Rassegna d’Arte al femminile
Da tempo donne italiane croate e slovene lavorano insieme per andare oltre quelle conflittualità “che guardano ancora spesso alle divisioni di un passato lontano che fu delle nostre madri e nonne. Vogliamo essere “cittadine” del mondo, rispettose dei diritti di tutte e di tutti.” E hanno individuato nella rappresentazione artistica un linguaggio “universale” capace di superare i confini e di raccontare una visione comprensibile immediatamente. Quasi un approccio fisico, attraverso le opere, al pensiero di donne. (Ester Pacor)
Quest’anno, in occasione dell’entrata della Repubblica di Croazia nell’Unione Europea, la Rassegna d’Arte al femminile, giunta alla seconda edizione, si terrà dal 10 al 20 ottobre a Parenzo in Croazia.
LA RASSEGNA E’ ORGANIZZATA DALLE ASSOCIAZIONI: Žene Europe – Donne d’Europa – Ženske Evrope – Women of Europe; UDI “il caffè delle donne”Trieste; ArteVita DE Gente Adriatica FVG; Laboratorio Donnae, Roma; Eleonora Pimentel Lopez de Leon di Napoli; Stazione Rogers; l’Associazione Društvo POEM, Koper;
CON il Comune di Parenzo, la Comunità degli Italiani, l’Università Popolare di Parenzo e in collaborazione con Intramoenia di Udine, Trieste Film festival, Gruppo 78, Maremetraggio, Circolo Fotografico Triestino, SPaesati, Roiano per tutti di Trieste.
PROGRAMMA
Giovedì 10 ottobre 2013 ore 18:00 Sala della Dieta istriana Matka Laginje 6, Poreč – Parenzo apertura e saluti:
Štifanić Dobrilović, vice sindaco di Parenzo; Viviana Benussi Vice Presidente della Regione Istriana; Graziano Musizza, Comunità degli Italiani di Parenz; Sanja Radetić Factorić, direttrice dell’Università Popolare di Parenzo.
ore 18,15 Strumentisti della Scuola di musica italiana dell’Università Popolare di Parenzo
ore 18,30 inaugurazione della mostra Art Watchings “èvoluta” con le opere di: Alice Zen, Amina Konate Visintin, Anita Silva, Anna Savron, Banafshef Rahmani, Bruna Daus, Elena Clelia Budai, Fulvia Zudich, Gigetta Tamaro, Graziella Valeria Rota, Jelena Kovacic, Julijana Božič, Lilia Batel, Marilena Bordin, Marina Battistella, Monica Kirchmayr, Nada Moretto, Nadia Blarasin, Maria Rosaria Rubulotta, Mirta Kokalj, Pina Nuzzo, Roberta Basile, Sabrina Morena. Con i video di: Lucia Flego, Melita Richter, Rina Rossetto.
ore 19,00 Art Book: Graziella Valeria Rota, “Espansioni” 2012 ed. TT e “Tre mondi un sentiero”, ed. Poem 2013; Valentina Colli, “Viola” Romanzo breve-ed. Armando Siciliano 2013; Nicoletta Nuzzo, “Grembo” Poesie -ed. Rupe Mutevole 2012.
INFO
Žene Europe – Donne d’Europa – Ženske Evrope – Women of Europe, Ines Dojkić: ines.dojkic@civilnodrustvo-istra.hr
Dal 4 al 27 ottobre 2013, all’Ex Refettorio del Complesso San Paolo con Sede in Via Boccaleone 19, Ferrara 44100 , sarà presentata la mostra NOW! Giovani Artiste Italiane, organizzata dall’UDI Ferrara e dal Comitato Biennale Donna. Inserita nel progetto “Dentro le Mura”, la collettiva presenta i lavori di quattro artiste italiane under 35 – Ludovica Carbotta, Silvia Giambrone, Laurina Paperina, Elisa Strinna – ed è curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli. Proseguendo l’ormai consolidato compito di promuovere le voci femminili della scena contemporanea, il Comitato Biennale Donna questa volta esplora le eccellenze della giovane arte nostrana, esaltandone la versatilità sia espressiva che linguistica e indagandone le peculiarità tematiche. In un momento storico e sociale in cui la giovane creatività fatica a emergere e ad avere la giusta visibilità, la mostra NOW! vuole confermare quanto sia vivace e talentuoso il panorama artistico italiano, incubatore di dinamiche presenze che hanno saputo sviluppare percorsi artistici di risonanza non solo nazionale ma anche internazionale. Lontana dal tentativo di definire una specificità generazionale e tanto meno di genere, l’esposizione non vuole circoscrivere la dimensione estetica dell’arte emergente, quanto, al contrario, valorizzarne le differenze nell’approccio linguistico e nella grammatica stilistica, allo scopo di stimolare riflessioni sulla multiforme contemporaneità italiana.
Quattro artiste italiane under 35 – Ludovica Carbotta, Silvia Giambrone, Laurina Paperina, Elisa Strinna – in mostra all’ex Refettorio del Complesso San Paolo di Ferrara. La mostra inizia il 4 ottobre, intanto noi abbiamo fatto loro quattro domande. Per iniziare il confronto.
Now! porta in scena quattro giovani artiste. Anche se non è obiettivo della mostra fare delle specificità di genere, trovo interessante il fatto che uno spazio espositivo possa essere terreno laborioso di condivisione e confronto tra giovani donne. Una sorta di gineceo 2.0, in cui si fa e si diffonde arte, in piena libertà. Come avete vissuto questa esperienza al femminile?
Elisa Strinna: Riconosco che, nella storia della nostra cultura, il genere maschile è stato protagonista indiscusso, relegando le donne nei ginecei. Più che con una questione di genere, credo queste operazioni abbiano a che fare con una questione di potere. Confrontarsi tra donne oggi può dare l’occasione di mettere in relazione l’apporto specifico di genere con un discorso culturale più ampio.
Laurina Paperina: Ho voluto partecipare a questo progetto perché penso sia importante confrontarsi in continuazione, sia con nuovi spazi che con artisti e curatori; dal mio punto di vista, penso che la mostra possa essere interessante perché dà spazio a quattro artiste con linguaggi espressivi completamente diversi fra loro.
Ludovica Carbotta: Per ora la possibilità di condivisione e confronto rimane solo sulla carta; si tratta, credo, più che altro di una scelta, una visione curatoriale.
Il confronto su quelle che possono essere affinità e differenze intorno al nostro lavoro è stato argomento di ricerca delle curatrici. Quindi direi che sto vivendo quest’esperienza con curiosità, aspettando di vedere e conoscere meglio le ricerche delle mie colleghe.
Silvia Giambrone: Non ho ancora esattamente compreso cosa significhi l’aggettivo ‘femminile’. Sono sempre stata diffidente, e lo sono ancora, rispetto all’idea di mascolinità e femminilità. Non credo sia qualcosa che rappresenti il genere né che ne venga rappresentato. Credo che rinegoziare ogni volta parole come queste possa produrre cambiamenti radicali nella cultura, cambiamenti che la cultura stessa chiede. Avete più o meno la stessa età, siete tutte nate nei primissimi Anni Ottanta. C’è stato un fatto storico, culturale o sociale, oppure una personalità che ha maggiormente influenzato il vostro percorso artistico?
Elisa Strinna: Essendo nata nei primi Anni Ottanta, la mia crescita è coincisa con una trasformazione culturale che identifico nel passaggio dal pensiero “attivo” della controcultura al pensiero “liquido” postmoderno. Forse questa vicinanza a un tempo che ha segnato svolte epocali mi ha portata a non riuscire mai a identificarmi completamente nell’epoca che stiamo vivendo. Sono più orientata a stabilire relazioni con epoche e culture che mi stimolano, coltivando un pensiero trasversale, che a vivere nell’ossessione della contemporaneità.
