dal progetto Orto d’Artista, 6° Edizione – Dalla Semina al Raccolto

 

Palazzo Isimbardi, Cortile d’Onore – C.so Monforte 35 Milano

Inaugurazione lunedì 7 ottobre ore 18.00. La mostra rimarrà aperta sino a domenica 13 ottobre

 

Presso il Cortile d’Onore di Palazzo Isimbardi (sede della Provincia di Milano) in C.so Monforte 35 si inaugura lunedì 7 ottobre pv, alla presenza del Presidente del Consiglio della Provincia Bruno Dapei, una nuova mostra personale di topylabrys, al secolo Ornella Piluso, dal titolo Paradossiplastici.

Per scelta dell’Artista, né un’antologica né un’esposizione recapitolativa degli ultimi anni della sua intensa attività, divisa tra un operare individuale e di uno corale all’interno e alla guida di Arte da mangiare mangiare Arte. Piuttosto, una mostra incentrata sulla plastica, la materia prima che topylabrys utilizza nel suo lavoro, sul suo valore, sul suo significato, sui paradossi e sulle ambiguità che l’operare con essa comporta.

Ancora una volta, quindi, un tracciato di una testimonianza di assai più lungo termine, non solo per la qualità e quantità delle “opere” esposte ma anche e soprattutto per le implicazioni di valore simbolico o concettuale e di valenza tecnico-scientifica o operazionale che si riscontrano al cospetto di siffatti elaborati. Il duplice focus arte-scienza è il fondamento della poetica stessa di topylabrys sin dagli anni in cui ella operava presso i laboratori Montedison o altrimenti presso quelli della Mazzucchelli 1849 Spa di Castiglione Olona.

 

Il progetto realizzato quest’anno è molto ampio e prevede diverse installazioni, ognuna di queste unica e, nello stesso tempo, collegata alle altre da forti legami di senso:

 

Paradossalmente cibo – installazione composta da cibi commestibili e non e da contenitori di cibo in plastica

Fiamme compresse – ovvero, il paradosso a cui l’uomo da sempre tende, cercando al contempo di dominare la natura e piegarla ai propri bisogni

Compressione impossibile – in questa installazione il Paradosso plastico viene rappresentato attraverso la compressione della stoffa posizionata tra due lastre di plexiglas che impediscono la libertà della materia: questa infatti arrotolandosi si comprime su se stessa creando motivi tridimensionali

Ritratti Critici. A cospetto dell’Artista il Critico si accartoccia – installazione composta da una serie di ritratti fotografici di Critici d’arte realizzati dalla coppia di giovani artisti di Studio Pace10 (M. Scardecchia e G. Maggio) e reinterpretati in chiave plastica e paradossale da topylabrys.

Bollicine nello Spazio- grande installazione che si ispira ai vini della Franciacorta. L’installazione conta circa 130 globi in plastica elaborati individualmente e vuole sottolineare un mondo in continuo movimento. Le bollicine di vino sono espressione di energia e, paradossalmente, ricordano forme irreali dell’Universo, un mondo extraterrestre pieno di possibilità e sogni. In particolare, questa installazione vuole essere un omaggio a Margherita Hack, grande scienziata recentemente scomparsa, una donna che ha indicato e aperto la strada verso un mistero tutto da esplorare, l’Universo

Ulivo e Rete – il paradosso qui sta nell’inglobare la forza propria dell’ulivo in una struttura leggera e trasparente.

 

All’interno della mostra, hanno poi un ruolo molto importante i momenti dedicati a:

 

Orto della Bellezza Italiana: la Semina – giunto alla sua 4° Edizione, l’Orto della Bellezza italiana (progetto ideato da Elisabetta Invernici e dalla stessa Ornella Piluso) viene interpretato come valore etico e non come esperienza legata all’immagine. Quest’anno topylabrys seminerà “LANA”; le “zolle” destinate ai Semi sono realizzate con più lastre di ferro piegate su di loro quasi a creare una plissettatura e sono posizionate all’interno di un “letto” di lana che sembra proteggere i Semi stessi.

 

Tutti i presenti saranno invitati dall’Artista a compiere il gesto della Semina: ad ogni persona verranno consegnati insieme ai batuffoli di lana dei biglietti dove vi saranno scritte frasi, parole, espressioni tutte riguardanti VALORI. I biglietti dovranno essere lanciati nelle “zolle” e in primavera si potrà assistere alla Raccolta d’Arte, ovvero ai VALORI cresciuti nel tempo.

 

Durante la mostra sarà presente la videoprotezione di Bollicine nello Spazio realizzata grazie alle foto dall’Artista Armando Tinnirello.

 

Paradossi Plastici ha ottenuto il Patrocinio di: Consiglio della Regione Lombardia, Regione Lombardia Assessorato alla Cultura, Presidenza del Consiglio della Provincia di Milano, Comune di Milano, EXPO 2015 e di Assocomaplast.

 

INGRESSO LIBEROORARI: dal lunedì al venerdì 10.30-12.30/16-18; sabato e domenica 11-18

INFO: www.artedamangiare.it; 02 54122521 ; info@artedamangiare.it

Da Artribune del 6 ottobre 2013

Perché il museo a cielo aperto di Maria Lai non vada incontro al degrado, il Sistema Turistico Locale di Ulassai ha promosso la manifestazione “Ripuliamo l’arte”. Dal 6 ottobre, decine di volontari disseminati sul territorio daranno nuova vita alle opere site specific dell’artista scomparsa quest’anno.

Mano a secchi, scope, stracci, pennelli e vernici protettive. Parola d’ordine: Ripuliamo l’arte. A sei mesi dalla scomparsa di Maria Lai, Ulassai, paese d’origine dell’artista, si arma di coraggio rimboccandosi le maniche per dare lustro a un tesoro a cielo aperto ancora parzialmente ignoto: 13 grandi opere site specific realizzate tra il 1982 e il 2009 su gran parte del territorio comunale. La manifestazione, fortemente voluta dal Sistema Turistico Locale – che comprende anche il museo della Fondazione Stazione dell’Arte -, prevede l’intervento di decine di volontari pronti a mettere a lucido tutte le installazioni e a dotarle delle indicazioni necessarie per renderle finalmente fruibili, dal momento che “ogni opera d’arte deve diventare pane da offrire a una mensa comune”.
Da Il Lavatoio – primo degli interventi sul territorio dopo la performance Legarsi alla Montagna -, costruzione diroccata che ha visto il contributo di tre artisti Costantino Nivola, Luigi Veronesi e Guido Strazza che, con le loro fontane, hanno impreziosito il grande Telaio soffitto, per arrivare alle più recenti Fiabe intrecciate, scultura d’acciaio ispirata a una fiaba scritta da Gramsci per il figlio che Maria Lai intreccia concettualmente alla leggenda sarda da cui è scaturita la celebre performance, e La cattura dell’ala del vento

Tra queste si snodano le altre opere in parte ideate per tamponare il dilagare del cemento armato nel paesaggio naturale a causa di alluvioni e frane: Le capre cucite, teorie di monumentali capre fissate con graffe di ferro che si stagliano sulle pareti a suggerire la tradizionale tessitura sarda; La scarpata, pareti contenitive che accolgono pietre franate con l’intento di dare voce alla memoria delle rocce; La strada del rito dove pani, uccelli e pesci stilizzati di evangelica memoria si susseguono per oltre sette chilometri di muratura. Per concludere con I Muri del groviglio, fili di parole incisi sul cemento ancora fresco. Pensieri e riflessioni sull’arte che partono dal presupposto che il vero problema non sia solo quello di divulgare l’arte bensì di educare l’individuo a interpretarla, non a caso “è necessario che qualcuno ci aiuti nell’incontro con l’opera, per poi ritrovare l’opera da soli”. La riflessione sul ruolo dell’arte è espresso sinteticamente quanto poeticamente anche su una lavagna ricavata da una parete rocciosa che esibisce la frase “l’arte ci prende per mano” e nella serie dei pani in terracotta smaltata allestiti in via Venezia.

