di Redazione

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VENEZIA | 55. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia | 1 giugno – 24 novembre 2013

Berlinde De Bruyckere, artista di fama internazionale di base a Gand, è stata chiamata a rappresentare il Belgio nel Padiglione Nazionale alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte | La Biennale di Venezia. Lo  S.M.A.K., il Museo D’Arte Contemporanea della città di Gand, è l’organizzatore del Padiglione alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte | La Biennale di Venezia, che apre al pubblico il 1 giugno 2013, per il quale la De Bruyckere ha concepito una nuova installazione site-specific, che partendo dagli elementi chiave della sua opera ne amplifica la potenza grazie alle interconnessioni con il contesto storico di Venezia. L’artista ha inoltre invitato l’acclamato scrittore J.M. Coetzee, vincitore nel 2003 del Premio Nobel per la Letteratura, ad essere suo curatore e collaboratore. La stima tra i due personaggi, che li ha portati a seguire vicendevolmente i reciproci progetti, dura da diversi anni. La De Bruyckere ha più volte dichiarato che vede in Coetzee uno “spirito affine”, che svela nello scrivere quello stesso desiderio “divoratore” che ella avverte creando le sue sculture.

Coetzee, riferendosi all’artista, ha aggiunto “Ho sempre ammirato l’opera di Berlinde De Bruyckere e, soprattutto, ne sono stato colpito in un modo spesso a me oscuro, ma non avrei voluto fosse altrimenti. Le sue sculture esplorano la vita e la morte – morte nella vita, vita nella morte, vita prima della vita, morte prima della morte – nel modo più intimo e disturbante. Illuminano, ma la luce è tanto buia quanto profonda”.

Coetzee non avrà un classico ruolo da curatore ma opererà come fonte di ispirazione e partner della De Bruyckere. Questa collaborazione è la naturale prosecuzione di un progetto congiunto dei due, del 2012,  in cui è stato pubblicato il libro Allen Vlees (All Flesh), che univa le opere dell’artista con le parole dello scrittore. In particolar modo, le frasi più significative, estratte dai libri di Coetzee, sono state inserite dalla De Bruyckere accanto ai particolari delle proprie sculture, per suggerire – con la contrapposizione parola/immagine – due mondi paralleli che si arricchiscono ma non si descrivono mai a vicenda.

In aggiunta alla collaborazione con J.M. Coetzee, Berlinde De Bruyckere ha invitato Philippe Van Cauteren, direttore dello S.M.A.K. dal 2006, ad assumere il ruolo di co-curatore del Padiglion del Belgio. Sono da ricordare le mostre monografiche realizzate da questa istituzione sotto la sua direzione (Lois Weinberger, Kendell Geers, Paul McCarthy, Mark Manders, Dara Birnbaum, Jorge Macchi, Nedko Solakov, Joachim Koester) e i progetti artistici in spazi pubblici come TRACK. Philippe Van Cauteren sta inoltre preparando una retrospettiva su Berlinde De Bruyckere per il 2014, che avrà come sedi lo S.M.A.K.e il Gemeentemuseum in The Hague (Netherlands).

Berlinde De Bruyckere. Kreupelhout – Cripplewood
Padiglione del Belgio
55. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia
Giardini della Biennale, Venez

Berlinde De Bruyckere (Gand, 1964) realizza le sue sculture seguendo un personale linguaggio visivo molto fisico ed espressivo. Scava in profondità nelle onnipresenti esigenze e paure dell’uomo. Elementi come la vulnerabilità, la mortalità e la solitudine attraversano la sua opera. L’artista prende ispirazione dalla letteratura e dalla storia del cinema, ma la sua opera scultorea mostra anche una grande affinità con quella di maestri del calibro di Lucas Cranach e Antonello da Messina. Come scrive Ovidio nelle sue Metamorfosi, “La mia mente mi porta a parlare di figure che si tramutano in nuovi corpi”.  Nel suo lavoro, la mutilazione e la violenza possono assumere forme estreme, ma sono sempre connesse alla possibilità di trasfigurazione e di crescita.
Berlinde De Bruyckere ha esposto nei maggiorni Musei ed Istituzioni in Belgio e all’estero. Tra le esposizioni più recenti, ricordiamo: Philippe Vandenberg & Berlinde De Bruyckere. Innocence is precisely: never to avoid the worst, De Pont Museum of Contemporary Art, Tilburg (Netherlands), 2012; The Wound, Arter, Istanbul (Turkey), 2012; We are all Flesh, Australian Centre for Contemporary Art, Melbourne (Australia), 2012; Mysterium Leib. Berlinde De Bruyckere im Dialog mit Cranach und Pasolini, che ha avuto come prima tappa il Kunstmuseum Moritzburg, Halle (Germania) successivamente trasferita al Kunstmuseum Bern, Switzerland, 2011; e la personale a (DHC / ART Foundation for Contemporary Art, Montreal, Canada, 2011.  E’ attualmente in corso, fino al 12 maggio 2013, la personale In the Flesh alla Kunsthaus Graz e alla St Dominikus Chapel a Graz (Austria).

Padiglione Spagnolo – Materiali Costruttivi e Guida di Sacca San Mattia, l’isola abbandonata di Murano, Venezia – Lara Almarcegui

_3Laura Almarcegui_Spanish Pavilion_la Biennale di Venezia_May 2013_PhotoClaudioFranzini

Lara Almarcegui rappresenta la Spagna alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte–la Biennale di Venezia con una vasta installazione nel Padiglione Spagnolo che comprende un progetto di ricerca sull’isola Sacca San Mattia di Murano.
L’opera di Lara Almarcegui (Saragozza, 1972) parte dalla presa di coscienza della città, dei terreni incolti e degli edifici come spunto di riflessione sull’evoluzione dell’urbe stessa e sugli elementi che la compongono. Con progetti impegnati, che indagano le rovine moderne, gli spiazzi abbandonati, le montagne di macerie attraverso la realizzazione di guide, cartine e brochure, Almarcegui ha esibito il suo lavoro in diverse capitali – come Londra, Beirut o Vienna – e ha partecipato ad eventi internazionali d’arte contemporanea tra cui Manifesta 9 (2012) e la Biennale di São Paulo (2006).
Selezionata dal curatore Octavio Zaya, Almarcegui porta alla Biennale della città lagunare – il più grande evento del mondo dell’arte contemporanea – due proposte interconnesse tra loro che si muovono sulla scia delle sue opere precedenti. La prima interessa lo spazio fisico del Padiglione Spagnolo ai Giardini; l’altra rivolge la sua ricerca ad uno spazio vuoto accanto all’isola di Murano.
Nel Padiglione, una grande installazione scultorea interagisce con l’architettura dell’edificio costruito da Javier de Luque nel 1922, occupandone tutto l’interno. L’intervento Materiali Costruttivi del Padiglione Spagnolo è costituito da cumuli di diversi materiali edilizi, corrispondenti per tipologia e misura agli stessi che furono impiegati per erigere l’edificio stesso nel secolo scorso.
Una grande montagna – costituita da detriti di cemento, tegole e mattoni trasformati in ghiaia – occupa la sala centrale, rendendo virtualmente impossibile l’accesso diretto a questo spazio. Altre montagne più piccole, fatte ciascuna di un solo materiale (segatura, vetro e una miscela di scorie e cenere d’acciaio), sono posizionate nelle sale perimetrali, dove il pubblico può circolare attorno al cumulo principale.
“I materiali provengono da resti di demolizioni che, dopo essere stati sottoposti a un processo di riciclaggio, sono stati trasformati in ghiaia attraverso il sistema di trattamento dei materiali attualmente utilizzato a Venezia”, spiega l’artista riguardo al proprio intervento.
Parallelamente, Almarcegui ha sviluppato nei pressi di Murano il progetto Guida di Sacca San Mattia, l’isola abbandonata di Murano, Venezia, una ricerca che interessa l’isola artificiale di Sacca San Mattia, formatasi attraverso l’accumulo di materiali dell’attività edilizia e da scarti di produzione del vetro dell’isola di Murano. Il progetto consiste nello studio di un terreno incolto nella Sacca San Mattia, la sua formazione, il suo presente geologico e ambientale, e le proposte progettuali che sono state fatte e i motivi per i quali non sono state messe in atto.
Dice l’artista “Ho svolto le ricerche preliminari attraverso diverse conversazioni con urbanisti e architetti di Venezia, i quali mi hanno parlato dei loro futuri piani progettuali, in modo che io potessi identificare gli spiazzi e i terreni vuoti che saranno prossimamente interessati da queste trasformazioni. Per selezionare quelle più significative ho visitato le aree interessate”. E aggiunge: “Sacca San Mattia mi è sembrato, nel contesto di Venezia, lo spazio più adatto per la sua complessa e strana configurazione: un vasto terreno formato da strati di residui dell’industria del vetro e di quella della costruzione.” Infatti, la Sacca è una vecchia discarica abbandonata creata tra il 1930 e il 1950 dall’accumulo di calcinacci e materiali di dragaggio della laguna. Con una superficie di ventisei ettari non costruiti, è lo spazio vuoto disponibile più esteso di Venezia, caratteristica che da luogo a speculazioni di ogni genere, come il controverso progetto di scavare un tunnel ferroviario proprio sotto la laguna per connettere l’aeroporto con la città che porterebbe ad avere una stazione proprio in quest’area.
Nel 1995 la giovane artista ha trascorso un mese a restaurare l’antico mercato della città spagnola di San Sebastiano che stava per essere demolito. Fu il suo primo grande progetto, sebbene sapesse che il tentativo di salvare l’edificio sarebbe fallito. Ne seguirono altri, come la creazione di un albergo gratuito in una vecchia stazione di treni abbandonata nei pressi di Saragozza (1998), o la sua serie di nove poster intitolata Demolizioni, Spiazzi Incolti, Orti Urbani (1995-2002).
“Mi interessano gli spiazzi incolti in quanto spazi che non fanno parte di nessun progetto urbanistico. Sono spazi importanti in sé stessi” osserva l’artista “nei quali mi trovo molto a mio agio. Mi danno una sensazione di libertà molto gradevole”. Le Guide agli spazi incolti sono tra le sue opere più diffuse, un modo di conservare queste aree che spariranno con lo sviluppo della città. Lo spiazzo incolto, protetto durante l’intervento dell’artista, rompe temporaneamente la catena economica di sviluppo che governa la logica urbana, ma anche la sua storicità. L’esistenza di questi spazi acquista significato all’interno della città come resto archeologico del suo passato, ma anche come una potenzialità di ciò che lo spazio vuoto potrebbe diventare.
D’altra parte, le sue ricerche sui materiali di costruzione e sulle demolizioni l’hanno ispirata a usare gli stessi elementi edilizi degli stessi edifici come materia prima del suo lavoro. Nel 2000, accanto a un deposito d’acqua del XIX secolo nella località francese di Phalsbourg che era sul punto di essere demolito, dispose gli stessi materiali con cui il deposito era stato costruito, decostruendo quindi il fabbricato negli elementi che erano stati utilizzati per erigerlo.
In una fase successiva di questo processo decostruttivo Almarcegui è arrivata a ridurre un’immensa megalopoli come São Paulo, trasformando la somma delle sue componenti (cemento, pietra, legno, asfalto…) in tonnellate di “peso morto”, come critica alla crescita accelerata della città. “Cerco di parlare di qualcosa evitando di presentare un’immagine. È un modo di eliminare qualsiasi idealizzazione dello spazio. Presentare un edificio come cento tonnellate di calcestruzzo, trenta di acciaio e dieci di mattoni significa ridurlo alla sua realtà grezza e fisica. Inoltre, mostrare gli “ingredienti” di un edificio ci consente di immaginare un luogo tale e quale era prima di essere costruito e come sarà poi nel futuro, dopo che sarà demolito”, ha dichiarato recentemente.
Domenico Oliviero