Laurina Paperina: Sicuramente la nascita di Internet.
Ludovica Carbotta: Ci sono stati diversi fatti storici che mi hanno colpito e influenzato: l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 è forse il ricordo più vivido e spaventoso, ricordo qualche sensazione relativa al disastro di Cernobyl, ricordo molto bene la serie di blackout nei primi Anni Zero. Un aspetto molto importante è anche il fatto che il filtro da cui si apprendevano notizie e avvenimenti era molto spesso la televisione, i ricordi dunque si visualizzano in termini di immagini e se ne fa nuova esperienza ogni volta che si rivedono quelle immagini.
Silvia Giambrone: Mai avuto eroi né antieroi. Nel corso della mia vita ho amato ascoltare alcune voci più flebili, quelle coperte da voci più forti, come quelle della poesia, che mi hanno resa sensibile a ciò che risuona proprio perché non viene mai detto esplicitamente. Per quel che riguarda l’arte e la vita, devo molto a Carla Lonzi, la filosofa e storica dell’arte femminista morta nel 1982, che ho trovato solo pochi anni fa. Posso dire che averla incontrata ha aperto nuove strade alla mia vita e al mio lavoro; ho trovato in Sputiamo su Hegel nuovi paradigmi che non mi hanno più abbandonata.La mostra mette in evidenza la vostra capacità di utilizzare differenti linguaggi artistici. Come avviene la scelta del medium e come incide sul risultato?
Elisa Strinna: Parte del mio lavoro è incentrata sul desiderio di indagare linguaggi diversi e come questi agiscano sulla nostra percezione. Ma il medium nel mio caso resta sempre strettamente correlato all’idea. La prassi genera intuizioni, nello stesso tempo credo che ogni idea, ogni percezione abbia un medium privilegiato attraverso cui manifestarsi. Cercare di avvicinarmi il più possibile a tale forma, è intrinseco al mio modo di operare.
La mostra mette in evidenza la vostra capacità di utilizzare differenti linguaggi artistici. Come avviene la scelta del medium e come incide sul risultato?
Elisa Strinna: Parte del mio lavoro è incentrata sul desiderio di indagare linguaggi diversi e come questi agiscano sulla nostra percezione. Ma il medium nel mio caso resta sempre strettamente correlato all’idea. La prassi genera intuizioni, nello stesso tempo credo che ogni idea, ogni percezione abbia un medium privilegiato attraverso cui manifestarsi. Cercare di avvicinarmi il più possibile a tale forma, è intrinseco al mio modo di operare.
Laurina Paperina: Tutto nasce dal disegno, che poi si trasforma in pittura, installazione o in videoanimazione.
Ludovica Carbotta: La scelta del medium riveste la stessa importanza dell’esperienza diretta, si tratta di una scelta di linguaggio che implica una fascinazione e una fiducia verso il mezzo stesso.
Per dare materialità a un’ esperienza e cercare di definirla in una forma conclusa, mi piace considerare ogni lavoro come indipendente. La scultura, il video, la foto assumono quindi l’eredità dell’esperienza, custodendone le forze fisiche e nascondendo talvolta gli aspetti più emotivi e immateriali legati alla temporalità dell’esperienza stessa. La forma finita in questo modo supera l’esperienza, la sorpassa e la definisce con la sua fisicità.
Silvia Giambrone: Più che esplorare un singolo linguaggio, quello che mi interessa maggiormente è cercare la traduzione più consona al mio sentire, a ciò che non potrei tradurre diversamente. Così il linguaggio segue il concetto e l’intuizione. Preferisco l’installazione per il suo carattere più versatile e perché mi permette di avere un rapporto più intenso e sensuale con lo spazio. Ma amo molto anche la performance, che ogni volta mi riporta al mio corpo in modo molto intenso. In ogni caso, mi interessa che si raggiunga un certo grado di intensità: il linguaggio viene scelto in base a questo obiettivo.
Nella situazione attuale, facendo un piccolo bilancio, cosa non lascereste dell’Italia per nulla al mondo e per quale ragione scappereste immediatamente all’estero (e dove)?
Elisa Strinna: Non lascerei l’Italia per la complessità della sua cultura, per alcuni italiani, per l’ambiente. Mi rendo conto, però, come oggi nel nostro Paese viviamo un profondo svuotamento, in cui le risorse interiori sono sempre più annichilite. È difficile trovare supporto sociale, difficile trovare chi viva con coerenza coltivando visioni profonde, impegnato a difendersi dal pensiero razionale dominante. In ogni caso, non ho un luogo in particolare in cui vorrei vivere, ma piuttosto una serie di viaggi ed esperienze che vorrei fare in giro per il mondo.
Laurina Paperina: In questo momento sono negli Stati Uniti e questa domanda me la faccio praticamente ogni 5 minuti e ancora non ho trovato una risposta. Per mia fortuna viaggio spesso all’estero; a dire la verità, sono obbligata a farlo, perché purtroppo in Italia è quasi impossibile vivere facendo solo l’artista, almeno per me e per il tipo di lavoro che faccio.
Ludovica Carbotta: Dell’Italia non lascerei mai i suoi paesaggi, i tantissimi luoghi ancora da scoprire e visitare, le chiese barocche, la comicità, il senso dell’umorismo italiano, il vino e tutti i piatti regionali chiaramente; le ragioni per cui scapperei, o meglio scapperò, dall’Italia sono legate essenzialmente al lavoro, alla diverse possibilità che ci sono fuori. Parlo sia in termini di esperienza formativa che in termini di sostentamento economico. Sul dove, ora penso all’Inghilterra, a Londra: negli anni passati ho avuto modo di studiare lì e ho trovato la città molto stimolante.
Silvia Giambrone: Amo quelli che amo e amo tantissimo Roma ed entrambi mi tengono ancorata all’Italia, ma non è un rapporto di vero e proprio vincolo, anche perché passo tanto tempo in viaggio e tornare a casa è sempre un piacere. Ogni tanto si parte per consolarsi, ci si fa accogliere da un Paese che funziona meglio, che supporta meglio esseri umani e artisti, si va a respirare un po’ d’ordine e un maggiore grado di civilizzazione e poi si torna in questo nostro caos sempre irretiti dal non capire come, nonostante il degrado crescente, questo Paese non perda mai la propria bellezza.
Serena Vanzaghi da Artribune del 13 settembre 2013
Ferrara // fino al 27 ottobre 2013
Now! Giovani artiste italiane
a cura di Lola G. Bonora e Silvia Cirelli
COMPLESSO DI SAN PAOLO
Via Boccaleone 19
0532 206233
dal 21 settembre al 1 dicembre 2013
di Caroline Demarchi
performance 20 settembre 2013 ore 16:00
Fruit c/o Artelibro – Palazzo Re Enzo
21 settembre – 1 dicembre 2013
Musée de l’OHM c/o Museo Civico Medievale, Sala 2
Il lavoro documenta le diverse fasi di assimilazione della parola scritta: in occasione di Artelibro
un testo fondamentale della cultura occidentale viene mostrato prima e dopo un singolare processo
di interiorizzazione; l’azione di assimilazione della parola scritta a cui è possibile assitere venerdì
20 settembre alle ore 16:00 presso lo spazio Fruit a Palazzo Re Enzo, dà luogo ad un prodotto
che rimane esposto nella pergula del Musée de l’OHM a partire da sabato 21 settembre presso la
Sala 2 del Museo Civico Medievale.