Il percorso a cielo aperto prosegue con Il gioco del volo dell’oca, metafora del percorso esistenziale, per un’interazione tra espressività artistica e comunità, sotto forma di uno dei giochi più celebri che inizia così: “Il guscio dell’uovo si rompe da dentro quando il pulcino inizia a bussare, bussa il pulcino che vuole passare dal guscio dell’uovo al guscio del mondo”. E si conclude con la Casa delle Inquietudini, che origina da una fiaba di Salvatore Combosu, dove l’inconscio che genera i mostri – animali primordiali dalle fattezze antropomorfe -, incarna paure e inquietudini dell’intera comunità. Sì, perché Maria Lai è capace di scuotere le coscienze, risvegliare miti atavici assopiti con la poesia del gesto creativo lento e silenzioso, semplice e quotidiano, che affonda le radici nel simbolo ma anche nell’essenza dell’identità e dell’appartenenza. Selvatica come la sua terra ha sempre guardato al mondo con gli occhi di un bambino con l’ansia e la voglia di infinito. In un intimo e continuo colloquio imprescindibile da tutto ciò che è natura poiché “il paesaggio non si pone come luogo da arredare, resta protagonista e l’arte nasce per dargli voce”.

Roberta Vanali

 

PINA INFERRERA

27 Settembre 2013

Galleria d’Arte Moderna Via Capolungo, 3                                                                                                                     16067 Genova-Nervi

Donna e natura protagoniste di intrecci indissolubili in questo quarto appuntamento di “Natura-Contemporanea” che si inaugura in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2013 e che vede protagonista Pina Inferrera, artista dai natali messinesi di lunga e ben strutturata carriera.
Per il mio ruolo istituzionale e per una solidarietà femminile immediata e doverosa, mi piace sottolineare il suo impegno sul fronte di una duplice denuncia contro l’ininterrotta violenza perpetrata dall’uomo verso la donna e verso la natura, entrambe vittime quasi predestinate in una società contemporanea che, a dispetto di fantascientifici progressi in tutti i campi, non riesce a cancellare crudeltà, ferocia, maltrattamenti, soprusi, avidità e speculazioni indiscriminate nei confronti di chi ha debolezze strutturali o tradizionalmente attribuite.
Le fotografie di Inferrera, le sue installazioni – che restituiscono funzione, addirittura con dignità d’arte, a rifiuti d’industria pronti a rinascere sotto le creative spoglie di gocce d’acqua e di crisalidi fattrici di vita – si offrono come inequivocabili e impietose testimonianze quando mostrano, con delicatezza di segno, la costrizione della condizione femminile e la serrano, per esempio, nella prigionia dolorosa di una luccicante moda-tortura; quando documentano lande desolate e tronchi irrevocabilmente mutilati al posto di quelli che un tempo dovevano essere splendidi boschi e foreste.
Immagini-monito significative e preziosi documenti che attestano, d’altro canto, le scelte di
campo e la convinta partecipazione di molti artisti contemporanei, con le loro profetiche consapevolezze, alla costruzione di una società più cosciente e giusta, di una civiltà più umana e più disponibile a un rispettoso rapporto con la natura: Pina Inferrera è tra loro e con gratitudine, per la qualità formale e il messaggio che diffondono, ospitiamo oggi le sue opere nelle sale dei Musei di Nervi.
Carla Sibilla
Assessore alla Cultura e Turismo
del Comune di Genova

Sporcatevi le mani. Basta che siate donne: alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma il progetto relazionale di Francesca Montinaro. Ancora due giorni di “casting”…

Francesca Montinaro - Ritratto continuo mod. 3.375.020.000

3.375.020.000. È numero approssimativo di donne nel mondo. Ed è anche parte del titolo del progetto che l’artista Francesca Montinaro sta sviluppando alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, e che sarà finalizzato per 2 mesi dal prossimo ottobre. Ritratto continuo, e proprio di ritratti femminili si tratta: “Ritraggo la donna in maniera originale e priva di artifici”, spiega l’artista, “usando il mezzo del ritratto video, come uno spettacolo rituale muto, lento, ipnotico”.
E chi sono le protagoniste? “Scrittrici, giornaliste, scienziate, la stessa direttrice del museo Maria Vittoria Marini Clarelli, insieme a donne comuni e suore”. E anche chi sta leggendo questa news, se lo desidera: Montinaro effettua le riprese fino al 22 settembre, e lancia una public call per trovare soggetti. “Al centro del mio esame è il ruolo della Donna. Chiedo ad ognuna di Voi di sporcarsi le mani  usandole come mezzo di comunicazione, scrivendoci sopra frasi brevi ed universali sul proprio ruolo, lanciate a generazioni future. La partecipazione richiede pochi minuti”. Nelle immagini, si può capire meglio il senso del progetto: per chi fosse interessata, basta farsi viva alla GNAM…

Rassegna d’Arte al femminile

Da tempo donne italiane croate e slovene lavorano insieme per andare oltre quelle conflittualità “che guardano ancora spesso alle divisioni di un passato lontano che fu delle nostre  madri e nonne. Vogliamo essere “cittadine” del mondo, rispettose dei diritti di tutte e di tutti.” E hanno individuato nella rappresentazione artistica un linguaggio “universale” capace di superare i confini e di raccontare una visione comprensibile immediatamente. Quasi un approccio fisico, attraverso le opere, al pensiero di donne. (Ester Pacor)

 

Quest’anno, in occasione dell’entrata della Repubblica di Croazia nell’Unione Europea, la Rassegna d’Arte al femminile, giunta alla seconda edizione, si terrà dal 10 al 20 ottobre a Parenzo in Croazia.

 

LA RASSEGNA E’ ORGANIZZATA DALLE ASSOCIAZIONI: Žene Europe – Donne d’Europa – Ženske Evrope – Women of Europe; UDI “il caffè delle donne”Trieste; ArteVita DE Gente Adriatica FVG; Laboratorio Donnae, Roma; Eleonora Pimentel Lopez de Leon di Napoli; Stazione Rogers; l’Associazione Društvo POEM, Koper;

 

CON il Comune di Parenzo, la Comunità degli Italiani, l’Università Popolare di Parenzo e in collaborazione con Intramoenia di Udine, Trieste Film festival, Gruppo 78, Maremetraggio, Circolo Fotografico Triestino, SPaesati, Roiano per tutti di Trieste.

 

PROGRAMMA 

 

Giovedì 10 ottobre 2013 ore 18:00 Sala della Dieta istriana Matka Laginje 6, Poreč – Parenzo apertura e saluti:

 

Štifanić Dobrilović, vice sindaco di Parenzo; Viviana Benussi Vice Presidente della Regione Istriana; Graziano Musizza, Comunità degli Italiani di Parenz; Sanja Radetić Factorić, direttrice dell’Università Popolare di Parenzo.

 

ore 18,15 Strumentisti della Scuola di musica italiana dell’Università Popolare di Parenzo

 

ore 18,30 inaugurazione della mostra Art Watchings “èvoluta” con le opere di:  Alice Zen, Amina Konate Visintin, Anita Silva, Anna Savron, Banafshef Rahmani, Bruna Daus, Elena Clelia Budai, Fulvia Zudich, Gigetta Tamaro, Graziella Valeria Rota, Jelena Kovacic, Julijana Božič, Lilia Batel, Marilena Bordin, Marina Battistella, Monica Kirchmayr, Nada Moretto, Nadia Blarasin, Maria Rosaria Rubulotta, Mirta Kokalj, Pina Nuzzo, Roberta Basile, Sabrina Morena.  Con i video di: Lucia Flego, Melita Richter, Rina Rossetto.

 

ore 19,00 Art Book: Graziella Valeria Rota, “Espansioni” 2012 ed. TT e “Tre mondi un sentiero”, ed. Poem 2013; Valentina Colli, “Viola” Romanzo breve-ed. Armando Siciliano 2013; Nicoletta Nuzzo,  “Grembo” Poesie -ed. Rupe Mutevole 2012.

