da “Girodivite”, 22 agosto 2013
LampedusaInFestival 2013: arte e politica sulla porta tra Africa e Europa
di Pina La Villa
Ho seguito gli eventi di LampedusaInFestival (19-23 luglio 2013) insieme alle amiche e agli amici della rete delle Città Vicine, una rete che tiene insieme – vicine per l’appunto – realtà associative sparse per l’Italia che hanno come comune denominatore il radicamento nella città e nel territorio, verso i quali attuano una politica di cura e di relazioni ispirate al pensiero della differenza. Una politica che agisce per proliferazione di buone pratiche e con la pazienza di costruire relazioni significative perché la città sia luogo “felice” di dialogo e confronto. Naturale quindi l’attenzione di Città Vicine a quanto è avvenuto in questi anni a Lampedusa, diventata luogo nevralgico del complesso fenomeno dell’emigrazione, naturale costruire con le associazioni che lo affrontano rapporti di collaborazione che vedono la rete partecipare per il terzo anno consecutivo al festival con diverse iniziative (quest’anno con l’allestimento della mostra “Lampedusa porta della vita” insieme all’associazione Colors Revolutions). Una sorta di “vacanza politica”, fra il desiderio e la difficoltà di entrare nella vita e nei problemi reali di un luogo come Lampedusa, da un lato l’isola di chi ci vive, dall’altro l’isola di chi fa la vacanza, da alcuni anni l’isola di chi vi approda sperando che sia solo una tappa per costruire il proprio destino in un mondo migliore di quello che si è lasciato.
Anna, Giusy, Pamela e io arriviamo il 17 luglio (Luca arriverà qualche giorno dopo). Il primo e il secondo giorno ce lo prendiamo per guardarci un po’ in giro, assistiamo agli ultimi ritocchi della mostra, vediamo la fatica e l’impegno dei volontari di Askavusa (l’associazione che cura l’organizzazione del festival) e di Colors Revolution. Il 19 luglio il LampedusaInFestival ha ufficialmente inizio ed è talmente ricco di eventi che da quel momento diventa difficile per noi dividerci tra le nuotate e il sole nelle spiagge di cala Madonna, isola dei conigli, cala Creta, cala Pisana, Ciatu Persu e gli appuntamenti del festival, sparsi nei vari luoghi dell’isola: dalla mostra “Con gli oggetti dei migranti” nella sede dell’area marina protetta, alla spiaggia dei conigli, con una lezione di Iain Chambers e la voce di Giacomo Sferlazzo, interprete di una canzone tradizionale dei pescatori di Lampedusa, a Piazza Castello per la visione serale di film e documentari. Ma c’è un altro luogo, oltre ai film in concorso, un luogo simbolico, in cui sembra sia stato possibile realizzare se non un incontro, almeno un gioco di sguardi per conoscere, per capire e capirsi.
Il luogo simbolico è l’arte, che guarda sempre un po’ più lontano.
“Lampedusa porta della vita” e “Sostiene Sankara” sono i titoli delle mostre qui allestite.
Realizzata da Anna Di Salvo (Città Vicine), Katia Ricci (Città Vicine) e Rossella Sferlazzo (Colors Revolutions), la mostra “Lampedusa porta della vita” ha già nel titolo il messaggio vitale dell’apertura, sottolinea la gioia dell’incontro. Il mare come culla della vita contro il dramma e il dolore della morte, il mare come luogo di scambi, come ricchezza di incroci, incontri, relazioni. Artisti e artiste da varie parti d’Italia hanno inviato foto, dipinti, opere realizzate con materiali vari, tutti ispirati al mare e ai suoi colori interpretando il tema proposto dalle curatrici: esprimere “la drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. È questa un’emozione che vede partecipi anche le donne e gli uomini abitanti l’isola, in un’inter-azione di desideri, curiosità, perplessità e bellezza tra chi arriva e chi accoglie”. Nello spazio minuscolo della stanza, mentre viene proiettato il video realizzato da Mirella Clausi sulla vacanza politica delle Città Vicine “Lampedusa mon amour” del 2011, la mostra nella sua varietà rimanda in maniera immediata alla straordinaria storia del Mediterraneo, culla (è il caso di dirlo sottolineando il termine) di tre civiltà che ancora oggi in queste immagini appaiono unite, dai colori ai materiali ai visi e ai paesaggi. E a quel mare che facilità gli scambi e gli incontri. In fondo un grande abbraccio in segno di gratitudine all’isola, ai suoi colori e alla sua bellezza che non può che essere accogliente, un unico abbraccio verso chi abita l’isola e verso chi vi approda fra la paura e la speranza.
“Sostiene Sankara”, curata da Amina e Kanjano, con fumetti di vari autori e un video di Silvestro Montanaro dal titolo “Sankara… e quel giorno uccisero la felicità”, viene raccontata la vita e la vicenda politica di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso (letteralmente “terra degli uomini integri”), finita con la sua morte 26 anni fa. La storia di una terra libera, del tentativo di una libera costruzione del proprio spazio politico, della lotta contro chi determina invece le condizioni di vita impossibili da cui i migranti sono costretti a fuggire. Nessuna esperienza di libertà e di autodeterminazione è stata possibile in Africa.
L’arte, la politica, la città. Il LampedusaInFestival è questo. Ed è questo anche il senso dell’impegno politico di Giusi Nicolini, da un anno sindaca di Lampedusa e Linosa, ma da anni attiva nelle associazioni ambientaliste. Seguire il suo discorso significa seguire il futuro possibile dell’isola, e sicuramente l’abbandono di quelle politiche che l’hanno soffocata.
Jeans, camicia bianca e cappellino giallo. Giusi Nicolini si presenta così all’inaugurazione del LampedusaInFestival, il 19 luglio 2013, sotto il sole ancora torrido delle sette di sera. È il momento più intenso di tutto il festival. Un momento fortemente carico di simboli. La cerimonia d’inaugurazione si svolge di fronte al mare, laddove è più aperto, perché la costa non presenta baie e insenature. A picco sul mare, il palco sul quale si esibiranno i gruppi in concerto e dal quale sta parlando la sindaca, è pronto lì da anni: è la parte superiore di un vecchio bunker che risale alla seconda guerra mondiale, quando Lampedusa era il primo avamposto per respingere gli Alleati. A pochi metri di distanza, di fronte al bunker, la “Porta di Lampedusa-Porta d’Europa”, opera di Mimmo Paladino. Dalle armi che respingono alla porta che accoglie. In fondo è la stessa trasformazione che Lampedusa ha operato in questi anni, e che traspare da ogni gesto e da ogni parola degli organizzatori e della nuova sindaca, orgogliosi di avere costruito il loro rapporto con i migranti sull’accoglienza e la solidarietà, anche a dispetto delle politiche volute dai vari governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni. Politiche che hanno arrecato ferite profonde alla cultura dell’accoglienza tipica di un isola persa in mezzo al mare, che fa parte della placca africana, e si trova più vicina all’Africa che all’Italia.