*Qui il commento critico del Direttore:
Musée de l’OHM c/o Museo Civico Medievale, via Manzoni 4, Bologna
Pergula: Caroline Demarchi 20 settembre –1 dicembre 2013.
Negotium: Temporaneamente in prestito. Per informazioni chiamare il +393334858488.
Secreta: Per visitare la collezione chiedere la chiave del terzo cassetto alla reception del Museo Medievale
Orari di apertura: da martedì a venerdì dalle 9:00 alle 15:00; sabato, domenica e festivi dalle 10:00 alle 18:30. Chiuso il lunedì.
Chiusura anticipata alle 14:00 il 24 e 31 Dicembre. Biglietto : 5 euro. Tel.: 3383751951; e-mail: openingheremuseum@gmail.com ;
website: http://pergolaxchiara.wordpress.com/ohm/
INAUGURAZIONE DOMENICA 22 SETTEMBRE 2013
LeoNilde Carabba,
direttrice e coordinatrice delle mostre dell’Alveare,
ha il piacere di annunciare che
Domenica 22 settembre 2013 alle ore 18,30
ci sarà la personale, dal titolo:
FOTO: POESIE di PANE
di
Anna Maria Di Ciommo
Curatrice Grazia Chiesa Presidente della Fondazione D’Ars Oscar Signorini Onlus
La mostra dura fino a domenica 13 ottobre compresa.
ingresso riservato solo alle donne
presso l’ALVEARE MILANO
“Centro creato dalle donne per le donne”
via della Ferrera 8
20142 Milano
zona: Alzaia Naviglio Grande
tram 2-47
Tel. 02 87 06 76 99 dopo le ore 18.00
E-mail: alveare.milano@gmail.com
www.alvearemilano.org/page.php?29
apertura dal martedi’ alla domenica dalle 18
Due parole sulla mia scelta: propongo Anna Maria Di Ciommo, con le sue Poesie di Pane, come prima mostra della Stagione 2013/2014 perché il suo è un gesto che cura e quindi mi sembra una scelta che ha un carattere altamente simbolico. Non dirò altro e lascio parlare il testo di Grazia Chiesa, sua Curatrice.
Facciamo un passo indietro all’8 dicembre 2012, a Vigevano, nell’ambito della mostra Venti veggenti, è andata in scena la performance Pasta Madre, ovvero il rinfresco del lievito naturale per il pane. Hanno partecipato gli artisti, ma anche i visitatori, sia adulti che bambini. La pasta madre – mantenuta in vita dagli opportuni rinfreschi – è un impasto di farina e acqua acidificato da lieviti e batteri lattici che, fermentando, lo rendono più digeribile e conservabile rispetto ad altri metodi. Durante il rito della lavorazione, donne, uomini e bambini hanno espresso il loro impegno attraverso la gestualità, in particolare delle mani, così sono diventate il principale veicolo di comunicazione. Le mani, a volte energiche e a volte delicate, si sono dedicate con rispetto all’impasto, senza mai aggredirlo ma piuttosto accarezzandolo, entrando in sintonia con quello che è uno dei più antichi esempi di nutrimento naturale. Qui è intervenuta l’artista Anna Maria Di Ciommo, fotografando con attenzione ogni momento della performance, ogni gesto, ogni particolare, cogliendo le diverse sfumature a seconda di chi ne fossero gli attori. Il risultato è analisi attraverso l’obiettivo fotografico.
UN DUE TRE… STELLA!
Carla Accardi
Corrado Levi
Gilberto Zorio
a cura di Yari Miele e Federico Sardella
Opening: mercoledì 16 ottobre ore 19
MARS è lieto di annunciare la mostra UN DUE TRE… STELLA! con opere di Carla Accardi, Corrado Levi e Gilberto Zorio, ideata e curata espressamente da Yari Miele e Federico Sardella per la riapertura autunnale dello spazio.
MARS, spazio non commerciale attivo dal 2008 gestito da artisti, vanta un calendario di eventi performativi e di esposizioni sul modello delle più diffuse realtà autogestite europee, sin dalla sua apertura ha dato voce ad artisti giovani ed esordienti. Eccezionalmente questa mostra presenta tre fra i più importanti e conosciuti artisti italiani, il cui percorso e le cui attitudini, li hanno naturalmente portati a confrontarsi e a sostenere il lavoro e l’impegno di artisti di generazioni successive.
Concepita e realizzata in collaborazione con gli artisti, questa mostra si inserisce nella programmazione di MARS in modo leggero, nonostante la caratura delle personalità coinvolte.
Ognuno dei tre artisti proporrà un’opera recente, scelta pensando agli spazi di MARS ed al possibile dialogo che inevitabilmente scaturirà fra opera ed opera nel contesto della mostra ma anche nell’ottica dell’operazione UN DUE TRE… STELLA! contestualizzata rispetto a MARS ed al suo pubblico.
La mostra sarà visitabile la sera dell’inaugurazione mercoledì 16 ottobre, dalle ore 19 alle ore 22 e nei giorni successivi su appuntamento.
Un pieghevole realizzato da MARS, con immagini delle opere e uno scritto di Yari Miele e Federico Sardella accompagnerà l’evento.
Seguirà comunicazione dettagliata e progetto della mostra.
MARS
via G. Guinizzelli 6, Milano (MM Pasteur)
Info:
339 3939920
Milano – dal 10/09/2013 al 05/10/2013
Galleria RENZO CORTINA Via Mac Mahon 14 -Milano
La sua è una pittura scultorea, quasi tridimensionale, per le masse imponenti che dominano su grandi tele, un impianto delle figure michelangiolesco, tanto da parere le Sibille della Sistina in chiave tedesca.
Il tema principale è quello della figura femminile, che occupa lo spazio senza lasciare trapelare nulla della condizione o della storia; un contatto a pelle con la materia sino agli inquietanti ritratti in bianco e nero, dove la pennellata è più sciolta e filante.
La celebre immagine della MELANCOLIA I di Durer è filtrata sino a noi, la ritroviamo nel distacco dal soggetto e nella posizione pensosa dei corpi, nella sognante immobilità delle donne: la pittrice elabora le proprie idee e rivive artisticamente le speculazioni filosofiche caricandole di tensione fantastica. La decisione di dipingere i corpi e i volti occupando tutta la superficie disponibile e in grandi formati sembra voler escludere la ricerca sia di un impianto prospettico che di una dimensione ambientale, quasi che le figure uscissero dalla dimensione in cui sono confinate per diventare vive.
da “Girodivite”, 22 agosto 2013
LampedusaInFestival 2013: arte e politica sulla porta tra Africa e Europa
di Pina La Villa
Ho seguito gli eventi di LampedusaInFestival (19-23 luglio 2013) insieme alle amiche e agli amici della rete delle Città Vicine, una rete che tiene insieme – vicine per l’appunto – realtà associative sparse per l’Italia che hanno come comune denominatore il radicamento nella città e nel territorio, verso i quali attuano una politica di cura e di relazioni ispirate al pensiero della differenza. Una politica che agisce per proliferazione di buone pratiche e con la pazienza di costruire relazioni significative perché la città sia luogo “felice” di dialogo e confronto. Naturale quindi l’attenzione di Città Vicine a quanto è avvenuto in questi anni a Lampedusa, diventata luogo nevralgico del complesso fenomeno dell’emigrazione, naturale costruire con le associazioni che lo affrontano rapporti di collaborazione che vedono la rete partecipare per il terzo anno consecutivo al festival con diverse iniziative (quest’anno con l’allestimento della mostra “Lampedusa porta della vita” insieme all’associazione Colors Revolutions). Una sorta di “vacanza politica”, fra il desiderio e la difficoltà di entrare nella vita e nei problemi reali di un luogo come Lampedusa, da un lato l’isola di chi ci vive, dall’altro l’isola di chi fa la vacanza, da alcuni anni l’isola di chi vi approda sperando che sia solo una tappa per costruire il proprio destino in un mondo migliore di quello che si è lasciato.