 

PROGRAMMA COMPLETO

 

INFO

 

Žene Europe – Donne d’Europa – Ženske Evrope – Women of Europe, Ines Dojkić: ines.dojkic@civilnodrustvo-istra.hr

 

Dal 4 al 27 ottobre 2013, all’Ex Refettorio del Complesso San Paolo con  Sede in Via Boccaleone 19, Ferrara 44100 , sarà presentata la mostra NOW! Giovani Artiste Italiane, organizzata dall’UDI Ferrara e dal Comitato Biennale Donna. Inserita nel progetto “Dentro le Mura”, la collettiva presenta i lavori di quattro artiste italiane under 35 – Ludovica Carbotta, Silvia Giambrone, Laurina Paperina, Elisa Strinna – ed è curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli. Proseguendo l’ormai consolidato compito di promuovere le voci femminili della scena contemporanea, il Comitato Biennale Donna questa volta esplora le eccellenze della giovane arte nostrana, esaltandone la versatilità sia espressiva che linguistica e indagandone le peculiarità tematiche. In un momento storico e sociale in cui la giovane creatività fatica a emergere e ad avere la giusta visibilità, la mostra NOW! vuole confermare quanto sia vivace e talentuoso il panorama artistico italiano, incubatore di dinamiche presenze che hanno saputo sviluppare percorsi artistici di risonanza non solo nazionale ma anche internazionale. Lontana dal tentativo di definire una specificità generazionale e tanto meno di genere, l’esposizione non vuole circoscrivere la dimensione estetica dell’arte emergente, quanto, al contrario, valorizzarne le differenze nell’approccio linguistico e nella grammatica stilistica, allo scopo di stimolare riflessioni sulla multiforme contemporaneità italiana.

Quattro artiste italiane under 35 – Ludovica Carbotta, Silvia Giambrone, Laurina Paperina, Elisa Strinna – in mostra all’ex Refettorio del Complesso San Paolo di Ferrara. La mostra inizia il 4 ottobre, intanto noi abbiamo fatto loro quattro domande. Per iniziare il confronto.

Now! porta in scena quattro giovani artiste. Anche se non è obiettivo della mostra fare delle specificità di genere, trovo interessante il fatto che uno spazio espositivo possa essere terreno laborioso di condivisione e confronto tra giovani donne. Una sorta di gineceo 2.0, in cui si fa e si diffonde arte, in piena libertà. Come avete vissuto questa esperienza al femminile?
Elisa Strinna: Riconosco che, nella storia della nostra cultura, il genere maschile è stato protagonista indiscusso, relegando le donne nei ginecei. Più che con una questione di genere, credo queste operazioni abbiano a che fare con una questione di potere. Confrontarsi tra donne oggi può dare l’occasione di mettere in relazione l’apporto specifico di genere con un discorso culturale più ampio.
Laurina Paperina: Ho voluto partecipare a questo progetto perché penso sia importante confrontarsi in continuazione, sia con nuovi spazi che con artisti e curatori; dal mio punto di vista, penso che la mostra possa essere interessante perché dà spazio a quattro artiste con linguaggi espressivi completamente diversi fra loro.
Ludovica Carbotta: Per ora la possibilità di condivisione e confronto rimane solo sulla carta; si tratta, credo, più che altro di una scelta, una visione curatoriale.
Il confronto su quelle che possono essere affinità e differenze intorno al nostro lavoro è stato argomento di ricerca delle curatrici. Quindi direi che sto vivendo quest’esperienza con curiosità, aspettando di vedere e conoscere meglio le ricerche delle mie colleghe.
Silvia Giambrone: Non ho ancora esattamente compreso cosa significhi l’aggettivo ‘femminile’. Sono sempre stata diffidente, e lo sono ancora, rispetto all’idea di mascolinità e femminilità. Non credo sia qualcosa che rappresenti il genere né che ne venga rappresentato. Credo che rinegoziare ogni volta parole come queste possa produrre cambiamenti radicali nella cultura, cambiamenti che la cultura stessa chiede.               Avete più o meno la stessa età, siete tutte nate nei primissimi Anni Ottanta. C’è stato un fatto storico, culturale o sociale, oppure una personalità che ha maggiormente influenzato il vostro percorso artistico?
Elisa Strinna: Essendo nata nei primi Anni Ottanta, la mia crescita è coincisa con una trasformazione culturale che identifico nel passaggio dal pensiero “attivo” della controcultura al pensiero “liquido” postmoderno. Forse questa vicinanza a un tempo che ha segnato svolte epocali mi ha portata a non riuscire mai a identificarmi completamente nell’epoca che stiamo vivendo. Sono più orientata a stabilire relazioni con epoche e culture che mi stimolano, coltivando un pensiero trasversale, che a vivere nell’ossessione della contemporaneità.
Laurina Paperina: Sicuramente la nascita di Internet.
Ludovica Carbotta: Ci sono stati diversi fatti storici che mi hanno colpito e influenzato: l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 è forse il ricordo più vivido e spaventoso, ricordo qualche sensazione relativa al disastro di Cernobyl, ricordo molto bene la serie di blackout nei primi Anni Zero. Un aspetto molto importante è anche il fatto che il filtro da cui si apprendevano notizie e avvenimenti era molto spesso la televisione, i ricordi dunque si visualizzano in termini di immagini e se ne fa nuova esperienza ogni volta che si rivedono quelle immagini.
Silvia Giambrone: Mai avuto eroi né antieroi. Nel corso della mia vita ho amato ascoltare alcune voci più flebili, quelle coperte da voci più forti, come quelle della poesia, che mi hanno resa sensibile a ciò che risuona proprio perché non viene mai detto esplicitamente. Per quel che riguarda l’arte e la vita, devo molto a Carla Lonzi, la filosofa e storica dell’arte femminista morta nel 1982, che ho trovato solo pochi anni fa. Posso dire che averla incontrata ha aperto nuove strade alla mia vita e al mio lavoro; ho trovato in Sputiamo su Hegel nuovi paradigmi che non mi hanno più abbandonata.La mostra mette in evidenza la vostra capacità di utilizzare differenti linguaggi artistici. Come avviene la scelta del medium e come incide sul risultato?
Elisa Strinna: Parte del mio lavoro è incentrata sul desiderio di indagare linguaggi diversi e come questi agiscano sulla nostra percezione. Ma il medium nel mio caso resta sempre strettamente correlato all’idea. La prassi genera intuizioni, nello stesso tempo credo che ogni idea, ogni percezione abbia un medium privilegiato attraverso cui manifestarsi. Cercare di avvicinarmi il più possibile a tale forma, è intrinseco al mio modo di operare.

La mostra mette in evidenza la vostra capacità di utilizzare differenti linguaggi artistici. Come avviene la scelta del medium e come incide sul risultato?
Elisa Strinna: Parte del mio lavoro è incentrata sul desiderio di indagare linguaggi diversi e come questi agiscano sulla nostra percezione. Ma il medium nel mio caso resta sempre strettamente correlato all’idea. La prassi genera intuizioni, nello stesso tempo credo che ogni idea, ogni percezione abbia un medium privilegiato attraverso cui manifestarsi. Cercare di avvicinarmi il più possibile a tale forma, è intrinseco al mio modo di operare.
Laurina Paperina: Tutto nasce dal disegno, che poi si trasforma in pittura, installazione o in videoanimazione.
Ludovica Carbotta: La scelta del medium riveste la stessa importanza dell’esperienza diretta, si tratta di una scelta di linguaggio che implica una fascinazione e una fiducia verso il mezzo stesso.
Per dare materialità a un’ esperienza e cercare di definirla in una forma conclusa, mi piace considerare ogni lavoro come indipendente. La scultura, il video, la foto assumono quindi l’eredità dell’esperienza, custodendone le forze fisiche e nascondendo talvolta gli aspetti più emotivi e immateriali legati alla temporalità dell’esperienza stessa. La forma finita in questo modo supera l’esperienza, la sorpassa e la definisce con la sua fisicità.
Silvia Giambrone: Più che esplorare un singolo linguaggio, quello che mi interessa maggiormente è cercare la traduzione più consona al mio sentire, a ciò che non potrei tradurre diversamente. Così il linguaggio segue il concetto e l’intuizione. Preferisco l’installazione per il suo carattere più versatile e perché mi permette di avere un rapporto più intenso e sensuale con lo spazio. Ma amo molto anche la performance, che ogni volta mi riporta al mio corpo in modo molto intenso. In ogni caso, mi interessa che si raggiunga un certo grado di intensità: il linguaggio viene scelto in base a questo obiettivo.