Il discorso di Giusi Nicolini, inizia però ricordando l’appello doloroso delle donne tunisine per ritrovare i loro uomini dispersi e la necessità di dare delle risposte concrete a quest’appello (“Appello per i migranti tunisini dispersi” http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995). Le donne tunisine stanno cercando circa 200 dispersi negli anni 2010-2012. È solo grazie a queste donne, sottolinea con forza la sindaca, che questi uomini non hanno smesso di esistere. La sua risposta all’appello è dunque un’esortazione – “prendiamo sul serio questo dolore” – ma anche una dura condanna – “Se esistono i migranti è per le scelte politiche dei governi” – e, infine, un’assunzione di responsabilità – “il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci”. Nella sua veste istituzionale Giusi Nicolini ha già inoltrato l’appello delle donne tunisine al presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ai ministri dell’Interno e degli Esteri e all’Unione Europea, in particolare per investire del problema l’agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.
Se i migranti arrivano disperati a Lampedusa è per le scelte politiche dei loro governi. Il compito politico di ognuno di noi è fare in modo che abbiano la possibilità di stare bene nei loro paesi d’origine. Ma il dato di fatto che i migranti fuggono dai loro paesi per le insostenibili condizioni di vita è ciò che viene sistematicamente oscurato da un’informazione che deforma la realtà e fa vedere nel migrante il nemico. L’immagine di moltitudini di migranti che arrivano a sorpresa sull’isola per assaltarla è falsa (è falsa e fuorviante la parola “sbarchi”, che dovrebbe essere sostituita da “soccorsi”), così come i numeri che sono stati dati qualche anno fa in coincidenza con gli eventi della primavera araba, per giustificare la politica dei respingimenti. Sono cose che a Lampedusa si sanno da sempre, così come da sempre è prevalsa, sulle paure create artificialmente, la cultura dell’ospitalità e della solidarietà.
Oggi Lampedusa è candidata al Nobel per la pace. Onorata, a nome della cittadinanza, Giusi Nicolini ha risposto a questa candidatura dicendo che prima occorre ottenere alcune cose di cui l’isola ha bisogno per meritare davvero questo alto riconoscimento: cambiare la legge Bossi-Fini e abolire alcune norme del pacchetto Maroni che oltre a essere odiose per i migranti condizionano negativamente e pesantemente i luoghi in cui arrivano.
(da “Girodivite”, 22 agosto 2013)
da “Girodivite”, 22 agosto 2013
LampedusaInFestival 2013: arte e politica sulla porta tra Africa e Europa
di Pina La Villa
Ho seguito gli eventi di LampedusaInFestival (19-23 luglio 2013) insieme alle amiche e agli amici della rete delle Città Vicine, una rete che tiene insieme – vicine per l’appunto – realtà associative sparse per l’Italia che hanno come comune denominatore il radicamento nella città e nel territorio, verso i quali attuano una politica di cura e di relazioni ispirate al pensiero della differenza. Una politica che agisce per proliferazione di buone pratiche e con la pazienza di costruire relazioni significative perché la città sia luogo “felice” di dialogo e confronto. Naturale quindi l’attenzione di Città Vicine a quanto è avvenuto in questi anni a Lampedusa, diventata luogo nevralgico del complesso fenomeno dell’emigrazione, naturale costruire con le associazioni che lo affrontano rapporti di collaborazione che vedono la rete partecipare per il terzo anno consecutivo al festival con diverse iniziative (quest’anno con l’allestimento della mostra “Lampedusa porta della vita” insieme all’associazione Colors Revolutions). Una sorta di “vacanza politica”, fra il desiderio e la difficoltà di entrare nella vita e nei problemi reali di un luogo come Lampedusa, da un lato l’isola di chi ci vive, dall’altro l’isola di chi fa la vacanza, da alcuni anni l’isola di chi vi approda sperando che sia solo una tappa per costruire il proprio destino in un mondo migliore di quello che si è lasciato.
Anna, Giusy, Pamela e io arriviamo il 17 luglio (Luca arriverà qualche giorno dopo). Il primo e il secondo giorno ce lo prendiamo per guardarci un po’ in giro, assistiamo agli ultimi ritocchi della mostra, vediamo la fatica e l’impegno dei volontari di Askavusa (l’associazione che cura l’organizzazione del festival) e di Colors Revolution. Il 19 luglio il LampedusaInFestival ha ufficialmente inizio ed è talmente ricco di eventi che da quel momento diventa difficile per noi dividerci tra le nuotate e il sole nelle spiagge di cala Madonna, isola dei conigli, cala Creta, cala Pisana, Ciatu Persu e gli appuntamenti del festival, sparsi nei vari luoghi dell’isola: dalla mostra “Con gli oggetti dei migranti” nella sede dell’area marina protetta, alla spiaggia dei conigli, con una lezione di Iain Chambers e la voce di Giacomo Sferlazzo, interprete di una canzone tradizionale dei pescatori di Lampedusa, a Piazza Castello per la visione serale di film e documentari. Ma c’è un altro luogo, oltre ai film in concorso, un luogo simbolico, in cui sembra sia stato possibile realizzare se non un incontro, almeno un gioco di sguardi per conoscere, per capire e capirsi.
Il luogo simbolico è l’arte, che guarda sempre un po’ più lontano.
“Lampedusa porta della vita” e “Sostiene Sankara” sono i titoli delle mostre qui allestite.
Realizzata da Anna Di Salvo (Città Vicine), Katia Ricci (Città Vicine) e Rossella Sferlazzo (Colors Revolutions), la mostra “Lampedusa porta della vita” ha già nel titolo il messaggio vitale dell’apertura, sottolinea la gioia dell’incontro. Il mare come culla della vita contro il dramma e il dolore della morte, il mare come luogo di scambi, come ricchezza di incroci, incontri, relazioni. Artisti e artiste da varie parti d’Italia hanno inviato foto, dipinti, opere realizzate con materiali vari, tutti ispirati al mare e ai suoi colori interpretando il tema proposto dalle curatrici: esprimere “la drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. È questa un’emozione che vede partecipi anche le donne e gli uomini abitanti l’isola, in un’inter-azione di desideri, curiosità, perplessità e bellezza tra chi arriva e chi accoglie”. Nello spazio minuscolo della stanza, mentre viene proiettato il video realizzato da Mirella Clausi sulla vacanza politica delle Città Vicine “Lampedusa mon amour” del 2011, la mostra nella sua varietà rimanda in maniera immediata alla straordinaria storia del Mediterraneo, culla (è il caso di dirlo sottolineando il termine) di tre civiltà che ancora oggi in queste immagini appaiono unite, dai colori ai materiali ai visi e ai paesaggi. E a quel mare che facilità gli scambi e gli incontri. In fondo un grande abbraccio in segno di gratitudine all’isola, ai suoi colori e alla sua bellezza che non può che essere accogliente, un unico abbraccio verso chi abita l’isola e verso chi vi approda fra la paura e la speranza.