 

 

 Intervista a Chiara Fumai

Biennale 2013: parla la vincitrice del Premio Furla.

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Ha sbaragliato gli avversari del Premio Furla 2013 con un video in cui, seduta al tavolo e con un coltello fra le mani, rileggeva Scum- Manifesto per l’eliminazione del maschio scritto da Valerie Solanas (quella, per intenderci, che sparò a Andy Warhol). Lei è Chiara Fumai, 35enne romana. Le sue opere sono una combinazione di spiritismo e filosofia telemita, illusionismo e freak show, discomusic e pensiero anarco-femminista. In occasione della Biennale di Venezia presenta in anteprima l’elaborazione definitiva del progetto alla Fondazione Querini Stampalia. L’installazione, prodotta dalla Fondazione Furla, sarà poi esposta al MAMbo di Bologna.

Pensa davvero che un mondo senza maschi sarebbe migliore?
Il testo della Solanas non è una minaccia ai maschi, ma una proposta alle donne di uscire dagli stereotipi.

Come spiegherebbe a E.T. il progetto di Venezia?
Lo inviterei ad assistere a una mia visita guidata. A un tratto, lo guarderei negli occhi fino a fargli provare disagio e con il linguaggio dei segni gli parlerei dell’esclusione di un soggetto dalla storia. Uscirebbe avvertendo il peso di una minaccia, ma poi finirebbe per ringraziarmi. L’opera infatti si chiama Non intendevo minimamente allarmarti.

L’arte di oggi è ancora rivoluzionaria?
L’arte deve stimolare domande che anticipano trasformazioni culturali. Non penso che il passato sia stato più diligente del presente.

Baselitz ha detto: «Le donne non sanno dipingere. Ci sono eccezioni ma nessuna è Picasso». Che ne pensa?
È qualunquismo. La creatività femminile deve esplorare ancora tante visioni del mondo. Ma giustificare ciò come un dato naturale vuol dire avere il cervello
atrofizzato.

Se le dico Venezia?
Penso alla predica domenicale di Francesco Urbano Ragazzi all’oratorio di S. Ludovico.

Quando si è sentita per la prima volta artista?
Non scivoliamo nelle romanticherie.

C’è una domanda che vorrebbe le facessi?
Sì: conosce la data in cui verrà stabilito il Nuovo Ordine Matriarcale?

per saperne di più

 

dal 11/6/2013 al 12/7/2013

Institut Francais Milano (ex Centre Culturel Francais) C.so Magenta, 63 Milano

IV edizione del Premio Artgallery, ideato per valorizzare a livello internazionale la creativita’ di artisti di eta’ inferiore ai 35 anni, dare loro la possibilita’ di essere conosciuti dal grande pubblico e lavorare con gallerie affermate. In esposizione 10 opere dell’artista nella personale “Pensieri ruvidi”

a cura di Rossella Farinotti

L’11 giugno 2013, a Milano, nella splendida cornice del Palazzo delle Stelline, all’institut français Milano, si inaugura la personale di Silvia Mei, una giovane artista sarda che ha vinto la quarta edizione del “PREMIO ARTGALLERY”, istituito dall’associazione ArtGallery per valorizzare a livello internazionale la creatività di artisti di età inferiore ai 35 anni, e dare loro la possibilità di essere conosciuti dal grande pubblico e lavorare con Gallerie affermate. Il premio per il vincitore di ciascuna edizione è proprio l’organizzazione di una personale in una sede di prestigio e aperta al pubblico. Per ottenere questo ambito riconoscimento Silvia Mei ha superato una severa selezione tra oltre 600 candidature arrivate da tutto il mondo. Nella mostra, curata da Rossella Farinotti, sono presenti una decina di opere realizzate appositamente per l’occasione dall’artista. Le opere della Mei (1985), dai risvolti figurativi e dalle forti tematiche, rispecchiano la sua personalità: in bilico tra una grande voglia di esprimersi e rivendicare un forte malessere, curata nei dettagli, si raffigura nelle sue opere come un essere deforme dai tratti crudeli – gambe spezzate, unghie arcigne, volti materici dal naso bovino, peli sulle gambe che sembrano spine, che si trasformano in rami. La mostra, dal titolo Pensieri ruvidi, rappresenta al meglio i lavori dell’artista, che riproduce senza un’iniziale progettualità ma in un continuo work in progress, le sue paure, angosce e desideri. Elementi ricorrenti ma sempre diversi tornano nelle sue tele, come il corvo che mangia una mano per far sentire dolore, o che attacca il bambino a cui la madre ha tolto il cuore; è la mano che non arriva a toccare la sua compagna; è la lacrima che sprizza senza un motivo compreso; è l’anziana che tocca la pancia della figlia, un segnale di protezione, o di allarme. Completa il percorso della personale di Silvia Mei l’esposizione di un’opera di ciascuno degli altri primi finalisti di questa edizione del Premio ArtGallery: Chiara Luraghi (seconda classificata), Roberto Fanari (terzo classificato); Ilaria Piccardi (Menzione Speciale “giovane talento”), Luca Spano (Menzione Speciale per la fotografia), Davide Bastolla (Menzione Speciale per la video arte). Presenzierà all’evento il Console Generale di Francia a Milano Joël Meyer. La mostra è aperta al pubblico fino al 12 luglio, con ingresso libero, da martedì a venerdì dalle 15 alle 19 L’iniziativa ha il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lombardia –Culture, Identità e Autonomie della Lombardia,, Provincia di Milano, Comune di Milano; ha il sostegno di Altavia, Campari, Cartaematita e l’Institut français Milano

Associazione ArtGallery | È un’associazione no-profit che dal 2003 promuove lo sviluppo della creatività in campo artistico attraverso una galleria d’arte on-line, attività di ufficio stampa, promozione su social networks, mostre e rassegne artistiche, eventi, manifestazioni culturali e collaborazioni con aziende. Da 4 anni organizza il Premio ArtGallery per giovani artisti. Biografie artisti SILVIA MEI Silvia Mei è una pittrice di origine sarda, classe 1985. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Sassari nel 2009, si trasferisce a Milano per frequentare l’Accademia di Brera, di cui le manca solo la tesi. Tra il 2010/2013 è finalista in diversi premi, tra cui Premio Celeste (secondo premio) e Italian Factory. Ha partecipato a collettive come Arte Accessibile, o presso la galleria Antonio Colombo o Fabbrica Borroni. E personali dai titoli Ad Mirabilia, Reincarnati in natura, e Different Identities. I lavori della Mei rappresentano il binomio tra forte istinto primitivo nella composizione della figura e nell’uso del colore, contrapposto a una naturale ricerca minuziosa nei dettagli. Una struttura forte e tangibile in ogni lavoro dove sono protagoniste, su grandi fogli di carta bianca, principalmente figure umane in coppia, o gruppi famigliari. “Intendo la spontaneità che accompagna la sincerità infantile: il mio lavoro è una sorta di ritorno al passato, (istinto) con la coscienza del presente… Il decadimento talvolta si trasforma in malattia, deformità, un malessere fisico e quindi interiore che di solito uso come autopunizione o vendetta. Il colore è protagonista di ogni opera, insieme all’umano e alla natura”

LURAGHI (Secondo classificato), Rho (Mi) 1987 ROBERTO FANARI (Secondo classificato), Cagliari 1985 LUCA SPANO (Menzione Speciale), Cagliari 1982 DAVIDE BASTOLLA (Menzione speciale), Roma 1986 ILARIA PICCARDI (Menzione speciale- Giovane talento), Castelletto di Monferrato 1991 (AL)

Informazioni
Artgallery
Via Orseolo 3, Milano Tel. 0258102678
press@associazioneartgallery.org www.associazioneartgallery.org

11 giugno inaugurazione ore 18

Institut francais Milano (ex Centre Culturel Francais)
corso Magenta, 63 – Milano
Martedi – venerdi ore 15-19
Ingresso libero

 

 

Archivio Bonotto, terminato il percorso di catalogazione della raccolta di opere e documentazioni sugli artisti Fluxus e sulla Poesia Sperimentale, si trasforma in Fondazione e invita Yoko Ono per una mostra e una lecture. Con la sua installazione l’artista lancia una provocazione agli artisti contemporanei e, allo stesso tempo, ricorda momenti e persone che hanno lasciato un segno nella sua vita.