Nella situazione attuale, facendo un piccolo bilancio, cosa non lascereste dell’Italia per nulla al mondo e per quale ragione scappereste immediatamente all’estero (e dove)?
Elisa Strinna: Non lascerei l’Italia per la complessità della sua cultura, per alcuni italiani, per l’ambiente. Mi rendo conto, però, come oggi nel nostro Paese viviamo un profondo svuotamento, in cui le risorse interiori sono sempre più annichilite. È difficile trovare supporto sociale, difficile trovare chi viva con coerenza coltivando visioni profonde, impegnato a difendersi dal pensiero razionale dominante. In ogni caso, non ho un luogo in particolare in cui vorrei vivere, ma piuttosto una serie di viaggi ed esperienze che vorrei fare in giro per il mondo.
Laurina Paperina: In questo momento sono negli Stati Uniti e questa domanda me la faccio praticamente ogni 5 minuti e ancora non ho trovato una risposta. Per mia fortuna viaggio spesso all’estero; a dire la verità, sono obbligata a farlo, perché purtroppo in Italia è quasi impossibile vivere facendo solo l’artista, almeno per me e per il tipo di lavoro che faccio.
Ludovica Carbotta: Dell’Italia non lascerei mai i suoi paesaggi, i tantissimi luoghi ancora da scoprire e visitare, le chiese barocche, la comicità, il senso dell’umorismo italiano, il vino e tutti i piatti regionali chiaramente; le ragioni per cui scapperei, o meglio scapperò, dall’Italia sono legate essenzialmente al lavoro, alla diverse possibilità che ci sono fuori. Parlo sia in termini di esperienza formativa che in termini di sostentamento economico. Sul dove, ora penso all’Inghilterra, a Londra: negli anni passati ho avuto modo di studiare lì e ho trovato la città molto stimolante.
Silvia Giambrone: Amo quelli che amo e amo tantissimo Roma ed entrambi mi tengono ancorata all’Italia, ma non è un rapporto di vero e proprio vincolo, anche perché passo tanto tempo in viaggio e tornare a casa è sempre un piacere. Ogni tanto si parte per consolarsi, ci si fa accogliere da un Paese che funziona meglio, che supporta meglio esseri umani e artisti, si va a respirare un po’ d’ordine e un maggiore grado di civilizzazione e poi si torna in questo nostro caos sempre irretiti dal non capire come, nonostante il degrado crescente, questo Paese non perda mai la propria bellezza.

Serena Vanzaghi da Artribune del 13 settembre 2013

Ferrara // fino al 27 ottobre 2013
Now! Giovani artiste italiane
a cura di Lola G. Bonora e Silvia Cirelli
COMPLESSO DI SAN PAOLO
Via Boccaleone 19
 0532 206233

dal 21 settembre  al  1 dicembre 2013
di Caroline Demarchi
performance 20 settembre 2013 ore 16:00
Fruit c/o Artelibro – Palazzo Re Enzo
21 settembre – 1 dicembre 2013
Musée de l’OHM c/o Museo Civico Medievale, Sala 2
Il lavoro documenta le diverse fasi di assimilazione della parola scritta: in occasione di Artelibro
un testo fondamentale della cultura occidentale viene mostrato prima e dopo un singolare processo
di interiorizzazione; l’azione di assimilazione della parola scritta a cui è possibile assitere venerdì
20 settembre alle ore 16:00 presso lo spazio Fruit a Palazzo Re Enzo, dà luogo ad un prodotto
che rimane esposto nella pergula del Musée de l’OHM a partire da sabato 21 settembre presso la
Sala 2 del Museo Civico Medievale.
*Qui il commento critico del Direttore:

Musée de l’OHM c/o Museo Civico Medievale, via Manzoni 4, Bologna
Pergula: Caroline Demarchi 20 settembre –1 dicembre 2013.
Negotium: Temporaneamente in prestito. Per informazioni chiamare il +393334858488.
Secreta: Per visitare la collezione chiedere la chiave del terzo cassetto alla reception del Museo Medievale
Orari di apertura: da martedì a venerdì dalle 9:00 alle 15:00; sabato, domenica e festivi dalle 10:00 alle 18:30. Chiuso il lunedì.
Chiusura anticipata alle 14:00 il 24 e 31 Dicembre. Biglietto : 5 euro. Tel.: 3383751951; e-mail: openingheremuseum@gmail.com ;
website: http://pergolaxchiara.wordpress.com/ohm/

INAUGURAZIONE DOMENICA 22 SETTEMBRE 2013

LeoNilde Carabba,

direttrice e coordinatrice delle mostre dell’Alveare,

ha il piacere di annunciare che

Domenica 22 settembre 2013 alle ore 18,30

ci sarà la personale, dal titolo:

FOTO: POESIE di PANE

di

Anna Maria Di Ciommo

Curatrice Grazia Chiesa Presidente della Fondazione D’Ars Oscar Signorini Onlus

La mostra dura fino a domenica 13 ottobre compresa. 

ingresso riservato solo alle donne

presso l’ALVEARE  MILANO

“Centro creato dalle donne per le donne”

via della Ferrera 8

20142 Milano

zona: Alzaia Naviglio Grande

tram 2-47

Tel.  02 87 06 76 99  dopo le ore 18.00

E-mail: alveare.milano@gmail.com

www.alvearemilano.org/page.php?29

apertura dal martedi’ alla domenica dalle 18

Due parole sulla mia scelta: propongo Anna Maria Di Ciommo, con le sue Poesie di Pane, come prima mostra della Stagione 2013/2014 perché il suo è un gesto che cura e quindi mi sembra una scelta che ha un carattere altamente simbolico. Non dirò altro e lascio parlare il testo di Grazia Chiesa, sua Curatrice.

Facciamo un passo indietro all’8 dicembre 2012, a Vigevano, nell’ambito della mostra Venti veggenti, è andata in scena la performance Pasta Madre, ovvero il rinfresco del lievito naturale per il pane. Hanno partecipato gli artisti, ma anche i visitatori, sia adulti che bambini. La pasta madre – mantenuta in vita dagli opportuni rinfreschi – è un impasto di farina e acqua acidificato da lieviti e batteri lattici che, fermentando, lo rendono più digeribile e conservabile rispetto ad altri metodi. Durante il rito della lavorazione, donne, uomini e bambini hanno espresso il loro impegno attraverso la gestualità, in particolare delle mani, così sono diventate il principale veicolo di comunicazione. Le mani, a volte energiche e a volte delicate, si sono dedicate con rispetto all’impasto, senza mai aggredirlo ma piuttosto accarezzandolo, entrando in sintonia con quello che è uno dei più antichi esempi di nutrimento naturale. Qui è intervenuta l’artista Anna Maria Di Ciommo, fotografando con attenzione ogni momento della performance, ogni gesto, ogni particolare, cogliendo le diverse sfumature a seconda di chi ne fossero gli attori. Il risultato è analisi attraverso l’obiettivo fotografico.

 

 

UN DUE TRE… STELLA!

Carla Accardi
Corrado Levi
Gilberto Zorio

a cura di Yari Miele e Federico Sardella

Opening: mercoledì 16 ottobre ore 19

MARS è lieto di annunciare la mostra UN DUE TRE… STELLA! con opere di Carla Accardi, Corrado Levi e Gilberto Zorio, ideata e curata espressamente da Yari Miele e Federico Sardella per la riapertura autunnale dello spazio.

MARS, spazio non commerciale attivo dal 2008 gestito da artisti, vanta un calendario di eventi performativi e di esposizioni sul modello delle più diffuse realtà autogestite europee, sin dalla sua apertura ha dato voce ad artisti giovani ed esordienti. Eccezionalmente questa mostra presenta tre fra i più importanti e conosciuti artisti italiani, il cui percorso e le cui attitudini, li hanno naturalmente portati a confrontarsi e a sostenere il lavoro e l’impegno di artisti di generazioni successive.

Concepita e realizzata in collaborazione con gli artisti, questa mostra si inserisce nella programmazione di MARS in modo leggero, nonostante la caratura delle personalità coinvolte.

Ognuno dei tre artisti proporrà un’opera recente, scelta pensando agli spazi di MARS ed al possibile dialogo che inevitabilmente scaturirà fra opera ed opera nel contesto della mostra ma anche nell’ottica dell’operazione UN DUE TRE… STELLA! contestualizzata rispetto a MARS ed al suo pubblico.

La mostra sarà visitabile la sera dell’inaugurazione mercoledì 16 ottobre, dalle ore 19 alle ore 22 e nei giorni successivi su appuntamento.