“Sostiene Sankara”, curata da Amina e Kanjano, con fumetti di vari autori e un video di Silvestro Montanaro dal titolo “Sankara… e quel giorno uccisero la felicità”, viene raccontata la vita e la vicenda politica di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso (letteralmente “terra degli uomini integri”), finita con la sua morte 26 anni fa. La storia di una terra libera, del tentativo di una libera costruzione del proprio spazio politico, della lotta contro chi determina invece le condizioni di vita impossibili da cui i migranti sono costretti a fuggire. Nessuna esperienza di libertà e di autodeterminazione è stata possibile in Africa.
L’arte, la politica, la città. Il LampedusaInFestival è questo. Ed è questo anche il senso dell’impegno politico di Giusi Nicolini, da un anno sindaca di Lampedusa e Linosa, ma da anni attiva nelle associazioni ambientaliste. Seguire il suo discorso significa seguire il futuro possibile dell’isola, e sicuramente l’abbandono di quelle politiche che l’hanno soffocata.
Jeans, camicia bianca e cappellino giallo. Giusi Nicolini si presenta così all’inaugurazione del LampedusaInFestival, il 19 luglio 2013, sotto il sole ancora torrido delle sette di sera. È il momento più intenso di tutto il festival. Un momento fortemente carico di simboli. La cerimonia d’inaugurazione si svolge di fronte al mare, laddove è più aperto, perché la costa non presenta baie e insenature. A picco sul mare, il palco sul quale si esibiranno i gruppi in concerto e dal quale sta parlando la sindaca, è pronto lì da anni: è la parte superiore di un vecchio bunker che risale alla seconda guerra mondiale, quando Lampedusa era il primo avamposto per respingere gli Alleati. A pochi metri di distanza, di fronte al bunker, la “Porta di Lampedusa-Porta d’Europa”, opera di Mimmo Paladino. Dalle armi che respingono alla porta che accoglie. In fondo è la stessa trasformazione che Lampedusa ha operato in questi anni, e che traspare da ogni gesto e da ogni parola degli organizzatori e della nuova sindaca, orgogliosi di avere costruito il loro rapporto con i migranti sull’accoglienza e la solidarietà, anche a dispetto delle politiche volute dai vari governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni. Politiche che hanno arrecato ferite profonde alla cultura dell’accoglienza tipica di un isola persa in mezzo al mare, che fa parte della placca africana, e si trova più vicina all’Africa che all’Italia.
Il discorso di Giusi Nicolini, inizia però ricordando l’appello doloroso delle donne tunisine per ritrovare i loro uomini dispersi e la necessità di dare delle risposte concrete a quest’appello (“Appello per i migranti tunisini dispersi” http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995). Le donne tunisine stanno cercando circa 200 dispersi negli anni 2010-2012. È solo grazie a queste donne, sottolinea con forza la sindaca, che questi uomini non hanno smesso di esistere. La sua risposta all’appello è dunque un’esortazione – “prendiamo sul serio questo dolore” – ma anche una dura condanna – “Se esistono i migranti è per le scelte politiche dei governi” – e, infine, un’assunzione di responsabilità – “il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci”. Nella sua veste istituzionale Giusi Nicolini ha già inoltrato l’appello delle donne tunisine al presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ai ministri dell’Interno e degli Esteri e all’Unione Europea, in particolare per investire del problema l’agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.
Se i migranti arrivano disperati a Lampedusa è per le scelte politiche dei loro governi. Il compito politico di ognuno di noi è fare in modo che abbiano la possibilità di stare bene nei loro paesi d’origine. Ma il dato di fatto che i migranti fuggono dai loro paesi per le insostenibili condizioni di vita è ciò che viene sistematicamente oscurato da un’informazione che deforma la realtà e fa vedere nel migrante il nemico. L’immagine di moltitudini di migranti che arrivano a sorpresa sull’isola per assaltarla è falsa (è falsa e fuorviante la parola “sbarchi”, che dovrebbe essere sostituita da “soccorsi”), così come i numeri che sono stati dati qualche anno fa in coincidenza con gli eventi della primavera araba, per giustificare la politica dei respingimenti. Sono cose che a Lampedusa si sanno da sempre, così come da sempre è prevalsa, sulle paure create artificialmente, la cultura dell’ospitalità e della solidarietà.
Oggi Lampedusa è candidata al Nobel per la pace. Onorata, a nome della cittadinanza, Giusi Nicolini ha risposto a questa candidatura dicendo che prima occorre ottenere alcune cose di cui l’isola ha bisogno per meritare davvero questo alto riconoscimento: cambiare la legge Bossi-Fini e abolire alcune norme del pacchetto Maroni che oltre a essere odiose per i migranti condizionano negativamente e pesantemente i luoghi in cui arrivano.
(da “Girodivite”, 22 agosto 2013)
il 6-7-8 settembre 2013 a Corinaldo (Senigallia – AN)
Selene Lazzarini / Jean-Baptiste Maitre / Chiara Pergola
a cura di Fulvio Chimento.
Il programma del Festival è arricchito, l’8 SETTEMBRE 2013 ALLE ORE 21.30, dalla presenza di VANDANA SHIVA, che presenta il suo libro dal titolo: Storia dei semi, La Feltrinelli, 2013.
http://www.ayurveda-ashram.it/
www.facebook.com/ashram.joytinat
—
Il 6-7-8 settembre 2013 si svolge la III edizione del Festival *Dolce India*, organizzato dall’Associazione Joytinat Yoga e Ayurveda presso l’Ashram Joytinat di Corinaldo (Senigallia, AN), realtà fondata nel 2003 dal maestro indiano Swami Joythimayananda nella splendida cornice delle colline marchigiane. Il festival, organizzato dall’Associazione Joytinat Yoga e Ayurveda e ideato da Fulvio Chimento e Antonella Malaguti, funge da cassa di risonanza culturale al Convegno Internazionale di Ayurveda, che giunge quest’anno alla sua XV edizione, con un ricco programma dedicato alla letteratura, all’arte, alla fotografia, alla musica, alla danza, alla meditazione e alla cucina ayurvedica. In collaborazione con Regione Marche, Navdanya International e Aam Terra Nuova Edizioni. Ingresso libero a tutte le iniziative del Festival.