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L’invisibile reso visibile. La Biennale secondo Letizia Ragaglia

La 55. Biennale d’Arte cambierà il mio modo di vedere le cose e penso che questo capiterà anche a molti visitatori. Una cosa non da poco. Ho trovato il Palazzo Enciclopedico una mostra coerente, mai banale, ma nemmeno noiosa, perché anche le ripetute ossessioni dispiegate nelle due sedi costituiscono delle affascinanti avventure immaginarie.

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Rosmarie Trockel al Museion. Deliquio sfacciato

Il museo di Bolzano inaugura il 2013 con la personale di Rosemarie Trockel. La produzione multipla e plurima dell’artista tedesca è messa in luce attraverso oltre ottanta opere dagli Anni Settanta a oggi, provenienti da collezioni pubbliche e private. Artribune ha incontrato uno dei due curatori del percorso, Dirk Snauwaert, per analizzare da vicino ogni scelta.

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Anna Seccia, artista  a360 gradi, invita il pubblico a prendere parte a un progetto che si terrà nella splendida cornice di Venezia durante le 55. Biennale, nel contesto della Mostra del Museo Macia che si terrà nella città lagunare dall’8 giugno al 31 luglio presso  Palazzo  Merati.

L’originale progetto artistico della pittrice pescarese Anna Seccia raggiunge ogni volta un successo sorprendente. Nel corso dell’esperimento pittorico che dà vita    all’opera d’arte collettiva, il pubblico è  invitato a partecipare ad una creazione senza pianificazione, seguendo la propria spontaneità e abbandonando riferimenti a modelli da seguire. È  un modo per vivere, attraverso il gioco, i propri talenti, con la gioia del proprio sentire, lasciandosi ispirare dalla sonorità musicale e dall’energia che essa emana.

In una recente recensione cosi scrive Genziana Ricci: “Per un artista creare un’opera seguendo il flusso del proprio istinto è una cosa naturale come respirare: dalla sua parte ci sono esperienza, tecnica, retaggio culturale.
Ma concepire un’opera attraverso un happening pittorico nel quale un gruppo di persone vengono invitate a creare senza pianificazione, è tutt’altra questione: è necessario saper guidare le dinamiche relazionali e divenire mezzo di connessione tra le individualità.”

1. Chi è Anna Seccia
È una pittrice abruzzese perdutamente innamorata del colore e dell’arte. Una passione che ha coinvolto e determinato le scelte di tutta la sua vita.

2. Come e quando ha iniziato ad amare l’arte
Sin da piccola ho sempre amato i colori, dipingere era l?unica attività che riusciva a farmi star “buona” anche perché ero abbastanza discola. La mia formazione artistica è avvenuta presso il Liceo artistico e la Facoltà di Architettura della città di Pescara. Ho successivamente, giovanissima, anche insegnato pittura presso lo stesso istituto. Posso dire che è stato un percorso naturale avendo maestri di rilievo e il mio pensiero va a Giuseppe Misticoni, Elio di Blasio e tanti altri.

3. Che tipo di arte propone
Propongo l’arte della gioia, del gioco creativo-espressivo, della condivisione, dello star bene con il colore insieme agli altri, dell’essere se stessi senza giudizio.

4. Perché è un tipo di arte innovativa
Perché rende il pubblico partecipe attivamente della creazione, lo fa sentire protagonista, lo fa sentire in sintonia con l’artista e viceversa. È innovativa perché mira alla definizione globale dell’identità del singolo e della collettività attraverso la creazione di un opera basata sull’integrazione al fine di condividere emozioni ed espressività.

5. È stata selezionata dal Museo Macia a partecipare nel contesto della Biennale, che invito intende fare?
L’invito a partecipare alla creazione dell’opera pittorica relazionale è rivolto a tutti, non ci sono limiti di età, non bisogna saper dipingere. La creatività appartiene a tutti è nel dna di ciascuno di noi, va soltanto tirata fuori. Io accompagnerò tutti quelli che vorranno mettersi in gioco insieme a me,  attraverso una gestualità libera, per lasciare una traccia pittorica della propria presenza e unicità sulla tela che in questo contesto rappresenta l’esistenza del qui e ora, dove le diverse singolarità dei partecipanti produrranno un esito, sotto il profilo artistico e umano, unico e irripetibile.




Roma fino all’8 settembre 2013
Fiona Tan – Inventory
a cura di Monia Trombetta
MAXXI Via Guido Reni 4-Roma

L’inventario di Fiona Tan

L’inventario di Fiona Tan In anteprima mondiale al Maxxi di Roma, l’ultima opera di Fiona Tan, “Inventory”, che dà il titolo alla mostra. Altre videoinstallazioni esplorano spazio e i concetti di tempo e memoria. Con una chiave di lettura presa in prestito dal pensiero di Foucault. Fino all’8 settembre.

Le eterotopie sono per Foucault dei contro-luoghi presenti in ogni civiltà; utopici ma concretamente realizzati, con il “compito di creare uno spazio illusorio che denuncia come ancor più illusorio ogni spazio reale”. Ci sono eterotopie del tempo che si accumula, come i musei, ma anche “di devianza”, come tutti quei luoghi entro cui la vita umana è relegata, ad esempio le carceri. Il pensiero del filosofo francese può diventare chiave di lettura dei video di Fiona Tan (Pekanbaru, 1966; vive ad Amsterdam) in mostra al Maxxi di Roma.
L’esposizione si articola sui tre piani del museo, instaurando con le sue architetture un dialogo fluido e senza divisioni nette, con risultati eccellenti. Sono le installazioni a definire i luoghi, proponendo nessi e rimandi. Al piano terra, Correction (2004): sei grandi pannelli con 330 ritratti di prigionieri e guardie carcerarie statunitensi. Foucault, parlando del Panopticon (la prigione ideale ideata da Jeremy Bentham, a cui l’opera s’ispira), lo descrive come tanti “piccoli teatri in cui ogni attore è solo, perfettamente individualizzato e costantemente visibile”. Così lo spettatore, accerchiato dall’installazione e senza via di fuga, ne diviene protagonista, insieme controllore e controllato.
Al lavoro sono accostate otto stampe da Le Carceri d’Invenzione di Piranesi. La Tan qui mette in relazione le immagini scenografiche dell’incisore settecentesco, (scale ripide che sembrano salire all’infinito, passerelle lanciate su vuoti vertiginosi) con il progetto di Zaha Hadid. Se il museo, come suggerisce Foucault, è un’eterotopia paradigmatica della collettività moderna, nel passato era espressione di una scelta individuale. Come quella di Sir John Soane, collezionista d’antichità che nel 1820 apre al pubblico la propria casa di Londra. Girato in quel luogo denso di suggestione, il video Inventory è esposto a Roma in anteprima mondiale. Ripresi con sapienza tecnologica da ottiche diverse, gli stessi frammenti rivelano l’ambiguità della visione; la corruzione di un impulso emotivo nei confronti dell’oggetto, in compulsiva “accumulazione perpetua e indefinita del tempo”.
Ancora Disorient, lavoro visto alla Biennale del 2009, si avvale di una doppia proiezione. Su uno schermo, l’immaginario museo privato di Marco Polo; sull’altro, un viaggio trasversale nel mondo d’oggi, complesso e degradato. Infine, Cloud Island (2010), sguardo su Inujima e le sue rovine industriali. Qui l’isola giapponese, vista anche come contro-utopia, può rappresentare “la ripetizione con differenza dislocata, di un luogo altro”.

Lori Adragna

Roma // fino all’8 settembre 2013
Fiona Tan – Inventory
a cura di Monia Trombetta
MAXXI
Via Guido Reni 4

06 39967350 
info@fondazionemaxxi.it
www.fondazionemaxxi.it

Metapadiglione alla Biennale d’Arte.  Katrín Sigurdardóttir per l’Islanda

http://www.artribune.com/2013/06/metapadiglione-alla-biennale-katrin-sigurdardottir-per-lislanda/

Katrín Sigurdardóttir rappresenta l’Islanda attraverso il contrasto. “Foundation” unisce l’opulenza dei padiglioni settecenteschi alla serietà del lavoro nella Lavanderia di Palazzo Zenobio. E la curatela è di Ilaria Bonacossa. Abbiamo intervistata

Alla 55. Biennale di Venezia, la presenza islandese è affidata a Katrín Sigurdardóttir, artista nata a Reykjavík nel 1967. L’installazione proposta a Venezia sarà poi esposta in Islanda e negli Stati Uniti, conservando tracce e memoria delle precedenti variazioni.
La ricerca di Sigurdardóttir è una riflessione su come la memoria, la distanza e l’emotività influenzano lo spazio. A Venezia un’ulteriore tappa di questo percorso: partendo dalla forma classica del Padiglione settecentesco, l’artista ha realizzato una piattaforma sospesa di circa 90 mq, rivestita da formelle artigianali realizzate assieme al suo team, a creare un motivo ispirato al barocco. L’installazione mette in comunicazione l’interno e l’esterno della Lavanderia di Palazzo Zenobio ed è accessibile attraverso una scala che parte dal giardino. Il pubblico, entrando attraverso le porte ridotte a causa dell’altezza della pavimentazione, è costretto ad abbassarsi e rialzarsi, cambiando il proprio punto di vista. Foundation riproduce a Venezia uno degli elementi che caratterizzano il lavoro della Sigurdardóttir: il fattore sorpresa spesso ricercato nelle sue opere attraverso l’utilizzo di scale o sproporzioni stranianti o come in questo caso di contrasti.

Mi racconti della genesi del tuo progetto e la scelta della location della Lavanderia?
Foundation è nato proprio come una risposta alle sollecitazioni che il luogo mi ha dato quando l’ho visto. La vegetazione del vecchio giardino e l’ambiente circostante di questa parte di Dorsoduro hanno giocato a loro volta un ruolo importante nell’ideazione. Questa è quella che considero “Venezia bella”, lontana dai percorsi del turismo di massa e dei suoi grandi numeri. È la Venezia “più vera”, dove le superfici anche meno conservate sono comunque testimonianze della storia della città. Questo emerge nella Lavanderia, che sembra in un certo senso una sorta di rovina. Desideravo lavorare in un ambiente che conservasse il più possibile il suo aspetto antico, in grado di testimoniare una “storia ininterrotta” della vita che vi si è svolta. Al tempo stesso desideravo che si trattasse di uno spazio non troppo definito, che avesse in sé una vaghezza, in grado di lasciare spazio alla possibilità di contemplazione.