Un pieghevole realizzato da MARS, con immagini delle opere e uno scritto di Yari Miele e Federico Sardella accompagnerà l’evento.

 

 

Seguirà comunicazione dettagliata e progetto della mostra.

 

 

 

 

MARS

via G. Guinizzelli 6, Milano (MM Pasteur)

www.marsmilano.com

mars.mailto@gmail.com

 

Info:  339 3939920

 

 

Milano – dal 10/09/2013 al 05/10/2013

Galleria RENZO CORTINA  Via Mac Mahon 14 -Milano

Il tema principale è quello della figura femminile, che occupa lo spazio senza lasciare trapelare nulla della condizione o della storia; un contatto a pelle con la materia sino agli
inquietanti ritratti in bianco e nero, dove la pennellata è più sciolta e filante.
Brigitta Loch nasce nel Baden-Wurttemberg, a nord di Stoccarda e si laurea all’Accademia d’Arte in Architettura d’interni e in Ingegneria.La sua vocazione è internazionale, lavora a Singapore ,negli Stati Uniti a Dallas e per un anno soggiorna in Italia ad Avezzano. Sempre impegnata in una ricerca non solo teorica ma di applicazioni didattiche, nel 2010 conduce con Raffaela Hanke un progetto con 327 bambini delle scuole elementari di Piolenc, per insegnare l’arte.

La sua è una pittura scultorea, quasi tridimensionale, per le masse imponenti che dominano su grandi tele, un impianto delle figure michelangiolesco, tanto da parere le Sibille della Sistina in chiave tedesca.

Il tema principale è quello della figura femminile, che occupa lo spazio senza lasciare trapelare nulla della condizione o della storia; un contatto a pelle con la materia sino agli inquietanti ritratti in bianco e nero, dove la pennellata è più sciolta e filante.

La celebre immagine della MELANCOLIA I di Durer è filtrata sino a noi, la ritroviamo nel distacco dal soggetto e nella posizione pensosa dei corpi, nella sognante immobilità delle donne: la pittrice elabora le proprie idee e rivive artisticamente le speculazioni filosofiche caricandole di tensione fantastica. La decisione di dipingere i corpi e i volti occupando tutta la superficie disponibile e in grandi formati sembra voler escludere la ricerca sia di un impianto prospettico che di una dimensione ambientale, quasi che le figure uscissero dalla dimensione in cui sono confinate per diventare vive.

 

da “Girodivite”, 22 agosto 2013

LampedusaInFestival 2013: arte e politica sulla porta tra Africa e Europa

di Pina La Villa

Ho seguito gli eventi di LampedusaInFestival (19-23 luglio 2013) insieme alle amiche e agli amici della rete delle Città Vicine, una rete che tiene insieme – vicine per l’appunto – realtà associative sparse per l’Italia che hanno come comune denominatore il radicamento nella città e nel territorio, verso i quali attuano una politica di cura e di relazioni ispirate al pensiero della differenza. Una politica che agisce per proliferazione di buone pratiche e con la pazienza di costruire relazioni significative perché la città sia luogo “felice” di dialogo e confronto. Naturale quindi l’attenzione di Città Vicine a quanto è avvenuto in questi anni a Lampedusa, diventata luogo nevralgico del complesso fenomeno dell’emigrazione, naturale costruire con le associazioni che lo affrontano rapporti di collaborazione che vedono la rete partecipare per il terzo anno consecutivo al festival con diverse iniziative (quest’anno con l’allestimento della mostra “Lampedusa porta della vita” insieme all’associazione Colors Revolutions). Una sorta di “vacanza politica”, fra il desiderio e la difficoltà di entrare nella vita e nei problemi reali di un luogo come Lampedusa, da un lato l’isola di chi ci vive, dall’altro l’isola di chi fa la vacanza, da alcuni anni l’isola di chi vi approda sperando che sia solo una tappa per costruire il proprio destino in un mondo migliore di quello che si è lasciato.

Anna, Giusy, Pamela e io arriviamo il 17 luglio (Luca arriverà qualche giorno dopo). Il primo e il secondo giorno ce lo prendiamo per guardarci un po’ in giro, assistiamo agli ultimi ritocchi della mostra, vediamo la fatica e l’impegno dei volontari di Askavusa (l’associazione che cura l’organizzazione del festival) e di Colors Revolution. Il 19 luglio il LampedusaInFestival ha ufficialmente inizio ed è talmente ricco di eventi che da quel momento diventa difficile per noi dividerci tra le nuotate e il sole nelle spiagge di cala Madonna, isola dei conigli, cala Creta, cala Pisana, Ciatu Persu e gli appuntamenti del festival, sparsi nei vari luoghi dell’isola: dalla mostra “Con gli oggetti dei migranti” nella sede dell’area marina protetta, alla spiaggia dei conigli, con una lezione di Iain Chambers e la voce di Giacomo Sferlazzo, interprete di una canzone tradizionale dei pescatori di Lampedusa, a Piazza Castello per la visione serale di film e documentari. Ma c’è un altro luogo, oltre ai film in concorso, un luogo simbolico, in cui sembra sia stato possibile realizzare se non un incontro, almeno un gioco di sguardi per conoscere, per capire e capirsi.

Il luogo simbolico è l’arte, che guarda sempre un po’ più lontano.

Lampedusa porta della vita” e “Sostiene Sankara” sono i titoli delle mostre qui allestite.

Realizzata da Anna Di Salvo (Città Vicine), Katia Ricci (Città Vicine) e Rossella Sferlazzo (Colors Revolutions), la mostra “Lampedusa porta della vita” ha già nel titolo il messaggio vitale dell’apertura, sottolinea la gioia dell’incontro. Il mare come culla della vita contro il dramma e il dolore della morte, il mare come luogo di scambi, come ricchezza di incroci, incontri, relazioni. Artisti e artiste da varie parti d’Italia hanno inviato foto, dipinti, opere realizzate con materiali vari, tutti ispirati al mare e ai suoi colori interpretando il tema proposto dalle curatrici: esprimere “la drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. È questa un’emozione che vede partecipi anche le donne e gli uomini abitanti l’isola, in un’inter-azione di desideri, curiosità, perplessità e bellezza tra chi arriva e chi accoglie”. Nello spazio minuscolo della stanza, mentre viene proiettato il video realizzato da Mirella Clausi sulla vacanza politica delle Città Vicine “Lampedusa mon amour” del 2011, la mostra nella sua varietà rimanda in maniera immediata alla straordinaria storia del Mediterraneo, culla (è il caso di dirlo sottolineando il termine) di tre civiltà che ancora oggi in queste immagini appaiono unite, dai colori ai materiali ai visi e ai paesaggi. E a quel mare che facilità gli scambi e gli incontri. In fondo un grande abbraccio in segno di gratitudine all’isola, ai suoi colori e alla sua bellezza che non può che essere accogliente, un unico abbraccio verso chi abita l’isola e verso chi vi approda fra la paura e la speranza.

Sostiene Sankara”, curata da Amina e Kanjano, con fumetti di vari autori e un video di Silvestro Montanaro dal titolo “Sankara… e quel giorno uccisero la felicità”, viene raccontata la vita e la vicenda politica di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso (letteralmente “terra degli uomini integri”), finita con la sua morte 26 anni fa. La storia di una terra libera, del tentativo di una libera costruzione del proprio spazio politico, della lotta contro chi determina invece le condizioni di vita impossibili da cui i migranti sono costretti a fuggire. Nessuna esperienza di libertà e di autodeterminazione è stata possibile in Africa.

L’arte, la politica, la città. Il LampedusaInFestival è questo. Ed è questo anche il senso dell’impegno politico di Giusi Nicolini, da un anno sindaca di Lampedusa e Linosa, ma da anni attiva nelle associazioni ambientaliste. Seguire il suo discorso significa seguire il futuro possibile dell’isola, e sicuramente l’abbandono di quelle politiche che l’hanno soffocata.