Italia-Oriente…
È questo il nome di una sezione specifica del Festival *Dolce India* dedicata a iniziative di particolare interesse nei confronti della cultura contemporanea. Sabato 7 settembre alle ore 18.30 verranno svelate le opere di Chiara Pergola (fino all’1 settembre 2013 è presente in mostra alla collettiva organizzata dal Museo MAMbo di Bologna: Autoritratti. Iscrizione del femminile nell’arte italiana contemporanea)e Jean-Baptiste Maitre, artista parigino residente in Olanda (Gallery Martin van Zomeren, Amsterdam), elaborate durante una residenza presso l’Ashram Joytinat; l’evento ideato e curato da Fulvio Chimento. L’iniziativa è tesa a creare un confronto tra la cultura occidentale e orientale attraverso l’arte contemporanea, e le opere, realizzate con materiali reperiti in loco, sono ispirate a una riflessione inerente i cinque elementi su cui si basa la filosofia indiana: terra, aria, fuoco, acqua, etere. I lavori dei due artisti affiancheranno quelli realizzati nella scorsa edizione da Umberto Chiodi e Valerio Giacone.
Completa il programma di Italia-Oriente l’installazione di Selene Lazzarini dal titolo Abitare il corpo, con cui l’artista si confronta con il tema principale della XV conferenza internazionale d’ayurveda: “l’arte dell’abitare” (inaugurazione ven. 6 settembre ore 18.30.
In foto: Alzabandiera. © Chiara Pergola.
di Cettina Tiralosi
La mia ricerca pittorica negli ultimi anni ha preso questa piega.
Si è piegata e ripiegata al digitale come quando si stira una stoffa per farle prendere la sua forma più gradevole al tatto e alla visione.
Dalla realizzazione del video “Dal Tramonto all’Alba” (2010) e l’installazione “Pomeriggio
d’Autunno” (2011), questa ultima esposizione “Arte e Libertà : qualità di un desiderio femminile agente” (2013) si dispiega in un percorso studiato mai improvvisato, tra il tempo e lo spazio vissuto e vivente, consapevole e scelto.
Uno spazio-tempo digitale non perfetto ma certamente luogo simbolico in virtù di un’esistenza autentica, essenziale e immediata.
Nell’arte come nella vita non cerco la “perfezione” perché è un’ambizione in verità troppo spesso ottenuta a costo di umiliazioni, invece cerco la “relazione vivente” da alimentare semplicemente come sorgente di benessere e felicità.
Questa è la mia esperienza negli anni più recenti ed è ciò che più ci individua, io credo, negli intrecci e sviluppi ad ogni evento realizzato insieme alle amiche dell’Associazione Italiana Alhambra.
Nelle mie opere digitali dedicate all’Etna, in mostra all’incontro di domani 29 luglio 2013 presso il Giardino delle Arti di Taormina, ho voluto rappresentarla come in una delle infinite combinazion di circostanze in concomitanza alla nostra vita quotidiana, al senso del nostro agire e stare al mondo, anziché sceglierla come vulcano-montagna nella sua veste più “spettacolare” di una episodica eruzione.
L’ho scelta nel nostro stare in sua presenza, come in un rito di libertà dalla paura della sua forza trasformatrice, come uno spiraglio d’aria tra una porta socchiusa in una giornata assolata d’estate.
La mia ambizione non è l’esibizione, ma la relazione.
La mia sfida e la mia scommessa in un ambiente arido se non distratto da timori e paure, è cercare l’accoglienza e l’ascolto, delizie di “frutti” irrinunciabili per vivere e gioire come rose del deserto.
Cettina Tiralosi
Pubblicato il 28 luglio 2013 sul blog
http://cettinatiralosiblognotes.wordpress.com/2013/07/28/storia-di-un-desiderio-femminile-agenteun-cambiamento-nelle-scelte-tra-il-tramonto-e-lalba/
cettinatiralosiblognotes.wordpress.com
cettinatiralosi@yahoo.com
La cacciatrice è in Laguna. Ileana Sonnabend a Ca’ Pesaro
La Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro ospita la collezione di Ileana Sonnabend, talent scout, collezionista e amante dell’arte. Ecco come un museo si trasforma in un percorso didattico lungo cento anni. A Venezia, fino al 29 settembre.(LEGGI)
Passeggiata internazionale tra i Padiglioni della Biennale, dove ci si ricorda quanto ogni luogo e ogni essere umano siano diversi…
Regia e montaggio Domenico Palma, luglio 2013
MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna, via Don Giovanni Minzoni, 4. In occasione di Biografilm Festival 2013, dal 15 giugno al 14 luglio proiezione del film Pussy Riot – A Punk Prayer (titolo originale Pokazatelnyy protsess: Istoriya Pussy Riot) nella sala video all’interno della Collezione Permanente MAMbo.
Pussy Riot – A Punk Prayer
Titolo Originale:Pokazatelnyy protsess: Istoriya Pussy Riot
Regia: Mike Lerner, Maxim Pozdorovkin
Paese: Russia, UK
Anno: 2013
Durata: 90 minuti
Proiezioni: martedì, mercoledì e venerdì h 12.30, 14.00, 15.30; giovedì, sabato e domenica h 12.30, 14.00, 15.30, 17.00, 18.30 (lunedì chiuso)Per ulteriori informazioni:
www.biografilm.it/2013/
intervista
Perché sono felice
Marina Abramovic’, la più celebre protagonista di performance shock, racconta com’è cambiata: “Ora basta provocazioni, voglio trasmettere una nuova serenità”
di Andrea Visconti da “La Repubblica”
“Sono felice. Una felicità interiore profonda che non ho mai provato in vita mia. Lo scriva, ci tengo tanto che si sappia”, dice la performance artist Marina Abramovic’ arrivata all’angolo di casa, al termine di una lunga chiacchierata sulla carriera che nell’arco di quarant’anni l’ha portata da Belgrado, dove è nata, fino a New York, dove abita e lavora da una quindicina d’anni.
di Carlotta Susca
In Guardami, Jennifer Egan ha rivolto le proprie attenzioni allo sguardo prima che alla percezione del trascorrere degli anni (con cui ha costruito un rizoma malinconico sull’ineluttabilità della perdita nelle relazioni), e sullo sguardo intesse una riflessione sfaccettata, dai molteplici riverberi. Abbiamo Charlotte, la modella sfigurata e ricostruita chirurgicamente che ha perso l’identità derivatale dall’aspetto fisico, e con essa tutta la rete di relazioni legate al mondo della moda; Moose, che ha cambiato la propria percezione del mondo in seguito a una concatenazione di riflessioni derivanti dalla consapevolezza che l’introduzione di specchi e vetri ha stravolto arredamento e abbigliamento nel Medioevo; un detective, Antony Halliday, che ovviamente passa la propria vita a osservare gli altri; Charlotte (omonima), che insegna a suo fratello l’imperturbabilità del volto e guadagna sicurezza dall’assenza degli occhiali; Z./Aziz/Michael, terrorista mediorientale conquistato progressivamente dalla cultura made in Usa, e paradigmaticamente in viaggio verso Ovest, sempre più a Ovest, fino a far smarrire al lettore le proprie tracce mentre punta al miraggio cinematografico (ancora: visione!) di Los Angeles.