Come si è sviluppata la collaborazione con le curatrici del progetto e in particolare con Ilaria Bonacossa?
Si è trattato di un processo lungo un anno e mezzo, durante il quale abbiamo lavorato molto assieme. Il mio rapporto lavorativo con Ilaria è iniziato a Torino dieci anni fa, quando ci incontrammo in occasione di Artissima per poi ritrovarci un anno dopo per realizzare un’esposizione alla Fondazione Sandretto. Da allora abbiamo lavorato assieme in numerose altre occasioni e considero la nostra collaborazione molto significativa e importante, poiché negli anni Ilaria mi ha aiutato a sviluppare alcuni dei concetti chiave della mia ricerca. Conosco Mary Cerruti dai tempi in cui vivevo a San Francisco, agli inizi degli Anni Novanta, è la direttrice e curatrice dello Sculpture Center di Long Island, che si occupa in particolare di scultura contemporanea e sperimentale. Questa però è stata la prima volta che abbiamo lavorato assieme.

L’intero progetto è sviluppato attorno al concetto di Padiglione inteso in senso settecentesco, solitamente sinonimo di ufficialità, sfarzo e celebrazione, che tu hai declinato in un luogo non deputato all’ufficialità. Il contrasto è quindi una delle chiavi di lettura principali di questo tuo lavoro?
Sì, in molti sensi il lavoro è un’interpretazione del concetto tradizionale di “padiglione” e di tutto quello che simboleggia: opulenza, potere, intrattenimento… Così ho cercato di contrastare tutte queste caratteristiche, collocando l’installazione in un edificio che normalmente era destinato a funzioni totalmente contrapposte e che rappresenta il lavoro e la servitù. Penso proprio che uno dei nuclei di questo progetto sia il contrasto che nasce tra le immagini che evoca comunemente tra l’idea del Padiglione visto come una sede dell’ufficialità e la volontà di “utilizzarlo” in un modo differente dando origine a tutto un nuovo corollario di significati e suggestioni.

Come è nata l’idea di far viaggiare Foundation esponendola in altre sedi dopo Venezia? In che modo le diverse esposizioni saranno collegate tra loro?
Quando mi è stata presentata l’opportunità di far viaggiare il progetto concepito per Venezia portandolo in due altre sedi a Reykjavík e allo Sculptur Center di Long Island City, ho pensato fosse davvero interessante lasciare al lavoro la possibilità di continuare a svilupparsi piuttosto che limitarmi a realizzare una copia  da esporre in altri luoghi dopo la Biennale. Foundation riguarda anche i temi legati alla memoria e li sviluppa su numerosi livelli e questo aggiunge un ulteriore livello alla riflessione: l’opera infatti non solo commemora i padiglioni dell’era barocca ma anche i nuovi “padiglioni” contemporanei nei quali verrà esposto, conservando ogni volta le tracce dell’esposizione precedente.

Valeria Barbera

dal 18 aprile al 15 giugno
Museo Pecci di Milano  – Ripa di Porta  Ticinese, 113 Milano
Il corpo è sempre stato al centro dell’arte occidentale, come il ritratto e il paesaggio. Ma dalla seconda metà del Novecento il linguaggio del corpo nell’arte prende forma dal vivo, con l’artista che si mostra nudo in pubblico mentre compie gesti simbolici: un oggetto-opera, che oggi ci parla attraverso la fotografia e il video –
Marcel Duchamp nella fotografia Rrose Sélavy (1921), scattata da Man Ray appare travestito da donna e indaga il suo alter ego femminile, anticipando tematiche sull’identità e sull’ambiguità sessuale,  poi sviluppante negli anni Settanta, aprendo spunti di riflessione sul ruolo della fotografia nelle avanguardie.
Nella seconda metà del Novecento il corpo passa dalla rappresentazione bidimensionale all’azione e diviene un complesso linguaggio trasversale: dispositivo di esperienze visive antiestetiche. L’artista teatralizza il suo corpo, diviene performativo, compie gesti e azioni e si trasforma in oggetto della visione duraturo e non effimero con mezzi extra-pittorici, quali sono fotografia e video.
Nella sede milanese del Museo Pecci di Prato è in corso un’interessante mostra dal titolo  emblematico “Corpi in azione/Corpi in visione. Esperienze e indagini artistiche 1965-1980” a cura di Angela Madesani, Anna Maria Maggi e Stefano Pezzato, realizzata con la collaborazione dello Spazioborgogno e della  galleria Fumagalli di Bergamo, a cui appartiene un ampio numero di opere esposte. Qui, attraverso una carrellata di fotografie, documenti, collage, film d’artista, video (trenta solo quelli di Dennis Oppenheim), cataloghi, libri, manifesti, si può andare oltre le apparenze e approfondire l’indagine sulla  visione del corpo, “ri-trattato” dai movimenti d’avanguardia. Fanno sempre un certo effetto di disgusto le foto relative all’Azionismo viennese, incuriosiscono le trovate degli artisti di Fluxus, sono già conosciute quelle che documentano la Body art, tutte in rigoroso bianco e nero.
Al Pecci di Ripa di Porta Ticinese assisterete dalla visione di un copro offeso, grondante di sangue degli happening orgiastici di Hermann Nitsch, a modalità di rappresentazione più lieve e raffinata di Gina Pane, nota per Azione sentimentale (1973), in cui si fa fotografare in posa e vestita di bianco con  spine di rosa conficcate nel braccio che disegnano ricami nella pelle. Marina Abramović e l’ex compagno Ulay, sono immortalati nudi e in movimento, durante una performance in cui si incontrano e si scontrano l’uno contro l’altro, aumentando il ritmo fino allo sfinimento. Si vede Abramović  ritratta con uno sguardo passivo da martire nichilista, nella performance del 1975, quando chiese ai partecipanti di utilizzare contro di lei diversi oggetti, anche contundenti, compresa una pistola carica. Si riscopre la poesia del  video in cui Ana Mendieta si immerge nuda in un ruscello per ricongiungersi simbolicamente con la Natura. L’elenco degli artisti in mostra è lungo, meritava uno spazio più ampio, molte opere sono un po’ troppo affastellate tra loro. Non potevano mancare Joseph Beuys, Gilbert&George, l’apollineo Luigi Ontani, in posa plastica, Franco Vaccari, Valie Export e Francesca Woodman. Insomma, di tutto un po’, sebbene tra le immagini relative agli anni Ottanta, manchi il corpo post-organico con le fotografie delle performances -live- di trasformazione chirurgica di Orlan.
Jacqueline Ceresoli
dal 18 aprile al 15 giugno
Corpi in Azione/ Corpi in visione
Museo Pecci di Milano
Ripa di Porta  Ticinese, 113
Orari:da martedì a sabato ore 15-19, chiuso lunedì e festivi

Il riconoscimento sarà consegnato sabato 1° giugno 2013, alle ore 11, ai Giardini della Biennale. Sono stati attribuiti all’artista austriaca Maria Lassnig e all’artista italiana Marisa Merz i Leoni d’oro alla carriera della 55. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di VeneziaIl Palazzo Enciclopedico (Giardini e Arsenale, 1 giugno – 24 novembre 2013)    La decisione è stata presa dal Cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta, su proposta del Curatore della 55. Esposizione Massimiliano Gioni.

Note biografiche

Maria Lassnig è nata nel 1919 a Kappel am Krappfeld, Austria. Vive e lavora a Vienna.
L’opera di Maria Lassnig è da sempre concentrata sull’autoritratto. I primi lavori sono marcatamente espressionisti e gettano le proprie radici sia nella tradizione figurativa di inizio Novecento sia nella riflessione sul corpo sviluppata in parallelo all’azionismo viennese. Con i suoi “quadri di auto-consapevolezza corporea” Lassnig ha avviato una complessa indagine sulla rappresentazione della figura umana. Negli ultimi anni Lassnig ha creato quelli che definisce “dipinti drastici”, creando immagini ancora più drammatiche. Queste opere, che l’artista descrive come “puro realismo, un po’ imbellito e imbruttito”, esplorano tumultuosi stati emotivi. Con i suoi dipinti Lassnig sfuma i confini tra realtà interiore e rappresentazione esteriore, tra esperienza soggettiva e percezione oggettiva. Lassnig ha rappresentato l’Austria alla Biennale di Venezia nel 1980, ha partecipato a due edizioni di Documenta, alla Biennale di Gwangju nel 2010 e a numerose importanti mostre collettive. Ha avuto mostre personali al Centro Pompidou di Parigi, al MUMOK di Vienna, al Museo Ludwig di Colonia, alla Serpentine Gallery di Londra e alla Lenbachhaus di Monaco.
Marisa Merz è nata nel 1926 a Torino, Italia. Vive e lavora a Torino.
Figura fondamentale ma sempre defilata dell’arte italiana del dopoguerra, Marisa Merz ha iniziato la sua carriera nella seconda metà degli anni Sessanta, partecipando al movimento dell’arte povera, unica donna nella compagine della neo-avanguardia torinese. Il tema dell’interiorità è centrale nella sua ricerca artistica e coinvolge sia l’ambito privato sia la soggettività individuale dell’artista. Sin dalle prime sculture realizzate con materiali industriali trasformati in forme organiche, Marisa Merz ha proseguito una singolare poetica espressa in una varietà di mezzi espressivi che includono scultura, pittura, disegno e installazione. Presenze ricorrenti nell’opera di Merz sono le raffigurazioni di teste e volti femminili. Le sue piccole sculture in argilla, i ritratti e dipinti sono accomunati da una sensibilità personale e sono manifestazioni senza tempo del mondo interiore dell’artista. Marisa Merz ha esposto in importanti mostre personali al MADRE di Napoli, allo Stedelijk di Amsterdam, al Kunstmuseum di Winterthur, al Centro Pompidou di Parigi, a Villa delle Rose a Bologna. Il suo lavoro è stato incluso in importanti rassegne internazionali alla Tate di Londra, a Documenta a Kassel, al Guggenheim di New York. Dopo aver partecipato alla Biennale di Venezia nel 1988, nel 2001 Marisa Merz ha ricevuto, in occasione della 49. Esposizione Internazionale d’Arte, il Premio speciale della giuria “La Biennale di Venezia”.

dal 30/5/2013 al 29/6/2013                                                                                              Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Corso Magenta, 50 Milano

Dadamaino 1930 – 2004. La mostra, a cura di Flaminio Gualdoni e Stefano Cortina, presenta un ampio repertorio di opere che documentano tutte le stagioni di Dadamaino, in cui figurano realizzazioni imponenti come una versione de “Il movimento delle cose”, opera inedita che si sviluppa su una lunghezza di 30 metri.

comunicato stampa

a cura di Flaminio Gualdoni con Stefano Cortina

Si inaugura il 30 maggio la prima ampia mostra retrospettiva che la città di Milano, e in particolare la Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, dedica a Dadamaino dopo la sua scomparsa. La Galleria Gruppo Credito Valtellinese, spazio milanese dell’omonima Fondazione, propone dal 31 maggio al 29 giugno un’importante retrospettiva che raccoglie le opere più significative prodotte dal 1958 al 1998.