Jeans, camicia bianca e cappellino giallo. Giusi Nicolini si presenta così all’inaugurazione del LampedusaInFestival, il 19 luglio 2013, sotto il sole ancora torrido delle sette di sera. È il momento più intenso di tutto il festival. Un momento fortemente carico di simboli. La cerimonia d’inaugurazione si svolge di fronte al mare, laddove è più aperto, perché la costa non presenta baie e insenature. A picco sul mare, il palco sul quale si esibiranno i gruppi in concerto e dal quale sta parlando la sindaca, è pronto lì da anni: è la parte superiore di un vecchio bunker che risale alla seconda guerra mondiale, quando Lampedusa era il primo avamposto per respingere gli Alleati. A pochi metri di distanza, di fronte al bunker, la “Porta di Lampedusa-Porta d’Europa”, opera di Mimmo Paladino. Dalle armi che respingono alla porta che accoglie. In fondo è la stessa trasformazione che Lampedusa ha operato in questi anni, e che traspare da ogni gesto e da ogni parola degli organizzatori e della nuova sindaca, orgogliosi di avere costruito il loro rapporto con i migranti sull’accoglienza e la solidarietà, anche a dispetto delle politiche volute dai vari governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni. Politiche che hanno arrecato ferite profonde alla cultura dell’accoglienza tipica di un isola persa in mezzo al mare, che fa parte della placca africana, e si trova più vicina all’Africa che all’Italia.

Il discorso di Giusi Nicolini, inizia però ricordando l’appello doloroso delle donne tunisine per ritrovare i loro uomini dispersi e la necessità di dare delle risposte concrete a quest’appello (“Appello per i migranti tunisini dispersi” http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995). Le donne tunisine stanno cercando circa 200 dispersi negli anni 2010-2012. È solo grazie a queste donne, sottolinea con forza la sindaca, che questi uomini non hanno smesso di esistere. La sua risposta all’appello è dunque un’esortazione – “prendiamo sul serio questo dolore” – ma anche una dura condanna – “Se esistono i migranti è per le scelte politiche dei governi” – e, infine, un’assunzione di responsabilità – “il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci”. Nella sua veste istituzionale Giusi Nicolini ha già inoltrato l’appello delle donne tunisine al presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ai ministri dell’Interno e degli Esteri e all’Unione Europea, in particolare per investire del problema l’agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.

Se i migranti arrivano disperati a Lampedusa è per le scelte politiche dei loro governi. Il compito politico di ognuno di noi è fare in modo che abbiano la possibilità di stare bene nei loro paesi d’origine. Ma il dato di fatto che i migranti fuggono dai loro paesi per le insostenibili condizioni di vita è ciò che viene sistematicamente oscurato da un’informazione che deforma la realtà e fa vedere nel migrante il nemico. L’immagine di moltitudini di migranti che arrivano a sorpresa sull’isola per assaltarla è falsa (è falsa e fuorviante la parola “sbarchi”, che dovrebbe essere sostituita da “soccorsi”), così come i numeri che sono stati dati qualche anno fa in coincidenza con gli eventi della primavera araba, per giustificare la politica dei respingimenti. Sono cose che a Lampedusa si sanno da sempre, così come da sempre è prevalsa, sulle paure create artificialmente, la cultura dell’ospitalità e della solidarietà.

Oggi Lampedusa è candidata al Nobel per la pace. Onorata, a nome della cittadinanza, Giusi Nicolini ha risposto a questa candidatura dicendo che prima occorre ottenere alcune cose di cui l’isola ha bisogno per meritare davvero questo alto riconoscimento: cambiare la legge Bossi-Fini e abolire alcune norme del pacchetto Maroni che oltre a essere odiose per i migranti condizionano negativamente e pesantemente i luoghi in cui arrivano.

(da “Girodivite”, 22 agosto 2013)

 

da “Girodivite”, 22 agosto 2013

 

LampedusaInFestival 2013: arte e politica sulla porta tra Africa e Europa

di Pina La Villa

 

Ho seguito gli eventi di LampedusaInFestival (19-23 luglio 2013) insieme alle amiche e agli amici della rete delle Città Vicine, una rete che tiene insieme – vicine per l’appunto – realtà associative sparse per l’Italia che hanno come comune denominatore il radicamento nella città e nel territorio, verso i quali attuano una politica di cura e di relazioni ispirate al pensiero della differenza. Una politica che agisce per proliferazione di buone pratiche e con la pazienza di costruire relazioni significative perché la città sia luogo “felice” di dialogo e confronto. Naturale quindi l’attenzione di Città Vicine a quanto è avvenuto in questi anni a Lampedusa, diventata luogo nevralgico del complesso fenomeno dell’emigrazione, naturale costruire con le associazioni che lo affrontano rapporti di collaborazione che vedono la rete partecipare per il terzo anno consecutivo al festival con diverse iniziative (quest’anno con l’allestimento della mostra “Lampedusa porta della vita” insieme all’associazione Colors Revolutions). Una sorta di “vacanza politica”, fra il desiderio e la difficoltà di entrare nella vita e nei problemi reali di un luogo come Lampedusa, da un lato l’isola di chi ci vive, dall’altro l’isola di chi fa la vacanza, da alcuni anni l’isola di chi vi approda sperando che sia solo una tappa per costruire il proprio destino in un mondo migliore di quello che si è lasciato.

Anna, Giusy, Pamela e io arriviamo il 17 luglio (Luca arriverà qualche giorno dopo). Il primo e il secondo giorno ce lo prendiamo per guardarci un po’ in giro, assistiamo agli ultimi ritocchi della mostra, vediamo la fatica e l’impegno dei volontari di Askavusa (l’associazione che cura l’organizzazione del festival) e di Colors Revolution. Il 19 luglio il LampedusaInFestival ha ufficialmente inizio ed è talmente ricco di eventi che da quel momento diventa difficile per noi dividerci tra le nuotate e il sole nelle spiagge di cala Madonna, isola dei conigli, cala Creta, cala Pisana, Ciatu Persu e gli appuntamenti del festival, sparsi nei vari luoghi dell’isola: dalla mostra “Con gli oggetti dei migranti” nella sede dell’area marina protetta, alla spiaggia dei conigli, con una lezione di Iain Chambers e la voce di Giacomo Sferlazzo, interprete di una canzone tradizionale dei pescatori di Lampedusa, a Piazza Castello per la visione serale di film e documentari. Ma c’è un altro luogo, oltre ai film in concorso, un luogo simbolico, in cui sembra sia stato possibile realizzare se non un incontro, almeno un gioco di sguardi per conoscere, per capire e capirsi.

Il luogo simbolico è l’arte, che guarda sempre un po’ più lontano.

Lampedusa porta della vita” e “Sostiene Sankara” sono i titoli delle mostre qui allestite.

Realizzata da Anna Di Salvo (Città Vicine), Katia Ricci (Città Vicine) e Rossella Sferlazzo (Colors Revolutions), la mostra “Lampedusa porta della vita” ha già nel titolo il messaggio vitale dell’apertura, sottolinea la gioia dell’incontro. Il mare come culla della vita contro il dramma e il dolore della morte, il mare come luogo di scambi, come ricchezza di incroci, incontri, relazioni. Artisti e artiste da varie parti d’Italia hanno inviato foto, dipinti, opere realizzate con materiali vari, tutti ispirati al mare e ai suoi colori interpretando il tema proposto dalle curatrici: esprimere “la drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. È questa un’emozione che vede partecipi anche le donne e gli uomini abitanti l’isola, in un’inter-azione di desideri, curiosità, perplessità e bellezza tra chi arriva e chi accoglie”. Nello spazio minuscolo della stanza, mentre viene proiettato il video realizzato da Mirella Clausi sulla vacanza politica delle Città Vicine “Lampedusa mon amour” del 2011, la mostra nella sua varietà rimanda in maniera immediata alla straordinaria storia del Mediterraneo, culla (è il caso di dirlo sottolineando il termine) di tre civiltà che ancora oggi in queste immagini appaiono unite, dai colori ai materiali ai visi e ai paesaggi. E a quel mare che facilità gli scambi e gli incontri. In fondo un grande abbraccio in segno di gratitudine all’isola, ai suoi colori e alla sua bellezza che non può che essere accogliente, un unico abbraccio verso chi abita l’isola e verso chi vi approda fra la paura e la speranza.