Poi abbiamo la “stanza degli specchi”, metafora del successo, che si rivela – ovviamente – effimero. E la prefigurazione dei social network, che Gianluigi Ricuperati sottolinea nella sua recensione sulla Repubblica. Insomma: seppur con lungaggini a tratti intollerabili, un montaggio lento per almeno quattro quinti del libro, una struttura, in definitiva, che se creata in Italia sarebbe stata opportunamente “asciugata” dalla maggior parte degli editor, i pregi di Guardami sono nel richiamo costante delle tematiche fra i vari personaggi; in quello che, in effetti, è un gioco di specchi. In cui la visibilità che nelle Lezioni americane di Italo Calvino era trattata come facoltà dell’ingegno, capacità immaginativa più o meno scientifica, analitica o sintetica, infinitesimale o tendente all’infinito, è trattata come costruzione di superficie volta all’ipnosi dello spettatore: il dominio statunitense è quello dei cataloghi di moda di infimo ordine, il mondo del fashion è composizione di bellezze interscambiabili. E il racconto di una vita emblematica perché ordinaria o straordinaria è costruzione di immagini che funzionano, corredo di video che stravolgono la realtà a vantaggio della presenza di controfigure che bucano lo schermo.
Jennifer Egan, Guardami
E se l’invasione di immagini è una violenza a cui si è assuefatti, ma non abbastanza da non riuscire, a tratti, ancora a rendersene conto, ecco che un’opera d’arte viva benché decadente (nella sua quotidiana mortalità e nel disfacimento proprio della vita) regala allo spettatore uno sguardo di rimando, la percezione di essere a propria volta visibile, punto di concentrazione tattile di una identità.
Nella performance al MoMA, The Artist is Present, Marina Abramović restituisce all’osservatore lo sguardo: non è tanto l’artista presente a suscitare l’interesse delle masse appostate per quindici minuti non già di celebrità, quanto, forse, di eternità, così come non è la percezione di far parte di un’opera d’arte a dare a quelle masse l’impressione di essere centrali in un’opera al pari dell’opera stessa, che senza di loro non esisterebbe. Lo spettatore sente di essere guardato, di non essere più, appunto, solo spettatore, ma anche oggetto di attenzione e, in quanto tale, protagonista di un processo, non comprimario. Se di opera d’arte si tratti non sono in grado di giudicarlo, ma credo che sia quantomeno anche un’indagine sociologica o, meglio, che lo sia suo malgrado, forse. Lo spettatore riabilitato nella sua importanza identitaria, come Aziz che, da fruitore rancoroso della cultura occidentale, finisce per abbracciarla nel momento in cui gli è concesso di prenderne parte: e allora la visione non è più una violenza ma, entrati nel meccanismo, si diventa parte della fascinazione, produttori di meraviglia (per citare ancora Ricuperati, il cui ultimo libro si intitola La produzione di meraviglia).
È la seconda puntata della miniserie Black mirror a riassumere il modo in cui il sistema della visione sia in grado di blandire lo spettatore potenzialmente dissidente facendolo entrare nello spettacolo, disinnescandone il potenziale sovversivo. E se questo è stato compreso a fondo dalla Egan, non so quanto intenzionalmente la Abramović lo metta in atto, ma di sicuro contribuisce a focalizzare l’attuarsi del processo.
Carlotta Susca
dal 4/7/2013 al 18/7/2013
Associazione Apriti Cielo! Milano via Spallanzani, 16 (cortile interno) 02 99203159
Julia Mastrogiacomo
dal 4/7/2013 al 18/7/2013
Le parole non sono le cose. Le parole de-finiscono. La cosa esiste in sé, non dalla parola, ma dall’azione. Così, si ri-definisce il reale. La parola crea immaginazione, ma poi la cosa, il gesto, l’atto hanno bisogno di un’azione per farsi, di un veicolo per esistere. Quell’esperienza, quel gesto, quel tratto sono il soffio della vita. Dal finito all’infinito, vanno e tornano. Verso il limite del visibile, all’orizzonte si posizionano. Qui, si incontrano tutte le visioni, tutti i sospiri, tutti i desideri. Là, una linea è tutte le linee. Là, io mi incontro con te.
L’arte è sacra e profana? mercoledì 10 luglio 2013 ore 18.00 Palazzo Reale, Milano Sala Conferenze piazza Duomo 14 – 3° piano
In occasione della 55. Esposizione Internazionale d’Arte a Venezia, che per la prima volta ospita il Padiglione del Vatcano, il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano in collaborazione con Museo Tornielli di Ameno propone un approfondimento sul tema dell’arte sacra e profana. L’incontro, curato da Francesca Pasini, prende le mosse dall’esperienza della mostra Natvità e nascite laiche organizzata dal Museo di Ameno con la curatrice nel novembre del 2012 e dal conceto di “consacrazione che trasforma i musei in templi” coniato da Maurizio Ferraris in un artcolo pubblicato su La Repubblica (gennaio 2013). Testmone d’eccezione dell’incontro sarà l’artsta contemporaneo Adrian
Paci, che nel 2011 ha creato una via crucis per la chiesa di San Bartolomeo a Milano e che il prossimo 5 otobre – in occasione della 9° Giornata del Contemporaneo in Italia – inaugura una personale al PAC di Milano.