Cresciuta nel vivace ambiente milanese degli anni ’50, in cui la giovane generazione tenta vie diverse rispetto all’informale, Dadamaino è da subito nell’avventura di Azimut con Piero Manzoni ed Enrico Castellani, e guarda a Lucio Fontana come al proprio maestro. Le serie dei Volumi e dei Volumi a moduli sfasati, con i quali prende parte alle maggiori mostre europee del tempo, la afferma come una figura primaria dell’arte nuova.

Vengono in seguito l’adesione a Nouvelle Tendance, opere di più chiara ispirazione ottico – cinetica e neocostruttiva, e una lunga stagione di fervida militanza politica. Alla metà degli anni ’70 Dadamaino avvia la sua stagione di straordinaria maturità, con serie come Alfabeto della mente e I fatti della vita, che espone in una sala memorabile alla Biennale di Venezia del 1980. Inizia qui il suo lungo viaggio nel segno insignificante e nel tempo della scrittura, che ne fa per certi versi una figura affine ad artisti come Roman Opalka e Hanne Darboven.

Nascono dagli anni ’80 serie come Il movimento delle cose, che presenta alla Biennale di Venezia nel 1990, Passo dopo passo, Sein und Zeit, che la consacrano come una delle figure di maggior spessore poetico della ricerca contemporanea.
Tra le grandi personali che si tengono in quegli anni, fanno spicco quella al Padiglione d’arte contemporanea di Milano nel 1983, alla Casa del Mantegna di Mantova e alla Stiftung für Konkrete Kunst di Reutlingen nel 1993, al Museo di Bochum nel 2000.

La mostra presenta un ampio repertorio di opere che documentano tutte le stagioni di Dadamaino, in cui figurano tra l’altro realizzazioni imponenti come una versione de Il movimento delle cose, inedita, che si sviluppa su una lunghezza di trenta metri. La mostra, prodotta e organizzata dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese in collaborazione con l’Archivio Dadamaino, è a cura di Flaminio Gualdoni con Stefano Cortina, coordinamento di Susanne Capolongo. Per l’occasione viene edito un ampio catalogo con testi introduttivi dei curatori e di Elena Pontiggia.

Mostra prodotta e organizzata dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese in collaborazione con l’Archivio Dadamaino

Immagine: Dadamaino: Oggetto ottico dinamico , 1961-1962 , Alluminio su tavola , cm 120×120

Ufficio Stampa
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo
tel.  +39 049.663.499
info@studioesseci.net

Vernice per la stampa giovedì 30 maggio ore 12.00

Inaugurazione giovedì 30 maggio ore 18.30

Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Corso Magenta, 59
Orari e ingressi
da martedì a sabato 15.30 – 19.00
chiuso domenica e lunedì
Ingresso libero

Per la nostra cultura ed economia. L’artista Jasmina Cibic ha sviluppato il tema “Il Palazzo Enciclopedico” privilegiandone l’aspetto utopico, manifestando una presa di posizione radicale rispetto alle strategie predefinite dell’iconografia nazionale.

Comunicato stampa

L’artista Jasmina Cibic è stata scelta dal Ministero della Cultura sloveno per rappresentare la Repubblica di Slovenia alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte – la Biennale di Venezia con un progetto dal titolo Per la nostra cultura ed economia. Il lavoro sarà prodotto dalla Gallerie e Museo Civico di Lubiana assieme alla Galleria Škuc e curato da Tevž Logar. Il commissario è Blaž Peršin.

“Per la nostra cultura ed economia” prende come spunto il tema della 55. Esposizione Internazionale d’Arte, il Palazzo Enciclopedico. L’artista sviluppa questo concetto privilegiandone l’aspetto utopico, manifestando una presa di posizione radicale rispetto alle strategie predefinite dell’iconografia nazionale.

Consapevole della (possibile) censura, propria della struttura formale di una mostra del genere, Jasmina Cibic esporrà due film che drammatizzano le contraddizioni proprie dell’identità nazionale slovena indagandone le trasformazioni dal passato al presente. Le pareti interne del padiglione sloveno saranno ricoperte con le immagini di uno scarafaggio, mancata icona nazionale slovena a causa della connotazione ideologica del suo nome scientifico “Anophthalmus hitleri”.

Scoperto in una grotta slovena, questo insetto è stato identificato nel 1933 da Oscar Scheibel, entomologo dilettante e grande ammiratore di Hitler, che nel 1937 denomina il coleottero omaggiando il suo idolo e ricevendo per questo una lettera di ringraziamento dallo stesso Führer. Specie maledetta per il nome affibiatole, il coleottero hitleriano è divenuto l’oggetto del desiderio di numerosi collezionisti filonazisti. Benché l’innocente coleottero cieco sia privo di un forte interesse per il mondo scientifico, rischia di scomparire non solo dalla memoria nazionale della Repubblica di Slovenia, ma anche dal suo habitat naturale per trovare spazio come souvenir negli studioli dei nostalgici collezionisti neonazisti.

L’artista, in collaborazione con più di quaranta entomologi internazionali, illustratori scientifici e rinomate istituzioni tra cui il Museo di Storia Naturale di Londra, il Museo di Scienze Naturali di Tel Aviv e il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha realizzato una serie di illustrazioni dello scarafaggio in questione che andranno a ricoprire interamente le pareti del padiglione; questa serie di disegni e dipinti sarà presentata come una sorta di istanza enciclopedica.

La ricerca di Jasmina Cibic è incentrata su diversi eventi storici che hanno contributo alla creazione di miti nazionali elaborando una presentazione che critica la creazione di false icone, fardelli storici irrisolti e tentativi di costruzione di illusorie identità nazionali.

Gli interventi di Jasmina Cibic sono sempre pensati per luoghi e contesti specifici. “Per la nostra cultura ed economia” ripropone questa metodologia. Concentrandosi sulla struttura architettonica del padiglione Sloveno, nato come residenza privata, Jasmina costituisce un dialogo tra questa esperienza intima e quella pubblica che impegna la galleria: l’intero spazio espositivo sarà occupato dall’installazione ideata dalla Cibic e rielaborato in un boudoir.

Il progetto “Per la nostra cultura ed economia” sarà accompagnato da una dettagliata pubblicazione con i testi di Mladen Dolar, Lina Džuverović, Nika Grabar, Petja Grafenauer, Tevž Logar, Suzana Milevska e Jane Rendell, corredati da un ampio apparato iconografico.

Contatti stampa:
A plus A Centro Espositivo Sloveno
press@aplusa.it
+30 041 2770566

Inaugurazione 30 maggio ore 18.30

A+A Centro Espositivo Sloveno – A plus A
calle Malipiero, 3073 (San Marco) – Venezi
Orario: mart-dom 110-18
Ingresso libero

 

dal 26 Maggio al 28 luglio 2013
Sebbene Shirana Shahbazi utilizzi il medium fotografico analogico, i bordi delle sue forme sfociano continuamente nella contaminazione visiva con altri mezzi espressivi quali la pittura, l’incisione e la costruzione. Il tema della Natura Morta è ricorrente nel suo operato, ma Shahbazi si cimenta anche con il ritratto e il paesaggio, interrogandosi sulla dicotomia tra la modernità e la tradizione, tra l’epico e l’ordinario.

L’immaginario di Shirana Shahbazi è strettamente connesso alla tradizione della pittura occidentale, in particolare a quella dei maestri tedeschi e fiamminghi del XVII secolo. I meticolosi arrangiamenti di frutta, animali, fiori e gioielli riportano alla mente i dipinti della Vanitas, contenenti allegorie sul tema dell’inevitabilità della morte, sull’inconsistenza delle cose materiali, e sulla futilità dei piaceri terreni. L’artista crea nuove possibilità di rappresentazione combinando in modo drammatico diversi oggetti su un fondo nero.

Sull’artista:
Shirana Shahbazi nasce a Teheran nel 1974 e si trasferisce in Germania in tenera età. Studia fotografia a Zurigo, in Svizzera prima di completare una serie di residenze a New York (2003), a Berlino (2006), e presso l’Hammer Museum di Los Angeles (2008). Vive e lavora a Zurigo.

Le sue mostre personali, ampiamente acclamate dalla critica, hanno avuto un raggio internazionale, tra queste: Winterthur Museum (Svizzera), 2011; New Museum, (New York,USA), 2011; Hammer Museum (Los Angeles, USA), 2008; e Barbican Art Gallery (Londra, UK), 2008, e molte altre. L’artista ha preso parte anche a importanti mostre collettive tra cui “New Photography 2012” al MOMA (New York, USA), 2012.