Sostiene Sankara”, curata da Amina e Kanjano, con fumetti di vari autori e un video di Silvestro Montanaro dal titolo “Sankara… e quel giorno uccisero la felicità”, viene raccontata la vita e la vicenda politica di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso (letteralmente “terra degli uomini integri”), finita con la sua morte 26 anni fa. La storia di una terra libera, del tentativo di una libera costruzione del proprio spazio politico, della lotta contro chi determina invece le condizioni di vita impossibili da cui i migranti sono costretti a fuggire. Nessuna esperienza di libertà e di autodeterminazione è stata possibile in Africa.

L’arte, la politica, la città. Il LampedusaInFestival è questo. Ed è questo anche il senso dell’impegno politico di Giusi Nicolini, da un anno sindaca di Lampedusa e Linosa, ma da anni attiva nelle associazioni ambientaliste. Seguire il suo discorso significa seguire il futuro possibile dell’isola, e sicuramente l’abbandono di quelle politiche che l’hanno soffocata.

Jeans, camicia bianca e cappellino giallo. Giusi Nicolini si presenta così all’inaugurazione del LampedusaInFestival, il 19 luglio 2013, sotto il sole ancora torrido delle sette di sera. È il momento più intenso di tutto il festival. Un momento fortemente carico di simboli. La cerimonia d’inaugurazione si svolge di fronte al mare, laddove è più aperto, perché la costa non presenta baie e insenature. A picco sul mare, il palco sul quale si esibiranno i gruppi in concerto e dal quale sta parlando la sindaca, è pronto lì da anni: è la parte superiore di un vecchio bunker che risale alla seconda guerra mondiale, quando Lampedusa era il primo avamposto per respingere gli Alleati. A pochi metri di distanza, di fronte al bunker, la “Porta di Lampedusa-Porta d’Europa”, opera di Mimmo Paladino. Dalle armi che respingono alla porta che accoglie. In fondo è la stessa trasformazione che Lampedusa ha operato in questi anni, e che traspare da ogni gesto e da ogni parola degli organizzatori e della nuova sindaca, orgogliosi di avere costruito il loro rapporto con i migranti sull’accoglienza e la solidarietà, anche a dispetto delle politiche volute dai vari governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni. Politiche che hanno arrecato ferite profonde alla cultura dell’accoglienza tipica di un isola persa in mezzo al mare, che fa parte della placca africana, e si trova più vicina all’Africa che all’Italia.

Il discorso di Giusi Nicolini, inizia però ricordando l’appello doloroso delle donne tunisine per ritrovare i loro uomini dispersi e la necessità di dare delle risposte concrete a quest’appello (“Appello per i migranti tunisini dispersi” http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995). Le donne tunisine stanno cercando circa 200 dispersi negli anni 2010-2012. È solo grazie a queste donne, sottolinea con forza la sindaca, che questi uomini non hanno smesso di esistere. La sua risposta all’appello è dunque un’esortazione – “prendiamo sul serio questo dolore” – ma anche una dura condanna – “Se esistono i migranti è per le scelte politiche dei governi” – e, infine, un’assunzione di responsabilità – “il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci”. Nella sua veste istituzionale Giusi Nicolini ha già inoltrato l’appello delle donne tunisine al presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ai ministri dell’Interno e degli Esteri e all’Unione Europea, in particolare per investire del problema l’agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.

Se i migranti arrivano disperati a Lampedusa è per le scelte politiche dei loro governi. Il compito politico di ognuno di noi è fare in modo che abbiano la possibilità di stare bene nei loro paesi d’origine. Ma il dato di fatto che i migranti fuggono dai loro paesi per le insostenibili condizioni di vita è ciò che viene sistematicamente oscurato da un’informazione che deforma la realtà e fa vedere nel migrante il nemico. L’immagine di moltitudini di migranti che arrivano a sorpresa sull’isola per assaltarla è falsa (è falsa e fuorviante la parola “sbarchi”, che dovrebbe essere sostituita da “soccorsi”), così come i numeri che sono stati dati qualche anno fa in coincidenza con gli eventi della primavera araba, per giustificare la politica dei respingimenti. Sono cose che a Lampedusa si sanno da sempre, così come da sempre è prevalsa, sulle paure create artificialmente, la cultura dell’ospitalità e della solidarietà.

Oggi Lampedusa è candidata al Nobel per la pace. Onorata, a nome della cittadinanza, Giusi Nicolini ha risposto a questa candidatura dicendo che prima occorre ottenere alcune cose di cui l’isola ha bisogno per meritare davvero questo alto riconoscimento: cambiare la legge Bossi-Fini e abolire alcune norme del pacchetto Maroni che oltre a essere odiose per i migranti condizionano negativamente e pesantemente i luoghi in cui arrivano.

(da “Girodivite”, 22 agosto 2013)

 

il 6-7-8 settembre 2013 a Corinaldo (Senigallia – AN)

Selene Lazzarini / Jean-Baptiste Maitre / Chiara Pergola

a cura di Fulvio Chimento.

Il programma del Festival è arricchito, l’8 SETTEMBRE 2013 ALLE ORE 21.30, dalla presenza di VANDANA SHIVA, che presenta il suo libro dal titolo: Storia dei semi, La Feltrinelli, 2013.

http://www.ayurveda-ashram.it/

www.facebook.com/ashram.joytinat

Il 6-7-8 settembre 2013 si svolge la III edizione del Festival *Dolce India*, organizzato dall’Associazione Joytinat Yoga e Ayurveda presso l’Ashram Joytinat di Corinaldo (Senigallia, AN), realtà fondata nel 2003 dal maestro indiano Swami Joythimayananda nella splendida cornice delle colline marchigiane. Il festival, organizzato dall’Associazione Joytinat Yoga e Ayurveda e ideato da Fulvio Chimento e Antonella Malaguti, funge da cassa di risonanza culturale al Convegno Internazionale di Ayurveda, che giunge quest’anno alla sua XV edizione, con un ricco programma dedicato alla letteratura, all’arte, alla fotografia, alla musica, alla danza, alla meditazione e alla cucina ayurvedica. In collaborazione con Regione Marche, Navdanya International e Aam Terra Nuova Edizioni. Ingresso libero a tutte le iniziative del Festival.

Italia-Oriente…

È questo il nome di una sezione specifica del Festival *Dolce India* dedicata a iniziative di particolare interesse nei confronti della cultura contemporanea. Sabato 7 settembre alle ore 18.30 verranno svelate le opere di Chiara Pergola (fino all’1 settembre 2013 è presente in mostra alla collettiva organizzata dal Museo MAMbo di Bologna: Autoritratti. Iscrizione del femminile nell’arte italiana contemporanea)e Jean-Baptiste Maitre, artista parigino residente in Olanda (Gallery Martin van Zomeren, Amsterdam), elaborate durante una residenza presso l’Ashram Joytinat; l’evento ideato e curato da Fulvio Chimento. L’iniziativa è tesa a creare un confronto tra la cultura occidentale e orientale attraverso l’arte contemporanea, e le opere, realizzate con materiali reperiti in loco, sono ispirate a una riflessione inerente i cinque elementi su cui si basa la filosofia indiana: terra, aria, fuoco, acqua, etere. I lavori dei due artisti affiancheranno quelli realizzati nella scorsa edizione da Umberto Chiodi e Valerio Giacone.

Completa il programma di Italia-Oriente l’installazione di Selene Lazzarini dal titolo Abitare il corpo, con cui l’artista si confronta con il tema principale della XV conferenza internazionale d’ayurveda: “l’arte dell’abitare” (inaugurazione ven. 6 settembre ore 18.30.