Intervengono
Enrica Borghi, coordinatrice del Museo Tornielli e presidente “Associazione Asilo Bianco” – Ameno
Maurizio Ferraris, docente di Estetca – Università di Torino
Francesca Pasini, curatrice della mostra Natvità e nascite laiche
Adrian Paci, artsta
Alessandra Pioselli, critca d’arte e diretrice dell’Accademia Carrara di Belle Art – Bergamo
INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO POSTI
Informazioni stampa
Ufficio Stampa Asilo Bianco | Alessandra Valsecchi tel. 340 3405184 – ale.valsecchi@gmail.com
Ricevuto da Francesca Pasini
www.archiviomauriziospatola.com
in rete nel sito www.archiviomauriziospatola.com un’ampia documentazione sulla mostra Libriste alla Classense 2013, organizzata a Ravenna nel marzo/aprile scorsi, con le opere visuali di sessanta autrici attive negli ultimi cinquant’anni e apparse su libri, antologie, riviste e cataloghi a bassa tiratura. Nel documento sono riprodotti i lavori di 33 poetesse-artiste e le tre introduzioni a firma di Claudia Giuliani, Ada De Pirro e Dino Silvestroni. Potete vederlo qui: http://www.archiviomauriziospatola.com/prod/pdf_worksand/W00194.pdf
riproduzioni integrali dei libri di altre artiste e poetesse e di riviste contenenti testi di donne:
- nella sezione Archivio al punto 16, il primo numero della rivista “Offerta speciale” fondata nel 1978 da Carla Bertola e Alberto Vitacchio;
- nella sezione Audiovideopoetry, al punto 3 il primo numero della rivista di poesia sonora “Baobab” (1978) con le voci di e Alyson Knowles e Giulia Niccolai;
- nella sezione edizioni Tam Tam, al punto 4 il libro di Giuliana Pini Otto in si minore (1982) e al punto 5 il numero 9 della rivista “Tam Tam” con testi di Biancamaria Frabotta, Mirella Bentivoglio, Giulia Niccolai, Fernanda Pivano e Milli Graffi
- nella sezione Flash, al punto 4 il libro della pittrice genovese Luisella Carretta I segni del movimento (con prefazione di Giorgio Celli), al punto 6 la raccolta di poesie della torinese Chiara Colli Parole libere (2000) e al punto 5 un documento sulla mostra “Campo visivo” realizzata a Graz e Vienna, nel 2012, da Gertrude Moser-Wagner
- nella sezione WorksAndWordsAndWorlds al punto 10 parziale riproduzione del libro di Giulia Niccolai Cos’è poesia (2012)
di Francesca Bonazzoli
Solitudine Sessi, protesi, arti, dentiere: troppo fuori dagli schemi, per stile e comportamenti, per avere successo popolareIl suo motto: «Io dipingo prima di tutto per guarirmi»
È stata ritratta da Andy Warhol e Man Ray, con il quale è rimasta in contatto tutta la vita; ha avuto per amici i personaggi della Torino intellettuale come Felice Casorati, Cesare Pavese, Edoardo Sanguineti, Corrado Levi, Massimo Mila, Italo Calvino, Carlo Mollino. Eppure il primo importante riconoscimento pubblico le è arrivato solo nel 2003 quando la Biennale di Venezia le ha conferito il Leone d’Oro alla carriera. Lei, Carol Rama, che oggi ha 95 anni, lo accettò con amarezza considerandolo tardivo per una carriera cominciata a undici anni e rimasta totalizzante, più ancora di una ragione di vita. «Io dipingo prima di tutto per guarirmi», ha detto. «Posso avere dei mal di denti micidiali, ma se incomincio a dipingere dopo un quarto d’ora non sento più niente, sono come drogata, è meraviglioso».Troppo eccentrica per avere successo popolare con le sue immagini conturbanti di sessi, protesi, arti, dentiere; troppo fuori dagli schemi dell’arte, per stile e per comportamento; troppo solitaria nel rifugio della sua claustrofobica mansarda torinese con le finestre coperte da tende nere. «Se è vero che sono così brava non capisco perché abbia dovuto fare tanta fame, anche se sono donna», disse in un’intervista del 1985 a Lea Vergine. Finalmente tutti oggi la riconoscono come un genio e una maestra del Novecento, e tuttavia il mercato continua a preferirle personaggi che hanno saputo vendersi meglio. Barcamenarsi fra povertà e debiti è stato il suo assillo fin da quando aveva otto anni e il padre si suicidò per il fallimento dell’impresa. Franco Masoero, uno dei suoi mercanti, stampatore torinese che l’ha introdotta alle tecniche dell’incisione seguendola a partire dal 1993 nelle sue sperimentazioni, dal 29 giugno prossimo le ha organizzato al museo comunale d’arte moderna di Ascona una mostra di cento grafiche, alcune delle quali fogli unici usciti ora per la prima volta dai cassetti del laboratorio, perché una volta stampata l’opera poteva diventare oggetto d’interventi successivi eseguiti a mano, magari con smalti da unghie o con l’acquerello. Molte sono anche le incisioni su fogli di seconda mano, soprattutto progetti d’architetture disegnati precedentemente da amici «affinché mi aiutino a inventare un’immagine erotica, sentimentale, un’immagine privata insomma, ma che non sia poi così legata a me». Questo gioco tra lo sfondo prestampato della carta e il soggetto inciso caratterizza in particolare due cicli di opere uniche. Su supporti di tela e di carta al tino sono state infatti riportate le matrici di alcune incisioni servite a Carol Rama per intervenire con pittura e collage. Per esempio, nella serie «La mucca pazza» (2001) in cui mammelle e dentature di mucca si muovono e si ripetono con ritmo musicale; o nelle tele del 2002, dove l’elemento prestampato infrange il rigore della struttura geometrica realizzata con camere d’aria di bicicletta, con carta vetro o con qualche vecchio oggetto. Insomma, la tecnica calcografica della Rama è decisamente fuori da regole e tradizioni. Del resto, anche per quanto riguarda la pittura, fu lei stessa a spiegare: «Non ho avuto modelli per il mio dipingere; non ne ho avuto bisogno avendo già quattro o cinque disgrazie in famiglia, sei o sette tragedie d’amore, un malato in casa, mio padre che si è suicidato. ? Il senso del peccato è il mio maestro». RIPRODUZIONE RISERVATACAROL RAMA. L’OPERA GRAFICA. Ascona, Museo comunale d’arte moderna, via Borgo 34. Ore 10-12 e 15-18; dom. e festivi 10.30-12.30; lun. chiuso. Ingr. fr. 15; www.museoascona.ch. Fino al 15 settembre
(26 giugno 2013 – Corriere della Sera)
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Venerdì 28 giugno verranno inaugurate le mostre “Carol Rama. Oltre l’opera grafica”, ore 17.30 presso il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona, e “Francesca Gagliardi – Luca Mengoni. Il laboratorio delle metamorfosi”, ore 19.00 presso Casa Serodine, Piazza S. Pietro, Ascona. |
di Martina Cavallarin
È possibile ripartire da un’utopia? Utopia è una parola difficile e pericolosa, un territorio in cui si eliminano le differenze, si omologano le cose. Ma questo perché per troppo tempo si è pensato alle grandi utopie; a me piace pensare di tornare alla misura d’uomo, quella che poi riconosco come misura massima, XXL, che può generare il cortocircuito e alimentare la velocità intesa come velocità della mente e profondità del pensiero.
Per questa esposizione universale Massimiliano Gioni è partito da un’utopia, un progetto mai realizzato dall’artista autodidatta Marino Auriti che nel 1955 depositò, presso l’ufficio brevetti statunitense, il progetto per costruire un edificio di 136 piani, alto 700 metri, per un’estensione di 16 isolati a Washington. Da quest’idea mai realizzata prende titolo la Biennale, Il Palazzo Enciclopedico, titolo che è un concetto esistente, non una fantasia come Gioni ha tenuto a sottolineare, e che ha srotolato evolvendo un processo a mio parere studiato con cura e raffinata intelligenza concettuale.