Anna, Giusy, Pamela e io arriviamo il 17 luglio (Luca arriverà qualche giorno dopo). Il primo e il secondo giorno ce lo prendiamo per guardarci un po’ in giro, assistiamo agli ultimi ritocchi della mostra, vediamo la fatica e l’impegno dei volontari di Askavusa (l’associazione che cura l’organizzazione del festival) e di Colors Revolution. Il 19 luglio il LampedusaInFestival ha ufficialmente inizio ed è talmente ricco di eventi che da quel momento diventa difficile per noi dividerci tra le nuotate e il sole nelle spiagge di cala Madonna, isola dei conigli, cala Creta, cala Pisana, Ciatu Persu e gli appuntamenti del festival, sparsi nei vari luoghi dell’isola: dalla mostra “Con gli oggetti dei migranti” nella sede dell’area marina protetta, alla spiaggia dei conigli, con una lezione di Iain Chambers e la voce di Giacomo Sferlazzo, interprete di una canzone tradizionale dei pescatori di Lampedusa, a Piazza Castello per la visione serale di film e documentari. Ma c’è un altro luogo, oltre ai film in concorso, un luogo simbolico, in cui sembra sia stato possibile realizzare se non un incontro, almeno un gioco di sguardi per conoscere, per capire e capirsi.
Il luogo simbolico è l’arte, che guarda sempre un po’ più lontano.
“Lampedusa porta della vita” e “Sostiene Sankara” sono i titoli delle mostre qui allestite.
Realizzata da Anna Di Salvo (Città Vicine), Katia Ricci (Città Vicine) e Rossella Sferlazzo (Colors Revolutions), la mostra “Lampedusa porta della vita” ha già nel titolo il messaggio vitale dell’apertura, sottolinea la gioia dell’incontro. Il mare come culla della vita contro il dramma e il dolore della morte, il mare come luogo di scambi, come ricchezza di incroci, incontri, relazioni. Artisti e artiste da varie parti d’Italia hanno inviato foto, dipinti, opere realizzate con materiali vari, tutti ispirati al mare e ai suoi colori interpretando il tema proposto dalle curatrici: esprimere “la drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. È questa un’emozione che vede partecipi anche le donne e gli uomini abitanti l’isola, in un’inter-azione di desideri, curiosità, perplessità e bellezza tra chi arriva e chi accoglie”. Nello spazio minuscolo della stanza, mentre viene proiettato il video realizzato da Mirella Clausi sulla vacanza politica delle Città Vicine “Lampedusa mon amour” del 2011, la mostra nella sua varietà rimanda in maniera immediata alla straordinaria storia del Mediterraneo, culla (è il caso di dirlo sottolineando il termine) di tre civiltà che ancora oggi in queste immagini appaiono unite, dai colori ai materiali ai visi e ai paesaggi. E a quel mare che facilità gli scambi e gli incontri. In fondo un grande abbraccio in segno di gratitudine all’isola, ai suoi colori e alla sua bellezza che non può che essere accogliente, un unico abbraccio verso chi abita l’isola e verso chi vi approda fra la paura e la speranza.
“Sostiene Sankara”, curata da Amina e Kanjano, con fumetti di vari autori e un video di Silvestro Montanaro dal titolo “Sankara… e quel giorno uccisero la felicità”, viene raccontata la vita e la vicenda politica di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso (letteralmente “terra degli uomini integri”), finita con la sua morte 26 anni fa. La storia di una terra libera, del tentativo di una libera costruzione del proprio spazio politico, della lotta contro chi determina invece le condizioni di vita impossibili da cui i migranti sono costretti a fuggire. Nessuna esperienza di libertà e di autodeterminazione è stata possibile in Africa.
L’arte, la politica, la città. Il LampedusaInFestival è questo. Ed è questo anche il senso dell’impegno politico di Giusi Nicolini, da un anno sindaca di Lampedusa e Linosa, ma da anni attiva nelle associazioni ambientaliste. Seguire il suo discorso significa seguire il futuro possibile dell’isola, e sicuramente l’abbandono di quelle politiche che l’hanno soffocata.
Jeans, camicia bianca e cappellino giallo. Giusi Nicolini si presenta così all’inaugurazione del LampedusaInFestival, il 19 luglio 2013, sotto il sole ancora torrido delle sette di sera. È il momento più intenso di tutto il festival. Un momento fortemente carico di simboli. La cerimonia d’inaugurazione si svolge di fronte al mare, laddove è più aperto, perché la costa non presenta baie e insenature. A picco sul mare, il palco sul quale si esibiranno i gruppi in concerto e dal quale sta parlando la sindaca, è pronto lì da anni: è la parte superiore di un vecchio bunker che risale alla seconda guerra mondiale, quando Lampedusa era il primo avamposto per respingere gli Alleati. A pochi metri di distanza, di fronte al bunker, la “Porta di Lampedusa-Porta d’Europa”, opera di Mimmo Paladino. Dalle armi che respingono alla porta che accoglie. In fondo è la stessa trasformazione che Lampedusa ha operato in questi anni, e che traspare da ogni gesto e da ogni parola degli organizzatori e della nuova sindaca, orgogliosi di avere costruito il loro rapporto con i migranti sull’accoglienza e la solidarietà, anche a dispetto delle politiche volute dai vari governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni. Politiche che hanno arrecato ferite profonde alla cultura dell’accoglienza tipica di un isola persa in mezzo al mare, che fa parte della placca africana, e si trova più vicina all’Africa che all’Italia.
Il discorso di Giusi Nicolini, inizia però ricordando l’appello doloroso delle donne tunisine per ritrovare i loro uomini dispersi e la necessità di dare delle risposte concrete a quest’appello (“Appello per i migranti tunisini dispersi” http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995). Le donne tunisine stanno cercando circa 200 dispersi negli anni 2010-2012. È solo grazie a queste donne, sottolinea con forza la sindaca, che questi uomini non hanno smesso di esistere. La sua risposta all’appello è dunque un’esortazione – “prendiamo sul serio questo dolore” – ma anche una dura condanna – “Se esistono i migranti è per le scelte politiche dei governi” – e, infine, un’assunzione di responsabilità – “il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci”. Nella sua veste istituzionale Giusi Nicolini ha già inoltrato l’appello delle donne tunisine al presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ai ministri dell’Interno e degli Esteri e all’Unione Europea, in particolare per investire del problema l’agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.
Se i migranti arrivano disperati a Lampedusa è per le scelte politiche dei loro governi. Il compito politico di ognuno di noi è fare in modo che abbiano la possibilità di stare bene nei loro paesi d’origine. Ma il dato di fatto che i migranti fuggono dai loro paesi per le insostenibili condizioni di vita è ciò che viene sistematicamente oscurato da un’informazione che deforma la realtà e fa vedere nel migrante il nemico. L’immagine di moltitudini di migranti che arrivano a sorpresa sull’isola per assaltarla è falsa (è falsa e fuorviante la parola “sbarchi”, che dovrebbe essere sostituita da “soccorsi”), così come i numeri che sono stati dati qualche anno fa in coincidenza con gli eventi della primavera araba, per giustificare la politica dei respingimenti. Sono cose che a Lampedusa si sanno da sempre, così come da sempre è prevalsa, sulle paure create artificialmente, la cultura dell’ospitalità e della solidarietà.