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Shirana Shahbazi
martedì 28 maggio – venerdì 26 luglio 2013

CARDI BLACK BOX GALLERY
Corso di Porta Nuova, 38 – Milano
Tel.  + 39 02 45478189 
gallery@cardiblackbox.com
www.cardiblackbox.com

MEDIA CONTACTS:
Justin Conner, FITZ & CO, 212-627-1455 x233, justin@fitzandco.com
Jenny Isakowitz, FITZ & CO, 212-627-1455 x254, jenny@fitzandco.com
Elena Bodecchi, Cardi Black Box,  02 45478189 , elena@cardiblackbox.com

Immagini:

Shirana Shahbazi, From the series Flowers, Fruits & Portraits [Schmetterling-34-2009], 2009
C-print on aluminium 120 x 150 cm

Shirana Shahbazi. From the series Flowers, Fruits & Portraits [Stilleben-27-2008], 2008
C-print on aluminium 120 x 150 cm

Shirana Shahbazi. [Komposition-64-2013]
C-

dal 22/5/2013 al 4/8/2013                                                                                                  Galleria Raffaella Cortese-Via Stradella 7 Milano

Proseguendo la serie di doppie personali, la Galleria Cortese è orgogliosa di presentare le mostre di Ana Mendieta (nello spazio di via Stradella 7) e di Martha Rosler (in via Stradella 1).
Due mostre di due artiste, punti di riferimento nella storia dell’arte, che con diverso approccio hanno indagato tematiche quali il femminismo e l’appartenenza sociale e culturale e le relative contraddizioni, attraverso il mezzo fotografico e video.
Esule cubana, compie gli studi artistici presso l’Iowa State Univeristy negli Stati Uniti dove viene a contatto con il movimento delle donne e abbraccia gli ideali del femminismo. Mendieta fa una propria sintesi della Body Art e della Land Art sovvertendo i gesti monumentali dei land-artisti attraverso l’inserimento nel paesaggio del corpo umano. In quegli anni inizia a realizzare performance rituali, fotografie e sculture, in cui immerge il suo corpo nella natura, partendo da un legame spirituale e fisico con la Terra.
In mostra i suoi primi lavori fotografici degli anni 70 dove si confronta con la discriminazione, la violenza carnale e la morte. Dopo aver letto dello stupro e dell’assassino di una studentessa nel suo stesso campus universitario, Mendieta reagisce mettendo in scena il brutale episodio usando il proprio corpo: “Sto lavorando con il mio sangue e il mio corpo”, afferma l’artista. Nascono così i famosi lavori Untitled (Rape Performance), 1973 e Sweating Blood, 1973.
L’artista prende a prestito simboli e aspetti di pratiche rituali di antiche culture indigene delle Americhe, Africa ed Europa e vi incorpora elementi della natura e di riti sacrificali “primitivi” associati alla “santeria cubana”. Nella serie di opere “Siluetas”, forme che evocano il suo corpo, usa sangue, acqua, terra e fuoco. Le sagome vengono bruciate nel legno, modellate con tumuli di terra, erba, polvere da sparo o fiori; galleggiano sulla corrente, eruttano come vulcani o si mimetizzano con il paesaggio, come si percepisce dai video in mostra. Mendieta ha saputo esprimere con l’arte «l’immediatezza della vita e l’eternità della natura».
E’ attualmente in corso un’importante retrospettiva dell’artista al Castello di Rivoli, Torino.
Ana Mendieta (L’Havana, Cuba, 1948, New York 1985). Tra le principali mostre personali dedicate all’artista cubano-americana ricordiamo nel 2004 la mostra itinerante Ana Mendieta: Earth Body, Sculpture and Performance 1972-1985, Whitney Museum of American Art, New York; Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington D.C.; Des Moines Art Center, Des Moines e Miami Art Museum, Miami; nel 2002 Ana Mendieta (1948-1985) – Body Tracks, Neues Museum Luzern, Lucerna e Fries Museum, Leeuwarden; Ana Mendieta Selected Works, Kunst-Werke Berlin KW Institute of Contemporary Art, Berlino; nel 1996 Ana Mendieta (1948-1985), Helsinki City Art Museum, Helsinki; Uppsala Konstmuseum, Uppsala; The Living Art Museum, Reykjavik e Museum of Contemporary Art, Roskilde; Ana Mendieta, Centro Galego de Arte Contemporanea, Santiago de Compostela; Kusthalle Düsseldorf, Düsseldorf; Fundació Antoni Tápies, Barcellona; Museo de Arte Contemporaneo de Monterrey, Monterrey e Museo Tamayo, Città del Messico; nel 1994 Ana Mendieta: The Late Works, Cleveland Center for Contemporary Art, Cleveland e Artothèque de Caen, Caen.; She got Love, Castello di Rivoli.

Martha Rosler – CUBA, JANUARY 1981
Il solo show Cuba, January 1981 di Martha Rosler presenta fotografie inedite in Europa, a colori e in bianco e nero, inclusi dei dittici. Nel 1981, Martha Rosler e un gruppo di altre artiste ed intellettuali, parteciparono a un viaggio culturale organizzato da Ana Mendieta e Lucy Lippard. Attraversando l’isola, Rosler fotografò persone, negozi, edifici e i manifesti e cartelloni, che costellavano le strade e gli spazi pubblici. Così l’artista ha ricordato quel periodo:
“Il mese di gennaio del 1981 segnò la fine degli anni Settanta, non solo per ovvie ragioni, ma segnò anche il momento successivo all’elezione di Reagan e ai discorsi riguardanti il disgelo, i diritti umani e l’uguaglianza, e precedente all’insediamento del presidente, alla carica di neoliberalismo, anti-terrorismo e avventurismo militarista, e all’affermarsi della retorica economica dell’offerta con effetto a cascata, mascherando l’enorme ridistribuzione della ricchezza verso l’alto.
Il fenomeno migratorio da Cuba verso la Florida, noto come The Mariel “boatlift”, era terminato in ottobre, appena in tempo per l’elezione di Reagan nel mese di novembre. Ma ciò che hanno significato gli anni Ottanta, per noi e per i cubani che incontravamo, non si era ancora concretizzato, e rimaneva relegato nei nostri incubi e nelle nostre paure.”
Inquadrata cronologicamente tra la celebre opera di Rosler The Bowery in two inadequate descriptive systems (1974/75), composta di fotografie e testi, e il suo saggio In around and afterthoughts (on documentary photography) (1981), questa serie si colloca accanto alle fotografie di aeroporti, strade, vetrine e trasporti pubblici che caratterizzeranno tutta la sua carriera.Le immagini rappresentano un’esperienza visiva degli spazi comuni della società, luoghi dove il mondo esteriore ed interiore si incontrano: caffé, scuole, saloni di bellezza, teatri, chiese. Poiché Cuba, all’epoca era quasi inavvicinabile per i cittadini americani – e lo è tuttora – queste fotografie si inseriscono in una nebulosa di congetture ampiamente contrastanti sulla cultura cubana e sul ruolo del comunismo cubano.
Martha Rosler è nata a Brooklyn, New York, dove vive e lavora. Diversi musei europei e americani le hanno dedicato importanti retrospettive, come quelle al New Museum di New York e all’International Center of Photography, tra il 1998 e il 2000, e alla GAM di Torino nel 2010. I suoi fotomontaggi sono stati esposti al Worcester Art Museum in Massachusetts nel 2007.
I suoi scritti sono stati pubblicati su riviste e cataloghi, e i suoi 17 libri, con fotografie, testi e narrazioni, tradotti in molte lingue. Decoys and Disruptions: Selected Writings, 1975-2001, un libro di saggi della Rosler, è stato pubblicato dlla MIT Press nel 2004 (e ristampato nel 2008). Altri progetti includono le itineranti Martha Rosler Library, comprendente 8.000 volumi della sua collezione, e If You Lived Here Still, entrambi realizzate in collaborazioni con e-flux. Recentemente, il Museum of Modern Art di New York` ha ospitato la sua mostra e performance Meta- Monumental Garage Sale (2012).

Per ulteriori informazioni contattare Chiara Tiberio 022043555 o info@galleriaraffaellacortese.com

Inaugurazione mercoledì 22 Maggio ore 19.00

Galleria Raffaella Cortese
via A.Stradella, 7, Milano
Orari: da martedì a venerdì 10-13 – 15-19.30; sabato 15-19.30
e su appuntamento.
Ingreso libero

dal18/05/2013 al 24/8/2013                                                                                                                                           GALLERIA CONTINUA / San Gimignano
ITALIA
Via del Castello 11
53037 San Gimignano                                                                                                             MONA HATOUM – ‘A body of work’
NARI WARD – ‘Iris Hope Keeper’
MARGHERITA MORGANTIN – ‘2 – 495701’