Percorrendo le Corderie dell’Arsenale ed esplorando con bulimia il Padiglione delle Esposizioni dei Giardini, il tempio del curatore incaricato, il mistero si manifesta con la presenza del Libro Rosso di Jung. posto al centro della sala centrale. Dice Gioni: “Oggi, alle prese con il diluvio dell’informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono ancora più necessari e ancora più disperati […] La 55. Esposizione Internazionale d’Arte indaga queste fughe dell’immaginazione in una mostra che – come il Palazzo Enciclopedico di Auriti – combina opere d’arte contemporanea e reperti storici, oggetti trovati e artefatti”. Il tentativo è la catalogazione del sapere, la mappatura di universi invasivi e invadenti, esagerati e smisurati, dove multidisciplinarietà e metalinguaggi sono insiti nella struttura espositiva per una declinazione costante di sintetizzazione delle cose del mondo, o meglio dei mondi. In tale progetto l’analisi si realizza tra privato e pubblico, personale e universale per un’arte relazionale alle prese con sociale e quotidiano, dentro e fuori un’indagine antropologica prima ancora che artistica. Una rivelazione spuria difficile da strutturare, curiosa da vedere. E ciò che ho visto è stata una densità del “saper fare”, una serie di lavori a intensa temperatura progettuale, indipendenti e compartimentati in stanze personali, concettuali ma densi, saturi di atmosfere ad alta concentrazione d’anima, il più delle volte comunicativi per linguaggio, supporto o struttura formale, spesso elaborati con matita e pennello prima ancora che impostati sulla meccanica bulimica di costruzioni atrofiche.
Ed è in questo spazio che molto sapora di carta, olio, grafite, materie plastiche, in questo spazio innesto il mio pensiero rivolto alla capacità e necessità artistica, all’auspicabile scomparsa d’installazioni macro e confuse. Ce lo dimostra bene l’artista sino-americana Sarah Sze come la sua installazione organica, antigravitazionale, disorientante, decontestualizzata, scientifica, da archivistica del quotidiano sia pratica difficile, ma che lei realizza con talento e magia creatrice. Se la Biennale 2013 attiva “un’indagine sul dominio dell’immaginario e sulle funzioni dell’immaginazione”, rifacendosi a quello che lo studioso Hans Belting ha definito una “antropologia delle immagini”, la domanda instillata pone l’accento su quale sia lo spazio concesso all’immaginazione in un’epoca assediata dalle immagini esteriori, un arco storico che Jean Baudrillard nel testo La sparizione dell’arte sostiene forse essere al “grado Xerox della cultura”.
Guardando a tanta arte e a tanti artisti può sembrare che lo spazio si sia fatto piccolo e angusto e che l’interstizio della soglia delle possibilità conceda troppo alla ferita da cauterizzare con la temperatura liquida dell’arte. Ma l’arte possiede l’arma dell’impertinenza: sfuggente, endemica e fisiologica, difficile e incatalogabile, l’impertinenza è l’opera d’arte, e questa fa la differenza, a mio avviso, ancora una volta. Nella vicinanza tra positivo e negativo di nietzschiana memoria, solo per poco tale intensità determinata dal sovraccarico d’immagini può apparire una minaccia; occorre ripristinare un disordine che è solo denuncia di un altro ordine e di un’altra natura, smascherando tutto ciò che è formale, dichiarato, corretto, stabilito. In quest’universo a clima incostante a mio avviso Gioni ha lanciato il messaggio di cui abbiamo bisogno oggi: cultura, costruzione processuale, team preparati e intelligenti, richiamo all’arte con la A maiuscola proprio passando attraverso outsiders non istituzionalizzati al loro tempo, ma ossessivi e concentrati. Walter Benjamin: “La noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza”.Mi torna in mente il libro del 2006, The Sight of Death, in cui T.J. Clark parla del suo rifiuto verso i media che affonda in una prolungata esplorazione e rivisitazione di un paio di dipinti di Poussin che egli cerca di vedere e rivedere in tutta la complessità della loro risonanza compositiva. Clark si chiedeva come potesse funzionare la nostra comprensione di un cambiamento d’immagine nel tempo.
A Venezia ho visto un’idea, idea disegnata dal progetto del Palazzo Enciclopedico ed esplosa nelle opere della maggior parte degli artisti invitati, ovvero quella di tornare all’utopia del segno con un innesto allargato e chirurgico di trascendenza che abiliti all’incidente e all’inciampo della creazione, con spiritualità da rintracciare, illuminare e rimettere al centro della mappatura antropologica, culturale e sociale del cammino dell’uomo.
Penso all’inclinazione che l’artista, ciascun artista che in quanto tale vive in crescita e sperimentazione, può dare affinché la sapienza compositiva e creatrice si articolino attraverso una rete salda di cultura, anima e conoscenza in cui la difformità crea il suo scarto evidenziando l’opera, l’impertinenza, una necessità strutturale che è la più straordinaria delle imperfezioni possibili, è arte e vita insieme.
Martina Cavallarin da Newsletter Artribune del 16 giugno 2013
Intervista con Nicola Costantino alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (partecipazione nazionale dell’Argentina).
Intervista con Rossella Biscotti alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (la Biennale di Venezia, 2013)
Intervista a Camille Henrot alla 55ma Biennale di Venezia, 2013
Intervista con Eva Kotatkova alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (la Biennale di Venezia, 2013).
da La Repubblica del 8 giugno 2013
Icastica, tre mesi di performance
l’arte declinata al femminile
Al via la prima edizione della rassegna di cultura estetica internazionale, che fino all’1 settembre trasformerà tutta Arezzo in una grande galleria d’arte contemporanea. Protagoniste, una quarantina di firme da 20 paesi che hanno invaso strade, piazze, musei, basiliche e anche la casa dove Vasari scrisse le celebri “Vite”
di ALESSANDRA CLEMENTI
AREZZO – Possono artiste contemporanee come Marina Abramovic, Mona Hatoum e Heike Weber dialogare, rispettivamente, con maestri della storia dell’arte come Giorgio Vasari, Cimabue e Piero Della Francesca? Questo colloquio ambizioso è proposto da Icastica a Arezzo, una manifestazione, o art event come piace precisare agli organizzatori, di arte diffusa, di espressività visiva attuale.