Oggi Lampedusa è candidata al Nobel per la pace. Onorata, a nome della cittadinanza, Giusi Nicolini ha risposto a questa candidatura dicendo che prima occorre ottenere alcune cose di cui l’isola ha bisogno per meritare davvero questo alto riconoscimento: cambiare la legge Bossi-Fini e abolire alcune norme del pacchetto Maroni che oltre a essere odiose per i migranti condizionano negativamente e pesantemente i luoghi in cui arrivano.
(da “Girodivite”, 22 agosto 2013)
da “Girodivite”, 22 agosto 2013
LampedusaInFestival 2013: arte e politica sulla porta tra Africa e Europa
di Pina La Villa
Ho seguito gli eventi di LampedusaInFestival (19-23 luglio 2013) insieme alle amiche e agli amici della rete delle Città Vicine, una rete che tiene insieme – vicine per l’appunto – realtà associative sparse per l’Italia che hanno come comune denominatore il radicamento nella città e nel territorio, verso i quali attuano una politica di cura e di relazioni ispirate al pensiero della differenza. Una politica che agisce per proliferazione di buone pratiche e con la pazienza di costruire relazioni significative perché la città sia luogo “felice” di dialogo e confronto. Naturale quindi l’attenzione di Città Vicine a quanto è avvenuto in questi anni a Lampedusa, diventata luogo nevralgico del complesso fenomeno dell’emigrazione, naturale costruire con le associazioni che lo affrontano rapporti di collaborazione che vedono la rete partecipare per il terzo anno consecutivo al festival con diverse iniziative (quest’anno con l’allestimento della mostra “Lampedusa porta della vita” insieme all’associazione Colors Revolutions). Una sorta di “vacanza politica”, fra il desiderio e la difficoltà di entrare nella vita e nei problemi reali di un luogo come Lampedusa, da un lato l’isola di chi ci vive, dall’altro l’isola di chi fa la vacanza, da alcuni anni l’isola di chi vi approda sperando che sia solo una tappa per costruire il proprio destino in un mondo migliore di quello che si è lasciato.
Anna, Giusy, Pamela e io arriviamo il 17 luglio (Luca arriverà qualche giorno dopo). Il primo e il secondo giorno ce lo prendiamo per guardarci un po’ in giro, assistiamo agli ultimi ritocchi della mostra, vediamo la fatica e l’impegno dei volontari di Askavusa (l’associazione che cura l’organizzazione del festival) e di Colors Revolution. Il 19 luglio il LampedusaInFestival ha ufficialmente inizio ed è talmente ricco di eventi che da quel momento diventa difficile per noi dividerci tra le nuotate e il sole nelle spiagge di cala Madonna, isola dei conigli, cala Creta, cala Pisana, Ciatu Persu e gli appuntamenti del festival, sparsi nei vari luoghi dell’isola: dalla mostra “Con gli oggetti dei migranti” nella sede dell’area marina protetta, alla spiaggia dei conigli, con una lezione di Iain Chambers e la voce di Giacomo Sferlazzo, interprete di una canzone tradizionale dei pescatori di Lampedusa, a Piazza Castello per la visione serale di film e documentari. Ma c’è un altro luogo, oltre ai film in concorso, un luogo simbolico, in cui sembra sia stato possibile realizzare se non un incontro, almeno un gioco di sguardi per conoscere, per capire e capirsi.
Il luogo simbolico è l’arte, che guarda sempre un po’ più lontano.
“Lampedusa porta della vita” e “Sostiene Sankara” sono i titoli delle mostre qui allestite.
Realizzata da Anna Di Salvo (Città Vicine), Katia Ricci (Città Vicine) e Rossella Sferlazzo (Colors Revolutions), la mostra “Lampedusa porta della vita” ha già nel titolo il messaggio vitale dell’apertura, sottolinea la gioia dell’incontro. Il mare come culla della vita contro il dramma e il dolore della morte, il mare come luogo di scambi, come ricchezza di incroci, incontri, relazioni. Artisti e artiste da varie parti d’Italia hanno inviato foto, dipinti, opere realizzate con materiali vari, tutti ispirati al mare e ai suoi colori interpretando il tema proposto dalle curatrici: esprimere “la drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. È questa un’emozione che vede partecipi anche le donne e gli uomini abitanti l’isola, in un’inter-azione di desideri, curiosità, perplessità e bellezza tra chi arriva e chi accoglie”. Nello spazio minuscolo della stanza, mentre viene proiettato il video realizzato da Mirella Clausi sulla vacanza politica delle Città Vicine “Lampedusa mon amour” del 2011, la mostra nella sua varietà rimanda in maniera immediata alla straordinaria storia del Mediterraneo, culla (è il caso di dirlo sottolineando il termine) di tre civiltà che ancora oggi in queste immagini appaiono unite, dai colori ai materiali ai visi e ai paesaggi. E a quel mare che facilità gli scambi e gli incontri. In fondo un grande abbraccio in segno di gratitudine all’isola, ai suoi colori e alla sua bellezza che non può che essere accogliente, un unico abbraccio verso chi abita l’isola e verso chi vi approda fra la paura e la speranza.
“Sostiene Sankara”, curata da Amina e Kanjano, con fumetti di vari autori e un video di Silvestro Montanaro dal titolo “Sankara… e quel giorno uccisero la felicità”, viene raccontata la vita e la vicenda politica di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso (letteralmente “terra degli uomini integri”), finita con la sua morte 26 anni fa. La storia di una terra libera, del tentativo di una libera costruzione del proprio spazio politico, della lotta contro chi determina invece le condizioni di vita impossibili da cui i migranti sono costretti a fuggire. Nessuna esperienza di libertà e di autodeterminazione è stata possibile in Africa.
L’arte, la politica, la città. Il LampedusaInFestival è questo. Ed è questo anche il senso dell’impegno politico di Giusi Nicolini, da un anno sindaca di Lampedusa e Linosa, ma da anni attiva nelle associazioni ambientaliste. Seguire il suo discorso significa seguire il futuro possibile dell’isola, e sicuramente l’abbandono di quelle politiche che l’hanno soffocata.
Jeans, camicia bianca e cappellino giallo. Giusi Nicolini si presenta così all’inaugurazione del LampedusaInFestival, il 19 luglio 2013, sotto il sole ancora torrido delle sette di sera. È il momento più intenso di tutto il festival. Un momento fortemente carico di simboli. La cerimonia d’inaugurazione si svolge di fronte al mare, laddove è più aperto, perché la costa non presenta baie e insenature. A picco sul mare, il palco sul quale si esibiranno i gruppi in concerto e dal quale sta parlando la sindaca, è pronto lì da anni: è la parte superiore di un vecchio bunker che risale alla seconda guerra mondiale, quando Lampedusa era il primo avamposto per respingere gli Alleati. A pochi metri di distanza, di fronte al bunker, la “Porta di Lampedusa-Porta d’Europa”, opera di Mimmo Paladino. Dalle armi che respingono alla porta che accoglie. In fondo è la stessa trasformazione che Lampedusa ha operato in questi anni, e che traspare da ogni gesto e da ogni parola degli organizzatori e della nuova sindaca, orgogliosi di avere costruito il loro rapporto con i migranti sull’accoglienza e la solidarietà, anche a dispetto delle politiche volute dai vari governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni. Politiche che hanno arrecato ferite profonde alla cultura dell’accoglienza tipica di un isola persa in mezzo al mare, che fa parte della placca africana, e si trova più vicina all’Africa che all’Italia.