Con una carriera che abbraccia un trentennio, Mona Hatoum è un’artista di primo piano nel
panorama artistico contemporaneo. Impostasi inizialmente all’attenzione del pubblico con
performance e opere video che facevano del corpo l’espressione di una realtà divisa, messa sotto assedio dal controllo politico e sociale, nel corso degli anni Novanta, l’artista si discosta progressivamente da questa forma di narrazione per concentrarsi su sculture e installazioni di grandi dimensioni. Protagonisti del nuovo linguaggio sono oggetti sottratti al quotidiano: sedie, letti, utensili domestici che, modificati o ingigantiti, reinterpretano la
realtà conosciuta riconsegnando allo spettatore un mondo diffidente, insidioso, ostile,
davanti al quale lo spaesamento e la vulnerabilità non lasciano spazio ad alcuna certezza. Il corpo resta un elemento centrale nel lavoro della Hatoum, la fragile unità di misura per
percepire l’individuo e la sua relazione con il mondo. Ciò che è familiare smette di esserlo,
ciò che ci aspettiamo viene sostituito da nuove associazioni visive e concettuali. L’artista
procede delineando un linguaggio proprio e duttile nel quale interagiscono più livelli:
formale, concettuale, politico.
In questa mostra Mona Hatoum rivisita alcuni temi diventati emblematici nella sua pratica
artistica. Accanto ad una serie di opere realizzate tra il 1996 e il 2010 l’artista presenta
alcuni recenti lavori inediti: mappature del mondo attraversate da segni e ricordi, oggetti
domestici che si trasformano in sculture inconsuete e inquietanti, ma anche fragili
composizioni fatte di materiali insoliti come la carta igienica, la pasta, le unghie e i capelli
umani, tracce leggere lasciate dal quotidiano esistere.
L’opera di Mona Hatoum è caratterizzata dalla capacità di trasmettere l’esperienza del
conflitto. L’installazione che apre il percorso espositivo, costituita da una serie di edifici
anonimi composti da blocchi modulari in acciaio, segnati da fori e bruciature, sembra
disegnare un paesaggio segnato dalla guerra, reminiscenza della Beirut città natale
dell’artista, ma anche città stilizzata in scala che anticipa, ironicamente, la sua futura
distruzione. Nell’opera intitolata “KAPANCIK”, un organo pulsante in vetro imprigionato in
una gabbia d’acciaio suggerisce i temi del controllo, della costrizione, dell’immobilità,
dell’isolamento.
Mona Hatoum prende di mira il luogo della domesticità e il concetto di casa in una nuova
installazione che riunisce una varietà di oggetti domestici – utensili da cucina e sedie – in ununa catena mortale; legati l’uno all’altro con ganci di metallo, gli oggetti pendono dal soffitto attraversati da una pericolosa corrente elettrica.
In altre opere come “Shift” “Mapping (2)”, “Des/astres”, Hatoum esplora l’idea della
mappatura per sviluppare complesse associazioni.
In Shift, un tappeto mostra un planisfero che, sormontato da anelli sismici gialli, è stato
scomposto e riallineato in modo che la sua integrità topografica ne risulta compromessa,
suggerendo che l’intero mondo è in una situazione di pericolo potenziale.
In “Mapping (2)” e “Des/astres”, i contorni delle macchie di grasso lasciate casualmente dal cibo su vassoini di carta, sono stati delicatamente delineati per creare armoniosi disegni automatici che suggeriscono formazioni di nubi o mappe celestiali, lontani dall’originaria funzione d’uso.
“Cappello per due” può essere definita un’acrobazia metaforico/visiva, un’opera legata
all’idea d’intimità ma anche di ambiguità e di convivenza forzata: due cappelli le cui falde si
congiungono diventando un tutt’uno sono la metafora di una condizione esistenziale
rassicurante e al tempo stesso soffocante.
A body of work è una mostra che mette in evidenza quando il lavoro di Mona Hatoum sia
legato alla vita, ma sia anche radicato in una coscienza del conflitto.

La mostra di Nari Ward. Il progetto espositivo si compone di un nutrito numero di nuove opere frutto della più recente ricerca dell’artista. Sculture e installazioni, appositamente concepite per gli spazi espostivi della galleria, intessono inedite trame narrative e creano un dialogo tra spettatore e oggetto mettendo in scena una sorta di coreografia delle memorie mutevoli e del presente che ne è un riflesso.
Iris Hope Keeper parte da storie, memorie e immaginari molto personali dell’artista – le vicende familiari e il rapporto mai interrotto con la sua terra natale, la Giamaica – per collegarsi poi a contesti e prospettive di una comunità molto più ampia, aprendosi inoltre ad una analisi sul senso di appartenenza e di identità. Ward tratteggia un ritratto intimo, ironico, profondo e sfaccettato della Giamaica. Da un lato la visione stereotipata di chi vive il sogno di una vacanza caraibica, dall’altra la realtà di un paese complesso, ricco di energia quanto di contraddizioni che basa il 70% della sua economia sul turismo e sul suo indotto: attività di servizi, intrattenimento e ricezione alberghiera.
L’artista lascia la Giamaica da bambino e con la madre si trasferisce in America. La storia di Nari Ward è quella di una famiglia di immigrati dove sofferenza, nostalgia e sacrificio sono il prezzo da pagare per assicurare alle generazioni future una vita migliore.
Il lavoro di Nari Ward supera ogni possibile lettura univoca muovendosi verso riflessioni che vanno al di là delle apparenze e il titolo di questa mostra ce lo conferma. Iris è un fiore, è l’iride dell’occhio,è la dea dell’Olimpo messaggera degli dei, il suo compito è annunciare agli uomini messaggi funesti ma Ward, che ama giocare con le parole trasformandone il significato, la accompagna a ‘custode di speranza’. Iris è il nome della madre dell’artista. A livello personale, Iris Hope Keeper è dunque anche un omaggio alla madre che, lavorando negli Stati Uniti come domestica (“House-keeper”), ha garantito ai figli il riscatto sociale.
Vecchie testiere delimitano la superfice di un letto impraticabile. Al suo interno un accumulo di radiatori e ventilatori funzionanti riproducono l’esperienza dei tropici, il vento e il caldo. “Jacuzzi Bed” è uno spazio chiuso che non lascia scampo, aggressivo ma allo stesso tempo invitante rappresenta il rapporto dicotomo tra giamaicani e turisti.
In “Iris Cutlass” asciugamani da hotel formano, come origami, i petali di un bellissimo fiore celando la struttura portante, fatta di machetes dalle lame pericolosamente affilate. Il machete, utilizzato per la raccolta della canna da zucchero nelle piantagioni e oggetto simbolo dello schiavismo coloniale, viene ricontestualizzato nell’ambiente alberghiero dove attualmente trova impiego buona parte della classe lavoratrice giamaicana.
La forma stondata della pietra tombale riecheggia nel dittico di porte foderate di cartoni di latte. Nel recto verso si legge: “Please Do Not Disturb” e “Please Make Room” (“Rifare spazio per cortesia”) variante sardonica e provocatoria dell’originare “Please Make Up the Room”.
Il potenziale poetico dell’oggetto di scarto inserito in nuove costruzioni di significato, non solo formale ma anche linguistico, lo ritroviamo in “Lemonade windows”. In inglese l’espressione “to buy a lemon” significa “prendere una fregatura, acquistare qualcosa che non funzionerà mai”. I due oggetti, svuotati della loro funzione originaria, mettono in atto un ribaltamento di significato trasformando l’idioma in qualcosa di positivo.Nella nuova serie fotografica “Sun Splashed” Nari Ward compare in scenari domestici differenti con
in mano delle piante da appartamento. L’artista indossa abiti da entertainer, gli stessi usati dallo zio musicista durante i suoi spettacoli. Trovo che queste immagini, siano al tempo stesso sgradevoli, umoristiche e nobili, commenta l’artista. Mi interessa fare riferimento alla tradizione dei ritratti antropologici dei primi del Novecento, umanizzando però il personaggio attraverso il disvelamentodell’immagine nel suo farsi. Il fatto che le piante siano innaffiate, e il personaggio bagnato, rendeanche più problematica la lettura di ciò che sta accadendo, non è chiaro chi controlla cosa.
L’entertainer è parte di una rappresentazione in cui lo spettatore è chiamato a prendere una posizione.
“BEYOND” (“Al di là”) è il titolo della grande installazione che occupa la platea della galleria: un pallone aerostatico realizzato con metallo di scarto. Lo spazio sopra la scultura è attivato da una serie di corde che, lasciate lasche, collegano il pallone al soffitto e alle balconate dell’ex cinema-teatro.
Alle corde sono appese delle bottiglie al cui interno l’artista inserisce un foglio su cui è scritto ‘BEYOND’ tradotto in centinaia di lingue diverse. L’uso dei contenitori di vetro si rifà al gesto poetico del “messaggio nella bottiglia”. L’intento è quello di realizzare una struttura non funzionale, e dall’aspetto verosimile, associata al desiderio di movimento, di superamento o, semplicemente, di comunicazione. Ad una lettura altrettanto stratifica e complessa si presta l’opera collocata sul palcoscenico. Qui una serie di scale giustapposte formano una “Wishing Arena”, una sorta di altissimo altare tempestato di candele votive poste dentro a cestini dei rifiuti (quelli che si trovano abitualmente nelle camere d’albergo). Cestini e candele sono collegate tra loro da una corda che
funge da ‘telefono senza fili’. Torna in quest’opera il tema della comunicazione, dell’ascesa, del dialogo con il proprio io interiore ma anche della scala sociale e del rapporto tra chi offre e chi riceve un servizio.
Appartenenza, emigrazione, distinzione tra nazionalità e nascita, identità (frantumata, frammentata e moltiplicata) sono alcuni dei concetti che convogliano in “Canned Smiles”. “Appartenere a un posto o a un altro è pura finzione… l’appartenenza è data dall’esperienza che si fa di un luogo, afferma  l’artista. Le lattine del sorriso – Jamaican Smiles e Black Smiles – le prime “fatte in Giamaica e distribuite in Italia”, le seconde “fatte in America e distribuite in Italia”, costituiscono un dittico ad ampia tiratura. Quest’opera introduce i temi della commercializzazione, del confine labile che separa “il falso” “dall’originale” ma apre anche le porte a quella visione creativa che è propria di tutti
gli artisti, a Nari Ward come a Piero Manzoni, qui evidentemente citato con uno dei suoi lavori più noti.