Nella città del Petrarca per quasi tre mesi, dall’8 giugno, e fino all’1 settembre, vanno in scena performance, spettacoli, mostre, letture, di quaranta protagoniste internazionali di tutte le discipline artistiche, distribuite in venti luoghi e snodi cruciali del centro storico cittadino. Oltre quattro chilometri di percorso, scanditi dalle installazioni aeree di abiti usati, firmate dalla finlandese Kaarina Kaikkonen, “panni stesi” sotto le logge vasariane e in piazza Duomo; dalle ondine di resina della scultrice iperrealista americana Carole Feuerman,nei musei e nelle gallerie; dalle pecore di bronzo di Karen Diefenbach disposte sulle antiche mura cittadine di Praticino. Opere site-specific, inedite, e installazioni multimediali già viste, ma di grande impatto visivo, come ExIt, il giardino simbolico di bare e ulivi di Yoko Ono nella Chiesa sconsacrata di Sant’Ignazio, che arriva ad Arezzo dopo New York e Vienna.
La prima edizione di Icastica è nata grazie alla passione e alla competenza dell’assessore comunale alla cultura Pasquale Macrì, supportato dal curatore e direttore artistico Fabio Migliorati e dalla giunta giovane e dinamica che governa Arezzo. Spiega Macrì: “Se per Icastica s’intende arte di rappresentare la realtà, arte che diventa modello come nel passato, dal classicismo dell’età Pericle all’architettura fiorentina del Rinascimento, modelli che sono diventati linguaggio universale, stile, canone, questo significato è entrato in crisi con le avanguardie nel Novecento, quando i linguaggi diventano plurali, l’arte è per tutti, e tutti si possono esprimere in tutti i sensi al di là delle Accademie. E noi siamo in perfetta linea con questa visione. La manifestazione si chiama Icastica ma è un’icastica plurale, ogni artista ha la propria”.
Eventi tutti declinati al femminile, che – dice ancora l’organizzatore – “non sono un tentativo di stabilire a tavolino quote rosa, e nemmeno un omaggio. Semplicemente una presa d’atto, una considerazione che la donna da oggetto della rappresentazione artistica è diventata soggetto di produzione artistica. Un’espressione artistica paritetica espressa anche dai prezzi di mercato delle opere di queste artiste, che va detto, hanno collaborato per buona parte a titolo gratuito. E la manifestazione, che si articola in tre mesi ha infatti un costo contenuto: circa 260 mila euro per il 90% coperti da sponsor privati.
Fil rouge e temi centrali di Icastica 2013 la glocalizzazione, un concetto introdotto dal sociologo Roland Robertson che lega globale e locale, e il filo, la tessitura. Non si è inteso rappresentare un femminile di genere, superficiale, né politico né sociologico, semmai antropologico. La differenza tra Ulisse, che esce e cerca, e Penelope che allaccia legami, affettivi, familiari e sociali. Una Penelope internazionale che crea e tesse trame: “Siamo partiti da Louise Bourgeois, dalla donna ragno. Noi quel filo l’abbiamo preso e abbiamo deciso di svilupparlo in tutti i continenti. Forse quello che ha appassionato le artiste è anche questo aspetto…”, spiega ancora Macrì.
E il simbolismo di Penelope si rinnova nel tappeto non tessuto, un tombolo di silicone, della tedesca Heike Weber nella Chiesa di San Francesco, opera che segna il passaggio verso il ciclo di affreschi delle Storie della Vera Croce, capolavoro di Piero della Francesca. Il filo, il tessuto, la trama ritornano nelle opere esposte nella galleria comunale: nella leggera rete di coralli dell’artista peruviana Cecilia Paredes; nei crini di cavallo lavorati e appesi come fili sospesi dell’israeliana Belle Shafir; nei quadri tessuti e ricamati della russa Tatiana Akhmetgallieva, nel patchwork di borse di rafia colorata di un’altra peruviana, Ximena Garrido-Lecca.
Mentre sono attese nelle prossime settimane le esibizioni di attrici e protagoniste del palcoscenico (Luciana Savignano, Emma Dante, Roy Assaf, Isabella Rossellini, Monica Guerritore), si susseguono performance di strada ed eventi musicali come il dj-set di Skin che ha inaugurato ieri sera la manifestazione. In città sono, ancora, volutamente work in progress, tra gli sguardi dei curiosi, allestimenti come la monumentale gettata di libri della spagnola Alicia Martin, in corso d’Italia, soggetta, per espresso volere dell’artista, agli agenti naturali: sole, pioggia, vento, vandali.
Un’icona pop dell’arte contemporanea come Marina Abramovic ha scelto invece una sede più defilata, dedicata e prestigiosa come la casa del Vasari. Qui espone The Communicator. Le sei teste di cera pietre vetri e cristalli dell’artista macedone affiancano in mostra l’interessante corpus autografo di documenti e lettere dell’autore (e all’autore) delle Vite de’ più eccellenti pittori. Il genius loci che ha scritto e fatto la storia dell’arte nel Cinquecento e chi la incide ai giorni nostri. Un confronto suggestivo.
La più “Icastica”? È Kaarina Kaikkonen. L’artista finlandese vince la prima “Chimera d’oro”, assegnata dalla Biennale di Arezzo
Ve lo avevamo raccontato qualche giorno fa, in occasione dell’opening. Ad Arezzo sabato si è aperta la prima Biennale, “Icastica”: un progetto tutto declinato al femminile e intitolato “Glocal Woman”. E come in tutte le manifestazioni d’arte contemporanea che si rispettino non poteva mancare un primo premio. E se a Venezia ci sono profusioni di Leoni, nella cornice romantica di Arezzo vola invece una “Chimera d’oro”. Che quest’anno arriva dritta dritta a Kaarina Kaikkonen, artista finlandese sdoganata in Italia grazie al supporto della gallerista romana Sara Zanini, al Pastificio Cerere e, l’anno scorso, anche grazie alla Collezione Maramotti, con una splendida installazione intitolata Are We Still Going On? Ad Arezzo la Kaikkonen ha portato, declinata in nero e a colori, un’installazione articolata su oltre 120 metri tra le Logge del Vasari e Piazza Libertà, che sarà visibile fino al prossimo 1 settembre. La scelta di assegnare la “Chimera” a Kaikkonen è arrivata dalla giuria composta da Marco Bazzini, direttore del Pecci di Prato, Maria Grazia Bellisario, Sovrintendente MIBAC; dalla critica Laura Cherubini, Maria Vittoria Marini Clarelli della GNAM di Roma; Micol Forti dei Musei Vaticani, Roma; Michele Loffredo di Casa Vasari; dall’Assessore alla cultura della città toscana Pasquale Giuseppe Macrì, dalla direttrice del MAXXI Arte Anna Mattirolo, dal curatore e presidente di “Icastica” Fabio Migliorati, Franziska Nori della Strozzina, dal filosofo Mario Perniola e Paola Refice, del Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo. Il secondo e terzo premio di “Icastica” sono andate invece all’artista palestinese Raeda Sa’adeh e all’indiana Monali Meher.
da Exibart del 14/6