Il discorso di Giusi Nicolini, inizia però ricordando l’appello doloroso delle donne tunisine per ritrovare i loro uomini dispersi e la necessità di dare delle risposte concrete a quest’appello (“Appello per i migranti tunisini dispersi” http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995). Le donne tunisine stanno cercando circa 200 dispersi negli anni 2010-2012. È solo grazie a queste donne, sottolinea con forza la sindaca, che questi uomini non hanno smesso di esistere. La sua risposta all’appello è dunque un’esortazione – “prendiamo sul serio questo dolore” – ma anche una dura condanna – “Se esistono i migranti è per le scelte politiche dei governi” – e, infine, un’assunzione di responsabilità – “il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci”. Nella sua veste istituzionale Giusi Nicolini ha già inoltrato l’appello delle donne tunisine al presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ai ministri dell’Interno e degli Esteri e all’Unione Europea, in particolare per investire del problema l’agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.
Se i migranti arrivano disperati a Lampedusa è per le scelte politiche dei loro governi. Il compito politico di ognuno di noi è fare in modo che abbiano la possibilità di stare bene nei loro paesi d’origine. Ma il dato di fatto che i migranti fuggono dai loro paesi per le insostenibili condizioni di vita è ciò che viene sistematicamente oscurato da un’informazione che deforma la realtà e fa vedere nel migrante il nemico. L’immagine di moltitudini di migranti che arrivano a sorpresa sull’isola per assaltarla è falsa (è falsa e fuorviante la parola “sbarchi”, che dovrebbe essere sostituita da “soccorsi”), così come i numeri che sono stati dati qualche anno fa in coincidenza con gli eventi della primavera araba, per giustificare la politica dei respingimenti. Sono cose che a Lampedusa si sanno da sempre, così come da sempre è prevalsa, sulle paure create artificialmente, la cultura dell’ospitalità e della solidarietà.
Oggi Lampedusa è candidata al Nobel per la pace. Onorata, a nome della cittadinanza, Giusi Nicolini ha risposto a questa candidatura dicendo che prima occorre ottenere alcune cose di cui l’isola ha bisogno per meritare davvero questo alto riconoscimento: cambiare la legge Bossi-Fini e abolire alcune norme del pacchetto Maroni che oltre a essere odiose per i migranti condizionano negativamente e pesantemente i luoghi in cui arrivano.
(da “Girodivite”, 22 agosto 2013)
il 6-7-8 settembre 2013 a Corinaldo (Senigallia – AN)
Selene Lazzarini / Jean-Baptiste Maitre / Chiara Pergola
a cura di Fulvio Chimento.
Il programma del Festival è arricchito, l’8 SETTEMBRE 2013 ALLE ORE 21.30, dalla presenza di VANDANA SHIVA, che presenta il suo libro dal titolo: Storia dei semi, La Feltrinelli, 2013.
http://www.ayurveda-ashram.it/
www.facebook.com/ashram.joytinat
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Il 6-7-8 settembre 2013 si svolge la III edizione del Festival *Dolce India*, organizzato dall’Associazione Joytinat Yoga e Ayurveda presso l’Ashram Joytinat di Corinaldo (Senigallia, AN), realtà fondata nel 2003 dal maestro indiano Swami Joythimayananda nella splendida cornice delle colline marchigiane. Il festival, organizzato dall’Associazione Joytinat Yoga e Ayurveda e ideato da Fulvio Chimento e Antonella Malaguti, funge da cassa di risonanza culturale al Convegno Internazionale di Ayurveda, che giunge quest’anno alla sua XV edizione, con un ricco programma dedicato alla letteratura, all’arte, alla fotografia, alla musica, alla danza, alla meditazione e alla cucina ayurvedica. In collaborazione con Regione Marche, Navdanya International e Aam Terra Nuova Edizioni. Ingresso libero a tutte le iniziative del Festival.
Italia-Oriente…
È questo il nome di una sezione specifica del Festival *Dolce India* dedicata a iniziative di particolare interesse nei confronti della cultura contemporanea. Sabato 7 settembre alle ore 18.30 verranno svelate le opere di Chiara Pergola (fino all’1 settembre 2013 è presente in mostra alla collettiva organizzata dal Museo MAMbo di Bologna: Autoritratti. Iscrizione del femminile nell’arte italiana contemporanea)e Jean-Baptiste Maitre, artista parigino residente in Olanda (Gallery Martin van Zomeren, Amsterdam), elaborate durante una residenza presso l’Ashram Joytinat; l’evento ideato e curato da Fulvio Chimento. L’iniziativa è tesa a creare un confronto tra la cultura occidentale e orientale attraverso l’arte contemporanea, e le opere, realizzate con materiali reperiti in loco, sono ispirate a una riflessione inerente i cinque elementi su cui si basa la filosofia indiana: terra, aria, fuoco, acqua, etere. I lavori dei due artisti affiancheranno quelli realizzati nella scorsa edizione da Umberto Chiodi e Valerio Giacone.
Completa il programma di Italia-Oriente l’installazione di Selene Lazzarini dal titolo Abitare il corpo, con cui l’artista si confronta con il tema principale della XV conferenza internazionale d’ayurveda: “l’arte dell’abitare” (inaugurazione ven. 6 settembre ore 18.30.
In foto: Alzabandiera. © Chiara Pergola.
di Cettina Tiralosi
La mia ricerca pittorica negli ultimi anni ha preso questa piega.
Si è piegata e ripiegata al digitale come quando si stira una stoffa per farle prendere la sua forma più gradevole al tatto e alla visione.
Dalla realizzazione del video “Dal Tramonto all’Alba” (2010) e l’installazione “Pomeriggio
d’Autunno” (2011), questa ultima esposizione “Arte e Libertà : qualità di un desiderio femminile agente” (2013) si dispiega in un percorso studiato mai improvvisato, tra il tempo e lo spazio vissuto e vivente, consapevole e scelto.
Uno spazio-tempo digitale non perfetto ma certamente luogo simbolico in virtù di un’esistenza autentica, essenziale e immediata.
Nell’arte come nella vita non cerco la “perfezione” perché è un’ambizione in verità troppo spesso ottenuta a costo di umiliazioni, invece cerco la “relazione vivente” da alimentare semplicemente come sorgente di benessere e felicità.
Questa è la mia esperienza negli anni più recenti ed è ciò che più ci individua, io credo, negli intrecci e sviluppi ad ogni evento realizzato insieme alle amiche dell’Associazione Italiana Alhambra.
Nelle mie opere digitali dedicate all’Etna, in mostra all’incontro di domani 29 luglio 2013 presso il Giardino delle Arti di Taormina, ho voluto rappresentarla come in una delle infinite combinazion di circostanze in concomitanza alla nostra vita quotidiana, al senso del nostro agire e stare al mondo, anziché sceglierla come vulcano-montagna nella sua veste più “spettacolare” di una episodica eruzione.
L’ho scelta nel nostro stare in sua presenza, come in un rito di libertà dalla paura della sua forza trasformatrice, come uno spiraglio d’aria tra una porta socchiusa in una giornata assolata d’estate.
La mia ambizione non è l’esibizione, ma la relazione.
La mia sfida e la mia scommessa in un ambiente arido se non distratto da timori e paure, è cercare l’accoglienza e l’ascolto, delizie di “frutti” irrinunciabili per vivere e gioire come rose del deserto.
