una risposta alle sollecitazioni che il luogo mi ha dato quando l’ho visto. La vegetazione del vecchio giardino e l’ambiente circostante di questa parte di Dorsoduro hanno giocato a loro volta un ruolo importante nell’ideazione. Questa è quella che considero “Venezia bella”, lontana dai percorsi del turismo di massa e dei suoi grandi numeri. È la Venezia “più vera”, dove le superfici anche meno conservate sono comunque testimonianze della storia della città. Questo emerge nella Lavanderia, che sembra in un certo senso una sorta di rovina. Desideravo lavorare in un ambiente che conservasse il più possibile il suo aspetto antico, in grado di testimoniare una “storia ininterrotta” della vita che vi si è svolta. Al tempo stesso desideravo che si trattasse di uno spazio non troppo definito, che avesse in sé una vaghezza, in grado di lasciare spazio alla possibilità di contemplazione.

Come si è sviluppata la collaborazione con le curatrici del progetto e in particolare con Ilaria Bonacossa?
Si è trattato di un processo lungo un anno e mezzo, durante il quale abbiamo lavorato molto assieme. Il mio rapporto lavorativo con Ilaria è iniziato a Torino dieci anni fa, quando ci incontrammo in occasione di Artissima per poi ritrovarci un anno dopo per realizzare un’esposizione alla Fondazione Sandretto. Da allora abbiamo lavorato assieme in numerose altre occasioni e considero la nostra collaborazione molto significativa e importante, poiché negli anni Ilaria mi ha aiutato a sviluppare alcuni dei concetti chiave della mia ricerca. Conosco Mary Cerruti dai tempi in cui vivevo a San Francisco, agli inizi degli Anni Novanta, è la direttrice e curatrice dello Sculpture Center di Long Island, che si occupa in particolare di scultura contemporanea e sperimentale. Questa però è stata la prima volta che abbiamo lavorato assieme.

L’intero progetto è sviluppato attorno al concetto di Padiglione inteso in senso settecentesco, solitamente sinonimo di ufficialità, sfarzo e celebrazione, che tu hai declinato in un luogo non deputato all’ufficialità. Il contrasto è quindi una delle chiavi di lettura principali di questo tuo lavoro?
Sì, in molti sensi il lavoro è un’interpretazione del concetto tradizionale di “padiglione” e di tutto quello che simboleggia: opulenza, potere, intrattenimento… Così ho cercato di contrastare tutte queste caratteristiche, collocando l’installazione in un edificio che normalmente era destinato a funzioni totalmente contrapposte e che rappresenta il lavoro e la servitù. Penso proprio che uno dei nuclei di questo progetto sia il contrasto che nasce tra le immagini che evoca comunemente tra l’idea del Padiglione visto come una sede dell’ufficialità e la volontà di “utilizzarlo” in un modo differente dando origine a tutto un nuovo corollario di significati e suggestioni.

Come è nata l’idea di far viaggiare Foundation esponendola in altre sedi dopo Venezia? In che modo le diverse esposizioni saranno collegate tra loro?
Quando mi è stata presentata l’opportunità di far viaggiare il progetto concepito per Venezia portandolo in due altre sedi a Reykjavík e allo Sculptur Center di Long Island City, ho pensato fosse davvero interessante lasciare al lavoro la possibilità di continuare a svilupparsi piuttosto che limitarmi a realizzare una copia  da esporre in altri luoghi dopo la Biennale. Foundation riguarda anche i temi legati alla memoria e li sviluppa su numerosi livelli e questo aggiunge un ulteriore livello alla riflessione: l’opera infatti non solo commemora i padiglioni dell’era barocca ma anche i nuovi “padiglioni” contemporanei nei quali verrà esposto, conservando ogni volta le tracce dell’esposizione precedente.