Mostra personale di una tra le più interessanti e raffinate artiste italiane, Margherita Morgantin.
Sono diversi i mezzi espressivi ai quali ricorre l’artista: performance, video, disegno,
fotografia e installazione. Misurazioni, schemi, tentativi di fissare e interpretare l’esistente
attraverso leggi reali o parodiate danno vita nel lavoro di Margherita Morgantin ad un
linguaggio visivo in perenne mutazione. Nei video la narrazione prende forma nel
susseguirsi d’immagini rarefatte e frammentarie; nei disegni, eseguiti con tratti veloci, linee
sintetiche ed essenziali, l’aderenza tra forme interiori e soggetto si offre come strumento di lettura delle cose e della loro fragile interpretazione.
Gli studi di Margherita Morgantin prendono avvio da un approfondimento sui metodi di
previsione della luce naturale. A partire da questa formazione in fisica dell’atmosfera,
l’artista sviluppa una poetica intima e personale che tiene insieme mente e sentimenti,
visione artistica e influenza scientifica. L’interesse per il linguaggio e le sue possibili derive e relazioni è il motivo del suo cercare, la filosofia e la fisica le forme da cui partire.
Il progetto presentato in questa mostra, è il frutto di un lavoro portato avanti negli ultimi
anni che vede l’indagine sull’identità e sulla rappresentazione dell’io esprimersi attraverso
modelli matematici. “Nella visualizzazione della serie infinita dei numeri primi, un metodico
lavoro di calcolo e di trascrizione visiva iniziato nel 2011, Margherita Morgantin rintraccia il
fondamento inaugurale e ambivalente della definizione dei rapporti. Questa sequenza
numerica di numeri singolari, la cui successione non è prevedibile attraverso alcuna formula, inizia infatti dal due. Due è la cifra che identifica il sistema binario che ha governato l’evoluzione del logos in termini di complementarietà degli opposti, ma che può designare anche la costitutiva vocazione dialogica che dischiude la singolarità dell’uno solo nell’apertura all’altro, nella coesistenza di differenze irriducibili. Due non come somma di due unità, ma come “contrario di uno”, per usare una felice espressione di Erri De Luca, che instaura nel concatenarsi dei rapporti a due a due il senso stesso dell’esistenza” (Uliana Zanetti, in Autoritratti. Iscrizione del femminile nell’arte italiana contemporanea, Corraini Edizioni, Bologna 2013).
La successione dei numeri primi rappresenta fin dall’antica Grecia uno dei misteri più
affascinanti della scienza. Nell’universo razionale della matematica, i numeri primi, cioè
divisibili soltanto per se stessi e per 1, si susseguono con un ritmo inafferrabile,
apparentemente illogico; potrebbero essere definiti gli “atomi dell’aritmetica”, gli elementi di
base con cui si costruiscono tutti gli altri numeri naturali. Margherita Morgantin partendo da
un’idea, quella di guardare come si dispongono i numeri primi in una struttura geometrica
semplice, rappresenta la sequenza disegnando quadratini rossi in una griglia lato 100 x
infinito, spostando così sul piano visivo quello che resta un enigma per il ragionamento
matematico. Nell’opera “2-499979” attualmente in mostra al Mambo di Bologna, i 52disegni ad oggi realizzati dall’artista, portati a formato digitale, costruiscono un unico file
potenzialmente infinito dove la griglia scompare lasciando solo i quadratini rossi. Nel
progetto concepito per Galleria Continua, nello spazio dell’Arco dei Becci, interviene
collocando i disegni originali (pastello rosso e stampa digitale su carta) in forma di orizzonte ridisegnato dall’imprevedibile e misterioso ritmo di quadratini rossi, che ci interroga sul passaggio da 1 a 2: la prima somma che sostanzialmente non riconosce un’alterità, dichiara l’artista, ma che dovrà farne i conti all’infinito.

 

 

 

Al Museo Poldi Pezzoli di Milano                                                                                              dal 16 maggio al 24 giugno 2013

Chiara Dynys interpreta Piero della Francesca. La mostra Simboli e geometria in Piero della Francesca. Una lettura di Chiara Dynys, a cura di Fiorella Minervino, è una personale, affascinante lettura dell’artista del San Nicola da Tolentino, capolavoro di Piero della Francesca conservato nella casa-museo di via Manzoni.
“Con questa esposizione – dichiara Annalisa Zanni, Direttore del Museo – prosegue il progetto del Poldi Pezzoli di valorizzazione dei propri capolavori ponendoli in relazione con l’arte contemporanea, secondo una volontà espressa nel testamento già da Gian Giacomo Poldi Pezzoli, fondatore del Museo”.
L’opera rinascimentale, che rappresenta il Santo in posizione ieratica che alza l’indice verso l’alto nella direzione degli astri e del cielo, ha ispirato Chiara Dynys, in un dialogo alchemico tra antico e contemporaneo. Chiara Dynys osserva il dipinto come un codice contenente un messaggio misterioso che Piero della Francesca, matematico oltre che pittore, ha voluto lasciare velato, solo accennato.
Come scrive Fiorella Minervino, nell’installazione l’artista milanese ha voluto “farvi confluire ogni suggerimento dalla pala, compresi i pianeti, le stelle, la santità, la trascendenza. L’artista ha disegnato uno spazio circolare, un’alchimia di specchi e di riflessi, un tempio o cappella che tutto può abbracciare in un baluginare di rifrangenze continue, sicché alla fine la pala del maestro di San Sepolcro si specchia nel tutto e tutto si riflette in lei”.
La pala di Piero della Francesca appare nel Salone dell’Affresco in un’installazione decagonale che ne attrae i colori e i concetti, facendoli riemergere decuplicati e riflessi in nove opere realizzate in vetro, argento, specchio e colori.
In mostra vi è anche una scultura più imponente che si rivolge frontalmente al San Nicola da Tolentino e lo contiene, in una riflessione piena ed emblematica.
Accompagna e illustra l’esposizione un video che racconta la cura del Museo verso l’opera del pittore umbro, la delicatezza con cui viene maneggiata e analizzata, nonché le “processioni” che caratterizzano ogni suo spostamento da una sala all’altra.
Correda la mostra un catalogo, edito da Umberto Allemandi, a cura di Fiorella Minervino, con testi di Fiorella Minervino, Antonio Paolucci, Giorgio Verzotti, Annalisa Zanni oltre a un ricco apparato fotografico che documenta la realizzazione delle opere e le fasi di allestimento della mostra.
La mostra è stata realizzata grazie al sostegno e al contributo di: Edward F. Greco, Giovanni Alliata di Montereale e Spazioborgogno; inoltre con il contributo di Fondazione Rocco Guglielmo, Pierluigi Gibelli e Candia Camaggi.
Con il patrocinio di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lombardia, Provincia di Milano e Comune di Milano – Cultura.
In collaborazione con: Associazione Amici del Museo Poldi Pezzoli e Fondazione Corriere della Sera

Inaugurazione 15 maggio ore 18.30

Museo Poldi Pezzoli
Via Manzoni 12 Milano
Apertura: da mercoledì a lunedì, dalle 10.00 alle 18.00
Chiuso il martedì
Ingresso: 9,00 € | 6,00 € ridotto | bambini fino ai 10 anni gratuito

 

MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Mostra: 12 maggio – 1 settembre 2013. Inaugurazione 11 maggio 2013
Incontri e conferenze: maggio 2013
Inaugurerà l’11 maggio al MAMbo Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell’arte italiana contemporanea, un’ampia e articolata esposizionecollettiva dedicata airapporti fra donne e arte in Italianegli ultimi decenni

DAL 7 MAGGIO AL 3 GIUGNO 2013

Acquario Civico, Milano

Water in Genesis. Fulcro del tema della mostra e’ un essere vivente, umano-vegetale, che e’ idealmente cresciuto all’interno di un vaso colmo d’acqua e che svetta dal bordo nella sua liberta’ gestuale.


comunicato stampa

a cura di Elena Di Raddo

“In questa mostra è racchiuso il senso della nascita e della crescita, ed è riassunta anche la ricerca da diversi anni condotta dall’artista, che ha sempre cercato di unire nel suo lavoro il valore formale dell’immagine a un contenuto filosofico. Fulcro del tema della mostra è un essere vivente, umano-vegetale, che è idealmente cresciuto all’interno di un vaso colmo d’acqua e che svetta dal bordo nella sua libertà gestuale. Questa forma, che da vegetale si sta trasformando, allude chiaramente all’uomo, ma nello stesso tempo, nella sua schematicità, fa riferimento a un concetto più astratto di vita. E’ segno simbolico del ciclo biologico della vita, del suo generarsi e rigenerarsi.” Elena Di Raddo Evento Expo, Comune di Milano. L’intera iniziativa, che ha come tema uno degli argomenti fondamentali di EXPO 2015, è stata pensata come una sorta di piattaforma culturale che riunisca in unico dialogo il mondo della scienza, dell’architettura e dell’arte: verranno infatti organizzate delle tavole rotonde con la partecipazione di diversi professionisti e workshop didattici rivolti alle scuole, in cui verrà realizzata un’installazione collettiva che sarà esposta nella mostra.

Marica Moro è nata a Milano nel 1970 e dopo la laurea in Arti visive e Discipline per lo Spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, espone in molte mostre e manifestazioni in Italia e all’estero; negli ultimi anni la sua ricerca artistica spazia dalla videoanimazione, all’installazione scultorea, con l’uso di resine e materiali plastici, fino alla contaminazione tra pittura e arte digitale. Da qualche anno collabora anche con aziende di Design. Nel 2010 ha partecipato a “Water and biodiversity”, con la Galleria 10.2! e Visionlab alla Triennale Bovisa di Milano e a “Culture Nature”, a cura di Alessandra Coppa e Fortunato D’Amico, con testo in catalogo di Elena Di Raddo, evento collaterale della Biennale di Architettura di Venezia, ha inoltre realizzato “L’albero rovesciato”, con la collaborazione del Museo d’arte Paolo Pini, un’opera scultorea permanente per l’Ospedale Niguarda Cà Granda di Milano. Nel 2011 ha partecipato, tra le altre iniziative, al Festival dei Giardini-Green Street di Monza, a cura di Alessandra Coppa, a In principio… Origine e inizio dell´Universo, a cura di C. De Carli e Francesco Tedeschi, Università Cattolica di Milano, 012 Proetica-profetica, alla Stazione di Porta Nuova a Torino e alla mostra Designer in 3D alla Triennale Bovisa, dove è stata esposta “Genesis” una sua opera monumentale, poi ospitata nel 2012 dal Museo d’arte contemporanea di Lissone. Nello stesso anno ha inoltre esposto nella mostra personale Materpolis-City genesis, a cura di Eleonora Fiorani, Spazio City Art, Milano e a Pink vision- Art Science and Bricks, a cura di A.Pizzati Caiani, Triennale, Milano. Nel giugno del 2013 l’artista esporrà alla Galleria d’arte moderna di Genova nella mostra “SEEDS”, a cura di Fortunato D’Amico e MariaFlora Giubilei.

Sponsor Gobbetto, Edilgreen Sponsor tecnico Plastecnic

Inaugurazione: 7 maggio ore 19

Acquario Civico
viale Gadio, 2, Milano

Orari: martedì-domenica ore 9.30-12.30 e 14.30-17.30

Ingresso gratuito