Cettina Tiralosi
Pubblicato il 28 luglio 2013 sul blog
http://cettinatiralosiblognotes.wordpress.com/2013/07/28/storia-di-un-desiderio-femminile-agenteun-cambiamento-nelle-scelte-tra-il-tramonto-e-lalba/
cettinatiralosiblognotes.wordpress.com
cettinatiralosi@yahoo.com
La cacciatrice è in Laguna. Ileana Sonnabend a Ca’ Pesaro
La Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro ospita la collezione di Ileana Sonnabend, talent scout, collezionista e amante dell’arte. Ecco come un museo si trasforma in un percorso didattico lungo cento anni. A Venezia, fino al 29 settembre.(LEGGI)
Passeggiata internazionale tra i Padiglioni della Biennale, dove ci si ricorda quanto ogni luogo e ogni essere umano siano diversi…
Regia e montaggio Domenico Palma, luglio 2013
MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna, via Don Giovanni Minzoni, 4. In occasione di Biografilm Festival 2013, dal 15 giugno al 14 luglio proiezione del film Pussy Riot – A Punk Prayer (titolo originale Pokazatelnyy protsess: Istoriya Pussy Riot) nella sala video all’interno della Collezione Permanente MAMbo.
Pussy Riot – A Punk Prayer
Titolo Originale:Pokazatelnyy protsess: Istoriya Pussy Riot
Regia: Mike Lerner, Maxim Pozdorovkin
Paese: Russia, UK
Anno: 2013
Durata: 90 minuti
Proiezioni: martedì, mercoledì e venerdì h 12.30, 14.00, 15.30; giovedì, sabato e domenica h 12.30, 14.00, 15.30, 17.00, 18.30 (lunedì chiuso)Per ulteriori informazioni:
www.biografilm.it/2013/
intervista
Perché sono felice
Marina Abramovic’, la più celebre protagonista di performance shock, racconta com’è cambiata: “Ora basta provocazioni, voglio trasmettere una nuova serenità”
di Andrea Visconti da “La Repubblica”
“Sono felice. Una felicità interiore profonda che non ho mai provato in vita mia. Lo scriva, ci tengo tanto che si sappia”, dice la performance artist Marina Abramovic’ arrivata all’angolo di casa, al termine di una lunga chiacchierata sulla carriera che nell’arco di quarant’anni l’ha portata da Belgrado, dove è nata, fino a New York, dove abita e lavora da una quindicina d’anni.
di Carlotta Susca
In Guardami, Jennifer Egan ha rivolto le proprie attenzioni allo sguardo prima che alla percezione del trascorrere degli anni (con cui ha costruito un rizoma malinconico sull’ineluttabilità della perdita nelle relazioni), e sullo sguardo intesse una riflessione sfaccettata, dai molteplici riverberi. Abbiamo Charlotte, la modella sfigurata e ricostruita chirurgicamente che ha perso l’identità derivatale dall’aspetto fisico, e con essa tutta la rete di relazioni legate al mondo della moda; Moose, che ha cambiato la propria percezione del mondo in seguito a una concatenazione di riflessioni derivanti dalla consapevolezza che l’introduzione di specchi e vetri ha stravolto arredamento e abbigliamento nel Medioevo; un detective, Antony Halliday, che ovviamente passa la propria vita a osservare gli altri; Charlotte (omonima), che insegna a suo fratello l’imperturbabilità del volto e guadagna sicurezza dall’assenza degli occhiali; Z./Aziz/Michael, terrorista mediorientale conquistato progressivamente dalla cultura made in Usa, e paradigmaticamente in viaggio verso Ovest, sempre più a Ovest, fino a far smarrire al lettore le proprie tracce mentre punta al miraggio cinematografico (ancora: visione!) di Los Angeles.
Poi abbiamo la “stanza degli specchi”, metafora del successo, che si rivela – ovviamente – effimero. E la prefigurazione dei social network, che Gianluigi Ricuperati sottolinea nella sua recensione sulla Repubblica. Insomma: seppur con lungaggini a tratti intollerabili, un montaggio lento per almeno quattro quinti del libro, una struttura, in definitiva, che se creata in Italia sarebbe stata opportunamente “asciugata” dalla maggior parte degli editor, i pregi di Guardami sono nel richiamo costante delle tematiche fra i vari personaggi; in quello che, in effetti, è un gioco di specchi. In cui la visibilità che nelle Lezioni americane di Italo Calvino era trattata come facoltà dell’ingegno, capacità immaginativa più o meno scientifica, analitica o sintetica, infinitesimale o tendente all’infinito, è trattata come costruzione di superficie volta all’ipnosi dello spettatore: il dominio statunitense è quello dei cataloghi di moda di infimo ordine, il mondo del fashion è composizione di bellezze interscambiabili. E il racconto di una vita emblematica perché ordinaria o straordinaria è costruzione di immagini che funzionano, corredo di video che stravolgono la realtà a vantaggio della presenza di controfigure che bucano lo schermo.
Jennifer Egan, Guardami
E se l’invasione di immagini è una violenza a cui si è assuefatti, ma non abbastanza da non riuscire, a tratti, ancora a rendersene conto, ecco che un’opera d’arte viva benché decadente (nella sua quotidiana mortalità e nel disfacimento proprio della vita) regala allo spettatore uno sguardo di rimando, la percezione di essere a propria volta visibile, punto di concentrazione tattile di una identità.
Nella performance al MoMA, The Artist is Present, Marina Abramović restituisce all’osservatore lo sguardo: non è tanto l’artista presente a suscitare l’interesse delle masse appostate per quindici minuti non già di celebrità, quanto, forse, di eternità, così come non è la percezione di far parte di un’opera d’arte a dare a quelle masse l’impressione di essere centrali in un’opera al pari dell’opera stessa, che senza di loro non esisterebbe. Lo spettatore sente di essere guardato, di non essere più, appunto, solo spettatore, ma anche oggetto di attenzione e, in quanto tale, protagonista di un processo, non comprimario. Se di opera d’arte si tratti non sono in grado di giudicarlo, ma credo che sia quantomeno anche un’indagine sociologica o, meglio, che lo sia suo malgrado, forse. Lo spettatore riabilitato nella sua importanza identitaria, come Aziz che, da fruitore rancoroso della cultura occidentale, finisce per abbracciarla nel momento in cui gli è concesso di prenderne parte: e allora la visione non è più una violenza ma, entrati nel meccanismo, si diventa parte della fascinazione, produttori di meraviglia (per citare ancora Ricuperati, il cui ultimo libro si intitola La produzione di meraviglia).
È la seconda puntata della miniserie Black mirror a riassumere il modo in cui il sistema della visione sia in grado di blandire lo spettatore potenzialmente dissidente facendolo entrare nello spettacolo, disinnescandone il potenziale sovversivo. E se questo è stato compreso a fondo dalla Egan, non so quanto intenzionalmente la Abramović lo metta in atto, ma di sicuro contribuisce a focalizzare l’attuarsi del processo.
Carlotta Susca
dal 4/7/2013 al 18/7/2013
Associazione Apriti Cielo! Milano via Spallanzani, 16 (cortile interno) 02 99203159
Julia Mastrogiacomo
dal 4/7/2013 al 18/7/2013
Le parole non sono le cose. Le parole de-finiscono. La cosa esiste in sé, non dalla parola, ma dall’azione. Così, si ri-definisce il reale. La parola crea immaginazione, ma poi la cosa, il gesto, l’atto hanno bisogno di un’azione per farsi, di un veicolo per esistere. Quell’esperienza, quel gesto, quel tratto sono il soffio della vita. Dal finito all’infinito, vanno e tornano. Verso il limite del visibile, all’orizzonte si posizionano. Qui, si incontrano tutte le visioni, tutti i sospiri, tutti i desideri. Là, una linea è tutte le linee. Là, io mi incontro con te.