Valeria Barbera

dal 18 aprile al 15 giugno
Museo Pecci di Milano  – Ripa di Porta  Ticinese, 113 Milano
Il corpo è sempre stato al centro dell’arte occidentale, come il ritratto e il paesaggio. Ma dalla seconda metà del Novecento il linguaggio del corpo nell’arte prende forma dal vivo, con l’artista che si mostra nudo in pubblico mentre compie gesti simbolici: un oggetto-opera, che oggi ci parla attraverso la fotografia e il video –
Marcel Duchamp nella fotografia Rrose Sélavy (1921), scattata da Man Ray appare travestito da donna e indaga il suo alter ego femminile, anticipando tematiche sull’identità e sull’ambiguità sessuale,  poi sviluppante negli anni Settanta, aprendo spunti di riflessione sul ruolo della fotografia nelle avanguardie.
Nella seconda metà del Novecento il corpo passa dalla rappresentazione bidimensionale all’azione e diviene un complesso linguaggio trasversale: dispositivo di esperienze visive antiestetiche. L’artista teatralizza il suo corpo, diviene performativo, compie gesti e azioni e si trasforma in oggetto della visione duraturo e non effimero con mezzi extra-pittorici, quali sono fotografia e video.
Nella sede milanese del Museo Pecci di Prato è in corso un’interessante mostra dal titolo  emblematico “Corpi in azione/Corpi in visione. Esperienze e indagini artistiche 1965-1980” a cura di Angela Madesani, Anna Maria Maggi e Stefano Pezzato, realizzata con la collaborazione dello Spazioborgogno e della  galleria Fumagalli di Bergamo, a cui appartiene un ampio numero di opere esposte. Qui, attraverso una carrellata di fotografie, documenti, collage, film d’artista, video (trenta solo quelli di Dennis Oppenheim), cataloghi, libri, manifesti, si può andare oltre le apparenze e approfondire l’indagine sulla  visione del corpo, “ri-trattato” dai movimenti d’avanguardia. Fanno sempre un certo effetto di disgusto le foto relative all’Azionismo viennese, incuriosiscono le trovate degli artisti di Fluxus, sono già conosciute quelle che documentano la Body art, tutte in rigoroso bianco e nero.
Al Pecci di Ripa di Porta Ticinese assisterete dalla visione di un copro offeso, grondante di sangue degli happening orgiastici di Hermann Nitsch, a modalità di rappresentazione più lieve e raffinata di Gina Pane, nota per Azione sentimentale (1973), in cui si fa fotografare in posa e vestita di bianco con  spine di rosa conficcate nel braccio che disegnano ricami nella pelle. Marina Abramović e l’ex compagno Ulay, sono immortalati nudi e in movimento, durante una performance in cui si incontrano e si scontrano l’uno contro l’altro, aumentando il ritmo fino allo sfinimento. Si vede Abramović  ritratta con uno sguardo passivo da martire nichilista, nella performance del 1975, quando chiese ai partecipanti di utilizzare contro di lei diversi oggetti, anche contundenti, compresa una pistola carica. Si riscopre la poesia del  video in cui Ana Mendieta si immerge nuda in un ruscello per ricongiungersi simbolicamente con la Natura. L’elenco degli artisti in mostra è lungo, meritava uno spazio più ampio, molte opere sono un po’ troppo affastellate tra loro. Non potevano mancare Joseph Beuys, Gilbert&George, l’apollineo Luigi Ontani, in posa plastica, Franco Vaccari, Valie Export e Francesca Woodman. Insomma, di tutto un po’, sebbene tra le immagini relative agli anni Ottanta, manchi il corpo post-organico con le fotografie delle performances -live- di trasformazione chirurgica di Orlan.
Jacqueline Ceresoli
dal 18 aprile al 15 giugno
Corpi in Azione/ Corpi in visione
Museo Pecci di Milano
Ripa di Porta  Ticinese, 113
Orari:da martedì a sabato ore 15-19, chiuso lunedì e festivi

Il riconoscimento sarà consegnato sabato 1° giugno 2013, alle ore 11, ai Giardini della Biennale. Sono stati attribuiti all’artista austriaca Maria Lassnig e all’artista italiana Marisa Merz i Leoni d’oro alla carriera della 55. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di VeneziaIl Palazzo Enciclopedico (Giardini e Arsenale, 1 giugno – 24 novembre 2013)    La decisione è stata presa dal Cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta, su proposta del Curatore della 55. Esposizione Massimiliano Gioni.

Note biografiche

Maria Lassnig è nata nel 1919 a Kappel am Krappfeld, Austria. Vive e lavora a Vienna.
L’opera di Maria Lassnig è da sempre concentrata sull’autoritratto. I primi lavori sono marcatamente espressionisti e gettano le proprie radici sia nella tradizione figurativa di inizio Novecento sia nella riflessione sul corpo sviluppata in parallelo all’azionismo viennese. Con i suoi “quadri di auto-consapevolezza corporea” Lassnig ha avviato una complessa indagine sulla rappresentazione della figura umana. Negli ultimi anni Lassnig ha creato quelli che definisce “dipinti drastici”, creando immagini ancora più drammatiche. Queste opere, che l’artista descrive come “puro realismo, un po’ imbellito e imbruttito”, esplorano tumultuosi stati emotivi. Con i suoi dipinti Lassnig sfuma i confini tra realtà interiore e rappresentazione esteriore, tra esperienza soggettiva e percezione oggettiva. Lassnig ha rappresentato l’Austria alla Biennale di Venezia nel 1980, ha partecipato a due edizioni di Documenta, alla Biennale di Gwangju nel 2010 e a numerose importanti mostre collettive. Ha avuto mostre personali al Centro Pompidou di Parigi, al MUMOK di Vienna, al Museo Ludwig di Colonia, alla Serpentine Gallery di Londra e alla Lenbachhaus di Monaco.
Marisa Merz è nata nel 1926 a Torino, Italia. Vive e lavora a Torino.
Figura fondamentale ma sempre defilata dell’arte italiana del dopoguerra, Marisa Merz ha iniziato la sua carriera nella seconda metà degli anni Sessanta, partecipando al movimento dell’arte povera, unica donna nella compagine della neo-avanguardia torinese. Il tema dell’interiorità è centrale nella sua ricerca artistica e coinvolge sia l’ambito privato sia la soggettività individuale dell’artista. Sin dalle prime sculture realizzate con materiali industriali trasformati in forme organiche, Marisa Merz ha proseguito una singolare poetica espressa in una varietà di mezzi espressivi che includono scultura, pittura, disegno e installazione. Presenze ricorrenti nell’opera di Merz sono le raffigurazioni di teste e volti femminili. Le sue piccole sculture in argilla, i ritratti e dipinti sono accomunati da una sensibilità personale e sono manifestazioni senza tempo del mondo interiore dell’artista. Marisa Merz ha esposto in importanti mostre personali al MADRE di Napoli, allo Stedelijk di Amsterdam, al Kunstmuseum di Winterthur, al Centro Pompidou di Parigi, a Villa delle Rose a Bologna. Il suo lavoro è stato incluso in importanti rassegne internazionali alla Tate di Londra, a Documenta a Kassel, al Guggenheim di New York. Dopo aver partecipato alla Biennale di Venezia nel 1988, nel 2001 Marisa Merz ha ricevuto, in occasione della 49. Esposizione Internazionale d’Arte, il Premio speciale della giuria “La Biennale di Venezia”.