In foto: Alzabandiera. © Chiara Pergola.

di Marina Abramovic Institute

Lady Gaga in The Abramovic Method

di Cettina Tiralosi

La mia ricerca pittorica negli ultimi anni ha preso questa piega.
Si è piegata e ripiegata al digitale come quando si stira una stoffa per farle prendere la sua forma più gradevole al tatto e alla visione.
Dalla realizzazione del video “Dal Tramonto all’Alba” (2010) e l’installazione “Pomeriggio
d’Autunno” (2011), questa ultima esposizione “Arte e Libertà : qualità di un desiderio femminile agente” (2013) si dispiega in un percorso studiato mai improvvisato, tra il tempo e lo spazio vissuto e vivente, consapevole e scelto.
Uno spazio-tempo digitale non perfetto ma certamente luogo simbolico in virtù di un’esistenza autentica, essenziale e immediata.
Nell’arte come nella vita non cerco la “perfezione” perché è un’ambizione in verità troppo spesso ottenuta a costo di umiliazioni, invece cerco la “relazione vivente” da alimentare semplicemente come sorgente di benessere e felicità.
Questa è la mia esperienza negli anni più recenti ed è ciò che più ci individua, io credo, negli intrecci e sviluppi ad ogni evento realizzato insieme alle amiche dell’Associazione Italiana Alhambra.
Nelle mie opere digitali dedicate all’Etna, in mostra all’incontro di domani 29 luglio 2013 presso il Giardino delle Arti di Taormina, ho voluto rappresentarla come in una delle infinite combinazion di circostanze in concomitanza alla nostra vita quotidiana, al senso del nostro agire e stare al mondo, anziché sceglierla come vulcano-montagna nella sua veste più “spettacolare” di una episodica eruzione.
L’ho scelta nel nostro stare in sua presenza, come in un rito di libertà dalla paura della sua forza trasformatrice, come uno spiraglio d’aria tra una porta socchiusa in una giornata assolata d’estate.
La mia ambizione non è l’esibizione, ma la relazione.
La mia sfida e la mia scommessa in un ambiente arido se non distratto da timori e paure, è cercare l’accoglienza e l’ascolto, delizie di “frutti” irrinunciabili per vivere e gioire come rose del deserto.
Cettina Tiralosi

Pubblicato il 28 luglio 2013 sul blog
http://cettinatiralosiblognotes.wordpress.com/2013/07/28/storia-di-un-desiderio-femminile-agenteun-cambiamento-nelle-scelte-tra-il-tramonto-e-lalba/
cettinatiralosiblognotes.wordpress.com
cettinatiralosi@yahoo.com

La cacciatrice è in Laguna. Ileana Sonnabend a Ca’ Pesaro

La Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro ospita la collezione di Ileana Sonnabend, talent scout, collezionista e amante dell’arte. Ecco come un museo si trasforma in un percorso didattico lungo cento anni. A Venezia, fino al 29 settembre.(LEGGI)


Passeggiata internazionale tra i Padiglioni della Biennale, dove ci si ricorda quanto ogni luogo e ogni essere umano siano diversi…

Regia e montaggio Domenico Palma, luglio 2013

 

MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna, via Don Giovanni Minzoni, 4. In occasione di Biografilm Festival 2013, dal 15 giugno al 14 luglio proiezione del film Pussy Riot – A Punk Prayer (titolo originale Pokazatelnyy protsess: Istoriya Pussy Riot) nella sala video all’interno della Collezione Permanente MAMbo.
Pussy Riot – A Punk Prayer
Titolo Originale:Pokazatelnyy protsess: Istoriya Pussy Riot
Regia: Mike Lerner, Maxim Pozdorovkin
Paese: Russia, UK
Anno: 2013
Durata: 90 minuti
Proiezioni: martedì, mercoledì e venerdì h 12.30, 14.00, 15.30; giovedì, sabato e domenica h 12.30, 14.00, 15.30, 17.00, 18.30 (lunedì chiuso)Per ulteriori informazioni:

www.biografilm.it/2013/

intervista

Perché sono felice

Marina Abramovic’, la più celebre protagonista di performance shock, racconta com’è cambiata: “Ora basta provocazioni, voglio trasmettere una nuova serenità”

di Andrea Visconti da “La Repubblica”

“Sono felice. Una felicità interiore profonda che non ho mai provato in vita mia. Lo scriva, ci tengo tanto che si sappia”, dice la performance artist Marina Abramovic’ arrivata all’angolo di casa, al termine di una lunga chiacchierata sulla carriera che nell’arco di quarant’anni l’ha portata da Belgrado, dove è nata, fino a New York, dove abita e lavora da una quindicina d’anni.

di Carlotta Susca

In Guardami, Jennifer Egan ha rivolto le proprie attenzioni allo sguardo prima che alla percezione del trascorrere degli anni (con cui ha costruito un rizoma malinconico sull’ineluttabilità della perdita nelle relazioni), e sullo sguardo intesse una riflessione sfaccettata, dai molteplici riverberi. Abbiamo Charlotte, la modella sfigurata e ricostruita chirurgicamente che ha perso l’identità derivatale dall’aspetto fisico, e con essa tutta la rete di relazioni legate al mondo della moda; Moose, che ha cambiato la propria percezione del mondo in seguito a una concatenazione di riflessioni derivanti dalla consapevolezza che l’introduzione di specchi e vetri ha stravolto arredamento e abbigliamento nel Medioevo; un detective, Antony Halliday, che ovviamente passa la propria vita a osservare gli altri; Charlotte (omonima), che insegna a suo fratello l’imperturbabilità del volto e guadagna sicurezza dall’assenza degli occhiali; Z./Aziz/Michael, terrorista mediorientale conquistato progressivamente dalla cultura made in Usa, e paradigmaticamente in viaggio verso Ovest, sempre più a Ovest, fino a far smarrire al lettore le proprie tracce mentre punta al miraggio cinematografico (ancora: visione!) di Los Angeles.

Poi abbiamo la “stanza degli specchi”, metafora del successo, che si rivela – ovviamente – effimero. E la prefigurazione dei social network, che Gianluigi Ricuperati sottolinea nella sua recensione sulla Repubblica. Insomma: seppur con lungaggini a tratti intollerabili, un montaggio lento per almeno quattro quinti del libro, una struttura, in definitiva, che se creata in Italia sarebbe stata opportunamente “asciugata” dalla maggior parte degli editor, i pregi di Guardami sono nel richiamo costante delle tematiche fra i vari personaggi; in quello che, in effetti, è un gioco di specchi. In cui la visibilità che nelle Lezioni americane di Italo Calvino era trattata come facoltà dell’ingegno, capacità immaginativa più o meno scientifica, analitica o sintetica, infinitesimale o tendente all’infinito, è trattata come costruzione di superficie volta all’ipnosi dello spettatore: il dominio statunitense è quello dei cataloghi di moda di infimo ordine, il mondo del fashion è composizione di bellezze interscambiabili. E il racconto di una vita emblematica perché ordinaria o straordinaria è costruzione di immagini che funzionano, corredo di video che stravolgono la realtà a vantaggio della presenza di controfigure che bucano lo schermo.

 

Jennifer Egan, Guardami

E se l’invasione di immagini è una violenza a cui si è assuefatti, ma non abbastanza da non riuscire, a tratti, ancora a rendersene conto, ecco che un’opera d’arte viva benché decadente (nella sua quotidiana mortalità e nel disfacimento proprio della vita) regala allo spettatore uno sguardo di rimando, la percezione di essere a propria volta visibile, punto di concentrazione tattile di una identità.

Nella performance al MoMA, The Artist is Present, Marina Abramović restituisce all’osservatore lo sguardo: non è tanto l’artista presente a suscitare l’interesse delle masse appostate per quindici minuti non già di celebrità, quanto, forse, di eternità, così come non è la percezione di far parte di un’opera d’arte a dare a quelle masse l’impressione di essere centrali in un’opera al pari dell’opera stessa, che senza di loro non esisterebbe. Lo spettatore sente di essere guardato, di non essere più, appunto, solo spettatore, ma anche oggetto di attenzione e, in quanto tale, protagonista di un processo, non comprimario. Se di opera d’arte si tratti non sono in grado di giudicarlo, ma credo che sia quantomeno anche un’indagine sociologica o, meglio, che lo sia suo malgrado, forse. Lo spettatore riabilitato nella sua importanza identitaria, come Aziz che, da fruitore rancoroso della cultura occidentale, finisce per abbracciarla nel momento in cui gli è concesso di prenderne parte: e allora la visione non è più una violenza ma, entrati nel meccanismo, si diventa parte della fascinazione, produttori di meraviglia (per citare ancora Ricuperati, il cui ultimo libro si intitola La produzione di meraviglia).

È la seconda puntata della miniserie Black mirror a riassumere il modo in cui il sistema della visione sia in grado di blandire lo spettatore potenzialmente dissidente facendolo entrare nello spettacolo, disinnescandone il potenziale sovversivo. E se questo è stato compreso a fondo dalla Egan, non so quanto intenzionalmente la Abramović lo metta in atto, ma di sicuro contribuisce a focalizzare l’attuarsi del processo.

Carlotta Susca