L’arte è sacra e profana? mercoledì 10 luglio 2013 ore 18.00 Palazzo Reale, Milano Sala Conferenze piazza Duomo 14 – 3° piano
In occasione della 55. Esposizione Internazionale d’Arte a Venezia, che per la prima volta ospita il Padiglione del Vatcano, il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano in collaborazione con Museo Tornielli di Ameno propone un approfondimento sul tema dell’arte sacra e profana. L’incontro, curato da Francesca Pasini, prende le mosse dall’esperienza della mostra Natvità e nascite laiche organizzata dal Museo di Ameno con la curatrice nel novembre del 2012 e dal conceto di “consacrazione che trasforma i musei in templi” coniato da Maurizio Ferraris in un artcolo pubblicato su La Repubblica (gennaio 2013). Testmone d’eccezione dell’incontro sarà l’artsta contemporaneo Adrian
Paci, che nel 2011 ha creato una via crucis per la chiesa di San Bartolomeo a Milano e che il prossimo 5 otobre – in occasione della 9° Giornata del Contemporaneo in Italia – inaugura una personale al PAC di Milano.
Intervengono
Enrica Borghi, coordinatrice del Museo Tornielli e presidente “Associazione Asilo Bianco” – Ameno
Maurizio Ferraris, docente di Estetca – Università di Torino
Francesca Pasini, curatrice della mostra Natvità e nascite laiche
Adrian Paci, artsta
Alessandra Pioselli, critca d’arte e diretrice dell’Accademia Carrara di Belle Art – Bergamo
INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO POSTI
Informazioni stampa
Ufficio Stampa Asilo Bianco | Alessandra Valsecchi tel. 340 3405184 – ale.valsecchi@gmail.com
Ricevuto da Francesca Pasini
www.archiviomauriziospatola.com
in rete nel sito www.archiviomauriziospatola.com un’ampia documentazione sulla mostra Libriste alla Classense 2013, organizzata a Ravenna nel marzo/aprile scorsi, con le opere visuali di sessanta autrici attive negli ultimi cinquant’anni e apparse su libri, antologie, riviste e cataloghi a bassa tiratura. Nel documento sono riprodotti i lavori di 33 poetesse-artiste e le tre introduzioni a firma di Claudia Giuliani, Ada De Pirro e Dino Silvestroni. Potete vederlo qui: http://www.archiviomauriziospatola.com/prod/pdf_worksand/W00194.pdf
riproduzioni integrali dei libri di altre artiste e poetesse e di riviste contenenti testi di donne:
- nella sezione Archivio al punto 16, il primo numero della rivista “Offerta speciale” fondata nel 1978 da Carla Bertola e Alberto Vitacchio;
- nella sezione Audiovideopoetry, al punto 3 il primo numero della rivista di poesia sonora “Baobab” (1978) con le voci di e Alyson Knowles e Giulia Niccolai;
- nella sezione edizioni Tam Tam, al punto 4 il libro di Giuliana Pini Otto in si minore (1982) e al punto 5 il numero 9 della rivista “Tam Tam” con testi di Biancamaria Frabotta, Mirella Bentivoglio, Giulia Niccolai, Fernanda Pivano e Milli Graffi
- nella sezione Flash, al punto 4 il libro della pittrice genovese Luisella Carretta I segni del movimento (con prefazione di Giorgio Celli), al punto 6 la raccolta di poesie della torinese Chiara Colli Parole libere (2000) e al punto 5 un documento sulla mostra “Campo visivo” realizzata a Graz e Vienna, nel 2012, da Gertrude Moser-Wagner
- nella sezione WorksAndWordsAndWorlds al punto 10 parziale riproduzione del libro di Giulia Niccolai Cos’è poesia (2012)
di Francesca Bonazzoli
Solitudine Sessi, protesi, arti, dentiere: troppo fuori dagli schemi, per stile e comportamenti, per avere successo popolareIl suo motto: «Io dipingo prima di tutto per guarirmi»
È stata ritratta da Andy Warhol e Man Ray, con il quale è rimasta in contatto tutta la vita; ha avuto per amici i personaggi della Torino intellettuale come Felice Casorati, Cesare Pavese, Edoardo Sanguineti, Corrado Levi, Massimo Mila, Italo Calvino, Carlo Mollino. Eppure il primo importante riconoscimento pubblico le è arrivato solo nel 2003 quando la Biennale di Venezia le ha conferito il Leone d’Oro alla carriera. Lei, Carol Rama, che oggi ha 95 anni, lo accettò con amarezza considerandolo tardivo per una carriera cominciata a undici anni e rimasta totalizzante, più ancora di una ragione di vita. «Io dipingo prima di tutto per guarirmi», ha detto. «Posso avere dei mal di denti micidiali, ma se incomincio a dipingere dopo un quarto d’ora non sento più niente, sono come drogata, è meraviglioso».Troppo eccentrica per avere successo popolare con le sue immagini conturbanti di sessi, protesi, arti, dentiere; troppo fuori dagli schemi dell’arte, per stile e per comportamento; troppo solitaria nel rifugio della sua claustrofobica mansarda torinese con le finestre coperte da tende nere. «Se è vero che sono così brava non capisco perché abbia dovuto fare tanta fame, anche se sono donna», disse in un’intervista del 1985 a Lea Vergine. Finalmente tutti oggi la riconoscono come un genio e una maestra del Novecento, e tuttavia il mercato continua a preferirle personaggi che hanno saputo vendersi meglio. Barcamenarsi fra povertà e debiti è stato il suo assillo fin da quando aveva otto anni e il padre si suicidò per il fallimento dell’impresa. Franco Masoero, uno dei suoi mercanti, stampatore torinese che l’ha introdotta alle tecniche dell’incisione seguendola a partire dal 1993 nelle sue sperimentazioni, dal 29 giugno prossimo le ha organizzato al museo comunale d’arte moderna di Ascona una mostra di cento grafiche, alcune delle quali fogli unici usciti ora per la prima volta dai cassetti del laboratorio, perché una volta stampata l’opera poteva diventare oggetto d’interventi successivi eseguiti a mano, magari con smalti da unghie o con l’acquerello. Molte sono anche le incisioni su fogli di seconda mano, soprattutto progetti d’architetture disegnati precedentemente da amici «affinché mi aiutino a inventare un’immagine erotica, sentimentale, un’immagine privata insomma, ma che non sia poi così legata a me». Questo gioco tra lo sfondo prestampato della carta e il soggetto inciso caratterizza in particolare due cicli di opere uniche. Su supporti di tela e di carta al tino sono state infatti riportate le matrici di alcune incisioni servite a Carol Rama per intervenire con pittura e collage. Per esempio, nella serie «La mucca pazza» (2001) in cui mammelle e dentature di mucca si muovono e si ripetono con ritmo musicale; o nelle tele del 2002, dove l’elemento prestampato infrange il rigore della struttura geometrica realizzata con camere d’aria di bicicletta, con carta vetro o con qualche vecchio oggetto. Insomma, la tecnica calcografica della Rama è decisamente fuori da regole e tradizioni. Del resto, anche per quanto riguarda la pittura, fu lei stessa a spiegare: «Non ho avuto modelli per il mio dipingere; non ne ho avuto bisogno avendo già quattro o cinque disgrazie in famiglia, sei o sette tragedie d’amore, un malato in casa, mio padre che si è suicidato. ? Il senso del peccato è il mio maestro». RIPRODUZIONE RISERVATACAROL RAMA. L’OPERA GRAFICA. Ascona, Museo comunale d’arte moderna, via Borgo 34. Ore 10-12 e 15-18; dom. e festivi 10.30-12.30; lun. chiuso. Ingr. fr. 15; www.museoascona.ch. Fino al 15 settembre
(26 giugno 2013 – Corriere della Sera)