dal 30/5/2013 al 29/6/2013                                                                                              Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Corso Magenta, 50 Milano

Dadamaino 1930 – 2004. La mostra, a cura di Flaminio Gualdoni e Stefano Cortina, presenta un ampio repertorio di opere che documentano tutte le stagioni di Dadamaino, in cui figurano realizzazioni imponenti come una versione de “Il movimento delle cose”, opera inedita che si sviluppa su una lunghezza di 30 metri.

comunicato stampa

a cura di Flaminio Gualdoni con Stefano Cortina

Si inaugura il 30 maggio la prima ampia mostra retrospettiva che la città di Milano, e in particolare la Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, dedica a Dadamaino dopo la sua scomparsa. La Galleria Gruppo Credito Valtellinese, spazio milanese dell’omonima Fondazione, propone dal 31 maggio al 29 giugno un’importante retrospettiva che raccoglie le opere più significative prodotte dal 1958 al 1998.

Cresciuta nel vivace ambiente milanese degli anni ’50, in cui la giovane generazione tenta vie diverse rispetto all’informale, Dadamaino è da subito nell’avventura di Azimut con Piero Manzoni ed Enrico Castellani, e guarda a Lucio Fontana come al proprio maestro. Le serie dei Volumi e dei Volumi a moduli sfasati, con i quali prende parte alle maggiori mostre europee del tempo, la afferma come una figura primaria dell’arte nuova.

Vengono in seguito l’adesione a Nouvelle Tendance, opere di più chiara ispirazione ottico – cinetica e neocostruttiva, e una lunga stagione di fervida militanza politica. Alla metà degli anni ’70 Dadamaino avvia la sua stagione di straordinaria maturità, con serie come Alfabeto della mente e I fatti della vita, che espone in una sala memorabile alla Biennale di Venezia del 1980. Inizia qui il suo lungo viaggio nel segno insignificante e nel tempo della scrittura, che ne fa per certi versi una figura affine ad artisti come Roman Opalka e Hanne Darboven.

Nascono dagli anni ’80 serie come Il movimento delle cose, che presenta alla Biennale di Venezia nel 1990, Passo dopo passo, Sein und Zeit, che la consacrano come una delle figure di maggior spessore poetico della ricerca contemporanea.
Tra le grandi personali che si tengono in quegli anni, fanno spicco quella al Padiglione d’arte contemporanea di Milano nel 1983, alla Casa del Mantegna di Mantova e alla Stiftung für Konkrete Kunst di Reutlingen nel 1993, al Museo di Bochum nel 2000.

La mostra presenta un ampio repertorio di opere che documentano tutte le stagioni di Dadamaino, in cui figurano tra l’altro realizzazioni imponenti come una versione de Il movimento delle cose, inedita, che si sviluppa su una lunghezza di trenta metri. La mostra, prodotta e organizzata dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese in collaborazione con l’Archivio Dadamaino, è a cura di Flaminio Gualdoni con Stefano Cortina, coordinamento di Susanne Capolongo. Per l’occasione viene edito un ampio catalogo con testi introduttivi dei curatori e di Elena Pontiggia.

Mostra prodotta e organizzata dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese in collaborazione con l’Archivio Dadamaino

Immagine: Dadamaino: Oggetto ottico dinamico , 1961-1962 , Alluminio su tavola , cm 120×120

Ufficio Stampa
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo
tel.  +39 049.663.499
info@studioesseci.net

Vernice per la stampa giovedì 30 maggio ore 12.00

Inaugurazione giovedì 30 maggio ore 18.30

Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Corso Magenta, 59
Orari e ingressi
da martedì a sabato 15.30 – 19.00
chiuso domenica e lunedì
Ingresso libero